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«No alla passerella di ministri a Cutro, serve una svolta nelle politiche migratorie»

Si chiama Rete 26 febbraio e rappresenta la reazione della società civile, dei cittadini, delle associazioni di fronte al naufragio di Cutro, avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio scorsi e costato la vita ad almeno 72 persone (purtroppo un dato in aggiornamento) partite dalle coste della Turchia e provenienti da Afghanistan, Iran, Pakistan e Siria. Un naufragio che non è stato frutto di una tragica fatalità, ma di anni di scelte politiche “migranticide” tra le quali, per esempio, il decreto Piantedosi che ostacola le Ong che effettuano soccorsi in mare, varato a gennaio 2023 e approvato alla Camera dei deputati a febbraio, e il rinnovo, sempre a inizio febbraio scorso, del documento d’intesa con la Libia firmato per la prima volta nel 2017 sotto il governo Gentiloni allo scopo di contrastare l’immigrazione irregolare.

E infatti il naufragio di un’imbarcazione che trasporta migranti nel Mediterraneo è un fatto quasi all’ordine del giorno, che il più delle volte passa in sordina anche a livello mediatico. Di diverso questa volta c’è che i resti del peschereccio e della tutina rosa di una bambina giacciono sulla sabbia umida e scura di una spiaggia calabrese, e che centinaia di persone, tra cui il presidente Mattarella, si sono raccolte al Palasport di Crotone per rendere omaggio a decine di bare allineate lì, in quel luogo spoglio e straniero. Sono passati dieci anni dal 3 ottobre 2013, quando 368 persone persero la vita vicino a Lampedusa in quel naufragio a seguito del quale fu avviata l’operazione Mare nostrum, e il fatto di dover parlare ancora di morti nel Mar Mediterraneo suscita un’inevitabile indignazione.

Le parole di Manuelita Scigliano, portavoce del Forum del Terzo settore crotonese e presidente dell’associazione Sabir, fanno comprendere quanto si sta vivendo a Crotone in questi giorni. L’aria è pesante, e al dolore collettivo si è aggiunto quello dei parenti delle vittime e dei superstiti giunti in città: «La popolazione di Crotone e noi operatori siamo frastornati, è difficile gestire tanto dolore. Noi siamo quotidianamente con i familiari ed è davvero straziante», racconta. Il suo tono di voce tradisce la stanchezza di chi con determinazione si muove nella giusta, faticosa, direzione, anche quando il vento è sfavorevole. Pochi giorni dopo il naufragio il Forum del Terzo settore crotonese, spinto dall’esigenza di fare rete e di auto-organizzarsi, data l’inefficacia delle risposte istituzionali, ha convocato una riunione: la presenza è stata molto più massiccia del previsto, e l’intento congiunto con cui si è conclusa è stato quello di lanciare un appello per fare rete. Rete 26 febbraio, appunto. Ad oggi questo appello ha raccolto 320 adesioni, di cui 222 enti italiani ed europei, e un centinaio di persone singole.

Le primissime questioni che la Rete si è adoperata ad affrontare sono state di natura logistica: «Ci siamo occupati dell’accoglienza dei familiari che stavano provenendo da ogni parte d’Europa e del mondo, della fornitura dei pasti, di un cambio di vestiti perché alcuni sono partiti in tutta fretta sperando di poter riabbracciare i loro cari, di una Sim per il telefono per chi invece era superstite dal naufragio e voleva mettersi in contatto con la famiglia», spiega Scigliano. Questioni basilari, cui si aggiungono quelle, altrettanto concrete, di tradurre – non soltanto dal punto di vista linguistico, ma anche in termini di mediazione con le istituzioni – le istanze dei familiari. «Che ad oggi sono principalmente due: il rimpatrio delle salme, la maggior parte delle quali in Afghanistan, e il ricongiungimento dei superstiti con i familiari in Europa», continua. Mentre scriviamo, sul trasferimento in Afghanistan dei feretri delle vittime del naufragio, permangono ancora problemi burocratici tanto che la notte scorsa i familiari per impedire che le salme dei loro cari venissero trasportate a Bologna per essere seppellite nel cimitero musulmano, hanno dormito nel palasport di Crotone, il luogo che ospita le bare.

La protesta dei familiari delle vittime, Crotone, 8 marzo 2023

Dare sostegno e conforto ai familiari delle vittime e ai superstiti è necessario, sì, ma non sufficiente, e le persone di questa Rete neo-costituitasi si sono rese conto fin dalle prime ore che è arrivato il momento di dire basta, e di mobilitarsi affinché simili tragedie non succedano più nel Mediterraneo. «Soprattutto dire basta al clima di criminalizzazione delle vittime, dei migranti: non si può dire che le morti in mare sono loro responsabilità, non si può dire che si prevengono prevenendo le partenze. Si prevengono garantendo i soccorsi in mare e soprattutto garantendo vie legali e sicure di ingresso in Europa, e politiche migratorie che favoriscano l’integrazione e l’accoglienza», dichiara ancora la presidente di Sabir, che continua decisa: «La tragedia di Crotone è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso». Il chiaro riferimento è alle affermazioni del ministro dell’interno Piantedosi, tanto per citarne una quella sull’assenza di senso di responsabilità delle persone che si imbarcano con i propri figli, parole per le quali ne sono state chieste le dimissioni a più voci, tra le polemiche sorte sulla presunta omissione dei soccorsi.

Di fronte a dichiarazioni di questo tipo il bisogno di fornire un’alternativa è d’obbligo, e l’alternativa passa in prima battuta attraverso la comunicazione. «L’idea che è passata dal momento in cui si è venuta a creare la Rete», spiega Francesco Turrà, coordinatore del Consorzio di cooperative sociali Jobel, «è stata quella di partire dalla comunicazione, che è spesso il problema principale. Comunichiamo concetti chiari. Va bene il confronto di idee, va bene il dibattito, ma poi le istanze che giungono dalla società civile devono portare a una sintesi coesa che permetta di fare delle rivendicazioni a livello italiano ed europeo. Questo non avviene ormai da troppo tempo». Rivendicazioni chiare, quindi, su pochi concetti chiave: aprire i corridoi umanitari, salvare le vite in mare e rendere legali e sicure le vie di accesso in Europa.

Nel frattempo i riflettori di tutta Europa sono puntati su Crotone, dove il presidente Mattarella è stato in visita lo scorso giovedì, e dove oggi, 9 marzo, si tiene un Consiglio dei ministri straordinario. «Da un lato nutriamo speranza che questo Consiglio dei ministri possa segnare una svolta sia nella risposta all’istanza dei familiari sia per un cambio di passo nel ragionamento sulle politiche migratorie, dall’altro temiamo che sia l’ennesima passerella politica, un cordoglio sterile che poi non porterà a nessun risultato effettivo», spiega Scigliano, che d’altro canto giudica positivamente la visita del Capo di Stato, «che si è preso l’impegno personale a dare il proprio contributo affinché venissero date risposte concrete», conclude.

Per sabato 11 marzo, poi, è stata convocata proprio a Crotone una manifestazione nazionale che ripercorrerà i luoghi della tragedia: «Riuscire a catalizzare un movimento del genere in questo contesto così periferico e marginale, che già vive internamente numerose contraddizioni, può essere una buona occasione», dichiara Turrà, «non solo per sollevare questo tema ma in generale, secondo me, per unificare tanti tipi di lotte che poi alla fine hanno a che fare sempre con il concetto di potere e di prevaricazione dell’essere umano sull’essere umano». Anche in occasione di questa manifestazione saranno società civile e terzo settore a scendere in piazza: «La società civile deve operare una sorta di attività di lobby nei confronti della politica, spingere la politica a fare determinate cose. Non basta scendere in piazza. Dobbiamo farlo, poi però devono intervenire i corpi intermedi, i sindacati». Soprattutto, poi, bisogna agire in fretta, perché il vaso è già traboccato da tempo o, per usare la metafora di Turrà, il fiume straripato. «Quando gli argini cominciano a cadere – e ne sono caduti tanti – poi non ci rendiamo neanche conto di quando arriva la piena. Questa è una piena», conclude il coordinatore di Jobel, «e tollerare un evento del genere, dal punto di vista politico, significa buttare giù un altro bel pezzo di argine, e aprire la strada a fatti ancora peggiori».

Foto Francesco Turrà

Sì, ma cosa proponete?

Poiché i parlamentari e i partiti politici sono pagati, votati e chiamati a trovare soluzioni legislative ai temi più o meno complessi negli ultimi giorni, al di là dell’indignazione per la strage di Cutro, circola la buffa idea che sul tema delle migrazioni (qui si parla del lato politico, dando come prerequisito il lato umanitario) non esistano proposte alternative.

Ieri è giunta notizia che il Piatto democratico, il Terzo polo e +Europa siano convenuti su una proposta di legge che è lì bella pronta fin dal 2017 (la trovate qui) e che Riccardo Magi ha già depositato. La legge nasce dalla campagna #EroStraniero lanciata da Radicali italiani insieme alla Fondazione Casa della carità «Angelo Abriani », Acli, Arci, Asgi, Centro Astalli, Cnca, A buon diritto, con il sostegno di centinaia di sindaci e di organizzazioni impegnate sul fronte dell’immigrazione, tra cui Caritas italiana, Fondazione Migrantes, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche ita- liane, Cgil, Emergency e tantissime associazioni locali.

Questi i principali punti di riforma proposti dalla campagna:

  • Reintroduzione del sistema dello sponsor (sistema a chiamata diretta)

Si propone la reintroduzione del sistema dello sponsor, originariamente previsto dalla legge Turco-Napolitano, per l’inserimento nel mercato del lavoro del cittadino straniero su invito del datore di lavoro italiano. Si tratta di una prestazione di garanzia per l’accesso da parte di singoli datori di lavoro che permettono al lavoratore straniero di venire in Italia, essere assunto e inserirsi nel mercato del lavoro, assicurando risorse finanziarie adeguate. Tale assunzione dovrebbe avvenire in qualsiasi momento, senza dover attendere che vengano stabiliti click day e definiti settori determinati.

  • Introduzione di un permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione

Si propone un permesso di soggiorno temporaneo (12 mesi) da rilasciare a lavoratori e lavoratrici dei paesi terzi per facilitare l’incontro con i datori di lavoro italiani e per consentire a quanti sono stati selezionati sulla base delle richieste di determinate figure professionali, di venire in Italia, svolgere i colloqui di lavoro e finalizzare l’assunzione. La selezione può avvenire anche attraverso l’attività di intermediazione svolta da enti pubblici e privati (quali organizzazioni, associazioni, patronati, sindacati, università, agenzie per il lavoro), autorizzati dal ministero del lavoro e inseriti in un apposito albo nazionale, per far incontrare l’offerta di lavoro da parte di cittadini stranieri e richiesta di lavoro da parte di datori di lavoro in Italia, selezionando nei paesi di origine lavoratori e lavoratrici che rispondono a determinati requisiti.

  • Regolarizzazione su base individuale degli stranieri “radicati”

Si propone la regolarizzazione su base individuale degli stranieri che si trovino in situazione di soggiorno irregolare allorché sia dimostrabile l’esistenza in Italia di un’attività lavorativa, sul modello della Spagna e della Germania. Tale titolo di soggiorno dovrebbe prevedere una procedura sempre accessibile, su base individuale, e non legato a sanatorie: si può fare richiesta del permesso in qualsiasi momento se si è in possesso dei requisiti.

  •  Effettiva partecipazione alla vita democratica

Si propone l’elettorato attivo e passivo per le elezioni amministrative a favore degli stranieri titolari del permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo.

  • Abolizione del reato di clandestinità

Si propone l’abolizione del reato di clandestinità, abrogando l’articolo 10-bis del decreto legislativo 26 luglio 1998, n. 286.

È, ovviamente, l’inizio di una discussione ma delinea un pensiero che, al di là della narrazione di certa cattiva stampa, qualcuno finge di non vedere.

Buon giovedì.

L’8 marzo in numeri

Aumentano i casi di omicidio nel 2022 con 319 persone uccise ma il numero delle vittime donne cresce ancora di più (125) con un +12% rispetto al 2019. Anche in ambito familiare-affettivo, a una diminuzione dell’8% degli omicidi commessi, corrisponde un aumento del 10% di quelli con vittime di genere femminile. È quanto emerge dai dati sulle donne vittime di violenza elaborati dal Dipartimento della pubblica sicurezza-Direzione centrale della polizia criminale del Viminale. Nello stesso ambito, invece, risultano in diminuzione sia gli omicidi commessi dal partner o ex partner (-17%) sia il numero delle relative vittime donne che, da 68 del 2019 passano nell’anno appena trascorso a 61, con un decremento che si attesta al 10%. Per quanto riguarda il tasso degli omicidi commessi nel 2022 rapportati alla popolazione residente emerge un tasso medio pari a 0,54 vittime (di entrambi i sessi), ma con un valore più elevato per il genere maschile (0,67) rispetto a quello femminile, che si attesta a 0,41. Il trend del numero degli omicidi commessi è decrescente fino al 2020, ma con un successivo costante incremento fino al 2022, anno che, comunque, fa registrare valori uguali a quelli del 2019.

L’azione di contrasto mostra, a partire dal 2020, una flessione della percentuale dei casi scoperti, con il minimo nel 2022: il decremento nell’ultimo anno fa comunque registrare una percentuale di casi scoperti pari all’86%. Gli omicidi con vittime di genere femminile evidenziano nel 2022 un incremento. Si tratta di un trend in aumento dal 2019, anno in cui erano state riscontrate 112 vittime donne, dato che poi cresce progressivamente e nel 2022 sale a 125, nonostante il numero di eventi complessivi (319) sia uguale per i due anni in esame: da un’incidenza che nel 2019 era del 35% si giunge nel 2022 al 39%. Approfondendo l’esame per il solo 2022, emerge che le donne vittime di omicidio costituiscono il 39% del totale; di queste, il 95% erano maggiorenni e il 78% italiane. Focalizzando l’attenzione, in particolare, sull’ambito familiare-affettivo si evidenzia, invece, come, dal 2020, gli omicidi con vittime donne mostrino un costante incremento, a fronte di un trend discendente del dato complessivo. Nell’ambito familiare-affettivo si evidenzia, infatti, come nel 2022 la percentuale delle vittime donne si attesti al 74% dei casi (103 su 140). Inoltre si rileva come, tra le persone uccise dal partner o ex partner, la percentuale di donne raggiunga il 91% (61 su 67), mentre solo nel 9% dei casi le vittime sono uomini. Considerando le sole donne uccise in ambito familiare-affettivo, le stesse sono vittime di partner o ex partner nel 59% dei casi (61 su 103). Numerosi anche i casi in cui risultano uccise per mano di genitori o figli (33%, 34 su 103), mentre è residuale il caso di omicidi commessi da altro parente (8%, 8 su 103). Per quanto attiene al modus operandi, negli omicidi volontari di donne avvenuti in ambito familiare-affettivo si rivela preminente l’uso di armi improprie o armi bianche, che ricorre in 49 casi; in 23 eventi sono state utilizzate armi da fuoco. Seguono le modalità di asfissia-soffocamento-strangolamento (16 omicidi), lesioni o percosse (14 eventi) e avvelenamento in un unico caso.

Buon 8 marzo.

Allevare manodopera a basso costo

Allevare manodopera a basso costo è un lavoro difficile. Come tutti gli altri allevamenti bisogna essere capaci di restare sul crinale del sostentamento (solo quel che basta) e dell’affamare per rendere le bestie vigili e attive. È importate anche che escano dalla stalla il primo possibile, che fremano per uscire il prima possibile: per alimentare la voglia di uscire dal recinto basta rendere il recinto il più moderatamente ma insopportabilmente possibile invivibile.

Il governo che avrebbe dovuto abolire il Reddito di cittadinanza non lo farà. Era ovvio. Qualsiasi politico o cittadino senziente sa che non si può buttare in mezzo alla strada milioni di poveri (che in Italia aumentano ogni anno, da un po’) solo per vendicativa soddisfazione dei ricchi. Tra l’altro – mannaggia – i poveri votano come i ricchi e finché non riusciranno a risolvere questo fastidioso inghippo burocratico andrà così.

Non potendo abolire il Reddito di cittadinanza hanno deciso di intraprendere la strada più semplice: cambiargli nome. Gli elettori sono ancora abbastanza mansueti, siamo ancora nella coda lunga della luna di miele di Giorgia Meloni. Ascoltare un nome diverso nelle urlanti trasmissioni delle reti Mediaset rilascerà le endorfine della presunta verità. L’hanno chiamato Mia “Misura di inclusione attiva” e sostanzialmente è un idea banale: meno soldi a meno persone. Una soluzione banale di una classe dirigente banale.

L’obiettivo? Perfezionare l’allevamento della manodopera a basso costo. Stabilire un livello di assistenza che renda preferibile qualsiasi lavoro ai sussidi è il sogno del capitalismo da sempre. Una delle ipotesi sulla nuova misura del governo è una soglia Isee che dagli attuali 9.360 euro scende a 7.200: per fare domanda bisognerà essere più poveri. Questo dovrebbe bastare a escludere fino a un terzo della platea dei beneficiari del Rdc. Inoltre, i nuclei senza minori, over 60 o disabili e quindi occupabili, prenderanno 375 euro al mese invece di 500 e per un massimo di 12 mesi anziché 18, mentre il rinnovo non supererà i 6 e passerà fino a un anno e mezzo tra il secondo rinnovo e il terzo.

Il messaggio è chiaro: cari italiani, abbassate le vostre pretese. Non si tratta della pretesa di galleggiare al di sopra della linea della povertà (siamo un Paese in cui si è poveri anche se lavoratori), qui siamo all’accondiscendenza verso quegli imprenditori che negli ultimi anni hanno infarcito i giornali (con il sostegno di certi liberali di casa nostra, utili alla destra com’è nel loro dna) lamentando una mancanza di manodopera che veniva smascherata al primo approfondimento.

Allevare manodopera a basso costo è un lavoro difficile. Com’era ipotizzabile qualcuno è disposto a farlo.

Buon martedì.

Perché quest’amnistia a Giorgia Meloni?

C’è nelle ultime settimane una pratica politica, soprattutto giornalistica, che invade il dibattito pubblico e investe Giorgia Meloni. Niente di grave rispetto a quello che stiamo vedendo e quello che stanno scontando migranti, presidi, studenti e “avversari” politici, ma si tratta comunque di qualcosa molto interessante da osservare.

La voce diffusa, quindi il pensiero sottostante, è che Giorgia Meloni sia un’abilissima politica che è incappata in una squadra di governo sfortunata, in ministri che non sono all’altezza, in dichiarazioni dei suoi compagni di avventura che rischierebbero di “rovinare” il suo impegno. Insomma, Giorgia Meloni è una grande statista che non ci meritiamo noi che ci permettiamo di criticarla e che non si meritano nemmeno i suoi alleati politici.

Il banalissimo trucco di comunicazione non arriva inatteso. Là fuori c’è un’orda di “competenti” che non vedono l’ora di potersi attaccare alla sottana del potente di turno e che sono in conflitto con sé stessi. Questo Paese pieno di gente di destra che deve fingersi progressista per non arrecare un dispiacere ai propri parenti e quindi si colloca in un’area di centro (preferibilmente chiamata – con poco senso – “liberale”) per poter essere discoli senza sembrarlo.

Nessuno che si prenda un minuto per riflettere sul fatto che Giorgia Meloni è stata partorita dalla cultura delle persone di cui è circondata. Non solo: Giorgia Meloni è circondata da ministri e sottosegretari che sono i suoi abituali compagni di viaggio che l’hanno portata fin lì. Ancora: Giorgia Meloni è la portatrice di quella cultura politica che (giustamente) fa così schifo. L’ha interpretata così bene che ne è diventata la leader. Indossa i panni moderati perché spera – sbagliandosi – di poter allungare così la sua luna di miele. Ma l’allure istituzionale si sgonfia presto, soprattutto di fronte a crisi sociali, economiche e umanitarie che inevitabilmente accadono nella storia del mondo.

Qui subentra un ulteriore dubbio. Non è che “salvare” Giorgia Meloni in realtà serva più ai presunti salvatori che ai salvati? Non è che una schiera di politici, opinionisti e cittadini ha bisogno che Meloni non fallisca per non vedersi frantumare la retorica della competenza che ha leccato fin qui? Se ci pensate il finto salvatore che si sta occupando solo di salvare sé stesso – anche quello – è perfettamente in linea con la cultura meloniana.

Buon lunedì.

Nella foto: frame del video di Cinque minuti, 27 febbraio 2023

Il jazz si fa in duo

Due personalità diverse, una donna e un uomo, si incontrano, si indagano, si riconoscono e nasce una intesa, umana prima ancora che artistica, che pian piano si sviluppa in un rapporto fecondo i cui esiti si concretizzano in un disco. Pianista, ma anche arrangiatrice e compositrice, Stefania Tallini da tempo è proiettata sulla scena internazionale, con collaborazioni con musicisti di tante parti del mondo e con uno sguardo sempre attento al Sud America ed all’universo poetico brasiliano, spesso rivisitato nei suoi progetti discografici, come nel recente album Brasita. Franco Piana, trombettista, flicornista, arrangiatore e compositore, si è specializzato nella composizione e nell’arrangiamento per formazioni jazz ampie e complesse, fino alla classica Big band, come brillantemente testimoniano i numerosi album a firma del Dino e Franco Piana Ensemble, nei quali troviamo i migliori solisti jazz italiani, come Enrico Pieranunzi, Max Ionata, Fabrizio Bosso, Roberto Gatto, oltre che naturalmente il leggendario Dino Piana, papà di Franco. E se domani è il nuovissimo album (Alfa Music) in duo di Stefania Tallini e Franco Piana, appena pubblicato su tutte le piattaforme digitali e in uscita su Cd il 24 marzo. A raccontarci questo progetto sono i due protagonisti, compagni d’arte oltre che nella vita.

Innanzitutto, chiediamo, come è nato E se domani? «C’è un antefatto – risponde Stefania Tallini -, nell’estate del 2020, durante una tregua della pandemia feci un concerto per solo pianoforte nel Salento, nel quale invitai Franco a dialogare con me come ospite in alcuni brani. Da lì sono nati una serie di concerti negli ultimi due anni, attraverso i quali il duo è cresciuto sempre di più, rivelando a noi stessi un incredibile feeling ed una profonda intesa musicale e personale. Il disco è poi nato nella più totale spontaneità e naturalezza». «Dopo gli ultimi concerti della scorsa stagione estiva – conferma Franco Piana – ho realizzato che il livello di intesa raggiunto tra noi dovesse essere immediatamente messo “nero su bianco” e quindi concretizzato nell’incisione del disco avvenuta subito dopo nell’autunno scorso». Si tratta di un incontro tra due artisti che vengono da esperienze musicali molto diverse e per certi aspetti assai lontane, come raccontano loro stessi. «Ho sempre privilegiato un’espressione artistica diretta – dice Stefania Tallini – con una predilezione per il lavoro impostato su piccoli gruppi, spesso in duo, trio o al massimo in quintetto, laddove l’interazione ed il rapporto emotivo e personale tra i partecipanti rappresentano una condizione irrinunciabile per la riuscita del progetto, mentre Franco ha sempre lavorato con formazioni allargate in situazioni più complesse ed elaborate. In realtà c’era già stata una mia collaborazione nel recente album Reflections del Dino e Franco Piana Ensemble, che contiene tra l’altro la mia composizione “Piana’s Mood”».

Nell’album E se domani ci sono molte sorprese. Come è stato raggiunto questo risultato? «Il livello di empatia e complicità – risponde Tallini – ci ha permesso di lasciarci andare ad alcune “trasgressioni” che non avevamo mai osato realizzare nei nostri contesti professionali precedenti. Io per esempio mi sono cimentata come cantante in “Inutil Paisagem”, un classico della canzone brasiliana uscito dalla penna del mio amatissimo Antonio Carlos “Tom” Jobim». «Io invece – aggiunge Piana – mi sono ritrovato inaspettatamente a propormi in modo inedito, non solo flicornista ma anche “cantante scatman” e “percussionista”. Grazie all’insistenza e all’entusiasmo di Stefania, ho deciso di vincere la mia timidezza e ritrosia e mi sono buttato in questa nuova avventura. Mai avrei pensato di registrare su disco le mie improvvisazioni “scat” alla voce utilizzando il mio amato flicorno come strumento percussivo».

Il racconto dei due musicisti diventa anche l’occasione per la ricostruzione di una formazione musicale e personale. «In un certo senso siamo entrambi tornati indietro nel tempo – prosegue Stefania Tallini -. Io stessa all’inizio della carriera mi cimentavo nei classici del “songbook” americano come pianista e cantante, per poi concentrarmi esclusivamente sullo strumento». «Mentre per me – aggiunge Franco Piana – è stata quasi una regressione all’infanzia, quando da bambino, a soli quattro anni, non avendo ancora la tromba, mi divertivo a canticchiare gli assolo dei miei jazzisti preferiti che mi arrivavano dal giradischi di casa, percuotendo qualsiasi oggetto che avessi a portata di mano».

La chiave definitiva di questo lavoro, quindi, va ricercata nel rapporto diretto che si è creato tra i due musicisti: «L’interplay con Stefania – conferma Piana – è stato spontaneo e immediato, ad un livello che accade davvero raramente. Tutto ciò è apparso al contempo facile e difficile, ma in questo frangente penso che mi abbia aiutato la consuetudine all’ascolto, una capacità di interagire affinata in tanti anni di esperienza con formazioni allargate. Mi è venuto naturale esprimermi in questo contesto grazie al feeling artistico e umano che caratterizza questo nostro duo, che ci ha permesso di affrontare insieme le tre improvvisazioni estemporanee inserite nel disco, dove il nostro dialogo si esprime in modo totalmente libero e senza confini».

Nell’album, oltre alle composizioni originali dei due musicisti, sono stati rivisitati alcuni “classici” della canzone italiana come “E se domani” di Carlo Alberto Rossi e Giorgio Calabrese e “Estate” di Bruno Martino, divenuta poi uno “standard” del jazz internazionale. Nel film Round Midnight di Bertrand Tavernier il protagonista – il leggendario sassofonista Dexter Gordon – ad un certo punto si ferma, e dice: «Non posso andare avanti a suonare perché non ricordo le parole della canzone». Vi riconoscete in questa situazione? «Assolutamente sì – risponde Stefania Tallini – soprattutto nel brano che dà il titolo al disco sembra che ogni nota voglia scandire ciascuna sillaba del testo della canzone, come quel “e sottolineo se…” che resta indelebilmente scolpito nell’animo dell’ascoltatore. In conclusione, ciò che abbiamo cercato sono state l’espressività, l’emozione, la poesia attraverso l’ascolto attento e costante l’uno dell’altra in ogni singola nota – e per traslato in “ogni singola parola” – suonata. Siamo quindi giunti ad un “punto di fusione”, arrivando da percorsi diversi e mantenendo una propria autonomia di linguaggio. Siamo molto felici del risultato ottenuto e speriamo che tutto questo possa arrivare al cuore delle persone che ascolteranno E se domani».

Infine, tra gli altri progetti in corso, la pianista ci tiene a ricordare l’album Brasita recentemente rilanciato sulle piattaforme di tutto il continente latino-americano e degli Usa grazie all’etichetta discografica Biscoito Fino che vanta nel suo catalogo i più prestigiosi artisti brasiliani, tra i quali Chico Buarque, Maria Bethania, Gilberto Gil. «L’album – racconta – era nato dall’incontro con l’armonicista e compositore brasiliano Gabriel Grossi, fondendo le suggestioni dell’armonica a quelle del pianoforte, in una dimensione senza confini spazio-temporali e non riconducibile ad alcun “genere” musicale predefinito, in un linguaggio italo-brasiliano del tutto personale e caratteristico, da cui il titolo Brasita». «Un progetto cameristico – conclude Stefania Tallini – in cui si alternano sia composizioni originali mie e di Gabriel, sia alcune ispirate ad autori classici come Bach, Chopin, Piazzolla, che arrangiamenti particolari su musiche di Morricone, Puccini, Jobim, Villa Lobos. E come “ospite speciale” uno dei grandi nomi della musica brasiliana e mondiale: il violoncellista, compositore e arrangiatore Jacques Morelebaum». Una ricerca musicale e culturale, come si vede, che non ha confini.

L’enigma di Cecco del Caravaggio

Artista colto e raffinato quanto sfuggente e misterioso, Cecco del Caravaggio, al secolo Francesco Boneri (1585 circa – post 1620), originario del bergamasco e probabilmente di Caravaggio, è una figura rimasta a lungo avvolta nell’incertezza sia sotto il profilo biografico che negli aspetti storico-artistici. Una mostra all’Accademia Carrara di Bergamo riunisce per la prima volta sotto il titolo Cecco del Caravaggio. L’allievo modello, 19 dei 25 dipinti autografi attribuiti al pittore, in un itinerario che si snoda attraverso 40 opere, provenienti da collezioni pubbliche e private, italiane e internazionali.

I dipinti attribuiti a Cecco, alcuni dei quali individuati in epoca recente dal curatore della mostra Gianni Papi, profondo conoscitore e autore di due monografie sull’artista, sono accostati ad opere dei maestri cui Cecco sembra essersi ispirato (Gerolamo Savoldo e Caravaggio) e a quelle di artisti a lui vicini (Valentin de Boulogne, Bartolomeo Mendozzi, Bartolomeo Cavarozzi) in un percorso di sicuro interesse e di grande fascino. La biografia di Francesco Boneri è estremamente scarna: non si conosce la data e il luogo di nascita e neppure quella di morte del pittore. Cecco è ricordato da Giulio Mancini, noto biografo del Merisi, tra gli appartenenti alla “schola” del Caravaggio, assieme a Spadarino, Manfredi e Ribera, gli artisti più vicini alla lezione del naturalismo del Merisi. La sua permanenza nella capitale è ricostruita a partire da un documento giudiziario, in cui Cecco risulta lavorare assieme ad Agostino Tassi agli affreschi per Villa Lante a Bagnaia. Si è inoltre spesso accostato il nome di «Francesco garzone», abitante in casa di Michelangelo Merisi nell’elenco compilato dal parroco per il precetto pasquale del 1605, a Francesco Boneri, senza però averne la certezza. Dunque un apprendista che lavorava e viveva con Merisi, come del resto accadeva all’epoca per gli apprendisti di qualunque mestiere o professione, o addirittura un suo modello, come sostiene il curatore della mostra, certamente un allievo di grande talento che ebbe modo di osservare il linguaggio pittorico e il metodo del dipingere “dal vero” del maestro.

«Cecco propone una sfida continua per la sua ostinata decisione di nascondersi, di non offrire tracce di sé, di affidare a un gruppo di quadri, la più parte misteriosi, talvolta sconvolgenti, tutto quello che vuol far sapere di sé» scrive Gianni Papi nel saggio del catalogo della mostra. Sono infatti i dipinti, spesso di sorprendente livello qualitativo, a sostanziare di contenuti la personalità dell’artista, a farcelo incontrare nella splendida tela della Cacciata dei mercanti dal tempio (Berlino, Gemäldegalerie) nella quale spicca sull’estrema sinistra un giovane elegantemente abbigliato in velluto nero e cappello rosso alla moda, dall’espressione altera, visibilmente contrariato, estraneo alla massa scomposta dei mercanti che si slanciano fuori dal tempio, un personaggio nel quale si potrebbe scorgere un autoritratto dell’artista. Questo quadro in particolare colpì Roberto Longhi, acuto e visionario critico d’arte del secolo scorso, il primo a formare un nucleo di opere attorno a Cecco del Caravaggio, da lui definito «una delle più notevoli figure del caravaggismo nordico».

Si deve a Gianni Papi il definitivo riconoscimento della figura di Cecco del Caravaggio in Francesco Boneri, attraverso i documenti di commissione della decorazione della cappella Guicciardini in Santa Felicita a Firenze: una delle 3 pale d’altare era stata commissionata attorno al 1619 a Francesco Boneri, detto in un documento Francesco del Caravaggio. La pala rappresentante La Resurrezione (Chicago, The Art Institute, non esposta in mostra), una tela di grandi dimensioni palesemente anticonvenzionale, dissacrante e iperrealista per la scena teatrale evidentemente costruita nello studio del pittore (di cui si vede la parete laterale e il soffitto), centrata sulla figura di un angelo in veste bianca che guarda accigliato lo spettatore piuttosto che il Redentore, il quale non si libra nell’aria ma appoggia un ginocchio su un cuscino, venne rifiutata dal committente che ne rimase certamente disorientato. Il rifiuto documenta l’ultima traccia finora nota della vita e della carriera di Cecco: dopo il 1620 non troviamo più alcuna notizia del pittore che forse, dopo il rifiuto, potrebbe aver lasciato Roma trasferendosi in Spagna, Paese in cui si trovano alcuni suoi splendidi dipinti, come la Ragazza con colombe (Madrid, Museo del Prado), frutto di una intensa maturazione artistica.

Si delinea così nel percorso espositivo e nei saggi del catalogo, la complessa personalità di Francesco Boneri, «pittore caravagge­sco della prima maniera, autore di dipinti di straor­dinario livello qualitativo e dai raffinati significati simbolici che in gran parte oggi ci sfuggono» secondo la definizione di Francesca Curti, autrice di un saggio sul dipinto di un inedito San Lorenzo (Roma, S. Maria in Vallicella) in cui il giovane santo campeggia sul fondo scuro della tela con lo sguardo pensoso e assorto, avvolto in una sontuosa dalmatica di velluto rosso, mentre i segni del martirio (la graticola e la palma) rimangono seminascosti: un magnifico brano di natura morta in primo piano mostra un volume in pelle, pergamene con sigilli, oggetti nei quali è racchiuso il significato recondito del quadro e della sua committenza. Un pittore estremamente raffinato, un intellettuale che costella i suoi dipinti di allusioni e rimandi simbolici cui affida il messaggio che la realtà visibile sottintende sempre una verità più profonda che si svela solo ad un occhio più esperto, a una mente colta.

Il fulcro della mostra si condensa in tre dipinti di soggetto simile esposti in una sequenza suggestiva che permette di apprezzare lo stile di Cecco e di coglierne le assonanze, pur nella radicale diversità del tratto pittorico, in lui secco, tagliente e asciutto, con le novità assolute introdotte dal genio del Merisi nei dipinti di soggetto musicale. Le due versioni del Fabbricante di strumenti musicali (Londra, The Wellington Collection, Atene, National Gallery), affiancate a Il suonatore di flauto (Oxford, Ashmolean Museum) condensano l’essenza della pittura di Cecco: personaggi dall’abbigliamento ricercato, in cui spicca il tessuto lavorato delle maniche, il cappello piumato, il tamburello raffigurato ora di fronte ora di profilo e le prodigiose nature morte in primo piano che si proiettano verso lo spettatore. I giovani musicisti dai volti affilati e sofferti, la fronte corrugata, la bocca socchiusa nel canto o nello sforzo di soffiare nel fischietto, la posizione del busto di scorcio, quasi sfuggente, quel “quid nordico” che relega a distanza lo spettatore, ricordano a prima vista il Ragazzo con la canestra di frutta, il Suonatore di liuto o i ragazzi del Concerto di giovani di Caravaggio ma al tempo stesso si distaccano radicalmente dai volti radiosi e sereni, colmi di vitalità prorompente che affollano i dipinti del Merisi.

L’autrice: Orietta Verdi, archivista storica, specialista delle fonti documentarie storico-artistiche, è autrice di saggi storici e curatrice di mostre di documenti e dipinti fra cui Caravaggio a Roma. Una vita “dal vero” (Roma, 2011)

Nella foto: Fabbricante di strumenti musicali (1610 ca), di Francesco Boneri detto Cecco del Caravaggio (particolare), Londra, Apsley House, Wellington Museum

La febbre di Mercoledì

Ispirata a uno dei personaggi più avvincenti della famiglia Addams, Mercoledì, qui adolescente, l’omonima serie Netflix (Wednesday, 2022, di Alfred Gough e Miles Millarè), sta facendo scalpore stabilendo il record del maggior numero di ore viste in una settimana, superando quello precedente ottenuto dalla quarta stagione di Stranger Things. Tim Burton, uno dei produttori esecutivi, dirige i primi quattro episodi di questa commedia horror-fantasy sulle avventure di Mercoledì (Jenna Ortega), una studentessa solitaria, strana e dal carattere estremamente particolare. Espulsa dal liceo pubblico per aver messo dei piranha nella piscina dove nuotavano i coetanei che bullizzavano il fratellino minore Pugsley (per vendicarlo), Mercoledì viene iscritta dai genitori alla Nevermore Academy, una scuola privata che accoglie adolescenti strambi e reietti ma con poteri soprannaturali. Qui Mercoledì finirà per mettere in discussione la propria antisocialità e il rapporto difficile con i genitori, stringendo per la prima volta legami di amicizia autentici.
Da dove nasce il successo fino alla mitizzazione di storie basate su individui particolari e assurdi, come questo, o anche il protagonista di Edward mani di forbice, ecc.? Sicuramente è vero che molti adolescenti amano il genere fantasy-horror, ma in Wednesday Addams troviamo anche altri elementi, più universali e caratteristici dell’adolescenza, come il conflitto con le figure genitoriali. Mercoledì, infatti, affronta il rapporto complesso con la madre Morticia tentando di trovare una propria identità senza identificazioni. Accanto a questo, il tema che forse ha determinato lo strepitoso successo di pubblico è quello della trasformazione. L’adolescenza è infatti per definizione un periodo di grandi trasformazioni, del corpo e della mente, per cui il bambino scompare per lasciare il posto ad un individuo che cresce e si trasforma fino a diventare adulto. Ma, se non si hanno le idee chiare, ci si può confondere e scambiare questo processo fisiologico con un’altra trasformazione che occorre quando l’adolescente che si sta ammalando o si è già ammalato di schizofrenia comincia a mostrare sintomi che lo rendono a volte “trasformato”, irriconoscibile agli occhi degli altri. Su questi temi e molto altro cerca di fare luce il nuovo libro della collana “Adolescenza” dell’Asino d’oro edizioni, intitolato Schizofrenia. Crisi, esordio e situazioni limite che abbiamo scritto con Luca Giorgini, Gabriele Marciano e Andrea Raballo. Attraversando aspetti storico culturali, e avvalendosi anche di richiami letterari e cinematografici, il libro affronta il tema della schizofrenia iniziale e delle situazioni a rischio, rivelando come essi non rappresentino stati consolidati e omogeni, quanto piuttosto condizioni dinamiche e eterogenee. Pensato particolarmente per adolescenti, educatori e insegnati, ma adatto a tutti, il libro si propone di avvicinare alla comprensione di stati mentali ad alto rischio psicopatologico attraverso un linguaggio semplice ma preciso, cercando di dare, senza minimizzazioni, paure o pregiudizi, risposte chiare a domande complesse, come ad esempio: quando una situazione di malessere può essere la spia del rischio di sviluppare una schizofrenia?
Con l’aiuto di molti esempi clinici e letterari ci concentriamo sulla descrizione di quelle «situazioni limite, molto iniziali, che sono a rischio di slittare verso un quadro clinico pienamente schizofrenico e che, al contempo, sono anche il vero cardine di qualunque possibile intervento preventivo».
In questo senso è interessante ricordare che già autorevoli psichiatri di oltre un secolo fa avevano enfatizzato l’importanza di queste fasi attenuate, non ancora eclatanti, che precedono lo sviluppo di una schizofrenia clinicamente manifesta.
Oggi – come scriviamo nel libro insieme agli altri autori – il termine schizofrenia è spesso utilizzato con reticenza anche nei servizi psichiatrici, per l’idea diffusa che di per sé comporti uno stigma o comunque un pregiudizio implicito di inguaribilità. Questo è solo uno dei motivi per cui i segnali iniziali della malattia, ancorché evidenti sono spesso ignorati, preferendo un approccio attendista e difensivo. Si ricorre allora a diagnosi incentrate su aspetti secondari (l’ansia, ad esempio), e si affrontano sintomi importanti (come udire le voci) in modo iper-semplificato, con una tendenza alla normalizzazione. Solo quando la sintomatologia diviene innegabile si passa dalla sottovalutazione della sofferenza a un invito all’accettazione e alla rassegnazione della gravità della malattia. Tutto ciò, però, è largamente fondato sul falso pregiudizio che non esista nessuna vera cura e che, al di là di interventi di supporto e/o riabilitazione, non si possa fare niente per raggiungere realmente la guarigione.
D’altra parte, molti ragazzi, mostrano spontaneamente curiosità ed interesse nei confronti del tema della schizofrenia, tanto da autodefinirsi, in modo semi-serio, “un po’ schizofrenici”. Sembra quasi che comprendano, con coraggio e disinvoltura, l’insensatezza dei tabù nel nominare la parola schizofrenia, molto spesso legati alla credenza dell’impossibilità di cura. La schizofrenia, non è una condizione in cui si cade da un giorno all’altro, come ritrovandosi in un brutto sogno. A monte esistono situazioni di difficoltà, di crisi, protratte spesso per molti anni, stati di sofferenza ignorati e fraintesi, che possono aggravarsi ed esitare in altre patologie (come la depressione, l’abuso di sostanze o altro), oppure rimanere sotto soglia cioè non manifestarsi con sintomi evidenti. Occorre immaginare una situazione fluida che, in base a punti di forza e di debolezza, eventi della vita favorevoli o sfavorevoli, può cambiare ed evolvere tornando in equilibrio, migliorando o peggiorando. Anche questi quadri più indefiniti, comunque, devono essere considerati come serie patologie che rischiano di protrarsi e cronicizzarsi e che, se non curate, possono condizionare e limitare la vita della persona. Per questo, nel libro, viene dedicata particolare attenzione ai quadri iniziali, più indefiniti, ad elevato rischio di peggioramento o di cronicizzazione, spiegando che è decisivo l’approccio terapeutico corretto, nel quale la psicoterapia spicca come intervento d’elezione. L’idea di fondo è che lo sviluppo di una schizofrenia non risponda a un destino predeterminato, scritto nel codice genetico (e dunque inevitabile), ma che possa manifestarsi in seguito a esperienze e rapporti patologici. L’individuo conserva sempre la possibilità di elaborare le proprie esperienze e trasformare i rapporti con gli altri, anche quelli che non fanno stare bene.
Con la scoperta dell’origine fisiologica della mente alla nascita di Massimo Fagioli a partire dagli anni Settanta e la sua successiva teorizzazione e prassi, la schizofrenia non è un destino insito nella natura umana, ma una malattia che se affrontata in tempo e con la corretta terapia può essere curata e guarita.
Come per l’adolescente Mercoledì, è possibile diventare adulti senza perdere i “poteri speciali” forniti dalla fantasia interna, dalla vitalità e dagli affetti, o si possono ritrovare se sono andati perduti.

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Il libro: Schizofrenia (L’Asino d’oro ed.) di Eva Gebhard, Manuela Petrucci, Luca Giorgini, Andrea Raballo (psichiatri e psicoterapeuti) e Gabriele Marciano (psicologo e psicoterapeuta) sarà presentato l’1 aprile alla libreria Spazio 7 di Roma, ore 17:30

Jim Al-Khalili: «La scienza e la forza della curiosità»

Il rapporto tra scienza e società è oggi più che mai al centro del dibattito pubblico. La crisi climatica e quella pandemica hanno reso evidente la loro vitale interdipendenza, pur mettendone in luce i punti critici. Se è vero infatti che la ricerca scientifica è essenziale per la difesa e l’accrescimento del benessere collettivo, è altrettanto vero che il progredire della scienza si fonda sul riconoscimento da parte della società del suo valore e della sua portata. Alla luce delle sfide globali che siamo chiamati ad affrontare, è quindi centrale coltivare questo rapporto raccontando in che modo la scienza avanza e quali sono le nuove meravigliose scoperte che ci regala.
È questo il cuore del nuovo libro di Jim Al-Khalili uscito in Italia con il titolo Le gioie della scienza (Bollati Boringhieri) che già nell’introduzione scrive: «Noi scienziati iniziamo a capire che non è sufficiente tenere i risultati delle ricerche per noi. Dobbiamo fare lo sforzo di spiegare, più onestamente possibile, con trasparenza, come lavoriamo, quali domande ci poniamo, cosa abbiamo imparato, e mostrare al mondo come pensiamo di mettere a frutto le nostre scoperte». Da grande esperto di divulgazione scientifica, l’autore risponde al suo stesso appello offrendo una rassegna sintetica ed essenziale del metodo scientifico.
Dopo averlo incontrato in occasione della presentazione del suo libro all’Auditorium Parco della musica di Roma durante il Festival delle scienze, lo abbiamo contattato per approfondire in che modo esercitare il metodo scientifico può regalarci una più precisa visione del mondo, senza privarla della sua meraviglia.
La curiosità scientifica, infatti, si accompagna sempre, necessariamente, allo stupore e alla meraviglia nel rapporto con la natura. L’esempio più comune – e con cui si apre l’introduzione al libro – è quello dell’arcobaleno. L’arcobaleno infatti, non esiste. «Quando un raggio di sole entra in una goccia d’acqua, tutti i diversi colori che costituiscono la luce solare rallentano leggermente e viaggiano ognuno a velocità diversa, deviando e separandosi l’uno dall’altro in un processo chiamato “rifrazione”». È la nostra percezione ottica che “raccoglie” i fotoni, le particelle di luce, e ci mostra quell’effimero arco colorato che noi chiamiamo arcobaleno. «Ancor più – faceva notare il Al-Khalili alla presentazione del suo libro – i fotoni che raggiungono il mio occhio saranno necessariamente altri rispetto a quelli percepiti da chiunque altro. E così, guardando un arcobaleno, possiamo pensare che quello sia sempre unico, un arcobaleno personale per ciascuno».
Professor Al-Khalili, oggi assistiamo a una crescente diffusione di fake news e teorie cospirative, che segnalano una scarsa alfabetizzazione scientifica. Nonostante viviamo in tempi in cui la conoscenza è facilmente accessibile, la maggior parte delle persone considera ancora la scienza qualcosa di lontano dalla propria vita e troppo difficile da capire. Pensa che gli scienziati stessi abbiano in qualche modo una responsabilità in questo? Come possiamo avvicinare le persone alla scienza?
La questione è complessa. In primo luogo, non sono sicuro che lo scetticismo nei confronti della scienza e della conoscenza scientifica sia necessariamente peggiore oggi che in passato. C’è sempre stato chi diffida della scienza, anche se ora Internet, e in particolare i social media, hanno amplificato il problema. Questo si è visto soprattutto durante la pandemia, quando i consigli degli scienziati hanno avuto un impatto diretto sulla vita quotidiana delle persone.
Il problema varia anche da Paese a Paese. Per esempio, nel Regno Unito, dove la comunicazione scientifica è considerata vitale e ben consolidata, stiamo assistendo ad una maggiore integrazione della scienza nella cultura popolare. Nei media tradizionali compaiono sempre più racconti e notizie di scoperte scientifiche. Da 11 anni presento un programma radiofonico della Bbc (The Life Scientific) rivolto al grande pubblico, che ha oltre due milioni di ascoltatori settimanali regolari.
Nel suo nuovo libro, lei propone un approccio razionale basato sul metodo scientifico come antidoto alle cospirazioni sempre più diffuse. Tuttavia, lei scrive anche che «svelare i segreti della natura richiede ispirazione e creatività non meno di qualsiasi impresa artistica, musicale o letteraria». Ritiene che porre maggiormente l’accento su questo aspetto possa essere la chiave per rendere la scienza più umana e quindi meno ostile?
Assolutamente. Mi sento molto frustrato quando sento commentatori che dividono il nostro sistema educativo in materie “tecniche” (scienze, matematica, ingegneria) e materie “creative” (letteratura, arte, musica). La scienza non è meno creativa delle arti e questo messaggio deve essere trasmesso con forza. Naturalmente, dobbiamo essere in grado di coinvolgere le persone, in particolare le giovani generazioni, in modi diversi. Alcuni preferiscono l’aspetto tecnico e logico di alcune aree della scienza, come l’informatica, altri amano gli aspetti legati alla risoluzione dei problemi, come l’ingegneria, altri ancora si lasciano coinvolgere dalle meraviglie del cosmo o dalla creatività delle prove matematiche, mentre molti altri preferiscono la scienza che ci tocca più direttamente, come la salute e la medicina. La scienza è così vasta che è difficile metterla tutta in una scatola e trovare un unico modo per renderla significativa per le persone.
Un altro tema molto interessante che affronta nel libro è quello dell’incertezza. Durante la pandemia, abbiamo sperimentato come questa abbia talvolta portato a equiparare lo scienziato ad un opinionista. Qual è la differenza tra lo scienziato, che è disposto a modificare o perfezionare la propria visione del mondo, e coloro che dubitano di tutto, persino che la Terra sia rotonda?
Molte teorie della cospirazione credono di ragionare in modo scientifico. Diranno che la scienza ci insegna ad essere curiosi e a mettere in discussione tutto; ci insegna anche a cercare prove a sostegno delle nostre teorie. Ma in questo caso commettono un grosso errore. Mentre mettono in discussione tutto, compresi i “fatti” scientifici, come il fatto che la Terra è tonda o l’importanza della medicina moderna, non mettono mai in discussione le loro opinioni e teorie. Chiedete ad un teorico della cospirazione quali prove sarebbero necessarie per convincerlo a cambiare idea. Dovrebbe ammettere che non c’è niente da fare. Questo non è pensare in modo scientifico. Essere pronti a superare i nostri pregiudizi e a modificare le nostre opinioni alla luce di nuovi e migliori prove e dati è l’essenza del modo in cui progrediamo nella comprensione del mondo.
A proposito di pregiudizi, cultura e scienza si sono sempre contaminate in modi più o meno espliciti. Quanto i pregiudizi degli scienziati hanno influenzato le loro scoperte nel corso della storia?
Gli scienziati sono esseri umani e sono quindi suscettibili alle influenze culturali o ai riferimenti ideologici come chiunque altro. Per questo motivo dobbiamo ammettere che gran parte della scienza non è esente da pregiudizi. Ma se come individui abbiamo inevitabilmente motivazioni, pregiudizi e visioni ideologiche diverse, la forza del metodo scientifico sta nel fatto che è in grado di correggerle. Quando più scienziati provenienti da culture e ambienti diversi, con motivazioni o convinzioni personali diverse, giungono tutti alla stessa conclusione su una previsione scientifica o su un risultato sperimentale allora sentiamo di poterci fidare di più di quel risultato. Naturalmente, dipende dal settore scientifico di cui stiamo parlando. Le descrizioni della gravità di Galileo e Newton non dipendevano dal loro background culturale. Era il momento giusto per fare le loro scoperte, ma se non fossero mai nati, altri sarebbero arrivati alle stesse conclusioni, all’epoca o in seguito. Altre aree, come le scienze sociali, sono più soggettive e dipendono dalle norme culturali dell’epoca. Credo che questo sia inevitabile.
Viceversa, anche la scienza condiziona fortemente la cultura. Molto spesso le scoperte scientifiche hanno cambiato il nostro modo di vedere e capire il mondo, provocando nuove rivoluzioni culturali.
Questo è certamente accaduto nel corso della storia, da Galileo, a Darwin, a Einstein. Il modo in cui vediamo il mondo e il modo in cui ci comportiamo come società dipende dalla nostra comprensione del mondo e dalle tecnologie che sviluppiamo sulla base di tale comprensione, dalla stampa ad Internet. Le rivoluzioni culturali sono spesso avvenute sulla scia dei progressi della scienza e della tecnologia.
Come scrive nel suo libro, conoscere la realtà non ne toglie la magia, ma anzi ci arricchisce. Qual è la scoperta scientifica, studiata o scoperta, che l’ha più entusiasmata?
Il campo della fisica in cui lavoro sarà sempre l’argomento che ha avuto, e continua ad avere, un enorme impatto su di me. Ci sono state singole occasioni in cui ho imparato qualcosa di nuovo sul mondo che mi ha colpito profondamente, in particolare quando si tratta di un argomento che affronta le grandi questioni o tocca idee filosofiche, come la natura della realtà che abbiamo imparato attraverso le teorie di Einstein sullo spazio e sul tempo, o le idee della meccanica quantistica. Anche dopo tanti anni di studio, ricerca e insegnamento, questi argomenti mi riempiono di meraviglia e mi emozionano ancora.

Il Risiko Iran e la lezione di Fariba Adelkhah

Mi metto a scrivere con una stretta al cuore, perché al mio posto dovrebbe esserci una persona per la quale è impossibile farlo. Parlo dell’antropologa Fariba Adelkhah, autrice di numerosi lavori autorevoli sulla società iraniana. Anche se nella notte tra venerdì 10 e sabato 11 febbraio è stata rilasciata dalla prigione di Evin, Fariba Adelkhah continua ad essere “prigioniera scientifica” in Iran, dove era stata arrestata il 5 giugno 2019, perché non sa in che misura la sua scarcerazione potrà permetterle di recuperare la libertà di viaggiare all’estero, e soprattutto di tornare a fare ricerca sulla società iraniana. Non si può pensare a ciò che sta avvenendo in Iran senza fare riferimento ai lavori di Fariba Adelkhah, la cui integrità scientifica e morale ci costringe a riflettere sui fatti, anche quando sono politicamente o emotivamente scomodi.

Può essere scomodo, innanzitutto, attribuire all’islam un significato appropriato al ruolo che riveste nella società iraniana. La Repubblica islamica dell’Iran non è poi così “islamica”: non è la Repubblica dei “mullah”, ma di una fazione politico-clericale che ha avuto la meglio nella rivoluzione del 1979, un po’ come i bolscevichi nella rivoluzione russa del febbraio 1917, e che ha suscitato la disapprovazione di una parte del clero. Peraltro, il clero non esercita alcun monopolio sull’islam. Vi sono laici che si richiamano all’islam come intellettuali o come militanti islamici. I Guardiani della rivoluzione e il movimento Basij sono allo stesso tempo religiosamente orientati e laici, così come molti intellettuali che hanno partecipato al dibattito pubblico prima o dopo la rivoluzione. L’opposizione armata al regime dei Mojahedin del popolo associa il riferimento all’islam con un certo anticlericalismo e un’interpretazione semplicistica del marxismo. Il paradosso della Repubblica islamica è che ha promosso allo stesso tempo sia la secolarizzazione del potere, sancendo il primato della ragione di Stato sulla ragione religiosa per volere dell’ayatollah Khomeini, nel gennaio 1988, sia la secolarizzazione della società, attraverso la crescente burocratizzazione della religione e il declino della sua influenza. Fariba Adelkhah ha parlato di una “Repubblica islamica senza moschee”.

Purtroppo, nel dibattito pubblico si tende a non dare importanza a queste sfumature, e a dare per scontato che l’islam sia “oscurantista” per la propria essenza religiosa, e che sia estraneo alla “modernità”. Si tende a pensare che la “modernità” sia di monopolio dei laici e che si possa realizzare solo in uno spazio secolarizzato.
In realtà, le logiche religiose e secolari sono sempre state intrecciate fin dal XIX secolo, se non altro perché le madrase esercitavano un monopolio quasi completo sull’istruzione, e perché i rappresentanti dell’élite avevano una formazione religiosa. La maggior parte dei leader del primo periodo rivoluzionario (1906-1924) avevano ricevuto un’istruzione islamica e provenivano da ruoli clericali, proprio come i teorici riformisti del XIX secolo. I movimenti di dissenso religioso della prima metà del XIX secolo ebbero la capacità di affrontare le sfide dell’epoca fornendo risposte allo stesso tempo religiose e moderne. Le principali protagoniste di questa storia sono state delle donne, nella loro diversità.

La ricerca nelle scienze sociali aiuta a prendere le distanze dalla Grande narrazione politologica e militante di una “rivoluzione” che si fa strada con risolutezza e di una Repubblica islamica svuotata che sta per crollare o essere capovolta. La prima cosa che colpisce di questo millenarismo “transitologico” e “democratico” è l’assenza di documenti su cui poggia. La repressione in Iran è così violenta che le fonti giornalistiche indipendenti sono venute a mancare da tempo. Le informazioni diffuse dai social network sono da prendere con cautela perché sono diventate indistinguibili dalle invettive che colpiscono chiunque metta minimamente in discussione la Grande narrazione, immediatamente accusato di scendere a patti con la “dittatura”. Il dibattito pubblico viene ormai presentato come una psicomachia che rende sospetto l’esercizio stesso della professione di ricercatore.
Tuttavia, non abbiamo un’idea precisa della forza e della rappresentatività dell’attuale mobilitazione, per quanto coraggiosa possa essere. Cosa sta succedendo nelle città di medie dimensioni? Nelle campagne? Nell’industria petrolifera? Il carattere irresistibile della rivoluzione del 1978-1979 dipendeva dal suo radicamento nella società.

Oggi, neppure la classe media sembra aderire del tutto alla protesta. Il discorso prevalente si basa sull’essenzializzazione di attori che da molti anni sono pensati al di fuori della società e della storia: “le” donne e “i” giovani sono presentati come i promotori della “riforma” (impossibile) della Repubblica islamica, come i portatori della richiesta di democratizzazione (destinata al fallimento), come i protagonisti in attesa del suo rovesciamento (ineluttabile), nonostante sia evidente che una parte delle donne e dei giovani sostenga le istituzioni vigenti, la loro ideologia e gli interessi che queste garantiscono. Declinati al singolare, ridotti a pochi simboli fotogenici, il giovane e la donna diventano le icone di un messianismo democratico di mercato che si contrappone al suo antipodo, l’islam.

Inoltre, qual è il legame tra la contestazione in Kurdistan e Baluchistan, da un lato, e la mobilitazione dei grandi centri urbani nel cuore del Paese, dall’altro? Stiamo assistendo a una recrudescenza dei movimenti autonomisti degli inizi della Repubblica o a una protesta unitaria tra le province periferiche e il centro del Paese?
La mancanza di ricambio politico e la persistenza di un solido conservatorismo sociale, per quanto rivoluzionario, in grado di convivere con l’occidentalismo ostentato, che ha al suo epicentro l’attaccamento all’ordine familiare, rendono aleatorio l’avvento del Nuovo tempo democratico. Nel 1979, vi erano comitati e reti rivoluzionarie ben strutturate e generosamente finanziate, grazie a un impegno militante che risale almeno agli anni Sessanta, di cui la figura severa ma rassicurante di un vecchio ayatollah era diventato il volto e il punto di riferimento. Il potere è caduto come un frutto maturo, tanto più che lo scià era restio a ricorrere a una massiccia repressione militare.

Oggi la situazione è molto diversa. L’unica forza di opposizione organizzata che cerca di inserirsi nella mobilitazione per prendere il sopravvento è quella dei Mojahedin del popolo, odiata fin da quando si era alleata con Saddam Hussein durante la guerra del 1980-1988. Inoltre, nonostante il regime stia gestendo sul piano politico la crisi in maniera più abile di quanto non si dica all’estero, fa ricorso senza scrupoli alla violenza, benché la eserciti in maniera selettiva. Il movimento di protesta ha un vigore e una portata innegabili, ma il suo esito politico è ancora incerto. L’opposizione in esilio è divisa, non sa più molto di un Paese da cui si è allontanata quarant’anni fa ed è screditata dal sostegno della componente più conservatrice della destra americana.

Immagino che Fariba Adelkhah consideri la situazione attuale come una “rivoluzione senza cambio di regime”. Se la sua diagnosi è pertinente, la successione di Ali Khamenei, la Guida della rivoluzione, potrebbe essere l’occasione per ridefinire in parte l’assetto istituzionale di una struttura di potere policentrica, in cui non mancano pesi e contrappesi (checks & balances), nonostante l’asimmetria che si è instaurata a vantaggio di una parte dei Guardiani della rivoluzione e dei conservatori.
Forse a torto, ritengo improbabile l’ipotesi di una successione dinastica, di cui si sente parlare sempre più spesso. Anche se la Repubblica islamica è uno “Stato familiare”, il carattere profondamente repubblicano delle istituzioni, concepite per combattere la ricostituzione di un potere personale all’indomani della rivoluzione, dovrebbe impedire che si realizzi questo scenario. Tuttavia, non è da escludere un’evoluzione militarista della Repubblica, di cui il corpo dei Guardiani della rivoluzione potrebbe essere il vettore e il beneficiario. Il potere economico che hanno acquisito con la guerra con l’Iraq e con la liberalizzazione dell’economia a partire dagli anni 90, che è stato rafforzato dalle sanzioni internazionali, darebbe loro fin d’ora un vantaggio decisivo nel gioco delle fazioni. Inoltre, i Guardiani della rivoluzione hanno l’abilità di rimanere ai margini delle forme più immediate di repressione della protesta in corso, che lasciano alle altre forze di sicurezza, anche se la avallano e fanno il possibile per far valere gli imperativi della “sicurezza nazionale” nell’esercizio pratico della ragion di Stato, come stanno amaramente sperimentando gli ostaggi stranieri. L’Iran potrebbe quindi adottare un’architettura del tutto analoga a quella che si è imposta in vari Paesi dal Pakistan, alla Thailandia, alla Turchia (fino all’ascesa al potere dell’Akp) o Israele. Un corpo armato, associato ideologicamente al regime al potere, diventerebbe il garante del sistema, senza necessariamente esercitare il potere in modo diretto ed esplicito.

La questione è di secondaria importanza. Le formule istituzionali possono cambiare, l’autoritarismo può obbedire a una ritmica di diastole e sistole, per usare una metafora cardiaca cara ai politologi brasiliani, ma o sistema (il sistema) è in grado di riprodursi in tempi più o meno lunghi. Il lavoro di Fariba Adelkhah lo ha evidenziato a proposito della Repubblica islamica, in particolare a proposito degli interessi agrari. Le vere questioni legate all’attuale mobilitazione si riferiscono alla storicità e al futuro possibile per la società iraniana su almeno tre aspetti: l’economia politica, l’immaginario politico e le forme del vivere collettivo, compresa quella sul velo.

Non si tratta di sottovalutare il carattere inedito della partita che si sta giocando sotto i nostri occhi, di cui curiosamente alcuni elementi sono passati sotto silenzio: ad esempio, la trasformazione della società causata dall’urbanizzazione, la crescita demografica, le nuove tecniche di comunicazione; o ancora l’impatto ambientale che l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse idriche stanno provocando su un Paese semiarido, con il rischio di causarne il collasso. Il presentismo della maggior parte delle analisi disponibili non aiuta a capire la sostanza degli eventi.
C’è una certa ingenuità nel fare del velo la “linea rossa” che se superata segnerebbe la morte della Repubblica islamica, nel ripetere che la Repubblica non potrebbe sopravvivere alla rinuncia della sua imposizione. Il Partito comunista cinese ha rinunciato alla tuta da lavoro maoista e se l’è cavata molto bene, buon per lui. A forza di lasciarsi suggestionare da una chimera, “l’islam”, vagheggiato da un pensiero antropologicamente, sociologicamente e storicamente debole, si corre il rischio dell’irenismo.

Nella foto di Renato Ferrantini: presidio di protesta davanti all’ambasciata dell’Iran a Roma, 11 febbraio 2023

L’autore: Jean François Bayart insegna Religione e politica nel mondo contemporaneo all’Institut de hautes études internationales et du développement (Iheid) di Ginevra. È tra gli oltre 220 ospiti di Biennale democrazia che si tiene a Torino dal 22 al 26 marzo