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Lo Schindler cinese che salvò migliaia di ebrei dalla persecuzione nazista

La giornata della memoria dovrebbe durare tutto l’anno. Anche per questo vogliamo qui riprendere e raccontare un pezzo di storia collettiva ancora poco conosciuto, ma importante. Tra il 1933 e il 1941 più di 18mila ebrei, perlopiù tedeschi e austriaci, trovarono rifugio a Shanghai, città esempio di un cosmopolitismo vitale e complesso basato sui principi di equilibrio dello yin e dello yang. Grazie ai cosiddetti “visti per la vita” rilasciati dall’allora console cinese a Vienna, Ho Feng Shan, lo “Schindler cinese” (nella foto), furono salvate migliaia di persone dagli orrori del nazismo. La storia di un “miracolo”, com’è stata definita, di persone che hanno fatto scelte coraggiose, ambientata in Cina, a conferma della dimensione non solo europea ma globale della Shoah.

Tutto questo è raccontato nel libro Ebrei a Shanghai. Storia dei rifugiati in fuga dal Terzo Reich (O barra O, 2018), presentato il 23 gennaio a Roma, presso la Biblioteca Nelson Mandela, in collaborazione con il Dipartimento ISO dell’Università Sapienza e l’Istituto Confucio di Roma. Abbiamo intervistato per Left la curatrice del volume Elisa Giunipero, ordinaria di Storia della Cina moderna e contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e direttrice italiana dell’Istituto Confucio dello stesso Ateneo. Dopo un breve excursus storico in apertura del libro, si passa al racconto della vita nel cosiddetto “ghetto” – o più precisamente “area riservata ai rifugiati apolidi” – di Shanghai. Quest’area istituita nel 1943 dai giapponesi che allora occupavano la città sorgeva nel distretto povero di Hongkou, dove ancora oggi è possibile passeggiare fra gli edifici in stile occidentale, su quelle stesse strade percorse da chi scappava dall’orrore nazista.

A memoria di questa vicenda, si incontrano luoghi significativi: la sinagoga Ohel Moshe, costruita nel 1927 dagli ebrei che già si erano stabiliti a Shanghai alla fine del XIX secolo, e lo Shanghai Jewish Refugees Museum, il Museo dei rifugiati ebraici, inaugurato nel 2007; sul cui sito ufficiale si precisa come le immagini e i vari documenti custoditi testimonino, fra le altre cose, «l’aiuto e il sostegno reciproco fra i cinesi e gli ebrei» che si trovarono ad affrontare contemporaneamente degli eventi drammatici: l’occupazione giapponese (1937-1945) e la Shoah. Un’integrazione certo difficile, ma riuscita. Gli ebrei furono costretti dai giapponesi, alleati dei nazisti, a vivere nel “ghetto” di Honkou, ma bisogna sottolineare come non furono mai perseguitati né isolati. «Di fatto l’antisemitismo non è mai stato una realtà né per la Cina, né per il Giappone», sottolinea Elisa Giunipero.

Ma perché proprio a Shanghai? Perché la “Parigi d’Oriente” era rimasta l’unica città ancora accessibile agli ebrei. Divenuta “porto aperto” già a metà dell’Ottocento, come si legge nella premessa del libro, per via delle varie concessioni straniere in continua interazione e dialogo con la parte cinese della popolazione. Teatro dell’elaborazione di una sintesi cosmopolita unica nel suo genere, di commistione più che di mutua esclusione. In linea con i principi dello yin e dallo yang, complementari, mai opposti. Gli ebrei di Shanghai poterono dunque sopravvivere e salvarsi, anche perché i giapponesi, refrattari al coinvolgimento nello sterminio degli ebrei, non cedettero alle pressioni naziste che pretendevano di estendere la “Soluzione finale” anche alla Cina, come si può leggere nel saggio di Agostino Giovagnoli all’interno del libro. Al tal fine, pare che oltre al “macellaio di Varsavia”, Josef Meisinger, la delegazione tedesca in Oriente portò con sé anche contenitori di gas Zyclon B, lo stesso utilizzato nei campi di concentramento. «La Shoah», ci dice la professoressa Giunipero, «è qualcosa di universale per quello che ci insegna e ci lascia. La storia che, insieme ad altri, ho voluto raccontare nel libro è una spia che evidenzia ancora di più la dimensione non solo europea ma globale della Shoah. Per questo è un qualcosa da raccontare», perché non si dimentichi e non si ripeta. Mai.

Nel testo sono raccolte molte testimonianze importanti, di studiosi ma anche di testimoni, come quella dal titolo “Nata a Shanghai” di Sonjia Mühlberger: «I miei genitori (ebrei tedeschi, ndr) arrivarono a Shanghai nel 1939. Si erano incontrati nel club sportivo ebraico Schild di Francoforte negli anni Trenta. Mia madre era incinta quando arrivò a Shanghai e pochi mesi dopo sarei nata io». Le parole di Sonja sono accompagnate dalla fotografia di lei bambina fra le braccia dei genitori, e da quella del suo certificato di nascita. Immagini che parlano di qualcosa che ci riguarda, un prezioso spaccato di vita e di storia collettiva: la convivenza nel “ghetto”, le canzoni della mamma, la bici con cui ogni mattina il papà l’accompagnava a scuola, prima di andare a lavorare nella Concessione francese, la nostalgia di casa. Nelle pagine di Ebrei a Shanghai, inoltre, viene descritta in dettaglio la storia di Ho Feng Shan, l’allora console cinese a Vienna, che riuscì a salvare migliaia di ebrei fornendo loro visti e passaporti cinesi per raggiungere Shanghai e sfuggire alle deportazioni. Il suo coraggio gli è valso nel 2001 il titolo di Giusto tra le Nazioni e, nel 2018, la dedica di una piazzetta vicino via Paolo Sarpi a Milano, oltre a una targa e un albero nel Giardino dei Giusti di Monte Stella, nella stessa città.

«Ho Feng Shan, già questo è indicativo, non parlò mai dei suoi “visti per la vita”, fu sempre molto discreto», ci racconta la curatrice del libro. Infatti, la sua storia fu scoperta solo molti anni dopo, anche grazie al lavoro di ricerca e collazione di fonti e documenti della figlia, Ho Manli. Ho Feng Shan si inventò un vero e proprio sistema per salvare queste persone, approfittando del fatto che in quel momento Shanghai, per una serie di coincidenze (occupazione giapponese, governo fantoccio, presenza delle concessioni straniere), era praticamente scevra da stretti controlli burocratici. Poté così, contro il volere dei suoi superiori, rilasciare un gran numero di visti e passaporti che nessuno avrebbe visionato e che permisero a molti ebrei di raggiungere la Cina, ma anche di dirigersi altrove. Mise in pericolo la propria vita, ma non poté fare altrimenti. In quella circostanza non c’erano differenze di alcun tipo, ma soltanto la ferma consapevolezza di non potere e non dovere restare indifferenti.

La targa in onore di Ho Feng Shan (Shanghai Jewish Refugees Museum and Ohel Moishe Synagogue), HBarrisonhttps://www.flickr.com/photos/hbarrison/5923772961/

Elisa Giunipero ci riporta una frase che il console avrebbe detto rispondendo a chi gli chiese il perché delle sue azioni: «Ho pensato che fosse naturale provare compassione e volere aiutare. È il punto di vista umano, è così che dovrebbe essere». Ecco, in un periodo del genere Ho Feng Shan ha avuto il coraggio di essere umano, “semplicemente”. Come lui tantissime altre persone, uomini e donne, molti ancora sconosciuti, che hanno risposto all’orrore disumano del nazismo con il coraggio di chi conserva la propria umanità, costi quel che costi, come chi, ad esempio, continua ad allungare una mano nel Mediterraneo senza esitazione alcuna. Perché si tratta di persone, di vite umane. E tanto basta. Questo prezioso frammento, come scrive Giovagnoli, «conferma l’attualità della Shoah e quanto sia importante la sua memoria, non solo in Europa ma in tutto il mondo, per evitare che, in altra forma e in altre circostanze, possa ripetersi».

Nella foto: l’immagine della copertina del libro Ebrei a Shanghai. Storia dei rifugiati in fuga dal Terzo Reich (O barra O, 2018)

La serie tv “Mercoledì” e la solita balla del “mostro dentro ognuno di noi”

Lunghe trecce corvine. Espressione corrucciata. Passo svelto e sincopato. Grandi scarponi scuri. Tulle nero per un abito da sera o righe monocrome sulla divisa scolastica. L’orgoglio di non accettare passivamente nessuna imposizione, la voglia di fare da sola, la determinazione nel cercare la verità. Questa è Mercoledì Addams. Prepariamoci ad un carnevale pieno di bambine vestite come lei.

Ad oggi Mercoledì è una delle serie tv più viste di sempre. Spin off di moltissimi film e telefilm, anche animati, ispirati ai personaggi a fumetti creati da Charles Addams dal 1938 per il settimanale The New Yorker, esce su Netflix il 23 novembre 2022 ed è fin da subito un successo planetario. Protagonista della serie è Mercoledì Addams, originariamente, la più piccola componente della nota famiglia Addams, che ha sempre tentato di rappresentare una famiglia allargata alternativa alla famiglia americana tipica del dopoguerra, composta da un unico nucleo famigliare, inquadrata, omologata, consumatrice capitalista. In questo spin off vediamo Mercoledì alle prese con la sua vita di adolescente. Espulsa dalla scuola per aver difeso in maniera sadica e cruenta il fratello Pugsley da alcuni bulli, viene ammessa alla Nevermore Academy, scuola privata per persone speciali alla Harry Potter ma abitata da adolescenti dai poteri mostruosi (vampiri, lupi mannari, sirene, gorgoni e così via). Lì indaga sugli omicidi commessi da un mostro crudele e sui segreti della sua e delle altrui famiglie.

Jenna Ortega, l’attrice che ha interpretato il personaggio principale della serie, è diventata istantaneamente una star seguitissima. Il suo famoso e folle ballo alla festa, improvvisato quando era in attesa di scoprire di essere malata di Covid, senza nessuna coreografia professionale, spopola da mesi su TikTok, riproposto in tutte le salse. Lo stile dark e sarcastico dell’immaginario degli Addams conquista eventi, moda e social.
Ma non tutti sono affascinati completamente da questo revival gotico apparentemente ironico che viene proposto come una grande novità culturale.

E le note stonate sono molte. Sarà la formazione cristiano cattolica dei due sceneggiatori, Alfred Gough e Miles Millar, già creatori di Smallville, che fa classicamente dire alla protagonista che ognuno di noi ha in sé un mostro (retaggio biblico e razionale del peccato originale e dell’animale che si annida in ognuno di noi, come spiegato da Massimo Fagioli pochi anni or sono sulle pagine di questa testata)? Sarà il fatto che, come se niente fosse, la morte di una delle vittime viene accettata dal padre e da tutti come una buona soluzione alla pazzia che il povero defunto stava sviluppando? Sarà che la grande attrazione fisica tra Gomez e Morticia Addams, che rappresentava la vera alternativa al modello genitoriale americano classico, diventa, in questa versione, scialba, risibile e fastidiosa, proposta come se fosse vista dagli occhi impietosi di una figlia adolescente ma di fatto resa ridicola anche dall’interpretazione degli attori e dalla regia (firmata, per i primi tre episodi, da Tim Burton)? Sarà che la coming-of-age story, la storia di formazione, non porta assolutamente la protagonista a trovare una strada diversa da quella percorsa dagli adulti che la circondano? Sarà il fatto che la critica alla bigotta società americana, abbozzata negli eventi che riguardano i Padri pellegrini e i loro discendenti, non porta a nessun reale cambiamento nei personaggi in quanto essi condividono con vecchia generazione e con i villains lo stesso mondo culturale di riferimento? Sarà che la magia in salsa mistica non ha la stessa fantasia di quella che caratterizza le favole?

Ma allora perché tante bambine hanno fatto di Mercoledì Addams la loro eroina? Cosa c’è in questo personaggio che affascina ragazze, ragazzi e soprattutto bambini? Forse il fascino sta nel fatto che Mercoledì non ha paura. Vive in un mondo spaventoso, si misura con la morte, la mostruosità, la difficoltà di crescere, la necessità di cambiare, la solitudine, l’orrore e non ha mai paura. Per questo diventa la paladina dei più giovani, perché Mercoledì affronta tutto a testa alta, anche i suoi stessi errori. Anche la malattia mentale. Perché in fondo il leit-motiv di tutta la serie sembra proprio questa. La pazzia di essere condannati a diventare come i propri genitori; la pazzia che abita in tutti e, se non controllata, diventa omicida; la pazzia che porta a scegliere l’altro con cui confrontarci nel più pazzo che riusciamo a trovare; la pazzia impossibile da comprendere anche per il personaggio della psicoterapeuta. La confezione audiovisiva perfetta, calibrata dai maestri dell’entertainment, purtroppo non aiuta a riconoscere il vecchio in ciò che ci viene proposto. E la capacità della serie di proporre delle nuove immagini femminili, nella preside Larissa Weems, o nell’innovativo personaggio di Enid Sinclair, di giocare con il genere horror e la commedia, di mettere al centro della storia i rapporti interumani e la costruzione della propria identità fa il resto. E forse è proprio questa la ricerca che affascina così tanto e che speriamo troverà serie veramente nuove per essere raccontata.

Metti una sera una boomer e una trapper sullo stesso palco

L’attrice e regista Elda Alvigini torna in scena, al teatro Roma dal 3 al 12 marzo, con un nuovo spettacolo tutto al femminile: Bomba, scritto e diretto da Francesca Zanni.
Sul palco Elda Alvigini e Claudia Genolini sono rispettivamente Asia e Miss Flow, due cantanti appartenenti a epoche diverse che, attraverso il loro incontro, approfondiscono il confronto tra generazioni diverse.

Come è stato misurarsi con questo tema, in una pièce, pur mettendo al centro il tempo, lo mette fra parentesi, perché si svolge in un momento presente?
Devo dire che, grazie al magnifico lavoro di scrittura e regia di Francesca Zanni, è stato tutto molto semplice. Francesca si è rivelata, ancora una volta, sia in veste di autrice che in quella di regista, una donna estremamente consapevole. Il testo non lascia adito a dubbi, per noi attrici è chiarissimo ciò che intende. Poi, per la riuscita dello spettacolo, oltre alle parole sono importantissime le musiche, tutte originali a cura di Edoardo Simeone e Luca Capomaggi e i costumi di Lucia Mariani (spesso al fianco di Giancarlo Sepe al teatro La Comunità) che rivestono un valore narrativo, diventando un prezioso elemento per raccontare le protagoniste, dal momento che lo spettacolo è tutto ambientato in un’unica location. Anche già dal solo abbigliamento emerge il mio personaggio: Asia, una stella degli anni Ottanta, ormai cadente, sia, per così dire, appare quasi “congelata” negli anni Ottanta. Mentre, Miss Flow, interpretata da Claudia, è inconfutabilmente espressione del proprio tempo: il presente.

Ovvero? Siamo curiosi…
Basti dire che i miei status symbol sono: lacca, spalline e paillettes.
Mentre Claudia rispecchia a pieno l’identikit della trapper, non solo per il modo di cantare ma anche per il modo di vestire, di muoversi, di parlare. Una cosa tra tutte: lei pratica il “Goblin” che potremmo definire come l’arte di vestirsi male; fenomeno esploso durante la pandemia ed ora dilagato. Per cui indossa la tuta con capi firmati di alta sartoria, l’intimo in evidenza, per un risultato caratterizzato da una ricercatissima trascuratezza. Perché, in fondo, il paradosso, è che non c’è assolutamente nulla di casuale. Insomma, i nostri costumi sono eloquenti nella misura in cui servono ad esacerbare il gap generazionale tra le due protagoniste.

Traspare da tutto questo un vostro grande affiatamento con Francesca Zanni, sbaglio?
Assolutamente sì. Francesca Zanni è un’autrice e regista di grande esperienza e spessore. Ha scritto e messo in scena spettacoli bellissimi, come: Tutti i miei cari; Sentieri; Cinque donne del sud. Erano anni che sognavo di lavorare con lei. In particolare, mi sto trovando bene perché abbiamo lo stesso senso dell’ironia. Cosa tanto rara, quanto essenziale.

Qual è l’aspetto più interessante della scrittura di Francesca Zanni?
Partendo dal presupposto che, in generale, mi piace il suo modo di scrivere, devo dire che ne apprezzo molto i tempi comici. Più cinematografici che teatrali, dal momento che, nel corso della commedia, c’è sempre più di un plot all’interno della trama. È piena di colpi di scena. E poi è uno spettacolo dolce e amaro, ovvero, per quanto sia divertente, ci sono anche degli aspetti più drammatici.

Quali sono state le sfide da affrontare per Bomba?
La prima, grande e nuova sfida è stata quella di cantare. Perché io ho sempre creduto di non saperlo fare. Tuttavia, non mi sono lasciata dissuadere e ho iniziato a studiare, seguendo le lezioni e gli esercizi della bravissima aiuto regista: Giorgia Remediani che, cantando da tanti anni in un coro, mi ha fatto capire come raggiungere le note e fare i cambi.

C’è feeling con il personaggio interpretato?
Sì. Asia è una donna che in passato è stata molto molto famosa e di cui, con il passare degli anni, il pubblico si è un po’ dimenticato. Anche se ha proposto brani nuovi, tutti vogliono le sue canzoni vecchie e la ricordano solo per quelle. Un po’ com’è accaduto a me con l’esperienza televisiva. Certo, con tutte le dovute differenze, però è sicuramente curioso come un certo pubblico e, soprattutto, una certa quantità di persone addette ai lavori, tendano a “bollare” gli artisti per ciò che hanno fatto in passato, annullando completamente tutta la ricerca fatta negli anni successivi. Poi, voglio aggiungere che, per chi svolge il mestiere dell’attore, trovare qualcosa di sé, della propria vita, nel personaggio da rappresentare è essenziale per interpretarlo al meglio.

In generale che valore ha la commedia oggi?
La commedia dovrebbe avere lo stesso valore di sempre. Il suo ruolo, dalla classicità ad oggi è stato, ed è, quello di sottolineare i valori e i difetti dei potenti e delle cose assodate. La commedia compie un’opera di disvelamento della realtà. Mentre, la satira è una critica alla società contemporanea. E, in Bomba, Commedia e Satira, con le iniziali maiuscole, vanno a braccetto. L’ironia di Francesca Zanni è sempre intelligente, pungente e arguta, insomma, non ha bisogno delle parolacce per suscitare la risata. E devo dire che ne suscita davvero parecchie di risate. Ma valuterà il pubblico… E poi il testo, seppur scritto nel 2021 è davvero attuale. Debuttiamo a due settimane dalla fine di Sanremo, in cui quest’anno c’è stato addirittura (neanche a farlo apposta) l’episodio della bomba. E in televisione è appena partito uno show dedicato ai boomer.

Che dire? Sicuramente è d’attualità. In che misura Bomba si può definire “critico” nei confronti della società?
Si tratta di un testo che mette a nudo tutta l’apparenza in cui vivono i cantanti e in generale i protagonisti del jet set. Prima di tutto quelli più giovani. Claudia Genolini rappresenta una super trap che parla di degrado, di periferie, di situazioni al limite ma chissà se lo ha mai conosciute, almeno lontanamente. Poi, la critica non risparmia neanche i più “maturi”. Anche il mio personaggio, rivendica un passato da star, ma chissà se il ricordo non sia influenzato da qualche idealizzazione. Direi che Bomba è come la vita: c’è la parte che sbrilluccica e la polvere sotto il tappeto. Tappeto che la Zanni non esita ad alzare, provocando un gran polverone ma senza mai giudicare. Al contrario, conferendo la massima umanità alle protagoniste di cui esplora tutte le ragioni.

Lo spettacolo come nasce, in termini di produzione e realizzazione?
Bomba è un’opera indipendente e autoprodotta. Nasce dall’impegno e dalla cura di Francesca Zanni e della sua socia, Eleonora Tripodi, che lo hanno fortemente voluto e lo hanno prodotto con Trebisonda, la loro società.

A chi è destinato?
Questa è facile: A tutti! Per la natura stesse delle protagoniste. Da una parte c’è Miss Flow, la trapper che, quindi, coinvolge un pubblico giovane dagli undici anni in su; poi, ci sono io che, invece, rispecchio un pubblico più adulto. Come dicevo, è uno spettacolo estremamente divertente, privo di volgarità, ricco di colpi di scena e di musica.

Una parola in più sulla musica?
Parlando proprio di due cantanti, la musica è protagonista e, a parte i brani di repertorio, lo spettacolo vanta brani originali realizzati ad hoc da Edoardo Simeone e Luca Capomaggi che, è un produttore trap. Quindi, non si è solo limitato a realizzare i pezzi ma si è anche occupato di “far entrare” Claudia a trecentosessanta gradi nel mondo trap. L’ha istruita sul linguaggio, sui modi.

Insomma potremmo dire che è uno spettacolo comico ma non parodistico?
Esatto. Lo spettacolo non è macchiettistico mai. Noi siamo autentiche. Non c’è alcun intento caricaturale e questo mi piace moltissimo.

Il Pd di Elly, al di là delle chiacchiere

Ieri qualche sedicente esperto di politica discettava comodo in televisione dicendoci che «le primarie del Partito democratico sono state uno scontro di persone ma mancavano i programmi». È solo uno dei tanti esempi della mostrificazione dei Dem da parte di chi non li ha votati, non aveva intenzione di votarli e confida nella loro distruzione prevedendo di guadagnarci qualche briciola.

Stefano Bonaccini e Elly Schlein si sono affrontati con i programmi. Ora resta da vedere se verrano rispettati ma le linee sono chiare. «Le priorità sono il contrasto a ogni forma di disuguaglianza – ha spiegato appena eletta – il diritto a un lavoro dignitoso, la necessità di affrontare con massima urgenza l’emergenza climatica. Dobbiamo ricostruire fiducia là dove s’è spezzata». Ma vediamo cosa contiene il suo programma per capire come si muoverà nello scenario politico.

Sul lavoro Schlein ha preso le distanze in modo netto dalle politiche di renziana memoria. Secondo Schlein è necessario «voltare nettamente pagina dopo gli errori del Jobs Act e del decreto Poletti sulla facilitazione dei licenziamenti e la liberalizzazione dei contratti a termine». La battaglia è per contrastare la precarietà limitando i contratti a termine, rendendo più conveniente il lavoro stabile, abolendo le forme più precarie come gli stage extracurriculari e gratuiti e regolando i lavoratori delle piattaforme. E insiste sul reddito di cittadinanza: «Non va abolito, va migliorato». E poi rimarca la necessità di una battaglia per il salario minimo. «Saremo quel partito – ha detto – che non si dà pace finché non avremo posto un limite alla precarietà, posto un limite ai contratti a tempo determinato, abolito gli stage gratuiti, lottato per portare a casa il salario minimo. E lo dico già da ora, l’ho detto in queste settimane: ci rivolgeremo a tutte le altre opposizioni per fare questa battaglia insieme, per dire che sotto una certa soglia non è lavoro, è sfruttamento».

Anche sul cambiamento climatico la linea è netta. No al nucleare, maggiori investimenti sulle energie rinnovabili, un piano fiscale eco-friendly, in grado di azzerare progressivamente i sussidi ambientalmente dannosi e legare le imposte indirette alle emissioni di Co2 e una vera legge sul consumo di suolo. Sulla sanità si promette un maggiore investimento puntando sulla sanità pubblica, potenziando la cura domiciliare e territoriale. Nel suo discorso ha anche parlato di immigrazione: «Proprio oggi (abbiamo) un’altra strage nel mare, davanti a Crotone, che pesa sulle coscienze di chi solo qualche settimana fa ha voluto approvare un decreto che ha la sola finalità di ostacolare i salvataggi in mare, quando invece ci vorrebbero vie legali e sicure per l’accesso a tutti i Paesi europei e ci vorrebbe una Mare Nostrum europea. Una missione umanitaria per il soccorso in mare».

Idee chiare sul fisco: «il sistema fiscale italiano deve diventare più chiaro, comprensibile e semplice. In una riforma fiscale complessiva e progressiva anche il tema dei grandi patrimoni deve essere affrontato in un’ottica redistributiva, a partire dall’allineamento della tassa sulle donazioni e successioni al livello degli altri grandi Paesi europei». Poi ci sono i diritti, su cui Schlein ha sempre avuto una barra dritta e un’idea chiara.

Di punti programmatici ce ne sono, eccome. E sono i punti programmatici comuni a molti esponenti della socialdemocrazia in Europa, niente di mostruosamente radicale come vorrebbe far credere qualcuno. Resta da vedere se Schlein riuscirà a compiere ciò che ha in mente. Ma i punti ci sono, eccome. E il suo avversario Stefano Bonaccini, con grande senso di responsabilità e delle istituzioni, si è messo a disposizione.

Buon martedì.

Nella foto: Elly Schlein frame del video del discorso dopo la vittoria alle primarie Pd

«Caro prof., le dico cosa penso dell’aggressione di Firenze»

Caro professor Abate,
oggi in classe, parlando della recente aggressione di matrice fascista avvenuta al liceo Michelangiolo, lei mi ha esortato a dire cosa pensassi a riguardo, e ho risposto brevemente dicendo che non ero in grado di trovare parole adatte a descrivere ciò che è accaduto. Non vorrei che la mia risposta fosse suonata fredda e distaccata, al fondo po’ indifferente. Ci ho messo un po’ e spinto in una lunga riflessione ci tengo a dire cosa ne penso, per poter spiegare il mio punto di vista, e perché per come sono fatto non riuscirei ad accettare che mi si creda indifferente ad un fatto simile. Lei stesso prof. ha detto, l’indifferenza è tra i peggiori mali che possano affliggere l’uomo, poiché l’indifferenza è assenza di pensiero, e l’assenza di pensiero può solo rendere l’uomo schiavo del pensiero di qualcun altro…. Quindi se la mia risposta è stata vuota ed arida non è perché non ci ho pensato, ma è perché ci sto ancora pensando e faccio fatica ad esprimermi in una maniera che sia ai miei occhi completa e giusta. E veramente, io vorrei potermi schierare nettamente da un lato e farmi sentire alzando la voce come, giustamente, fanno altri, ma mi assalgono tantissimi dubbi e domande, e non riesco a non vedere le cose attraverso il filtro della messa in dubbio anche dell’evidenza. Se il caso in questione finisse, come dovrebbe, in un tribunale, un eventuale avvocato difensore degli autori di questa aggressione ci metterebbe poco ad ottenere delle attenuanti: noi possiamo basarci sul video che circola e sulle testimonianze, ma effettivamente cosa è successo negli attimi immediatamente precedenti al filmato?

Chi ci dice che, e magari non è questo il caso, i soggetti delle due fazioni opposte non si conoscessero già e che non ci fossero già stati attriti e scontri tra quei ragazzi? Molti, per addurre un’aggravante, hanno ipotizzato che gli aggressori, che erano li, a quanto pare, per fare del volantinaggio, fossero lì in realtà col premeditato scopo di provocare i ragazzi che poi sono stati aggrediti, e che quindi aspettassero solo il tentativo di questi ultimi di impedire loro di distribuire i volantini. Comunque, che alla base di questa aggressione ci siano i rispettivi schieramenti politici è evidente, ma io personalmente non ho gli elementi per poter giudicare le intenzioni, l’eventuale premeditazione e via discorrendo. Questo compito spetta ad altri. Io posso giudicare ciò che vedo in quel video, e vedo, in primo piano, vari ragazzi che prendono ferocemente a calci e pugni un ragazzo steso a terra, ed in secondo piano vedo una lunghissima schiera di individui che assistono paralizzati alla scena.

E per me è sufficiente questo per affermare che sono stati violati dei diritti e
dei valori fondamentali che chiunque, a destra o a sinistra che si trovi, non dovrebbe permettersi di violare. I due schieramenti erano palesemente quelli di sinistra e di estrema destra, le cui organizzazioni (mi riferisco ora all’estrema destra) sono particolarmente note per la loro violenza ed inspiegabilmente non ancora soppresse. Io da quando ho iniziato ad interessarmi ai fatti politici non ho mai avuto veramente fiducia in un partito in particolare, detesto l’ipocrisia di ognuna delle teste che sono state in questi ultimi anni alla guida del Paese, sia a sinistra che a destra. Come molti, avverto che, come ha puntualmente sottolineato oggi una mia compagna di classe, che stimo moltissimo, nessuno qui fa veramente l’interesse dello Stato e dei suoi cittadini. Nessuno lassù, nell’olimpo dei governanti, sottomette le sue posizioni ed opinioni alla coerenza, ma anzi, esse mutano non appena mutano i venti delle opinioni del popolo, che per tutta una lunga serie di ragioni e meccanismi, sono confuse o inesistenti. In relazione a ciò, è interessante notare una cosa: la cura dell’istruzione non è tra le priorità dei nostri governi, né di quelli di molte altre nazioni, ma anzi, è profondamente trascurata.

Non parlo solo di istruzione “scolastica”, che comunque, per ora, è obbligatoria e garantita (sebbene spesso in condizioni precarie!) ma parlo anche e soprattutto degli altri mezzi che
potrebbero essere sfruttati per innalzare il livello culturale delle persone, come i programmi televisivi, che però sono, in massima parte, distanti da ogni scopo educativo. Cito a tal proposito le parole che un magistrato che ammiro molto, dott. Nicola Gratteri, ha detto in merito a ciò: «Il potere non vuole un popolo istruito, vuole un popolo ignorante». Questo aspetto si pone alla base di tutto il modello sociale in cui viviamo, poiché un popolo ignorante non è in grado di sviluppare un pensiero critico, di dubitare, di porsi delle domande e di cercare delle risposte, ed è quindi facilmente governabile.

Un modello del genere è contrario a tutti i principi che stanno alla base di uno
Stato. Uno Stato deve essere giusto, e per essere giusto deve sempre tendere verso la condizione in cui i suoi cittadini sono liberi di pensare e di realizzarsi, coscienti di ciò che è giusto e di ciò che non è giusto, e protetti sempre da chi contravviene alle leggi che regolano i rapporti tra persone. Ora, è evidente che, come per secoli si è detto, lo Stato perfetto non apparterrà mai a questo mondo, ma certamente affinché uno Stato tenda ad un modello giusto, l’istruzione dei suoi cittadini è un elemento necessario, e se uno stato viaggia in senso contrario, allora, è come un anti-Stato. L’hegelismo insegna che lo stato viene prima dei suoi cittadini, e che la cultura ed i costumi dello stato in cui in individuo cresce hanno un fortissimo peso sulla sua indole.
Dunque, se viviamo in una società pervasa dalla violenza, ed in uno Stato in cui certe violente organizzazioni di stampo neofascista, che sono palesemente anticostituzionali, non sono state soppresse, non possiamo meravigliarci del fatto che in questo Stato si formino anche persone che non condividono i principi che si pongono come fondamento di una società civile e moderna. Con ciò, non voglio deresponsabilizzare gli autori dell’aggressione, ma anzi, voglio responsabilizzare, accanto ad essi, lo Stato.

E con “lo Stato”, intendo dire l’intero sistema al di là dello schieramento politico, poiché la negligenza nei confronti della cosa pubblica, che ha origini piuttosto antiche nella nostra repubblica, è stata sfruttata strategicamente in egual misura, negli ultimi anni, dalla destra e dalla sinistra. Tra i nostri governanti, pochissimi vivono per un valore e lottano per esso, e se ci sono, sono sempre in seconda linea rispetto a chi veramente ha in mano lo scettro.
C’è chi dice che tutto questo fa parte del gioco della politica. Sarà, ma allora è un gioco che mi disgusta.

Come posso sentirmi rappresentato da qualcuno in questo porto di mare che è lo Stato italiano? Le cause dell’aggressione quindi, oltre che nell’indole violenta dei suoi autori, che potevano scegliere se farlo o no, vanno ricercate anche in un meccanismo sociale che va ben oltre gli schieramenti politici, e che a monte non si è preoccupato di estirpare ogni residuo delle ideologie fasciste che hanno segnato l’Italia della prima metà del Novecento. Una situazione così disperata mi fa sorridere nel sentire certe persone sorprendersi della
mancata condanna di questa aggressione da parte del governo.

In questi giorni molti miei conoscenti mi hanno detto che questo evento è stato come una scossa che li ha svegliati da un bel sogno, e che ha fatto aprire loro gli occhi sui pericoli che viviamo tutti i giorni, ho visto lacrime di paura e di sconforto, e le comprendo, perché comprendo il bisogno di credere che si viva in una società moderna e sicura, dove tutti hanno ormai afferrato l’universalità di certi valori, ma non è così, e quando, come in questo caso, la realtà si infrange contro questo velo di seta, si rimane paralizzati, scossi e
tremebondi. La verità è che non siamo così moderni come crediamo, e a quelli che affermano il contrario, che hanno una grande fiducia nei confronti di questi tempi, domando: la frase di Gratteri, evidenzia forse una condizione sociale e politica diversa, all’osso, da quella del medioevo?

Insomma, tutto questo discorso vorrebbe semplicemente mostrare che, per me, l’aspetto prettamente politico, lo scontro tra destra e sinistra, è la punta dell’iceberg delle cause di eventi come questo, i quali sono inseriti in all’interno di un problema ben più ampio della lotta politica, quello della totale assenza da parte di chi ci guida della volontà di cambiare le cose. Eppure noi una Costituzione la abbiamo, e parla chiaro. In essa sono espressi i nostri valori, valori che, essendo contrari ad ogni forma di violenza sono, per forza di cose, antifascisti. Ciò a cui abbiamo assistito è la completa negazione di questi valori. Le idee si devono poter esprimere, ciò sta alla base della democrazia, ma quella a cui abbiamo assistito non è una manifestazione ideologica, è un grave violenza, è un reato. Le idee devono circolare per mezzo della parola, per mezzo degli argomenti, non per mezzo dei pugni e dei calci, perché questi ultimi due mezzi appartengono ad un mondo che non è quello degli umani.

Se non posso affidarmi agli attuali governanti, ripongo la mia fiducia nella Giustizia che, seppur anch’essa imperfetta, cerca di imporre a tutti il rispetto del nostro sistema giuridico, un sistema che, almeno nei suoi principi di base, è giusto, e nessuno, deve poter sfuggire alla sua supremazia. In ultima istanza, se da una parte non sento di poter sperare in una presa di posizione del governo circa questi eventi, sono sicuro che la giustizia farà sentire anche in questo caso la sua voce, poiché, attenuanti o meno, ciò che appare in quel filmato rimane un reato di efferata violenza, e come tale dev’essere condannato e punito. E riflettendo, mi rendo conto che non posso non riporre tante fiducia anche in voi insegnanti, che avete veramente il potere di far comprendere alle giovani menti che vi ascoltano che non possono rimanere indifferenti a questi eventi, che devono pensare, riflettere, e criticare. Solo così quei ragazzi nel loro futuro potranno essere liberi.

Caro professore, questo testo è più uno sfogo pieno di idee sparse e confuse che un’argomentazione strutturata, ma almeno adesso ho detto anch’io come la penso.
Un saluto,

Vittorio

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Foto di Giancarlo Leonelli, manifestazione di Firenze 21 febbraio 2023

«Il coraggio di mia madre, Anna Politkovskaja»

Quando è stata uccisa, il 7 ottobre del 2006, la cronista russa Anna Politkovskaja ha lasciato moltissimi orfani.
In Europa e Stati Uniti, dove era ammirata e considerata. Dove i suoi articoli erano raccolti in libri, tutti diventati bestseller. In Italia in particolare, Paese che l’ha sempre amata. Da noi è stata ospite in un’unica occasione, al Festivaletteratura di Mantova del 2005, l’anno prima di essere assassinata. Era l’11 settembre, una domenica calda e assolata. Lei era rimasta quasi sorpresa nel vedere il numerosissimo pubblico che aveva preso d’assalto il teatro Sociale. Avevano anche dovuto aprire i palchi, come non accadeva da tempo.

«Volevo ringraziare tutti voi per essere stati qui, in una domenica di sole, a sentir parlare di cose tanto lontane da voi e tanto drammatiche» aveva detto lei alla fine.
Di orfani, sempre metaforicamente parlando, Anna ne aveva lasciati anche in Russia. Benché fosse invisa al potere, emarginata dai suoi colleghi e chiamata da molti “la pazza di Mosca”, aveva ancora degli estimatori fra chi non si lasciava stordire dalla propaganda del regime. Anna raccontava che qualche volta, quando andava nei negozi, le persone le si avvicinavano e le dicevano cose del tipo “Oh Anya, ti sosteniamo così tanto, capiamo cosa stai facendo…” Ma succedeva sempre meno di frequente e le persone le parlavano piano, spesso all’orecchio. Non si sa se scherzando o meno, lei diceva che ormai della Cecenia non parlava più neanche agli amici stretti.

La cronaca di questi giorni, però, ha riportato di attualità il fatto che Anna ha lasciato anche due orfani in senso stretto, i suoi figli Il’ja e Vera. La secondogenita è stata qualche giorno in Italia per presentare il libro Una madre. La vita e la passione per la verità di Anna Politkovskaja (scritto con Sara Giudice e pubblicato da Rizzoli).
Seguo e stimo Anna da anni. Su di lei ho scritto anche due libri; il più recente è Anna Politkovskaja. Reporter per amore, uscito nel 2022 con l’editore Morellini. Perciò non potevo mancare all’incontro milanese, che si è tenuto il 22 febbraio alla Fondazione Feltrinelli. Sala gremita. Sul palco insieme all’autrice e all’interprete, due giornaliste del Corriere della Sera: il vice direttore Barbara Stefanelli e la responsabile redazione esteri Mara Gergolat.

La discussione ha ruotato principalmente intorno alla situazione attuale della Russia, che Vera ha dovuto lasciare precipitosamente dopo lo scoppio della guerra. Lei, giornalista, aveva perso il lavoro. La figlia Anna Viktorija, 15 anni, così chiamata in onore della nonna che non ha fatto in tempo a conoscere, era minacciata e bullizzata. Ora vivono all’estero, in un posto sicuro.
«Su Putin non ho risposte. Per alcuni è un grande presidente. Per altri è un dittatore. Per me è l’uomo che compie gli anni il giorno in cui è stata uccisa mia madre» ha detto. Ha poi raccontato la situazione disperata in cui si trovano tante famiglie, schiacciate dalla povertà, incapaci di farsi un’opinione su ciò che sta succedendo (i media indipendenti, già in forte minoranza, sono ora azzerati). Ha spiegato che molti ragazzi sono quasi costretti ad arruolarsi e che manifestare le proprie opinioni è molto pericoloso.

«In Russia o sei d’accordo con il regime o fingi di esserlo. Se scendi in piazza o anche solo manifesti il tuo disaccordo sui social, rischi di finire in prigione».
Alle domande, Vera rispondeva con garbo e misura, senza mai cambiare espressione. Giovane, graziosa, ma irrimediabilmente triste.
Finché le è stato chiesto perché, dopo gli inizi come violinista, abbia deciso di diventare giornalista. A quel punto, dopo 40 minuti dall’inizio dell’incontro, finalmente un sorriso ha illuminato il suo bel viso. «È successo per caso. All’inizio scrivevo di musica, poi di cultura. Poi sono passata ad attualità e politica. Ma in Russia non è facile occuparsi di politica».
Si è parlato poco di Anna, nell’incontro, e forse questo è stato un po’ deludente per i tanti intervenuti. «Mia madre ha fatto quello che ha fatto perché credeva nella libertà di espressione e nella giustizia. Da donna, teneva le storie delle persone nel suo cuore, ne veniva attraversata» ha detto a un certo punto Vera.

Sul finale, un racconto drammatico. Quando Vera era già all’estero, l’ha raggiunta la notizia che era stata data alle fiamme in modo chiaramente doloso la casa di vacanze della famiglia, una dacia a 90 chilometri da Mosca. Qui avevano trascorso momenti bellissimi. «Mamma ci andava spesso a scrivere. Sedeva in veranda, apriva il computer, il cane le si accucciava accanto, e si immergeva nei suoi testi complicati. Tutto era andato distrutto. È stato un grande dolore. Ma qualche mese dopo mi hanno chiamato i vicini: i fiori erano sbocciati, il prato era verde, l’edera rigogliosa, il salice si stava riprendendo. E ho pensato che anche per mia madre è così: lei non c’è più, ma il suo esempio e il suo insegnamento rimangono». E qui Vera ha sorriso di nuovo.

Dopo l’incontro, sono riuscita a conoscerla. Le ho detto, in inglese, quello che ci si può immaginare: quanto sua madre fosse eccezionale e quanto io la stimi. Poi, pur sapendo che non conosce l’italiano, le ho regalato il mio libro.
Tornata a casa, ovviamente, mi sono subito tuffata nel libro, divorato in una notte. Lo dico subito: per i fan di Anna è un po’ una delusione. Di lei non si parla molto e sugli episodi narrati, dal sequestro della Dubrovka all’avvelenamento di Beslan, abbiamo più dettagli noi lettori di Anna.

Però Vera – pur in una narrazione disorganica, lacunosa e carica di omissis – ci regala qualche piccola perla di vita familiare. Ci racconta le discriminazioni e le minacce subite da ragazzini da lei e Il’ja perché figli di due giornalisti non allineati. Ci restituisce l’immagine di una ragazza, diventata moglie e madre ancora giovanissima. Dei suoi sforzi per essere sempre all’altezza: «Non sapeva cucinare ed è diventata una cuoca eccellente. Come educatrice era molto severa: per noi voleva il meglio». E parla delle assenze: «Era spesso in Cecenia. Mi accorgevo che stava per partire, quando la vedevo tirare fuori abiti scuri e informi, per non dare nell’occhio. Metteva anche il velo, per nascondere la sua chioma grigia, così riconoscibile».

Se volete unire i puntini sulla vita, disperata ed eroica, di Anna dovete leggere i suoi libri. Raccontano vicende dure, ma lo fanno con una lingua pulita ed elegante. Sono la cronaca di una guerra terminata da anni, che però ricorda così da vicino quella che si sta combattendo oggi. Adelphi li ha da poco ripubblicati, con grande successo: La Russia di Putin, Per questo e Diario russo.

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Da leggere su Left: sempre di Lucia Tilde Ingrosso, Lo sguardo lungo di Anna Politkovskaja

Siate maledetti, scafisti politici

Per avere l’idea di cosa sia accaduto ieri a Steccato di Cutro basta andarsi a cercare il video in cui alcuni mezzi delle forze dell’ordine passano a pochi centimetri da una montagna coperta da un lenzuolo. Là sotto ci sono decine di morti, molte donne e molte bambini, che sono la montagnola dell’umido in cui noi buttiamo i nostri errori e nostri orrori.

Numeri ufficiali non ce ne saranno, tranquilli. I numeri ufficiali dei morti nel Mediterraneo sono statistiche che possono sapere esattamente quanti se n’è inghiottiti il mare. I morti si valutano sui racconti dei sopravvissuti – racconti disperati e disperanti – e sui corpi che si disimpigliano e infine galleggiano. Il mare che vomita corpi morti sulla spiaggia dell’Italia mentre il suo governo trattiene le navi che vorrebbero salvare, poi le multa e mentre si accorda con le peggiori autarchie per chiudere i confini è l’incubo che ci meritiamo.

Quella di ieri non è una giornata diversa dalle altre. Il Mediterraneo è un buco mortifero tutti i giorni. Ieri è semplicemente accaduto che anche i peggiori satrapi che governano questo Paese hanno dovuto farci i conti perché il sangue ha sporcato la tranquilla domenica pomeriggio dei loro elettori. «Si commenta da sé l’azione di chi oggi specula su questi morti, dopo aver esaltato l’illusione di un’immigrazione senza regole», ha detto ieri Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio di fronte agli accadimenti del mondo, quando non ha il copione scritto dai suoi alleati internazionali, mostra irrimediabilmente tutta la sua ignoranza: l’immigrazione senza regole è quella che marcisce sotto i governi che vorrebbero nascondere l’immigrazione sotto il tappeto. L’immigrazione “senza regole” è figlia dei cretini che vorrebbero fermare la gente che scappa dalla fame e dal piombo sventolando razzismo di bassa lega che non sa (e non vuole sapere) quello che accade da quelle parti del mondo.

Mentre in Calabria si recuperano i cadaveri sfranti dal mare sulla terra sgorgano le lacrime ipocrite. Il mare non uccide, le persone uccidono. I colpevoli di queste morti (come di tutte le morti nel Mediterraneo sono coloro che non hanno capito che senza canali legali l’immigrazione sarà sempre in mano all’illegalità («indispensabile che l’Unione Europea assuma finalmente in concreto la responsabilità di governare il fenomeno migratorio per sottrarlo ai trafficanti di esseri umani, impegnandosi direttamente nelle politiche migratorie», ha detto ieri Mattarella). I colpevoli di questi morti sono coloro che hanno interessi (o si disinteressano) di «guerre, persecuzioni, terrorismo, povertà, territori resi inospitali dal cambiamento climatico» in un continente in cui rischiare di morire è l’unica strada per sperare di sopravvivere. I colpevoli di questi morti sono coloro che stringono le mani in Libia di persone che sono ufficiali di polizia di giorno e poi scafisti di notte. I colpevoli di questi morti sono quelli che bloccano le navi che salvano vite con decreti illegali e immorali. I colpevoli di queste morti sono i partiti che non hanno mai avuto la voglia di opporsi, nonostante fingano di essere dalla parte giusta.

I colpevoli siano maledetti. E siano maledetti gli speculatori – cara Giorgia Meloni – dell’immigrazione per riempirsi la pancia di voti. Siano maledetti gli scafisti politici.

Buon lunedì.

 

A scuola noi formiamo i cittadini di domani. Insorgiamo e insorgeremo sempre contro la violenza

Il pestaggio di alcuni studenti di fronte a una scuola pubblica avvenuto a Firenze alcuni giorni fa è una cosa gravissima, che non può essere taciuta.
La preside Annalisa Savino ha dichiarato di aver scritto il suo comunicato – ormai noto ai più – perché gli studenti non avessero paura, per difenderli. Sì, perché la reazione dei giovani di fronte all’accaduto è stata prima di tutto la paura. E noi, che nella scuola ci lavoriamo e che a quei ragazzi e a quelle ragazze diamo risposte ogni giorno, non possiamo tacere, come ha fatto il governo. È un nostro dovere proteggerli e non deluderli.
Ci difenderemo e li proteggeremo sempre dalla violenza, dalla prepotenza, dall’ignoranza con fermezza e coraggio perché, come scriveva un grande intellettuale morto di botte dopo un pestaggio fascista, Piero Gobetti, “l’antifascismo è una questione di stile” e se al fascismo sta il “rimestare”, a noi conviene il puntualizzare, il definire, a noi spetta il compito di parlare con chiarezza e classificare gli eventi con il loro nome. Ci tocca, per dovere professionale, per coscienza individuale e civica non solo sostenere ma anche seguire la linea della preside Savino che, con estrema puntualità storica, non ha fatto altro che riportare alla luce i dati oggettivi relativi alle origini di una delle pagine più dolorose e tragiche della nostra storia.

I fatti del Michelangiolo non possono essere considerati come una circostanza estemporanea e come un episodio avulso dal momento storico e istituzionale che stiamo vivendo. Proprio per questo motivo la circostanza ci sollecita al rigore della ricostruzione storica, quello stesso rigore che la renda inattaccabile da argomenti pretestuosi e legati a logiche ideologiche sempre più fuori tempo e fuori luogo, sempre più anacronistiche e assurde. In questo momento, più che mai, ci è richiesto di comportarci come deve fare qualsiasi storico che voglia rivendicare la dignità epistemologica della sua ricerca. Di fronte ai fatti è necessario rispondere attraverso un’indagine che si riferisca alle origini di questa “malapianta” che ha determinato la violenza e bisogna farlo, come diceva Marc Bloch, come “giudici istruttori”. È urgente che i fatti vengano combattuti con una conoscenza oggettiva e documentata. Questo atteggiamento e l’onestà intellettuale devono rappresentare gli strumenti necessari per entrare in classe e rispondere in modo adeguato e puntuale alle sollecitazioni, allo stato di confusione, se non di sconforto e di paura, che si possono riscontrare tra i ragazzi dopo i fatti tristemente noti.

Nella loro costernazione, nello spaesamento che rappresenta il tratto comune della loro reazione si percepisce forte la richiesta di rassicurazioni. Questa esigenza può essere soddisfatta solo evitando di salire sulla giostra dell’ipocrisia e cercando di riaffermare con forza i principi e i valori che sono alla base della democrazia e che sono stati traditi in quella triste mattinata davanti a un luogo di cultura. E’ necessario, oggi più che mai, far capire loro l’importanza e il senso delle istituzioni di fronte a una classe dirigente che le utilizza e le umilia a scopo politico e per tornaconti elettorali.

È sempre più urgente tutelare ogni presidio di democrazia, primo tra tutte la scuola pubblica, sottolineare con chiarezza il valore della libertà di opinione sancita dalla Costituzione e calpestata dalle scomposte parole del ministro Valditara che avrebbero voluto intimidire la Preside Savino. Non è semplice, in questo complesso momento, chiedere a ragazzi, poco più che adolescenti, di rispondere alla violenza con le idee, di reagire allo scempio con proposte che manifestino una visione di mondo, di realtà e di futuro alternativo alla deriva che stanno vivendo. Il nostro ruolo di insegnanti, tuttavia, non può che avere questa direzione. Non ci sono altre possibilità se non quella di chiedere a ognuno di loro di iniziare a essere donne e uomini consapevoli, di iniziare a recitare un ruolo attivo e di partecipazione, di “schivare” i pugni con i valori che sono a fondamento della nostra Repubblica. Di formarsi e informarsi e con la formazione e l’informazione manifestare l’eventuale dissenso nei modi e con comportamenti che, quanto più fondati su argomenti forti, tanto più non hanno bisogno di essere sostenuti dalle pratiche violente che hanno messo in atto i ragazzotti vestiti da sgherri davanti a un luogo di sapere e di cultura. L’antifascismo è una questione morale prima che politica (diceva sempre Gobetti), perché il fascismo e i suoi principi sono indifendibili, da un punto di vista umano e sociale. Il fascismo ha usato sistematicamente l’aggressione contro il dissenso. E gli scontri davanti al Liceo Michelangiolo sono da condannare e “spiegare” in quanto sono l’opposto esatto di quel circolo virtuoso che la convivenza tra donne, uomini e idee dovrebbe innescare.
Secondo il ministro Valditara la scuola non si deve occupare di politica… Quale comunità non si occupa di politica? E’ possibile una comunità senza politica? Non crediamo affatto. Ogni atto sociale è atto politico e dunque ogni azione educativa è azione politica. A scuola noi formiamo i cittadini di domani. E allora noi insorgeremo e ci indigneremo sempre di fronte alla violenza e alla violazione dei diritti perché la scuola è quel luogo dove si forma la nostra essenza più propria di esseri umani.

Gli autori: Pietro Abate, Massimo Rubino, Elisabetta Amalfitano sono insegnanti del Liceo Machiavelli-Capponi di Firenze

Foto di Giancarlo Leonelli, manifestazione di Firenze 21 febbraio 2023

Qualcuno bocci il ministro Valditara

Nella continua discesa verso il dirupo si segnala lo sprint del ministro all’Istruzione (e al Merito eh) Valditara che ha vinto la gara di chi si distingue per inadeguatezza. Dopo lo squadrismo ai danni degli studenti del liceo Michelangiolo di Firenze Valditara, come la sua capa Meloni, ha inforcato la vile strada del silenzio, ben attento a non urtare le nostalgie dei suoi sostenitori.

Dopo il silenzio è riuscito addirittura a fare peggio. Dall’alto della sua posizione ha deciso di attaccare frontalmente la preside Annalisa Savino di un altro liceo fiorentino, il Leonardo Da Vinci, che, come è noto, aveva scritto una lettera ai suoi studenti per invitarli a riflettere su come il fascismo nacque «con la vittima di un pestaggio lasciata a se stessa dagli indifferenti». Quelle parole hanno ridato la parola al ministro che ha definito la lettera «del tutto impropria» e si è definito «dispiaciuto» per averla «dovuta leggere» e perché è «stata letta agli studenti». Il pensiero della dirigente scolastica «non rappresenta la realtà dei fatti», sostiene il ministro che annuncia che non interverrà nei confronti di Savino ma evoca il ‘bavaglio’ contro la «politicizzazione» negli istituti scolastici. «Sono lettere ridicole – ha continuato nel suo attacco – vanno prese per quello che sono, un atto di propaganda».

Ospite di Mattino Cinque Valditara ha detto: «Difendere le frontiere e ricordare il proprio passato o l’identità di un popolo non ha nulla a che vedere con il fascismo o, peggio, con il nazismo – aveva proseguito –. Quindi inviterei la preside a riflettere più attentamente sulla storia e sul presente». E ha anche aggiunto: «Non compete a una preside nelle sue funzioni di lanciare messaggi di questo tipo». Poi ovviamente è passato alla minaccia: «Se l’atteggiamento dovesse persistere vedremo se sarà necessario prendere misure».

«Un atteggiamento grave che lede la libertà di insegnamento», dice la presidente dei senatori del Pd Simona Malpezzi. «Il ministro cosa non condivide della lettera? – prosegue – La verità è che avrebbe dovuto essere Valditara a pronunciare quelle parole e a condannare le violenze contro gli studenti di Firenze. Che non lo abbia fatto dice molto. Tutto». L’ex segretario dem Nicola Zingaretti, ora deputato, parla di una «vergogna» che «richiede unità per difendere i valori della Repubblica». Per Dario Nardella, sindaco di Firenze, le parole di Valditara sono «gravissime, offensive, inaudite» e il ministro è «indegno» di «rivestire il ruolo di ministro». Il governo, ha ricordato, «non ha trovato il tempo neanche per una minima condanna dell’aggressione dei membri di Azione Studentesca ai due studenti minorenni del Liceo Michelangelo ma non ha perso un attimo per intimidire una dirigente scolastica». «L’Italia – ha concluso Nardella – non ha bisogno di un ministro censore d’altri tempi. Si scusi o si dimetta».

Il ministro dell’Istruzione «anziché condannare con fermezza» l’aggressione «squadrista e fascista» di Azione Studentesca e «anziché esprimere solidarietà nei confronti degli studenti aggrediti, se la prende con la preside» per «la lettera inviata agli studenti e alle loro famiglie», attaccano gli esponenti M5s in commissione Istruzione parlando di un «atteggiamento contro la preside» che «è esso stesso un riflesso di atteggiamenti squadristi». Si tratta per il M5s della «prova che un simile personaggio non può rivestire il ruolo di ministro dell’istruzione e che prima torna a casa meglio sarà per studenti, insegnanti e per tutti coloro che hanno a cuore la scuola pubblica nel nostro Paese». Duro anche il commento di Nicola Fratoianni, di Alleanza Verdi Sinistra: «Il ministro non sa che farsene della lettera della dirigente scolastica del liceo Leonardo di Firenze? Di un liquidatore della scuola pubblica come lui il nostro Paese e il mondo della scuola non sanno che farsene».

Valditara, studi, si applichi di più.

Buon venerdì.

L’invasione dell’Ucraina e la crisi del neoliberismo, due facce della stessa medaglia

Il capitalismo era forte e assicurava benessere quando i governi avevano ancora la capacità di orientare le politiche pubbliche in funzione del miglioramento del benessere generale. Erano i primi decenni del secondo dopoguerra, detti anche “trenta gloriosi” o anni del “compromesso socialdemocratico”. Quel modello economico, indirizzato appunto a diffondere il benessere a strati sempre più vasti della popolazione, fu in grado di vincere la sfida col comunismo dell’Est europeo ed assicurare all’Occidente la supremazia economica sul resto del mondo. Vi è un lato oscuro di quel successo: i Paesi avanzati disponevano di una supremazia globale – che si esercitava anche con la violenza e la guerra – che gli consentiva di accedere a risorse energetiche e a materie prime a buon mercato in gran parte del mondo. Quel benessere, in breve, era assicurato anche a spese dei Paesi che non riuscivano ad uscire dalla loro condizione di povertà. Molto è cambiato tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta del secolo scorso quando, col crollo del comunismo, crollò anche ogni prospettiva di superamento del capitalismo e la logica del profitto si affermò come unico principio di governo della società e dei rapporti tra Paesi. Le grandi imprese, nella ricerca appunto del massimo profitto e nel tentativo di distruggere il potere contrattuale della propria classe operaia, frantumarono la produzione e spezzettarono le fasi di realizzazione dei prodotti, localizzandole in luoghi sempre più lontani, dove la forza dei lavoratori era inesistente. Anche grazie allo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ITC), infatti, divenne possibile collocare i più avanzati processi produttivi in luoghi del tutto privi di tradizioni industriali.

Per chiarire le caratteristiche di questo fenomeno, fino agli anni Settanta del Novecento un Paese, per industrializzarsi, avrebbe dovuto chiudersi al commercio estero e far nascere in un ambiente protetto la propria industria nazionale. Solo dopo il consolidamento di quest’ultima avrebbe potuto aprirsi alla concorrenza internazionale. Quel percorso – seguito peraltro nell’Ottocento da tutti i Paesi industrializzati – nella seconda metà del Novecento è riuscito ad un solo Paese: la Corea del Sud. Dagli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso invece, un Paese privo di qualsiasi capacità industriale può accogliere pezzi di produzione che i paesi ricchi hanno interesse a spostare altrove, combinando tecnologia avanzata – che rimane di proprietà delle case madri – e salari di fame. Cina, India, Vietnam e tanti altri Paesi del Sud Est asiatico iniziarono così ad inserirsi all’interno di quelle catene globali del valore che, con lo smembramento di produzioni un tempo svolte all’interno dei paesi avanzati, si andavano articolando in ogni angolo del globo.

Lo sviluppo di questo nuovo modello di globalizzazione ha avuto effetti giganteschi sulle caratteristiche della produzione e sugli equilibri mondiali. Anzitutto il valore delle merci è sempre più generato a monte e a valle della produzione in senso stretto, cioè nelle fasi in cui interviene il settore dei servizi: scienza, design, progettazione, brevetti, software, coordinamento della produzione e vendita assorbono una quota crescente di risorse e di ingegno. Dunque quella che nei Paesi avanzati è vissuta come deindustrializzazione, in parte è legata a questo cambiamento della natura del processo produttivo, dove l’importanza dei servizi e del lavoro intellettuale aumenta a spese di quello manuale.

Inoltre, se da un lato la classe operaia dei Paesi avanzati si è trovata a competere con lavoratori con salari incomparabilmente più bassi, uscendone indebolita, dall’altro Paesi poverissimi hanno iniziato ad assorbire quote crescenti della produzione globale. La Cina, in particolare, combinando il potere politico del partito e le dimensioni gigantesche del Paese, è riuscita ad avviare una spettacolare crescita che, nel giro di pochi decenni, l’ha messa in condizione di disporre delle più avanzate tecnologie. Si, perché non è semplice mantenere il monopolio di una tecnologia. Lo spostamento di pezzi della produzione all’estero ha certo consentito al capitalismo occidentale di sconfiggere la propria classe operaia e accumulare enormi profitti, ma ha anche rafforzato temibilissimi concorrenti: chi ospita quelle produzioni, infatti, può formare i propri tecnici, migliorare benessere generale, costruire infrastrutture e servizi, può insomma diventare a sua volta una potenza industriale. La globalizzazione e le ITC hanno anche favorito scambi scientifici e collaborazioni tra università e centri di ricerca di tutto il mondo. La portata del fenomeno può essere illustrata da un dato: si stima che i Paesi che oggi compongono il G7, all’inizio dell’Ottocento coprissero poco più del 20% del Pil mondiale, con Cina e India che ne producevano circa la metà; da allora la quota di Pil del G7 è salita ininterrottamente, fino a superare il 70% nel 1990. Poi però, da quella data, in soli trent’anni, la quota di PIL dei paesi avanzati si è bruscamente ridotta al 43%.

All’interno dei Paesi avanzati, le classi dirigenti – accecate dall’ideologia della “fine della storia” e dall’idea che il modello economico dell’Occidente, e il suo dominio sul mondo, fossero definitivi – hanno fatto di tutto per favorire questo fenomeno, ben felici di poter sostituire la complessità del processo democratico col dominio delle regole del mercato, sottovalutando i cambiamenti che maturavano sotto i loro occhi. Negli anni della presidenza di Clinton, con l’adesione della Cina al Wto (2001) e l’avvento di internet, vi era infatti la convinzione che il regime comunista cinese non avrebbe retto a trasformazioni così profonde. Dieci anni dopo con Obama, l’America era ancora convinta che la Cina non sarebbe stata una minaccia, perché la sua inferiorità tecnologica sarebbe rimasta incolmabile. Solo con l’amministrazione Trump nasce l’allarme e, in violazione delle stesse regole della WTO, gli Stati Uniti ricorrono a sanzioni unilaterali e alla guerra commerciale per ostacolare l’avanzamento dell’economia cinese.

Secondo alcuni analisti, lo scontro tra Russia e Stati Uniti prefigura un conflitto di più vasta portata tra questi ultimi e la Cina, conflitto che peraltro sul piano economico è già in corso. Gli Stati Uniti stanno ostacolando la crescita dell’economia cinese nelle componenti hardware dell’intelligenza artificiale, in particolare nei microchip a più elevate capacità di calcolo. Il dominio su questo settore, oltre ad essere rilevante sul piano militare, è decisivo per l’avanzamento dell’intelligenza artificiale, perché da esso dipende l’efficienza nello sfruttamento dei big data. Al contempo la Cina ha compiuto enormi investimenti nel settore minerario, e dispone in particolare del controllo della filiera del litio, componente essenziale per le batterie elettriche: la Cina è presente in misura massiccia nella sua estrazione (in Cile, Bolivia, Australia e altre aree decisive), nella raffinazione e nella produzione. Questo le assicura un dominio nel campo della mobilità elettrica, che si associa a quello nella produzione di pannelli fotovoltaici, altro campo dove il Paese non ha rivali. Taiwan, altra area calda del pianeta, è centrale per l’industria dei semiconduttori, che da un lato usufruiscono di tecnologie occidentali e dall’altro sono essenziali per l’economia cinese. Le tensioni per il controllo dell’isola corrispondono dunque alla sua centralità nella produzione di quelli che ormai sono componenti essenziali di ogni prodotto e processo produttivo: sembra che si discuta se dotare queste industrie di sistemi di autodistruzione automatici ove la Cina dovesse invadere il paese.

Nella sostanza da un lato il sistema economico globale è estremamente interconnesso, dall’altro le fratture geopolitiche si accompagnano al ritorno di temi quali la sicurezza nazionale, la protezione delle industrie nazionali, il controllo delle principali materie prime e filiere produttive. Questi temi impongono anche un evidente protagonismo dei governi e spingono imprese a rivedere la localizzazione delle produzioni: compaiono termini nuovi quali reshoaring (ritorno a casa di ciò che era stato delocalizzato), nearshoring (localizzare vicino ai mercati di sbocco per avere maggiore certezza delle forniture) e friendshoaring (localizzare la produzione in Paesi amici).

L’ordine internazionale neoliberale sta dunque attraversando una profondissima crisi. Sono venuti meno, infatti, alcuni suoi presupposti essenziali. Il benessere è affluito a Paesi che si trovano in competizione con i Paesi più avanzati, generando risentimento e instabilità politica all’interno di questi ultimi; per lo strettissimo nesso che si presenta tra intervento pubblico, sviluppo tecnologico, controllo delle risorse e guerra, l’idea che lo Stato fosse di intralcio all’iniziativa privata è tramontata; il potere globale degli Stati Uniti come garanti di quell’ordine è messo in discussione, finanche nel ruolo svolto dal dollaro come mezzo di scambio per il commercio internazionale. È dunque finita un’epoca, mentre non è ancora chiaro quali nuovi equilibri potranno affermarsi.

Dietro ogni epoca storica vi è sempre un pensiero condiviso su alcune questioni capitali relative alla realtà sociale. Questo pensiero serve anche come denominatore comune all’azione dei vari attori sociali. Non è difficile individuarne di volte in volta le caratteristiche. Del “compromesso socialdemocratico” si è già detto: al fondo vi era la convinzione che la potenza economica dei Paesi industrialmente avanzati dovesse essere indirizzata a produrre un benessere diffuso, anche per mostrare la superiorità del capitalismo sui regimi comunisti dell’Europa dell’Est. Le stesse organizzazioni economiche internazionali e gli accordi che regolavano il funzionamento del commercio e della moneta, come definiti dopo la sconfitta del nazifascismo, erano volti a garantire ai singoli Paesi strumenti di politica economica atti a perseguire tali obiettivi. Il neoliberismo degli anni Ottanta e Novanta – sintetizzato dal celebre “Washington Consensus” – basava invece l’ordine interno e internazionale sui principi del libero mercato. Privatizzazioni, liberalizzazioni, libertà di spostare capitali ovunque fosse nella convenienza dell’industria e della finanza, riduzione dell’intervento pubblico e delle protezioni sociali hanno segnato l’epoca che ora volge al termine, lasciando immensi problemi non risolti: l’ambiente, la finanziarizzazione dell’economia, il ritorno della povertà nei Paesi avanzati, la mancanza di regole comuni tra i grandi attori sulla scena mondiale, di cui il ritorno della guerra è uno degli aspetti più drammatici. Lo stesso Putin potrebbe aver scommesso anche sulla fine dell’ordine internazionale neoliberale.

Troppe sono le variabili in gioco per poter prefigurare quale futuro ci attende. Procederà l’ascesa della Cina e la spinta al riequilibrio dei poteri mondiali, o avrà successo il tentativo americano di invertire la tendenza presidiando i settori tecnologicamente più avanzati? L’instabilità politica che ormai contraddistingue i Paesi avanzati – di cui il tentativo di colpo di stato di Trump è stato uno dei fenomeni più eclatanti – condurrà ad ulteriore indebolimento della capacità occidentale di governare il mondo? E la guerra in corso, porterà alla sconfitta della Russia e all’accerchiamento della Cina, o se si perverrà ad una sorta di compromesso che scongiuri esiti disastrosi? Non lo sappiamo, e non lo sanno neanche gli attori che operano negli attuali scenari mondiali: essi perseguono ciascuno i propri obiettivi, in uno scenario di forte incertezza, senza cioè la piena conoscenza delle variabili e delle forze in gioco. Sappiamo solo il futuro, come sempre accade nella storia umana, non sarà una ripetizione del passato.