«L’equivoco, cari camerati, è uno e si chiama essere fascisti in democrazia. Noi soli siamo estranei, ed è un titolo di onore, ma anche una spaventevole difficoltà… Dobbiamo presentarci per quello che veramente siamo, e cioè come i fascisti della Rsi». Queste parole furono pronunciate da Giorgio Almirante, nel 1956, dal palco del V Congresso del Msi a dieci anni dalla sua fondazione. Srotoliamo il nastro della storia, e facciamolo velocemente correre in avanti. Fermiamolo in un punto, il 26 dicembre del 2022. Due fra le più alte cariche istituzionali della Repubblica italiana hanno voluto commemorare, sui loro profili social, l’anniversario della fondazione del Msi. «Nel ricordo di mio padre, che fu tra i fondatori del Movimento sociale italiano in Sicilia e che scelse con il Msi per tutta la vita, la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana». Così scrive il presidente del Senato, Ignazio La Russa, evidentemente reso euforico dal post della sottosegretaria alla Difesa, Isabella Rauti, che poche ore prima aveva twittato: «Oggi voglio ricordare quando, a Roma, nasceva il Movimento sociale italiano. Onore ai fondatori ed ai militanti missini. Le radici profonde non gelano».
Il giorno dopo, il 27 dicembre, sarebbe stato il 75esimo anniversario della ratifica della Costituzione italiana, che porta in calce le firme del liberale Giuseppe Grassi, del democristiano Alcide De Gasperi e del comunista Umberto Terracini. Gli ultimi due avevano fatto parte del Cln. Tutti erano espressione delle famiglie politiche che avevano dato vita, insieme ad altre di egual peso (pensiamo agli azionisti o ai socialisti) alla Resistenza, che aveva respinto “i fascisti della Rsi” cari ai missini nel cono d’ombra della storia.
Raccontata così, unendo due punti del recente e del lontano passato, sembra un film di fantascienza, un plot distopico di grossolana fattura e dai marcati tratti caricaturali. Eppure non lo è. O almeno, non è solo quello. Al di là delle politiche messe in atto finora, uno dei risultati cui attende questo governo si colloca su un piano che ha poco a che fare con “la vita degli italiani”, come ama ripetere la presidente del Consiglio, ma ne ha molto con le coordinate storico-culturali della nostra Repubblica. Esso consiste nell’avvalorare, per il solo fatto di essere sdoganata da chi in questo momento riveste ruoli di potere ed istituzionali di rilievo, quella riscrittura della storia conosciuta come “revisionismo storico”, espressione in verità opaca e scivolosa ma che oggi pare addirittura fin troppo nobile per descrivere lo scempio che si sta consumando ai danni del passato (è del mese scorso l’incredibile, e ridicola, affermazione fatta da un noto giornalista durante un programma televisivo molto seguito su La7, che la Costituzione fu scritta anche dai fascisti).
Sull’affermarsi della vulgata revisionistica presso l’opinione pubblica italiana sono stati spesi quintali di inchiostro. La posta in gioco era, ed è tuttora, sintetizzabile in poche parole: cambiare di segno al giudizio storico sul fascismo, ovvero screditare l’antifascismo quale paradigma etico e fondamento civile della vita politica dell’Italia repubblicana, sì da legittimare fascisti e postfascisti quali attori del tutto degni di rappresentare gli italiani, oggi come allora. A costo di manipolare fatti e interpretazioni, capovolgendone il senso e il significato, fino a costruire una “menzogna di Stato” degna, questa sì, dei peggiori regimi illiberali del secolo scorso. Come scriveva lo storico Giovanni De Luna nel lontano 2009, in un volume collettaneo intitolato La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico: «Negli ultimi venti anni sono state ridiscusse molte pagine della storia italiana del Novecento; un particolare accanimento critico ha colpito l’antifascismo e la Resistenza, mentre toni molto indulgenti sono stati usati nei confronti del fascismo e della Repubblica di Salò. Tutto questo mentre si afflosciava la vecchia “repubblica dei partiti” e dalle sue macerie nascevano formazioni politiche che sono riuscite a conquistare la maggioranza dei consensi sottolineando la loro estraneità nei confronti dell’antifascismo (Forza Italia e Lega Nord) o addirittura la loro genetica incompatibilità con i valori che ispirarono la Resistenza (Alleanza nazionale). È evidente, quindi, come … i temi del dibattito storiografico siano modellati sulle esigenze della politica e viceversa, in un “uso pubblico della storia” mai così massicciamente ingombrante come ora».
L’origine di questo fenomeno è databile quindi tra la fine degli anni 80 e i primi 90. In questi anni il dibattito storiografico ma soprattutto temi, vicende, personaggi legati alla guerra di liberazione dal nazifascismo, tracimano sui media, trovano ampio spazio nelle terze e nelle prime pagine dei maggiori quotidiani a tiratura nazionale, sono fatti oggetto, in altri termini, di vere e proprie campagne a mezzo stampa. Per non parlare della televisione. Forse più di qualcuno ricorderà l’accesa querelle che scatenò, nell’aprile del 1994, la messa in onda di Combat film, una serie di filmati realizzati dalle forze armate americane dallo sbarco in Sicilia fino alla fine della guerra, che vennero mostrati e commentati in studio da Tina Anselmi, staffetta partigiana, e Giano Accame, uno dei massimi dirigenti del Msi, poi in Alleanza nazionale. All’indomani della trasmissione, sulla stampa italiana infuriò il dibattito. Per misurarne la temperatura, basta qualche titolo: “Combat film, esplode la polemica. E le spie nazi-fasciste diventano ‘eroi italiani’” (l’Unità); “Fascismo e Resistenza pari son per la Rai” (La Repubblica);“‘È l’ora della pacificazione’. Assunta Almirante: adesso la sinistra dovrebbe fare il mea culpa” (Corriere della Sera). Era trascorsa poco più di una settimana dalle elezioni politiche che avevano visto l’affermazione del Polo delle libertà, la coalizione guidata da Silvio Berlusconi, e si stava lavorando, proprio in quei giorni, alla formazione del primo governo della storia repubblicana che avrebbe compreso esponenti a tutti gli effetti (post)fascisti: An, che aveva ottenuto il 13% dei voti, nel 1994 era ancora, vale la pena ricordarlo, un’alleanza che comprendeva il Msi – non ancora sciolto e da cui provenivano di fatto tutti i quadri e gli uomini del cartello elettorale – e qualche esponente della destra democristiana.
Ma andiamo per ordine. Il termine a quo delle prime avvisaglie della valanga revisionistica può considerarsi l’intervista che Renzo De Felice rilasciò a Giuliano Ferrara comparsa sul Corriere della Sera il 27 dicembre 1987 – sempre il giorno dell’anniversario della ratifica della Costituzione dal titolo “De Felice: perché deve cadere la retorica dell’antifascismo”; in questa intervista lo storico affermava: «È logico che cada la grande alternativa fascismo-antifascismo. Non ha più senso né nella coscienza pubblica né nella realtà della lotta politica quotidiana. Se si resta fermi a quel dogma insincero la nostra Costituzione si autoinchioda» e rincara la dose: «Certo, la classe dirigente fascista era illiberale, ma siamo sicuri che fosse, per tutto il resto, tanto peggiore di quella attuale?». Le tesi defeliciane sulla necessità di superare la cosiddetta “vulgata resistenziale”, si spingevano fino a considerare le norme costituzionali che vietano la ricostituzione del partito fascista – in ogni sua forma – come obsolete, «grottesche». Da abolire. L’intervista ebbe largo seguito sulla stampa, pur restando nell’ambito del dibattito culturale; i maggiori quotidiani nazionali riportarono, per lo più, pareri e interviste tese a contrastare le parole dello storico – “Ecco le ragioni dell’antifascismo” (La Repubblica); “Per inseguire i voti del Msi non si deve riscrivere la storia” (Corriere della Sera); “Lo storico ha fatto un pasticcio” (La Repubblica); “Caro De Felice, hai torto” (Stampa sera); “Fascismo, solo Craxi d’accordo con De Felice” (La Stampa) .
A leggere quegli articoli oggi si ha la netta sensazione che su questi temi la connessione del Paese, e della sua classe dirigente, con le radici storiche ed ideali della Repubblica fosse ancora salda. Le ipotesi di revisione del giudizio storico sul fascismo non trovavano sponda. A settembre del 1990 il tenore del dibattito, e il quadro politico nel quale si inseriva, era già cambiato. In quel mese non ci fu quotidiano nazionale o locale che non riportasse, con cadenza quasi giornaliera, i risvolti della querelle suscitata dalle parole di un ex deputato comunista, Otello Montanari che, con una lettera al Resto del Carlino, aveva invitato al “chi sa parli” su alcuni omicidi politici dell’immediato dopoguerra perpetrati da ex partigiani nella zona del reggiano. Quell’intervento suscitò «una campagna di stampa sensazionalistica e diffamatoria che coinvolgeva – al di là dell’oggetto specifico – un punto nodale della nostra storia, con una costruzione deformata e deformante di memoria», come scrive Guido Crainz nel saggio Il conflitto e la memoria.
A dar credito agli articolisti, sembrava emergere da un lontano passato una verità sepolta su cui non si era mai voluto far luce – “Reggio, chi sa comincia a parlare”; “Parte l’operazione verità”; “In Italia 15 mila desaparecidos”. “La Dc accusa le vendette partigiane” -. Ma quelle uccisioni, il contesto nel quale maturarono, in molti casi gli stessi colpevoli, erano cosa nota; come nota era, almeno per approssimazione, la dimensione numerica – molto lontana dalle cifre sparate sui giornali – del fenomeno ascrivibile al perpetuarsi, nei mesi successivi al 25 aprile, del clima da “guerra civile” che si viveva a Nord, e in particolare nelle zone dove la resa dei conti tra fascisti e antifascisti fu più cruenta poiché riannodava fili che risalivano agli anni dello squadrismo agrario in Val Padana. Perciò, come scrisse Rossana Rossanda su il manifesto: «La vera notizia sul “triangolo della morte” di Reggio Emilia è che se ne torni a parlare». La campagna in realtà non era volta in primo luogo a screditare l’antifascismo, quanto piuttosto a mettere sotto accusa il Pci – “Ora gli scheletri fanno paura al Pci”; “Caprara: ‘Togliatti sapeva e li coprì’”; “Seniga: ‘Sì, Norimberga per Togliatti’”; “Il Pci adesso dice basta” – per esacerbarne le divisioni interne proprio nel momento in cui era stata avviata la fase congressuale che avrebbe portato alla nascita del Pds. Ma indirettamente il dibattito gettava anche una pesante ombra sulla Resistenza, innervata, a tener dietro ai titolisti, da pulsioni violente e vendicative, soprattutto nella sua componente comunista – “Reggio Emilia, Milano, Torino, così si uccideva nel nome del popolo: e tutti sapevano”; “Le stragi dimenticate fra partigiani”; “Pertini direbbe: fermate l’insulto alla Resistenza”-.
Attaccare i partigiani per colpire il Pci, il partito che più di ogni altro si identificava e veniva identificato con la Resistenza: questo sembra esser stato il significato dell’operazione legata al “triangolo della morte”. Non va dimenticato che era appena caduto il muro di Berlino e i “vincitori” di un tempo potevano sembrare, o si voleva diventassero, gli “sconfitti” di oggi. Fino al ’93 le revisioni mediatiche su antifascismo e Resistenza seguirono questa logica, volta più a demonizzare il comunismo e i suoi eredi che a riabilitare esplicitamente il fascismo o ad invocare, come invece accadrà di lì a poco, la pacificazione tra fascisti e antifascisti. Il salto di qualità della narrazione revisionista si ebbe invece dopo le elezioni del ’94. Anche in questo caso il fattore di spinta è dato dal mutamento del quadro politico, successivo al terremoto innescato da Mani pulite che fu di tale portata da segnare il tracollo dei partiti politici protagonisti della Resistenza.
Sul piano politico, la domanda di “riconciliazione” fra i nemici di un tempo avanzata dalla destra (“25 aprile. La riconciliazione è la democrazia” – La Stampa) conteneva l’implicita richiesta di porre sullo stesso piano fascismo e comunismo (“Fini: il mio 25 aprile? Antitotalitario” – Corriere della Sera) in vista dell’edificazione di un nuovo patriottismo che consegnasse alla storia la contrapposizione fascismo/antifascismo. Filippo Focardi ne La guerra della memoria scrive: «La critica post-fascista all’antifascismo e alla Resistenza recepiva l’importante dibattito sull’identità nazionale sollecitato proprio in quegli anni da storici come Renzo De Felice ed Ernesto Galli Della Loggia, che asserivano il carattere esiziale per l’identità nazionale del “trauma” dell’8 settembre, letto come “morte della patria”, e rilevavano l’incapacità dei partiti antifascisti e della Repubblica da essi fondata di riparare a quel trauma e a quel decesso. Ampiamente rilanciata dai mass media – fra cui in prima fila il Corriere della Sera – questa tesi aveva guadagnato velocemente largo credito nell’opinione pubblica. Da qui una diffusa disponibilità a cercare nuove radici per l’identità nazionale al di là del retaggio antifascista della Resistenza, e il favore riscosso dalla domanda di “riconciliazione”».
E la “riconciliazione” venne. Nel 1996, dopo la svolta di Fiuggi e le elezioni che videro l’affermarsi per la prima volta di una coalizione di centro-sinistra nel suo discorso di insediamento il neo-presidente della Camera, il diessino Luciano Violante «invitava a riflettere sui vinti di ieri» per costruire «valori nazionali comunemente condivisi», visto che la lotta di Liberazione «non appartiene ancora alla memoria collettiva dell’Italia repubblicana» (Anche ammesso fosse vero, come pensava potesse diventarlo rendendo partecipi dei valori resistenziali coloro che a quei valori si erano opposti fino alla morte, resta un mistero che gli storici non hanno ancora risolto). In ogni modo, al discorso di Violante seguirono urla di giubilo da parte degli ex missini, grati ed increduli di fronte a cotanta generosità – solo qualche titolo, l’elenco sarebbe troppo lungo: “L’ex repubblichino: «Bravo». Mazzantini, scrittore e vecchio balilla: è una svolta”; “La destra si commuove: quel post comunista ha la nostra stessa voce”; “Non siamo vinti, avevamo ragione”. Da allora in poi la diga ha iniziato a tracimare e non si è più fermata.
Illustrazione di Marilena Nardi













