Un modo di dire piuttosto agghiacciante che recita: «Tutti sono utili, ma nessuno è indispensabile». Basta aggiungere un sole soffocante e degli affitti da capogiro e siamo subito nella cosiddetta Silicon Valley, l’area della California dove si sono concentrate migliaia di startup e decine di multinazionali tecnologiche con i rispettivi apparati produttivi. Da qualche mese, decine di migliaia di lavoratori che ne fanno parte hanno smesso di essere utili e, non essendo ritenuti indispensabili, si sono ritrovati per strada con gli scatoloni in mano, “vittime” dei licenziamenti di massa che sta attraversando tutto il settore tech. Solo nelle ultime settimane, per fare degli esempi, Zoom ha annunciato un taglio di 1.300 posti di lavoro, pari al il 15% della sua forza totale, e Google di ben 12mila (nel mondo). In precedenza altre big della Silicon Valley avevano tagliato migliaia di posti di lavoro: 10mila Microsoft, 19mila Amazon, 11mila Facebook. Anche altre società minori si sono ridimensionate: Salesforce ha ridotto del 10% la sua forza lavoro, Wayfair ha licenziato 1750 impiegati.
Alla base di questo “fenomeno” c’è un panorama macroeconomico incerto e la recessione incombente ma tutto ciò non giustifica le cifre appena elencate. Come è noto, la macchina capitalista, se si avvicina la bufera, non pensa a mettere in salvo i suoi dipendenti, ma a limitare i danni che la riguardano. Ed è esattamente quello che sta succedendo alle big tech, che durante la pandemia hanno vissuto un boom commerciale smisurato e ora si trovano a dover fare i conti con il ritorno alla vita “analogica”. Un perfetto esempio di questo movimento è Zoom, l’azienda che fornisce servizi di videochiamate e videoconferenze che ha caratterizzato la vita praticamente di tutti a partire dal primo lockdown. A detta del fondatore e ceo della società, Eric Yuan, l’errore che ha provocato i 1300 licenziamenti è stato quello di non valutare la sostenibilità a lungo termine del grande sviluppo che li aveva coinvolti, come riporta anche Prima Online.
Ma sostenibilità, ambiente macroeconomico, potrebbero essere solo delle parole altisonanti per tentare di mascherare uno degli aspetti più caratteristici della macchina capitalista: cercare di massimizzare i profitti e ridurre al massimo i costi. Come ricorda Vox, è difficile credere che Meta, ad esempio, si trovasse in ristrettezze economiche quando ha tagliato 11mila persone, visto l’investimento di miliardi di dollari compiuto da Zuckerberg per creare il cosiddetto metaverso, che dovrebbe rappresentare il futuro di internet. I profitti di Meta sono ancora alti, altissimi, tanto da essere una delle aziende che riuscirebbe a pagare i suoi stipendi senza fatica anche durante la recessione economica. Ma Zuckerberg non ha scelto di cercare di far quadrare i conti per mantenere a libro paga i suoi dipendenti e assicurare loro condizioni di lavoro adeguate. Al contrario, ha scelto di ridimensionare l’organico per aumentare i profitti, costringendo gli impiegati rimasti a lavorare molto di più, presumibilmente con lo stesso salario o comunque costando meno del compenso di un loro ex collega.
Non che le big tech non siano seducenti. Palestre, lavanderie, ristoranti, coach di ogni genere: quando si entra nel mondo della corporate America tecnologica, sembra di aver appena scoperto la caverna delle meraviglie. Il prezzo da pagare, però, è rinunciare alla propria identità in favore della trasformazione in una rotella dell’ingranaggio capitalista. Fruendo dei servizi interni all’azienda, infatti, si ha sempre meno la tentazione di allontanarsi dall’ufficio, così sicuro e accogliente rispetto al mondo fuori. Sempre Vox cita le parole del ricercatore Simone Stolzoff, che arriva a paragonare il lavoro nel settore tech a una sorta di culto. Il rischio, come ha ricordato anche Sarah Jaffe nel suo libro Il lavoro non ti ama (Minimum Fax), è che a tanto sforzo e impegno non corrisponda un riconoscimento proporzionato da parte dell’azienda. Sempre più lavoratori se ne stanno accorgendo, in particolare giovani e giovanissimi, che scegliendo di dare le dimissioni da lavori che non corrispondevano alla loro identità hanno dato origine al fenomeno conosciuto ormai come Great resignation.
Ma insomma, cosa sta accadendo nella Silicon Valley? Secondo gli analisti di Vox più che di fronte all’esplosione di una bolla – cresciuta appunto soprattutto durante i tre anni di pandemia – ci troviamo di fronte a una correzione del tiro. Meglio ritornare alla retorica della startup, con pochi dipendenti votati a una grande causa di sviluppo, che dover fare i conti con una crescita che potrebbe rosicchiare i profitti in momenti meno favorevoli, almeno dal punto di vista tecnologico, di quello pandemico. Le Big tech vorrebbero che chi sceglie di lavorare per loro, lo facesse più spinto da un fuoco sacro, da un sentimento quasi di amore nei confronti dello sviluppo tecnologico e del prosperare della singola azienda, dal desiderio di cambiare il mondo grazie alla tecnologia. In realtà, come ha sottolineato Sarah Jaffe, il lavoro non è una persona. Non ti amerà mai, non importa quanti sacrifici tu faccia per lui. Anzi, se per caso rientri in una colonna di esuberi, si libererà di te senza pensarci due volte. Il capitalismo è anaffettivo, freddo e asfittico, succhia dai lavoratori tutto quello che può e poi li abbandona a loro stessi.
Il settore tecnologico, tra l’altro, resta ancora territorio a forte dominanza maschile: tutti gli amministratori delegati delle maggiori società tech sono uomini, e le donne che lavorano nel settore hanno il 65% di probabilità in più dei loro colleghi maschi di essere licenziate, come riporta una ricerca di Eightfold. Guardando solo ai recenti licenziamenti, FastCompany stima che il 45% di chi ha perso il lavoro sia una donna. Considerando che le impiegate di genere femminile sono solo il 26% del totale, significa un impatto pesantissimo su una fetta di popolazione che non parte certo avvantaggiata. I maggiori licenziamenti tra le dipendenti si potrebbe in parte spiegare con il fatto che spesso appartengono ai dipartimenti vittime di maggiori tagli, cioè risorse umane, vendite, marketing e simili, più che a quelli dello sviluppo tech vero e proprio.
Che ne sarà, ora, dei dipendenti licenziati? Ovviamente molto dipende dal ruolo ricoperto nelle aziende della Silicon Valley. Non ci sono solo ingegneri, infatti, tra chi ha perso il lavoro, ma anche impiegati delle risorse umane o addirittura massaggiatori: circa 30 di loro rientrano nei licenziamenti di massa pianificati da Google. Come si potrà intuire, più è specifico e collegato alla tecnologia il settore da cui si proviene, meno tempo ci vorrà per trovare un nuovo impiego. Ma aumenta anche il numero di chi decide di creare il proprio business, come ha scelto di fare Joe Cardillo. Stanco di condizioni di lavoro massacranti e mettendo a frutto la propria esperienza di formatore, Cardillo ha deciso di fondare la sua startup, The Early Manager, che sostanzialmente aiuta le altre aziende a creare le migliori condizioni lavorative possibili, valorizzando al massimo il ruolo e le competenze dei dipendenti che così avranno molta più voce in capitolo nella gestione dell’azienda. Un capitalismo dal volto umano, o un nuovo modo di pensare il lavoro? Di certo qualcosa di molto lontano dal capitale inumano della Silicon Valley.










