«Noi di Podemos siamo molto fieri della nostra posizione sulla pace, di lavorare instancabilmente per costruirla. Perché siamo convinti che sia l’unica condizione per avere democrazia. Senza pace non c’è democrazia, non c’è vita sicura e felice perla popolazione. Per questa nostra posizione abbiamo ricevuto un forte attacco mediatico, ma dire la verità ha un costo molto alto», ha detto la segretaria di Podemos e ministra dei Diritti sociali Ione Belarra, intervenendo alla terza conferenza europea per la pace che il 17 febbraio scorso ha visto molte forze di sinistra riunite a Madrid. Nel discorso, molto diretto, che la ministra ha tenuto alla Fondazione Diario di Madrid – Laboratorio giornalistico Larra è apparsa chiarissima la critica alla linea di Sanchez. Si aprirà una faglia all’interno del governo spagnolo?
«A un anno dall’inizio della guerra, dall’invasione russa dell’Ucraina, voglio condannare questa guerra imperialista della Russia di Putin – ha precisato la ministra e segretaria di Podemos -. Niente, assolutamente niente giustifica la decisione criminale di aggredire un Paese vicino, causando migliaia di vittime e milioni di rifugiati. Il regime di Vladimir Putin è nemico del progresso, dell’uguaglianza, dell’umanità, dei diritti umani e della giustizia sociale». Parole che non lasciano alcuno spazio a chi accusa i pacifisti di essere equidistanti. «Tutta la mia solidarietà va alle famiglie delle vittime, di tutte le vittime civili, ma anche dei giovani militari ucraini e russi che hanno perduto la vita in nome della patria vestendo uniformi militari» ha aggiunto davanti a una platea gremita e a rappresentanti di formazioni e partiti di sinistra venuti dalla Francia, dalla Germania, dall’Italia, (fra loro esponenti di Sinistra italiana e Unione popolare).
L’affondo critico della sinistra è stato netto contro l’invio di armi: «Paesi europei e Stati Uniti continuano a inviare armi, ribaltando, nel caso della Germania, una posizione storica. Ci dicono che i soldati spagnoli non andranno in questa guerra, che i militari statunitensi non combatteranno in prima linea, questo significherebbe la Terza guerra mondiale, ma noi sappiamo che l’escalation bellica è una bestia insaziabile. Non voglio veder scendere in campo truppe spagnole per i piani voluti dai potenti di altri Paesi. Perché è lì che ci stanno trascinando con le loro irresponsabilità». E ancora, facendosi portavoce di una sensibilità popolare diffusa ha detto: «La gente vuole la pace, vuole una via diplomatica, vuole una negoziazione. Questa guerra sta avendo un costo altissimo per la gente, ma è anche la gallina dalle uova d’oro dell’industria bellica. I soldi che vengono spesi in questa guerra sono i soldi della nostra gente: devono essere destinati alla sanità, all’educazione, alla lotta contro la violenza machista, e non alle armi e alla guerra. Sappiamo che la lobby dell’industria delle armi è molto potente, dobbiamo fermare questa escalation bellica. Oggi chiedo ai nostri alleati di Governo di riconsiderare le posizioni prese, e dico che aver contribuito alla escalation bellica è stato un errore».
Il discorso della ministra Belarra è proseguito poi analizzando come questa guerra stia gravando sui costi dell’energia e della spesa alimentare delle persone, e di come i Paesi del sud del mondo ne stiano pagando maggiormente le conseguenze. Ha ricordato anche che in Spagna è stato creato uno scudo sociale per proteggere la popolazione da questa crisi innescata dal conflitto bellico, aggiungendo però che non basta: «Bisogna fare ancora di più per abbassare i prezzi degli alimenti di base». La guerra, ha aggiunto la segretaria di Podemos, genera altre crisi, come quella climatica e muove il peggio della società umana. «La logica della guerra è la stessa logica del capitalismo più brutale, con l’espansione e l’accumulazione di benefici per un’élite a cui non importa assolutamente nulla della vita della maggior parte della gente».
Temi questi che hanno trovato eco negli interventi dei rappresentanti delle forze politiche europee di sinistra, tutte sulle stesse note, con lo stesso animo di pace, di giustizia sociale ed ecologica, tutti uniti contro l’invio di armi, nella ricerca di una soluzione diplomatica e di negoziato attraverso anche osservatori internazionali. Era presente all’incontro anche Irene Montero, ministra dell’Uguaglianza, e la candidata di Podemos alla presidenza della Comunità di Madrid per le elezioni del prossimo maggio Alejandra Jacinto, avvocata e attivista per i diritti all’abitazione.
La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente. (Bertolt Brecht)
Nella foto: Ione Belarra, frame dal video del suo intervento al Forum europeo contro la guerra, 3 aprile 2022
Ci sono astensioni che dicono più di un voto. Il Consiglio regionale della Toscana ha approvato una mozione che esprime solidarietà nei confronti degli studenti del Collettivo Sum aggrediti davanti al liceo Michelangiolo, a Firenze. La Lega si è astenuta mentre Fratelli d’Italia ha deciso di non partecipare al voto.
Per quell’episodio sono indagati sei attivisti della formazione di ultradestra (meglio: fascista) Azione Studentesca, strettamente collegata al partito di Giorgia Meloni. «Chiedevamo di prendere distanza dalle aggressioni – commenta il consigliere Pd Iacopo Melio – È una vergogna che da Lega e FdI non sia ancora arrivata una ferma condanna».
Secondo Lega e Fratelli d’Italia quello che è accaduto davanti al liceo Michelangiolo non sarebbe squadrismo ma sarebbe «una semplice rissa». Peccato che fosse una rissa coordinata, organizzata e spinta da motivazioni politiche. Tecnicamente: squadrismo.
L’atto impegna la Giunta toscana ad «attivarsi nelle sedi opportune», affinché «vengano assunti tutti i necessari provvedimenti atti a garantire la libertà e l’incolumità degli studenti toscani». Preoccupata per il «clima di odio e violenza» che si respira in città, l’assemblea chiede che sia il governo nazionale, in primis, «a condannare fermamente quanto accaduto».
Il capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale Francesco Torselli, tanto per inquinare i pozzi, ha presentato una mozione alternativa che parla di «violenze durante il corteo antifascista». È il caro vecchio trucco del “ma anche”. Quella mozione non l’hanno votata nemmeno i suoi amici della Lega, per dire.
Vale la pena quindi rileggere la lettera della dirigente scolastica del liceo Leonardo Da Vinci di Firenze Annalisa Savino, inviata a tutti gli studenti: «siate consapevoli che è in momenti come questi che, nella storia, i totalitarismi hanno preso piede e fondato le loro fortune, rovinando quelle di intere generazioni».
Consapevoli. Buon giovedì.
Nella foto: l’aggressione di Azione studentesca e la votazione in Consiglio regionale della Toscana (dalla pagina facebook di Iacopo Melio)
La violenza accadde il 5 luglio 1982. Tonino aveva 8 anni, a maggio dell’anno prima, nel giorno dell’attentato a Giovanni Paolo II, si erano celebrati i funerali di sua madre. Lui ancora ne soffriva (per sua madre), come è naturale. Con un pretesto padre Alfio lo attirò nelle docce della canonica. Era da tempo che il sacerdote lo aveva puntato e dopo averlo avvicinato, fatto sentire importante e blandito con regali portò a compimento il suo piano criminale. Attorno a questa storia, che può risuonare come vera ma è di pura finzione, si snoda il romanzo di esordio di Giovani Di Marco L’avversione di Tonino per i ceci e i polacchi edito da Baldini+Castoldi. Abbiamo voluto incontrare l’autore perché raramente la narrativa si è occupata del tema della pedofilia nella Chiesa cattolica. Anzi, addirittura in Italia molto probabilmente si tratta di una assoluta prima volta. Una prima volta che ci preme approfondire.
«Questo mio lavoro – racconta Di Marco – è generalmente definito un romanzo di formazione. È corretto ma lo è semplicemente perché il protagonista è un bambino e lo vediamo crescere nel corso delle pagine fin dall’infanzia. In realtà – prosegue – è anche e soprattutto un romanzo di denuncia, perché l’intenzione sottesa è quella di mettere in luce il modus operandi che la Chiesa cattolica ha adottato per decenni gestendo in segreto assoluto i casi di pedofilia. Per evitare lo scandalo pubblico e per un’idea di giustizia (sempre che si tratti di giustizia) che mai coincide con quella laica. Il punto è che questo atteggiamento ha creato i presupposti perché le vittime si moltiplicassero in tutto il mondo». Di Marco è un appassionato giornalista sportivo (lo si nota dal racconto dei mondiali di Spagna che accompagna il lettore nella prima parte del romanzo) ed è accanito lettore. Sul suo canale Instagram (thebooklover_it) conduce il programma Bla Bla libri nel quale conversa con altri autori per scoprire i loro gusti in tema di letture. Mai si è occupato per professione di vicende di pedofilia. Allora perché un romanzo e perché su questo tema?
«Come chiunque abbia quanto meno un briciolo di umanità e sensibilità provo orrore e sdegno di fronte a notizie come quella sulle 210mila vittime di preti pedofili in Francia oppure quella più recente delle migliaia di vittime scoperte da un’inchiesta indipendente in Portogallo. Tuttavia mi rendo anche conto che l’opinione pubblica in Italia legge, s’indigna e il giorno dopo dimentica». In tanti si voltano dall’altra parte. «Esattamente. E forse questo atteggiamento diffuso è il motivo per cui la Chiesa italiana è rimasta di fatto l’unica al mondo che è riuscita a evitare che una vera commissione indipendente indagasse sui crimini dei suoi preti. Allora ho pensato che attraverso una storia inventata avrei potuto contribuire ad aggirare l’indifferenza e sensibilizzare chi resta inerte. Il fatto che L’avversione di Tonino per i ceci e i polacchi in poche settimane abbia avuto risultati importanti mi fa ben sperare».
La pedofilia, come ha detto lo psichiatra Massimo Fagioli, è «l’annullamento della realtà umana del bambino», e la violenza di padre Alfio su Tonino corrisponde a una firma precisa del modus operandi di queste persone. Prima c’è la manipolazione approfittando dello stato emotivo del bambino ancora molto provato dalla morte della madre e poi una volta carpita la sua fiducia avviene l’aggressione (quella che il magistrato Pietro Forno ha definito efficacemente: «L’equivalente di un incesto»). Anche questa è mascherata vigliaccamente e lucidamente dall’adulto con parole che confondono e colpevolizzano la vittima. «Non dire che ti ho lavato. Anzi non dire proprio niente. Solo che mi stai aiutando a ripitturare la canonica e basta… lo giuri?» «Lo giuro». «Mi raccomando coi giuramenti non si scherza». C’è poi magistralmente rappresentato dall’autore anche il vuoto complice, delle istituzioni laiche e di quelle religiose oltre che della fetta di società immediatamente vicina alla Chiesa, che si crea intorno a questo crimine.
«Ho iniziato a scrivere solo dopo aver molto studiato ed essermi documentato su saggi e libri che per fortuna non mancano, e ho inventato questa vicenda che si può definire emblematica e realistica al tempo stesso perché queste storie si assomigliano tutte. Succede così che Tonino si sente tradito almeno tre volte: da un adulto a cui aveva dato fiducia, da una figura di riferimento come può essere un prete per chi è nato e cresciuto in ambiente religioso e poi dalla Chiesa, o forse ancor di più dalla religione, che protegge il suo aguzzino. Da ateo dico che questo non è certo un libro contro chi crede ma non c’è dubbio che certe coscienze soprattutto all’interno del Vaticano, ma non solo, vadano scosse in profondità altrimenti questa piaga sociale non sarà mai affrontata seriamente».
Un’altra cosa che colpisce leggendo questo romanzo è il fatto che sia calibrato sulla vittima e sulle conseguenze della violenza subita sulla sua vita sociale e di relazione. «Pensiamo a come i media italiani si occupano generalmente di questi casi. La vittima non c’è mai. Si concentrano morbosamente sul carnefice, sui particolari della violenza. Al più si bilancia questa cosa facendo pronunciare le solite parole vuote di circostanza al rappresentante della Chiesa che promette pulizia. Si crea un racconto nel quale (non so quanto involontariamente) assume rilievo quello che ha fatto il prete, chi lo difende, il contesto in cui è accaduto il crimine. E la vittima diventa invisibile». Anziché suscitare solidarietà si ottiene il contrario. «Le vittime fanno paura, vengono isolate da una certa fetta della società. Io vivo in Sicilia. Chi denuncia il pizzo viene isolato. Magari la gente sta dalla sua parte ma lo emargina socialmente». Così si dà potere alla mafia. «Lo stesso accade con i preti pedofili. C’è una struttura che li protegge e li sottrae alla giustizia e un pezzo di società (e di politica) che non osa andar contro questa struttura. Fermo restando il dovere giornalistico di tutelare la privacy di un bambino, parlare della vittima sui media va contro l’imposizione del silenzio da parte della Chiesa».
L’avversione di Tonino per i ceci e i polacchi (a proposito, il polacco è Wojtyla, e Tonino non si capacita che l’attentato faccia più notizia della morte di sua madre; per quanto riguarda i ceci, non vogliamo inibire la curiosità del lettore) è ambientato come detto inizialmente nei primi anni Ottanta. La scelta dell’autore non è casuale. Sono gli anni di Giovanni Paolo II e del suo fido braccio destro alla guida della magistratura vaticana, il cardinale Ratzinger e, come si scoprirà dopo un ventennio, sono quelli di massima diffusione della pedofilia nella Chiesa in tutto il mondo. Quello che vorremmo sapere da Di Marco è se è d’accordo con la narrazione mainstream secondo cui con Bergoglio la Chiesa ha iniziato ad arginare la pedofilia al suo interno. «Non so dire se Wojtyla abbia commesso un inaccettabile errore di valutazione oppure se ne sia totalmente disinteressato. Lui era ossessionato dal comunismo e badava solo a eliminarlo. Per Ratzinger questo crimine è rimasto fino all’ultimo un delitto contro la morale, un peccato, sebbene sia ricordato per aver inasprito le norme penali. Quanto a Bergoglio io non credo che abbia la forza per cambiare concretamente le cose. Dà l’impressione di voler fare ma in concreto ha fatto pochissimo. Basta guardare cosa (non) fa la Chiesa italiana. Il Vaticano dovrebbe costringere i vescovi a denunciare e collaborare con la giustizia. Punto. Ma dal momento che questo non succede è lo Stato italiano che se ne deve prendere carico. Non può più lasciarli fare come gli pare».
L’immagine di apertura è tratta dalla copertina del libro di Giovanni Di Marco
A pochi giorni dall’anniversario del conflitto in Ucraina, Greenpeace e la Ong ucraina Ecoaction pubblicano una Mappa dei danni ambientali causati dalla guerra e per denunciare i gravissimi impatti sugli ecosistemi. Le due organizzazioni chiedono inoltre al governo di Kiev e alla Commissione europea di istituire un fondo per il ripristino dell’ambiente, vittima silenziosa della guerra. I dati, raccolti da Ecoaction e consultabili online, sono stati confermati dalle immagini satellitari e mappati da Greenpeace Central and Eastern Europe (Cee). La mappa illustra 30 dei 900 eventi raccolti, per evidenziare gli impatti ambientali più gravi. In base alle informazioni ufficiali, dall’inizio delle ostilità sono stati danneggiati circa il 20 per cento delle aree naturali protette del Paese, e 3 milioni di ettari di foresta, mentre altri 450 mila ettari si trovano in zone occupate o interessate dai combattimenti. «Mappare i danni causati dalla guerra in Ucraina è complicato dal fatto che gran parte del territorio liberato potrebbe essere disseminato di mine e altri ordigni esplosivi, mentre le forze russe occupano ancora parti del Paese, rendendo difficile la raccolta dei dati», dichiara Denys Tsutsaiev di Greenpeace Cee a Kiev. «È però necessario evidenziare questi danni, perché il ripristino ambientale deve avere un posto centrale nel dibattito sul futuro dell’Ucraina. I fondi devono essere stanziati adesso, non quando la guerra sarà finita».
INFOGRAFICA I danni ambientali della guerra in Ucraina Milano, 21 feb (GEA) – Nell’infografica GEA, la ‘Mappa dei danni ambientali’ causati dalla guerra in Ucraina secondo Greenpeace e la Ong ucraina Ecoaction. Le due organizzazioni chiedono al governo di Kiev e alla Commissione Ue “di istituire un fondo per il ripristino dell’ambiente, vittima silenziosa della guerra”. I dati, raccolti da Ecoaction e consultabili online, sono stati confermati dalle immagini satellitari e mappati da Greenpeace Central and Eastern Europe (CEE). La mappa illustra alcuni dei 900 eventi raccolti per evidenziare gli impatti ambientali più gravi. In base alle informazioni ufficiali, dall’inizio delle ostilità sono stati danneggiati circa il 20% delle aree naturali protette del Paese, e 3 milioni di ettari di foresta, mentre altri 450 mila ettari si trovano in zone occupate o interessate dai combattimenti. AFT/VOR
La mappa mostra come l’invasione russa abbia devastato l’ambiente ucraino: la guerra ha provocato incendi, danneggiato gli habitat e inquinato l’acqua, l’aria e il suolo, mentre i bombardamenti dei siti industriali hanno provocato ulteriori contaminazioni. Le esplosioni, inoltre, rilasciano nell’atmosfera un cocktail di composti chimici. Il principale, l’anidride carbonica, non è tossico, ma contribuisce al cambiamento climatico. Gli ossidi di zolfo e di azoto possono inoltre provocare piogge acide, modificando il pH del suolo e causando la bruciatura della vegetazione, soprattutto delle conifere. Le piogge acide sono pericolose anche per gli esseri umani e per la fauna, perché hanno un grave impatto sulle mucose e sugli organi respiratori. Anche i frammenti metallici delle granate sono pericolosi per l’ambiente. La ghisa mista ad acciaio è il materiale più comune per i bossoli delle munizioni e non contiene solo ferro e carbonio, ma anche zolfo e rame. Queste sostanze si infiltrano nel terreno e possono finire nelle acque sotterranee, entrando nelle catene alimentari di esseri umani e animali. L’intera regione è a rischio di catastrofe e presenta gravi pericoli per la salute della popolazione circostante.
Greenpeace ed Ecoaction chiedono che la ricostruzione delle città avvenga parallelamente al ripristino ambientale del Paese. La sofferenza e la distruzione ambientale in tempo di guerra sono immense e hanno conseguenze a lungo termine sulla vita delle persone e sugli ecosistemi delle aree colpite. Per questo motivo, Greenpeace chiede che si rendano subito disponibili risorse finanziarie per il ripristino ambientale dell’Ucraina.
Se non vi siete ancora ripresi dal degrado di una classe politica che mentre si ritrova in maggioranza in Parlamento e mentre è al governo ha comunque sprecato una decina di giorni per commentare la scaletta del Festival di Sanremo preparatevi all’ultima uscita di Maurizio Gasparri che ha individuato il nuovo nemico: il divulgatore e giornalista televisivo Mario Tozzi.
E cosa può avere combinato il buon Tozzi che si occupa di ambiente, di storia e di divulgazione scientifica? La pietra dello scandalo sarebbe una puntata dedicata alle bonifiche nell’Agro Pontino realizzate durante il Ventennio fascista e che, si spiega nel corso della trasmissione, hanno prodotto forti impatti ambientali. «Indomita, nonostante le perplessità suscitate, Rai3 manderà in onda la nuova stagione di un presunto programma sull’ambiente – aveva commentato Gasparri – che attaccherà, con folli argomentazioni, le bonifiche dell’Agro Pontino. Un’opera tentata per anni, avviata e realizzata nei primi decenni del secolo scorso, che sconfisse miseria e malattie diffuse in quella parte d’Italia malsana e paludosa». Per il senatore si tratta di «una follia che da sola giustifica un ricambio dei vertici». E aggiunge sui suoi social: «Il servizio pubblico che tifa per il degrado e la malaria va rifondato. Tutti a casa».
Per il senatore Gasparri la difesa dell’Agro Pontino significa, evidentemente, la difesa del fascismo e di Benito Mussolini. Non c’è, nelle parole del senatore berlusconiano, nient’altro che un posizionamento politico personale sulla pelle della Rai e di Tozzi, semplicemente per non rimanere indietro in questa corsa a indossare il profumo nostalgico migliore del momento. Sullo sfondo si intravede anche il core business del partito del suo padrone: distruggere la Rai in ogni modo, con ogni mezzo, usando di volta in volta il personaggio televisivo di turno come manganello.
Buon martedì.
Nella foto: Mario Tozzi (frame da “Sapiens”, RaiTre) e Maurizio Gasparri (frame da video SenatoTv)
Sta circolando il video dei neofascisti di Azione studentesca ai danni degli studenti del liceo Michelangiolo di Firenze. Nel video c’è uno studente per terra coperto di calci e di pugni anche da adulti. Ha ragione il sindaco di Firenze Dario Nardella a parlare «aggressione squadrista intollerabile». Ci mancherebbe.
Ma chi sono i punti di riferimento di questi vigliacchi fascisti? Basterebbe leggere con attenzione il comunicato del Coordinamento di Fratelli d’Italia di Firenze che dopo aver espresso “profondo rammarico” per gli scontri si è affrettato a chiedere «che venga fatta chiarezza sull’episodio con la corretta ricostruzione dei fatti e auspichiamo che tutti, soprattutto coloro che rivestono incarichi istituzionali come ha fatto il sindaco di Firenze, abbiano la stessa accortezza nel commentare l’accaduto senza additare responsabilità prima che le stesse siano acclarate, cosa che rischia soltanto di alimentare ulteriormente un clima già troppo pesante». Capito? Nemmeno con un ragazzino per terra pestato a calci da degli adulti basta a fargli intendere la “matrice”. Un comunicato che fa orrore.
Anche perché la matrice di Azione studentesca sta tutta nei loro patetici slogan. «Sogna, combatti, distinguiti». «La rivolta comincia dai banchi, chi non lotta è complice». Oppure «difendiamo la patria come fecero gli arditi». Frasi che non hanno bisogno di troppe interpretazioni. Solo che anche loro spesso, proprio come gli “arditi” a cui fanno riferimento, riescono a distinguersi per vigliaccheria.
«Sono minorenni, al massimo hanno 20 anni» ha detto il coordinatore fiorentino di Fratelli d’Italia. Fratelli d’Italia che ha il suo simbolo in bella evidenza sulla sede di Azione studentesca e Casaggì (il centro sociale di destra) in via Frusa che dice? «Nessuno provi a costruire ambiguità o dubbi sul nostro pensiero – ha detto Francesco Torselli, capogruppo di Fratelli d’Italia in consiglio regionale della Toscana – Le aggressioni, le intimidazioni, gli atti vigliacchi non appartengono né alla nostra storia né al nostro modo di fare politica. Fratelli d’Italia e i suoi movimenti giovanili rifiutano la violenza come forma di manifestazione politica e condannano apertamente qualsivoglia aggressione o intimidazione, da qualsiasi parte esse arrivino». No, è vero. Non ci sono ambiguità.
Notate, tra le altre cose, il silenzio di quelli che si sono fatti insanguinare gli occhi per un po’ di vernice lavabile sui muri degli ambientalisti. Notate come sono sbadati. Notate come sono fascisti.
Buon lunedì.
Nella foto: frame del video dell’attacco di Azione studentesca davanti al liceo Michelangiolo di Firenze
La guerra in Ucraina è stata definita come “unprovoked aggression” “aggressione non provocata” tradotto anche con “c’è un aggredito e un aggressore”. Tre intellettuali e accademici americani, John Mearsheimer, Jeffrey Sachs e Noam Chomsky, da prospettive culturali e ideologiche diversissime, ma ragionando da persone di grande intelligenza e cultura quali sono, hanno demistificato questa narrazione. Questa è tra l’altro, la grandezza dell’America, dove si possono trovare posizioni critiche della narrazione del governo senza passare per essere putiniani o altre sciocchezze del genere: da questo punto di vista anni luce avanti a noi europei.
John Mearsheimer, professore scienze politiche all’Università di Chicago, in maniera molto raffinata, inquadra il problema nella sua teoria delle relazioni internazionali sul comportamento delle grandi potenze nota come “realismo offensivo”. Mearsheimer già nel 2014 ha scritto un importante articolo dal titolo auto-esplicativo Perché la crisi ucraina è colpa dell’Occidente in cui ha anticipato gli eventi spiegandone in dettaglio le ragioni: «Gli Stati Uniti e i loro alleati europei condividono la maggior parte della responsabilità della crisi [ucraina]. La radice del problema è l’allargamento della Nato». E «i leader russi hanno ripetutamente detto che vedono l’adesione dell’Ucraina alla Nato come una minaccia esistenziale che deve essere impedita». Le ragioni per questa posizione sono varie: dalle radici storiche che legano la Russia all’Ucraina, al fatto che la Crimea, da sempre appartenuta alla Russia che lì ha una importante base navale, rappresenta l’imprescindibile sbocco sul Mar Nero. Una famosa lezione del 2015 di Mearsheimer in cui spiega il suo pensiero sulla crisi ucraina ha ricevuto quasi 30 milioni di visualizzazioni.
Jeffery Sachs, ora direttore del Centro di sviluppo sostenibile della Columbia University, è stato protagonista in questa vicenda sin dagli anni Novanta, quando era il giovane economista brillante consigliere del governo polacco, dell’Urss di Gorbaciov prima e della Russia di Eltsin dopo, ed infine anche del governo ucraino. La sua missione era strutturare la transizione all’economia di mercato capitalistica. I metodi di Sachs di stabilizzazione dell’economia sono diventati noti come “shock therapy” e la sua azione è stata fortemente criticata per la spinta alla privatizzazione delle aziende pubbliche, una strategia che ha aperto le porte agli oligarchi e al disastro economico della Russia degli anni Novanta.
Naomi Klein, nel suo libro Shock Economy, lo critica in maniera spietata. La critica della Klein è condivisibile anche se per la Russia ci sono state delle condizioni politiche e finanziarie diverse dalla Polonia e fuori il controllo dello stesso Sachs.
Sachs è sempre stato un economista neoliberale per la sua fiducia nel potere regolatorio del mercato, ma anche, politicamente un liberal. Accademico intellettualmente onesto che non ha mai rinnegato le sue idee né in economia né, tanto meno, in politica diventando una delle voci più critiche della politica del governo americano dai tempi di Clinton e Bush junior. Sachs ricorda che l’idea di espandere l’alleanza militare americana all’Ucraina e alla Georgia per circondare la Russia e la regione del Mar Nero risale infatti alla seconda metà degli anni Novanta.
Secondo l’economista statunitense l’origine della guerra e di questa crisi geopolitica va identificata proprio in quegli anni quando la Nato violò l’accordo che aveva preso con Gorbaciov che non si sarebbe espansa di “un solo dito verso est”.
Noam Chomsky è invece un linguista che ha insegnato al MIT e universalmente noto per la sua critica alla politica esterna degli Usa e l’analisi del ruolo dei mass media nelle democrazie occidentali che lo hanno reso uno degli intellettuali americani più noti e ascoltati al mondo. «Il termine ‘non provocata’ è piuttosto interessante se si considera che non è mai stato usato in passato… Se si fa una ricerca su Google per invasione non provocata si ottengono un paio di milioni di risultati per l’invasione non provocata dell’Ucraina, provate a cercare l’invasione non provocata dell’Iraq. …. In realtà non è mai stata usata prima e qualsiasi psicologo può spiegare esattamente cosa sta succedendo il motivo per cui si insiste a chiamare l’invasione non provocata è che si sa benissimo che è stata provocata. In realtà ci sono ampie provocazioni che risalgono agli anni Novanta, come ho già detto. Non è la mia opinione, è l’opinione di quasi tutti i vertici della diplomazia americana. Naturalmente provocato non significa giustificato. D’altra parte, l’invasione statunitense dell’Iraq che è stata molto peggiore dell’invasione russa dell’Ucraina, non si può dire che sia stata del tutto immotivata, non c’è stata alcuna provocazione per l’invasione dell’Iraq, c’è invece tanta provocazione per l’invasione russa dell’Ucraina. Sono entrambi casi di aggressione criminale, indipendente dalla provocazione, ma è molto interessante e ci dice molto sulla propaganda il modo in cui l’espressione “invasione non provocata” sia diventata non solo popolare ma quasi essenziale nell’ultimo anno anche se tutti sanno che è un’assurdità totale, è un modo per cercare di enfatizzare e far sì che le persone non prestino attenzione a ciò che è successo».
Insomma, malgrado fosse chiaro a «quasi tutti i vertici della diplomazia americana» che questa politica avrebbe indotto tensioni crescenti con la Russia, Clinton prima e Bush jr dopo perseguirono l’espansione della Nato verso i paesi ex-comunisti. A quell’epoca la Russia era troppo debole per potersi opporre, e così molti paesi dell’Europa orientale sono entrati nella Nato.
Poi nella Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007 Putin ha chiarito che la linea rossa per la Russia era che la Georgia e l’Ucraina rimanessero neutrali. L’argomento era che i russi non volevano missili balistici in Ucraina e Georgia: «Emerge il fatto – disse Putin-che la Nato ha posto le sue forze di prima linea ai nostri confini, mentre noi continuiamo a rispettare rigorosamente gli obblighi del trattato e non reagiamo affatto a queste azioni. Penso sia ovvio che l’allargamento della Nato non abbia alcuna relazione con la modernizzazione dell’Alleanza stessa o con la necessità di garantire la sicurezza in Europa. Al contrario, rappresenta una grave provocazione che riduce il livello di fiducia reciproca. E noi abbiamo il diritto di chiederci: contro chi è destinata questa espansione? E che fine hanno fatto le assicurazioni fatte dai nostri partner occidentali dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia? Nessuno le ricorda nemmeno».
L’espansione verso l’Ucraina non era dunque accettabile per i russi. Giusto o sbagliato che fosse, tutti lo sapevano e quindi non solo non era impossibile evitare la guerra ma era necessario farlo con una accorta politica che avesse preso in considerazione le ragioni dei russi per la determinazione di un quadro di sicurezza europeo condiviso e quelle degli ucraini per rendere per loro positivo il ruolo di stato cuscinetto tra Unione Europea e Russia. L’accordo di Minsk riguardava proprio questo aspetto, insieme con lo status delle Repubbliche del Donbass dove la maggioranza della popolazione è russofona. Le ragioni della guerra, le provocazioni, come dice Chomsky, erano dunque sul tavolo dagli anni Novanta e tutti ne erano a conoscenza. Tuttavia, la scommessa degli Stati Uniti era che la Russia non avrebbe osato reagire perché si trovava in una posizione di “lose-lose”. Perdere se l’invasione non fosse avvenuta, perché in quel caso avrebbe avuto il rischio che la Nato installasse missili balistici a cinque minuti da Mosca e di perdere il controllo della Crimea e con essa l’accesso al Mar Nero. Perdere perché se l’invasione fosse avvenuta, la decennale “guerra del gas” sarebbe stata persa e, con essa le maggiori entrate economiche della Russia. Inoltre, l’esercito ucraino avrebbe potuto essere abbastanza forte da fermare l’invasione con il supporto della Nato e degli effetti delle sanzioni. Per quanto riguarda la guerra del gas: la Russia ha enormi risorse energetiche di cui l’Europa ha necessità. Per questo sin dagli anni Ottanta si è pensato di sviluppare il gasdotto Trans-Siberiano per portare il gas estratto dai giacimenti siberiano all’Europa, progetto che già allora aveva suscitato l’ostilità degli Stati Uniti per motivi geopolitici.
Più recentemente, lo stesso Biden aveva chiarito prima del 24 febbraio 2022 che nel caso la Russia avesse invaso l’Ucraina, il gasdotto Nord Stream, il collegamento energetico ed economico tra Russia ed Europa, sarebbe stato, “in qualche modo”, interrotto. Questa era dunque la scommessa degli Stati Uniti, che inglobare l’Ucraina nella Nato sarebbe stato possibile perché la Russia non avrebbe avuto la forza e l’interesse di reagire. Crediamo che non abbia funzionato per due motivi. La Russia è stata in grado di costruire legami economici con altri Paesi e dal 2014 ha lavorato per avere un esercito abbastanza forte da poter fronteggiare in una guerra convenzionale non solo l’esercito ucraino, un anno fa uno dei meglio addestrati ed armati in Europa, ma la stessa Nato.
Come spiega John Mearsheimer l’espansione della Nato in Ucraina era vista dalla Russia, e non da Putin solamente come fosse un despota fuori controllo, come la più importante minaccia esistenziale: queste sono le radici della guerra.
Purtroppo, ed è questo il motivo di tanta preoccupazione per il momento che stiamo attraversando, sembra ora che la guerra, per una sorta di eterogenesi dei fini, sia diventata una minaccia esistenziale anche per gli Stati Uniti e di conseguenza per l’Europa che è vieppiù dipendente da quest’ultimi. Non perché direttamente coinvolti nel conflitto, al momento ancora indirettamente anche se questa posizione si logora ogni giorno che passa avvicinandosi così il momento in cui gli eserciti Nato interverranno sul terreno, ma per le ripercussioni internazionali di carattere politico e economico. Il fatto che la Russia abbia resistito alle sanzioni ed anzi abbia ampliato i suoi legami economici e politici con paesi di grande importanza come la Cina, l’India, l’Iran e molti altri sta mettendo in seria crisi l’intero ordine internazionale. Per comprendere come la partita che si gioca in Ucraina possa ripercuotersi sull’ordine internazionale è sufficiente fare una proiezione: quale sarà la situazione tra sei mesi o un anno se la Russia occupasse del tutto le provincie russofone dell’Ucraina e instaurasse un governo “amico” in quel che rimane dell’Ucraina occidentale? Sarebbe venuto meno non solo il legame tra Russia ed Europa, scambio di tecnologia per energia a basso costo, ma lo stesso predominio degli Stati Uniti nella politica e nell’economia internazionali. Se una debacle militare comporta le chiare conseguenze di un duro colpo al mito dell’invincibilità dell’alleanza atlantica, vi sono delle motivazioni ancora più profonde.
Uno degli effetti collaterali, non previsti né voluti, della deregolamentazione del sistema economico globale è stato rendere le tensioni geopolitiche estremamente più acute. Gli Stati Uniti, e con essi il Regno Unito e altri Paesi occidentali, hanno accumulato ingenti debiti verso l’estero, mentre la Cina, altri Paesi orientali, e in parte anche la Russia, sono in una posizione di credito verso l’estero. Un’implicazione di questo squilibrio è la tendenza a esportare capitale orientale verso l’Occidente, non più soltanto sotto forma di prestiti ma anche di acquisizioni: uno spostamento cioè del capitale in mani orientali. Gli Stati Uniti, che avevano un debito pubblico del 31% del PIL nel 1971 sono passati a uno del 132% oggi e un debito netto verso l’estero di oltre 14 mila miliardi di dollari pari al 65% del PIL. Questo debito è stato sostenibile solo grazie al ruolo centrale che ha il dollaro negli scambi a livello internazionale ma rende l’economia statunitense sempre più fragile e condizionata dagli interessi dei creditori. Per questa ragione, sono oggi gli Stati Uniti, già promotori della globalizzazione, a richiedere una chiusura protezionista sempre più accentuata nei confronti delle merci e dei capitali provenienti da Cina, Russia e gran parte dell’Oriente non allineato. È questa criticità nell’equilibrio economico mondiale che rende pericoloso questo momento storico: la guerra è vista come una minaccia esistenziale non solo dalla Russia ma anche dagli Stati Uniti: nessuno si può permettere di perderla.
Per avviare un realistico processo di pace, è oggi dunque necessaria una non solo ridisegnare un quadro di sicurezza europeo condiviso che tenga conto delle istanze della Russia, ma è necessaria anche una iniziativa di politica economica internazionale. Come recita l’appello promosso da promosso dagli economisti Emiliano Brancaccio e Robert Skidelsky e apparso sul Financial Times del 17 febbraio 2023: «Occorre un piano per regolare gli squilibri delle partite correnti, che si ispiri al progetto di Keynes di una international clearing union. Lo sviluppo di questo meccanismo dovrebbe partire da una duplice rinuncia: gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero abbandonare il protezionismo unilaterale del “friend shoring”, mentre la Cina e gli altri creditori dovrebbero abbandonare la loro adesione al libero scambio senza limiti. Siamo consapevoli di evocare una soluzione di “capitalismo illuminato” che venne delineata solo dopo lo scoppio di due guerre mondiali e sotto il pungolo dell’alternativa sovietica. Ma è proprio questo l’urgente compito del nostro tempo: occorre verificare se sia possibile creare le condizioni economiche per la pacificazione mondiale, prima che le tensioni militari raggiungano un punto di non ritorno».
Giordano Bruno chiama ognuno a costruire libertà e giustizia. Liberi di pensare! Liberi di scegliere! Nella responsabilità delle nostre individuali autodeterminazioni. È scomodo per gli imbecilli e i tiranni. È maestro di libertà e laicità per chi non vuole essere eterno minore, perché – scrive il nostro filosofo – «nel corpo han la catena che le stringe […] ne la mente il letargo che uccide».
Bruno sapeva bene che «il servilismo è corruzione contraria alla libertà e dignità umane». Sapeva bene che senza autonomia di pensiero, di ricerca non c’è futuro non c’è speranza né per gli individui, né per gli Stati. E per questo chiama ognuno a spezzare le catene della soggezione mentale etica politica economica e sociale.
Ed è in questa prospettiva che accoglie con entusiasmo la rivoluzione copernicana, che amplifica e sviluppa nel suo rivoluzionario infinito.
Di questo infinito divenire fa parte ogni essere umano, che produce infinite possibilità di autonoma ricerca intellettuale ed etica. Che può e deve agire per costruire responsabilmente libertà e giustizia.
Nell’infinito di Bruno l’umana ragione è liberata dalla grotta dei moduli ripetitivi e stantii. Bruno insegna ad alzare la testa contro potenti e tiranni che proprio col confessionalismo e nel confessionalismo tengono sottomesse le menti.
Ecco perché è scomodo. Ecco perché è stato mandato al rogo.
Ai padroni dell’anima ha tolto il supporto ideologico, perché l’anima è mente funzione corporale, fisica cerebrale. Ha svelato i meccanismi antropologici di soggezione che proprio su supposte idee di anima si creano abituando a cercare padri-padroni-padreteni a cui affidarsi.
Bruno si proclama «risvegliatore di dormienti». E la sua lezione è ancora una sveglia nel nostro tempo dove mordacchie e lavaggi del cervello continuano per imporre un mondo di schiavi. Soprattutto se donne.
Forse, vale appena ricordare che Giordano Bruno, in un contesto dove certo la misoginia non mancava e si mandavano al rogo centinaia di povere donne con l’accusa di stregoneria (e alla stregoneria credevano insospettabili intellettuali) scriveva nel De la causa principio et uno: «Mirate chi sono i maschi, chi sono le femine. Qua scorgete per suggetto il corpo, ch’è vostro amico, maschio, là l’anima che è vostra nemica, femina. Qua il maschio caos, là la femina disposizione (rigore); qua il sonno, là la vigilia; qua il letargo, là la memoria; qua l’odio, là l’amicizia; qua il timore, là la sicurtà; qua il rigore, là la gentilezza; qua il scandalo, là la pace; qua il furore, là la quiete; qua l’errore, là la verità; qua il difetto, là la perfezione; qua l’inferno, là la felicità […] E finalmente tutti vizii, mancamenti e delitti son maschi; e tutte le virtudi, eccellenze e bontadi son femine».
Libertà e giustizia
Ecco allora che Bruno è vivo – forte – potente davanti a noi perché ha denunciato l’arroganza e l’ingiustizia di un mondo dove la libertà non può essere la tracotanza di chi nega emancipazione e autodeterminazione altrui. Non c’è libertà senza pari dignità. Non c’è libertà senza parità di diritti e doveri. E Bruno ci chiama al coraggio dell’azione per la costruzione di un mondo di liberi e pari.
Ognuno ha intelletto e mani, afferma Giordano Bruno, ma è la mano, l’operosità, l’agire che ci rende intelligenti.
Christian René de Duve, premio Nobel per la medicina (1974) ha scritto: «L’Homo sapiens, quello che possiede conoscenza, deriva dall’Homo habilis, colui che sapeva usare le mani». Un bel riconoscimento per il nostro Giordano Bruno, che a proposito di evoluzionismo secoli prima di Darwin scriveva nella Cabala del cavallo Pegaseo che senza la mano «l’uomo in luogo di camminare serperebbe, in luogo d’edificarsi palaggio si caverebbe un pertuggio, e non gli converrebbe la stanza, ma la buca».
In questa buca di un mondo di schiavi, oggi non manca chi ci vorrebbe riportare…
Sono i cattolicisti di casa nostra -che comunque devono fare i conti con la laicità e la democrazia che abbiamo faticosamente conquistato-; sono i cultori della Jihād che vogliono imporre il califfato mondiale, e per questo hanno elevato l’assassinio e la schiavitù a mezzo e fine.
Contro tutto questo la filosofia di Giordano Bruno si erge potente e forte baluardo di laicità e libertà.
Venerdì 17 febbraio 2023, ore 17, Roma, Campo de’ Fiori
Nel nome di Giordano Bruno. Laicità Diritti Dignità Uguaglianza – Per una democrazia applicata, è il titolo che l’Associazione nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno” ha voluto dare all’evento di quest’anno. Relazioni di Maria Mantello – Giordano Bruno – Per l’emancipazione individuale e sociale – Maria Chiara Acciarini Essere cittadine/i oltre i confessionalismi; Ivan Cavicchi – Scienza Salute bene comune. Recitativi bruniani a cura di Annachiara Mantovani. Esibizione del Coro del Laboratorio di musica popolare del Circolo Gianni Bosio diretto da Sara Modigliani.
Nella foto: la statua di Giordano Bruno a Campo dei fiori a Roma, opera di Ettore Ferrari, 1889
«Le parole riferite in Aula da Donzelli non sono relative a documenti sottoposti a segretezza. La dicitura “limitata divulgazione” presente sulla scheda di sintesi esula dal segreto di Stato, si tratta di una mera prassi amministrativa ed è di per sè inidonea a connotare il documento trasmesso come atto classificato». Aveva detto così il ministro alla Giustizia Carlo Nordio riferendosi al documento del Nic (il Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria) sui colloqui tra esponenti politici e detenuti che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (Fratelli d’Italia) aveva passato al suo inquilino Giovanni Donzelli che ha pensato bene di usarlo come clava contro i suoi avversari politici in Parlamento.
Una vicenda che già così rende perfettamente l’idea del dilettantismo dei tre. A questo si aggiunge che quel documento che non era segreto, secondo Nordio, non può essere visionato dai parlamentari. Proprio così. Quando tre deputati dell’opposizione l’hanno chiesto hanno ottenuto solo tre pagine. «Il ministero, valutando le istanze quali espressione del potere di sindacato ispettivo, ha fornito copie degli atti nel rispetto della loro ostensibilità», aveva detto Nordio. Ma come? Sono segreti o non sono segreti?
Ieri alla farsa si è aggiunta una nuova puntata con la Procura di Roma che indaga il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro per rivelazione di segreto d’ufficio. L’indagine era stata aperta su esposto del deputato dei Verdi, Angelo Bonelli. Ma quindi cos’è questa benedetta “divulgazione limitata” a cui fa riferimento Nordio? Non sarà forse solo un parare un’enorme cretinata compiuta dai due uomini di punta di Giorgia Meloni?
Nelle scorse settimane i pm hanno già sentito alcuni soggetti come persone informate sui fatti: dall’attuale capo del Dap Giovanni Russo all’ex capo del Gruppo operativo mobile (Gom) della polizia penitenziaria, Mauro D’Amico e all’attuale direttore, Augusto Zaccariello. La questione è molto meno “liscia” di come ce la vorrebbero presentare. Rassicurante, vero?
Buon venerdì.
In apertura il ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto ministero Giustizia), Giovanni Donzelli e Andrea Delmastro (foto Camera dei deputati)
A settembre dell’anno scorso grazie al giornalista investigativo Stefano Vergine abbiamo saputo che Gucci, il famoso marchio della moda, aveva ottenuto uno sconto fiscale di 748 milioni di euro. Diceva così l’accordo, nero su bianco, tra il fisco italiano e Kering, multinazionale controllata da François-Henri Pinault e proprietaria di marchi della moda come Gucci, Yves Saint Laurent e Bottega Veneta. «Sette pagine top secret», scrive Stefano Vergine, «che hanno messo la parola fine al contenzioso fiscale iniziato nel 2017, con il colosso del fashion accusato dalle autorità italiane di aver evaso le imposte attraverso un trucco: la Lgi Sa, una società di diritto svizzero ma in realtà operante in Italia, utilizzata per incassare i profitti realizzati nel mondo grazie alle vendite di borse e cinture marchiate Gucci».
Ne parlarono in pochi. Feci un calcolo veloce, al tempo, scrivendone: «La cifra è tre volte la somma delle truffe dei “furbetti” del Reddito di cittadinanza, quei singoli casi di truffa allo Stato (l’1 per cento del totale) che negli ultimi mesi sono state quotidianamente sventolate nell’agone politico. Restando sempre nel gioco delle proporzioni si potrebbe dire che lo sconto quasi miliardario al marchio del lusso costa come 124.666 redditi di cittadinanza per un anno».
Ora c’è una novità, sempre scovata da Stefano Vergine per Il Fatto Quotidiano con Yann Philippin di Mediapart: François-Henri Pinault (amministratore delegato e azionista di maggioranza di Kering che controlla marchi come Gucci, Yves-Saint Laurent, Balenciaga, Bottega Veneta e tanti altri) era consapevole dei “trucchi” usati dal gruppo. Anzi, era perfino stupito dell’accondiscendenza sello Stato italiano: «Quando guardiamo alle statistiche italiane abbiamo la sensazione, per essere molto chiari, che Gucci sia protetta da anni. Non sappiamo come, ma abbiamo meno problemi degli altri, molti meno problemi, e non ne vediamo il motivo. Ci chiediamo: siamo protetti perché compriamo la protezione?», disse il 4 febbraio 2016 in una riunione con il vice amministratore delegato Jean-François Palus, con il direttore finanziario, Jean-Marc Duplaix e il responsabile del settore immobiliare e fiscale, Carmine Rotondaro.
Questi audio, ottenuti dal Fatto e dalla testata francese Mediapart, dimostrerebbero che il numero uno di Kering, mai indagato dalla Procura di Milano per il regime fiscale utilizzato dal gruppo, fosse consapevole almeno dal febbraio 2016 che la svizzera Lgi venisse utilizzata per pagare meno imposte. Secondo i calcoli di Mediapart, a partire dal 1999 il gigante del lusso ha infatti registrato artificialmente i suoi profitti nella società svizzera Lgi. Così facendo ha evitato di pagare 2,5 miliardi di euro di imposte, a scapito di Francia (per i marchi Yves Saint Laurent e Balenciaga) e soprattutto Italia (per Gucci e Bottega Veneta).
La notizia è di ieri. Ne avete sentito parlare? No. Funziona di più l’articolo sdegnato contro un poveraccio che incassa 500 euro al mese che quello su un marchio del made in Italy che risparmia 748 milioni di euro con il fisco. Anche pagare meno tasse da noi è diventato un lusso.