Home Blog Pagina 262

Solo il 20 per cento delle persone a basso reddito ha votato alle regionali. Ne vogliamo discutere?

Ha fatto bene Left ad aprire un primo dibattito ineludibile dopo le elezioni regionali. Con un articolo di Piergiorgio Ardeni molto stimolante. Intervengo brevemente solo su due punti avendo già scritto su Left che prevedevo la sconfitta delle sinistre.

La democrazia della rappresentanza sta raschiando il fondo del barile. La stragrande maggioranza dei diseredati e degli sfruttati non crede più che il voto possa mutare la condizione propria e della società. I primi dati statistici ci dicono che solo il 20 per cento delle persone a basso reddito ha votato. Sostanzialmente partecipa al voto la media ed alta borghesia. La rappresentanza diventa appannaggio delle classi medie ed alte .

È importante, allora, innanzitutto costruire processi di soggettivazione sociale. Cresce la distanza tra politica ed istituzioni da un lato e proletari dall’altro; distanza che non può certo essere colmata da operazioni meramente elettoralistiche. D’altro canto l’abbandono del voto è anche frutto di rapporti di lavoro e di vita sempre più precari: gli “invisibili” si sentono abbandonati, non si sentono rappresentati da sinistre che hanno accettato e accompagnato la globalizzazione liberista. Non vedono più il motivo di votarle, di delegare la loro condizione.

A me pare che, in definitiva, in Europa si stia consumando la scissione tra capitalismo e democrazia. E anche le formazioni sociali slittano, per dirla con le parole scientifiche e addolorate di Antonio Gramsci, verso forme di “rivoluzione passiva” (di cui il governo postfascista italiano è alimento e conseguenza). Siamo, insomma, privi di rappresentanza politica (e, sia detto per inciso, dovremo impegnarci seriamente per costruire un “fronte per il proporzionale”) ma anche di adeguate rappresentanze sociali e sindacali, che sappiano riannodare le fila di una realtà frantumata, atomizzata, spaesata.

A passi veloci, ci avviciniamo al modello sociale statunitense. Le sinistre sono, ora, una nebulosa, un’allusione, un’area senza confini. Per ridare loro vita dovremo, innanzitutto, proporre, con radicalità, punti di vista “rovesciati” rispetto al “pensiero unico” del mercato. Chi ricorda ancora le riflessioni di quel testo straordinario che fu Americanismo e fordismo? La società esiste; ed esistono movimenti territoriali, organizzazioni mutualistiche, episodi di conflitto sociale. Ma le sinistre non analizzano e non comprendono. Ha ragione Domenico De Masi che scrive: «Quando è arrivata la società postindustriale è cambiato tutto e la sinistra ha continuato a ragionare in termini industriali. La sinistra deve essere la prima in assoluto a leggere le trasformazioni sociali…Invece la sinistra ha accompagnato il neoliberismo. Ma il guaio maggiore è che manco se ne è accorta. Queste elezioni sono l’ennesima firma su quel declino».

Le destre postfasciste sono, oggi, in grado di colmare questo vuoto, torcendo la “rivoluzione passiva”, che è un disastro per la legalità costituzionale, in occasione per una stretta autoritaria. Basti pensare all’accoppiata fatale, disastrosa, tra autonomia differenziata e presidenzialismo autoritario. Non risaliremo la china con cortocircuiti politicisti o sommatorie elettoralistiche. Certo, occorrerà “fare politica”, costruire progetti, programmi lotte: da qui nascono alleanze salde. Ma lungo sarà il lavoro di ricerca, elaborazione, che dovrà accompagnare l’inchiesta sociale.

Un lavoro molto radicale, ma non settario. Partendo da un tema colpevolmente rimosso: l’Italia è in guerra, anche se il presidente della Repubblica Mattarella ed il Parlamento fanno finta di non saperlo. Quali ripercussioni sulla struttura economica del Paese, sui salari, sui redditi, sui lavori , sulle paure delle persone? La paura genera, nella società, arroccamento, timore. Essa si configura come insieme di corporazioni. Ricostruire significa ripartire: dalla radicale critica di Marx del capitale (la liberazione del lavoro umano dal suo carattere di merce. Penso occorra spostare l’accento sull’esperienza sociale quotidiana, sul “partito sociale” come agente ed organizzatore della società, sul ruolo di promotore del conflitto ma anche di stimolo di una riforma intellettuale e morale.

Nella foto AdobeStock case popolari a Tor Bella Monaca (Roma)

Il dibattito sulle elezioni regionali. Leggi gli altri contributi pubblicati su left.it:  

Pino Ippolito Armino

Filippo Barbera

Pier Giorgio Ardeni

Lo Stato di un direttore di museo

Per avere un’idea di come vengano trattati i professionisti dei beni culturali in questo Paese (e quindi, di rimando, la cultura in questo Paese) si può fare un salto a Soriano Calabro, comune (commissariato) nel vibonese che si fregia di un Polo museale che – dicono loro – «reso ancora più importante e completo, con visibilità su scala internazionale, grazie alla realizzazione, oramai giunta alle fasi finali, del Museo del terremoto, unico nel suo genere in Italia».

«Ospitati nelle strutture cinquecentesche del convento domenicano, – si legge – i percorsi espositivi del Polo museale sono volti non solo a favorire la conoscenza e la valorizzazione dell’importante patrimonio artistico di Soriano e della sua monumentale fabbrica conventuale, ma anche a sottolineare la centralità, nel contesto culturale calabrese, dell’intera provincia di Vibo Valentia; ciò grazie alla messa in mostra di manufatti artistici e testimonianze diverse che attestano il livello qualitativo raggiunto dalle maestranze d’area vibonese ed il pieno inserimento di questo territorio, già a partire dal primo medioevo, nelle principali direttrici commerciali e culturali del passato, non solo regionali».

Insomma, è una delle tante bellezze artistiche dei nostri territori che a parole dovrebbe attrarre turismo, interesse e ricadute benefiche per i cittadini. A Soriano Calabro cercano un direttore per il Polo museale. I compiti ovviamente sono molto complessi e variano dal campo artistico a quello amministrativo, come spiega il bando pubblicato sul sito del comune: « a) concorre alla definizione del progetto culturale e istituzionale dal Museo; b) elabora i documenti programmatici e le relazioni consuntive da sottoporre all’approvazione degli organi di governo; c) provvede alla realizzazione delle iniziative programmate per la valorizzazione delle raccolte; d) coordina le attività di monitoraggio e valutazione delle attività e dei servizi, con particolare riferimento ai dati sulle presenze dei visitatori; e) organizza, regola e controlla i servizi al pubblico, nel rispetto delle direttive regionali e degli standard di qualità fissati sulla Carta dei servizi; f) dirige il personale scientifico, tecnico ed amministrativo assegnato alla struttura; g) provvede alla Selezione e alla formazione delle risorse umane al fine di una adeguata copertura di tutti i ruoli fondamentali in conformità agli standard museali; h) provvede alla gestione delle risorse finanziarie assegnate al Centro di costo; i) individua le strategie di reperimento delle risorse economiche necessarie; J) coordina le attività di informazione, di promozione e di comunicazione al pubblico; k) coordina gli interventi necessari per garantire l’adeguatezza degli ambienti, delle strutture e degli impianti; l) sovrintende alla conservazione. all’ordinamento. all’esposizione, allo studio delle collezioni, alle attività didattiche ed educative, coordinando l’operato degli addetti a tali funzioni; m) assicura la tenuta e l’aggiornamento degli inventari e della catalogazione; n) sovrintende alla gestione scientifica del Museo e alla formazione di piani di ricerca e studio; o) dà il parere per il prestito e il deposito delle opere e sovrintende alle relative procedure; p) cura i rapporti con Soprintendenze, Regione Calabria, Musei; q) regola la consultazione dei materiali artistici e autorizza l’accesso ai depositi; r) rilascia permessi per studi e riproduzioni».

Richiesta una laurea magistrale e possibilmente un dottorato. Compenso? 500 euro (lordi) al mese, come sottolinea l’associazione Mi Riconosci? che da tempo si batte contro ogni forma di sfruttamento e privatizzazione nel patrimonio culturale italiano e chiede l’attuazione dell’articolo 9 della Costituzione.

Serve aggiungere altro?

Buon mercoledì.

Nella foto il Polo museale di Soriano Calabro (dal sito)

Per approfondire il tema della cultura scippata in Italia, leggi Left 2/2023

Come colmare il vuoto abissale che ormai separa la politica dai cittadini?

La riflessione di Pier Giorgio Ardeni su Left (qui) analizza con sagacia e mestiere i “non detti” dei programmi di candidatura di Bonaccini, Cuperlo e Schlein. L’idea di fondo è che non vi sia differenza sostanziale tra i tre candidati, almeno se messi a confronto con la loro capacità di esprimere una posizione critica al modello dominante. Non tutti saranno d’accordo con questa tesi.

Del resto, le differenze e le somiglianze sono sempre funzione della prospettiva di analisi. Se osserviamo dall’alto due catene montuose molto diverse, per esempio gli Appennini e le Ande, esse ci appariranno simili e per mostrarne le differenze servirà uno sguardo più ravvicinato. Per seguire il ragionamento di Ardeni, quindi, sarà anzitutto necessario chiedersi qual è la “giusta distanza” a cui stabilire il punto di osservazione. Ci si accorgerà, a questo punto, che le due tesi apparentemente contrapposte (i tre candidati sono uguali, i tre candidati sono diversi) sono entrambe plausibili.

A riguardo, propongo una terza prospettiva non tanto costruita sulla maggiore o minore distanza dall’oggetto e, quindi, sulla ricerca della giusta distanza. Piuttosto, difenderò l’idea che – a prescindere dalla loro maggiore o minore differenza – nessuna delle tre candidature affronti il tema che giustamente Ardeni sottolinea nell’incipit del suo pezzo: come colmare il vuoto abissale che ormai separa la politica dai cittadini, che in massa disertano le urne. La crisi del “rapporto di rappresentanza” non trova però spazio in nessuno dei tre candidati. Bonaccini lo affronta con il “metodo Renzi”: decisionismo, velocità, disintermediazione. Una sorta di cura omeopatica, dal momento che questi elementi sono stati l’antitesi della cura per la crisi del rapporto di rappresentanza. Un potere fondato sul carisma personale, la rapidità e il leaderismo. Concentrare più scelte, obiettivi, messaggi, in un lasso di tempo sempre più ristretto. Orientamento al risultato come mantra e “il fare” come metrica. Le parole d’ordine del new public management trasformate in un manifesto politico.

Renzi ha vinto perché ha rinunciato, strategicamente, tanto alla memoria (effettivamente ormai ridotta a un mero orpello liturgico, a un rito senza rituale, dalla classe dirigente del centro-sinistra), quanto alla lentezza necessaria dei processi decisionali intermediati e organizzati. Bonaccini pare volerlo seguire sulla stessa strada, confermando gli elementi alla base della crisi del rapporto di rappresentanza. Il secondo contendente, Gianni Cuperlo, ha costruito la sua proposta sul recupero della memoria, che appare però del tutto liturgica e con qualche vago richiamo alla dottrina (come appunto sottolinea Ardeni). Elly Schlein sembrerebbe, da questo punto di vista, un punto mediano tra i due: con lo sguardo in avanti e rivolto al “futuro”, come Bonaccini, ma più attenta di questo a non apparire come una rottamatrice del passato. Semplicemente, sostiene che la sua età e storia le impedisce di posizionarsi rispetto a “ciò che fummo”, senza appunto rinnegarlo o abbracciarlo in toto. Tre posizioni che, come prima sostenuto, non mettono in piedi nel piatto e non affrontano il problema sollevato da Ardeni: la politica lontana.

Perché nessuna di queste tre posture guardano in faccia il problema alla base della crisi del rapporto di rappresentanza, che ha tre dimensioni principali. La prima è, se vogliamo, semantica e si dipana dall’idea che le diseguaglianze – economiche, sociali e di riconoscimento – siano cresciute in virtù di scelte politiche intenzionali che hanno (ri)disegnato mercati, rapporti di produzione e relazioni di potere tra individui, classi e territori. Non c’è niente di “naturale” o inevitabile in esse. Come sono state create dall’uomo, possono essere combattute in nome dell’uomo.

È, questo, il messaggio del Forum Diseguaglianze e Diversità. Le scelte fatte negli ultimi decenni hanno reso opaca la distinzione tra profitto e rendita, smantellato la protezione pubblica, favorito i profitti delle grandi imprese rispetto alla concorrenza, trasformato il lavoro in un dono, abbinato la povertà alla colpa e relegato la diversità territoriale a un residuo passatista da dimenticare. Per questo bisogna anzitutto ritrovare il senso delle parole: lavoro è diverso da “dono”, il “merito” non si esaurisce nell’impegno individuale, “l’eccellenza” non esiste senza fallimento, l’innovazione non è riservata ai pochi, le diseguaglianze non sono solo o tanto il prezzo del progresso e la tecnologia non offre mai soluzioni “automatiche” alle quali affidarsi a occhi chiusi. A questo scopo, però, non bastano le strategie discorsive, siano esse radicate nella memoria come nel caso di Cuperlo, nell’innovazione “verde” e “civile” come in quello di Schlein o nell’adozione del vocabolario efficientista di Bonaccini.

Appunto, a prescindere dalle differenze non è sufficiente creare “nuovi discorsi pubblici” che magicamente svelino alle persone che sì, finalmente, le catene sono visibili e quindi possono essere spezzate. Creare nuove storie e “narrazioni” è certamente importante, anzi è fondamentale. Ma queste, per essere efficaci, devono radicarsi in spazi esperienziali, nella fisicità di una sfera pubblica aperta alla capacità di futuro, nella formazione di luoghi intermedi per l’elaborazione politica, nel riconoscimento del policentrismo territoriale delle persone-nei-luoghi e delle loro appartenenze al “terrestre”, come ci insegna l’ultimo Bruno Latour. Lo schiavo che passa la sua vita a remare al ritmo della frusta, scrive Terry Eagleton in un vecchio ma ancora importante libro sull’ideologia, non deve attendere la narrazione che gli sveli i suoi interessi oggettivi. Piuttosto, questi si trasformeranno in azione politica quando si daranno le condizioni socio-spaziali per la mobilitazione collettiva, la formazione di un’identità condivisa con gli altri rematori, la messa in comune della condizione individuale dove il bisogno “vicino all’esperienza” (le catene mi tagliano la carne) si connette a una soluzione collettivamente più giusta (nessuno deve vivere in catene). Gli inter-essi, in fin dei conti, inter-sono.

È l’esperienza-in-comune e le storie che da questa nascono a definire i quadri di senso, non la “narrazione” in sé e per sé. Sono gli “assemblaggi” dissonanti negli spazi-in-comune che generano le condizioni materiali e simboliche per gli impegni congiunti orientati a un futuro più giusto. Questa “domanda di futuro” deve però accompagnarsi a una “offerta di futuro”. Perciò è importante che gli “assemblaggi dissonanti” siano produttivi di effetti istituzionali: di ruoli, candidati, politiche pubbliche, progetti che funzionino da attrattori per interessi, saperi e poteri. Ma come farlo? Come passare dal regno del prescrittivo a quello del possibile? Qui il secondo tema non affrontato da nessuno dei tre candidati. A chi stanno parlando? Quali sono i “soggetti sociali” del loro messaggio? Occorre, per rispondere, non cercare il nuovo soggetto collettivo – sia esso il proletariato globale o i “lavoratori della conoscenza” o qualche altro gruppo/classe – in grado di incarnare in modo finalistico la realizzazione del divenire progressivo della Storia. La Storia non ha altra direzione che quella che siamo collettivamente in grado di darle. Per questo, ciò che conta è rimettere al centro i meccanismi di produzione del futuro come fatto politico. Mentre il tempo è una dimensione fisica, il futuro dipende da condizioni e meccanismi socio-culturali.

Mark Fisher – raffinato interprete delle conseguenze culturali del thatcherismo – ha reso celebre l’icastica affermazione per cui è più semplice pensare alla fine del mondo che alla fine del capitalismo. La ratio dell’affermazione va cercata nella capacità del capitalismo di produrre fatti – spesso fatti bruti privi di giustificazione pubblica – racchiusi in un eterno presente. Oggi però, sull’onda della “policrisi” di cui scrivono Adam Tooze ed Edgar Morin, la macchina del futuro si è rimessa in moto. Irruzione della crisi climatica nella vita quotidiana, migrazioni di massa, shock tecnologici, erosione della legittimità delle istituzioni democratiche, pandemie, guerre, lacerazioni dei legami di solidarietà tra classi, territori e generazioni. Il ritorno degli eventi ci dice che la Storia non è finita, come suggerisce Ardeni nel suo ultimo libro sul “ritorno della storia” (2022), senza per questo indicare una direzione specifica. La “policrisi” genera domanda di protezione e controllo, ha spiegato bene Paolo Gerbaudo in “Controllare e proteggere (2022).

Oggi è questa la posta in gioco: il futuro non genera speranza, ma timore. Non si basa su impegni condivisi e capacità comune di aspirare, ma ha lo sguardo rivolto all’indietro verso ciò che si è perduto. Nessuna “narrazione” separata dall’esperienza quotidiana potrà rispondere alla crisi del rapporto di rappresentanza e alle sue cause profonde, da qualunque distanza ci si ponga.

Ma il Pd e la sinistra non si chiedono perché gli elettori disertano le urne?

Nel commentare i dati sull’affluenza, che rappresentano a me pare la principale sorpresa di queste elezioni, non vorrei trascurare la specificità di questo voto amministrativo. Dal dopoguerra a oggi la partecipazione degli elettori è andata via via scemando. Il 18 aprile 1948 per eleggere la Camera dei deputati votò il 92% degli italiani aventi diritto. Alle ultime elezioni politiche generali dello scorso 25 settembre, le più disastrose di sempre per la sinistra, quasi il 73%. Una caduta di 19 punti in 74 anni che indica, come tutte le analisi concordano, una disaffezione dei cittadini dalla politica giudicata sempre più ininfluente rispetto alle loro condizioni di vita se non fonte di sprechi e di corruzione. Le prime elezioni per i consigli regionali si sono svolte il 7 giugno 1970. Allora, per restare in tema, nel Lazio votò il 92% degli elettori e in Lombardia il 96%, mentre oggi si registra un’affluenza, rispettivamente del 37% e del 42%. Un vero e proprio crollo della partecipazione, più che dimezzata a 50 anni dalla nascita dell’istituto regionale.

In quest’ambito la diserzione dalle urne rivela la distanza praticamente incolmabile fra istituzioni e cittadini. Il regionalismo italiano è fallito. Crolla sotto il peso di troppi scandali, di amministrazioni lontane e opache, di una classe politica mediocre ma fedele ai partiti in virtù di leggi elettorali studiate per perpetuare il potere in mano a pochi soggetti. Ma c’è forse di più. Il decentramento attuato verso le regioni non ha trovato corrispondenza nei bisogni effettivi della società italiana. Il servizio sanitario nazionale, in particolare, spacchettato per venti si è tradotto in maggiori profitti per i privati a danno dello Stato, in prestazioni sempre più inadeguate e nella oscena competizione fra regioni che sottrae risorse economiche a quelle più povere. La sinistra, cui pure si deve il primo impulso per la nascita dell’istituto regionale, dovrebbe tornare a riflettere sull’organizzazione statuale complessiva rapportandola al nuovo spazio giuridico europeo e soprattutto alla luce delle istanze separatiste sottese dalle richieste di autonomia regionale differenziata.

Già la sinistra. La nostra parte politica è letteralmente scomparsa dai radar elettorali. Ma non da oggi. Il dato odierno non aggiunge nulla di nuovo a quanto già sappiamo da anni, semmai rafforzano la convinzione che le promesse elettorali generose ma improvvisate, come quella di Unione Popolare, non danno buoni risultati. Ha ragione Pier Giorgio Ardeni nell’indicare l’assenza di una critica al sistema capitalistico come elemento comune a tutte le forze politiche che riescono a raggiungere l’obiettivo minimo della rappresentanza nei consigli regionali, come del resto può dirsi con rare eccezioni del parlamento. Eppure quell’insistenza nel guardare al Partito democratico, una forza politica indubbiamente dal “substrato neoliberista”, e alle sue convulsioni per la definizione di una linea politica e l’individuazione di una leadership è emblematico di un nodo irrisolto per tutta la sinistra.

Noi sappiamo che una parte non marginale dell’elettorato progressista, ancora disposto ad andare a votare per far muro alle destre, sceglie il Partito democratico. Anche per l’assenza di un soggetto politico maturo alla sua sinistra. Ma non solo. La radicalità politica che molti di noi propongono fatica a diventare senso comune per l’insufficienza della nostra comunicazione e soprattutto per la pesante eredità del Novecento con la quale ci ostiniamo a non voler fare fino in fondo i conti. In queste circostanze, concludendo, non vedo antinomia fra lavorare per la costruzione di un nuovo soggetto politico della sinistra e auspicare un’evoluzione del Partito democratico che lo avvicini quanto più possibile alle ragioni sociali dei suoi due, non scordiamolo mai, soci contraenti originari, il Partito comunista e la sinistra della Democrazia cristiana.

«Caro Platone, noi donne non siamo mele dimezzate alla ricerca dell’altra metà»

Rebecca invade la scena, ti chiama, ti viene incontro, ride con ironia, si piega al travaglio di una vita infelice e tormentata. E comincia a correre. Verso una vita nuova, inaspettata, desiderata e insieme cercata. È la protagonista del romanzo Se devo essere una mela pubblicato da Les Flâneurs Edizioni, seconda prova di autrice di Emma Saponaro.
Nel libro, in esergo, la dedica è «A chi ha sacrificato anni di vita per una cosa che credeva amore». Un argomento difficile ma reso con estrema leggerezza e ironia dall’autrice, senza sottovalutare mai gli aspetti più complessi e duri.
Possiamo definirlo – a tutti gli effetti – un viaggio di formazione. Quello di una giovane donna che si sveglia dall’incubo di un rapporto in crisi, di un amore forse ma esistito, che le impedisce di realizzarsi.

«Rebecca si accorge – racconta a Left l’autrice – che la relazione con il marito Leopoldo, un professore di Filosofia, è un ostacolo opprimente alla sua crescita personale. Un uomo che non la rispetta e le impedisce una vita piena e realizzata. Si sente profondamente ignorante di fronte alla sua autorevolezza. Si accorge che si è innamorata non dell’uomo ma delle sue idee filosofiche e questo la mette in crisi e contemporaneamente la spinge a cercare, a fare i conti con sé stessa».
Rebecca non è un’eroina a tutti costi, il suo è un percorso anche travagliato, ma ha fame di consapevolezza. Chiude la porta di casa alle sue spalle e inizia un divertente vagabondaggio in compagnia, via via, di personaggi curiosi, bizzarri come alcuni filosofi “reincarnati” in un idraulico, un fruttivendolo, un informatico…

«La filosofia – continua Saponaro – è una palestra di vita per Rebecca perché le permette di mettersi alla prova e di scoprire le sue idee, una sua “filosofia”. Perché non si può dipendere dalle idee degli altri e non si può accettare che ad averle siano solo gli uomini. Anche il titolo fa riferimento alla metafora del Simposio di Platone secondo la quale gli esseri umani sarebbero mezze mele che vivono alla ricerca della loro metà che manca. Ma noi siamo tutti bellissime mele intere. Solo che non sappiamo di esserlo».
Allora la citazione di Ipazia D’Alessandria, all’inizio del libro, è quasi d’obbligo: «Difendi il tuo diritto di pensare, perché anche pensare male è meglio che non pensare affatto». Rebecca disquisisce di esistenza, amore, felicità. E ci racconta: «… ho bisogno di riappropriarmi di me stessa e ho bisogno di sapere, conoscere. Sono stata addormentata per troppi anni. È ora che recuperi».

«C’è da sempre la favola del principe che sveglia la principessa. Lei non vuole essere svegliata da un principe. Vuole svegliarsi da sola – insiste la scrittrice -. Cerca la conoscenza ma anche i sensi, la carnalità. Scopre l’eros del marito e storie di vario genere che le erano state tenute nascoste. Si scandalizza, ne rimane offesa, si generano ogni sorta di equivoci. Rebecca comincia una ricerca, senza pregiudizi, che la porta a vivere situazioni a cui non era affatto abituata come fumare una canna o spogliarsi in un campo di nudisti. Cerca una sua autonomia anche economica; diventa in breve tempo una blogger culinaria e un’influencer. Ogni occasione è giusta, poi, per incontrare personaggi particolari, anche divertenti, che la fanno riflettere, crescere». Continua Emma Saponaro: «La donna, quando vuole, è capace di mettersi in discussione, di trovare soluzioni, con impegno e fatica. E questo genera anche invidia da parte di coloro che non ci riescono, preferendo al contrario una vita comoda. In un brano racconto di come alcune donne esprimono livore nei confronti di una donna che ha lasciato il marito, non riconoscendo e sminuendo il coraggio che quella donna ha avuto e probabilmente i problemi che ha dovuto affrontare».

Nel suo viaggio inquieto ma ricco di sorprese, Rebecca realizza tutto di nascosto dal marito. Non lo affronta, evita di manifestarsi direttamente. Come se qualcosa glielo impedisse?
«Le donne hanno paura – risponde lapidaria Saponaro -. Le donne, inconsciamente, preferiscono dipendere dall’uomo. Abbiamo paura dell’indipendenza, della solitudine ma soprattutto dell’abbandono. La paura dell’abbandono è molto più forte in una donna che nell’uomo. Gli uomini soffrono per una perdita, sicuramente, ma il giorno dopo, se si presenta l’occasione, trovano un’altra partner. Le donne, secondo me, hanno più coraggio, sono loro che, nella maggior parte dei casi, prestano più attenzione ai cambiamenti, a ciò che non va. L’uomo, spesso, fa finta di nulla, anche se l’amore è finito. Sono le donne che in genere aprono la crisi o per lo meno si concentrano su di essa. Rebecca – continua Saponaro – si rende conto a un certo punto di essere stata passiva per troppo tempo e di aver contribuito alla sua reclusione. È furiosa quando finalmente lo comprende. Ma è da questa consapevolezza che cominciano a nascere le sue domande e la ricerca di risposte. Spesso ci conformiamo, plasmiamo il nostro comportamento secondo quello che gli altri si aspettano da noi. Ma questa non è libertà. Rebecca comincia a camminare spedita quando inventa il suo blog di ricette e comincia ad avere successo. Sicuramente avere un’indipendenza economica aiuta molto nel percorso di liberazione. Specialmente quando, in un rapporto finito, ci sono dei figli verso i quali ti fai sempre mille domande e mille scrupoli prima di separarti. Resisti meglio se hai una autonomia economica».

Nella bella prefazione, Marina Pierri scrive che «nelle pieghe di un romanzo ricco di ironia… si annidano la fatica e la pena quotidiana di moltissime donne. … costrette in matrimoni fatti di rabbia, nervosismo e prepotenza, molte più sorelle di quante riusciremmo mai ad immaginare chiedono di essere viste».
«Rebecca, in questo sofferto percorso di maturazione personale, dove ha cominciato, prima di tutto, a prendere in considerazione le sue esigenze, ad ascoltarsi, ha capito che tutto questo percorso non è mai facile. In genere si tergiversa, si fa finta di nulla, si rimanda. Rebecca ha fatto anche così. Ha i suoi tempi. Si rende conto che il suo non è mai stato un matrimonio felice, le idee delle quali si era innamorata non erano mai entrate nel rapporto tra lei e il marito. Si rende conto che non ha una vita, non ha finito l’università, si è completamente annullata per un uomo che nemmeno ama», continua Emma Saponaro che aggiunge: «E allora è d’obbligo chiedersi: quando uno ama, come ama? Ama per convenienza, ama per paura della solitudine, dell’abbandono o per interesse? Ci si conforma per farsi accettare ma l’amore è sentire. Una persona ama e vuole essere amata senza etichette, senza essere giudicata o rimproverata. L’amore è camminare con lo stesso passo, stimarsi e comprendersi reciprocamente. Il resto non esiste. E spesso può essere anche tossico».

In questa storia non c’è nessuna “bacchetta magica” capace di trasformarci, scrive sempre Marina Pierri, riprendendo a sua volta Saponaro. «Il cambiamento è appunto un viaggio e come tutti i viaggi richiede tempo, maturazione, attenzione e rinuncia ai compromessi logori che, pure, rappresentavano una sicurezza».
Un viaggio che nel romanzo non ha un finale scontato ma, con una soluzione originale, lascia libero il lettore di scegliere tra due finali. Come se la ricerca possibile del “chi sono” e del “cosa voglio veramente” abbia delle variabili misteriose che conducono a sviluppi imprevedibili.

L’analisi della sconfitta

Fa perfino ridere scrivere “l’analisi della sconfitta”, è un cartello al collo addosso alla sinistra e al centrosinistra degli ultimi anni. Perché il centrosinistra negli ultimi anni ha perso molto più spesso di quello che sembri. È arrivato al potere, certo, ha anche governato ma l’ha fatto inventandosi alleanze minestroniche ripetendo ogni volta “mai più”. Questa è la prima riflessione: stare al governo senza vincere nettamente le elezioni ha affinato la capacità di gestire il potere molto più del meritarselo. E non è un bel vedere.

Poi c’è la netta sensazione di qualsiasi mancanza di programmazione. Le alleanze nel centrosinistra – che si allei con il centro o con la sinistra o con il M5s – semplicemente “accadono”. Presentarsi in due regioni significative come il Lazio e la Lombardia con due alleati nemici tra loro che hanno passato la campagna elettorale a ripetere quanto facesse schifo il Partito democratico dall’altra parte prevedibilmente fa apparire sconnessi. Meglio, scassati.

Manca il leader, certo. Pierfrancesco Majorino ieri ha detto quello che nel Pd pensano tutti: correre per le elezioni regionali del Lazio e della Lombardia nel pieno di un congresso che da fuori appare di una lungaggine esasperante (e di una natura poco appassionante) è un caso studio di inefficienza politica. Ma oltre alla mancanza di un leader manca un’idea, un’idea qualsiasi di un candidato qualsiasi alla segreteria, che riunisca sotto uno stesso tetto una comunità fratricida che si perde nei rivoli di entrambi i lati (lato Terzo polo, lato M5s) e che si sfilaccia senza sapersi riunire quando serve. L’astensione è una responsabilità collettiva – è vero – ma sta all’opposizione assumersi l’onere maggiore della mobilitazione.

Le lezioni non si vincono a Sanremo. Se lo share è alto e la mobilitazione è bassa (questa la rubo a Antonio Polito) significa che coloro che tu senti “tuoi elettori” non escono di casa per andare a votare. E, badate bene: i dati dicono che Fontana guadagna voti perfino nelle città più colpite dal Covid. Ci sono analisi sbagliate, ammettiamolo. Se nemmeno una pandemia è bastata per sbugiardare l’efficienza lombarda i casi sono due: o la maggioranza degli elettori ritiene che Fontana e Gallera in pandemia abbiano fatto un buon lavoro (difficile, molto difficile) oppure pensano che gli altri rischierebbero di fare peggio. Non è un’idea spaventosa?

Basta essere soddisfatti delle sconfitte. Davvero, basta. «Il Pd rimane saldamente seconda forza politica e primo partito dell’opposizione», dice Enrico Letta, che è un pò come dire “abbiamo saldamente perso” (questa invece la rubo a Luca Bizzarri). Gli elettori vogliono votare partiti che vorrebbero vincere e che si prendano la responsabilità delle sconfitte. Sono anni che si insiste sulla dignità della sconfitta, sulla nobiltà di riconoscere gli errori, sulla lucidità di apporre i necessari cambiamenti e poi qualsiasi risultato è rivenduto come un buon risultato. Ma fate davvero?

Infine c’è un’ultima nota, di cui anche questo articolo è responsabile: le analisi delle sconfitte sono una liturgia che ha rotto i coglioni. Meno di un elettore su due è andato a votare. Questa non è politica, è un abisso.

Buon martedì.

Nella foto: Enrico Letta, frame del video della direzione nazionale Pd, 6 ottobre 2022

Disfatta alla regionali e assenteismo, è crisi di democrazia

Le elezioni in Lazio e Lombardia – dove era chiamato al voto un quinto degli italiani – confermano la distanza abissale che ormai separa la politica dai cittadini, che in massa disertano le urne. Il risultato finale ci dirà come si sono distribuiti i voti ma la tendenza è già chiara: la destra chiama a raccolta i suoi, a sinistra è il deserto: partiti e liste che grottescamente difendono la loro cittadella, mentre intorno è il fuggi-fuggi. La democrazia è in crisi, questo è il verdetto, e chi dovrebbe rianimarla è incapace di cogliere la gravità della situazione, tutto concentrato a ritrovare un’identità. Tra tutti, è il Pd che appare come vascello nella tempesta, privo di comando, dove gli ufficiali sono tutti animati a discutere sul da farsi.

Perché il confronto in atto nel Pd tra i candidati alla segreteria – molto educato, mica il calor bianco delle primarie americane – avrà un esito che, al di là del risultato, fa già sorgere spontanea la domanda: dove andrà il Pd? La cui risposta non è affatto scontata, ben al di là delle elezioni regionali. Un nuovo segretario/a dovrebbe voler dire un rinnovato gruppo dirigente. Se, come ricordava Andrea Carugati sul Manifesto, «non c’è nulla di strano nel fatto che la minoranza dell’ultimo congresso punti ora a tornare maggioranza nel partito», potrebbe darsi che a riprendere le redini saranno proprio coloro che più hanno contribuito alla perdita di consensi attuale. Dal 2008, le prime elezioni del neonato partito a guida Veltroni, al 2022 il Pd ha più che dimezzato i suoi voti, perdendone 6,6 milioni (dei 12 che aveva). Con Bersani, nel 2013 ne perse già 3,4 e gli subentrò Renzi; Bersani se ne andò e il Pd ne perse altri 2,2 nel 2018. E Zingaretti e poi Letta non hanno fatto di meglio, non riuscendo a frenare l’emorragia. Come conferma quest’ultima tornata elettorale, per quanto locale.

L’artificiale contrapposizione tra “riformisti” (che sono poi ex renziani) e gli altri, sparsi in varie “correnti”, nasconde, infatti, il vero dramma di questo partito: che dovrebbe essere un intero ceto dirigente a farsi da parte, ammettendo di aver ridotto il partito ai minimi termini. E invece no: sono tutti in gara a farsi avanti, dietro al ruvido Bonaccini che «non sa che farsene di una sinistra minoritaria». Come se la sua stessa candidatura non fosse l’indicazione che quella sinistra diverrà ancor più minore. Un partito che non sa riflettere sugli errori fatti e sulla strada da intraprendere è un partito destinato a sciogliersi. Ammaliato com’era stato dalla «politica liquida» che si doveva confare a una «società liquida», sarà il partito a liquefarsi.

Encomiabili appaiono sia lo sforzo di Elly Schlein che di Gianni Cuperlo di soccorrere il malato al capezzale. La prima, puntando sulla sua “novità” di esterna che raccoglie consensi sparsi “nella società”; il secondo rimarcando un più apparente messaggio “di sinistra” che vada a riscaldare il cuore dei vecchi militanti. Ma la contesa appare segnata, per due ragioni: perché al gruppo dirigente che ha guidato il partito in questi anni, a livello centrale e locale, corrisponde una “base” e un certo “blocco di potere” che è comunque maggioritario (vedi Emilia-Romagna) e perché lo stesso messaggio dei due contendenti “outsider” è confuso, insufficiente. Nessuno sembra aver capito che per riprendersi – se non “rifondarsi” – il Pd dovrebbe chiedersi perché ha perduto consensi, dove sono andati gli elettori e simpatizzanti che ha deluso. Dovrebbe chiedersi chi vuole rappresentare e perché, quale idea di paese e del mondo vuole proporre oggi che sia diversa da quella che aveva. Certo, ad ascoltarli, sia Elly che Gianni, viene da pensare che sono tornate certe parole , perfino «idee di sinistra». Ma non c’è un’analisi e non vi è critica di cosa non va nel mondo.

Il “programma” di Schlein è farcito di tutte le parole “giuste” – disuguaglianze, diversità, sostenibilità – ma non si dice cosa va intaccato per cambiare rotta (la lista delle cose che non vanno è lunga, ma non ci si chiede perché). Quello di Cuperlo è più sostanzioso, ma pecca anch’esso di superficialità, e oltre a dire che il mondo è “guasto”, malato – con le cure del caso che si dovranno apportare – non si va. Sembra non si sia capito che è l’impianto concettuale e ideologico che va cambiato, perché si è dimostrato non solo inadatto ma lontano da ciò che una forza di sinistra dovrebbe perseguire. Non c’è analisi e, di conseguenza, non c’è soluzione che derivi da una disamina dei danni e di come incidere.

Il substrato neoliberista rimane. Non c’è critica del capitalismo: non basta dire che questo «sorveglia vite e consumi», non si può dire che «il clima è stato alterato dall’essere umano» perché non è stato un generico “essere umano” ad alterarlo, ma il modello di sviluppo capitalistico, che è predatorio della natura e dei popoli che sono stati sottomessi e sfruttati. Si arriva addirittura ad affermare che «il capitalismo degli ultimi quarant’anni ha tolto al mercato la capacità di dare valore alle cose»: ma come? Sarebbe forse il mercato che dà valore alle cose? Il mercato non è etico, per definizione, persegue solo il profitto. Poi, certo, ci si premura subito di ribadire che, per correggere le storture del mondo, si deve intervenire, ma ciò «non significa più Stato» (per l’amor di Dio!). Ci vuole più democrazia, si dice, ma non è per dare voce a chi è escluso (come si potrebbe supporre), ma «per rispondere alla sfida dei monopoli tecnologici». Il linguaggio liberal persiste.

Non viene ricordato – nonostante si ribadisca l’importanza della “memoria” – come sia stato il movimento operaio con le sue lotte a tenere a freno lo strapotere del capitale, negli anni Sessanta e Settanta (non si trova la parola ‘lotta’ nel programma di Cuperlo, si parla solo della «negozialità di fabbrica», e in quello di Schlein è tutta tradotta in termini di battaglie civili). E, però, dopo aver ribadito che comunque la società è “liquida” – altro mantra liberal – si ammette che le classi esistono ancora, sono più frammentate, e l’ascensore sociale non funziona più, perché è lo Stato a non funzionare. No! L’ascensore sociale non funziona perché l’economia ha preso il sopravvento sulla politica e il meccanismo anti-egualitario è intrinseco al capitalismo (vedi Piketty). In più, una società corporativa, ferma, familistica e “frammentata” (nei suoi strati bassi) com’è quella italiana, classismo ed esclusione divengono la regola.

Il Pd, da parte sua, ha poche colpe (sic). «La democrazia è più debole», si dice (ma cosa vuol dire se non che in molti non ci credono più?), «perché ha strumenti fragili per ridistribuire risorse». O è forse perché si è lasciata l’economia prevalere sulla politica? Ed è stato il “sistema” «a indebolire la capacità della sinistra di rappresentare parti intere di società» (o è stata la sinistra a rinunciare?). La sinistra ha creduto nella post-modernità – viviamo nel presente, le ideologie sono superate – per accorgersi ora che la destra una ideologia ce l’ha e un’ideologia, una visione del mondo a venire, ci vuole. Insomma, non c’è alcuna analisi di cosa non va nella società (non basta dire vogliamo un lavoro giusto, un fisco equo), quali storture esistono: ci vuole una critica del capitalismo predatorio. Non quel generico «tenere insieme le ragioni della produzione con quelle della vita e della dignità».

Bonaccini, per parte sua è in linea com’è con quanto il Pd ha rappresentato in questi anni, tanto che davvero vien da chiedersi come possa una linea che si è dimostrata perdente trovare un così sicuro consenso nel partito. Ma il fatto è che il vizio d’origine perdura. Sin dai tempi dell’Ulivo, quando D’Alema affermava al congresso dei Ds che «l’Ulivo è il futuro dell’Italia», il Pd non è ancora riuscito a risolvere quell’ambiguità di fondo: voler essere “di sinistra” guardando ai ceti medi, dimenticandosi sempre più di quelli popolari, nell’idea bacata che questi siano marginali e, in definitiva, inglobabili in una prospettiva “progressista” inter-classista «a scatola chiusa».

Così, il Pd va all’elezione della sua figura di vertice lasciando la sinistra più orfana che mai, ove non vi sono credibili alternative per il consenso di quei ceti che tanto bisogno avrebbero di una voce che li rappresentasse il luogo dei “messaggi identitari” di cui loro non sanno che farsene. Di elezione in elezione, l’elettorato italiano, confuso, ha perso i suoi antichi riferimenti, senza trovarne dei nuovi, e tanto il Pd che i suoi competitor a sinistra e al centro paiono incapaci di “risintonizzarsi” con una società che guarda altrove. Ormai delusa da una «democrazia dei garantiti» che non parla più dei suoi problemi.

Il massacro di Addis Abeba e la ferocia del colonialismo italiano

Il 19 febbraio (Yekatit 12 nel calendario etiope) l’Etiopia commemora l’86° anniversario del massacro di Addis Abeba in ricordo dei 20mila civili innocenti uccisi dal regime fascista nel 1937 a seguito di alcune bombe lanciate da ragazzi eritrei verso le autorità colonialiste italiane, ferendo il generale Rodolfo Graziani, figura che diventa emblematica nel rimosso di questa fase storica in Italia, nella politica così come nella cultura mainstream. Perché a Graziani, governatore della Libia, della Somalia e viceré di Etiopia, è stato dedicato un monumento ad Affile, suo comune di nascita in provincia di Roma, benché fosse considerato un criminale di guerra dall’Onu.

La parabola del colonialismo italiano continua infatti a tacere o a banalizzare la portata di quelli che furono efferati crimini contro l’umanità, mai riconosciuti come tali e artefici sotto il nuovo nome di neocolonialismo delle conseguenze che ancora oggi si abbattono sui nativi delle terre d’oltremare.

Non c’è, di fatto, nella società contemporanea del nostro Paese l’esigenza di costruire una coscienza critica che sviluppi un nuovo senso comune, storico e civile, sulle mire e sulle conseguenze dell’espansionismo che, prima nell’età liberale e poi con il fascismo, avviarono l’Italia alla conquista dell’Eritrea, Somalia, Libia ed Etiopia. Solo con la fine del secondo conflitto mondiale, il Trattato di Parigi del 1947 sancirà la perdita per l’Italia di tutte le sue colonie, ad eccezione della Somalia che le fu assegnata sotto forma di amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite fino al 1960, anno della sua indipendenza.

Più di ottant’anni di colonialismo italiano non sono dunque riusciti a scalfire, nell’immaginario collettivo, il topos dell’ “italiano buono” portatore di civiltà e lavoro; una vulgata nostalgica e retorica, mai seguita da un dibattito pubblico nazionale, costruita attraverso gravi mistificazioni ed operazioni censorie che ne hanno ostacolato e condizionato la ricerca storica.

Solo di recente, lo scorso 6 ottobre, il Consiglio comunale di Roma Capitale ha approvato la mozione 156 che istituisce il 19 febbraio “Giornata in memoria delle vittime del colonialismo italiano” che, come si diceva, è il giorno di inizio della strage di Addis Abeba nel 1937.
Facciamo il punto della situazione con Kwanza Musi Dos Santos, attivista per i diritti umani che da anni porta avanti campagne di mobilitazione e istanze a livello sociale e istituzionale per le comunità marginalizzate e co-fondatrice dell’associazione Questa è Roma composta da giovani italiani di origine straniera, nata con l’obiettivo di emarginare ogni forma di discriminazione attraverso l’arte e la cultura.

Se da una parte sono trascorsi molti anni dal colonialismo italiano, dall’altra ci sono fatti storici che non sono avvenuti sotto i nostri occhi. Anche per questo motivo vengono percepiti forse come se non ci fossero mai appartenuti. Ha invece un senso, secondo lei, parlarne ancora oggi? E perché?
Non credo che, siccome il colonialismo italiano è avvenuto “lontano dai nostri occhi”, questa possa essere una motivazione plausibile perché allora, in generale, non avrebbe senso celebrare la storia o conoscere la storia degli antichi romani che è accaduta ancor prima. Mentre per esempio, per quanto riguarda il colonialismo ci sono ancora persone vive, che hanno fatto parte attiva di questa terribile pagina della storia italiana. Ci sono ancora dei nonni in vita, che erano colonialisti all’epoca e quindi non penso sia una questione temporale. Penso piuttosto che tale rimozione sia stata fortemente voluta. Questo si vede anche da come, per esempio, venga data la giusta attenzione all’olocausto, che è avvenuto in concomitanza, negli stessi anni, e vengano invece completamente tralasciati i crimini del colonialismo italiano … Non si dà, non si è volutamente data visibilità ai fatti del colonialismo italiano proprio perché c’è una volontà di rimozione storica che è anche legata a quanto accade ai giorni d’oggi. Gli eritrei, ad esempio, (e non soltanto loro purtroppo) rischiano la vita in mare e spesso la perdono, ma c’è la volontà del governo italiano di far sembrare come se queste persone non “meritino” diritto di asilo, ancor di più se il motivo per il quale scappano dalle loro terre c’entra anche con tutto quello che noi abbiamo fatto a casa loro.

Se dovesse raccontare qualcosa ai giovani stranieri che arrivano in Italia affrontando i “viaggi della speranza”, quale nesso proverebbe a fare con il colonialismo?
Ecco, in parte ho risposto nella prima domanda… È questo il nesso con il colonialismo: continuare a comportarci come se tutto ci è dovuto e tutto ciò che invece “gli altri” desiderano se lo devono meritare, rischiando la vita e sacrificando tutto quello che hanno, mentre noi continuiamo ad avere tutto il diritto di andare in giro a colonizzare! E questa arroganza, questa strafottenza la si vede e la si riscontra ancora quando, ad esempio, andiamo a fare viaggi di piacere in questi Paesi, perché purtroppo andiamo lì portandoci dietro questo pensiero colonizzatore, di superiorità nei confronti dell’altro, del “diverso”.

Nei programmi scolastici non è ancora ufficialmente inserita la storia del colonialismo italiano. Quando se ne parla e si fa ricerca storiografica è perlopiù merito dello straordinario lavoro del corpo insegnante che si muove per iniziativa personale. Cosa ne pensa?
Questo, a mio parere, rientra nel cosiddetto “razzismo istituzionale”. La scuola è una istituzione e in quanto tale nella scuola si continua a riprodurre questo sistema di oppressione strutturale delle persone “non bianche” e delle persone afrodiscendenti, in questo caso. Si continua ad offrire quell’immaginario secondo il quale i “neri italiani” non esistono, gli africani sono tutti dei poveracci e noi, se e quando interagiamo con gli africani, lo facciamo per il loro bene perché noi siamo “italiani brava gente” e loro ci devono ringraziare per quanto facciamo e per quanto abbiamo fatto. E dunque questa retorica deve continuare anche a livello dell’istituzione scolastica. Io dico grazie invece a quei pochi insegnanti che riescono ad uscire da questo binario, proponendo più contenuti. Ma è gravissimo che si riesca a dire qualcosa di altro solo attraverso l’iniziativa personale di alcuni.

Cosa pensa della recente approvazione da parte del Consiglio comunale di Roma Capitale dell’istituzione della “Giornata in memoria delle vittime del colonialismo italiano”. Ci si è arrivati molto tardi, non trova?
È stata assolutamente tardiva l’approvazione da parte del Consiglio comunale di Roma ma è pur vero che la città di Firenze, già qualche mese prima, e la città di Roma sono state le prime città italiane ad approvare questa Mozione sul tema del colonialismo italiano, anche in modo decisamente esplicito. Quindi lo reputo un segnale decisamente positivo anche se ci siamo arrivati molto tardi.

Secondo lei, cosa si sta muovendo a livello nazionale?
A livello nazionale già da tempo ci sono realtà collettive che realizzano passeggiate o interventi artistici, focalizzando il lavoro sui vari monumenti o targhe che ancora oggi nelle città celebrano i colonialisti e il colonialismo italiano. A livello di società civile c’è ad esempio la “Federazione delle Resistenze” mentre a livello istituzionale stiamo lavorando insieme all’Anpi per una proposta di legge a livello parlamentare. Proposta che a breve dovrebbe essere presentata.

Ci siamo spesso ritrovati a scrivere che la società civile è molto più avanti delle istituzioni ma è pur vero che il nostro Paese persevera, continuando a sottrarsi ai suoi obblighi di Paese civile. I pregiudizi che ancora oggi caratterizzano la nostra visione dell’ “altro” sono senza dubbio l’eredità più significativa della storia contemporanea del nostro Paese, ed in particolare dell’infelice storia del colonialismo.

La rassegna

Per contribuire ad avviare un processo di riflessione collettiva e studio sui crimini del colonialismo italiano, la Rete Yekatit organizza dal 13 al 19 febbraio 2023 a Roma una settimana di riflessioni, passeggiate, concerti, dibattiti e altre iniziative volte a sostenere e promuovere l’applicazione della mozione 156 approvata dal Consiglio Comunale di Roma Capitale il 6 ottobre 2022 per la ri-significazione dell’odonomastica coloniale presente nella città di Roma e l’istituzione del 19 febbraio come “Giornata di riflessione sui crimini e sulle eredità del colonialismo italiano”.

Tantissimi i protagonisti, fra i quali l’africanista Triulzi e lo storico Focardi e l’archeologa Maria Pia Guermandi. Tantissimi gli spazi coinvolti a cominciare dalla Biblioteca antirazzista di Roma, la Fondazione Lelio Basso, La Biblioteca Mandela, al Museo delle civiltà- Museo Pigorini e molti altri

 

Ecco il programma completo della rassegna a Roma

 

(Ha collaborato Mariangela Di Marco)

Nella foto: particolare del monumento eretto nel 1955 ad Addis Abeba in memoria delle vittime della strage del 19 febbraio 1937

Condannati per discriminazione: il razzismo è nelle sentenze

Era già accaduto nel 2019. «Rilasciare il certificato di idoneità alloggiativa ad un costo troppo oneroso, anche se in astratto non è richiesto ai soli stranieri, è discriminatorio perché solo per essi finisce per incidere su diritti fondamentali della persona come quelli alla unità familiare. Il certificato serve infatti per le pratiche di ricongiungimento familiare. Renderlo cosi difficilmente ottenibile vuole quindi dire operare una illecita discriminazione indiretta in danno degli stranieri»: lo scrisse la Corte di Appello di Brescia condannando i comuni di Rovato e Pontoglio (Brescia).

La vicenda nasce nel 2015 quando i Comuni di Rovato e Pontoglio – con l’evidente finalità di scoraggiare la presenza di stranieri nei due Comuni – avevano applicato un aumento vertiginoso del diritto di segreteria per ottenere il certificato di idoneità alloggiativa: addirittura + 624% per il Comune di Rovato e + 212% per il Comune di Pontoglio. Il comune di Pontoglio era già stato condannato per dei cartelli chee invitavano ad andarsene quanti non condividevano la “cultura occidentale”: in quel caso il Comune aveva rimosso i cartelli e non aveva proposto appello.

Qualche giorno fa si è espressa anche la Corte dei Conti che ha condannato i membri della giunta di Rovato al danno erariale. Secondo la Procura Regionale, gli oneri finanziari sostenuti dal Comune di Rovato in conseguenza della soccombenza giurisdizionale nei due gradi di giudizio avrebbero determinato un evidente pregiudizio erariale, direttamente imputabile alla responsabilità gravemente colposa degli amministratori comunali che adottarono con voto favorevole e la Deliberazione della Giunta Comunale n.108/2015 (con cui si incrementarono gli importi dovuti dai cittadini a titolo di diritti di segreteria per ottenere le certificazioni dell’idoneità degli alloggi) e le successive Deliberazioni n.166/2015 e n.168/2016 con le quali l’ente territoriale dispose di resistere in giudizio avverso il ricorso di primo grado e, successivamente alla soccombenza in tale sede, decise di proporre appello contro l’ordinanza del Tribunale di Brescia. Il danno erariale, sempre secondo la procura, andrebbe collegato ad un’inescusabile negligenza degli amministratori che avrebbero approvato all’unanimità le menzionate deliberazioni in assenza di una apprezzabile ragione giustificativa rilevante a livello pubblicistico e per finalità discriminatorie nei confronti dei cittadini stranieri.

Asgi esprime grande soddisfazione per questa pronuncia che evidenzia come le discriminazioni non sono solo atti illegittimi e “moralmente ingiusti” ma comportano anche un grave danno economico all’intera collettività. E questo non è un monologo al Festival di Sanremo.

Buon lunedì.

Zitti! Parlano i bambini

È un film non sui bambini, ma con i bambini. Questo rende speciale Il cerchio di Sophie Chiarello che esce nelle sale il 13 febbraio distribuito da Indigo film, dopo l’anteprima al Festival del cinema di Roma.
Al centro del racconto ci sono Nina, Leonardo, Tito e tutti gli alunni della sezione B negli anni 2015-2020 protagonisti della loro vita scolastica. Rispondono alle (apparentemente) semplici domande della regista, che è l’unica adulta che parla e che, fortunatamente, non dà mai risposte.
Tantissimi i temi: dalle paure all’esistenza di Babbo Natale, dalla separazione dei genitori alla distrazione degli adulti. Non mancano i litigi tra di loro e le critiche ai più grandi: “Perché gli adulti sono diventati seri, hanno perso la loro giocosità di bambini”. Risposte disarmanti, che ci costringono a riflettere più che a parlare. Se le istituzioni sono lontane dall’universo scuola, dall’universo bambini, anche le famiglie dovrebbero entrare più in ascolto. Tutto questo fa la forza e la ricchezza dell’opera della regista italo-francese. Diplomata alla scuola d’arte di Parigi, Chiarello inizia la propria carriera come aiuto regista di Salvatores, Winspeare, Rossi Stuart, Labate, Piccioni, dal 2011 si dedica al documentario vincendo con l’opera Domani me ne vado il premio speciale della giuria al Festival del cinema italiano di Annecy 2012. Il Cerchio, vincitore del Premio Corso Salani 2023 al Trieste Film Festival, è stato selezionato tra i 10 documentari per i prossimi David di Donatello. Chiarello, figlia di italiani, cresce in Francia di cui ha un ricordo splendido, ma è in Italia che ha ritrovato casa specialmente nella scuola in cui ambienta il film, il plesso Di Donato dell’Istituto comprensivo Daniele Manin, in quel di piazza Vittorio. È lì che iscrive i suoi figli, poi quando il ciclo dei cinque anni finisce, e dopo aver conosciuto la maestra Francesca Tortora, ha un’idea, quella di entrare lei stessa a scuola con una macchina da presa. Non segue la classe nella didattica, ma nel “cerchio”: una prassi ben nota, conosciuta dai pedagoghi che rappresenta lo spazio fisico e mentale nel quale i venti bambini protagonisti si sono seduti in tondo per parlare, ascoltarsi e confrontarsi. Un momento dedicato alle emozioni. Cinque anni interi, pandemia e lockdown compresi, per un risultato che sorprenderà tutti e non lascerà indifferenti.

Sophie, quando è nata in lei l’idea di questo progetto? Da quali pensieri e necessità?
Io notavo che nei luoghi degli adulti, non solo quelli fisici, ma anche sui social, da parte delle istituzioni o sui giornali, su temi come l’immigrazione e non solo, parlano solo gli adulti. Sono convinti di sapere come, cosa e perché, soprattutto da che parte stare, ma, nel frattempo, con l’esperienza dei miei figli un po’ più grandi dei bambini del film, io notavo che lontano dai discorsi degli adulti cresceva, e sta crescendo, un’Italia che è già lì. Come quando si dibatte sui bambini concepiti in provetta o su quelli degli omosessuali; si dibatte per capire quali sono le leggi da trovare per questi ragazzini, ma nel frattempo i bambini sono diventati uomini e la politica è ancora lì che dibatte e loro diventano individui. La società cambia sempre dal basso e ci porta delle soluzioni che non vogliamo vedere. Io avevo al mio fianco una classe di bambini che discute, che si interroga, il cui unico desiderio è di essere tutti uguali. C’è la voglia di sentirsi tutti uguali e in questo desiderio di uguaglianza, le differenze esistono ma diventano specificità che loro imparano a guardare e a riconoscere come normalità che sia il colore della pelle, una religione. Avevo la sensazione che lì dentro ci fosse un’Italia che cresce malgrado tutto quello che c’è intorno. Grazie anche al lavoro di maestre illuminate, ma anche di genitori che desiderano questo tipo di luogo per i loro figli. È il racconto di un momento magico, ma dopo i ragazzi si chiedono: la società è in grado di accogliere tutto quello che siamo diventati in cinque anni? È all’altezza delle nostre richieste?

Il plesso Di Donato è conosciuto a Roma come una scuola eccellente che proprio sulla multietnicità basa la sua forza. È lo specchio di una società ideale, nel cuore di Roma. A che cosa si deve questa lungimiranza, secondo lei?
Per come la conosco, e me la raccontano, è nata grazie a un preside eccezionale e con maestre che hanno voglia di fare e con un’utenza che ti obbliga a farti delle domande. Io vengo dalla Francia sono figlia di emigrati e sono cresciuta lì, la mia lingua è il francese, ma io non ho la cittadinanza francese, il mio inno nazionale è la Marsigliese, e quando lo sento mi commuovo, però i miei genitori sono italiani. Io me li ricordo i dibattiti in Francia sulla nazionalità, sull’integrazione: quello che accade dal basso, per forza, ci deve interessare, ci deve fare interrogare a meno che non ci mettiamo i paraocchi. Noi dei migranti ne parliamo come se ancora stessero sulle navi, come se nessuno fosse sbarcato, nessuno avesse fatto figli. Io da 20 anni, da quando sono a Roma, ne sento parlare nello stesso modo e invece sul territorio poi succedono delle cose e allora ti devi chiedere: come glielo insegno l’italiano, come li faccio sentire parte di una comunità? Quindi, è successo che in questa scuola alcune persone si sono fatte delle domande e non è che abbiano per forza trovato tutte le risposte però hanno sperimentato qualcosa. Non è un’utopia, ma le soluzioni vanno cercate: è questo il lavoro che trovo interessante e quando la scuola fa anche questo lavoro è fondamentale. La scuola elementare è la scuola dove si formano gli individui, non si impara a leggere e a scrivere e basta e questa cosa è troppo poco vista. Ero arrivata a Roma da poco e la condizione di maternità era di solitudine e la Di Donato è stata la piazza del mio paese e quando mio figlio ha finito la quinta elementare, sono entrata io in quella scuola.

Quando ha proposto la tua idea alle famiglie della classe qual è stata la reazione?
All’inizio l’ho proposto alla maestra che conoscevo, era stata la maestra di mio figlio, io avevo fatto la rappresentante di classe, e poi avevo fatto un documentario precedente che avevamo presentato a scuola nelle settimane dell’intercultura e quello era il mio passaporto e lei mi ha dato fiducia. Poi l’ha proposto alle famiglie, all’inizio della prima elementare. Io sono partita dicendo ai genitori di viverlo come laboratorio, io non sapevo cosa sarebbe diventato. Sgombrata la mente da ogni idea di aspettativa allora siamo andati liberi. I genitori li ho incontrati un paio di volte, ma abbiamo fatto un accordo e cioè che non volevo conoscerli per non arrivare dai bambini con idee preconcette o con un pregiudizio, volevo essere solo una conoscenza dei bambini e non degli adulti. E poi è andato tutto liscio.

I temi che sono usciti fuori chi li decideva: lei, la maestra oppure?
Succedeva che io arrivavo con un’idea e i bambini mi portavano nella loro. L’unica volta è quando abbiamo parlato di Riace perché io ero stata lì per due settimane così al ritorno mi hanno chiesto perché ero stata lì e così è partita tutta la discussione. Altrimenti veniva fuori da un litigio tra loro e il motivo del litigio veniva sviscerato. Oppure abbiamo parlato delle paure quando uno di loro sul pc aveva visto il teaser di un film di paura e da lì tutti ne volevano parlare e abbiamo scoperto che loro davanti al pc erano soli. Poi il discorso si è allargato alla paura della guerra quando c’era la minaccia della Corea del Nord. Tutto entrava dentro la scuola ed era interessante il come, attraverso quali parole e come poi dalle parole che sentivano dagli adulti e ripetevano, poi ne usassero di proprie.

Di tutti i loro discorsi, le loro frasi, qual è quella che l’ha più sorpresa?
Sono tante, però ho capito che noi non ci rendiamo davvero conto di quanto loro ci guardano. Mi ha sorpreso quando raccontavano che i genitori sono distratti o impegnati o stanno troppo sul cellulare. Allora ho pensato che fino alla quinta elementare i bambini, solitamente, non hanno il cellulare e quindi il loro sguardo è rivolto in su, poi il loro sguardo cambia, ma il nostro è già cambiato. Noi siamo un esempio per loro e diamo un esempio che è in contraddizione con quello che diciamo.

Tornando alla scuola, che cosa manca a quella italiana?
È una domanda difficile e non so se sono legittimata a rispondere. Credo che dovremmo tutti pensare che la scuola è un potenziale enorme, molto più di quello che immaginiamo. La scuola, anzi la formazione, non è nei progetti politici, è bistrattata. Invece, è il luogo che ti cambia la vita.

Ce la può fare da sola?
Sarebbe bello se ce la facesse da sola, ma in queste condizioni fa fatica. La collaborazione scuola famiglia è interessante, ma è pericolosa perché gli argini si rompono velocemente e quindi per questo la scuola deve essere più forte, avere un progetto. Lo vedevo, mentre giravo, che questa struttura enorme ogni tanto si rompeva: una finestra, una porta, il muro che si scrosta. Quindi, la scuola è un luogo che fa fatica a restare solido eppure là dentro c’è il futuro.