Home Blog Pagina 380

Ultima occasione

TOPSHOT - Protesters, including members of Extinction Rebellion and Fridays for Future stage a protest demanding more action as G20 climate and environment ministers hold a meeting in Naples on July 22, 2021. . (Photo by Filippo MONTEFORTE / AFP) (Photo by FILIPPO MONTEFORTE/AFP via Getty Images)

La conferenza delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici in programma a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre, anche conosciuta come Cop26, è stata definita da molti esperti come il make or break event, l’ultima occasione per i leader politici di tutto il mondo di evitare le più disastrose conseguenze del climate change. Ma per far sì che questo accada, serve una consapevolezza e una pressione dell’opinione pubblica ben più alta di quella attuale: dobbiamo assumerci tutti quanti il compito di vigilare sui negoziatori affinché prendano le decisioni necessarie.

Per capire concretamente se la conferenza sarà stata un successo o un fallimento, dovremo valutare i risultati raggiunti su cinque temi specifici. Il primo tema, di importanza cruciale, è quello dei Nationally determined contributions (Ndc), ovvero gli obiettivi di riduzione delle emissioni che ogni Paese firmatario degli Accordi di Parigi del 2015 (che impegnano i sottoscrittori a limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi, ndr) si è prefissato. Ad oggi, le premesse non fanno ben sperare: nonostante molti scienziati sostengano che sia necessario dimezzare le emissioni entro il 2030, le ultime analisi dell’Onu sugli Ndc prevedono non una riduzione, bensì un aumento delle emissioni di circa il 16%. L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno da poco aggiornato i loro obiettivi, ma è fondamentale che lo facciano anche gli altri grandi emettitori, come Arabia Saudita, Australia, Cina, Russia e India.
Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, il principe Bin Salman ha affermato che il Paese raggiungerà lo zero netto di emissioni nel 2060, seguendo la strada indicata dalla Russia.

Contemporaneamente, però, ha affermato che non intende rallentare (né tantomeno fermare) l’estrazione di combustibili fossili dalle riserve del Paese. La multinazionale petrolifera Saudi Aramco, di proprietà statale, ha affermato che seguirà il progetto del governo azzerando le sue emissioni nel 2050. Il diavolo però si nasconde nei dettagli: l’obiettivo riguarda solo le emissioni causate direttamente dalle operazioni dell’azienda, nonostante l’80% delle emissioni derivino dai clienti della Saudi Aramco che ne bruciano gli idrocarburi.

La Russia ha anch’essa annunciato il raggiungimento della neutralità climatica nel 2060, affermando che impegni più ambiziosi dipenderanno dalla “situazione economica internazionale”. Vladimir Putin non parteciperà in persona alla Cop26, sebbene abbia dichiarato che il cambiamento climatico è una delle sue priorità. La collaborazione della Russia è molto importante soprattutto per ciò che riguarda l’abbattimento delle emissioni di metano, un gas serra 80 volte più potente della CO2. Per far sì che il governo si impegni su questo fronte, l’inviato speciale per il clima Ruslan Edelgeriyev ha dichiarato che servirà rimuovere le sanzioni imposte al gigante dell’energia Gazprom: «Queste due cose non vanno d’accordo, sanzioni e clima», ha dichiarato.

Per quanto riguarda l’India, il primo ministro Narendra Modi e il segretario del ministero dell’Ambiente
Rameshwar Prasad Gupta sembrano essere ben disposti a collaborare. L’India è – a livello complessivo – il terzo maggiore emettitore al mondo, ma le emissioni pro-capite restano tutt’ora estremamente basse: circa due tonnellate di CO2 all’anno, contro le 16 degli Stati Uniti. Per questo Gupta ha chiesto che i Paesi più responsabili storicamente delle emissioni scendano in campo per aiutare le economie emergenti. Già all’interno dell’Accordo di Parigi, infatti, era stato previsto un fondo di 100 miliardi di dollari annui per finanziare la transizione ecologica nei Paesi in via di sviluppo, a partire dal 2020. Se si richiede all’India di accelerare questa transizione, Gupta…

*L’autore: Luca Sardo è attivista e portavoce Fridays for future Torino


L’articolo prosegue su Left del 29 ottobre 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Non c’è giustizia ambientale senza giustizia sociale

Mentre stiamo lavorando alla nuova e più che mai urgentissima storia di copertina dedicata alla lotta contro il climate change e per la giustizia sociale in vista della prossima Cop26, dalla Sicilia e dalla Calabria arrivano notizie e immagini drammatiche di eventi atmosferici di straordinaria violenza. Strade allagate, auto sommerse, il dramma di persone morte e disperse. I quotidiani hanno parlato di un uragano mediterraneo. Ancora una volta non possiamo limitarci alla cronaca. Con il pensiero rivolto ai cittadini catanesi e di altre località del Sud colpite dal nubifragio constatiamo purtroppo che gli eventi climatici avversi ed estremi si moltiplicano da anni nel mondo. Gli scienziati ci hanno avvertito già da tempo: se non invertiamo rapidamente la rotta molte città costiere e ricche d’arte sono a rischio, la stessa Venezia sarà sommersa entro il 2050.

I giovani dei Fridays for future con molta più sensibilità di noi adulti lanciano l’allarme da anni. E lo fanno con sensibilità, ma anche con straordinaria competenza e lucidità come traspare chiaramente dall’incisivo articolo di Luca Sardo che pubblichiamo ad apertura e che squaderna con chiarezza i cinque obiettivi essenziali che Cop26 dovrebbe fissare pena il suo totale fallimento. Staremo a vedere, ben sapendo che la storia dei fallimenti alle spalle è già lunga.

Qui si parrà la vostra nobilitate, dicono i Fridays for future, avanzando concrete proposte ai grandi che pretendono di essere tali e che si radunano a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre. Vediamo se tragicamente tutto si ridurrà a un “bla, bla, bla”, per dirla con la sintetica ed efficace espressione di Greta Thunberg, che perfino Draghi ha ripetuto insieme ad altri leader e ministri non sappiamo quanto davvero consapevoli degli impegni seri che implica.

La partita contro il climate change è gigantesca e beninteso non pensiamo che basti un summit a risolverla. Ma passi avanti auspicabili e necessarissimi possono e dovrebbero essere fatti. Certo il quadro politico globale che si profila all’orizzonte è inquietante e non può essere in alcun modo ignorato. Non solo come dicevamo, per il moltiplicarsi di eventi climatici avversi e improvvisi, non solo per il consistente innalzamento del livello dei mari, ma anche per la crescente ingiustizia sociale collegata a questi fenomeni. Ricordiamo che l’86% delle emissioni globali di CO2 è responsabilità dei Paesi più ricchi, e che sono i Paesi più poveri, quelli del sud del mondo, a soffrire maggiormente degli effetti devastanti prodotti da tutto questo. Il fenomeno dei migranti climatici, grandi masse di persone costrette ad abbandonare le proprie terre a causa di siccità, fenomeni di desertificazione ecc., è sotto gli occhi di tutti. Ma anche rispetto a questo l’Europa e i Paesi più ricchi si voltano dall’altra parte, arroccandosi, fra molti pretestuosi distinguo, facendo agghiaccianti classifiche fra rifugiati che fuggono da guerre, e chi invece fugge dalla miseria o da condizioni climatiche insostenibili.

Il problema si farà ancora più pressante nei prossimi anni, ne siamo tutti consapevoli? Intanto le grandi potenze giocano a domino sullo scacchiere internazionale. Non parliamo solo dei Paesi che presenzieranno alla Cop26 di Glasgow, ma anche e soprattutto a quelli che non ci saranno, a cominciare dalla Russia e dalla Cina, per non dire dell’Arabia Saudita che basa la propria potenza economica e politica sui combustibili fossili.

Fra tutti questi sarà Pechino a giocare un ruolo di player internazionale. La sua strategia non è facile da leggere e interpretare. Se da un lato la Cina, la cui struttura energetica è ancora dominata dal carbone, dice no a Glasgow dall’altra lancia un proprio programma di “diplomazia climatica” volendo lasciare un segno sui negoziati sulla biodiversità e sul clima. «Faremo dello sviluppo di una civiltà ecologica la nostra guida per coordinare il rapporto tra uomo e natura», ha detto di recente Xi Jinping nel suo discorso all’apertura del cerimoniale di Cop15 nello Yunnan. Il presidente cinese ha annunciato un fondo di 233 milioni di dollari (come investimento iniziale) per proteggere la biodiversità nei Paesi in via di sviluppo. Una misura solo propagandistica? Tanto più sarebbe importante dunque che i Paesi che aderiscono a Cop26 prendessero decisioni significative. Non bastano operazioni di maquillage.

Come ribadiamo con questa storia di copertina – che mette in rete molte competenze diverse di scienziati, economisti, giuristi – serve un vero e proprio cambio di paradigma nel modo di produzione, negli stili di vita, nel modo di concepire il rapporto con il pianeta, liberandoci del capitalismo predatorio in cui siamo immersi e oppressi, rimettendo al centro il benessere psico-fisico delle persone, la tutela dell’ambiente, dando valore alla socialità in un rapporto non distruttivo con l’ambiente. Basta trasformare il mondo è tempo di trasformare noi stessi.


L’editoriale è tratto da Left del 29 ottobre 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

 

🆙  Bastano pochi click!

🔴  Clicca sull’immagine oppure segui questo link > https://left.it/abbonamenti

—> Se vuoi regalare un abbonamento digitale, vai sull’opzione da 117 euro e inserisci, oltre ai tuoi dati, nome, cognome e indirizzo mail del destinatario <—

Cronaca dell’oscurantismo

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 27-10-2021 Roma Senato - ddl su misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per sesso, genere o disabilità Nella foto L’esultanza della Lega dopo l’esito del voto sul non passaggio in aula del ddl Photo Roberto Monaldo / LaPresse 27-10-2021 Rome (Italy) Senate - Bill on measures against the discrimination based on sex, gender or disability

In Senato ieri sono arrivati tutti alla spicciolata. Nel Partito democratico erano convinti in mattinata erano convinti di avere 146 voti contro 143. Nel centrodestra Calderoli spera che si voti prima di pranzo perché poi avrebbero potuto perdere alcuni dei loro. Nel Pd erano tranquilli. Si sbagliavano.

Per avere un’idea dello spessore della discussione basta ripercorrere alcuni interventi. Si parte con Cucca di Italia Viva che lascia subito intendere le intenzioni: «Oggi stiamo segnando una pagina buia della storia del Parlamento stiamo arroccandoci su soluzioni ideologiche. Urlo fermiamoci. Abbiamo tempo. Mediamo», dice. Del resto manipolare i diritti in ideologia è il trucco antico della destra.

Barboni del gruppo Forza Italia Berlusconi Presidente-Udc ci mette un po’ del solito benaltrismo: «Questo disegno di legge non salva vite ma forse tutela diritti. Credo ci sia un problema più importante: la crisi economica». Evidentemente Barboni non sa che la politica ha il dovere di occuparsi di più cose contemporaneamente.

Balboni di Fratelli d’Italia ovviamente la butta sul reato di opinione: «Con questa legge si vuole perseguire una penalità ulteriore: introdurre un vero reato di opinione. Con questa legge non rendiamo punibile solo atti di violenza e istigazione alla violenza. Ma rendiamo punibili anche l’istigazione alla discriminazione». Poveretti, temono di non poter più urlare “frocio” a qualcuno. Poi si supera: «Potrebbe diventare reato che un bambino ha una madre e un padre, che un uomo non partecipi a competizioni femminili di donne, di quel religioso arrestato alla metropolitana di Londra che predicava che Dio ha creato uomo e donna». Questo per rendersi conto del livello.

Ronzulli di Forza Italia ha lo slogan già pronto: «Questa legge non combatte l’omofobia è una copertina patinata». E poi: «Se volete imporre ai bambini di 3 anni le teorie gender fluid siamo qui per impedirlo. Non lo voteremo mai». Ancora con la teoria gender, del resto in un’intervista a Fanpage anche Renzi aveva avuto il coraggio di citare una teoria che non esiste da nessuna parte. Romeo della Lega riesce a vincere il premio della cretinata del giorno: «Bisogna dare ai bambini il tempo necessario per essere ciò che vogliono. Si vuole obbligare i bambini a cambiare sesso». Complimenti. La Russa di Fratelli d’Italia dice «Per tanti anni mi sono sentito molto discriminato e non per motivi di sesso e religione ma appartenenza politica. E quindi sono molto sensibile alle discriminazioni. Ma il #ddlZan è un tentativo surrettizio di introdurre un pensiero unico». Poveretto, è stato discriminato.

Si chiede il voto segreto sulla tagliola. Finisce 154 a 131. Applausi scroscianti e festeggiamenti animaleschi del centrodestra. Applaudire un mancato progresso sui diritti ha un nome: oscurantismo. Il ddl Zan è sostanzialmente morto anche se Zan promette ancora battaglia. Del resto anche la comunità Lgbt aveva detto di preferire nessuna legge a una pessima legge. L’Italia resta senza una legge contro l’omotransfobia. Partono le accuse incrociate ma quello che conta è che non si è fatto nessun passo sui diritti. Basta rileggere le dichiarazioni del centrodestra per capire che l’ipotesi di una mediazione con loro è solo una giustificazione meschina. Renzi non c’era, occupato in Arabia Saudita insieme al principe Bin Salman per un evento del FII Institute, la fondazione nel cui board siede proprio l’ex premier.

Alessandro Zan la spiega benissimo: «Una forza politica si è sfilata e ha flirtato con la destra sovranista solo per un gioco legato alla partita del Quirinale. Una battuta d’arresto che comunque non ci ferma è solo momentanea». A proposito: questo è lo stesso Parlamento che voterà il prossimo presidente della Repubblica.

Tanti auguri.

Buon giovedì.

 

🆙  Bastano pochi click!

🔴  Clicca sull’immagine oppure segui questo link > https://left.it/abbonamenti

—> Se vuoi regalare un abbonamento digitale, vai sull’opzione da 117 euro e inserisci, oltre ai tuoi dati, nome, cognome e indirizzo mail del destinatario <—

Il governo israeliano mette fuorilegge la solidarietà. E tutti zitti

Chadi Nassir, 7, sits on a donkey cart as his brother, Mahmoud, loads it with belongings from their damaged house in Beit Hanoun, northern Gaza Strip, Sunday, June 13, 2021. (AP Photo/Felipe Dana)

La nostra stampa non brilla per onestà dell’informazione. La nostra politica non brilla per coerenza intellettuale e politica. Mi riferisco al recente caso delle 6 Ong palestinesi per i diritti umani messe fuori legge, come terroriste, dal governo di Israele. Condannare tale decisione e chiederne il ritiro sarebbe un atto dovuto di ogni Paese democratico, che si dichiari sostenitore dei diritti umani e dei loro difensori. Ma non si sono finora sentite voci in tal senso. Tutti zitti.

I gruppi colpiti sono Al-Haq, uno dei più importanti centri per i diritti umani dal 1979; Addameer, che dal 1991 offre aiuto legale gratuito ai prigionieri, in carceri palestinesi e israeliani; Defense for Children International-Palestine, per la protezione e promozione dei diritti dei bambini; Bisan Center for Research and Development, dal 1989 impegnato in aree emarginate e rurali; Union of Palestine Women’s Committees dal 1980, femminista, per diritti delle donne; Union of Agricultural Work committees, dal 1989, per la tutela dei contadini e lo sviluppo agricolo. Associazioni internazionalmente riconosciute, premiate e alcune con status consultivo presso le Nazioni Unite. L’ordine è stato emanato in base alla Legge Anti-terrorismo del 2016, con l’accusa, senza prove, di avere rapporti con l’organizzazione PFLP (designata come “terrorista” anche da Canada, Stati Uniti e Unione Europea). L’articolo 24 (a) impone fino a tre anni di carcere a chiunque «commetta un atto di identificazione con un’organizzazione terroristica, anche pubblicando parole di lode, sostegno o simpatia». Ma il sistema della criminalizzazione di massa (Luigi Daniele in Il lavoro culturale, 26/10) che esige dalla popolazione occupata, sotto minaccia di reclusione, accettazione, soggiogamento e persino lealtà al progetto e ai valori coloniali della potenza occupante ha origini lontane (1967).

Se istituzioni e media tacciono di fronte a questa intollerabile decisione, sono centinaia le voci della società civile e le lettere inviate a governi e parlamentari, in Italia e altrove. Una dichiarazione congiunta di Amnesty International e Human Rights Watch ha definito la decisione “spaventosa e ingiusta”, un attacco del governo israeliano al movimento internazionale per i diritti umani.

Nell’editoriale del 24 ottobre di Haaretz, si legge: «La dichiarazione del governo relativa alle organizzazioni della società civile in Cisgiordania come organizzazioni terroristiche è una follia distruttiva che offusca tutti i partiti della coalizione e lo stato stesso. La messa al bando dei gruppi per i diritti umani e la persecuzione degli attivisti umanitari sono caratteristiche per antonomasia dei regimi militari, in cui la democrazia nel suo senso più profondo è lettera morta».

È pur vero che nella strampalata coalizione di governo di Israele, c’è chi critica questa decisione perché teme che ne possa mettere in discussione la “stabilità”, magari impedendo l’approvazione imminente del bilancio e il rischio di nuove elezioni, ma ci sono voci genuinamente solidali con le associazioni palestinesi.

22 organizzazioni per i diritti umani in Israele (tra cui B’tselem, Adalah, Physicians for human rights, Rabbis for human rights…) hanno pubblicato un annuncio in prima pagina sul quotidiano Haaretz affermando che: «Criminalizzare le organizzazioni per i diritti umani è un atto codardo caratteristico dei regimi autoritari oppressivi». E il direttore di B’tselem Hagar el Aid dichiara: «… Israele ha collocato qualsiasi mossa palestinese che non fosse una resa all’apartheid e all’occupazione come “terrorismo”. Fare appello alla Corte penale Internazionale? Terrorismo giudiziario. Rivolgersi alle Nazioni Unite? Terrorismo diplomatico. Invitare al boicottaggio i consumatori? Terrorismo finanziario. Protestare? Terrorismo popolare».

Quali sono le ragioni dell’escalation israeliana? Almeno due: i risultati importanti raggiunti dalla società civile palestinese organizzata con la denuncia e l’azione per perseguire gli israeliani responsabili di crimini di guerra e di apartheid presso la Corte penale internazionale dell’Aia, indicando questa strada anche all’Autorità palestinese; nello smascherare il sistema di apartheid e le infinite vessazioni anche sui bambini, dell’amministrazione civile e dei coloni. L’altra è la permanente impunità di Israele, che non sarebbe così vendicativo se avesse dovuto pagare per i suoi crimini un prezzo, come altri Paesi, imposto dalla Comunità internazionale, inclusa la Unione Europea. Uno degli obiettivi, particolarmente grave, di Israele con questa decisione è spingere i Paesi finanziatori a ritirare i propri finanziamenti alle Ong, quindi condannarle a mettere fine o ridurre di molto la loro attività in difesa dei diritti umani.

È difficile credere che stavolta lo pagherà.

Appare come un grido nel deserto quello di Amira Hass, giornalista israeliana: «Sto annunciando e confessando qui che finanzio il terrorismo. Parte del denaro delle tasse che pago al governo israeliano viene trasferito alle sue attività terroristiche e a quelle dei suoi rappresentanti, i coloni, contro il popolo palestinese. Se per “terrorismo” si intende imporre terrore e paura, allora cosa fanno i comandanti dell’esercito e dei servizi di sicurezza dello Shin Bet quando inviano soldati mascherati a fare irruzione nelle case dei palestinesi notte dopo notte? Accompagnati da cani e con i fucili puntati, i soldati svegliano le famiglie dal loro torpore, rovesciano il contenuto degli armadi, confiscano beni e colpiscono gli adulti davanti ai bambini. Cosa fanno gli ispettori dell’Amministrazione Civile … tra le comunità di pastori, e controllano se magari è stata aggiunta una tenda o uno scivolo per bambini da demolire? E …i poliziotti di frontiera maschi e femmine a Gerusalemme, che detengono chiunque sembri loro un arabo, e i soldati e i poliziotti che danno un calcio qui, uno schiaffo là, a chiunque osi litigare con loro, o raccogliere olive – qual è il loro compito se non quello di incutere paura?…».

Nessun autorevole soggetto politico istituzionale ha mai chiesto conto ad Israele dei suoi crimini. Nessuno osa chiedere al potere occupante, con quale legittimità possa colpire con l’accusa di terrorismo, ben riconosciuti attivisti e associazioni palestinesi per i diritti umani mentre agisce come attore primario di terrorismo. Sarebbe ora di cominciare a farlo.

Nella foto: bambini palestinesi, Beit Hanoun, Striscia di Gaza, giugno 2021

 

🆙  Bastano pochi click!

🔴  Clicca sull’immagine oppure segui questo link > https://left.it/abbonamenti

—> Se vuoi regalare un abbonamento digitale, vai sull’opzione da 117 euro e inserisci, oltre ai tuoi dati, nome, cognome e indirizzo mail del destinatario <—

Eccola, Forza Italia Viva

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 16–09-2021 Roma, Italia Politica RAI - trasmissione 'Porta a Porta' Nella foto: Matteo Renzi (ITALIA VIVA) Photo Mauro Scrobogna /LaPresse September 16, 2021  Rome, Italy Politics RAI - 'Porta a Porta' broadcast In the photo: Matteo Renzi (ITALIA VIVA)

L’agenzia viene battuta nel tardo pomeriggio e lascia pochi dubbi:

= FI: in Sicilia siglato accordo politico con Italia Viva = AGI0494 3 POL 0 R01 / = FI: in Sicilia siglato accordo politico con Italia Viva = (AGI) – – “Oggi sigliamo un accordo politico forte, stretto e serio tra Sicilia futura-IV e Forza Italia”.

L’alleanza tra il forzista Micciché e Matteo Renzi diventa ufficiale in previsione delle prossime elezioni comunali a Palermo e le elezioni regionali siciliane. In un mese i due hanno coronato il loro sogno: a settembre Matteo Renzi era in tour in Sicilia per promuovere il suo libro (ovvio) e c’è stato il primo incontro. Poi la cena con menu di ravioli mascarpone e bottarga, agnello dei monti lucani e biscotto di paprika dolce all’enoteca Pinchiorri. «Vogliamo far prevalere l’impostazione moderata e centrista, evitare gli eccessi sovranisti e populisti» ha detto il capogruppo regionale renziano Nicola D’Agostino. Si parte con un “intergruppo” di 15 parlamentari e poi liste uniche per amministrative e Regionali. Del resto bastava buttare l’occhio sul programma della “Leopoldina siciliana” (giuro, si chiama così) ovvero la scuola politica organizzata dal senatore renziano e siciliano Davide Faraone con Mara Carfagna e Giancarlo Giorgetti per farsi un’idea.

Da Italia Viva fanno sapere che si parla «solo di un’intesa locale», peccato che siano gli stessi che pochi mesi fa dicevano “noi con Forza Italia mai e poi mai” e poi si buttavano in grasse risate. E siamo arrivati fin qui.

Per carità, che Matteo Renzi (insieme a Calenda) sogni di formare in Italia un polo liberale che penda verso il centrodestra è un’idea legittima e forse nemmeno poi così male. Ci sono alcuni passaggi da segnalare: parliamo di quello stesso politico (lui e i suoi sfegatati fan) che ancora fino a ieri insisteva di essere “più a sinistra” della sinistra. Parliamo di quello che per un enorme fraintendimento e lassismo generale ha guidato il principale partito di centrosinistra italiano. Stiamo parlando di un’orda spesso fanatica che fino a ieri pomeriggio definiva “invenzioni” gli abboccamenti tra Renzi e il partito di Berlusconi. Insomma ci sono anni di simulazione antisportiva che ogni volta che veniva segnalata accendeva un putiferio. Ecco ora si sa che il putiferio era cretino.

In fondo che sia finalmente sbocciata Forza Italia Viva è un bene per chiarire le posizioni in campo. È andata come è andata. Anzi, è andata come si sapeva che sarebbe andata. Lo sapevano tutti, tranne i fan di Italia Viva.

Buon mercoledì.

 

🆙  Bastano pochi click!

🔴  Clicca sull’immagine oppure segui questo link > https://left.it/abbonamenti

—> Se vuoi regalare un abbonamento digitale, vai sull’opzione da 117 euro e inserisci, oltre ai tuoi dati, nome, cognome e indirizzo mail del destinatario <—

L’algoritmo dell’odio

FILE – In this May 9, 2019, file photo, protesters, wearing "angry emoticon" masks picket the Facebook office in the country to protest Facebook's alleged inaction against fake news, hate speech and red-tagging or vilification campaign of health activists, in suburban Taguig city east of Manila, Philippines. From complaints whistleblower Frances Haugen has filed with the SEC, along with redacted internal documents obtained by The Associated Press, the picture of the mighty Facebook that emerges is of a troubled, internally conflicted company, where data on the harms it causes is abundant, but solutions are halting at best. (AP Photo/Bullit Marquez, File)

Abbiamo passato (giustamente) anni a discutere di odio applicato alla politica, alla società. Stiamo discutendo degli effetti che l’odio ha sulle nostre vite e sulla nostra economia. Poi, improvvisamente, ci siamo convinti che l’odio sia così e soprattutto che i social possano essere così. Una resa incondizionata di fronte all’architettura del web: ci siamo detti che il mondo va così e la gente è fatta così.

Quello che sta spiegando in giro per il mondo Frances Haugen, ex data scientist di Facebook, ora definita “talpa” perché ha deciso di raccontare ciò che ha visto all’interno del colosso è un tema politicissimo. Haugen nel Regno Unito di fronte ai legislatori che stanno lavorando a norme sui social media ha spiegato in che modo i gruppi di Facebook amplificano l’odio online: gli algoritmi, in sintesi, danno la priorità all’engagement e spingono ai margini le persone con interessi generali. In sostanza più odi e più funzioni, su Facebook e poi a cascata nella vita e nella politica, dove gli algoritmi social si sono fatti forma mentis.

Ha detto Haugen: «Il social network vede la sicurezza come una fonte di costo, celebra la cultura delle startup di ‘accorciare i percorsi’»e “senza dubbio” peggiora il clima di odio. «Gli eventi che stiamo vedendo in tutto il mondo, come in Myanmar e in Etiopia sono i capitoli iniziali perché la classifica basata sull’engagement fa due cose: dà priorità e amplifica i contenuti estremi che dividono e polarizzano e li concentra».

Haugen aveva già consegnato al Congresso americano documenti di ricerca interna che aveva copiato di nascosto prima di lasciare il suo lavoro in Facebook. Un consorzio di 17 testate giornalistiche americane ha ricevuto i documenti, già in parte raccontati nelle scorse settimane dal Wall Street Journal che rivelano come Menlo Park abbia in modo riservato e meticoloso ‘tracciato’ i conflitti nel mondo reale esacerbati sulla piattaforma, ignorato i consigli dei dipendenti sui rischi di alcune pratiche, esponendo comunità vulnerabili in tutto il mondo a messaggi pericolosi e incendiari.

Haugen aveva detto di fronte al Congresso americano: «Quando abbiamo capito che le compagnie di tabacco nascondevano i danni che provocavano, il governo è intervenuto. Quando abbiamo capito che le auto erano più sicure con le cinture di sicurezza, il governo è intervenuto. E oggi, il governo sta intervenendo contro le compagnie che hanno nascosto le prove sugli oppioidi. Vi imploro di fare lo stesso in questo caso. In questo momento, Facebook sceglie le informazioni che miliardi di persone vedono, modellando la loro percezione della realtà. Anche coloro che non usano Facebook sono influenzati dalla radicalizzazione delle persone che lo usano. Un’azienda che ha il controllo sui nostri pensieri, sentimenti e comportamenti più profondi necessita di una supervisione reale».

Non sembra anche a voi che non si parli solo di Facebook ma del mondo qui intorno, perfino delle proteste che attraversano il Paese in questi giorni?

Buon martedì.

Nella foto: attivisti a Taguig a est di Manila, nelle Filippine, protestano davanti alla sede di Facebook

 


Per approfondire, Left del 22-28 ottobre 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

 

🆙  Bastano pochi click!

🔴  Clicca sull’immagine oppure segui questo link > https://left.it/abbonamenti

—> Se vuoi regalare un abbonamento digitale, vai sull’opzione da 117 euro e inserisci, oltre ai tuoi dati, nome, cognome e indirizzo mail del destinatario <—

Il chierichetto della guerra

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 24-06-2021 Roma Politica Senato - Informativa del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini sulla conclusione della missione italiana in Afghanistan Nella foto Lorenzo Guerini Photo Roberto Monaldo / LaPresse 24-06-2021 Rome (Italy) Senate - Report from Defense Minister Lorenzo Guerini on the conclusion of the Italian mission in Afghanistan In the pic Lorenzo Guerini

I ministri più talentuosamente spaventosi sono quelli che non esistono, quelli che riescono ad agire sotto traccia spostando miliardi di euro mentre sulle colonne dei giornali si accapigliano su qualche sparuto milione, quelli che pesano moltissimo nel bilancio dello Stato eppure quando li vedi sembrano dei boy scout in gita a Roma, con l’espressione incredula di chi scoppierebbe a ridere confessando di essere arrivato fin lì.

Al ministero della Difesa c’è Lorenzo Guerini, uomo politico che ha avuto come più grande pregio quello di essere l’amichetto del cuore di Matteo Renzi in quel periodo in cui perfino il lattaio di Renzi finiva in qualche consiglio di amministrazione. Guerini però con Renzi ha rotto quando è nata Italia Viva e i ben informati dicono che Matteo non l’abbia presa benissimo, no. Del resto, pensateci bene, perché rischiare di scendere dal tram quando si è già arrivati alla fermata più prestigiosa. Guerini attraversa i governi e li attraverserà ancora a lungo, la scuola democristiana insegna l’arte della facoltosa immersione, e alla Difesa sta facendo cose di cui non si sente mai parlare in giro.

Cosa sta facendo Guerini? Come racconta Luciano Bertozzi in un suo articolo Guerini ha ordinato: tranche di elicotteri multiruolo Light utility helicopter (Luh) per i carabinieri, con un costo di 246 milioni di euro; programma pluriennale di ammodernamento e rinnovamento per lo sviluppo di un sistema europeo di aeromobili a pilotaggio remoto (cioè senza pilota): costo di 1.903 milioni; veicoli ad alta tecnologia per la mobilità tattica terrestre dei carabinieri: costo 112 milioni di euro; implementazione, potenziamento e aggiornamento di una capacità di Space situational awareness (Ssa), basata su sensori (radar e ottici) e un centro operativo Ssa per la conoscenza di oggetti spaziali artificiali: costo di 90 milioni di euro.

E ancora, aggiornamento e completamento della capacità di comando e controllo multidominio delle Brigate dell’esercito italiano: costo di 501 milioni; acquisizione di ulteriori 175 veicoli di nuova generazione Vtlm Lince 2 per l’esercito italiano (mezzi ampiamente usati nelle missioni italiane all’estero): costo 385 milioni; ammodernamento e rinnovamento dei sistemi missilistici di difesa aerea navale Principal anti air missile system (Paams) e dei radar per la sorveglianza a lunga distanza imbarcati sulle navi Andrea Doria e Caio Duilio: costo di 640 milioni; munizioni a guida remota per le forze speciali.

Infine, ammodernamento, rinnovamento e potenziamento della capacità nazionale di difesa aerea e missilistica a protezione del territorio nazionale e dell’Alleanza atlantica, e a garantire la protezione di teatro alle forze schierate in aree di operazione: costo 2.378 milioni di euro.

Guerini ha appena chiesto al Parlamento di poter spendere oltre 6 miliardi di euro per comprare nuove armi. Del resto il ministro della Difesa italiano, all’incontro Nato del 17-18 febbraio, aveva annunciato di voler aumentare la spesa militare (in termini reali) da 26 a 36 miliardi di euro annui. Manlio Dinucci sul Manifesto del 23 febbraio scorso scriveva: «l’Italia si è impegnata a destinare almeno il 20% della spesa militare all’acquisto di nuovi armamenti all’interno della Nato. Per questo, appena entrato in carica, il 19 febbraio Guerini ha firmato un nuovo accordo con 13 paesi dell’Alleanza atlantica più Finlandia, denominato Air Battle Decisive Munition, per l’acquisto congiunto di “missili, razzi e bombe che hanno un effetto decisivo in battaglia aerea”».

Con 6 miliardi di euro si costruiscono 120mila asili nido, si attrezzano 75mila posti letto in terapia intensiva, si costruiscono 48mila case popolari, si costruiscono 1.200 chilometri di autostrada. E così via, solo per dare un’idea di ordine di grandezza.

Poi ci sarebbe la domanda delle domande? Perché in Italia non esiste mai un dibattito sul convertire le spese militari in sedi civili? Bisognerebbe chiederlo a Guerini. Ma Guerini è uno di quei ministri che non esistono.

Buon lunedì.

 

🆙  Bastano pochi click!

🔴  Clicca sull’immagine oppure segui questo link > https://left.it/abbonamenti

—> Se vuoi regalare un abbonamento digitale, vai sull’opzione da 117 euro e inserisci, oltre ai tuoi dati, nome, cognome e indirizzo mail del destinatario <—

Michelangelo Frammartino: «Nelle immagini cerco la materia»

«Oggi non ho una casa che io senta mia, come era quella dell’infanzia. Sul piazzale di fronte, mio padre, che lavorava in Alfa Romeo, una volta fu capace di stare due settimane a rifare la testata della sua automobile. Mia madre, figlia di contadini calabresi che mangiavano solo cipolle e verdure, con le mani sapeva fare ogni cosa. Costruiva i nostri giocattoli, cuciva finanche gli zaini della scuola». Toccare, adoperare la materia, fondersi con gli elementi della terra, immergersi in quel suo intreccio di cose e uomini, luce, buio, silenzi: il talento di Michelangelo Frammartino certamente è fiorito nella vigna d’osservazione dei suoi genitori, di quella loro maniera così speciale, seria, di far da sé, di rapportarsi giudiziosamente con la realtà, penetrandovi, ascoltando poeticamente ma concretamente che cosa ha da dirci. Ecco perché, oggi, con le sue opere lui ci restituisce una narrazione sorprendente. Distinta (finalmente) dai modelli a cui siamo abituati e che ci fanno avere, per dirla con Paolo Conte, quell’espressione un po’ così prima di andare al cinema (gran parte di quello italiano). Lo scavare di papà Francesco negli abissi del motore, la magia creativa nelle dita sapienti di mamma Maria, e giocare per ore sul pavimento di graniglia dello stabile di viale Aretusa, in quel piccolo bilocale al secondo piano dal quale Michelangelo scrutava il suo esclusivo universo: Il buco, che ha vinto il premio speciale della giuria a Venezia, viene da lì, da lontanissimo. Chissà, ha cominciato ad aprirsi proprio in una di quelle forme impresse sulle mattonelle di mescola di marmo dove il piccolo Frammartino probabilmente avrebbe voluto ficcarsi, come ha fatto quasi cinquant’anni più tardi nell’Abisso del Bifurto, a Cerchiara di Calabria, una grotta di origine carsica alle pendici del Pollino e profonda quasi 700 metri e set impensabile, ma reale, di un film all’ingiù. Contrario, rivoluzionario. Speculare alla direzione nella quale vanno tutti, come descrive quella tv accesa in paese che invia la luce ipnotica delle immagini della diretta dal cantiere del Pirellone, cattedrale simbolo del boom italiano e di un’Italia, di un mondo, le cui aspirazioni sono evidentemente inverse.
Ed è qui, a Milano, dove il regista de Le quattro volte (che precede di ben undici anni la discesa nella cosiddetta Fossa del Lupo di Cerchiara) è nato 53 anni fa – ma anche nello spazio e nel tempo del su e giù con la Calabria negli interminabili mesi di una estate che durava da giugno a ottobre, vivendo appieno gli istanti lenti della Magna Grecia senza più bagnanti, in quella estesa lingua di terra che s’affaccia sullo Jonio del mito, respirando quelle sue atmosfere rarefatte, incompiute, silenziose, spessissimo zitte (non è difficile, ahinoi, capire il perché) – che Frammartino ha ricevuto il…


L’articolo prosegue su Left del 22-28 ottobre 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Roman Hocke: Così nacque La storia infinita di Michael Ende

Nell’ottobre del 1981, esattamente quarant’anni fa, usciva per Longanesi l’edizione italiana de La storia infinita, il capolavoro di Michael Ende che ha appassionato milioni di persone in tutto il mondo. Pochi sanno però che questo libro fu concepito e scritto in Italia, a Genzano, un borgo dei Castelli Romani dove Ende ha vissuto per oltre un decennio. Per indagare questo legame misterioso e affascinante tra lo scrittore tedesco e la cultura italiana ho incontrato Roman Hocke, amico di Ende, grande conoscitore della sua poetica e suo agente letterario. Roman, che vive tra l’Italia e la Germania, mi accoglie nella sua residenza genzanese, non lontano dalla villetta in cui Michael Ende visse con la moglie Ingeborg Hoffmann tra il 1970 e il 1985.

Cosa spinse Michael Ende a lasciare la Germania?
In Germania Ende, sebbene il suo lavoro avesse trovato un grande riscontro di pubblico, si era confrontato con un clima intellettuale ostile. Erano gli anni 60, gran parte degli intellettuali erano vicini alla sinistra extraparlamentare e vedevano le sue storie fantastiche come un superficiale escapismo dal confronto con la realtà politica di allora. Erano naturalmente posizioni di stampo molto ideologico, ma a quel tempo era difficile uscire da questi schemi. Ricordo che Michael Ende si è sempre dichiarato orientato a sinistra, e non ha mai capito il senso di questa critica. Lui cercava la libertà di potersi esprimere e sviluppare i temi che gli interessavano. Per lui cambiare il mondo significava prima di tutto cambiare le cose nella testa della gente. Così, mentre in Germania, qualsiasi cosa facesse, ovunque andasse, anche ad una festa di amici, veniva criticato, perché si diceva che portava a far fuggire i giovani dalla realtà in mondi immaginari, arrivato qui in Italia, ha trovato un luogo con un’apertura culturale in cui poteva sviluppare il suo percorso liberamente, senza doversi giustificare con nessuno. In Italia non ha cercato solo il buon vivere, che pure apprezzava moltissimo. Qui ha trovato persone con cui fare lunghe discussioni su questo suo sentiero artistico-letterario, per trovare alla fine poi se stesso.

E come mai Ende scelse di trasferirsi proprio a Genzano?
Il rapporto di Ende con l’Italia risale già alla metà degli anni 60. Ogni estate scendeva con la moglie Ingeborg a Roma, dove erano ospiti della scrittrice Luise Rinser. Poi, nel 1967 quando decisero di trasferirsi definitivamente, Luise volle presentarli a mio padre, Gustav René Hocke. Mio padre aveva scritto Il mondo come labirinto, che nell’ambito degli artisti e degli scrittori fantastici è un po’ una bibbia, perché restituisce dignità all’arte fantastica, dall’antichità fino al giorno d’oggi, contrapponendola al filone classico, che sempre ciclicamente domina il…


L’articolo prosegue su Left del 22-28 ottobre 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Lampedusa, scomoda verità

Some of the life jackets that the NGO Open Arms has delivered to 70 migrants who were traveling on a skiff, on September 8, 2021, in the Mediterranean Sea, in the vicinity of Lampedusa, Sicily (Italy). The boat 'Astral', of the NGO Open Arms, has sighted a skiff three miles off the island of Lampedusa. A total of 70 people are on the boat. Among them, there are at least four children between three and 10 years old. The boat had departed 24 hours earlier from the beaches of Tunisia. The boat 'Astral' has alerted the authorities of the Lampedusa Coast Guard to indicate the position of the boat, the number of people on board and the state they are in. After the arrival of a patrol boat, the people on board were taken to the port of Lampedusa to be identified. While waiting for the patrol boat, each person was given a life jacket and water. 08 SEPTEMBER 2021;ASTRAL;OPEN ARMS;PATERA;MEDITERRANEAN Jesús Hellín / Europa Press 09/08/2021 (Europa Press via AP)

A Lampedusa, il mare calmo e il vento di scirocco hanno favorito l’arrivo delle barche cariche di migranti in questo inizio d’autunno. Un flusso quasi continuo di uomini, donne e bambini si riversa sul molo Favaloro, mentre a pochi metri gli ultimi bagnanti della stagione prendono il sole o affollano i caffè affacciati sul porto nuovo. I barchini partono da Sfax, in Tunisia, o dalla Libia, e sono carichi di magrebini e subsahariani: molte le famiglie, che scappano da un destino di miseria portando con sé i pochi averi, a volte anche gli animali domestici; persino una pecora è sbarcata sull’isola insieme a un gruppo di tunisini.
I turisti ancora abbronzati e i profughi stremati, in ogni caso, non si incrociano mai. La polizia provvede a sbarrare il passo a chiunque si avvicini e a trasportare subito i nuovi arrivati nell’hotspot blindato e guardato a vista: allestito per 250 posti, è arrivato a contare fino a 1.500 presenze. Oltre al maxi sbarco del peschereccio con 686 migranti a bordo la notte del 27 settembre, in sole 48 ore fra il 2 e il 3 ottobre si sono contati ben 43 arrivi, per un totale di 880 persone. Il giorno successivo, in 110, fra cui alcune donne con bambini piccoli, hanno atteso con pazienza sotto il sole la nave quarantena Atlas: una nuova infornata di migranti, pronti a salire sul vecchio traghetto, dove staranno stipati per un tempo indefinito al largo delle coste lampedusane – da dieci a trenta giorni, a seconda delle necessità – in attesa di essere ridistribuiti in altri centri di accoglienza in Sicilia, se non direttamente rimpatriati.

«Dovrebbero fare domanda di asilo entro cinque giorni per evitare l’espulsione ma molti non lo sanno», spiega Yasmine Accardo, referente per i territori di LasciateCIEntrare, la campagna nazionale contro la detenzione amministrativa dei migranti, che monitora la situazione nelle strutture di accoglienza. La già non facile situazione dei richiedenti asilo è ulteriormente peggiorata con l’istituzione delle navi quarantena, vere e proprie prigioni galleggianti, dove le persone, con la scusa della pandemia e di un possibile contagio, vengono tenute confinate nelle cabine senza poter uscire all’aria aperta. «Dalla Atlas sono arrivate testimonianze di migranti alloggiati nella pancia della nave, senza la luce diretta», testimonia Accardo (autrice con Stefano Galieni del libro Mai più sulla vergogna dei Cpr, edito da Left). Gli operatori sono pochi, da cinque a quindici per ottocento persone, ma la cosa peggiore è il giro di vite sulle deportazioni: «Abbiamo saputo che a tunisini ed egiziani non è stato permesso di accedere alla procedura di richiesta di asilo a bordo delle navi», denuncia l’attivista.

Dal terribile naufragio del 3 ottobre 2013, in cui morirono 368 persone davanti alle coste di Lampedusa – il processo di primo grado si è concluso il 9 dicembre 2020 con sette condanne – non è cambiato niente, al netto dei “mai più” istituzionali ripetuti a ogni ricorrenza. Dal 2014 a oggi l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha infatti stimato più di 23mila morti nel Mediterraneo e molti di quelli che cercavano di raggiungere Lampedusa sono oggi soltanto un numero su una lapide nei cimiteri dell’agrigentino. «La situazione è disastrosa: abbiamo radar, mezzi navali, elicotteri ed eppure queste imbarcazioni intorno a noi non le vede nessuno», denuncia Vito Fiorino, che quella notte…


Il reportage prosegue su Left del 22-28 ottobre 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO