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Silicon Valley, capitale inumano

Un modo di dire piuttosto agghiacciante che recita: «Tutti sono utili, ma nessuno è indispensabile». Basta aggiungere un sole soffocante e degli affitti da capogiro e siamo subito nella cosiddetta Silicon Valley, l’area della California dove si sono concentrate migliaia di startup e decine di multinazionali tecnologiche con i rispettivi apparati produttivi. Da qualche mese, decine di migliaia di lavoratori che ne fanno parte hanno smesso di essere utili e, non essendo ritenuti indispensabili, si sono ritrovati per strada con gli scatoloni in mano, “vittime” dei licenziamenti di massa che sta attraversando tutto il settore tech. Solo nelle ultime settimane, per fare degli esempi, Zoom ha annunciato un taglio di 1.300 posti di lavoro, pari al il 15% della sua forza totale, e Google di ben 12mila (nel mondo). In precedenza altre big della Silicon Valley avevano tagliato migliaia di posti di lavoro: 10mila Microsoft, 19mila Amazon, 11mila Facebook. Anche altre società minori si sono ridimensionate: Salesforce ha ridotto del 10% la sua forza lavoro, Wayfair ha licenziato 1750 impiegati.

Alla base di questo “fenomeno” c’è un panorama macroeconomico incerto e la recessione incombente ma tutto ciò non giustifica le cifre appena elencate. Come è noto, la macchina capitalista, se si avvicina la bufera, non pensa a mettere in salvo i suoi dipendenti, ma a limitare i danni che la riguardano. Ed è esattamente quello che sta succedendo alle big tech, che durante la pandemia hanno vissuto un boom commerciale smisurato e ora si trovano a dover fare i conti con il ritorno alla vita “analogica”. Un perfetto esempio di questo movimento è Zoom, l’azienda che fornisce servizi di videochiamate e videoconferenze che ha caratterizzato la vita praticamente di tutti a partire dal primo lockdown. A detta del fondatore e ceo della società, Eric Yuan, l’errore che ha provocato i 1300 licenziamenti è stato quello di non valutare la sostenibilità a lungo termine del grande sviluppo che li aveva coinvolti, come riporta anche Prima Online.

Ma sostenibilità, ambiente macroeconomico, potrebbero essere solo delle parole altisonanti per tentare di mascherare uno degli aspetti più caratteristici della macchina capitalista: cercare di massimizzare i profitti e ridurre al massimo i costi. Come ricorda Vox, è difficile credere che Meta, ad esempio, si trovasse in ristrettezze economiche quando ha tagliato 11mila persone, visto l’investimento di miliardi di dollari compiuto da Zuckerberg per creare il cosiddetto metaverso, che dovrebbe rappresentare il futuro di internet. I profitti di Meta sono ancora alti, altissimi, tanto da essere una delle aziende che riuscirebbe a pagare i suoi stipendi senza fatica anche durante la recessione economica. Ma Zuckerberg non ha scelto di cercare di far quadrare i conti per mantenere a libro paga i suoi dipendenti e assicurare loro condizioni di lavoro adeguate. Al contrario, ha scelto di ridimensionare l’organico per aumentare i profitti, costringendo gli impiegati rimasti a lavorare molto di più, presumibilmente con lo stesso salario o comunque costando meno del compenso di un loro ex collega.

Non che le big tech non siano seducenti. Palestre, lavanderie, ristoranti, coach di ogni genere: quando si entra nel mondo della corporate America tecnologica, sembra di aver appena scoperto la caverna delle meraviglie. Il prezzo da pagare, però, è rinunciare alla propria identità in favore della trasformazione in una rotella dell’ingranaggio capitalista. Fruendo dei servizi interni all’azienda, infatti, si ha sempre meno la tentazione di allontanarsi dall’ufficio, così sicuro e accogliente rispetto al mondo fuori. Sempre Vox cita le parole del ricercatore Simone Stolzoff, che arriva a paragonare il lavoro nel settore tech a una sorta di culto. Il rischio, come ha ricordato anche Sarah Jaffe nel suo libro Il lavoro non ti ama (Minimum Fax), è che a tanto sforzo e impegno non corrisponda un riconoscimento proporzionato da parte dell’azienda. Sempre più lavoratori se ne stanno accorgendo, in particolare giovani e giovanissimi, che scegliendo di dare le dimissioni da lavori che non corrispondevano alla loro identità hanno dato origine al fenomeno conosciuto ormai come Great resignation.

Ma insomma, cosa sta accadendo nella Silicon Valley? Secondo gli analisti di Vox più che di fronte all’esplosione di una bolla – cresciuta appunto soprattutto durante i tre anni di pandemia – ci troviamo di fronte a una correzione del tiro. Meglio ritornare alla retorica della startup, con pochi dipendenti votati a una grande causa di sviluppo, che dover fare i conti con una crescita che potrebbe rosicchiare i profitti in momenti meno favorevoli, almeno dal punto di vista tecnologico, di quello pandemico. Le Big tech vorrebbero che chi sceglie di lavorare per loro, lo facesse più spinto da un fuoco sacro, da un sentimento quasi di amore nei confronti dello sviluppo tecnologico e del prosperare della singola azienda, dal desiderio di cambiare il mondo grazie alla tecnologia. In realtà, come ha sottolineato Sarah Jaffe, il lavoro non è una persona. Non ti amerà mai, non importa quanti sacrifici tu faccia per lui. Anzi, se per caso rientri in una colonna di esuberi, si libererà di te senza pensarci due volte. Il capitalismo è anaffettivo, freddo e asfittico, succhia dai lavoratori tutto quello che può e poi li abbandona a loro stessi.

Il settore tecnologico, tra l’altro, resta ancora territorio a forte dominanza maschile: tutti gli amministratori delegati delle maggiori società tech sono uomini, e le donne che lavorano nel settore hanno il 65% di probabilità in più dei loro colleghi maschi di essere licenziate, come riporta una ricerca di Eightfold. Guardando solo ai recenti licenziamenti, FastCompany stima che il 45% di chi ha perso il lavoro sia una donna. Considerando che le impiegate di genere femminile sono solo il 26% del totale, significa un impatto pesantissimo su una fetta di popolazione che non parte certo avvantaggiata. I maggiori licenziamenti tra le dipendenti si potrebbe in parte spiegare con il fatto che spesso appartengono ai dipartimenti vittime di maggiori tagli, cioè risorse umane, vendite, marketing e simili, più che a quelli dello sviluppo tech vero e proprio.

Che ne sarà, ora, dei dipendenti licenziati? Ovviamente molto dipende dal ruolo ricoperto nelle aziende della Silicon Valley. Non ci sono solo ingegneri, infatti, tra chi ha perso il lavoro, ma anche impiegati delle risorse umane o addirittura massaggiatori: circa 30 di loro rientrano nei licenziamenti di massa pianificati da Google. Come si potrà intuire, più è specifico e collegato alla tecnologia il settore da cui si proviene, meno tempo ci vorrà per trovare un nuovo impiego. Ma aumenta anche il numero di chi decide di creare il proprio business, come ha scelto di fare Joe Cardillo. Stanco di condizioni di lavoro massacranti e mettendo a frutto la propria esperienza di formatore, Cardillo ha deciso di fondare la sua startup, The Early Manager, che sostanzialmente aiuta le altre aziende a creare le migliori condizioni lavorative possibili, valorizzando al massimo il ruolo e le competenze dei dipendenti che così avranno molta più voce in capitolo nella gestione dell’azienda. Un capitalismo dal volto umano, o un nuovo modo di pensare il lavoro? Di certo qualcosa di molto lontano dal capitale inumano della Silicon Valley.

TikTok pericolo pubblico?

La popolarissima app social TikTok è sotto la lente dei servizi segreti di mezzo mondo. Anche in Italia, il Copasir, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ha avviato di recente un’indagine conoscitiva nei confronti della piattaforma social di proprietà della società cinese ByteDance, sulla scia di quello che già stava avvenendo negli Stati Uniti. Alla fine dello scorso anno il direttore dell’Fbi, Chris Wray, ha avanzato il timore che il governo cinese sia in grado di controllare l’algoritmo di TikTok, «che consente loro di manipolare i contenuti e, se lo vogliono, di usarlo per operazioni di influenza». Inoltre, secondo Wray, Pechino potrebbe usare l’app per raccogliere i dati degli utenti ed utilizzarli per operazioni di spionaggio tradizionali. Ciò significa che «TikTok è un problema per la sicurezza nazionale». Alle parole del direttore dell’Fbi ha replicato un portavoce di TikTok, affermando che l’azienda intende «soddisfare tutte le ragionevoli preoccupazioni di sicurezza nazionale degli Stati Uniti». Fatto sta che a gennaio scorso anche il Copasir italiano è intervenuto per valutare eventuali rischi. TikTok, come noto, è una piattaforma di condivisione video ed è in ascesa inarrestabile. Fondata nel 2018, ha da poco sfondato il miliardo di utenti (Facebook ha impiegato 7 anni) e in Italia tocca quota 18 milioni, con una grande maggioranza di giovanissimi. La conoscenza di dati sensibili (e il rischio che possano essere condivisi con il governo cinese), il controllo degli spostamenti degli utenti, la propaganda che un mezzo così potente può mettere in atto tramite il proprio algoritmo, sino al possibile condizionamento delle elezioni sono tra le maggiori criticità su cui gli investigatori si stanno concentrando. Per capirne di più abbiamo rivolto alcune domande a Marco Santarelli, esperto analista per enti governativi e docente di Semiotica e intelligence.

Santarelli, quali sono i reali rischi per la privacy di chi utilizza questa app?
è bene chiarire che gran parte dei dati di cui si parla sono caricati online volontariamente dagli utenti. Nel caso di TikTok, già al momento dell’iscrizione, viene chiesto di inserire il proprio indirizzo mail, il numero di telefono, il sesso, di concedere l’accesso alla localizzazione, alla galleria e ai contatti, e una breve biografia fornendo così molteplici dati personali, soprattutto da parte degli utilizzatori più ingenui. Su circa due miliardi di utenti registrati su Facebook e del miliardo su Instagram, quanti sono veramente consapevoli di quante applicazioni e siti web possono accedere ai loro dati?

In questo, tutti i social sono uguali?
Anche e soprattutto i social Usa hanno la loro parte di responsabilità nella raccolta dati sensibili, ma TikTok è inarrivabile. Nessuno fa quello che riesce a fare il social cinese.

Vale a dire?
Nel 2020 su Reddit, aggregatore di social news e piattaforma di discussione, è apparso un thread dell’utente “bangorlol”, un ingegnere software con grande esperienza, nel quale si è evidenziato da un lato il tracciamento invadente da parte dell’app, dall’altro è che TikTok si difende a denti stretti dal reverse engineering. Cioè tutte le attività di TikTok vengono crittografate con un algoritmo che cambia ad ogni aggiornamento “respingendo” ogni forma di analisi “esterna”. In pratica non sappiamo cosa faccia la app con i nostri dati. Come se non bastasse, un’inchiesta di BuzzFeed News ha rivelato che i dipendenti di ByteDance hanno accesso ai dati di dipendenti statali Usa e quindi anche a dati sensibili per la sicurezza nazionale. Per questo la Transportation security administration e altre agenzie federali hanno vietato ai loro membri l’uso di TikTok.

Quindi c’è un pericolo reale sia per la privacy individuale che per la sicurezza collettiva?
Considerando che, come affermato da Elaine Fox, la responsabile europea della privacy di TikTok, i dati degli utenti europei sono accessibili in Cina non si può escludere che vengano condivisi con il governo centrale, e quindi che possa essere messa in pericolo anche la nostra sicurezza nazionale. Vedremo quale sarà il risultato dell’indagine del Copasir. Va detto però che un pericolo del genere non viene solo da TikTok.

In che senso?
Gli esempi sono molteplici, a cominciare dai software spia. Basti citare il caso di Pegasus, lo spyware sviluppato dalla società israeliana di armi informatiche Nso Group, divenuto famoso per aver “attaccato” computer e smartphone di circa 180 giornalisti e almeno 30 tra capi di Stato e di governo. Creato ufficialmente nel 2016 per controllare i traffici di terroristi e criminali a livello internazionale, Pegasus, per ammissione della polizia israeliana ha sottratto informazioni da almeno 50mila smatphone in diversi Paesi del mondo. E come è emerso nel 2022, continua a essere molto “attivo”.

Per quanto riguarda la propaganda quali sono i pericoli di TikTok?
Un documento interno di ByteDance, TikTok Algo 101, rivela le quattro direttrici che governano l’algoritmo di TikTok: “User value“, “long-term user value“, “creator value” e “platform value”. Queste fanno l’identikit dell’utente. E in base ai video con cui si interagisce (con “like” o commenti), al tempo trascorso a guardare ogni video, a quante volte si guarda un determinato contenuto, la app proporrà contenuti in sintonia con i gusti degli utenti, con l’obiettivo di creare “dipendenza”.

Come riesce un app di video ad essere così potente?
TikTok ottiene informazioni da ogni video che viene guardato grazie a un’equazione che si basa sul machine learning applicato al comportamento reale degli utenti. In questo modo arriva a conoscere i gusti dell’utente quasi meglio di lui e può proporre altri contenuti, nuovi contenuti, in grado di catturare la sua attenzione. Sempre secondo TikTok Algo 101, i moderatori della app conoscono i contenuti inviati dagli utenti fuori dalla piattaforma oltre che quelli caricati sulla app ma non condivisi. Considerando il numero di user attivi (1.23 miliardi) e la giovane età media (18-24 anni), il timore fondato riguarda la sua evoluzione in un vero e proprio motore di ricerca e l’influenza che può avere sulle nuove generazioni di elettori.

Una sorta di spionaggio e condizionamento 4.0…
La Cina dopo le restrizioni Covid-19 punta alla ripresa della crescita economica diversificando gli ambiti di intervento. Turismo, intrattenimento, industria automobilistica, e-commerce, live streaming, software, alta tecnologia, industria sanitaria sono i principali. Settori che si intersecano con la quotidianità delle persone e quindi con il loro “specchio riflesso, ma contorto” che è il mondo social. E a fronte di uno spionaggio che si realizza attraverso le Big tech – Washington utilizza Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft anche per capire come si muove la Cina – Pechino risponde guardando e studiando “approfonditamente” le tendenze di questi settori nei Paesi occidentali attraverso TikTok.

Nel 2020 l’amministrazione Trump minacciò di vietare l’app negli Stati Uniti. Questo tipo di “censura” può essere una soluzione per stare più sicuri?
Di certo non utilizzarla affatto limiterebbe di gran lunga il rischio di essere spiati o che i nostri dati vengano rubati. Ma questa opzione è troppo semplicistica. I social non stanno prendendo solo il posto della televisione ma anche e soprattutto dell’informazione. Si stima che nel 2022 TikTok abbia ricevuto più visite addirittura di Google e che, in termini di durata, i suoi video siano stati più guardati rispetto a quelli di YouTube. Insomma, i social network si stanno trasformando, se non lo hanno già fatto, nel punto di riferimento per l’informazione globale a tutto tondo. Senza un filtro giornalistico a monte è molto difficile avere un’informazione totalmente trasparente e corretta. Specie se questa viene “calibrata” totalmente sui nostri gusti e interessi.

C’è chi propone un social di Stato.
Non cambierebbe molto. I nostri dati sensibili, come si dice, rimarrebbero in casa, ma l’influenza del governo di turno, la “mappatura” dei nostri interessi e così via potrebbero eliminare quel che resta della nostra (piccola) fetta di libertà.

La Cina e i cacciatori di dati sensibili

I social media cinesi non sono mai stati così forti: nel 2022 gli utenti in Cina erano 1.02 miliardi e, secondo le stime, sono destinati a diventare 1.21 miliardi entro il 2027. A farla da padrone è WeChat (Weixin in cinese) l’app di messaggistica lanciata nel 2011 dal colosso tecnologico Tencent, che nel settembre 2022 ha sfiorato 1.31 miliardi di utenti mensili a livello globale, attivi per una media di 82 minuti al giorno. In Cina, WeChat condivide il proprio ecosistema social con un panorama dinamico: l’app di messaggistica istantanea Tencent QQ, il sito di microblogging Sina Weibo, Youku (lo Youtube cinese) ma, soprattutto Douyin, conosciuto in Occidente come TikTok, al numero uno nella classifica delle app più scaricate a livello globale per il secondo anno consecutivo.
Una pluralità di social media utilizzati dai cinesi per il mantenimento delle proprie reti sociali virtuali attraverso chiamate, messaggi, condivisione foto e video, ma anche per attività videoludiche, servizi finanziari e acquisti, per il ride-hailing e, nel caso di WeChat, addirittura per divorziare. Mentre in Occidente il ruolo dei social media si sposta sempre più verso l’informazione, con il 10% degli americani che usano TikTok a tal fine (nel 2020 erano il 3%, secondo il Pew research center), l’area dell’Asia Pacifico resta quella più legata al cartaceo. «Tradizionalmente, in Cina la rete e i social media sono utilizzati per svago e intrattenimento», dice a Left Simone Pieranni, giornalista e fondatore di China Files oltre che autore per Laterza di saggi come Red mirror e La Cina nuova. «I cinesi – prosegue – utilizzano poco i social media come fonte di notizie perché hanno una concezione molto diversa dell’informazione rispetto a quella occidentale. Nel Paese l’informazione è in mano al Partito comunista, è unidirezionale e c’è un diverso approccio agli strumenti».
In Cina i mass media sono controllati dalla dirigenza e, generalmente, le piattaforme e gli utenti stessi si autocensurano per non incorrere in sanzioni dall’alto. Nonostante questo, talvolta, qualcosa sembra passare attraverso le fitte maglie della censura. «Durante le proteste di novembre contro la politica zero Covid (la cosiddetta “rivoluzione degli A4”, con riferimento ai fogli bianchi mostrati dai manifestanti per denunciare le limitazioni alla libertà di espressione) abbiamo assistito quasi alla totale incapacità dei censori di bloccare il flusso di immagini sui social media e in particolare su WeChat, continua Pieranni -. Ma la censura cinese è un meccanismo abbastanza complicato: se qualcosa sfugge, spesso il motivo risiede nella volontà di un funzionario locale di farla trapelare. Non sono state le proteste a porre fine alla politica zero Covid; la dirigenza del Pcc ha cambiato questa politica per questioni di natura economica. Ma era anche consapevole che la situazione fosse diventata eccessivamente frustrante per la popolazione. Lo scorso novembre, durante la visita a Pechino del cancelliere tedesco Olaf Scholz, Xi Jinping ha dichiarato di comprendere le ragioni delle proteste. È stata un’ammissione abbastanza inconsueta». La pechinologia insegna che sebbene il Partito sia uno solo, al suo interno convivono interessi di diverso tipo e, nel caso delle riaperture di gennaio, a prevalere sono stati gli interessi economici. Xi Jinping è intervenuto al momento opportuno per salvaguardare la stabilità del Paese, in linea con il concetto di società armoniosa promosso dal Partito. E, soprattutto, ha riportato ancora una volta la situazione sotto il proprio controllo; controllo da cui non sono sfuggiti neanche i colossi tecnologici cinesi. «In modo simile a quanto avvenuto per Meta e Google, molte aziende tecnologiche cinesi hanno licenziato parte dei propri dipendenti – dice Pieranni – ma per motivi molto diversi». I licenziamenti in Cina sarebbero, infatti, un effetto collaterale del rallentamento dovuto alla pandemia, ma anche della stretta alle big del tech lanciata da Xi Jinping alla fine del 2020: una “campagna di rettificazione” cominciata con il blocco dell’offerta pubblica iniziale di Ant Group, spinoff finanziaria del colosso dell’e-commerce Alibaba.
«Il blocco della quotazione di Ant ha dato il via alle accuse di comportamenti monopolistici, che hanno coinvolto anche altre piattaforme: Didi Chuxing, la Uber cinese, è stata sanzionata con il ban dell’app per raccolta e utilizzo illecito di dati. Per un anno non ha avuto nuovi utenti e ha dovuto licenziare parte del proprio organico. Il fenomeno è simile, ma le cause sono diverse. Il Partito ha preso di mira le piattaforme per ricondurle a quella che ritiene debba essere la loro funzione: fare gli interessi della Cina». Nel mirino della campagna di rettificazione del Pcc sono finiti anche star e influencer, con lo scopo di ripulire l’ecosistema social dalle truffe nei confronti degli utenti. «I cinesi sanno che devono rimanere all’interno di un perimetro ben delineato, ma pretendono che quel perimetro sia il più pulito possibile. Il Partito, alla stregua di un padre o un fratello maggiore di confuciana memoria, ha sanzionato numerosi influencer per pubblicità ingannevoli ed evasione fiscale. Le azioni di Pechino hanno prodotto anche un nuovo sistema immunitario per gli utenti». La campagna del Pcc ha portato infatti all’implementazione dell’apparato normativo: alla Cybersecurity law del 2017, infatti, si sono aggiunte nel 2021 la Data security law e la Personal information protection law (Pipl), quest’ultima molto simile al Gdpr, la legge sulla protezione dei dati dell’Unione europea. Scopo principale delle nuove leggi è regolamentare la raccolta delle informazioni personali degli utenti e il loro utilizzo da parte delle aziende. Già Donald Trump, durante la sua permanenza alla Casa Bianca, aveva tentato di rallentare la raccolta dei dati da parte del Dragone limitando l’utilizzo di WeChat e TikTok negli Usa. «Secondo la tesi più comune in Occidente, lasciare i propri dati a TikTok equivarrebbe a regalarli al Partito comunista cinese – afferma Pieranni. Il vero problema non è TikTok in sé, sono i dati: i big data diventano sempre più importanti, sono il cibo degli algoritmi dell’intelligenza artificiale; tutti li vogliono e cercano di tenerli in casa. La Pipl permette il trasferimento dei dati ad aziende che non si trovano sul territorio cinese solo previo consenso delle autorità regolatrici. Pechino sta lavorando anche a una governance più ampia dei dati, affinché vengano catalogati sulla base di criteri di sicurezza nazionale. La questione di TikTok è uno specchietto per le allodole che nasconde una sfida più importante. Lo stesso vale per i semiconduttori: tagliare fuori dalla supply chain dei semiconduttori la Cina significa indebolirne il processo di innovazione tecnologica. Ma la vera partita si gioca nel campo dei dati: a fare da sfondo allo scontro tra Usa e Cina c’è il loro possesso».
Il futuro sono i dati, tanto in Occidente quanto in Oriente. Pechino ne è ben consapevole, e sta già premendo sull’acceleratore.
«Le direttrici per lo sviluppo tecnologico futuro in Cina sono principalmente due – conclude Pieranni -, il metaverso e l’intelligenza artificiale, settori che si nutrono di dati. Staremo a vedere come i social media, e in particolare WeChat, utilizzeranno questi strumenti da una parte per capitalizzare, dall’altra per il mantenimento della stabilità sociale. Tuttavia, il trend è ormai chiaro: sarà di nuovo l’Occidente ad essere trainato dall’inarrestabile spinta innovatrice cinese».

Facebook osservato speciale

C’è una notizia che getta una luce particolare sull’attività di Facebook. Riguarda l’intervento d’urgenza del Garante della privacy nei confronti della società del gruppo Meta. In ballo c’è un principio sancito dalla Costituzione: la libertà di pensiero dei cittadini. Tutto è iniziato quando il Garante per la privacy ha inviato a Facebook Italia una richiesta urgente di chiarimento – si legge nel comunicato del 22 settembre 2022 – «in relazione alle attività intraprese dal social network riguardo alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento italiano». Che cosa è successo? A partire dal 20 settembre le agenzie di stampa avevano annunciato una campagna su Facebook e Instagram (sempre della società Meta) indirizzata agli utenti maggiorenni per fornire informazioni sulle elezioni del 25 settembre, «contrastare le interferenze e rimuovere i contenuti che disincentivano al voto». Questo tramite la funzione Election day information (Edi). Non era la prima volta che il Garante si interessava a Facebook. Già una sanzione era stata comminata per il caso di Cambridge Analytica (214mila utente italiani coinvolti) e il progetto “Candidati” per le elezioni del 2018, sulla cui legittimità il Garante si era espresso con un provvedimento nel 2019 in cui ordinava a Facebook di pagare un milione di euro. A fine anno si è registrato un ulteriore sviluppo della vicenda. Un provvedimento del Garante della privacy del 21 dicembre 2022 contiene i risultati dell’istruttoria svolta nei confronti di Meta dopo la richiesta di chiarimenti. È un documento interessante perché passa al vaglio gli elementi che destano «inquietanti interrogativi» sull’operazione Edi – per la quale in più punti si solleva l’esistenza di un «fumus di illiceità» -, le risposte (parziali) della società che, ricordiamo, ha sede in Irlanda, e i vari risvolti che derivano dal coinvolgimento, nella campagna, di soggetti terzi come le agenzie di fact-checking. Non solo. L’istruttoria avviata dal Garante dimostra anche i limiti nella cooperazione con l’Autorità analoga in Irlanda, la Data protection commission che, tra l’altro, non ha valutato, come era stato richiesto, «urgenti misure di carattere correttivo». Gli interrogativi sono tanti: gli utenti erano a conoscenza dei trattamenti dei loro dati? Sono state prese misure per escludere i minori? Le risposte fornite da Meta acuiscono le perplessità «sulla correttezza e liceità» della campagna. Si è saputo, per esempio, che i dati vengono aggregati entro 90 giorni e potrebbero essere condivisi con «terzi come partner di ricerca, il mondo accademico, partner governativi o comitati elettorali». Inoltre, il Garante ha appurato che, contrariamente a quanto «dichiarato in essere» da Meta, «non risulta agli atti alcun accordo, né incarico formale» con il ministero dell’Interno. Per approfondire questa vicenda abbiamo posto alcune domande alla costituzionalista Ginevra Cerrina Feroni, vicepresidente del Garante per la privacy.

Innanzitutto cosa ci può dire dei difficili rapporti di cooperazione con la Data protection irlandese che pure il Regolamento europeo prevede?
Il meccanismo di cooperazione e coerenza – così è chiamato dal Regolamento – è tra i primi strumenti Ue che permettono di sperimentare una vera collaborazione fra istituzioni nazionali e che prevedono anche una certa dose di cessione dei propri poteri sovrani. A seconda di dove un’impresa decida di porre la propria sede gestionale principale, questa avrà come unica interlocutrice l’Autorità di protezione dati di quel Paese. Sarà quest’ultima a doversi interfacciare con tutte le altre Autorità europee interessate. È vero, non è un percorso semplicissimo, né sempre pienamente soddisfacente, quanto a celerità e ai necessari approfondimenti del procedimento, tanto più se si considerano le diverse tradizioni giuridiche e amministrative degli Stati dell’Unione. Detto ciò, il poco tempo a disposizione – la campagna di Facebook e, dunque, l’interlocuzione è avvenuta a due giorni dallo svolgimento delle elezioni in Italia – e il fatto che le valutazioni condotte dall’Autorità irlandese fossero limitate solo ad alcuni profili, peraltro molto generali, hanno fatto ritenere all’Autorità irlandese di non imporre a Meta, come richiesto da quella italiana, la sospensione dell’iniziativa. A tali condizioni il Regolamento consente all’Autorità nazionale di procedere con un proprio intervento d’urgenza che è, appunto, quello che, dopo una serie di ulteriori verifiche istruttorie, abbiamo effettuato.

Quali sono i punti critici della campagna di Meta che potrebbero pregiudicare la libertà dei cittadini?
Nel caso di specie i profili principali di criticità erano di due specie: da un lato, profili relativi alla base giuridica applicabile e, dall’altro, relativi al rispetto dei principi di minimizzazione dei dati personali nel senso che il loro trattamento pareva sproporzionato e, persino, ingiustificato rispetto ai fini che Meta si proponeva di raggiungere. Per giunta, data anche l’estrema vicinanza del lancio dell’iniziativa con lo svolgimento delle consultazioni elettorali, non si aveva certezza in merito alle concrete modalità di svolgimento: sarebbero stati effettivamente raccolti i dati degli utenti italiani? In quale quantità? Si sarebbe proceduto poi alla divulgazione, ancorché in forma aggregata degli stessi? E a chi? Questioni rilevanti che, allo stato, impedivano una piena autoconsapevolezza informativa del cittadino. C’è poi di fondo – e direi per il costituzionalista è il tema cruciale – l’estrema delicatezza del trattamento. È ovvio che ogni intervento su un diritto-dovere così fondamentale come quello di voto, asse portante di ogni sistema democratico, con un impatto così decisivo e rilevante per la vita politica di un Paese, andrebbe sempre attentamente considerato. Tanto più se posto in essere da parte di un soggetto imprenditoriale privato multinazionale.

C’è il rischio di manipolazione e di controllo dei dati per fini politici degli utenti Fb da parte di una società che ha fini commerciali?
Ricordo che riguardo a iniziative su elezioni italiane il Garante era già intervenuto criticamente in due precedenti occasioni. Ovvio che se l’attività fosse esclusivamente finalizzata ad un’informativa nei confronti della propria “community” in ordine ad un evento assai rilevante per il Paese, non vi sarebbe bisogno di dar luogo ad un trattamento dei dati dell’utenza. Cosa diversa se, oltre ad un trattamento, se ne preveda l’utilizzo mediante la loro messa a disposizione in forma aggregata a soggetti terzi, quali enti di ricerca, università, ma anche comitati elettorali e organizzazioni governative, per finalità non chiaramente definite. Insomma una indeterminatezza eccessiva su un tema estremamente sensibile.

A che punto è l’istruttoria nei confronti di Meta?
Sono in corso interlocuzioni con l’Autorità irlandese e con Meta e tra non molto, alla luce di queste, il Collegio del Garante prenderà le sue decisioni.

La tecnologia digitale va avanti velocemente, le leggi sono più lente. Gli strumenti del diritto potranno affinarsi per proteggere la libertà dei cittadini?
È una domanda complessa. Provando a semplificare molto la risposta, possiamo dire che il diritto nazionale è praticamente silente, anche in virtù del carattere transnazionale del fenomeno. Il diritto dell’Unione europea, invece, avendo compreso il ruolo anche pubblicistico che le piattaforme stanno conquistando pare riconoscere loro un certo ruolo di carattere regolatorio. Si tratta di una vera e propria “terza via” prettamente europea che intende trovare nel bilanciamento tra la governance dello sviluppo tecnologico e le esigenze sociali, un modello alternativo a tutti i modelli di gestione del mercato dei dati finora praticati. Ovvero quello autoregolativo di stampo americano, e quello statalista cinese, dove il governo della Rete è gestito dal Partito comunista cinese attraverso canali informali con le piattaforme. Questa via mediana, non senza ombre, consente una maggiore flessibilità ed efficienza nella tutela dei diritti fondamentali.

La fine del far-west digitale

Avete mai prenotato un biglietto aereo, cercando di schivare l’assicurazione, la prenotazione del sedile, il noleggio della macchina e una lista infinita di altre spese superflue? Questo tipo di trucchi nelle interfacce dei siti web si chiama dark patterns. Presto non sarà più possibile utilizzarli per svuotare le tasche degli utenti europei. È questo uno dei punti cardine del nuovo Regolamento sui servizi digitali (Dsa) nel quale si impone alle piattaforme di non usare più questi trucchetti.
Il Dsa rientra nell’ultima riforma incentrata sui servizi digitali, fortemente voluta dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che seppur a fine mandato (nel 2024) è decisa a consolidare la propria eredità politica con interventi importanti in questo settore (aiutata dalla commissaria Ue per la Competenza Margrethe Vestager), provocando la solita levata di scudi dei giganti di internet e incendiando le opinioni degli esperti.
La riforma è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale europea a novembre 2022 e aziende come, Meta, Google, Amazon etc. attraverso vari step hanno tempo fino a febbraio 2024 per adeguarsi alle nuove norme. Cercheremo ora di capire cosa attende le imprese, ma soprattutto cosa possiamo aspettarci noi cittadini europei quando la riforma sarà entrata a regime.

Il pacchetto è composto da due strumenti complementari: il Regolamento sui servizi digitali, come detto, e il Regolamento sui mercati digitali (Dma). Il Dsa stabilisce nuove regole per gli intermediari che forniscono servizi digitali ai cittadini europei, mentre il Dma regola i cosiddetti “gatekeepers” (per esempio le piattaforme che muovono i fili del commercio digitale) per contrastare abusi e garantire a tutti gli operatori pari accesso e opportunità nei mercati digitali. Questo approccio bifronte è necessario, perché i servizi digitali operano in un mercato a due parti, in cui esistono due gruppi di utilizzatori che vengono messi in contatto da intermediari (detti piattaforme a più parti): Amazon mette i venditori in contatto con potenziali clienti (gli utenti individuali); con Android, Google collega gli sviluppatori di app e gli utenti finali. In questo tipo di mercati, ça va sans dire, gli intermediari influiscono sulla capacità delle altre parti di esercitare i propri diritti, inclusi diritti fondamentali quali la libertà d’iniziativa economica, la libertà di espressione, il diritto all’informazione, la privacy. Chi più chi meno, tutti noi ci siamo imbattuti nel muro di gomma creato dal potere dei fornitori di servizi online, che possono decidere unilateralmente di sospendere account, cancellare post, o bloccare le vendite di un negozio. Il Dsa e il Dma mirano ad evitare distorsioni di mercato e migliorare l’esperienza degli individui online, con una disciplina armonizzata a livello europeo.

Il Dsa, in particolare, prende il posto della Direttiva sul commercio elettronico risalente addirittura al 2000, quando Google aveva solo due anni, Amazon quattro e nessuno degli attuali social network esisteva ancora. Stabilisce una base di obblighi comuni a tutti gli intermediari, cui si aggiungono una serie di regole differenziate a seconda del tipo di servizi digitali e delle dimensioni degli operatori. Di base, tutti gli intermediari devono avere un punto di contatto o un rappresentante all’interno dell’Unione, devono inserire nelle condizioni generali di servizio informazioni chiare su come gestiranno i contenuti che gli utenti immetteranno nei loro servizi, per esempio spiegando come effettueranno la moderazione di post o la rimozione di contenuti illeciti, perché queste attività influiscono direttamente sui diritti fondamentali degli utenti. La trasparenza gioca un ruolo fondamentale nel Dsa, e i fornitori di servizi digitali hanno l’obbligo di pubblicare rendiconti periodici indirizzati al pubblico (più altri per le autorità nazionali ed europee, a seconda del tipo di servizio e di operatore). Al di là degli obblighi di informazione e trasparenza, il Dsa modula le nuove regole, aggiustandole a seconda del tipo di intermediario e delle dimensioni della società. Una delle novità più importanti riguarda le piattaforme che ospitano e diffondono contenuti degli utenti, ossia social network, e-mail, e-commerce come Amazon, Vinted, eBay, ma anche motori di ricerca come Google. Le piattaforme devono creare meccanismi di segnalazione e rimuovere prontamente contenuti illeciti. Per diminuire il rischio di abusi, rimozione, demonetizzazione, e “shadowbanning” (per esempio la censura di un profilo social senza che l’utente ne sia consapevole) devono essere motivate e deve essere garantito un meccanismo di appello per gli utenti.
Ma non è finita qui. Il Dsa mira ad una vera e propria rivoluzione per quanto riguarda la pubblicità online, il modo in cui le piattaforme decidono quali contenuti mostrarci, e come organizzarli. Oltre al divieto di utilizzare i dark patterns, alle piattaforme è ora proibito profilare i minori e basare i profili commerciali degli utenti su informazioni sensibili (per esempio lo stato di salute o le preferenze sessuali).

Inoltre, per ogni pubblicità è necessario indicare i parametri del profilo in base al quale tali pubblicità vengono selezionate. Un meccanismo simile è previsto per i sistemi di raccomandazione. Le piattaforme, con i loro milioni di utenti, brulicano di contenuti. Per ordinarli e massimizzare l’engagement, usano sistemi che profilano gli utenti e mostrano loro solo contenuti considerati rilevanti per quel profilo. Il Dsa impone l’obbligo di informare gli utenti sui parametri usati per la personalizzazione. Se la piattaforma ha un numero di utenti superiore a 45 milioni (il 10% della popolazione dell’Unione), a questi obblighi se ne aggiungono altri, per esempio permettere agli utenti di impostare i contenuti in ordine cronologico invece che personalizzato e sottoporsi periodicamente ad audit indipendenti. Ci vorrà un po’ di tempo prima che queste norme generino cambiamenti percettibili. Per il Dsa, la prima data fondamentale è stata il 17 febbraio 2023. Entro quel giorno le piattaforme online dovevano pubblicare il loro numero di utenti attivi. Le piattaforme o motori di ricerca con più di 45 milioni di utenti (10% della popolazione in Europa) sono definite “Vlop-Very large online platform” dalla Commissione Ue. Costoro hanno quattro mesi a disposizione per pubblicare i vari rendiconto e report stabiliti dal Dsa. Al momento di andare in stampa non è ancora nota la lista di chi ha superato il 45 mln di utenti ma sicuramente i grandi protagonisti, da Google a Meta, ne hanno molti di più anche senza considerare eventuali bot e account finti. A partire dal 17 febbraio 2024 tutti gli intermediari e le piattaforme, grandi o no, dovranno essersi completamente adeguati, e le regole del Dsa si applicheranno senza più indugi. Durante questo anno di adattamento gli utenti cominceranno a vedere i primi effetti positivi del Dsa, mentre per le prime indagini per sospette violazioni e, soprattutto, per le prime sanzioni ci sarà probabilmente da aspettare ancora un po’.

Certo, queste nuove regole sembrano imporre agli intermediari online obblighi enormi, ma è chiaro che questi sono proporzionali alla dimensione delle società coinvolte. Le piccole e microimprese sono escluse dagli obblighi più gravosi e le piattaforme di grandi dimensioni altre non sono che i nomi noti del panorama digitale, che avranno ben poca difficoltà a trovare le risorse ed il personale per adeguarsi alle nuove norme.
Queste norme sono estremamente necessarie. Gli effetti della crescita smisurata delle grandi piattaforme sono sotto gli occhi di tutti. Al netto delle dichiarazioni sfavillanti di Google, Amazon, o Meta su quanto amino gli utenti, queste società hanno un modello di crescita basato sull’estrazione indiscriminata: estraggono dati personali, macinano click e like su contenuti discutibili, dai terrapiattisti agli incels (una particolare categoria di haters misogini e razzisti), sfruttando l’indignazione degli utenti. Questo modello polarizza qualsiasi argomento, trasformando ogni comunicazione tra utenti in una occasione per profilarli meglio. Ed è grazie a questi profili, previsioni probabilistiche spesso basate su stereotipi e pregiudizi, che le stesse piattaforme sono in grado poi di manipolarci, persuadendoci a interagire ancora di più, chiudendoci dentro filter bubbles dove veniamo esposti solo a contenuti che rinforzano le nostre posizioni, sempre più estremi e senza confronto. I sistemi di raccomandazione, gli algoritmi di profilazione e le pubblicità personalizzate trasformano gli individui in mezzi per aumentare i profitti delle piattaforme. Creano rischi enormi per l’equilibrio democratico, contaminando elezioni e amplificando l’odio, come successo nel genocidio dei Rohingya in Myanmar. Il Dsa ed il Dma non sono la panacea di tutti i mali dell’internet, ma sono un passo nella giusta direzione e vanno ad aggiungersi alle discipline europee di protezione del consumatore e dei dati personali. Contromisure (e multe) per cercare di contrastare gli incentivi delle piattaforme a monetizzare indiscriminatamente.

L’efficacia di questa riforma dipenderà da come verrà implementata dalle autorità nazionali ed europee. L’attuazione creerà non pochi dubbi, portando a galla le contraddizioni morali ed etiche di questi tempi. Prendiamo, ad esempio, l’obbligo delle piattaforme di eliminare contenuti illeciti. Il Dsa considera illeciti contenuti contrari alle norme europee o di uno degli Stati membri. Dalla violazione del diritto d’autore alla vendita di armi o farmaci, dai contenuti pedopornografici alle aste di cimeli nazisti, la portata è potenzialmente enorme, con tantissime zone grigie. Un video con una cover di un pezzo famoso, o una parodia di un personaggio Disney, violano il diritto d’autore o sono una libera espressione di artisti indipendenti? A questa incertezza si aggiunge il rischio che le multe salatissime previste dal Dsa spingano le piattaforme a eliminare, anche automaticamente, contenuti non illeciti, per rimanere sul sicuro. La Commissione si è in un certo senso arresa al fatto che i social network e altre piattaforme online sembrano essere gli unici nella posizione di fatto di contrastare certi illeciti online, ed ha legittimato il loro ruolo di arbiter della libertà di espressione. È una scelta che sembra inevitabile, ma le cui conseguenze non vanno ignorate: siamo davvero sicuri di voler lasciare a Twitter, Facebook, o TikTok la decisione su cosa si può dire online? Certo, nel Dsa non mancano meccanismi di rendicontazione. Le piattaforme, specialmente quelle con più di 45 milioni di utenti, devono pubblicare report periodici sull’uso della moderazione di contenuti e devono valutare periodicamente i rischi sistemici che i loro servizi (e specialmente il modo in cui sono organizzati) pongono non solo per i diritti fondamentali degli utenti, ma per la società europea in generale. È importante che questi meccanismi di rendicontazione non diventino, col tempo, solo una formalità, uno spuntare caselle senza alcun controllo sostanziale da parte delle autorità. La Commissione e gli stati membri devono assicurare alle autorità preposte fondi adeguati, e noi cittadini dobbiamo mantenere l’allerta, pretendere dall’Unione e dai governi che non cedano ad interessi di mercato, garantendo i nostri diritti online.

Il Dsa e il Dma non sono gli unici interventi dell’Europa in ambito tecnologico. Dai dispositivi medici all’intelligenza artificiale, dall’Internet of Things alla sicurezza cibernetica, gli ultimi due anni sono stati un pullulare di bozze di direttive e regolamenti, e nuove iniziative continuano ad essere annunciate quasi ogni settimana. Sotto la guida di Ursula von der Leyen, la Commissione si sta muovendo su più fronti per aggiornare normative ormai obsolete e far avanzare il più possibile una ambiziosissima agenda digitale, prima della fine del mandato nel 2024. Il messaggio è semplice ma forte: se i giganti di internet pensano di poter ignorare le regole in virtù della loro stazza, si sbagliano. La Commissione vuole incoraggiare un modo di fare innovazione e sviluppo in linea con i valori fondamentali dell’Unione, per mettere fine al far west online e creare un ecosistema digitale sicuro per i cittadini e le imprese.

L’autrice: Silvia De Conca è ricercatrice e docente universitaria di Diritto delle Nuove Tecnologie presso l’Amsterdam Institute for Law & Technology della Vrije University Amsterdam; ed è condirettrice del Gruppo di lavoro per i diritti umani nell’era digitale del Netherlands network for human rights research. 

Nella foto: il palazzo della Commissione europea, Bruxelles (EmDee)

Ciao ciao, articolo 34 della Costituzione

«La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso»: a leggerlo anche per la milionesima volta l’articolo 34 della nostra Costituzione è bellissimo. Ma è inapplicato.

«In Italia, la povertà economica delle famiglie ha un forte impatto anche sui percorsi educativi di bambine, bambini e adolescenti. Nel nostro Paese, infatti, la spesa delle famiglie per l’istruzione è in media molto bassa ed in diminuzione negli ultimi anni, in particolare nei quintili più poveri della popolazione e nelle regioni del Sud. Una famiglia con minore capacità di spesa (cioè appartenente al quintile con reddito più basso) e residente nel Mezzogiorno, ad esempio, spende in media circa 5 euro al mese per costi legati all’ istruzione dei figli, a fronte dei 33 spesi da una famiglia che vive nella stessa area, ma appartiene al quintile più ricco della popolazione. La forbice nei consumi educativi tra le famiglie di diverse condizioni economiche si allarga nelle regioni del Nord, dove a fronte di una quota di spesa destinata all’istruzione pari allo 0,6% del totale tra le famiglie in condizioni economiche più deprivate, tale valore raggiunge il 2,2% per quelle più abbienti», come emerge dalle elaborazioni di Save the Children su dati Istat.

L’Organizzazione sottolinea come il tema della crescita delle diseguaglianze educative sia legato anche all’aumento dell’inflazione degli ultimi due anni che ha generato un aumento dei prezzi al consumo soprattutto per i beni alimentari e i prodotti energetici. Dai dati, risulta evidente che gli aumenti dei prezzi di alcuni beni e servizi hanno determinato un cambiamento in alcune voci di spesa delle famiglie, indicando un aumento delle disuguaglianze educative. Ad esempio, nel Mezzogiorno le famiglie con minore capacità di spesa hanno ridotto la quota destinata ai prodotti alimentari (passata dal 33% al 31,5%) e aumentato quella destinata alle spese dell’abitazione (dal 39,5% al 41,2%), mentre la quota destinata all’istruzione, che era già la più bassa nel 2020, è diminuita ulteriormente nel 2021, passando dallo 0,5% del totale allo 0,37%. Anche le famiglie meno abbienti nel Nord del Paese hanno ridotto la quota della spesa per l’istruzione, che è passata dall’1,06% del totale allo 0,57%. Nel Nord, invece, le famiglie appartenenti al quintile più alto hanno sì ridotto le spese per alimentazione e aumentato quelle per abitazione e consumi energetici, ma hanno anche aumentato la quota di spesa destinata all’istruzione.

Tali dati assumono un significato particolarmente importante se si considera che il tasso di minori in povertà assoluta in Italia è quasi triplicato negli ultimi 10 anni, raggiungendo il picco del 14,2% (quasi 1,4 milioni di minori). Inoltre, la povertà materiale incide anche sull’apprendimento dei più piccoli ed è spesso una delle cause determinanti dell’abbandono precoce dei percorsi scolastici. C’è, infatti, una forte correlazione tra condizioni di povertà familiare e mancato raggiungimento di livelli di apprendimento adeguati, come emerge dai dati Invalsi. Come sottolinea Save the Children, c’è la necessità di sostenere i percorsi educativi dei bambini, delle bambine e degli adolescenti per scongiurare il rischio che la povertà materiale delle famiglie porti all’abbandono precoce degli studi.

Buon venerdì.

Foto pexels Katerina Holmes

È nato il Fronte meridionalista. Per la riscossa civile del Sud

L’Italia dovrebbe essere un solo Paese, ma ha due scuole diverse, come messo in evidenza da Svimez, per quanto riguarda l’offerta educativa. Si riscontra una sottrazione di formazione di 200 ore circa all’anno in meno per i bambini di quei cittadini che risiedono al Sud: sui soli 5 anni di scuola elementare significa perdere ben un anno di formazione e data la mancanza di infrastrutture, tempo pieno, risorse, con una percentuale di scuole senza mensa (80%) e palestra (83%), si riscontra anche una peggiore alimentazione, soprattutto per i figli delle classi sociali più deboli, e una maggiore incidenza dell’obesità e del sovrappeso per i bambini del Mezzogiorno (40% contro una media nazionale del 29%). Una differenza data principalmente dai diversi finanziamenti statali che al Sud al momento si basano ancora sulla spesa storica. Nel Mezzogiorno così tra il 2015 e il 2020, si sono persi 250mila studenti, mentre nel Centro Nord il calo è -75mila. A cui si aggiunge un crollo negli investimenti nella scuola che al Sud ha toccato il -30%. Il tutto in violazione dell’art. 34 della Costituzione.

Così due studenti su tre al Sud hanno competenze inadeguate per affrontare il mondo del lavoro o lo studio universitario! Si tratta di un’emergenza enorme, che dovrebbe vedere l’intero Paese impegnato in un’azione a favore della scuola, da cui dipende il futuro dell’Italia. La stessa annosa “questione meridionale” non può essere risolta se non si risolve il “problema scuola”. Infatti, dove c’è “povertà educativa” c’è “povertà economica”, l’una alimenta l’altra. Come se non bastasse gli atenei del Mezzogiorno, più colpiti dal calo demografico in atto e meno capaci di attrarre studenti per la scarsità di fondi, sembrano essere condannati a perdere iscritti, con una dinamica che diviene via via più pesante, al punto da mettere a rischio la stessa sussistenza di alcune Università
Anche per queste situazioni, unite alla cronica mancanza di lavoro, in base ai dati Istat diffusi pochi giorni fa, dal 2012 al 2021 sono emigrati 1 milione e 138 mila abitanti del Mezzogiorno. Negli ultimi 10 anni oltre 43 mila giovani laureati sono emigrati dal Mezzogiorno in cerca di un futuro migliore.

Nessuna risposta giunge dal governo Meloni, così come dai governi precedenti, a questa ennesima emergenza, anzi si procede speditamente con l’Autonomia differenziata proposta dal ministro Calderoli. È lo stesso Calderoli che nel 2006, dichiarava che Napoli è «una fogna che va bonificata. Infestata da topi, da eliminare con qualsiasi strumento, e non solo fingere di farlo perché magari anche i topi votano…. Qualsiasi trasferimento di risorse a questa città, che rappresenta un insulto del paese intero, sarebbe assurdo e ingiustificato».

Parola mantenuta per quanto riguarda il blocco del trasferimento di risorse a Napoli e a tutto il Mezzogiorno, dato che la Lega si è molto spesa in questi ultimi anni al proposito, come dimostra la sottrazione continua di fondi dal 2000 al 2017, certificato da Eurispes nel 2020 in ben 840 miliardi di euro e mai smentita, sottrazione dai fondi spettanti in base ad una equa ripartizione basata sulla sola percentuale di popolazione residente (34%). Cifra che aggiornata al 2022 supera i 1000 miliardi. Se pensiamo che il Pnrr, con i suoi 191,5 miliardi di euro, è decantato da due anni da politici e media nazionali come panacea per far ripartire l’intera Italia è facile capire il livello incredibile di sottrazione, che è diventata una vera e propria rapina, che si è prodotta nell’ultimo ventennio da parte dei vari governi che si sono succeduti dal 2000 ad oggi nei confronti dei territori del Mezzogiorno. Territori ampiamente sottofinanziati, a favore di quelle Regioni del Nord, la cosiddetta “Locomotiva”, i cui politici ora hanno anche il coraggio non solo di dichiararsi virtuosi, coi soldi degli altri, ma anche di negare ogni solidarietà nazionale grazie alla recente approvazione dell’Autonomia differenziata di Calderoli, ottenuta con la sponda offerta dai sovranisti (senza sovranità) di Meloni e ai “protoleghisti” emiliani guidati da Bonaccini.

Così anche una certa “sinistra” considera ordine naturale delle cose (antropologico) mettere il Nord sopra e il Sud sotto. È quella “sinistra” che negli ultimi anni non parla più di questione meridionale sostituendola con una inesistente questione settentrionale, scimmiottando la Lega dei tempi di Bossi. Questo ci dovrebbe far capire che per costruire l’alternativa popolare di sinistra alle parole d’ordine antiliberista, ambientalista, anticapitalista, antifascista, femminista e pacifista, bisognerebbe finalmente aggiungere anche meridionalista; visto che il Mezzogiorno non solo è il territorio più povero d’Europa, ma soffre di discriminazioni e di un razzismo di Stato che addirittura penalizza volutamente anche la durata di vita dei suoi abitanti e quindi ha bisogno di un richiamo e di una sua specificità riconoscibile e riconducibile.

Il meridionalismo infatti non è una corrente politica, ma è semplicemente un’attività di ricerca e di analisi storica ed economica sulla Questione meridionale al fine di risolverla. Ecco perché se la sinistra non mira a risolvere le differenze e discriminazioni territoriali è automaticamente protoleghista. Com’è infatti quella capitanata da Bonaccini che, al momento, dato l’avvicinarsi del Congresso Pd assume toni rassicuranti sull’Autonomia differenziata, forse per fare passare in secondo piano che con le leghiste Lombardia e Veneto Bonaccini ha costituito da tempo un “asse”, anche per materie delicate. Non a caso la Segreteria Cgil regionale dell’Emilia-Romagna ha dichiarato pochi giorni fa: «Suona un po’ strano oggi leggere che il presidente della Regione Emilia-Romagna dichiari quella bozza essere irricevibile e che invochi la mobilitazione senza fare nessuna autocritica rispetto a scelte sbagliate e dannose che hanno contribuito ad alimentare questo inutile dibattito». Risulta evidente che sull’Autonomia differenziata è Bonaccini, da sempre, il migliore alleato della Lega.

In questo quadro scoraggiante giunge la proposta, fra il detto e il non detto, parte di Bonomi di Confindustria, di spostare i fondi del Pnrr non utilizzati a favore delle industrie. Quali sono questi fondi? In una intervista dei giorni scorsi Bonomi lo dice chiaramente cioè spostare fondi (dal Sud), così come già fatto nel 2020 (sottrassero i Fondi Sviluppo Coesione) durante l’emergenza Covid, tanto i parlamentari del Sud (tranne poche eccezioni) non protestano e più che i territori difendono la loro personale posizione all’interno dei partiti nazionali nordcentrici. È il problema, già sottolineato da anni anche su Left, di un Sud senza reale rappresentanza autonoma e a schiena dritta.

Come già scritto più volte, dopo un ventennio di tagli e di spending review, i Comuni, in stragrande maggioranza del Sud, non hanno tecnici a differenza dei territori della “Locomotiva”, e non per colpa loro visto i minori trasferimenti statali al Sud, e di conseguenza perderanno i fondi del Pnrr (trasferiti principalmente del Nord), col consenso di tutti o quasi i partiti in Parlamento. Così anche questi fondi che dovevano servire a iniziare a ridurre le diseguaglianze fra le due parti del Paese, come indicato dalla Ue, saranno intercettati dalle Regioni del Nord, come richiesto già un anno fa da Sala & Fontana. Detto che questo Pnrr per il Sud assume sempre più i connotati di una vera e propria “truffa”, visto che, a fronte di percentuali sempre minori di fondi che dovrebbero arrivare sui territori, il Mezzogiorno dovrà restituire con le tasse la stessa percentuale, del prestito rilevante ricevuto dalla Ue, delle aree più ricche, che stanno per intercettare e beneficiare della stragrande maggioranza dei fondi. Il tutto ovviamente graverà pro quota sulle tasche dei cittadini.

Singolare coincidenza negli stessi giorni dell’appello di Bonomi la Corte dei Conti ha lanciato l’allarme sui ritardi nella spesa delle risorse e sulla qualità degli investimenti. La pandemia Covid-19 prima e la crisi generata dalla guerra in Ucraina dopo, infatti hanno aumentato il gap tra Nord e Sud ed è per questo motivo che i fondi di Sviluppo e coesione andrebbero spesi subito, destinando realmente quell’80% di risorse riservate al Mezzogiorno. Il richiamo si trova spulciando le 647 pagine della Relazione annuale 2022 sui rapporti finanziari Italia/Ue e sull’utilizzo dei fondi europei della Corte dei Conti: i magistrati, non solo sono preoccupati per i ritardi nella spesa ma anche per la qualità degli investimenti. Un problema che se saranno seguite le direttive di cui sopra ben presto non sarà più da affrontare semplicemente perché i Fondi saranno stati, come già più e più volte in passato dirottati ancora una volta.

Anche sulla sanità la situazione è drammatica lo documenta l’ultimo rapporto Gimbe. Che mette in rilievo come ci sono sempre più giovani medici al Nord e sempre meno al Sud. C’è un aspetto che, tra le istanze «eversive» segnalate dal Gimbe sul progetto di autonomia differenziata voluto dalla Lega, preoccupa più degli altri cioè il rischio che alla «fuga» dei pazienti in cerca di cure verso il Settentrione, un vero e proprio esodo che, secondo la fondazione guidata da Cartabellotta, è costato al Mezzogiorno 14 miliardi di euro in dieci anni, si accompagni un’ulteriore diaspora. Quella dei giovani medici in formazione. In altre parole, gli specialisti del prossimo futuro, spesso utilizzati già nel presente dalle aziende sanitarie per far fronte alle carenze di organico degli ospedali. Professionisti che un domani tutt’altro che remoto, per le associazioni di categoria, potrebbero vedersi costretti a migrare verso Nord, attratti dalla maggiore disponibilità di borse di studio e dalle migliori condizioni di lavoro. A cominciare dalla busta paga.
Così grazie alle proposte di gabbie salariali e didattica differenziata, a partire da storia e italiano, con la scuola e il Servizio sanitario arlecchino in arrivo con l’Autonomia differenziata, il rischio concreto che si sta delineando è quello di frantumare l’unità nazionale,

[Anche per fare fronte comune, creare una massa critica attiva e per opporsi a queste derive secessioniste e discriminatorie è nato nelle settimane scorse il Fronte meridionalista- La riscossa del Sud, un’aggregazione di forze meridionali e meridionaliste di orientamento progressista e radicale promossa dal Partito del Sud, dalla Carta di Venosa, dal Laboratorio per la Riscossa del Sud e dal Comitato “G. Salvemini”. Che ha proposto un suo Manifesto in dieci punti per un altro Sud in una Italia che ripudia la guerra, per la pace e il disarmo, per un paese solidale e di coesione sociale, contro ogni diseguaglianza. Donne e uomini che vivono quotidianamente la durezza dello scontro di civiltà tra le pratiche del vivere solidale e le regole della sopraffazione dei potentati economici, politici e criminali.]

Coglierà l’opportunità la sinistra al momento silente o complice per cercare di iniziare ad invertire la prospettiva geografica? Su questa domanda si giocherà nei prossimi mesi la possibilità di proporre una alternativa concreta all’attuale governo e a quelle pratiche consociative che da troppo tempo stanno relegando le proposte di sinistra nel fastidioso recinto dei vinti.

L’autore: Natale Cuccurese è presidente del Partito del Sud

In apertura illustrazione di Fabio Magnasciutti

Per approfondire leggi il libro di Left Lezioni meridionali. Il Sud di oggi e di ieri. Temi e percorsi.

 

Big tech, geopolitica e democrazia: la sfida del secolo

Dietro la “retorica della condivisione” il mondo virtuale nasconde una brutale commercializzazione della nostra vita, denuncia il filosofo Byung-Chul Han tra i più severi critici delle grandi piattaforme private che fanno business con i nostri dati sensibili. Secondo il filosofo tedesco di origini sudcoreane i social generano un insano narcisismo digitale, non producendo mai un “noi”, ma addirittura, ma dal suo punto vista, chiudendoci in una bolla, «che restringe, i nostri orizzonti, divorando le fondamenta stesse della democrazia rappresentativa». Dopo libri che hanno fatto molto discutere come Nello sciame. Visioni del digitale (Nottetempo) ora torna ad argomentare la sua visione critica del web e della società digitale improntata su un modello neoliberista nel libro Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete (Einaudi) analizzando come le big tech, attraverso algoritmi e intelligenza artificiale, arrivino a dominare i processi sociali, economici e politici. Basti ricordare, solo per fare un esempio, lo scandalo di Cambridge Analytica del 2018.
«Decisivo per la conquista del potere – scrive Byung-Chul Han – non è il possesso dei mezzi di produzione, bensì l’accesso all’informazione che evolve in capitalismo della sorveglianza e declassa gli esseri umani a bestie da dati e consumo». Pur non condividendone la visione apocalittica tuttavia ritengo che Byung-Chul Han ponga questioni importanti su cui riflettere. Di fronte a simili scenari di strapotere degli oligopolisti digitali sulle nostre vite, quali contromisure prendere? Quali strumenti possono mettere in campo gli Stati che vedono minacciata la sicurezza? Come difendersi in quanto cittadini senza rinunciare al progresso che ha portato la rete che, pur fra luci e ombre, ha accelerato lo scambio di idee e informazioni? Come riuscire a sfruttarne i vantaggi, evitando di diventare una merce, evitando di finire nel tritacarne di un capitalismo che esercita il suo potere in maniera seduttiva e invisibile arrivando «a dissolvere l’essere umano in una misera serie di dati»? Su tutto questo ci siamo interrogati nella storia di copertina, con l’aiuto di studiosi di nuove tecnologie, di diritto alla privacy e di cybersecurity (Silvia De Conca e Marco Santarelli), di giornalisti specializzati (Simone Pieranni, Sergio Bellucci, Michele Mezza) e di psichiatri (Beniamino Gigli), per approfondire “il senso antropologico” della tecnologia per l’evoluzione culturale umana nelle relazioni. Il punto è che la tecnologia deve servire al potenziamento dell’identità umana e dei processi democratici. Ma la diffusione di pericolose fake news in rete, l’incitamento all’odio, i tentativi di sottile manipolazione che avvengono via web e attraverso chat bot inficiano questa funzione. E non parliamo di pericoli lontani nel tempo. Per fare un esempio, già il Garante della privacy è intervenuto stoppando il chat Gpt Replika che genera “un amico virtuale” per favorire il benessere, calmare l’ansia, “trovare l’amore”. Il Garante della privacy ha scritto in una nota che Replika al momento non potrà usare i dati degli utenti italiani perché ci sarebbero troppi rischi per i minori (a cui fornisce risposte inadeguate al grado di sviluppo) e per le personalità fragili. Passando da questo piano importantissimo che riguarda la tutela dei minori a quello più generale che riguarda la politica e la sicurezza degli Stati e addirittura la guerra, su questo numero Michele Mezza parla di privatizzazione della guerra ricostruendo come le big tech attraverso i social e strumenti di geolocalizzazione sono intervenute nella guerra di invasione russa in Ucraina, orientandone gli sviluppi.
Ribadiamo, lungi da noi essere apocalittici e luddisti ma appare chiaro che tutto questo chiede più che una riflessione seria: c’è di mezzo la vita delle persone. Quanto alla questione del problematico rapporto fra sicurezza degli Stati e piattaforme monopolistiche private su questo numero di Left, l’esperto di cybersecurity Marco Santarelli ci parla dell’indagine conoscitiva che il Copasir ha avviato per accertare se ci sia stata una eventuale condivisione di dati sensibili di utenti italiani con il governo cinese. La vice presidente del Garante della privacy Cerrina Feroni invece ci parla dell’indagine avviata su Facebook riguardo al trattamento dei dati “privati” dell’utenza in occasione delle politiche del 2022. Di fronte allo strapotere delle piattaforme internazionali che hanno sede soprattutto negli Usa e in Cina (dove non sono tenute a rispettare la privacy degli utenti) gli Stati spesso appaiono impotenti. Anche per questo sono particolarmente importanti gli strumenti sul piano legislativo di cui si sta dotando l’Unione europea. La Commissione Ue, in particolare, dopo oltre 20 anni ha finalmente creato nuove regole per rafforzare la tutela della privacy e dei diritti di chi “vive” sui social o naviga su siti di e-commerce. Una svolta molto ambiziosa, come ci spiega Silvia De Conca dell’Università di Amsterdam, «per far fronte a un ecosistema online cresciuto a dismisura negli ultimi anni, con problemi di complessità tecnologica, sociale ed economica senza precedenti».
In finale, segnaliamo che perfino negli Stati Uniti si potrebbe quanto meno aprire una discussione poiché è arrivato fino alla Suprema corte un caso che interroga le responsabilità delle grandi piattaforme per i contenuti e il modo in cui vengono diffusi dai loro algoritmi. Uno dei casi che ha mosso le acque è quello di una giovane, Nohemi Gonzalez, uccisa durante l’attentato del Bataclan nel 2015. La famiglia ha accusato YouTube di complicità con l’Isis per non aver censurato i contenuti video di propaganda del gruppo terroristico fondamentalista. Dubitiamo, mentre andiamo in stampa, che i giudici Usa accetteranno di mettere in discussione la Sezione 230 del Communications decency act, una legge approvata nel 1996 che garantisce alle aziende informatiche di non poter essere ritenute legalmente responsabili per i contenuti pubblicati dai loro utenti, come i post sui social. Certo, sarebbe una rivoluzione riconoscere ai colossi del web responsabilità da editori ma non ci contiamo troppo.

In apertura: illustrazione di Fabio Magnasciutti

Si potevano salvare?

Il punto sta tutto qui. Si potevano salvare le persone morte nella strage al largo di Crotone? Nello Trocchia per Domani mette in fila i fatti: alle 22:30 di sabato scorso l’agenzia europea, Frontex, segnala la presenza in mare di un’imbarcazione, la stessa che si schianterà provocando la morte di oltre 60 persone, tra queste almeno quindici bambini. Già alle cinque di mattina di sabato era stato diffuso un avviso generico sulla situazione di imbarcazioni nel mar Ionio. «Nella serata di ieri un velivolo Frontex in attività di pattugliamento ha avvistato un’imbarcazione che presumibilmente poteva essere coinvolta nel traffico di migranti, a circa 40 miglia dalle coste crotonesi», si legge in una comunicazione della Guardia di finanza che ricostruisce quei momenti. La vicenda viene rubricata come operazione di polizia di frontiera «coinvolta nel traffico di migranti» e non come salvataggio in mare. Questo è un punto decisivo. La Guardia costiera riceve la comunicazione, ma non si attiva. Lo fa, invece, la Guardia di finanza che spedisce in mare una vedetta e un pattugliatore, ma entrambe rientrano perché «avrebbero messo a repentaglio l’incolumità dell’equipaggio e anche dei migranti da salvare, non erano adatte viste le condizioni del mare a intervenire», ha raccontato a Domani una fonte investigativa.

Così viene avvertita la capitaneria di porto e sollecitata a un intervento anche congiunto, un intervento che non avverrà mai. Alle 5:40 un pescatore, Antonio Grazioso, ha raccontato al tg regionale della Rai, di aver ricevuto una telefonata dalla Guardia costiera di Crotone per segnalare una barca in avaria, ma era già tardi. C’è un ulteriore dettaglio che manca nella ricostruzione fornita dalla Guardia costiera: nessun cenno alla impossibilità delle sue motovedette di uscire con il mare in quelle condizioni. Ma come: non è stata questa la prima versione fornita dal governo? Tutto si riduce quindi alla (errata) interpretazione della comunicazione di Frontex: un solo uomo “visibile” e un natante che viaggia regolarmente.

Salvini fa il matto e annuncia querela. Beato lui che può permettersi di pensare alla querela a differenza dello squarcio che provoca il dubbio di una strage che poteva essere evitata. Il ministro Piantedosi ieri (incalzato molto bene, finalmente, da una segretaria del Pd) dice «se c’è stata un debolezza del ministero mi assumerò e mi assumo tutte le mie responsabilità». Beato lui che chiama “debolezze” le eventuali responsabilità di una strage.

Il punto è che per il bene della nostra democrazia e della credibilità della nostra Repubblica le responsabilità vanno accertate e va chiarito, fin da subito, che si tratta di responsabilità penali, solo dopo politiche. Quel “si potevano salvare?” rimbomba nella testa di chi conserva giustizia e umanità e dovrebbe rimbombare nella testa dei ministri competenti e dei loro cacicchi finché non si accerterà per bene la verità. Perché un conto è fare schifo politicamente, un conto è intralciare il salvataggio nel Mediterraneo, un altro conto è non salvare qualcuno che si doveva salvare.

Buon giovedì.

Nella foto: il ministro dell’Interno Piantedosi, frame del video dell’audizione alla Commissione Affari costituzionali della Camera, 1 marzo 2023

Salvini scappa

L’aveva definita “zecca tedesca“,”sbruffoncella” e “complice di scafisti e trafficanti”. La prima e la terza definizione sono passibili di condanna. Che Carola Rackete sulla quale su Left abbiamo scritto molto sia “complice di scafisti e trafficanti” appare, allo stato attuale, una diffamazione bella e buona.

Solo una tra le tante che alcuni membri di questo governo usano per soffiare sul razzismo che hanno promesso di sfamare durante la loro campagna elettorale.

Matteo Salvini ha probabilmente diffamato Carola Rackete ma dopo avere passato mesi a infamarla ieri ha deciso di farsi salvare dai suoi compagni di brigata nella Giunta per le elezioni che ha negato l’autorizzazione a procedere, dopo la denuncia per diffamazione della capitana di Sea Watch 3. A favore di Salvini hanno votato in dieci: i senatori del Carroccio, di Fdi e di Forza Italia, con tre voti contrari (due del Pd e 1 del M5s) e due astenuti, il renziano Ivan Scalfarotto e Ilaria Cucchi dell’alleanza Verdi-Sinistra.

Ilaria Cucchi ha spiegato di aver ritenuto doveroso astenersi «avendo avuto con l’onorevole Salvini, oggi ministro, numerosi procedimenti come persona offesa e/o indagata per lo stesso titolo di reato». Il gruppo Verdi-Sinistra ha comunque confermato che voterà l’autorizzazione a procedere in Aula.

Non ci sta il senatore del Pd Alfredo Bazoli: «È una vergogna. – dice -. Non è accettabile che si usi questo strumento della insindacabilità per proteggere e impedire che vada a giudizio un ministro che si è permesso per un mese e mezzo consecutivo da qualunque canale, tv o social di insultare una persona, protesta il senatore parlando di “un precedente molto pericoloso perché così si autorizza chiunque a dire qualunque cosa in un’aula parlamentare essendo autorizzato a farlo, e si fa un pessimo servizio alle nostre prerogative che vanno salvaguardate sì ma non in questo modo. Ci si scherma dietro ragioni giuridiche che sono totalmente infondate, secondo noi». Dello stesso avviso anche Ketty Damante del Movimento 5 stelle: «Per noi – spiega – Salvini dovrebbe difendersi nel processo, e non dal processo esattamente come ogni altro cittadino. Nel merito, le sue parole contro Carola Rackete non rappresentavano opinioni politiche ma veri e propri insulti, di fronte ai quali oggi il leader leghista si scherma con l’immunità parlamentare anziché renderne conto davanti a un giudice. In aula confermeremo il nostro voto di oggi».

Curiosa la difesa di Adriano Paroli di Forza Italia che si trincera dietro a “l’articolo 68” che «prevede che si individui il fatto per cui un senatore abbia espresso le sue opinioni nell’esercizio del suo mandato. Ciò non induce la Giunta a intervenire con un’analisi della veridicità o gravità delle affermazioni, non ci compete. Per me era evidente che quello che ha detto il ministro era nell’esercizio del suo mandato». Per Paroli quindi un senatore che scippa un’anziana nell’esercizio del suo mandato è un problema che non gli compete, evidentemente.

Salvini scappa semplicemente questo. E lo fa nel momento in cui al Viminale c’è qualcuno che prova a fare peggio di lui.

Buon mercoledì.

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L’immagine di apertura è una illustrazione di Paola Formica