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Ora basta. Tutto quello che dobbiamo sapere sull’embargo contro Cuba

Sessant’anni e 12 presidenti fa, scattava l’embargo nordamericano a Cuba. Obama, nel dicembre 2014, dichiarò: «Abbiamo fallito, non abbiamo piegato Cuba. è ora di cambiare».
I cubani avevano dimostrato, in tutti questi anni, dopo aggressioni subite, contrarietà e sacrifici, di voler rimanere fedeli ai loro ideali di indipendenza e giustizia sociale, secondo un modello economico socialista. Cuba non solo non è collassata, ma ha dimostrato come l’embargo economico a un popolo sia una delle forme di pressione “diplomatica” tra le più crudeli mai conosciute.

Cuba è sopravvissuta sia al fallimento del socialismo reale, sia a quello del neoliberismo reale, le cui storture, la miseria, la violenza sono state risparmiate a questo popolo, nonostante le difficoltà oggettive di chi vive sempre più asserragliato e praticamente alla fame.

I cubani in tutto questo tempo hanno dimostrato che non hanno vissuto in un “gulag tropicale” come i media hanno sempre voluto descrivere questa piccola isola in maniera capziosa: non si sopravvive alla crudezza del periodo speciale, con turisti che vanno e vengono, senza un consenso di massa che non è basato sulla repressione.

Né gli Usa hanno mai voluto riconoscere la Rivoluzione e il suo corso storico.
La diplomazia nordamericana è costruita anche di termini usati come bastoni: per loro dittatura è tutto ciò che è diverso dalla loro ideologia neoliberale, il concetto guevariano dell’hombre nuevo, dell’uomo al centro, una forma diversa dello Stato e soprattutto il concetto di democrazia e di autodeterminazione, sono quasi spazzati via dall’odio verso tutto ciò che “puzza” di comunismo.

Gli Stati Uniti hanno sempre tentato di gettare fango sulla reputazione di questa piccola isola che non ha nessuna ricchezza, né materie prime su cui fare affidamento, ma solo la potenza della propria cultura e delle proprie idee: un prestigio “morale” che tutte le nazioni povere, tutti i popoli del Terzo mondo riconoscono a Cuba. Dal 1998 in poi, grazie anche all’aiuto di un terzo attore, il Vaticano, è stata data una spinta potente per farci tutti sperare, finalmente, in un miglioramento delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti, con il presidente Obama che aveva deciso di ripristinare le relazioni diplomatiche interrotte dal ’61.

Ma se Obama aveva teso una mano a Cuba, Trump prima e Biden ora, hanno usato e usano la loro politica destabilizzante per strangolare definitamente questa piccola nazione. Obama all’epoca aveva comunque chiarito che non si stavano cambiando gli obiettivi che regolano la politica estera nordamericana, basata sul suo modello di democrazia, ideale per il mondo intero e fondata sulla ideologia neoliberista. Semplicemente confermava “un cambiamento di metodo nell’approccio”. Oggi sta davanti agli occhi di tutti il metodo degli ultimi due presidenti: l’aggravamento del blocco economico e l’incitamento ai disordini tramite i social network.

Se Obama, nel discorso sullo Stato dell’Unione, affermava l’esigenza di «mettere fine a una strategia che doveva terminare da tempo» chiedendo «la fine di mezzo secolo di politica fallimentare nei riguardi del cortile di casa», oggi, in tempo di pandemia che ha messo in ginocchio tutto il mondo, Trump ha inserito circa 240 restrizioni in più su quella che è la legge più iniqua, dopo la legge Torricelli, la legge Helms-Barton.
Nel 1992 Bush padre, con la legge Torricelli, non solo aveva inasprito il blocco economico dando vita a uno dei periodi più bui di Cuba, il “periodo speciale” (è stato così definito il lungo periodo di crisi economica iniziato dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e, per estensione, del Comecon, ndr), ma per la prima volta aveva violato il diritto internazionale.

Ogni legge promulgata in qualsiasi Paese, infatti, non può essere applicata fuori dai propri confini; la legge Torricelli invece è estesa a tutti i Paesi del mondo, per cui, ad esempio, se una qualsiasi nave entra nei porti cubani, le è vietato entrare negli Stati Uniti nei 6 mesi successivi. In questo modo le compagnie di navigazione preferiscono non commerciare con Cuba e Cuba, che è un’isola, deve pagare a caro prezzo far consegnare le merci sulla sua terra. Questa legge prevede sanzioni anche verso chi fornisce assistenza ai cubani: se un Paese dà 100 milioni a Cuba, gli Usa riducono di 100 milioni gli eventuali aiuti a questo Paese.

Nel 1996 Clinton adottò la legge Helms-Burton che oltre ad essere extraterritoriale è pure retroattiva. Anche questo è vietato dal diritto internazionale.
Nel 2004 il sadico Bush figlio, con la sua “Commissione assistenza per una Cuba libera” aveva imposto ai cittadini cubani residenti negli Usa il rimpatrio solo per 2 settimane ogni 3 anni, provando però che fosse un parente stretto di una famiglia residente a Cuba. Aveva ridotto a 100 dollari la rimessa mensile; se però i parenti erano iscritti al Partito comunista, l’importo si riduceva a zero.

Nel 2006, poi, le restrizioni si erano aggravate, le aziende dovevano scegliere: o si commercia con Cuba o con gli Stati Uniti. Per commerciare con gli Stati Uniti bisognava (e bisogna) dimostrare che i prodotti venduti non contengano nulla di origine cubana; addirittura, il consumo di prodotti cubani per i cittadini statunitensi fa rischiare loro sanzioni e/o 10 anni di galera.

Oggi le 240 misure contro Cuba imposte dall’amministrazione Trump pesano come una pietra tombale ed hanno l’unico obiettivo di strozzare economicamente il Paese, sovvertire l’ordine interno, creare una situazione di ingovernabilità e rovesciare la Rivoluzione.
Parte di queste sanzioni riguardano il Titolo III della legge Helms-Burton che permette ai cittadini americani, o cubani divenuti poi americani, di fare causa a compagnie accusate di «trafficare» con le proprietà confiscate dal governo cubano. La decisione di consentire azioni legali nei tribunali statunitensi ha un impatto negativo sulle prospettive di attrazione di investimenti esteri, che si aggiunge agli ostacoli già esistenti a causa del quadro normativo del blocco. Finora ci sono 28 procedimenti legali avviati nei tribunali statunitensi.

Il collega Da Rin sul Sole 24 Ore elenca alcuni casi paradossali.
Riguardo ai viaggi, la creazione dell’elenco degli alloggi vietati a Cuba, che comprende 422 hotel e case in affitto, ha scoraggiato i turisti. Sono stati anche cancellati i voli regolari e charter per l’intero Paese, ad eccezione dell’Avana, le cui frequenze sono state anch’esse limitate. In questi 240 “aggiustamenti” è compresa la decisione di limitare l’importo delle rimesse a mille dollari al trimestre, la sospensione delle rimesse non familiari e il divieto di inviare denaro da Paesi terzi attraverso Western Union, hanno imposto ulteriori limitazioni al reddito di molti cubani. Ed anche la creazione da parte del Dipartimento di Stato dell’“Elenco delle entità soggette a restrizioni cubane”, con la quale alle persone soggette alla giurisdizione statunitense è vietato condurre transazioni finanziarie dirette. Le società incluse nell’elenco sono 231. In questo settore, è sorta la decisione di non rinnovare la licenza di attività a Cuba della compagnia alberghiera Marriott international, al fine di seminare un clima di incertezza nella comunità imprenditoriale.

Durante l’amministrazione Trump ha avuto luogo una meticolosa persecuzione delle operazioni bancarie-finanziarie di Cuba e un notevole aumento delle segnalazioni di chiusura di conti bancari, negazione delle transazioni e altri ostacoli incontrati dalle rappresentanze diplomatiche e commerciali all’estero. Parallelamente alla strategia contro il Venezuela e con il pretesto della presunta ingerenza di Cuba in quel Paese, sono state adottate misure contro navi, compagnie di navigazione, compagnie di assicurazione e riassicurazione legate al trasporto di carburanti.

Solo nel 2019 sono state penalizzate 53 navi e 27 compagnie. Notevoli anche le pressioni contro i governi che registrano o segnalano le navi. Infine, l’11 gennaio di quest’anno Cuba è stata inserita nell’elenco degli Stati che sponsorizzano il terrorismo; tre giorni dopo figura nell’elenco degli Avversari esteri del Dipartimento del commercio, in virtù di un ordine esecutivo firmato da Trump.

Per quanto riguarda la sanità, gli Stati Uniti hanno spinto per la fine degli accordi con diversi Paesi e hanno aumentato la pressione sulle organizzazioni multilaterali. Questa politica iper-aggressiva si traduce nell’assurda situazione in cui questa isola dei Caraibi ha creato più di un vaccino contro il Covid, ma non può vaccinare la popolazione perché non ha le siringhe necessarie (o, ad esempio, gli elettrodi pregellati o i cateteri cardiaci pediatrici o il banale gel per le ecografie) perché non c’è nessuna azienda disposta a rischiare uno stop commerciale di sei mesi per venderle a Cuba. Noi italiani, i medici cubani della brigata Henry Reeve (voluta da Fidel Castro nel 2005 per le emergenze e le epidemie, soprattutto di ebola, in Africa) nel momento più tragico della pandemia li abbiamo conosciuti: sono venuti a Crema, ad aiutare nell’ospedale da campo e se ne sono andati a epidemia rientrata.

Ma il contrasto tra la storica narrazione su Cuba e l’umanità di queste persone che hanno aderito alla nostra richiesta di aiuto in un momento terribile per il nostro Paese, è stato troppo scandaloso per alcuni: ultimamente alcuni dei nostri media mainstream hanno sporcato di fango anche loro, scambiando il lavoro solidale come una forma di schiavitù, sostenendo che sono stati obbligati dal regime cubano a lavorare gratis o sottopagati. Sto aspettando con ansia la ribellione di tutti i volontari e operatori di pace che, per un proprio ideale religioso o politico, portano avanti un progetto di vita solidale.

Eppure, il Parlamento europeo, stritolato da tempo tra gli interessi Usa e il nuovo, rampante capitalismo cinese, ha pensato bene di approvare un progetto di risoluzione intitolato “Sui diritti umani e la situazione politica a Cuba” che indica anche questo aspetto sul lavoro dei medici cubani, presentato da Vox (Spagna), Fratelli d’Italia e Hsp-As (Croazia), dal gruppo dei Conservatori e Riformisti europei, dal PiS polacco, dal Partito popolare spagnolo, dall’alleanza liberale Renew Europe, a cui appartiene anche la Fdp tedesca e dall’Osservatorio cubano dei diritti umani, una delle tante organizzazioni controrivoluzionarie finanziate dai contribuenti statunitensi. L’Osservatorio cubano dei diritti umani, infatti, ha ricevuto dalla National endowment for democracy nel 2017 più di 120mila dollari per le sue azioni sovversive contro il governo cubano.

Ultimamente, nel panorama internazionale, stiamo assistendo all’aumento di una certa confusione informativa proveniente da realtà non governative. Nella rivista Latinoamerica e tutti i Sud del mondo di cui sono stato direttore ed editore dal 2000 al 2015, avevo spiegato con molta preoccupazione il caso di Reporter sans frontières nei confronti di Cuba, il cui direttore, Robert Menard, nel 2008, si dimise per andare nelle fila del Front National di Le Pen.

La risoluzione, poi, è passata con 386 voti a favore, 236 contrari e 59 astensioni. Non è stata quindi causale questa votazione, ma una precisa posizione politica, avvallata anche dall’Italia, con la votazione contraria, il 26 marzo scorso, assieme ad altri 14 Paesi, contro la risoluzione presentata al Consiglio per i diritti Umani delle Nazioni unite sulle «ripercussioni negative delle sanzioni economiche nel godimento dei diritti umani che esorta gli Stati ad eliminare, interrompere l’adozione, il mantenimento o l’applicazione di sanzioni verso altri Paesi».

Il blocco economico, però, è una sanzione applicata dagli Stati Uniti contro Cuba; votando contro la sospensione delle sanzioni la Comunità europea conferma la necessità del blocco quale forma di pressione verso il governo cubano.

Super efficienti quindi per quanto riguarda la situazione “dei diritti umani a Cuba”, ma sordi e duri di cuore ai continui richiami del nostro Paese e di ong sui diritti umani calpestati dei migranti che solcano il Mediterraneo per avere una speranza di vita, in balia di scafisti senza scrupoli e trovando spesso la morte ad accoglierli. Ma la comunità europea, ultimamente, sta vivendo momenti di forte imbarazzo, perché il loro ambasciatore all’Avana, Borrell, in una intervista, non se l’è proprio sentita di considerare Cuba una dittatura. Rumori di straccio di vesti da Bruxelles, ma senso della vergogna, zero.

A proposito, la ormai storica generosità degli abitanti di Lampedusa, che da anni accolgono i vivi e i morti che il mare sputa quasi ogni giorno, come la vogliamo considerare? Sfruttamento? Lavoro mal retribuito? Schiavitù? Alla coscienza di ognuno la risposta. So solamente che quindici anni fa scrivevo una facile profezia sul mare di gente disperata che ci avrebbe sommerso, stretta tra una morsa fatta di guerre “portatrici di democrazia” e sfruttamento atavico del loro territorio.

In questi ultimi giorni stiamo assistendo, su Cuba, alla tempesta perfetta: un grosso focolaio di Covid 19 scoppiato a Matanzas (il governo ha inviato due brigate di 60 medici per alleggerire gli ospedali quasi al collasso); la quotidianità resa sempre più difficile, quasi impossibile per la difficoltà a reperire beni di prima necessità, ma anche per via dei trasporti, diradati perché la benzina scarseggia da tempo; l’aggressività della disinformazione che parte da Miami e si ingigantisce sui social network, proteste fatte passare per «assalto al regime castrista», false notizie sull’ipotetico appoggio degli artisti più prestigiosi. La musica unisce, la musica divide, pare.

Buena Fe, insieme a un folto gruppo di artisti, ha confermato la sua posizione e appartenenza di sinistra davanti alle telecamere della televisione cubana. Il cantante, che gode della simpatia di milioni di followers dentro e fuori l’isola, ha rimarcato: «Questo Paese va difeso per convinzione. Guai a chi sbaglia e crede che tutti noi che difendiamo la Rivoluzione siamo degli stronzi. Attenzione a questo! Qui ci sono tante persone che si sono suicidate per questo Paese, la nostra stessa famiglia. Quello stesso sangue è lì. Non tradite quel sangue».

Di contro, due rapper, residenti nell’isola, Maykel Osorbo e El Funky insieme ad altri musicisti che vivono a Miami, hanno prodotto la canzone “Patria y vida” (parafrasando “Patria o muerte” di Fidel) ottenendo milioni di visualizzazioni. Alcuni di loro appartengono al Movimiento San Isidro, la cui protesta aveva fatto immediatamente il giro dei media. Il Dipartimento di Stato degli Usa aveva immediatamente supportato il Movimento sostenendo la necessità di rafforzare «la capacità dei gruppi indipendenti della società civile a Cuba di promuovere i diritti civili e politici nell’isola» e aveva condannato «la responsabilità dei funzionari cubani nelle violazioni dei diritti umani».

Una metodologia già trita e ritrita nel corso della vita politica cubana. Anayansi Castellón Jiménez, a capo del Dipartimento di Filosofia dell’Università Centrale “Marta Abreu” di Las Villas, contestualizza in una intervista a Cubadebate: «Esiste una sorta di manuale delle operazioni psicologiche delle agenzie militari e di intelligence degli Stati Uniti, lo abbiamo visto più volte in Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Ecuador, Argentina e Brasile, nell’ambito del laboratorio sperimentale permanente dell’imperialismo, che usa la stessa formula per generare i pretesti che permettono loro di attivare più sanzioni e persino di giustificare le loro avventure di guerra. Creano il problema e promettono una soluzione che porta ad una maggiore sofferenza i nostri popoli».

La disinformazione su Cuba è sempre esistita, l’arma potente usata dagli Stati Uniti, maestri nella fabbrica dell’informazione e che ora ha all’attivo i mezzi tecnologici sempre più sofisticati, dove è molto difficile verificare i limiti tra verità e finzione. Difficile, ma non impossibile, anche se in questo momento si bada più alla rapidità, alla immediatezza piuttosto che alla verifica dei contenuti.

I social media vogliono apparire neutri, grandi piattaforme “democratiche” a cui tutti possono accedere, ma in realtà sono portatori essi stessi di una determinata ideologia, quella della razza padrona. è ormai un dato di fatto cosa sta avvenendo attorno a Facebook, già responsabile dello scandalo delle fake news durante la campagna elettorale Trump-Clinton e dichiarata responsabile, secondo le Nazioni Unite, Reuters e New York Times, del genocidio dei Rohingya, in Myanmar. è una vera e propria nuova guerra, anzi, una no linear war, come l’aveva definita Vladislav Surkov, uno dei più stretti collaboratori di Putin, fatta manovrando i media tradizionali e i social network: un’azione mirata anche attraverso le fake news, tesa alla scomposizione dei conflitti.

Si sfocano volutamente i punti di riferimento e una certa narrazione di fronte alle opinioni pubbliche, ai media e ai decisori politici. Tutto si gioca su un incessante lavoro di reputazione e immagine degli altri. Cuba (ma anche altri Paesi non allineati) è inserita in questa no linear war da parecchio tempo, cambiano i mezzi, ma la tecnica è sempre la stessa. è insomma una guerra comoda: si risparmia sul costo degli armamenti e sulle vittime militari e non si rischia la condanna della opinione pubblica internazionale.

Quello che sta succedendo a Cuba, inoltre, si deve vedere in un’ottica più globale: dalle elezioni in Ecuador turbate dalle fake news intorno al candidato correista, alle irregolarità per decretare la vittoria di Luis Arce in Bolivia; stessa situazione in Perù con Pedro Castillo, la demonizzazione continuata di Nicolas Maduro, presidente venezuelano, i tentativi di impedire la candidatura di Lula in Brasile, sono il frutto marcio di una politica che gli Stati Uniti hanno sempre avuto per il loro “cortile di casa”.

Il 23 giugno scorso, l’Onu approva, quasi all’unanimità, la risoluzione per la fine dell’embargo a Cuba, che ha provocato da varie decadi, sofferenze e danni incalcolabili. Unici due contrari: Stati Uniti e Israele. Obama, nel 2016, aveva scelto l’astensione, ma con Trump prima e ora con Biden, si è ritornati al voto contrario.
Oggi stiamo assistendo a un Golia che, non contento della sua violenza usata contro chi non può e non vuole rispondere alle provocazioni, blocca le braccia a Davide per colpirlo meglio e di più.

È una situazione inaccettabile e pericolosa: oggi tocca a Cuba, domani potrebbe toccare, per interessi di ogni tipo, a qualunque Paese si discosti dal pensiero corale.
è una situazione inaccettabile per un Paese come Cuba, che è portatore di un sistema unico nel panorama politico mondiale, a cui ha aderito il suo popolo.
è una situazione così inaccettabile che mi è impossibile voltare la faccia da un’altra parte, come uomo e come giornalista.

Vorrei infine, segnalarvi l’operato dell’associazione Amicizia Italia Cuba, che da decenni aiuta questa piccola isola. In questi giorni si sta prodigando alla raccolta fondi per comprare 10milioni di siringhe per la vaccinazione del popolo cubano. Servono 800mila euro da destinarsi al ministero della Salute pubblica di Cuba. Dobbiamo aiutarli, per aiutarci a restare umani.

L’articolo originale è stato pubblicato su giannimina.it


L’articolo di Gianni Minà è stato ripubblicato su Left del 23-29 luglio 2021

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SOMMARIO

Margherita Vicario: Contro preti e moralisti. Con ironia

Una profondissima leggerezza. Non è semplice, per un artista, saperla trasmettere. È la sensazione che ti arriva dritta addosso quando ti trovi a ballare in spiaggia una salsa che, senza quasi che te ne accorgi, ti porta ad interrogarti sul senso della felicità, tra Pepe Mujica e un cocktail. Oppure quando ad un concerto finisci a cantare a squarciagola una filastrocca per bambini che, dietro rime apparentemente scanzonate, esorta a liberarsi dai dogmi e dai pregiudizi della religione. In entrambi i casi il merito è delle canzoni di Margherita Vicario, giovane e poliedrica artista romana, classe ’88, che ha da poco pubblicato il suo secondo album, Bingo (Inri e Islands record). Una cavalcata pop, dove si spazia da sonorità latine (“Pina colada”, appunto), a marcette irriverenti (“Troppi preti troppe suore”), a piano ed archi, con scorribande nel rap. A tenere tutto insieme c’è l’ironia appassionata dell’autrice, la sua verve istrionica, le sue parole con cui riesce a divertire chi l’ascolta e al contempo a fare riflettere. Femminismo, razzismo, soldi, persino il dilemma atavico tra natura e cultura – «la domanda è, stronzo ci nasci o ci diventi» – attraversano l’album, dove non mancano bordate alla peggior politica, da Meloni a De Luca.

Ad accompagnarci in questo trip musicale così eclettico, però, Vicario non è sola. Con lei c’è il produttore dell’album, Dade, al secolo Davide Pavanello, chitarrista dei Linea 77 e autore di beat per Marracash e Salmo. Ci sono i feat di Elodie, Izi e Speranza, la collaborazione di Dardust. E poi i numerosi personaggi che entrano ed escono sul palcoscenico di Bingo, quasi tutti interpretati dalla cantautrice stessa, che nell’album ha riversato tutte le sue doti recitative. Vicario, infatti, è anche un’attrice che si muove con disinvoltura dal cinema alla tv. A breve tornerà sul piccolo schermo con Nero a metà – intelligente poliziesco Rai-Netflix che ti immerge in una Roma multietnica, squadernandone le contraddizioni – nel ruolo della sovrintendente Cinzia Repola, la prima sbirra con le Vans a comparire nella tv di Stato. Ma, come vedremo, questi non sono i suoi unici progetti artistici all’orizzonte. Abbiamo incontrato Vicario su Zoom e la nostra chiacchierata parte proprio da qui, dalla dimensione teatrale che ha saputo riversare in Bingo.

La tua capacità di interpretare vari personaggi nelle canzoni ti aiuta a introdurre temi importanti mantenendo però sempre una certa distanza da te, un distacco grazie al quale ti prendi meno sul serio, e questo ti permette di trasmettere con più facilità a tutti pensieri complessi. È così? Quanto c’è di Margherita attrice in Bingo?
Molto. E l’aspetto del teatro a cui fai riferimento è quello che contraddistingue il genere che più mi piace, ossia il teatro epico brechtiano, quello in cui ci dobbiamo sempre ricordare che stiamo assistendo a qualcosa, che dietro l’artista c’è sempre qualcuno che sta facendo quella cosa, dove non c’è una perdizione per cui l’attore si mischia del tutto con ciò che racconta. Ovviamente le mie canzoni attingono molto da me, da ciò che mi succede e da come vedo il mondo, però questo distacco che ho nell’interpretarle, oppure l’uso dei botta e risposta, la forma un pochino dialogica in cui non sai bene chi sta parlando, sono modi per parlare di temi anche importanti rendendo però tutto più ironico e leggero. È appunto il bello del teatro.

Oltre ad una moltitudine di personaggi, in Bingo c’è anche una polifonia di sound, dalle ballate latine al più classico cantautorato. E poi, soprattutto, una fortissima venatura rap. Quanto ti senti una rapper?
Nel mio modo di esprimermi c’è un po’ di verve polemica, non per forza politica, che il rap ha da sempre. Dade, il mio produttore, ha intuito questa mia identità, ha colto questo mio lato e in alcuni testi mi ha molto ispirato. Insieme abbiamo messo in pratica il “gioco del rap”. Poi io sin da bambina ho sempre scritto filastrocche, compilavo sempre quadernini di rime…

Perché il titolo Bingo?
È stato, ammetto, del tutto casuale. Quando uno scrive, spesso alcune parole vengono a galla un po’ da sole. Quando Dade mi ha detto “tieni in ordine i tuoi testi nel pc”, perché sono molto disordinata in qualsiasi cosa faccio, “mettili in una cartella”, io l’ho creata e quando dovevo nominarla il primo nome che mi è venuto in mente era Bingo. Rimbalzava bene e lui mi ha detto “bene, abbiamo il titolo dell’album”. Poi pian piano mi sono affezionata a questa parola, ho cercato di capire da dove fosse venuta fuori, e in effetti ci son un sacco di aspetti interessanti nel Bingo. È una cosa divertente, adrenalinica, che però ha anche il suo lato tragico. Poi è un gioco che si fa in tutto il mondo, è universale. E non puoi sederti ad un tavolo da solo, ci son solamente tavoli collettivi, l’esperienza di quella sera devi condividerla per forza con qualcuno.

Parli di un gioco che è per certi versi metafora della vita, anche se negli ultimi anni abbiamo dovuto rinunciare a molti momenti di “condivisione” col resto dell’umanità. In “Come va” adotti l’espressione forse più consunta del mondo e ne riscopri il senso più profondo in tempi di Covid. Quanto è entrata la pandemia nel tuo album?
Sicuramente ha influito sulle tempistiche, sui ritardi. Alla fine l’album è uscito con diverse canzoni già edite. E poi c’è “Come va”, che è stata scritta nel pieno della seconda ondata, ed è la canzone più figlia della pandemia. È una delle più apprezzate, lì ci sono davvero poco distacco e ironia, quando l’ho scritta era veramente un momento di stanchezza in cui parlavo esattamente di me, dei miei amici, dei miei rapporti ai tempi del lockdown.

L’emergenza sanitaria ha ostacolato anche le tournée, ma tu fortunatamente sei riuscita ad esibirti sia quest’anno che l’anno scorso.
Sì la scorsa estate, trattandosi di uno spettacolo che non costava troppo e per cui c’era molta curiosità, son riuscita comunque a fare un bel giro, facendo concerti indimenticabili. Abbiamo realizzato una cosa che non dimenticherò mai. Ogni concerto, visti i Dpcm che uscivano ogni settimana, avrebbe potuto essere l’ultimo per un po’ di tempo, e anche per questo le persone erano davvero felici di esserci.

I temi di Bingo: primo tra tutti, il rapporto uomo-donna. Hai detto che nel tuo primo album, Minimal music (2014), avevi indagato più dentro di te, tratteggiando dilemmi, cortocircuiti tipici dei rapporti amorosi, mentre qui ti rivolgi più verso l’esterno. Cos’è cambiato?
Dai venti ai trenta è cambiato tutto. Non rimpiango o rinnego ciò che ho vissuto, però ora ho capito più cose, mi tratto meglio, mi rispetto di più, sono più attenta a ciò che mi fa stare bene. In questo disco, rispetto al precedente che era un flusso intimo, “allo sbaraglio”, continuo a parlare a me stessa, a dirmi delle cose, ma in modo un po’ più deciso. “Tu al tuo uomo digli tutto / Ti farà godere il doppio”, è un diktat che mi do da sola in “Giubbottino”. Sono cose che sembra che gridi al mondo, ma che prima di tutto ho capito che devo fare io per stare meglio. Per me amare significa avere più cura e attenzione verso le persone importanti e verso se stessi.

“Giubbottino” è anche un inno femminista, che parla di emancipazione delle donne, così come “Troppi preti troppe suore”, che nasce da un dialogo tra Margherita Hack e un uomo di Chiesa ed è, permettimi di dire, una sorta di editoriale di Left in musica.
È una canzone sulla secolarizzazione. Se affronto un tema del genere è perché in Bingo mi guardo appunto un po’ più attorno, tirando le fila di episodi che ho vissuto da piccola, ripensando ad esempio ai giri che facevo a sedici anni di notte per le farmacie a cercare la pillola del giorno dopo. Racconto una società che teoricamente dovrebbe essere laica ma poi alla fine è piena di pregiudizi, come spesso raccontate su Left, che leggo sempre. C’è molto di Left nel disco e sottoscrivo tutto ciò che avete scritto nel numero su ddl Zan e Concordato (v. Left del 2 luglio). In “Troppi preti troppe suore” ho cercato di rendere molto semplici e innocenti alcuni concetti, riassunti nella strofa recitata da un coro di bambini: “Io il senso di colpa ancora non ce l’ho / Quindi vaffammocc, dove non lo so / ‘Na uallera ‘sta storia del peccato originale / Che infatti anche a mia madre la trattate sempre male”. Lì è racchiusa la mia idea di femminismo, che riguarda questioni profondissime e secondo me ha poco a che fare con il free the nipple o con a chi spetti pagare la cena al ristorante.

Quando componi immagini di rivolgerti ad un tipo di ascoltatore in particolare?
No, a meno che non ho qualcuno a cui dedicare la canzone, non immagino un destinatario. Però ho capito, negli anni, qual è il mio target. Faccio molto breccia sulle giovani donne, ventenni, ragazze magari appena uscite dalle superiori, da poco all’università, non per forza di grandi città ma anche di provincia.

Oltre al tour di Bingo, sei impegnata in altri due progetti musicali: “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, concerto-reading basato sul noto best seller, realizzato nei teatri d’Italia assieme all’Orchestra multietnica di Arezzo, e “Cosa vuoi che ne capiscano, son bambini” uno spettacolo di canzoni suonate insieme al giovane pubblico che verrà messo in scena per la prima volta il 2 ottobre all’Auditorium di Roma. Ce ne parli?
Quest’ultimo spettacolo sarà un concerto con miei brani, in particolare quelli come “L’impavido pettirosso”, o “Il sirenetto”, in cui c’è una doppia lettura, per bambini e per adulti. Ci saranno anche dei racconti, lo stiamo ancora costruendo. Vorrei coinvolgere anche la mia nipotina, farmi aiutare da lei sul palco. Ho un rapporto abbastanza privilegiato coi bambini, riesco ad arrivare loro. In realtà non son una di quelle che appena c’è un bimbo mi fiondo perché “pucci pucci”, sarà che sono stata una bambina molto indipendente, vissuta con tre fratelli in campagna in un paesino molto isolato, dove potevamo fare le nostre cose senza essere un tutt’uno coi genitori. Il mio rapporto coi bambini è considerarli come degli esseri pensanti, ognuno coi suoi gusti. Mi ha poi molto ispirato il fatto che quando ero piccola, verso i sette-otto anni, mia madre mi portava per le prime volte a teatro a vedere dei musical, e io lì ho proprio sentito che si stava formando la mia identità, per la prima volta c’era qualcosa che riconoscevo mi piacesse, per cui il giorno dopo a scuola potevo dire “a me piace questo”. Oggi ai miei concerti mi capita di vedere bimbe molto piccole, che alla fine dicono “hai fatto bene a fare ‘Mandela’, mi piace, la canto sempre”. Loro comprendono i miei testi, forse anche meglio degli altri, con meno filtri. Mi rivedo molto in quelle bimbe, e ho pensato di fare uno spettacolo proprio per i più piccoli, perché appunto c’è chi dice “cosa vuoi che ne capiscano” ma è esattamente il contrario.

E l’altro spettacolo?
“Storie della buonanotte per bambine ribelli” è fichissimo anche perché insieme a me ci sono altri tre cantanti, una di origine argentina, una tunisina, e uno libanese, nato in Sierra Leone, che vive a Siena. È bellissimo perché si canta in arabo, italiano, inglese, francese, yiddish, spagnolo. È uno spettacolo che parte da un libro scritto per bambini ma è anche per i più grandi, e ci son sempre molti adulti. Una cosa per bambini non è infantile.

La dimensione multiculturale emerge dappertutto, nelle tue canzoni, nei tuoi videoclip, nei tuoi spettacoli, e anche nel tuo lavoro di attrice.
Io sono pure ambasciatrice di Sport senza frontiere, una delle Onlus più belle del mondo, che ha fondato mia madre. Dentro ci sono storie di integrazione, di riscatto, straordinarie. Ho sempre respirato molto questa aria multietnica. Il mio soggiorno di alcuni anni a Piazza Vittorio (uno dei quartieri più meticci della Capitale, ndr) mi ha molto ispirato. Ho poi una grandissima voglia di viaggiare, anche se col fatto che lavoro sempre non vado da nessuna parte. Io veramente non vedo l’ora di conoscere qualcuno che non sia italiano, cioè è proprio una mia fissa, perché sono curiosa, sarà che appunto sono una “teatro addicted”, quindi a me qualsiasi cosa mi racconti ti ascolto, soprattutto se parla di un’altra cultura, di un mondo lontano, è questo l’aspetto della multiculturalità che mi attira, il fatto che mi posso sedere e qualcuno mi può far viaggiare coi suoi racconti.

D’altronde, è difficile essere razzisti se si è curiosi, se si è appassionati delle storie, dei racconti altrui.
È così, è abbastanza impossibile, perché quando conosci le storie altrui poi non puoi più averne paura.

 


L’articolo è tratto da Left del 23-29 luglio 2021

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SOMMARIO

Mark Craig: Vi racconto il mito Juantorena

Un racconto intenso e appassionato della vita di uno dei più grandi mezzofondisti dell’atletica mondiale, il cubano Alberto Juantorena, unico ad oggi a vincere nella stessa Olimpiade (Montreal 1976) le gare negli 800 e 400 metri. Running for the Revolution è il titolo del docufilm girato dal regista britannico Mark Craig e disponibile sulle piattaforme digitali dai primi giorni di agosto.

Nato nel 1950 Juantorena detto “el caballo” per l’immensa falcata con cui correva, ha oggi 71 anni ma conserva una grande carica agonistica e un carisma che lo porta ad allenare i giovani e ad essere un dirigente internazionale della federazione di atletica. Vive nella sua Cuba dove è considerato un eroe popolare che tutti conoscono e amano. Raccontandone la vita e le gesta, il regista ripercorre la storia di Cuba, dalla dittatura di Batista ai giorni nostri: «Penso sia impossibile raccontare un uomo come Juantorena, – afferma il regista – senza capire il Paese da cui proviene che lo ha definito e scolpito. Ho sentito che era mia responsabilità, fornire un contesto storico e politico, sia passato che presente. La storia di Cuba è in continua evoluzione. Guarda cosa sta succedendo ora. La situazione economica che la gente deve affrontare è ciò di cui il popolo cubano parla continuamente e quindi per me, anche i sentimenti di Juantorena al riguardo erano importanti, in quanto hanno un impatto sulla sua vita quotidiana e sul suo lavoro come per tutti gli altri».

L’interesse di Craig per l’isola nasce proprio dal mito di Juantorena: «È stato lui a…


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Se il Mezzogiorno viene di nuovo “dimenticato”

View of the marina of Tropea Calabria Italy

Le politiche dei governi dell’ultimo ventennio hanno prodotto, anno dopo anno, frutti avvelenati, fra cui un aumento sempre maggiore della povertà assoluta della popolazione oggi arrivata al record di 5,6 milioni di cittadini, in larga maggioranza nel Mezzogiorno, la macroarea più povera di tutto il continente, con Sicilia e Campania da tempo ai primi due posti per rischio povertà della classifica Eurostat.

Sembra impossibile, eppure a pochi giorni dalla diffusione dei dati Istat è arrivata la proposta di Matteo Renzi di un referendum sul reddito di cittadinanza (Rdc). L’idea di ricorrere ad un referendum fa pensare che Renzi non intenda correggere il Rdc, magari migliorarlo, ma semplicemente cancellarlo, lasciando così le persone in difficoltà senza un sostegno e in balia del ricatto occupazionale da parte di chi ricerca manovalanza a basso costo e senza diritti.

Dopo le dichiarazioni di Renzi sono arrivate, a rinforzo, quelle di Carlo Calenda per il quale, a proposito della situazione di Roma, i percettori del Rdc andrebbero trasformati in spazzini. A questo punto non si capisce perché non chiedere, senza ledere la dignità di nessuno e per ripagare l’aiuto della collettività, a tutti gli imprenditori che hanno percepito sussidi per la loro attività, beneficiato di condoni, saldo e stralcio o supporto ai dipendenti con Cig, di andare anche loro a spazzare i marciapiedi!

In questa direzione classista va anche il recente sblocco dei licenziamenti preteso e ottenuto da Confindustria; sblocco che in questi giorni sta già producendo i suoi effetti disastrosi sull’occupazione con licenziamenti, alcuni addirittura via email, che hanno suscitato le rimostranze anche del ministro Giancarlo Giorgetti, che non ha trovato niente di meglio da dichiarare che «licenziare è inevitabile, ma non vogliamo il Far-West»; in estrema sintesi, licenziate pure ma fatelo con garbo…

A smentire questi tesi iperliberiste alcuni giorni dopo queste polemiche sono arrivati i dati del Rapporto Inps 2020 che, con la fredda logica dei numeri, ha confermato che senza sussidi, Rdc e senza il blocco dei licenziamenti, l’Italia sarebbe andata incontro ad una vera e propria catastrofe sociale, con la diseguaglianza, che già era altissima, che sarebbe addirittura raddoppiata.

A proposito di diseguaglianza è doveroso ricordare la situazione che sta vivendo il Mezzogiorno, che già prima della crisi Covid era in enorme difficoltà.
Leggendo il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) si è scoperto, grazie all’economista Gianfranco Viesti, che in realtà solo 35 miliardi, degli 82 miliardi annunciati dal governo, sono effettivamente allocati nel Mezzogiorno, mentre dei restanti 47 miliardi nel testo ufficiale inviato in Europa, controllando misura per misura, non c’è traccia. Di fronte alle polemiche sorte la ministra per il Sud, Mara Carfagna, ha risposto dalle pagine del Mattino, che…


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Gli invisibili senza residenza né diritti

Vivere in uno stato di attesa e di incertezza, privati dei diritti fondamentali: non avere diritto al medico di base, essere discriminati nell’accesso ai vaccini, avere problemi per la mensa scolastica e per il bonus libri dei propri figli, affrontare difficoltà per accedere ai sussidi, ai buoni spesa Covid e all’assistenza sociale, non votare, spesso non poter rinnovare il permesso di soggiorno, essere costretti a registrarsi come senza fissa dimora. È quanto sperimenta un numero imprecisato di persone italiane e migranti in Italia, oltre 300mila stimati solo quelle di origine straniera (Dati Ismu, Iniziative e studi sulla multietnicità), che resta escluso dall’anagrafe.

Uno scenario approssimativo che non consente una stima certa a causa dell’assenza di dati verificabili da parte delle istituzioni, che non permettono di conoscere l’ampiezza reale di una importante parte della popolazione effettivamente presente sul nostro territorio, ma nei fatti tagliata fuori dai servizi e dai diritti essenziali. Storie e racconti che ricorrono in due dossier realizzati da ActionAid a Roma nel quartiere del Quarticciolo e a Napoli nei quartieri di Soccavo e Pianura, e dalle testimonianze raccolte grazie alle associazioni partner a Bologna, Carmagnola (Torino) e Catania.

Nei giorni in cui si celebra la digitalizzazione dell’Anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr), ActionAid lancia la campagna #DirittiInGiacenza per denunciare che troppo spesso nel nostro Paese l’esclusione dalla residenza è discrezionale, illegittima e discriminatoria verso le persone più fragili. Soltanto chi è iscritto nei registri anagrafici, infatti, è “visibile” dal punto di vista amministrativo e, quindi, è parte della popolazione per la quale le istituzioni pensano le politiche ed erogano la spesa sociale. Sono le persone più fragili, costrette o indotte a vivere in condizioni di irregolarità contrattuale o in immobili non congrui – molto spesso perché povere o impoverite - ad essere doppiamente penalizzate ed escluse, spesso illegittimamente, dalla registrazione della residenza.

Perché si viene esclusi dall’anagrafe? L’art. 43 del codice civile stabilisce che «la residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale». Si tratta di una definizione molto chiara e semplice. Non può essere di ostacolo alla iscrizione anagrafica la natura dell’alloggio, quale ad esempio un fabbricato privo di licenza di abitabilità ovvero non conforme a prescrizioni urbanistiche, grotte, alloggi in roulottes, né la presenza o meno di un contratto regolare di proprietà o di locazione. Nonostante questo, il legislatore negli anni ha escluso dall’anagrafe specifici gruppi sociali con finalità “punitive” (ad esempio i richiedenti asilo con i decreti Sicurezza del primo governo Conte), prima ancora l’art. 5 del “Piano casa” del 2014, nato per contrastare le occupazioni abusive, ha di fatto posto delle barriere insormontabili anche a migliaia di persone impossibilitate a dimostrare presso gli uffici dell’anagrafe un titolo di possesso dell’immobile ritenuto valido. Per le persone straniere la situazione è ancora più grave: molti uffici non registrano le dichiarazioni di residenza presentate dai cittadini stranieri con il permesso di soggiorno in fase di rinnovo, conversione o rilascio: è una procedura illegittima molto diffusa. Inoltre, sono numerosi i casi di errori burocratici che rendono impossibile arrivare a chiudere positivamente la richiesta di iscrizione. Per sfuggire all’invisibilità chi è escluso dalla residenza per potersi registrare nel Comune dove vive è costretto a ricorrere alla cosiddetta iscrizione fittizia, cioè iscriversi come senza fissa dimora. Una soluzione difficile e che toglie dignità alle persone perché richiede un colloquio preliminare con i servizi sociali e ha tempi di gestione lunghissimi.

Mariza è una donna peruviana di 38 anni. Da quindici anni vive in Italia, con il marito Ramos e i due figli di 15 e 9 anni. Dal 2016 vive in un appartamento fatiscente senza contratto delle case popolari al Quarticciolo a Roma, lavora come addetta alle pulizie in una cooperativa, si impegna con il Comitato di quartiere per avere l’assegnazione di un alloggio popolare dignitoso. Durante l’emergenza Covid Ramos, suo marito ha perso il lavoro, ha contratto il virus ed è stato ricoverato in ospedale per complicazioni. Ma il rinnovo del permesso di soggiorno è bloccato in Questura, non è riuscito ad ottenere la residenza come senza fissa dimora e la pratica non va avanti. È senza medico di base e tessera sanitaria. «L’hanno ricoverato all’ospedale San Giovanni. Dicono che il Covid ha svegliato una malattia che lui aveva già quando era giovane. Adesso deve stare in trattamento in ospedale per una settimana/dieci giorni. I dottori mi hanno detto che devo andare all’Asl a fare il medico di famiglia: senza, il trattamento che deve fare costerebbe mille euro al giorno. Sono rimasta allibita. Ma come faccio, dove li prendo diecimila euro?» racconta Mariza. Grazie al Comitato e all’assistente sociale coinvolta Mariza è riuscita ad ottenere il tesserino per Stranieri temporaneamente presenti (Stp) che ha permesso a Ramos di essere curato in ospedale. Sta però ancora aspettando la registrazione come senza dimora all’anagrafe.

I numeri crescenti delle persone senza iscrizione anagrafica hanno creato anche il “mercato delle residenze”, non di rado infatti si è costretti ad acquistare la possibilità di essere registrati presso un appartamento nel quale non si vive. Pierre è il presidente di un’associazione senegalese a Napoli che organizza attività culturali e soprattutto assistenza per i propri connazionali. La diffusissima pratica di non stipulare regolari contratti d’affitto da parte dei proprietari ha gravissime conseguenze sulle vite delle persone. «I senegalesi – dice Pierre – affittano le case anche in nero perché il proprietario spesso non vuole fargli il contratto, non vuole pagare le tasse. Molti proprietari non danno alternativa: o prendi o lasci; tanto troveranno sempre qualcuno. La conseguenza è che i ragazzi sono costretti a dichiarare la propria residenza dove non dormono, dove non vivono, o addirittura comprano la residenza attraverso intermediari, sia italiani che stranieri». Senza ricevute di pagamento dell’affitto si è esposti a ogni forma di ricatto. Come nel caso seguito da Pierre di una donna senegalese che, rientrata a Napoli nella sua casa dopo un soggiorno in Senegal, ha trovato la porta dell’abitazione, dove viveva da cinque anni, chiusa con un catenaccio. Non le viene data nemmeno la possibilità di ritirare le sue cose. Il proprietario sostiene che non paga l’affitto, mentre la donna dice che lui non le ha mai rilasciato ricevute. L’avvocato della donna ha fatto un esposto, mentre i carabinieri dicono che la donna non può fare la denuncia perché non esiste un contratto d’affitto.

In questo labirinto burocratico il ruolo delle associazioni sul territorio è cruciale. ActionAid è attiva a Napoli con uno sportello sul diritto all’abitare che fornisce anche assistenza alle persone straniere che hanno bisogno di conseguire l’iscrizione all’anagrafe per avere accesso ai diritti. Barriere linguistiche, difficoltà nelle pratiche, mancato dialogo tra le diverse istituzioni, discrezionalità e discriminazioni, sono le cause principali che senza l’intervento diretto e la presa in carico delle associazioni non sarebbero superati. Un dato e un problema che accomunano Nord, Centro e Sud Italia dove emerge chiaramente la difficoltà di assistenza per i lavoratori e i braccianti agricoli. Nelle comunità dove non sono presenti Ong, associazioni e sindacati non c’è infatti nessuna forma di sostegno e orientamento legale e le persone sono abbandonate a loro stesse. Siamo di fronte ad un problema enorme e sommerso e la politica e le istituzioni se ne devono fare carico e invertire la rotta. Noi crediamo che sia necessario garantire anche alle persone senza residenza i diritti fondamentali. ActionAid è in prima linea in questa battaglia perché crediamo che tutti abbiano diritto ad avere una vita dignitosa.

Per contrastare le violazioni del diritto alla residenza, ActionAid si è mobilitata a Roma, insieme ad altre organizzazioni, ricercatori e attivisti, affinché sia superata ogni procedura illegittima applicata negli uffici anagrafici e per la cancellazione dell’articolo 5 del decreto Lupi. A Napoli ActionAid, attraverso la collaborazione con le associazioni della diaspora e con il protagonismo dei diretti interessati, partecipa alle attività del progetto Yalla! Social community services, che ha come capofila il Comune di Napoli. L’obiettivo dell’iniziativa è migliorare il livello di efficienza del sistema dei servizi socio-assistenziali rivolto a cittadini di Paesi terzi, con particolare attenzione ai nuclei familiari con minori in disagio abitativo, sperimentando modelli innovativi di inclusione scolastica e socio lavorativa, accoglienza e accesso ai servizi. Lo sportello sul diritto all’abitare gestito da ActionAid nell’ambito del progetto fornisce tra altre cose assistenza alle persone straniere che hanno bisogno di conseguire l’iscrizione all’anagrafe per accedere ai diritti.

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L’autrice: Katia Scannavini è vice Segretaria Generale di ActionAid Italia

(nella foto il flash-mob a Montecitorio a Roma per il lancio della campagna #DirittiInGiacenza il 22 luglio)

Qui il dossier su Roma e su Napoli

The Last 20, il mondo visto dal basso e la sfida ai G20

«Solo se guardi il mondo dalla prospettiva dei Paesi più fragili e dei loro cittadini capisci veramente quali dinamiche lo muovano». È il limpido ragionamento di Tonino Perna, professore di economia, una vita da attivista e oggi vice-sindaco di Reggio Calabria. Le pronuncia proprio nella sua città durante la conferenza stampa di apertura di “The Last 20”, un evento culturale e politico visionario che propone di guardare la realtà – appunto – con gli occhi degli ultimi 20 Paesi del Pianeta. Attenzione, Paesi non “poveri”, ma “impoveriti” da conflitti etnici, guerre, sfruttamento senza limiti delle loro risorse umane e naturali. The Last 20 arriva nel momento giusto: quest’anno l’Italia ha assunto il ruolo di presidente del G20, il forum internazionale dei Paesi più ricchi e potenti del mondo, che rappresentano quasi il 90% del Pil mondiale e contano il 65% della popolazione. «È evidente – spiegano gli organizzatori di The Last 20 – che una larga fetta, circa il 35% della popolazione mondiale, quella che vive le peggiori condizioni di povertà ed emarginazione, non viene presa in considerazione. Noi pensiamo che questo non solo non sia giusto, ma impedisca di affrontare e risolvere le grandi sfide del nostro tempo: la fame, le crescenti disuguaglianze tra i molto ricchi e i tantissimi poveri, i danni provocati dal mutamento climatico, la riduzione delle risorse naturali essenziali, il proliferare di guerre locali e la corsa agli armamenti delle grandi potenze».

Ed è questo lo spirito di The Last 20. Dice Perna: «The Last 20 vuole misurare la temperatura sociale, economica e ambientale del Pianeta, visto come un organismo vivente, e analizza proprio i punti più sensibili della Terra, scoprendo i mutamenti che stiamo attraversando. Solo così si può andare alla radice dei problemi e delle contraddizioni del nostro tempo». L’obiettivo principale di The Last 20, anche se non nasce in contrapposizione o in alternativa al G20, è quindi squisitamente politico: affermare che i Last 20 esistono e soprattutto che “Last 20 matter” – per parafrasare “Black lives matter” – e non possono essere dimenticati. «È necessario – prosegue Perna – un riequilibrio sia territoriale sia sociale, una convergenza che superi le attuali, crescenti, diseguaglianze, un riequilibrio nel rapporto tra la società umana e la natura, per ripristinare il patrimonio naturale ereditato, un riequilibrio nel rapporto tra economia reale e finanza».

La sfida allora è questa: Il mondo si può cambiare dal basso?

*

Per capirlo ci si incontra fino al 25 luglio al Parco Ecolandia di Reggio Calabria, un terrazzo sullo Stretto, in un bene confiscato alla criminalità organizzata. I lavori di questa tre giorni vertono sul tema delle migrazioni e dei migranti: il programma prevede ospiti autorevoli, giornalisti, studiosi, politici, sindaci, attivisti, sindacalisti, rifugiati, rappresentanti della Federazione delle Diaspore Africane. A parlare di viaggi dei migranti, modelli di accoglienza, cooperazione internazionale, corridoi umanitari, ruolo degli enti locali e delle comunità ci saranno tra gli altri Maurizio Ambrosini, Mimmo Lucano, Abdou Babakar, Gianni Silvestrini solo per citarne alcuni.

“The Last 20” continuerà poi con altre tappe tematiche a settembre e ottobre 2021. Dal 10 al 12 settembre a Roma, con un focus sulla questione della lotta alla fame e alla povertà, dal 17 al 21 settembre in Abruzzo e Molise, sui temi del dialogo interreligioso e della pace, dal 22 al 26 settembre a Milano, dove si parlerà di sanità, impatto del mutamento climatico, resilienza. E si concluderà a Santa Maria di Leuca il 2-3 ottobre con la stesura di un documento comune da presentare nelle sedi internazionali e ai media, il precipitato di queste e delle successive giornate.
Per la cronaca “The Last 20” si è aperto con la scopertura di una targa per dedicare il ponte del waterfront di Reggio Calabria all’ambasciatore Luca Attanasio e alla sua scorta. Una commossa Zakia Seddiki, moglie di Luca Attanasio ha detto: «Ogni volta che passeremo sul ponte ricorderemo Luca e il carabiniere Vittorio Iacovacci ma anche l’autista Mustapha Milambo». Perché non bisogna dimenticare le persone e i popoli che subiscono ingiustizie. Chi invece ha fatto orecchie da mercante è stato il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale che non ha trovato di meglio che mandare un formale messaggio firmato Luigi Di Maio.

I Paesi L20 sono questi: Afghanistan, Burkina Faso, Burundi, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Etiopia, Gambia, Guinea Bissau, Libano, Liberia, Malawi, Mali, Mozambico, Niger, Sierra Leone, Somalia, Sud Sudan e Yemen.
I promotori: Comune e Città metropolitana di Reggio Calabria, Federazione delle diaspore africane in Italia, Focsiv, Fondazione Terre des Hommes (Italia), ITRIA (Itinerari turistico-religiosi interculturali accessibili), Mediterranean Hope, Re.Co.Sol. (Rete Comuni solidali), Rete azione TerraE, Fondazione Casa della Carità (Milano), Parco Ludico Tecnologico Ecolandia, Net Scarl. Sul sito le numerose collaborazioni e adesioni e il programma completo.
Info https://thelast20.org

No, la difesa non è sempre legittima

Provando a volare per qualche minuto un po’ più alti del letamaio giuridico, morale e politico che si sta riversando sul cadavere di Youns El Boussetaoui si potrebbe una volta per tutte ribadire un concetto che l’ignoranza e la propaganda sta offuscando da anni, in nome di una rincorsa alle armi e alla violenza come unici ingredienti di una sicurezza davvero sicura: no, la difesa non è sempre legittima. Se negli ultimi anni sono fioccati assessori alla sicurezza in giro, non solo nelle giunte di destra, significa che l’idea stessa di sicurezza è stata regalata alla più ignorante propaganda anche dalla fiacchezza di chi avrebbe dovuto proteggerne il senso.

La retorica di Salvini e della Lega è da sempre quella del tifo organizzato, una posizione fideistica che ogni volta, tutte le volte, produce come riflesso incondizionato la difesa dell’uccisore. Va trattata per quello che è: una “bambinesca” presa di posizione per rassicurare i propri elettori con una visione semplicistica del mondo diviso in bianco e nero, buoni e cattivi, italiani e stranieri, settentrionali e terroni. Recuperare il gusto per la complessità e la capacità di farne uno strumento politico per leggere la realtà è il primo passo per rimettere Salvini al suo posto, lì nel cassetto dei cretini provocatori. Non è un caso che quando il 28 novembre del 2018 Fredy Pacini, un gommista di Arezzo che sparò a due rapinatori moldavi uccidendone uno, Salvini cavalcò l’onda per mettere mano alla legge sulla legittima difesa (con l’aiuto del Movimento 5 Stelle e di Giuseppe Conte, perché le cose vanno ricordate per bene) e la frase migliore la disse proprio il gommista alla fine dell’iter processuale che lo vide prosciolto: «Aveva 29 anni, non volevo ucciderlo. Non potrà più accadermi una cosa simile perché non avrò mai più una pistola e quella che avevo non voglio più vederla in vita mia». La legittima difesa è già prevista nel nostro ordinamento e spesso proscioglie gli autori riconoscendone lo stato di pericolo e il turbamento. Non è vero, come ciancia Salvini, che non esista nessun tipo di impunità. I processi non sono una condanna e, come scrive il presidente di Antigone Patrizio Gonnella, «la verità processuale si conquista lentamente, con fatica, con il rispetto delle garanzie degli imputati, affidandosi a un complesso apparato probatorio. Ogni difesa d’ufficio è inappropriata e irriguardosa della norma predetta, così come lo sarebbe stata una tesi colpevolista indimostrata».

La differenza è tra la difesa legittima e la vendetta ed è su quel crinale che si misura la maturità di una democrazia. Per questo pensare che uomini delle istituzioni come certi ceffi di destra giochino con la vendetta li rende di fatto mandanti morali di ogni violenza eccessiva. Loro si offendano, si offendano pure. Vale la pena ricordare che nei Paesi di tutto il mondo regolati da leggi democratiche la difesa non è sempre legittima: c’è scritto nei codici e nelle costituzioni. Tocca citare ancora Gonnella quando dice che «il refrain che la difesa è sempre legittima non tiene conto del principio, costituzionalmente avallato, secondo cui mai può valere quale causa di giustificazione per proteggere un bene di rilievo inferiore. Per chiarirci non si può mai privare una persona della vita per evitare la sottrazione di un bene di proprietà. Non c’è formulazione legislativa che possa mai legittimare la negazione del principio di proporzionalità, che a sua volta è strettamente connesso con quello di legalità penale in senso stretto».

Per questo le figure di sindaci o ministri dell’interno che si trasformano in sceriffi (nelle parole o nelle azioni o nelle intenzioni) sono una stortura della democrazia: la sicurezza si garantisce dando reddito e lavoro, offrendo i servizi essenziali, offrendo protezione e cure alle categorie più vulnerabili, costruendo una città in cui ognuno con dedizione e onore stia nel proprio ruolo (il sindaco fa il sindaco, la polizia locale si occupa di mobilità, gli assessori contribuiscono all’amministrazione della città e solo le forze dell’ordine si occupano dell’ordine pubblico).

È un campo che è stato completamente abbandonato dalla politica, anche da quella considerata lontana dalla destra, che ha lasciato spazio libero alla destra per costruire la propria propaganda. Ci sono responsabilità da tutte le parti se oggi siamo arrivati a vivere e ad ascoltare prodromi del fascismo scambiandoli per dibattito politico.
Buon venerdì.

Cuba, nei media non stat virtus

In fondo Cuba continuerà a pagare pegno per essere un vessillo e come tutti i vessilli rischia di finire schiacciata da chi la usa semplicemente come clava contro il suo avversario oppure come inno sterile per le proprie convinzioni. In parte c’è una buona notizia: Cuba è viva, l’idea che si porta dietro con la sua storia è qualcosa ancora in grado di spaccare e di fare discutere e come tutti i progetti dalle aspirazioni rivoluzionarie riesce a evidenziare l’ipocrisia e lo snobismo di chi lo affronta con l’ideologia avversa. Le proteste di Cuba sono state utilissime per vedere riaffiorare quel sentimento anticubano che altro non è che una (ignorante) avversione al comunismo, superficialmente sparso in giro come se la storia non facesse il proprio corso.

A gennaio di quest’anno (per citare un esempio paradigmatico) fu il celebre Burioni a dare un fulgido esempio della superficialità in cui in questo Paese si parla di Cuba. È significativo che proprio Burioni, quello che da mesi professa il dovere di parlare delle cose solo con una base di competenza decente, si sia esibito in cotanta arrogante superficialità: «A me va benissimo anche il vaccino cubano, a patto che venga sperimentato in un luogo dove uno scienziato che dice che non funziona non viene messo in galera. In altre parole, in una bella democrazia occidentale», scrisse Burioni a gennaio in un tweet con tanto di faccina sorridente al seguito, quella che si pone alla fine della frase con la disperata speranza di risultare simpatico. Cuba come simbolo di mancanza di libertà è un concetto che si pensava superato almeno dopo avere frequentato le scuole medie e invece evidentemente funziona ancora.

In quel caso fu Fabrizio Chiodo, professore di Chimica all’Avana e ricercatore dal 2014 presso l’Insituto Finlay dove ha collaborato alla sperimentazione di Soberana 01 e 02, a confutare le affermazioni di Burioni (e uno smacco ulteriore è arrivato a fine primavera quando Soberana 02 ha superato gli standard richiesti dall’Oms per essere dichiarato un vaccino) Finita? No, no. Burioni affonda ancora il colpo: «Non voglio entrare in diatribe politiche, ma nessun farmaco è stato sviluppato a Cuba negli ultimi 50 anni». 

È falso e la frase ci torna utilissima per raccontare della strumentalizzazione di Cuba nel dibattito pubblico: c’è dentro la finzione maldestra di non voler fare nessun discorso politico nonostante il pregiudizio sia tutto politico e c’è la disinformazione che serve per descrivere un’isola arretrata.

I bambini di tutto il mondo curati con vaccini cubani, i pazienti da tutto il mondo curati con prodotti unici della Biotech Cubana (pubblica) a Burioni sfuggono: vuoi mettere la soddisfazione di delegittimare Cuba? Tanto, come sempre succede, la voce amplificata è sempre quella del più forte, del più potente. È successo con il mediatico virologo ma il meccanismo è sempre lo stesso: l’accusa (falsa) fa il giro del mondo e la difesa rimane sterile tra i soliti noti.

Qualche giorno fa, sempre a proposito delle proteste a Cuba, hanno fatto il giro del mondo le immagini trasmesse da Fox news, il gigantesco network conservatore Usa visibile in tutto il pianeta, che mostra le proteste ritoccando il video e coprendo le scritte dei cartelli in mano ai manifestanti. Sapete cosa dicevano quei cartelli? Il primo cartello dice: “Le strade sono dei rivoluzionari”, la frase pronunciata dal presidente cubano Díaz-Canel pochi giorni fa, il secondo cartello dice: “Viva la Rivoluzione Cubana”. Non vi basta? Roberto Saviano pubblica la foto di una donna urlante scrivendo: “Cuba finalmente insorge contro la dittatura del partito comunista cubano e contro l’embargo. Cuba merita democrazia e la conquisterà”. Tutto giusto, per carità, peccato che quella donna sia Betty Pairol, sostenitrice del governo e attivista, che ha intimato ai social di correggere l’evidente manipolazione. Ovviamente non ha ottenuto risposta.

Ma gli esempi di disinformazione e bufale sono svariati, come ricostruisce Leonardo Filippi in queste pagine: immagini delle proteste in Egitto nel 2011 spacciate per foto di Cuba dieci anni dopo; immagini di cortei a Miami trasformate in foto di manifestazioni a L’Avana; immagini di manganellate in altre nazioni attribuite a Cuba; la folla del Primo Maggio cubano scambiata per manifestazione contro il governo; bandiere del movimento filo-castrista 26 luglio confuse con vessilli di associazione anti-castriste. Allora prima di esprimere qualsiasi giudizio e approfondire con le giuste analisi sarebbe il caso di trovare il coraggio di svestirsi una volta per tutte di questi pregiudizi tossici sulla pelle dei cubani. Mica solo per loro ma anche per noi, per rispetto della nostra intelligenza.


L’editoriale è tratto da Left del 23-29 luglio 2021

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I giorni della rivolta

Cubans take part in a rally calling for the end of the US blockade against Cuba, in Havana, March 28, 2021 (Photo by YAMIL LAGE / AFP) (Photo by YAMIL LAGE/AFP via Getty Images)

«Se prendi a sassate la polizia e fai un video ti mando 100 dollari e se colpisci un bambino e fai vedere la ferita in un video ti mando 200 dollari». Messaggi come questo arrivavano da Miami sui cellulari delle persone che vivono a Cuba durante la protesta dell’11 luglio scorso. Cubani americani – i principali artefici delle pressioni su Washington affinché mantenga il criminale embargo nei confronti dell’Avana – esortavano parenti e conoscenti rimasti sull’isola a scendere in strada e unirsi alle proteste, in cambio di denaro, per poter diffondere i video sui social e alimentare la campagna mediatica anti-cubana che a colpi di fake news, come vedremo, era stata pianificata con qualche giorno d’anticipo.

Ciò non toglie che la protesta c’è stata, che migliaia di cittadini cubani sono scesi in strada in diverse città del Paese e che un evento simile non accadeva dal 1994 quando l’isola, in seguito alla caduta dell’Unione sovietica e fiaccata da oltre 30 anni di embargo Usa, era attanagliata da una gravissima crisi economica. Perché protestano? Cosa sta accadendo a Cuba? Se, per dirla con Gianni Minà, vogliamo davvero aiutare i cubani «per aiutarci a restare umani» è più che mai doveroso ricostruire laicamente e correttamente il contesto in cui la protesta è nata e si è sviluppata, rimettendo a posto i tasselli scombinati da vagonate di false notizie che pure i media mainstream italiani hanno contribuito a diffondere impunemente, come ci ricorda anche Leonardo Filippi nelle pagine seguenti. Andiamo per ordine.

Per un’economia già in difficoltà e basata sul turismo come quella cubana, la riapertura delle frontiere nel maggio scorso è…


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Il processo breve (secondo Salvini)

Volete spiare dal buco della serratura che Paese sarebbe questo con Salvini al governo? Eccolo qua: l’assessore leghista Massimo Adriatici che a Voghera ha la delega alla “sicurezza” ieri ha sparato e ucciso Youns El Boussetaoui, un 39enne marocchino. La nazionalità ci tocca metterla perché quando si tratta di leghisti purtroppo ci tocca sempre insozzarci del loro mondo diviso tra italiani e stranieri. Me ne scuso subito con i lettori.

«Stavo passeggiando in piazza Meardi quando ho notato quell’uomo infastidire i clienti di un bar», ha dichiarato Adriatici, ex funzionario di polizia, parlando al magistrato. «Mi sono avvicinato, l’ho redarguito invitandolo ad andarsene e a quel punto ho chiamato la polizia – ha aggiunto – Sentendo la mia telefonata, mi ha spinto facendomi cadere. È stato a quel punto che dalla pistola già impugnata è partito il colpo».

I fatti finora accertati dicono che l’uomo ucciso fosse probabilmente alterato dall’alcol e che sia stato colpito in pieno petto.

«Lo chiamavamo sceriffo per l’atteggiamento, che non era quello di un assessore. Il primo atto che ha fatto in comune è stato il Daspo a una persona che chiedeva l’elemosina», ha detto ieri il coordinatore del partito La buona destra di Voghera, Giampiero Santamaria. Tra le voci raccolte in paese c’è chi descrive la vittima come “non certo un delinquente, non era pericoloso. Era seguito dai servizi sociali e dalla Caritas”, “una persona problematica, non un aggressore. Era più da manicomio”. Poi c’è anche chi racconta che l’assessore leghista fosse abituato “a scendere per strada con la pistola”.

Ora arriva lo schifo vero. Matteo Salvini riesce a superarsi pubblicando un video in cui descrive Adriatici come la «vittima di una aggressione» che «ha risposto e accidentalmente è partito un colpo». Punta sul fatto che il presunto aggressore fosse straniero e riesce a rivittimizzare la vittima descrivendolo come un violento. Sul suo assessore invece dice che bisogna aspettare. Capito? Lo straniero è sicuramente colpevole perché “lo dicono gli abitanti di Voghera” mentre il suo assessore è un povero aggredito. Ma il vero capolavoro è la legittima difesa avvenuta con un colpo accidentale: un ragionamento talmente stupido che tremano le dita anche solo a riportarlo. Del resto, dai, diciamocelo, chi di noi non va al bar con in tasca una pistola con un colpo in canna e senza sicura che cadendo fa partire un colpo? È sempre la schifosa legittima difesa di Salvini: se sei bianco (meglio ancora settentrionale) e di fronte hai un disperato (meglio ancora straniero) hai sempre ragione. L’idea di giustizia è questa cosa qui. Sotto sotto c’è il messaggio che Salvini non dice ma che molti leghisti mettono nei commenti: “Il mio assessore è un figo e quell’altro è solo un marocchino in meno”. Un razzismo incondizionato che sta dietro a qualsiasi tentativo di ragionamento.

Eppure dovrebbe fare schifo anche solo un uomo delle istituzioni che spara durante una lite. Ma anche questo è esattamente il pensiero leghista: libera arma in libero Stato con libera impunità per il più forte. Ora chiudete gli occhi e immaginate il video di Salvini se a sparare “accidentalmente” fosse stato il marocchino: ecco spiegato tutto. Se volete provare ancora più nausea potete rileggervi le parole dell’eurodeputato leghista Angelo Ciocca: «Se non fosse stato per un assessore leghista, intervenuto a difesa di una donna molestata, ora staremmo parlando di violenza su una donna innocente. La morte è sempre da scongiurare, ma la dinamica è di #legittimadifesa».

Rimangono in sospeso alcune domande: come possono Pd e Leu continuare a restare al governo con uno così? Come può uno storico partito come i Radicali promuovere una raccolta firme per un referendum sulla giustizia con uno così?

Ieri avete assistito al “processo breve” secondo Salvini: “se è uno dei nostri è sicuramente innocente e ha fatto bene”.

Buon giovedì.