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«Bolsonaro è finito, il machismo no»

Christiane Jatahy, nello spettacolo che andrà in scena al Piccolo di Milano, Depois do silêncio, si è ispirata al libro Aratro ritorto, di Itamar Vieira Júnior, e al documentario Cabra marcado para morrer, di Eduardo Coutinho. In entrambe le opere, il tema ricorrente è il prezzo pagato dal singolo quando diventa simbolo di una lotta collettiva.

Cosa l’ha spinta, in questi anni, a fare teatro politico?
A mio parere, il teatro è sempre stato e sempre sarà politico, sebbene ciò non venga dichiarato apertamente. L’atto di riflettere insieme all’interno di uno stesso ambiente, rispetto a un tema comune, lo rende automaticamente politico. Tuttavia, è evidente che, quando metto in scena temi propriamente politici, entriamo in nuova dimensione dalla quale derivano situazioni diverse, anche se molto positive, perché concepisco il teatro come una macchina che getta semi di trasformazione rispetto all’argomento trattato. Nel farlo, uso sempre la metafora della pietra gettata nel lago e le circonferenze che genera. È possibile osservare la nascita di affinità e spunti di riflessioni a partire da cosa si mette in scena. Non si tratta di un fatto meramente politico, ma anche rivoluzionario; sarà anche utopico interpretare una forma in questo modo, ma questo è il mio pensiero. Per quanto riguarda il tema, possono esserci opinioni contrastanti. Vediamo un po’ ovunque situazioni estreme, e le discussioni possono esserlo altrettanto. Nel mio piccolo, però, io avverto l’urgenza di assumermi questa responsabilità di mettere in scena temi fondamentali per la comprensione dei nostri tempi. Depois do silêncio è l’ultima parte della trilogia che ho ideato dopo i quattro anni del governo Bolsonaro. Tutti sappiamo l’orrore che abbiamo vissuto in questi ultimi anni e sappiamo altrettanto bene come ci siamo arrivati. Strutturalmente, abbiamo una serie di nodi storici da sciogliere, questioni mai risolte. Il documentario Cabra marcado para morrer risale al 1962 e siamo costretti ancora a vedere attivisti uccisi nel corso della loro lotta per una terra che apparteneva, di diritto, già ai loro avi.

Nella prima parte della sua Trilogia dell’orrore, intitolata Entre chien et loup, affronta il ritorno del fascismo in Brasile e come l’estrema destra di Bolsonaro ha plasmato le menti. Lei se lo aspettava?
No, per me è stato sorprendente. Probabilmente, non mi sono resa subito conto della portata del fenomeno; solo in un secondo momento ho capito che era un evento semplicemente rimasto sopito nella società brasiliana. Era un come un mostro che dormiva accanto a noi, che poi si è risvegliato enorme. Famiglie intere furono divise e amicizie rotte; ma la cosa ancora più grave è essermi ritrovata a confrontarmi con persone comuni che erano passate a riprodurre idee fasciste, senza rendersi minimamente conto della violenza delle loro parole. Nell’ultima scena di Entre chien et loup, ad esempio, metto in evidenza questa nostra incapacità di comprendere e prevedere la dimensione del fenomeno. Pullula tanta rabbia tra persone convinte di difendere i propri diritti quando, in realtà, stanno difendendo soltanto i loro privilegi e, pur di mantenerli, hanno deciso di abbracciare il fascismo. L’avanzare dell’estrema destra è un fenomeno mondiale, come ben sapete anche voi in Italia. In questo senso, il Brasile è stato una specie di laboratorio. Sebbene il governo Bolsonaro sia finito, il bolsonarismo, invece, è ancora forte. Occorre lavorare parecchio su questioni fondamentali per una rinascita e trovare un modo per ricostruire e ripartire da zero. In tutta onestà, penso che questo nuovo governo Lula abbia la grande opportunità di sanare molte ferite.

Lei ha trascorso la sua adolescenza a Rio de Janeiro. In quel periodo, vi erano attentati forgiati dai militari per destabilizzare i futuri governi democratici. Essendo giovanissima, non si sentiva un po’ impotente? Se sì, quanto ha inciso questa sensazione nella costruzione del suo percorso artistico?
Durante i vent’anni della dittatura brasiliana, oltre al diritto alla vita negato ai tanti che l’hanno persa nella lotta per la democrazia, è stato tolto a noi, che all’epoca eravamo bambini o adolescenti, il diritto di sapere la verità. Ci è stata negata la conoscenza, come accade in tutte le dittature, il diritto all’informazione. Sono riuscita a comprendere la dimensione del mio vissuto così come tanti giovani, molto tempo dopo. A quel punto, consapevole di tutto ciò che ci hanno omesso, come parte attiva della società, ho avvertito l’urgenza di far emergere l’invisibile. E vi dico di più: se la storia si sta ripetendo (ed è agghiacciante), è perché non l’abbiamo studiata abbastanza, non l’abbiamo rivisitata, non l’abbiamo utilizzata come uno strumento per portare alla superficie la gravità della situazione del Brasile in ogni suo periodo storico, tanto nel regime militare del 1964, quanto nel periodo coloniale. Evitare una seria riflessione sul Brasile post-coloniale, significa inevitabilmente sottrarsi a qualsiasi riparazione della struttura sanguinosa sulla quale è stato fondato e si poggia il nostro Paese.

«La realtà di oggi è così impressionante, così forte, che ho difficoltà ad entrare nella finzione», ha affermato in una intervista. Ha per caso avvertito una deviazione del suo percorso creativo con l’arrivo dell’estrema destra al potere?
In realtà, non sappiamo mai da dove proviene il seme che crescerà sul nostro terreno creativo. Sono convinta che lei, come scrittrice, conosce bene il processo. A volte, ci sorprendiamo di noi stesse, delle scelte che facciamo, delle strade che decidiamo di percorrere. Prima di Bolsonaro, il mio percorso artistico stava già prendendo una precisa direzione, incentrata su fenomeni importanti che si stavano verificando nel mondo, o in Brasile. L’opera O agora que demora e il mio dittico sull’Odissea precedono la vittoria di Bolsonaro alle presidenziali del 2018. L’avanzare del progetto politicamente violento che strappò dal potere la nostra prima presidente donna era abbastanza chiaro, quindi c’era già stata una prima interferenza della politica sul mio processo creativo. La vittoria di Bolsonaro fu soltanto il colpo di grazia che ci fece precipitare nell’abisso. Come artisti, non avevamo idea né di come ne saremmo usciti né quando. E come donna brasiliana, in primis, sentivo il dovere di occuparmi di ciò che vedevo e subivo. Trascorrendo molto tempo in Brasile, ma anche all’estero, avevo una doppia prospettiva, interna ed esterna. Lei sa come siamo fatti, noi brasiliani: andiamo via dal Brasile, ma il Brasile non se ne va da noi, un pezzettino di lui rimane sempre nel nostro cuore e rispettiamo le nostre origini. La condizione del migrante, del profugo o del rifugiato è quella di chi trasporta costantemente un immenso bagaglio, che non viene mai disfatto. Perciò, in questi ultimi quattro anni mi sono addentrata in questioni estremamente delicate, inerenti a tematiche politiche e sociali brasiliane, domandandomi quale fosse la direzione più giusta da prendere come società.

Lei è stata una delle poche artiste brasiliane, acclamata oltretutto a livello internazionale, ad utilizzare un linguaggio molto chiaro a riguardo. Ha denunciato il fascismo, il razzismo e il genocidio della popolazione indigena. Il pubblico si sorprende quando scopre che ciò che sapeva sul Brasile erano stereotipi?
La propaganda del regime brasiliano è stata fatta a regola d’arte negli anni Sessanta. Sono riusciti a vendere all’estero l’immagine di un Paese che viveva in armonia, nonostante le differenze. Il razzismo da noi praticamente non esisteva e “tutti vivevamo perfettamente integrati”, così dicevano. Oggi sappiamo che si trattava di una rappresentazione falsa. Riprodurre questo discorso è controproducente, se vogliamo costruire un Paese migliore, e Depois do silêncio parla anche di questo. In Europa, il pubblico spesso non ha la minima idea di ciò che realmente è accaduto e accade tutt’ora nel nostro Paese; ne rimane sorpreso perché scopre la frammentazione della nostra società, oltre al razzismo imperante. È importante che i brasiliani bianchi, quelli che godono di certi privilegi, categoria alla quale peraltro appartengo anch’io in quanto donna bianca, si uniscano nella lotta di tutte quelle persone che, a causa del colore della loro pelle, subiscono pregiudizi, violenze e ingiustizie, di generazione in generazione. Solo partendo da nuove basi, che penetrano con forza e in profondità nella verità storica, possiamo pensare a rivalutare totalmente la società e renderla più equa.

È questo che prova a fare quando cerca di eliminare la distanza tra palcoscenico (lassù) e pubblico (più in basso)? C’è l’ideale dell’uguaglianza di mezzo?
Il mio modo di concepire il teatro è un rapporto senza gerarchie. L’intelligenza e la diversità del pubblico vanno accolte e trasformate come parte integrante dell’opera. La famosa “quarta parete” è crollata da tempo. Il mio lavoro di ricerca artistica si basa perlopiù sui meccanismi di interazione del pubblico con la scena e su come realizzarli al meglio. La dimensione politica del teatro implica una serie di incontri che ci fortificano e ci riuniscono al centro di una agorà dove c’è chi vede cosa accade sulla scena e chi è in scena, che subisce lo sguardo del pubblico. Quando il pubblico è portato ad interagire, a prendere parte nella recita, creo in un certo senso un approccio diretto. Uno dei miei lavori, O agora que demora (L’ora che tarda), è incentrato sulla figura di Ulisse, e gli attori recitano in platea. Ma prima di eliminare determinate frontiere, studio le caratteristiche di ogni territorio e come farle confluire in un terzo spazio più comunicativo e creativo di interazione. Le frontiere sceniche si presentano in svariate forme; in particolare, una di esse è posizionata proprio tra la scena e gli spettatori. Lo studio di questa dinamica è una costante nella mia intera costruzione drammaturgica.

Lei ha vinto l’anno scorso il Leone d’oro alla carriera. Uno degli aspetti fondamentali del suo teatro, ricordato nel corso della premiazione, è la poesia insita nella sua opera. Può parlarcene in maniera più approfondita?
Per me, la poesia vibra nell’aria, in ogni singolo elemento che troviamo nel nostro percorso di vita. Ai poeti spetta il compito di decantarli. Trovo che l’opera del poeta Manoel de Barros abbia molto in comune con Aratro ritorto o il documentario Cabra marcado para morrer. Mi piace la poesia estratta dalle pietre, dalla terra, dagli uccelli. A tal proposito, vorrei menzionare alcuni artisti degni di nota: Clarice Lispector, pur non essendo una poetessa, descriveva immagini poetiche e molto potenti nei suoi romanzi; Fernando Pessoa che, oltre alla maestria e genialità nell’uso della lingua portoghese, ci ha regalato scritti politici fondamentali, con i suoi eteronimi. Aggiungo anche la poesia concreta che per me è fonte di ispirazione: Manuel Bandeira, Carlos Drummond de Andrade, Ferreira Gullar, e molti altri. Sono davvero tante le mie fonti di ispirazione poetica!

Per la messa in scena di Depois do silêncio, ha scelto attrici che interpretano ruoli affini alle loro vite. È come se mettessero in scena loro stesse. Immagino si tratti di un processo molto complesso, non è così?
In effetti, è complicato spiegarlo a parole. A falta que nos move (L’assenza che ci muove), è uno dei primi lavori di questo mio percorso artistico, che poi è diventato un film. Racconto la mia generazione, quella cresciuta sotto il regime militare, che conosciamo come “generazione Coca-Cola”. Nel corso della costruzione dell’opera, è nata una discussione molto accesa sull’utilizzo dei veri nomi degli attori e delle loro storie di vita; è maturata quindi l’idea di mescolare tutto, realtà e finzione, attori e personaggi. È stato un lavoro fondamentale. Alla fine, la storia raccontata da un attore al pubblico, presentata come sua personale, non era vera, perché era quella dell’altro attore; l’attore che la raccontava, però, usava il suo vero nome e, a tratti, raccontava parte della sua storia di vita. Il pubblico avvertì l’intensità di quel lavoro per via di questo attrito tra realtà e finzione. Quando un attore si mette a nudo, emergono inevitabilmente tutti i substrati dell’immagine che ha di sé, le sue idee. Per questo, prima di andare in scena, abbiamo discusso tanto e affrontato le paure di ognuno. È un duro lavoro: rivelatore, trasformatore. Pedro Brício, uno degli attori, diceva che, dopo aver ripetuto tante volte la sua storia di vita in scena, essa già non gli apparteneva più, perché era entrata a far parte della recita stessa.

Ci racconti ancora il suo lavoro…
In O agora que demora mi sono messa in gioco anch’io. Ad un certo punto, è come se mi vedessi dall’esterno e, in effetti, stavo sfruttando la mia storia per costruire una recita. Si tratta di un’operazione che va oltre il recitare sé stessi. Il lavoro di regia, in questi casi, diventa un lavoro di gruppo; in pratica, non decido più come fare, ma cosa è bene mettere in scena e cosa no. È un continuo apprendimento, un processo davvero affascinante. Tanto in Depois do silêncio quanto in A falta que nos move, il pubblico si può confondere: ciò che crede trattarsi della storia personale dell’attore è, in realtà, la parte inventata; mentre ciò che è realmente accaduto nella sua vita viene percepito come appartenente alla finzione. Questo mescolamento tra finzione e realtà è presente nelle due opere che ispirarono Depois do silêncio. L’artista e documentarista Coutinho, di Cabra marcado para morrer, aveva molto lavorato sul confine tra la verità raccontata da una persona e l’immagine che aveva di sé. La sua ricerca documentale, a volte, si scontrava con la rappresentazione che i singoli individui avevano di loro stessi e dell’oppressione vissuta. Anche nel romanzo Aratro ritorto, si cela una ricerca documentale notevole. L’autore Itamar Vieira Júnior ha fatto una ricerca monumentale prima di scriverlo, con tantissime interviste nella zona dove è ambientata la storia, la Chapada Diamantina. Ovviamente, il materiale raccolto è stato successivamente romanzato.

Il documentario Cabra marcado para morrer racconta l’omicidio di João Pedro Teixeira, fondatore del primo sindacato contadino, avvenuto nel 1962. I proiettili hanno perforato i libri che portava ai figli. Fu un omicidio politico. Chi controlla l’economia di un Paese cerca sempre di impedire ai poveri di accedere alla cultura e alla conoscenza. In che modo, invece, il teatro può portare le persone ad interessarsi di questi temi?
Il teatro ha tante correnti e sfumature. Tuttavia, qui in Europa ho notato, negli anni, un aumento delle compagnie e degli attori che lavorano su temi sociali e politici. Lo spazio occupato dal teatro di intrattenimento, quello in cui le persone vanno per rilassarsi ci sarà sempre, ma ci tengo a sottolineare un dettaglio, assolutamente non trascurabile. Dal mio punto di vista, l’idea del teatro concepito come spazio di discussione e di riflessione, quello portato in scena dopo un duro lavoro di ricerca e di approfondimento, gode di buona salute. Il punto è: come realizzare un teatro politico senza trasformarlo in un pamphlet, o renderlo didascalico o dogmatico? Possiamo evitare di parlare di politica, quando trattiamo temi sociali? Bisogna trovare il giusto equilibrio tra lo spazio lasciato all’emozione, all’identificazione e alla risata, e quello dedito alla riflessione profonda. In qualità di artisti, non possiamo pensare di essere “unici detentori del sapere”. Nel mio piccolo, ciò che faccio è mettere sulla scena elementi ben precisi, che ritengo degni di discussione. Mi rendo conto che non di rado tutto ciò possa essere visto come denuncia. Ma vorrei far comprendere, invece, che si tratta di un lavoro di sperimentazione artistica, che aggiusto di volta in volta, in questo mio percorso pieno di curve e di deviazioni.

Ucraine e russe insieme per la pace

Voha Marozava e Svitlana Pakalyuk sono due donne ucraine che vivono da tempo in Italia e che dopo l’invasione russa hanno in gran parte lasciato la propria occupazione per dare vita ad una associazione, “Donne for peace” (Dfp). Un nome in due lingue, per simboleggiare la volontà di superare ogni barriera. «Dfp nasce a ridosso del conflitto – racconta Volha Marozava, la presidente -. Eravamo in sette, alcune neanche si conoscevano fra loro. Proveniamo da Ucraina, Bielorussia e Russia. Vogliamo agire lanciando un messaggio: il nostro simbolo ha i colori dei diversi passaporti perché questi documenti non possono essere usati a pretesto per dividere le persone, specialmente le donne». «Siamo esseri umani che non si piegano all’odio e ai separatismi – aggiunge Svitlana Pakalyuk, socia fondatrice – perché oggi è fondamentale continuare ad usare intelligenza e logica, senza restare influenzati e condizionati dai fatti terrificanti che hanno travolto i nostri Paesi. L’associazione è un invito a cercare i punti di contatto, a risolvere in maniera positiva le divergenze fra le persone. Dobbiamo trovare una via pacifica, una soluzione attraverso cui potremmo uscire tutti con un solo insegnamento, quello dell’amore».

Entrambe partono dal presupposto che lingue e culture non possono divenire bersaglio dell’odio e cercano concretamente di ergersi ad ambasciatrici di pace, affermando che solo la diplomazia potrà invertire la rotta nella situazione che si è determinata fra popoli fratelli, come il russo e l’ucraino. La presidente precisa: «Non siamo accomunate da valori politici o religiosi. Crediamo nell’altruismo, siamo madri e conosciamo bene i bisogni delle donne migranti perché tanti anni fa lo siamo state noi. Vogliamo trasferire quello che abbiamo appreso qui, a chi cerca una propria pace a livello personale e nel mondo. Essere socialmente utili, da volontarie, e riuscire a conquistare la fiducia di chi arriva senza più nulla è un grande risultato».

L’impatto concreto è avvenuto a Roma, con l’arrivo dei primi profughi ucraini. Svitlana Pakalyuk, per tutte Sveta, ha scoperto che vicino a casa sua, nel quartiere romano di Spinaceto, presso l’hotel Mercure, erano alloggiati 400 profughi, in gran parte donne e bambini. «Siamo andate a parlare con loro e abbiamo verificato che avevano bisogno di tutto – raccontano quasi all’unisono -. Persone che si occupassero della consegna dei generi di prima necessità, che le aiutassero nelle telefonate per prenotare visite mediche (nessuno di loro parlava italiano), ma l’attività più importante che abbiamo cercato di svolgere era quella di garantire loro un sostegno psicologico, coinvolgendo un team di cinque volontarie. Siamo riuscite a costruire un esempio di buona accoglienza grazie ad una fitta rete costituita da terzo settore, cittadinanza, amministrazione e professioniste. Il tutto in maniera rapida, spontanea e propositiva, incontrando una disponibilità umana incredibile». La prima richiesta da soddisfare era quella dell’apprendimento dell’italiano.

«In una settimana – riprende la presidente – abbiamo fatto partire i primi due corsi, ognuno per trenta persone. Abbiamo ottenuto alcuni spazi ad uso gratuito e due nostre volontarie, Camilla Passaro e Uliana Nezgodinska, hanno portato le donne a raggiungere il livello A1 di italiano. Camilla oggi fa ancora parte del progetto di accoglienza e integrazione. È amatissima da tutta questa comunità che è divenuta una grande famiglia. Ha un vantaggio linguistico, parla perfettamente russo riuscendo a spiegare bene la grammatica, ma poi ha un talento innato nell’instaurare relazioni di amicizia con le donne a cui insegna». Nel frattempo l’associazione, che oltre alle sette fondatrici raccoglie ora una sessantina di iscritte, ha presentato e vinto il progetto “Upe4 Inclusion”, patrocinato dal Municipio IX e in collaborazione con “Solco” (Servizi per l’organizzazione del lavoro e la creazione dell’occupazione), una Srl che si occupa di favorire la nascita di laboratori creativi. Si è unita anche l’Associazione nazionale azione sociale (Anas) Aps che ha permesso di presentare il progetto. Sono state selezionate novanta donne che si riuniscono in un’aula virtuale, a cui è stata garantita gratuitamente l’opportunità di apprendere i rudimenti tecnici di numerose attività artigianali.

L’obiettivo è quello di potersi inserire con una buona professionalità nel mercato del lavoro italiano. Le donne hanno iniziato con l’arte del make up, un settore in cui ci sono possibilità occupazionali, dalle estetiste alle truccatrici in ambito cinematografico. Il progetto prevede anche incontri con influencer e personalità del made in Italy (sartoria, estetica ecc…) per garantire una copertura mediatica attraverso l’utilizzo dei social, al laboratorio stesso. Il percorso di formazione ha l’obiettivo di trasmettere conoscenze e abilità utili per favorire l’incontro fra domanda e offerta di lavoro, facilitando i processi di integrazione. Una parte delle donne del Mercure è riuscita rendersi economicamente indipendente e a raggiungere una propria autonomia.

Ad inizio dell’anno era stato predisposto lo sgombero di tutti i profughi dall’hotel. Sono iniziati i primi trasferimenti, anche se i bambini si erano già ambientati nelle scuole vicine, stabilendo legami affettivi con i coetanei italiani. Si è giunti così ad un accordo per cui 165 persone sono rimaste nella struttura che dovrebbe restare luogo di accoglienza, la cui natura però è ancora da definire. «Gli spostamenti dei profughi creano problemi per la realizzazione del progetto – dice Volha -. Non riusciamo a capire la logica che li determina ma sappiamo che si traducono in uno spreco di risorse economiche e di tempo. Provocano traumi, soprattutto ai minori, che non capiscono il motivo per cui vengono trasferiti da un posto ad un altro, come pacchi. Vorremmo veder compiere sempre scelte dettate dall’affetto e dal buon senso. Undici persone sono state trasferite vicino a Latina, fra loro c’è un bambino asmatico che ha bisogno di un ambiente sano. La madre è una delle donne del progetto. Perché allontanarli? A volte sembra che chi si occupa della burocrazia non comprenda di aver di fronte persone reali, con bisogni precisi».

La segue a ruota Sveta: «In un anno ho imparato che ci sono tre reazioni diverse da parte dei profughi: c’è chi lotta per affermarsi, chi resta in stand by aspettando di tornare a casa e chi si lascia andare a uno stato di inerzia. Le persone più determinate, anche se non si trovano più nell’hotel, ogni giorno viaggiano ore e ore per frequentare i corsi che proponiamo, dalla cucina al teatro. Ci siamo inventate anche tavoli misti, momenti di condivisione del cibo, fra italiani e ucraini e visite guidate per conoscere il territorio. Rifiutiamo un approccio assistenziale. Chi vuole darsi da fare è sempre la benvenuta». Il tentativo è di lavorare oggi pensando anche al domani. «Vogliamo fare in modo che le nostre attività avvengano nel rispetto delle regole dello Stato, comprese quelle che richiedono molto impegno, come le rendicontazioni amministrative. Ma pensiamo al dopo. Gran parte delle donne che sono con noi sono nate negli anni Settanta e Ottanta. Potranno in futuro rappresentare un ponte proficuo anche per l’Italia e le sue imprese, quando ci sarà la pace e si potrà ricostruire il Paese. E so di toccare un tema delicato: fra noi ci sono punti di vista diversi sul conflitto, ma non ci fermano. Molte nostre famiglie sono “miste”, russe e ucraine, sono state vittime dell’odio e devono contribuire a ricostruire relazioni. I popoli non hanno colpe. E ce la faremo, anche per una ragione. I valori che ci contraddistinguono, come associazione, non sono in vendita».

Quando le donne osano creare

Tanti anni di ricerca per riportare alla luce la vita di Marietta, la figlia di Tintoretto che non fu solo la sua piccola modella quando dipinse la Presentazione di Maria nella chiesa della Madonna dell’Orto a Venezia ma anche sua assistente e poi pittrice apprezzata, della quale purtroppo non ci rimangono opere autografe. Melania G. Mazzucco ne ha raccontato e fatto rivivere la storia in due affascinanti libri La lunga attesa dell’angelo e Jacomo Tintoretto e i suoi figli pubblicati da Rizzoli. Poi la scrittrice romana ha speso tanti anni sulle tracce di Plautilla Bricci, la donna che nel Seicento osò, non solo dipingere, ma progettare edifici. La sua storia è raccontata poeticamente ne L’architettrice (Einaudi).
Ora Melania G. Mazzucco torna a rendere omaggio al talento femminile con il libro Self portrait, anch’esso pubblicato da Einaudi (come il suo precedente Museo del mondo), in cui scrive un romanzo delle donne per immagini. Non una contro-storia dell’arte con un rigido telos, ma trentasei ritratti di artiste – da Elisabetta Sirani a Helene Schjerfbeck, passando per Artemisia Gentileschi, Suzanne Valadon, Frida Khalo, Antonietta Raphaël e molte altre – che compongono una galleria per raccontare come le donne, le artiste, si sono rappresentate: «L’idea – dice la scrittrice a Left – era quella di allestire questo museo come fosse la nostra storia».

Tutto parte da una interessante considerazione: «Per quanto fino al Novecento inoltrato le donne abbiano dovuto utilizzare schemi iconografici, dispositivi, iconografie che erano stati già prefabbricati da artisti uomini, per quanto abbiano dovuto lavorare su un déjà vu costruito da altri, sono riuscite a raccontare un’altra storia».
Un esempio emblematico è quello del tema biblico “Susanna e i vecchioni” riletto da Artemisia Gentileschi in maniera originale nella sua prima versione del 1610, rappresentando la scena dal punto di vista di una donna, che sente e soffre la violenza sulla propria pelle. «Artemisia ha declinato poi varie volte questo tema ma mai con quella stessa libertà sorgiva che le permise di rovesciare la visione tradizionale», approfondisce Mazzucco. «Nelle versioni successive lei stessa si adeguò un po’ alle richieste dei suoi committenti. Rivedere ora quelle versioni tardive nella mostra Artemisia Gentileschi a Napoli (alle Gallerie d’Italia in via Toledo, fino al 19 marzo, ndr) mi ha confermato questa impressione».

Quella tela di Artemisia Gentileschi indubbiamente accende uno sguardo nuovo sulla storia dell’arte. Ma colpisce anche il meno noto quadro di Elisabetta Sirani che dà il la a questa originale galleria mostrandoci una giovane Porzia ribelle che non accetta di essere solo moglie passiva. Bisognò aspettare il tardo Rinascimento, seppur ancora insanguinato di roghi di streghe, perché il talento delle pittrici cominciasse a farsi strada. Ma cosa era accaduto prima?

Se come è stato ipotizzato e documentato le donne furono protagoniste dell’arte nel paleolitico, perché per così tanto tempo poi si è perso traccia della loro arte? Che cosa era successo nel frattempo? È stato loro impedito di esprimersi attraverso la pittura? Sono state annullate dopo che avevano realizzato delle opere importanti? Forse entrambe le ipotesi? «Io penso che sia stata la struttura della società ad aver portato alla loro cancellazione, eccetto rari casi», risponde la scrittrice. «Alla fine le singole eccezioni sono state sempre tollerate nel corso della storia. Nel Quattrocento, nel Cinquecento, c’erano delle artiste, si tollerava la loro presenza, la loro esistenza, in quanto monstrum e prodigio». Questo vale per le artiste ma anche per le intellettuali fa notare Mazzucco: «Pensiamo per esempio a Cassandra Fedele che è stata la prima donna a recitare una dissertazione all’università. Fu considerata un eccezionale prodigio di virilità in un corpo di donna. Neanche lei forse sapeva che nel Trecento bolognese c’erano state donne all’università. Così come a Salerno nel medioevo e in Puglia nel Quattrocento. Ciascuna di loro è stata tollerata ma non ha potuto fare storia, perché la società lo impediva. Perché c’era chi aveva tutto l’interesse a cancellare le loro tracce che avrebbero sovvertito il mondo».

L’esempio di Plautilla Bricci da questo punto di vista è emblematico: «Nella Roma del Seicento la sua storia fu dirompente. Dimostrò che una donna può progettare, dirigere un cantiere senza essere appoggiata da chissà chi, senza avere grandi privilegi. Sarebbe stata un esempio deflagrante per le generazioni a venire – fa notare Mazzucco -, avrebbe potuto essere emulata da tante ragazze: “se lo può fare lei lo posso fare anche io”. Per questo fu cancellata. Nessuno ne ha più parlato. Nessuno le ha mai riconosciuto i suoi meriti. Per cambiare le cose – sottolinea la scrittrice – bisogna sapere. Le novità devono essere raccontate ed entrare nella memoria collettiva, poi la società intorno cambia. E questo è stato indubbiamente impedito nel caso di Plautilla Bricci».

Curiosamente l’architettrice (come lei stessa si definiva) è stata salvata dall’oblio grazie ad un’altra donna, una pittrice, anche lei di nome Plautilla. «È stato leggendo un testo del Settecento in cui è biografata Plautilla Nelli, suora pittrice nella Firenze del Cinquecento, che sono venuta a sapere dell’esistenza di Plautilla Pricci», rivela Mazzucco. «Sono gratissima a Plautilla Nelli, che a sua volta era stata salvata da Vasari». Proprio da lui, il fondatore del canone “virile” della storia dell’arte, che ha creato il mito eroico di Michelangelo e del genio di Leonardo? «Nella seconda edizione delle Vite Vasari scrisse di aver visto delle opere di Plautilla Nelli perché le possedevano delle gentildonne fiorentine». Ma c’è di più, aggiunge Melania Mazzucco: «Vasari mise bene a fuoco la questione scrivendo che se Plautilla Nelli avesse potuto studiare ed avere accesso alla conoscenza avrebbe fatto cose eccezionali. Dunque, già nel 1568 un uomo, che per altro non aveva particolare simpatia per le donne artiste, ammetteva che la questione principale fosse quella della formazione. Ed è una questione per la quale ancora ci battiamo nel mondo. È la prima pietra del cambiamento. Se tu non hai accesso allo studio ovviamente non ti puoi formare come artista».

E sappiamo bene come le donne per secoli siano state private dell’istruzione. Ancora nell’Ottocento le artiste non potevano esercitarsi rappresentando nudi, non avevano accesso alle classi di Accademia ad esso dedicate. Peraltro i paletti sul cammino verso una buona formazione erano ancora molti in epoca di avanguardie del Novecento. Basti dire che, come ha detto Riccardo Falcinelli presentando Self portrait, Gropius propose rette più care per le studentesse per scoraggiarne l’iscrizione al Bauhaus. «Sono vicende impressionanti anche perché alcune davvero molto vicine a noi», commenta Mazzucco: «Nel libro per esempio scrivo di Pauline Boty che visse nella Londra della fine anni Cinquanta. In quella capitale che di lì a poco sarebbe diventata la dinamica e moderna Swinging London quando lei tentò di iscriversi alla scuola d’arte le risposero no, le dissero che i corsi di pittura non erano cosa per le donne. Ancora allora si negava o si cercava di rendere difficile l’accesso al sapere che poi è la chiave del cambiamento».

Anche per tutto questo la copertina di Self portrait rende omaggio al suo The only blonde in the world (1963), ricordando che Boty seppe portare il suo punto di vista e il suo talento in un mondo dell’arte ancora misogino e sessista nonostante il vento nuovo portato dagli Angry young men in teatro e dal Free cinema. A buon diritto, è stata una voce de l’altra metà dell’avanguardia per dirla con Lea Vergine evocata ad esergo del libro. «È stata Lea ad aprire una strada», esclama Mazzucco. «Non vidi la sua celebre mostra perché ero troppo giovane, ma è rimasta nella memoria collettiva come il fondamento a partire dal quale è nato un altro modo di vedere le opere realizzate dalle donne».

Opere che spesso scelgono soggetti diversi e punti di vista differenti da quelli degli artisti uomini. Il libro di Melania G. Mazzucco lo rende evidente fin dai titoli dei capitoli. Le artiste raccontano per immagini i momenti clou della vita, la nascita, gli affetti, i cambiamenti dell’adolescenza, la sessualità, la vecchiaia. Lo fanno in maniera profonda, toccante, inedita. Nel quadro La culla, fa notare l’autrice di Self portrait, Berthe Morisot non rappresenta il parto come nella tradizione sacra ma la relazione neonato-madre nel primi mesi di vita. «Guardando quel quadro mi sono resa conto che forse solo una artista donna poteva cogliere l’esclusività di quella relazione. Ma anche il sentimento di rinuncia che questo implicava per quella giovane madre, sorella di Berthe, anch’ella pittrice, che dopo il matrimonio smise di dipingere. Ma c’è anche un altro paradosso». Ovvero? «Alla fine tutti hanno letto in questo quadro qualcosa di intimo e femminile, ma la sua qualità pittorica nessuno l’ha rilevata, è rimasta in secondo piano».

Berthe Morisot, una volta madre, diversamente dalla sorella, non rinunciò alla propria arte. Ma non ebbe vita facile. Anna Banti racconta che Manet, che era stato suo mentore e l’aveva spesso ritratta, intervenne pesantemente su un suo quadro fino a distruggerne l’immagine. Un episodio (anche se non sappiamo quanto romanzato) che ci fa riflettere sul rapporto fra artiste e loro “maestri”. «Uno degli aspetti da approfondire di questa storia collettiva sono proprio le relazioni che ebbero con maestri e i mentori: da una parte sono coloro che danno all’artista la possibilità di realizzarsi, dall’altra vorrebbero mantenerne il controllo», approfondisce Mazzucco, ricordando che Manet, fra l’altro diceva: “Peccato che le due sorelle Morisot non siano uomini”. «Manet in fondo pensava che non avrebbero potuto raggiungere il livello di un vero artista. Tuttavia – ammette la scrittrice – la relazione con Manet permise loro di capire molto dell’arte».

È una storia annosa, ci ricorda l’autrice di Self portrait: il mentore, che più spesso è il padre, fa difficoltà ad accettare la strada poi intrapresa dalle figlie. Penso al padre di Elisabetta Sirani: è lui che la forma, la promuove, ma poi cerca in qualche modo di trattenerla sotto la sua ala. Tintoretto stesso fece la stessa cosa ben prima. C’è poi la leggenda, da cui guardarsi bene, che molte opere delle artiste siano in realtà opera di pittori. Questa è una storia che le donne si portano dietro come pregiudizio». A questo proposito in questo suo nuovo libro Melania G. Mazzucco racconta che di fronte al Portrait d’une negresse di Marie-Guillemine Benoist molti commentarono che era troppo bello per essere stato dipinto da una donna. «L’avrà fatto David, dicevano. E lei poi ha introiettato questa visione sminuente, perché alla fine rinunciò a dipingere, come le convenzioni sociali le imposero», ricostruisce Mazzucco. «Invece era stata proprio una donna a dipingere quel quadro, ma fu difficile accettarlo».

Similmente riguardo alle creazioni di Plautilla Bricci c’era chi diceva che tutto fosse opera di suo fratello. «Ma non è vero – afferma la scrittrice – per fortuna abbiamo documenti di archivio». Tornando al ritratto dipinto da Benoist ciò che colpisce è che, con la sua scultorea e fiera bellezza, la giovane donna nera di cui non conosciamo il nome con certezza esprime una presenza fortissima che emerge dal quadro. È un ritratto che ci parla fortemente di uguaglianza, scrive Mazzucco.

Nonostante la pittrice fosse un’aristocratica con questa opera esprimeva una rivendicazione di uguaglianza che forse anche lei esigeva come artista? «Forse fu un atto inconsapevole. Non conosciamo le sue posizioni politiche perché lei non ha lasciato scritti», risponde Mazzucco, precisando: «Sappiamo però quale era il suo ambiente familiare, quello del marito e dei suoi conoscenti, dunque non pensiamo volesse esprimere una rivendicazione esplicita. Però il quadro la lascia trasparire. Nel momento in cui Benoist dipinge una donna nera con la stessa dignità delle protagoniste della storia, ne fa un ritratto individuale. Pur togliendole il nome in qualche modo le rivendica la dignità dell’esistenza e della libertà ed è la stessa cosa che lei sta facendo per sé. Ma la cosa straordinaria – conclude la scrittrice – è che questo ce lo dice il quadro anche al di là delle intenzioni consapevoli dell’artista».
In questo senso Melania G. Mazzucco ci offre anche una lezione di metodo: è sempre l’opera che ci parla. «Certo, mi piace anche raccontare cosa c’è dietro: il contesto in cui l’artista si è mossa, il vissuto. Però non dobbiamo sovraimporre significati al testo dell’opera».

Prima di lasciarci, un’ultima domanda più personale: quanto questa galleria è un autoritratto della scrittrice? «Non ci ho pensato, a dire il vero. Sicuramente la libertà della selezione è anche arbitraria. Ci sono tantissime altre artiste che avrei potuto inserire in questo racconto. Potrei parlare di autorialità, parola antipatica… diciamo allora che è una collezione molto personale. C’è tutto ciò su cui mi sto interrogando da anni, ovvero come si lavora sulle strutture ereditate dalla nostra tradizione. Un quadro a cui tengo in questo libro molto è quello di Antonia Eiriz: per me la sua è l’ultima Annunciazione che abbia un senso. È un’opera in cui vuol fare una cosa nuova, ma sapendo cosa l’ha preceduta. Dunque consapevolmente rovescia il canone e addirittura la posizione delle figure. Così realizza un’opera di avanguardia negli anni Sessanta, consapevole di quello che c’è stato prima. E questo come scrittrice è qualcosa che mi interessa molto».

Le mani sulla città solidale

Uno degli elementi maggiormente controversi dei bandi pubblici è il rischio di attuare progetti di rigenerazione urbana “calati dall’alto”, estranei a quanto costruito sul territorio e dalle comunità locali.
È il caso del rinomato bando “Reinventing cities”, il concorso internazionale arrivato alla sua terza edizione, dedicato alla trasformazione di luoghi dismessi o degradati in spazi rigenerati e valorizzati in chiave ambientale e innovativa.
L’anno scorso Roma Capitale, insieme a Fs Sistemi urbani, ha candidato le aree limitrofe alla Stazione Tuscolana, secondo la logica dell’appalto-concorso, delegando, di fatto, la costruzione della città pubblica ai privati, tramite una variante al Prg. Vincitore del bando è un gruppo immobiliare ed imprenditoriale noto protagonista di processi di gentrificazione in varie città italiane e il cui progetto prevede la realizzazione di residenze di lusso, coworking da affittare, una nuova sede dell’istituto privato Ied di design, uno student’s hostel: un progetto per pochi.
La partecipazione pubblica è il grande assente di questa operazione da milioni di euro. Gli spazi dove sorgerà il nuovo “Campo urbano” e in cui attualmente opera Scup (acronimo di Sport e cultura popolare), sono oggi sotto sgombero a causa della futura demolizione del locale in cui Scup è ospitato in comodato d’uso gratuito.
Il collettivo Scup rappresenta un’esperienza solidale e mutualistica di cittadinanza attiva dal basso che offre attività sportive, culturali e sociali da anni in questo quadrante di Roma. Cancellare questa esperienza significherebbe attaccare chi da anni difende il diritto alla città come bene comune e patrimonio collettivo.
Come questa, sono diverse le realtà di Roma sotto continuo attacco o che hanno subito un trattamento analogo come Casa internazionale delle donne, Lucha y Siesta, Nuovo Cinema Palazzo, l’Ex Lavanderia a Santa Maria della Pietà, Spin Time.
L’approccio al territorio non può essere mono direzionale, la riqualificazione fisica dello spazio dev’essere intesa all’interno di politiche strutturali integrate in grado di concepire l’opera pubblica come una risposta ad un’esigenza complessa che tenga conto della crescita di un vero e proprio welfare di comunità, tramite servizi di prossimità necessari al pieno sviluppo della persona umana e del sostegno alle esperienze solidali e sociali di cui la città di Roma è ricca. Questi, per il principio di sussidiarietà orizzontale, costruiscono un fondamentale pezzo di welfare autogenerativo che parte dal basso, e che dovrebbe fare da guida alle pubbliche amministrazioni nell’individuare la risposta necessaria ai bisogni e alle esigenze della popolazione.

Abitare, diamo spazio alle esigenze umane

È urgente decidere che, per consentire di vivere in modo felice, ogni scelta cruciale sull’evoluzione delle nostre città e dei nostri quartieri venga fatta da architetti poeti, dotati d’empatia». Già nel numero di febbraio 2022 la rivista Domus interamente dedicata al legame tra architettura e arte ospitava un editoriale firmato dal celebre architetto Jean Nouvel, il quale focalizza l’attenzione sull’importanza degli architetti-artisti per costruire il benessere dell’ambiente in cui viviamo, quali uniche figure che hanno un interesse nel realizzare «piccoli piaceri permanenti» per chi vive la città: «L’architettura costituisce l’unica, limitata occasione per recuperare una certa condizione urbana e umana nei nostri quartieri e nelle nostre abitazioni. La sola che voglia pre-vedere sensazioni gradevoli e provocare emozioni familiari, la sola che abbia un approccio olistico dell’abitare e che viva nella coscienza permanente che l’architettura è orgogliosamente locale, sempre locale, mai generale, mai generalizzabile. Ogni luogo è differente. Ogni abitante – donna, uomo, bambino – è unico». Nouvel ritiene che l’architetto sia, invece, attualmente relegato ad una posizione del tutto marginale nella strategia di sviluppo delle città, visto come un guastafeste da tutti coloro che ne sono direttamente coinvolti: immobiliaristi, imprenditori e società di costruzioni.

Queste considerazioni invitano a riflettere sul concetto stesso di benessere e a ripensare in modo critico i meccanismi decisionali che regolano lo sviluppo delle città, troppo legati ad aspetti di tipo utilitaristico ed economico che evidentemente non sono in grado di rispondere alle esigenze degli esseri umani che le abitano.
Nouvel indica in modo chiaro un cambio di paradigma. Il tema, in effetti, emerge in modo ricorrente tutt’oggi: il modello attuale è carente nella misura in cui è incapace di rispondere alla totalità degli aspetti dell’abitare umano.

Nonostante i diversi studi specialistici già condotti, questo complesso fenomeno non è facile da affrontare. Possiamo, però, osservare che nella società attuale, il costruire, e, in generale, la gestione dello spazio ad esso connesso si riducono spesso a rispondere ai soli bisogni dell’uomo senza mai, o quasi mai, valutare le esigenze. Evidentemente la cultura attuale è ancora troppo miope, disinteressata, scissa, rispetto all’idea di investire tempo e denaro negli aspetti fondamentali dell’abitare umano. L’aspetto economico sembra essere l’unico obiettivo da raggiungere. Le politiche adottate per contrastare la crisi scaturita dalla pandemia, per quanto mosse da ottime intenzioni, hanno contribuito a spostare pericolosamente l’ago della bilancia a favore delle imprese e dei profitti, generando un automatico abbassamento qualitativo dei servizi.

Anche il nuovo Codice degli appalti, agganciandosi alla necessità di snellimento e velocizzazione delle procedure, sembra consolidare questa situazione. Spostando, invece, l’attenzione sulle esigenze della committenza e degli utenti, si concretizzerebbe l’occasione di porre l’accento anche su aspetti tecnici, sociali e non direttamente riconducibili alla monetizzazione. Occorre lavorare per rendere visibile e valorizzare il patrimonio immateriale costituito da un’idea di socialità, di condivisione ed utilizzo specifico degli spazi comuni, puntando a una qualità della vita che anche se spesso trascurata è evidentemente (dal momento che viene periodicamente rivendicata) parte integrante della condizione umana.

Quante insidie nel nuovo Codice degli appalti

La riforma del quadro legislativo in materia di appalti pubblici e concessioni è uno degli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che già il precedente governo si era impegnato a rispettare per ottenere i fondi comunitari. L’entrata in vigore è prevista per l’inizio di aprile, con ulteriori scadenze a giugno 2023, e l’obiettivo della riforma sarebbe stato quello di ridurre razionalizzandole le norme in materia di contratti pubblici armonizzandole ulteriormente con il diritto comunitario.
Nelle legislazioni nazionali dei singoli Stati europei l’interesse pubblico storicamente era fondato sulla scelta del migliore contraente, compito specifico demandato alla pubblica amministrazione, ma con le direttive europee di settore questo ruolo è cambiato e alla parte pubblica è stato affidato il solo compito di garantire «procedure ad evidenza pubblica» in cui siano rispettate condizioni di libero mercato.
Questo perché si ritiene che la pubblica amministrazione debba mantenere un profilo neutro garantendo solo le condizioni di concorrenza tra gli operatori economici, affidando poi all’abilità dell’imprenditore individuato il conseguimento di obiettivi condivisi a valenza sociale.

È evidente come la maggiore efficienza della spesa pubblica sia connessa ad una condizione di confronto e concorrenza tra gli operatori economici da attuare anche con procedure più semplici possibili, valorizzando particolarmente capacità e affidabilità di chi realizza le opere. Viceversa le direttive europee affidano, con un’impostazione contraddittoria, ideologica e fideista alla figura dell’imprenditore il conseguimento dell’interesse collettivo, quando questi ha come finalità il conseguimento dell’interesse personale. Rivelando come l’idea di interesse pubblico e quindi il diritto di cittadinanza si stia modificando attraverso la riduzione della presenza delle funzioni della pubblica amministrazione, favorendo quindi una concezione in cui si è cittadini se si è consumatori.

La struttura del nuovo Codice poi è particolare perché nei primi articoli vengono indicati due principi fondamentali: il “principio del risultato”, delineato dalla capacità di esecuzione tempestiva, dal miglior rapporto tra qualità e prezzo nel rispetto dei principi di legalità, trasparenza e concorrenza; e il “principio della fiducia” nell’azione della pubblica amministrazione, dei suoi funzionari e degli operatori economici.
Il richiamo al principio del risultato attraverso il migliore rapporto tra qualità e prezzo, che sarebbe il buon auspicio da tutti condiviso, rimane però sospeso perché non viene posto un limite al peso della parte economica nella valutazione delle offerte e quindi sorge il legittimo dubbio che possano prevalere offerte al massimo ribasso quindi ciò che conta è solo il dato economico. Si potrebbe dire che talvolta le affermazioni più importanti si celano nel non detto?

Altro tema è quello della riduzione dell’eccessivo numero di stazioni appaltanti rappresentate ad esempio dai tanti piccoli comuni privi di strutture tecnico amministrative adeguate, che andrebbero accorpate in un limitato numero di centrali di committenza più organizzate.
Vi è poi il passaggio epocale rappresentato dall’introduzione obbligatoria nei contratti pubblici del Bim (Building information modeling) sigla con cui si indica il sistema informativo digitale e una metodologia di lavoro, in cui un edificio non più è descritto da singoli disegni e relazioni ma questi vengono sostituiti da un modello in 3d in cui a tutti i componenti, come ad esempio per una finestra, corrispondono le caratteristiche tecniche, il costo, le modalità di posa in opera e le informazioni che serviranno per le future manutenzioni. Passaggio accompagnato anche dalla costituzione di una Banca dati nazionale dei contratti pubblici che permetterà una più semplice programmazione delle infrastrutture prioritarie.

Questi mutamenti epocali trovano però una pubblica amministrazione con personale tecnico e amministrativo con una età media molto alta e scarsamente formato, ma anche sul versante di professionisti e aziende le cose non vanno meglio dato che per la maggior parte la dimensione degli studi professionali e delle imprese di costruzione è minima. Il ricorso esteso all’appalto integrato, con affidamento del progetto esecutivo all’impresa sulla base di un progetto di fattibilità tecnico-economica approvato e quindi la riduzione dei livelli di progettazione, costituisce poi un altro serio problema perché se da un lato cerca di abbreviare i tempi di progettazione potrebbe aprire delle controversie in fase di realizzazione tra le imprese e le amministrazioni riguardo le incertezze progettuali e i relativi aumenti di costo.

Va poi ricordata la reintroduzione del general contractor e l’auspicato sviluppo del partenariato pubblico-privato che prendendo spunto dall’attuale difficoltà in cui versano le pubbliche amministrazioni, incentiva il ricorso a competenze private per la gestione della realizzazione degli interventi sulla base di capacità tecniche organizzative, proponendo in prospettiva una privatizzazione del sistema di realizzazione delle opere pubbliche. Il partenariato pubblico-privato se regolato non sarebbe di per sé deprecabile, ma in una condizione di sofferenza organizzativa delle pubbliche amministrazioni ci si avvia verso una fase in cui queste non saranno in grado di svolgere adeguatamente la necessaria azione di vigilanza per il rispetto del pubblico interesse. Altro meccanismo volto a ridurre i tempi per le approvazioni dei progetti è quello per il superamento del dissenso qualificato nella conferenza di servizi così da risolvere eventuali opposizioni alle iniziative.

L’aumento degli importi per gli affidamenti diretti, i provvedimenti che riguardano i concessionari di opere pubbliche come ad esempio le autostrade, la reintroduzione della revisione prezzi, ma particolarmente le disposizioni introdotte per rispondere alla cosiddetta “paura della firma”, per cui non costituisce più “colpa grave” la violazione o l’omissione al riferimento a indirizzi giurisprudenziali prevalenti o a pareri delle autorità competenti.
Il tema della sicurezza sul lavoro si lega all’estensione del subappalto a cascata secondo i termini richiesti della normativa europea e in questo contesto fatica a trovare una collocazione semplice e chiara, tanto che le organizzazioni sindacali sono costrette a chiedere provvedimenti in merito al rafforzamento dell’inderogabilità delle misure a tutela del lavoro, della sicurezza anche attivando un contrasto attivo al lavoro nero e al dumping contrattuale. Dato che la liberalizzazione del subappalto a cascata di fatto introduce un ulteriore elemento di rischio dovuto alla frammentazione dell’organizzazione dell’attività produttiva.

Quindi come era prevedibile, l’esecutivo entrato in carica dopo le elezioni dello scorso settembre si è speso per accentuare, laddove ve ne fosse stato bisogno, le norme la cui stesura era stata avviata nella scorsa legislatura in senso ancora più deregolatorio.
E le critiche e le obiezioni dei soggetti coinvolti dal provvedimento non hanno tardato a manifestarsi. Addirittura Confindustria ha parlato di un possibile «choc regolatorio nei primi mesi di applicazione», mentre i Comuni hanno chiesto più tempo per la qualificazione delle stazioni appaltanti ossia dei loro uffici tecnici e amministrativi, i professionisti sono sconcertati dalla scarsa importanza data alle attività di progetto la cui gestione viene di fatto affidata alle imprese costruttrici ponendo i professionisti in una posizione subordinata.
Forse però è l’impostazione di fondo l’elemento più problematico perché manifesta la fiducia cieca con cui l’Unione europea guarda al libero mercato come fattore risolutivo per lo sviluppo economico, che però viene smentita come si può notare ad esempio nella denominazione della strutture di controllo del regime degli appalti.

Infatti quella che precedentemente era indicata come Autorità di vigilanza dei lavori pubblici è stata rinominata negli anni passati come Autorità nazionale anticorruzione, come a dire non c’è il dubbio se la corruzione ci sia o no, la si deve solo trovare.
Con questa idea di fondo è evidente che il problema è culturale, di visione antropologica perché se da un lato viene proposta la libertà di impresa, questa è da limitare perché ci sarà sicuramente una inevitabile corruzione.
Tutto ciò avviene poi all’interno del Piano di ripresa e resilienza che servirebbe ad affrontare la transizione ecologica, le pandemie e le enormi trasformazioni sociali che stanno avvenendo, affidando la risoluzione di questi enormi problemi, fatte salve alcune indicazioni marginali, al solo libero mercato che ha come fine il massimo profitto e per sua natura non contiene una coerente riflessione sulla sostenibilità delle attività umane.
Di fronte a questo scenario le forze progressiste e democratiche non riescono a proporre nuove idee per offrire una via di uscita a questa miope impostazione neoliberista, c’è molto da ripensare e molto da ricostruire.

Pnrr, l’occasione persa

Una grande massa di denaro gira per l’Europa e mette in moto grossi investimenti che riguardano, per una notevole fetta, il mondo delle costruzioni. Ciò è possibile grazie alle risorse fornite dal Recovery fund, da impiegare attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza.
Il Pnrr arriva in Italia dopo la prima consistente ondata di investimenti (circa 70 miliardi) effettuati nel mondo dell’edilizia dal 2020 in poi, a seguito dell’emanazione della cosiddetta Legge del Superbonus 110%.
Apparentemente, il capitalismo neoliberista d’assalto, caratterizzato da innovazione, digitalizzazione, automazione, economia finanziaria, dopo la grande crisi del 2008 ricorre a uno dei vecchi strumenti dello sviluppo economico per sopravvivere: sembra che l’economia europea – in particolare quella italiana – sia appesa al mondo delle costruzioni.
Quando un Paese deve uscire da una crisi o accelerare lo sviluppo della sua economia, l’edilizia, messa in disparte in seguito alle politiche green e per cercare di ridurre il consumo dei suoli, torna in auge. Perché ha rapido effetto sul Pil di una nazione, mette in moto i consumi anche se produce quasi sempre inflazione.

La politica, in questo meccanismo, risulta determinante.
L’Italia conosce bene questa strategia: già dal primo dopoguerra con la legge sui piani di ricostruzione, mettendo da parte la legge urbanistica del 1942, all’edilizia viene assegnato un ruolo trainante per lo sviluppo. Questo, non poteva essere interamente demandato all’industria del Nord Italia a causa dei gravi danni subiti dagli impianti, dell’arretratezza di quelli funzionanti e della dequalificazione della manodopera in seguito alla guerra.
Il settore edilizio ben si prestava a questo ruolo poiché non richiedeva impianti costosi, imprenditori particolarmente esperti, manodopera qualificata e inoltre rispondeva alla sentita esigenza sociale della ricostruzione del paese e della pressante domanda di abitazioni.

Nelle scelte compiute in quegli anni si ritrovano le radici dei nuclei di crisi delle nostre città, segnate da una cattiva qualità delle costruzioni edilizie e da uno sviluppo a macchia d’olio. Sviluppo che avvenne, come disse Antonio Cederna, nella mancanza di «qualunque principio urbanistico, che sia minimamente organico e unitario: suo unico scopo, al pari di qualunque piccolo affarista, è di sfruttare al massimo i propri terreni».
Un politico democristiano di sinistra, Fiorentino Sullo, ministro dei lavori pubblici, intellettuale di ampie vedute, nel 1962 propose un disegno di legge di riforma urbanistica. Questa era impostata su basi nuove e originali: il progetto tramite il coordinamento della pianificazione urbanistica all’interno nel quadro della programmazione economica nazionale prevedeva di porre un freno alla speculazione fondiaria, modificando profondamente il regime proprietario delle aree: solo una parte di queste resta di proprietà privata; le altre aree – edificate o edificabili – passano gradualmente in proprietà dei comuni, che cedono ai privati il diritto di superficie per le destinazioni previste dai piani.

Di fronte alla previsione di un ruolo preponderante dell’ente pubblico nella pianificazione urbanistica, si scatenò una campagna capitanata dal giornale Il Tempo che si fece portavoce degli interessi di quasi tutto il partito democristiano, dei partiti di destra e di gran parte del mondo economico-imprenditoriale. Nel 1963 tutte le ipotesi di riforma urbanistica caddero insieme al governo, e in tutta Italia vennero rilasciate una valanga di licenze edilizie: si costruì in fretta e male. Una politica che verrà perseguita da molti Paesi soprattutto dell’area mediterranea come la Spagna del dopo Franco o la Turchia negli ultimi trenta anni con esiti disastrosi per le popolazioni quando a causa della cattiva qualità delle costruzioni i terremoti fanno crollare gli edifici.

A Sullo si deve comunque l’approvazione della legge 167 del 1962 per favorire l’acquisizione di aree fabbricabili per l’edilizia economica e popolare, che proseguì e migliorò la politica del piano Fanfani che nel primo dopoguerra aveva dato una casa dignitosa a migliaia di italiani con il concorso virtuoso di fondi pubblici e progettazione del territorio e delle case da parte di importanti architetti.
Furono realizzati circa due milioni di vani abitativi. È stato calcolato che, in media, 560 famiglie a settimana trovarono un’abitazione grazie al piano Ina-Casa. Prima, il 40% di queste famiglie aveva abitato in cantine, grotte, baracche e sottoscala, mentre il 17% era stato in coabitazione con altre famiglie. Moltissimi erano gli immigrati dalle campagne e dal Sud. I cantieri coinvolsero città grandi e piccole. Molti quartieri di oggi, come il Tiburtino o il Tuscolano a Roma, o l’Isolotto a Firenze, nacquero con il piano Fanfani. I quartieri costruiti allora rappresentano oggi non soltanto una significativa testimonianza del Novecento italiano, ma costituiscono parti rilevanti delle nostre città, dove mantengono ancora una loro precisa identità.

Adriano Olivetti, innovativo industriale di Ivrea, presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica a proposito del piano Fanfani si espresse così: «quartieri organici autosufficienti si sono iniziati in questi ultimi mesi a Torino, Milano, Roma per merito del piano incremento occupazione operaia. Si tratta di esperienze iniziali di grande interesse. E gli urbanisti italiani non possono non dichiarare il loro compiacimento per la prima attuazione dei loro programmi». Quartieri organici che furono attuati ad Ivrea da Olivetti in concerto con valenti architetti.
Una sinergia di forze si mossero con un fine nobile, avendo una visione di Italia migliore, un movimento che fu in buona parte bloccato dalle destre.

Oggi, una convergenza di interessi che vedono il mondo delle costruzioni svolgere un ruolo molto importante, ha portato al potere la destra che ora si appresta ad attuare il Pnrr – elaborato dai due governi precedenti – in particolare tramite la riforma degli appalti pubblici.
Caratteristica del Pnrr sono gli ingenti investimenti: dei 222 miliardi circa complessivi (fondi europei e fondi del governo italiano) 25 miliardi finanzieranno interventi su infrastrutture logistiche, ferroviarie e viarie, quasi tre miliardi per piani integrati urbani, 2 miliardi e 800 milioni di euro per la qualità dell’abitare, 3 miliardi e 300 milioni di euro per progetti di rigenerazione urbana volti a ridurre emarginazione e degrado sociale, 450 milioni per Housing temporaneo. Per l’edilizia scolastica, quattro miliardi e 600 milioni sono per asili nido e scuole d’infanzia, 300 milioni per il potenziamento delle infrastrutture sportive a scuola e 3 miliardi e 900 milioni per la messa in sicurezza e riqualificazione dell’edilizia scolastica. Inoltre sono previsti 1,3 milioni di metri quadrati di superficie residenziale pubblica che equivale a circa 1500 unità di abitazione (non comparabili con i circa 500mila appartamenti realizzati con il piano Fanfani).
Considerando che oggi sono oltre 5 milioni i poveri assoluti, di cui quasi la metà vivono in case in affitto, è chiaro quanto si sia lontani dalla risoluzione della più urgente emergenza abitativa.

Analizzando brevemente i singoli progetti che sono stati selezionati nell’ambito del miglioramento della qualità dell’abitare, ci si rende conto che lo sforzo complessivo è ingente e tocca alcuni dei nodi, da anni irrisolti, delle città e del territorio italiani. Ad esempio, il progetto che ha ottenuto il punteggio più alto si trova a Messina e consiste nel risanamento con demolizione e ricostruzione delle abitazioni realizzate in seguito al terremoto del 1908 e che costituisce un grave problema di degrado socio sanitario. Sulla carta il progetto appare coerente con l’obiettivo dichiarato di riqualificazione e riorganizzazione del patrimonio destinato all’edilizia residenziale, sociale; guardando il progetto con il secondo punteggio più alto, però, appare chiara la metodologia di intervento: si tratta della riqualificazione di due edifici a torre a Brescia, uno dei quali viene demolito e ricostruito e della risistemazione e rifunzionalizzazione dei terreni circostanti. Il Comune mette a bando il progetto di massima che viene vinto da una impresa-fondo immobiliare che poi ottiene 22 milioni dal bando Pinqua (il programma sulla qualità dell’abitare all’interno dei fondi Pnrr). Gli appartamenti saranno destinati per i successivi 10 anni ad Housing sociale a canone convenzionato.

In tutta l’operazione il progetto architettonico non ha molta importanza, i progettisti sostanzialmente non compaiono. Non c’è traccia dell’architetto poeta auspicato da Jean Nouvel come protagonista dell’evoluzione urbana e della possibilità che la bellezza architettonica possa essere una componente del benessere degli esseri umani.
Altro aspetto critico che si può riscontrare nei 131 programmi d’intervento del Pinqua è la scarsissima presenza di progetti riguardanti i centri storici per adattarli alle nuove esigenze di abitabilità e sostenibilità. Qui, purtroppo si ripete l’esperienza del Superbonus che ha trovato scarsa applicazione nei centri storici causa la non adattabilità dei criteri prescritti ai requisiti minimi da raggiungere.

In generale, nei programmi del Pnrr non si trova traccia della partecipazione attiva della cittadinanza. Appare come un grande piano di rammendo puntuale, con poche ricuciture e senza una visione complessiva di ciò che serve al territorio italiano. Una sorta di prova generale dell’autonomia differenziata in cui si vedrà se i poteri locali saranno in grado di garantire la qualità delle realizzazioni.
L’esperienza del Superbonus, ora stoppato con un decreto demenziale che interrompe migliaia di progetti di recupero a cui solo meno di due mesi fa era stata consentita la prosecuzione con il limite del credito al 90%, ha evidenziato l’incapacità di una classe dirigente a programmare interventi globali nel settore delle costruzioni che da tre anni vive in una specie di delirio schizofrenico in cui le norme crescono esponenzialmente per poi essere cancellate di punto in bianco. C’è da tremare per il programma Pnrr e per la prossima direttiva case green quando sarà approvata da Bruxelles. Su questo la destra al governo si sta opponendo per ottenere una maggiore flessibilità nel conseguimento di obiettivi impegnativi ma necessari e non impossibili da raggiungere, tenendo conto anche dell’urgenza del problema del risparmio energetico.

Detto questo, l’esperienza del Superbonus e del programma Pnrr saranno comunque utili per non commettere gli stessi errori in futuro, dopo che verrà approvata a Bruxelles la direttiva case green. La destra al governo si sta opponendo per ottenere una maggiore flessibilità nel raggiungimento di obiettivi impegnativi ma necessari e non impossibili da raggiungere tenendo conto anche dell’urgenza del problema del risparmio energetico. L’edilizia, secondo i dati della Commissione Europea, è responsabile del 40% del consumo energetico e del 36% delle emissioni dirette e indirette di gas a effetto serra legate all’energia. La normativa per la riqualificazione energetica degli edifici allo studio della Ue, prevede che entro il 2030 circa 2 milioni di edifici esistenti dovranno essere riqualificati energeticamente per raggiungere una classe energetica più elevata entro l’1 gennaio 2030.
Insomma c’è lavoro per le imprese, speriamo che ce ne sia anche per gli architetti-poeti.

Realtà virtuale e nuove tecnologie, restiamo umani

Il discorso di fine anno, come da tradizione, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è presentato agli italiani elencando, con la pacatezza che gli è propria, ma con altrettanta autorevolezza, una serie di aree sensibili a cui prestare massima attenzione. Tra queste il presidente non ha trascurato di citare l’importanza del cambiamento della società apportato dalla trasformazione digitale cogliendone due aspetti rilevanti e fondamentali usualmente appartenenti al dibattito “alto”: da una parte ha sottolineato la «fatica nel comprenderne la portata» considerando che «l’uso delle tecnologie digitali ha già modificato le nostre vite, le nostre abitudini e probabilmente i modi di pensare e vivere le relazioni interpersonali”. Dall’altra ha parlato della necessità di una visione conforme alle istanze della modernità, cercando di capire come «la quantità e la qualità dei dati, la loro velocità possano essere posti al servizio della crescita delle persone e della comunità. Possono consentire di superare le arretratezze e divari, semplificare la vita dei cittadini e modernizzare la nostra società». Mattarella ha anche parlato del carattere subordinato della tecnologia che deve essere «al servizio della crescita delle persone».

Nelle sue parole c’è un’allusione culturalmente pregnante all’attuale dibattito epistemologico sempre più costretto ad approfondire la relazione, o l’attrito se si vuole, generato, e non del tutto compreso, dall’incontro di due realtà completamente diverse: l’uomo e la macchina. Entità diverse eppure in stretto necessario rapporto, sin dalle prime rudimentali funzioni che l’uomo assegnò ai manufatti di selce affilata, garantendosi in tal modo possibilità di sopravvivenza sempre più efficaci.

A seguire nelle tappe evolutive in grado di segnare traiettorie nuove nella specie umana troviamo l’invenzione del fuoco, il linguaggio, l’invenzione della ruota, l’agricoltura, la scrittura, la stampa. Ognuna di queste tecnologie agisce sull’essere umano determinando mutamenti più o meno profondi. L’invenzione del fuoco ne è un bell’esempio dove assistiamo a mutamenti cognitivi accompagnati a cambiamenti somatici. Solo cuocendo la carne abbiamo potuto assorbire aminoacidi che hanno favorito lo sviluppo della massa cerebrale e parallelamente facilitato abilità di apprendimento e strategie di sopravvivenza. Così anche per l’invenzione della scrittura, tanto osteggiata da Platone, che sottolineava quanto la memoria potesse impoverirsi una volta che la sapienza interna all’uomo fosse stata posta all’esterno su fogli di papiro. In realtà abbiamo dovuto constatare quanto l’abbandono della nobile arte del racconto orale di fronte alla creazione della linea, tracciata su pareti di caverne o su pergamene diventando scrittura, abbia fatto innalzare il livello di civiltà.

Le neuroscienze hanno ormai ben osservato quanto gli stimoli ambientali possano influire sull’architettura funzionale dei neuroni attraverso processi di accrescimento e sfoltimento sinaptico, che sappiamo avvenire in misura maggiore nei bambini e negli adolescenti dove la plasticità del tessuto nervoso risulta essere particolarmente florida. Memorizzare pagine lette su libri cartacei o su uno schermo ha effetti diversi per l’apertura di circuirti di memoria diversi. È bene approfondire questi studi che al momento sembrano confermare comunque una memoria duratura con la lettura del libro tradizionale. Ma questi aspetti potrebbero essere ancora non del tutto esaustivi, per quanto degni di attenzione, per inquadrare l’impatto della tecnologia contemporanea sull’essere umano. Ciò che assume rilievo sono le inevitabili conseguenze che la tecnologia digitale sta di fatto determinando sul nostro modo di pensare la realtà e di fare cultura. Viviamo costantemente a contatto con realtà virtuali e accettiamo entusiasti che manufatti umanoidi, presentati nella veste del “doppio” dell’essere umano, possano guadagnare un posto nella rete sociale. Non è un caso se oggi a fronte del moltiplicarsi di progetti avveniristici, propinati dai laboratori dell’Intelligenza artificiale “hard”, dove si costruiscono robot nel tentativo di simulare l’essere umano, sono tornate alla ribalta questioni cruciali come l’impellente necessità di ridefinire il perimetro ontologico dell’essere umano. Una volta era la scimmia a crearci dei problemi tassonomici oggi sono i robot umanoidi.

Il buon senso ha ovviamente infinite possibilità per cogliere immediatamente questa incongruente intercambiabilità. Provate a chiedere ad un robot cosa si prova a sentirsi un robot? E smonterete in un attimo le pretese qualità empatiche che gli algoritmi pretendono di inserire in questi manufatti.
Qualunque ingegnere intellettualmente onesto che lavori a tali fantascientifici progetti sa che non siamo riusciti a realizzare se non goffi tentativi di imitazione delle infinite possibili attività espresse dal cervello umano, e questo nonostante le raffinate e complesse meccaniche e l’ampia rappresentanza di sensori di cui le macchine vengono dotate.
Ma il problema che si muove all’orizzonte di questa nuova traiettoria evolutiva è come detto, mettendo tra parentesi i rilevanti aspetti economici per gli ingenti capitali investiti, di squisita valenza culturale. Non si tratta di sminuire l’uso delle macchine tecnologicamente sofisticate in grado di sopperire soprattutto in ambito medico alle necessità assistenziali, né di porre limiti alle esplorazioni interplanetarie, né tanto meno di addossare il futuro della civiltà ai tecnici dell’intelligenza artificiale, ma di cogliere come la tecnologia avanzata possa influenzare la visione del mondo e dell’essere umano creando l’idea che tutta la realtà sia riducibile ad elementi misurabili e calcolabili, oggetto di predizione statistica secondo algoritmi e procedure create per gestire e amministrare dati numerici.

La questione filosoficamente dibattuta tra riduzionismo estremo ed emergentismo ritrova, qui la sua centralità. Poiché si tratta di estendere il discorso a tutte quelle realtà umane che naturalmente estranee alla computazione rischiano di essere incanalate nella logica dei linguaggi computazionali. Pensiamo al mondo delle relazioni umane, alle espressioni emozionali, agli affetti, alla fantasia e tutto ciò che una cultura millenaria ha realizzato per mostrare come esista accanto alla logica razionale da applicare agli strumenti per gestire la realtà materiale che ci circonda, un’attività mentale specificatamente umana di pensiero libera da tali incombenze in quanto diretta esclusivamente a relazionarsi con altri esseri umani.

Per cogliere come tutto questo possa tradursi nella vita concreta delle persone, possiamo riferirci all’emblematica grottesca situazione presentata nel film Her del regista Spike Jonze (2013). Il film ci mostra un possibile scenario di come si possa risolvere una separazione tra due individui reali, non ricorrendo ad avvocati, né cercando appoggio da altri esseri umani, disposti a farsi partecipe dell’inconsolabile dolore, ma capovolgendo la frustrazione dell’abbandono con un nuovo amore, niente di strano. Solo che qui il nuovo partner è un software opportunamente dotato di voce suadente e argomenti seduttivi. E non è tutto. La cosa intrigante quanto tragicamente triste è che il malcapitato vive veramente, in piena coscienza, una storia d’amore ricca di emozioni. Un delirio? Forse.
Ma istruttivo per farci capire come la “gestione delle emozioni” oggi tanto nominate e poste al centro dei programmi riabilitativi per adolescenti “disregolati” e dipendenti da internet, siano un territorio parziale per reclamare e recuperare uno spazio relazionale autenticamente umano e sano.

Più che nuove concezioni dell’uomo vediamo uno smarrimento antropologico quando adolescenti più o meno problematici, incapaci di stabilire relazioni umane se non con rabbia, invidia e distruzione, cercano di salvare la loro spinta alla vita ripiegando sull’unità minima dell’esistenza psichica umana, sentirsi ancora vivi e in contatto con se stessi, provando emozioni senza distinguere la natura virtuale o reale dello stimolo. Tanto concede la “cultura digitale” con tanto di emoji e di social dilaganti nutriti ogni giorno dalla solitudine di chi ha perso l’immagine della relazione affettiva umana.

L’autore: Psichiatra e psicoterapeuta, Beniamino Gigli ha pubblicato con Alessandra Maria Monti e Assunta Amendola il libro “Adolescenti nella rete. Quando il web diventa una trappola” (L’Asino d’oro ed.)

Se smartphone e social diventano armi da guerra

Siti web, smartphone, sistemi di geolocalizzazione, piattaforme social hanno svolto un ruolo di primo piano nella guerra di invasione russa in Ucraina, cominciata il 24 febbraio 2022. Invasi e invasori si combattono anche con questo tipo di arsenali. Nel volume Net-war (Donzelli) il giornalista Michele Mezza analizza a fondo questa guerra ibrida indagando il ruolo delle strategie di comunicazione via social nell’orientare l’andamento della guerra. Gli abbiamo rivolto qualche domanda.

Michele Mezza come si configura questa guerra ibrida?
Comincerei col dire che la definizione di guerra ibrida è del generale Valery Gerasimov capo di stato maggiore russo, che in un ormai noto saggio del 2013, spiega che oggi si combatte interferendo nel senso comune dell’opinione pubblica del Paese avversario. In sostanza un clima di permanente intrusione mediatica in cui la potenza della rete viene usata per alterare proprio i meccanismi istituzionali di un Paese. Pensiamo a cosa è stata Cambridge Analytica nelle elezioni Usa del 2016 che hanno visto prevalere sorprendentemente Trump, oppure la consultazione inglese sulla Brexit.

In questo quadro che ruolo assume il mondo dell’informazione?
L’informazione, con le sue infrastrutture, le sue competenze quali quelle del giornalismo, diventano logistica militare, ossia organizzazione diretta del combattimento, come abbiamo visto prima e durante la guerra in Ucraina e vedremo anche dopo. Di conseguenza il nostro mestiere si trova stretto in una dialettica inedita in cui Stati e apparati esteri diventano protagonisti diretti della circolazione di informazione. Una condizione che ci impone di adeguare saperi e competenze a questo nuovo scenario.

Fake news e foto manipolate diffuse in rete che peso hanno avuto?
Più che parlare genericamente di fake news oggi dobbiamo ragionare sul fatto che dietro ad ogni evento ci sono ormai infinite fonti, tutte plausibili e circostanziate, che dobbiamo attentamente e velocemente analizzare e selezionare. Penso al feroce dibattito sui fatti tremendi di Bucha. Per qualche giorno come giornalisti ci siamo rimpallati foto e video degli stessi luoghi: una parte documentava il massacro perpetrato dai russi, e un’altra parte lo negava. Poi con le riprese satellitari è diventato inoppugnabile che a Bucha si era consumato un eccidio. Ora, al di là dei casi più clamorosi, su cui si concentra l’attenzione di tutti, dobbiamo immaginare che la rete sarà costantemente disseminata di false immagini, falsi filmati, false foto che dobbiamo soppesare e decrittare con strumenti e competenze specifiche. Questo pone ormai, lo scrivo nel libro, il tema di una ricomposizione delle funzioni e saperi giornalistici con quelli informatici che dobbiamo riformulare in un unico profilo professionale.

Aziende private come Twitter e Google sono diventate potenze geopolitiche durante questa guerra, tanto da «offuscare il ruolo e trasparenza degli Stati»?
La privatizzazione della guerra è forse uno dei tratti più espliciti della terribile esperienza ucraina. I 18mila satelliti che Elon Musk ha messo in campo dicono che le forze e la potenza di apparati tecnologici privati hanno largamente superato quelle di Stati anche molto evoluti. Teniamo presente che gli Usa ne hanno non più di 3mila sotto controllo e i cinesi meno di mille. Questo sposta il dibattito dalla tradizionale geopolitica, che considerava i Paesi come soggetti unici e uniformi, che si muovevano in base a interessi condivisi al loro interno, in una nuova scienza politica, in cui la potenza tecnologica di grandi multinazionali è una variabile separata dagli Stati. Proprio in questi giorni vediamo che lo stesso Musk ha cambiato idea e annuncia di voler togliere la copertura satellitare alla resistenza ucraina. Tutto questo per motivi insondabili. Ma stiamo in realtà parlando di un aspetto collaterale di un’altra questione centrale.

Ovvero?
Il potere di controllare dati e comportamenti di miliardi di persone, quale è quello gestito dai grandi centri tecnologici della Silicon Valley o delle compagnie cinesi, può essere esclusivo e riservato per pochi proprietari? Oggi con i nuovi dispositivi di intelligenza artificiale che irrompono nella nostra vita la domanda è ancora più drammatica.

Quanto è stato ed è importante il supporto diretto della popolazione che è rimasta connessa?
Come in tutte le guerre di difesa di un Paese, che inevitabilmente spingono in prima linea tutti i cittadini, anche in Ucraina l’impegno e la volontà della popolazione è stato un fattore centrale. Quando si combatte e lo si fa per un lungo periodo, come vediamo nell’opposizione all’invasione russa, la convinzione di una comunità nazionale non può essere dissimulata. Quello che vediamo è effettivamente una resistenza popolare. Ma c’è qualcosa in più che descrivo nel libro: la logica e la cultura delle tecnologie digitali, oggi centrali nel conflitto, sollecitano un coinvolgimento diretto della società civile, che rimane tale. I giovani nerd, i cittadini dei centri bombardati, i sindaci, gli ospedali si trovano a disporre di flussi di informazione che possono arricchire e rilanciare contribuendo cosi a localizzare il nemico come è stato fatto con quella colonna di blindati di 65 km che sembrava inarrestabile nella sua corsa verso Kiev.

La censura imposta da Putin ai media e ai social russi, che li obbligava a parlare di «operazione militare speciale», pena l’oscuramento e il carcere, è riuscita? Oppure il sogno distopico di un controllo totale si è rivelato impossibile in un mondo interconnesso? (Come in parte dimostra anche il caso delle proteste in Iran)
Diciamo che in Russia c’è una lunga esperienza di veicolare l’informazione clandestinamente nelle vene delle città e dei villaggi, sfuggendo al controllo centrale. Ora con la rete è impensabile isolare centinaia di milioni di persone come vuole fare Putin. Da questo punto di vista credo sia stato un errore, all’inizio della guerra, da parte delle grandi piattaforme, come Twitter e Facebook, sospendere il servizio in Russia. Un vero autogol che ha favorito più la censura del regime piuttosto che isolare Putin.

Anche in Italia sui social c’è stata una fortissima polarizzazione, che ha visto giornalisti mettersi l’elmetto e schierarsi da una parte e dall’altra. Sulle grandi piattaforme il giornalismo è diventato pressoché tutto embedded? Con quale danno?
Mai come in quest’occasione abbiamo visto una radicalizzazione sia sociale e politica sia professionale. Sono molteplici le ragioni che ci confermano come questa guerra parli alla nostra pancia. Da una parte abbiamo visto, soprattutto a sinistra, un riflesso automatico antiamericano, che diffida dei teoremi imposti dall’altro. Poi abbiamo anche osservato un singolare antioccidentalismo sia della destra, e questo è meno inconsueto, sia quello del tutto nuovo di un ceto medio produttivo che si è sentito disturbato dalle minacce di guerra sotto casa ed ha cercato scorciatoie per chiudere subito la minaccia. A livello giornalistico abbiamo visto colleghi che ripetevano, con contesti e protagonisti del tutto invertiti, la sindrome dell’Iraq, dove intravedevano anche qui le manipolazioni delle armi di sterminio di massa brandite dagli americani e mai trovate. Ma il dato che trovo del tutto spiazzante per la categoria è la promiscuità in cui ci siamo trovati con l’intero mondo della cybersecurity. Al di là degli hacker, abbiamo oggi un problema di inquinamento delle informazioni di base causato da centri esteri che mirano a rendere più confuso e indecifrabile l’orizzonte. I giornalisti si trovano ad essere ostaggio di queste strategie, dove improvvisati opinionisti o cronisti spargono dubbi e disinformatia che rendono tutto opaco e incerto. Tornando all’inizio, ormai l’informazione è logistica militare e per questo dobbiamo avere capacità, competenze e dotazioni tecnologiche sufficientemente robuste e autonome per non essere cognitivamente embedded.

Nella foto: l’immagine della copertina del libro di Michele Mezza “Net war” (Donzelli)

Tutti i rischi del Web cosiddetto “intelligente”

Il mondo sembra che, improvvisamente, si sia accorto del passaggio epocale che le tecnologie digitali stanno introducendo nella vita umana. È stato sufficiente che fosse rilasciata la prima forma embrionale di intelligenza artificiale che potremmo chiamare “generalista”, ed è stata una “rivelazione”. Un passo analogo, tanti anni fa, accadde nel silenzio più totale e nella inconsapevolezza generale, quando l’informatica sfornò il primo computer “programmabile”. Fino a quel momento le macchine digitali potevano svolgere “un solo lavoro” ed erano realizzate per quella e solo quella funzione.

In queste settimane abbiamo assistito ad un nuovo shock di massa. Anche al bar si discute dell’Intelligenza artificiale e delle sue conseguenze. Finalmente. La discussione, però, sembra condizionata da un impulso prodotto dalla somministrazione sociale di una sorta di “ormone di specie” che ci porta a “misurare” la nostra intelligenza con quella di questi nuovi programmi informatici (che spesso vengono chiamati anche “algoritmi” forse per rendere più esotici i concetti, rendendoli però più oscuri ai più, come se avessero una loro “soggettività” con la quale doversi confrontare). Ma il tema non è lì. Il punto sociale immediato, infatti, non è se la “macchina” Intelligenza artificiale sia più “intelligente” dell’umano. La macchina attuale “simula” le forme con le quali l’intelligenza umana produce cose (testi, immagini, video, ecc.…) e porta il livello di simulazione ad un punto di rottura con le capacità di simulazione precedenti. Qui sta la novità di Gpt-3 e, da questo punto di vista, siamo ad una svolta.

Dobbiamo comprendere, infatti, che due sono le questioni di fondo che queste nuove “macchine” dispiegano. La prima è che il processo della tecno-scienza fa un salto in avanti di un grado. La seconda che l’impatto con la produzione delle cose necessarie alla nostra esistenza e all’organizzazione sociale dell’intero assetto della vita ne viene stravolto. Sul primo punto in pochissimo tempo abbiamo i primi risultati strabilianti. Ricordiamo che Gpt-3 è il terzo modello di Generative pre-training (Gpt) di OpenAI e fu rilasciato il 10 giugno 2020, ma che il modello Gpt non è l’unico modello di Intelligenza artificiale “al lavoro”. Nel campo scientifico, ad esempio, la concorrenza è forte e su quello commerciale Google ha già lanciato la sua alternativa.

DeepMind (società di sviluppo di Intelligenza artificiale di proprietà di Google) ed European bioinformatics institute nel 2021 avevano rilasciato AlphaFold protein structure database, un repository definito come il “Google delle proteine”, con 200 milioni di proteine nel catalogo disponibili open source per chiunque avesse voglia di intraprendere progetti accademici e commerciali. Una vera e propria “rottura” nella catena della conoscenza distribuita e un’opportunità senza precedenti per la ricerca scientifica. Nel giro di pochi mesi è stato annunciato non solo la disponibilità nei cataloghi creati con le Intelligenze artificiali di tutte le proteine esistenti, ma della creazione di proteine mai “sintetizzate” dai processi evolutivi del pianeta annunciando un salto nelle nostre capacità di intervento sia in ambito medico sia nei processi produttivi e di sintesi della chimica di processo. Cose analoghe stanno accadendo in tutti i comparti della ricerca. Il salto abilitato dai modelli di Intelligenza artificiale nel produrre conoscenza è innumerevole e Gpt-3 deve ancora “regalare” diverse sorprese nell’immediato.

Pensiamo soltanto alla “scoperta” scientifica che ha introdotto una vera e propria rottura epistemologica, un salto nel processo e nella “logica” del fare scienza. Nel 2017, quindi prima del rilascio della versione Gpt-3 (stavamo al livello della “Gpt-1”, visto che la Gpt-2 fu rilasciata nel 2019 pochi mesi prima della nuova versione di cui oggi tanto si parla) i ricercatori Roger Guimerà e Marta Sales-Pardo, “scoprirono” la causa della divisione cellulare, il processo che guida la crescita degli esseri viventi, incappando in una novità assoluta. I due ricercatori, infatti, non avevano individuato da soli lo schema cruciale nei loro dati. Era stata una loro creazione, allora inedita, a farlo: un algoritmo che chiamarono, appunto, “macchina-scienziato” (Bayesian machine scientist) aveva individuato le correlazioni e fornito uno schema interpretativo dei dati del reale osservabile. L’inferenza bayesiana si basa su di un approccio all’inferenza statistica in cui le probabilità non sono interpretate come frequenze, proporzioni o concetti analoghi, ma piuttosto come livelli di fiducia nel verificarsi di un dato evento. Un salto qualitativo anche rispetto ai processi di simulazione imperanti nella ricerca contemporanea.

Il secondo punto riguarda l’urto che ne deriverà in termini di impatto nella produzione, nelle professioni, nel lavoro e, di conseguenza, negli assetti sociali delle nostre società. Le nostre società democratiche poggiano sul patto sociale novecentesco che ha, come fondamento, le strutture del welfare. Molte delle discussioni si soffermano ad osservare il “dito” (che fine farà questa quella professione, quali conseguenze per questa o quella struttura produttiva o settore) mentre è la “Luna” ad essere sotto attacco. Le strutture sociali che abbiamo conosciuto sono in discussione e non per “limature di spesa” per diverse “filosofie” politiche tra “destra e sinistra”. Qui non si parla più di “privilegiare” quel segmento sociale o l’altro ma della possibilità di pensare ad una società sostanzialmente senza welfare.

Intorno a questi problemi si affiancano altre tematiche. La risposta di Google (Alphabet) è stata immediata, anche se con qualche sbavatura. Ma il tema rimane. La Chat basata su Gpt-3 dal momento del rilascio del protocollo ha avuto bisogno di quasi due anni di “addestramento”, necessario a “ripulire” le informazioni sulla base delle quali “simulare” risposte che non contenessero discriminazioni, non-sense, errori, ecc.… Due anni in cui l’umano ha selezionato su cosa fosse possibile “costruire” il processo generativo dei suoi testi. L’Intelligenza artificiale di Google annuncia di lavorare “in tempo reale” su ciò che è presente nel Web. Questo pone due questioni.

La prima è che garanzia esiste che la generazione di testi (o altro) sia “affidabile”, non basata su discriminazioni o produzione di bias o falsità. La rete è piena di tutto e il contrario di tutto. Allora esisterà un “controllo” oppure no? Come si produrrà la selezione dei contenuti dai quali “simulare” la produzione di testi, immagini, video, proteine, ricerca, ecc?

La seconda è relativa al possesso e al controllo di tali scelte. Questa selezione si baserà su scelte aziendali, su altri software, su interventi umani o cosa? Chi avrà il potere di decidere su quella griglia? E come evolverà nel tempo e secondo quale logica?

Le premesse non sono le migliori. OpenAI, la fondazione che era a capo del campo di ricerca dei modelli Gpt era nata come fondazione basata sulla logica dell’open source. La stessa logica seguì Google sulle proteine. L’acquisizione del controllo di OpenAI da parte della Microsoft di Bill Gates ha prodotto una rottura: il motore di Gpt-3 (e probabilmente anche del suo nuovo modello Gpt-4), resta di proprietà di OpenAI. In campi come questi l’opacità e la proprietà privata diventano un pericolo politico di primaria grandezza.

Urge non solo una capacità di intervento politico ma una mobilitazione di massa senza precedenti e, quindi, un processo di alfabetizzazione e di consapevolezza come mai prima. L’arrivo della prossima generazione delle Intelligenze artificiali è dietro l’angolo e passeranno dal “balbettio neonatale” di oggi e dallo stupore dei più, all’inconsapevolezza dell’adolescenza e alla “normalità” della sua presenza, in un batter d’occhio.