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«La storia siamo noi». Perché ci serve oggi la ricerca della Rete No Global

A demonstrators-plenum on July 21, 2001 during the 27th G8 summit in Genoa, Italy Photo by: Marijan Murat/picture-alliance/dpa/AP Images

«La memoria è lotta». Così recitava la maglia indossata da Haidi Giuliani in piazza Alimonda il 20 luglio scorso in un’assolata Genova. In quelle parole c’è un significato profondo, che bisogna saper cogliere. In queste giornate, una delle cose che più si è ripetuto di più è che «avevamo ragione noi». Purtroppo, però, non basta dirlo e, a furia di ripeterlo, si corre il rischio di divenire grotteschi e petulanti. Non è per questo che bisogna ricordare. Ciò che il movimento no global intuì fu il fatto che il capitalismo, segnatamente nella sua versione globalizzata e neoliberista, avrebbe favorito la concentrazione della ricchezza fra le mani di pochissimi super-potenti a discapito dell’umanità e del pianeta in cui abitiamo.

Durante il ventennale del G8 ci sono stati molti momenti di aggregazione e belle manifestazioni che non si vedevano da tempo. Si è celebrato – com’era doveroso fare – il ricordo di Carlo. Nei telegiornali e sulla stampa, per la prima volta, si è aperto uno squarcio di verità sulle violenze brutali compiute da reparti scelti delle forze dell’ordine a danno di centinaia di migliaia di manifestanti inermi che scesero in piazza per contestare il G8. Amnesty International ha rilanciato una campagna per chiedere il numero identificativo degli agenti in divisa. Sono tutti alcuni significativi passi in avanti. Ma non basta. Spenti i riflettori sulla ricorrenza, non sono emerse le ragioni reali per cui, dal 1999 al 2002, il movimento no global si mobilitò in tutto il pianeta per contestare i vertici della Banca Mondiale, del Fmi, del Wto, dell’Ocse e di un’infinità di altri macro-organismi che riuniscono i Paesi a capitalismo avanzato e in cui si discutono i diktat neoliberisti che vengono imposti ai tre quarti dell’umanità. E non basta anche perché nei diversi ambiti in cui si è parlato del movimento no global si danno per scontate una serie di cose, che non lo sono affatto.

Troppo spesso si scade in un discorso retorico sulla spirale violenza/repressione di cui è importante parlare, ma che non può sussumere l’intero dibattito sulla contestazione al capitalismo e sull’immaginario di un’intera generazione che si mobilitò contro l’ordine costituito. In Italia, quando si parla dei “no global”, ci si riferisce essenzialmente all’esperienza di Genova, ma non la si contestualizza, né la si approfondisce, preferendo allo studio e alla ricerca, l’artifizio degli slogan raccontati attraverso le immagini. È fondamentale spiegare soprattutto a chi non c’è stato cosa sia realmente accaduto.

La contestazione al G8 non nacque per puro caso, ma venne preceduta da una lunga preparazione e da un’incubazione tanto delle strategie del dissenso, quanto della repressione. L’episodio-chiave, che nell’analisi generale del movimento finora è incredibilmente stato omesso, è la contestazione al Global Forum dell’Ocse che si svolse nel marzo 2001 a Napoli. Decine di migliaia di persone, provenienti da tutta Italia e da diversi Paesi d’Europa, per quattro giornate si mobilitarono contro il capitalismo pochi mesi prima del G8 e sperimentarono sulla loro pelle tanto la «macelleria messicana», quanto il continuismo fra centrodestra e centrosinistra nella gestione del dissenso. Non a caso, sia col governo Amato (Napoli), sia col governo Berlusconi (Genova), il capo della Polizia fu Gianni De Gennaro.

La corretta ricostruzione di ciò che accadde su scala planetaria è stata oggetto di ricerca dell’opera: Da Seattle a Genova. Cronistoria della Rete No Global (DeriveApprodi, pg. 320, euro 20) da me curata, cui hanno partecipato decine di attivisti, lavoratori, intellettuali, esponenti della società civile. Questo lavoro, che avanza per la prima volta l’arduo compito di un bilancio politico, rifugge dalla retorica o dal “reducismo”, affrontando a viso aperto una vasta gamma di aspetti anche controversi che segnarono il movimento no global. Il punto focale di questo lavoro risiede nel voler spiegare a chi non ha vissuto quella formidabile stagione di lotte ciò che è realmente accaduto. Per farlo, si è scelto stilisticamente di costruire un ibrido letterario, o uno scritto ipertestuale, che ricomponesse le trame di quel movimento, riproducendone fedelmente i linguaggi, le culture, i punti di vista.

Ne è nato un libro suddiviso in cinque sezioni: una narrativa, il cui autore è lo studioso Francesco Festa; una di inchiesta giornalistica, in cui si ricostruisce sul campo la cronistoria della Rete No Global, descrivendone la genesi, le pratiche, la composizione di classe in relazione al contesto del Mezzogiorno. Fra le numerose testimonianze spicca quella di Don Vitaliano Della Sala, il parroco no global, che ha contribuito al libro con un’intervista e delle lettere finora inedite. Poi, si passa all’incubazione del G8 di Genova, documentando rigorosamente le violenze perpetrate a danno dei manifestanti tanto in piazza quanto nella Caserma Raniero, su cui – dopo la produzione di un libro bianco – ne scaturì un’inchiesta giudiziaria ad ispettori e funzionari della Polizia di Stato, che ha avuto dopo dodici anni un esito controverso. Segue poi, un’importantissima sezione archivistica, cui ha dato un fondamentale contribuito il ricercatore Fabrizio Greco, e una sezione visiva, cui hanno contribuito le foto di Luciano Ferrara, le grafiche di Massimo Di Dato/Karl Max e i manifesti di Francesco Sollazzo.

L’idea è quella di costruire una narrazione corale del movimento no global, dando a chi non è stato in quelle mobilitazioni tutti gli strumenti conoscitivi per potersi formare un’opinione, sfuggendo a cliché e revisionismi. Conoscere realmente cos’è accaduto in passato, ci può aiutare a ricostruire conflitto contro le ingiustizie odierne. In base alle stime della rivista Forbes, durante la pandemia da Covid-19, sono addirittura aumentati i super-ricchi nel mondo, grazie a piattaforme di e-commerce, iper-sfruttamento del lavoro, devastazione ambientale. Non dobbiamo fare in modo che la memoria si ossifichi o subisca un processo di svuotamento dal suo portato reale. Il capitalismo si presenta come l’ultimo stadio evolutivo della nostra specie. Siamo più che mai una società posata sulla proprietà privata (lo vediamo col tema dei vaccini), sulle disuguaglianze, sul divario ricchi/poveri, nord/sud, guerra/barbarie. Dovremmo, però, ricordare uno degli slogan del movimento no global, troppo spesso dimenticato: «la storia siamo noi» e sulla strategia gramsciana di quell’esperienza, capace di unire e mobilitare interi settori della società.

Nella foto i manifestanti a Genova 2001

Quegli schiavi ci riguardano

Sempre a proposito dei lavoratori-schiavi che secondo la Procura di Padova sarebbero stati presi in subappalto da Grafica veneta (l’azienda che tutto il Veneto elogiava come punta di diamante dell’imprenditoria dalle parti di Zaia) sono usciti alcuni particolari dell’indagine che tornano molto utili non tanto a farsi un’idea su questa vicenda (ci sarà un processo, deciderà un giudice) ma almeno a capire come sia avvenuta la graduale distruzione dei diritti sul lavoro e quindi, di conseguenza, il crollo dei salari.

Il 7 luglio del 2020 i carabinieri si presentano nella sede dell’azienda a Trebaseleghe per sequestrare alcuni documenti che regolano i rapporti tra Grafica veneta e Bm service (l’azienda pagata per reclutare gli schiavi, controllarli e nel caso punirli). Nei mesi precedenti cinque persone di nazionalità pachistana erano state ritrovate pestate e legate ai bordi delle strade e altre cinque si erano presentate al Pronto soccorso lamentando botte e sevizie. I lavoratori lavoravano 10, 12, 16 ore al giorno per uno stipendio di 1.100 euro che veniva decurtato di 120 euro per l’affitto e ulteriori 200, 300 o 400 euro.

L’azienda veneta si difende dicendo di non saperne niente (come se fosse comunque normale subappaltare la manodopera fottendosene delle condizioni in cui lavora) ma il gip la pensa diversamente: «Grafica veneta è perfettamente consapevole del numero di ore necessarie per svolgere il lavoro che appalta e non a caso, disponendo delle timbrature dei dipendenti Bm Service, ha fatto di tutto per non consegnarle alla Polizia giudiziaria», scrive nell’ordinanza.

Il procuratore di Padova, Antonino Cappelleri, ha spiegato bene il sistema durante la conferenza stampa seguita al blitz: «La particolarità di questo caso di caporalato è la complicità, che credo siamo riusciti a dimostrare in pieno, dell’azienda italiana con quella gestita dai pakistani, nonostante le solide condizioni economiche e la possibilità di operare in maniera regolare. Sono riusciti a delocalizzare un settore nella loro stessa sede, appaltando manodopera a prezzi bassissimi».

Secondo il gip, «è l’amministratore delegato che indica il numero di persone da assumere, soffermandosi anche sulle tipologie di contratto da utilizzare e sull’attività di vigilanza che pretende sia fatta sui dipendenti». Inoltre, il giorno dell’arrivo dei carabinieri, l’analisi delle telefonate tra Bertan e Pinton (amministratore delegato e dirigente di Grafica veneta) relative agli ingressi e alle presenze degli operai, «dimostra che i due fanno di tutto per non comunicare quei dati in quanto avrebbero provato il loro pieno coinvolgimento nello sfruttamento dei lavoratori». Il gip scrive: «Addirittura, vi sono state telefonate in cui i dirigenti della Grafica hanno detto al proprio tecnico di non consegnare nulla e cancellare i dati, disperandosi una volta appreso che la Polizia giudiziaria era comunque riuscita ad acquisire un dato parziale». Bertan a Pinton: «Mi raccomando con le timbrature». Bertan invita il titolare pakistano di Bm service a parlare «ai suoi operai affinché rispondano bene». Bertan chiede a Pinton: «Noi gli abbiamo dato le timbrature?». E si sente rispondere: «No…se le sono prese loro dal computer per quanto riguarda gli ingressi e le uscite. Nell’aprire il programma hanno visto tutto». A quel punto Bertan non usa mezze parole: «Ci siamo inculati da soli».

Quegli schiavi ci riguardano. Quegli schiavi sono la fotografia di un modo di fare impresa che subappalta i diritti al migliore offerente che per stare nel prezzo i diritti li maciulla senza troppe cortesie. Dietro quegli schiavi c’è quella stessa imprenditoria che si lamenta di non trovare altri schiavi puntando il dito sui sussidi e sul reddito di cittadinanza. Dietro quegli schiavi c’è la riflessione che manca a un pezzo dell’imprenditoria italiana che fa la morale agli altri ma ha un enorme questione morale che finge di non vedere.

Buon mercoledì.

Vaccini: questi non li vogliono, quelli non li hanno

Residents of the Yeoville neighborhood of Johannesburg queue to enter a grocery store Saturday, March 28, 2020. South Africa went into a nationwide lockdown for 21 days in an effort to control the spread of the coronavirus. The COVID-19 coronavirus symptoms can include fever and cough but some suffer more severe symptoms like pneumonia and sometimes requiring hospitalization. (AP Photo/Jerome Delay)

Nel frastuono delle proteste delle piazze no vax in Italia, in Francia, in Australia e c’è da scommettere presto in tutto il mondo (come si esportano ultimamente le battaglie che tornano utili ai complotti non si era mai visto) la disuguaglianza del mondo assume un contorno chiarissimo che disegna il momento in cui siamo.

Europa e Usa stanno cercando modi per convincere più persone possibili a vaccinarsi (modi spesso sbagliati, questo possiamo dirlo perché pare che sia un argomento intoccabile e invece non lo deve essere, ci torniamo nei prossimi giorni) e intanto in Africa finora solo 20 milioni di africani (parliamo dell′1,5% della popolazione del continente, tanto per avere un’idea) sono stati interamente vaccinati contro Covid-19 e solo l′1,7% dei 3,7 miliardi di dosi somministrate a livello globale è stato destinato all’Africa. Situazione simile dall’America Latina al Medio Oriente al sud-est asiatico e mica per niente qualche giorno fa l’ex presidente brasiliano Lula ha lanciato un appello (caduto nel vuoto per ora) a Mario Draghi.

Ancora una volta i Paesi ricchi del mondo hanno strombazzato un presunto piano di solidarietà che, guarda un po’, sta fallendo miseramente. E guai a parlarne troppo in giro: è sempre il solito trucco di appuntire l’emergenza più vicina per offuscare quelle più lontane e scrollarsi di dosso la responsabilità collettiva, una sorta di sovranismo che però si ammanta di una certa eleganza pur avendo la stessa ferocia di quello più populista.

Il progetto Covax era studiato per permettere ai 92 Paesi a basso reddito di acquistare le dosi di vaccino con l’aiuto dei donatori (gli Stati più ricchi che avrebbero dovuto pagare in anticipo le loro dosi di vaccini entro metà settembre 2020) organizzati dall’Advance Market Commitment, a cui però i soldi sono arrivati in ritardo. L’ingordigia invece ha vinto e così ad agosto 2020 gli Stati Uniti avevano già stipulato sette accordi con sei aziende da più di 800 milioni di dosi (sarebbero il 140% della popolazione) mentre il Regno Unito addirittura ha siglato accordi per il 225% della popolazione. L’Europa ha cercato di tenere il passo con accordi (molto confusi).

Covax aveva lo scopo di fornire vaccini Covid-19 per tutti sulla base della solidarietà e dell’equità. Invece, si basa sulla volontà dei Paesi ricchi di condividere le loro dosi, scrive Ann Danaiya Usher in un articolo su Lancet. Insomma, è andata come sempre.

Ma c’è un altro aspetto fondamentale: oltre che immorale l’atteggiamento dei Paesi ricchi continua anche a essere stupido, un sabotaggio di se stessi poiché la variante Delta ora sta sviluppando la necessità di una terza dose (e quindi nuovi approvvigionamenti) nonché delle possibili varianti proprio dai Paesi più poveri e scoperti dal vaccino. Un capolavoro di idiozia, insomma.

E in tutto questo l’ipotesi di superamento dei brevetti continua a rimanere incagliata nelle maglie dell’ingordigia delle industrie farmaceutiche. Insomma, siamo ben lontani dalla narrazione del “tutto va bene” che viene imposta a piè sospinto da quasi tutti i media. Basterebbe allargare lo sguardo per accorgersene.

Buon martedì.

Non solo fabbrica, ma presidio di legalità

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 18 Giugno 2021 Roma (Italia) Cronaca Manifestazione dei lavoratori della Whirpool parte dalla stazione Termini e raggiunge il MISE Nella Foto : il corteo verso il MISE Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse June 18 , 2021 Roma (Italy) News Whirlpool workers demonstration starts from Termini station and reaches the economic development ministry In the pic : the demonstration

Quello della Whirlpool è il settore che evoca più di ogni altro il boom economico. Elettrodomestici, lavatrici e frigoriferi. La prima smalteria acquistata a Napoli da una famiglia di industriali lombardi risale al 1949, smaltava i prodotti costruiti nella sede centrale. Lo stesso anno in cui al congresso nazionale della Cgil a Genova, Giuseppe Di Vittorio avanza la proposta di un piano economico per la rinascita dell’economia nazionale. In un Paese uscito dalla guerra con due milioni di disoccupati concentrati nel Mezzogiorno, più di un milione di braccianti occupati solo saltuariamente, con un tasso di scolarizzazione bassissimo e infrastrutture ai minimi termini. Poi via via, con la Cassa per il Mezzogiorno, nel 1956, unitamente ad altri insediamenti, lo stabilimento di via Argine, la crescita dell’occupazione – 800 addetti – i nuovi modelli automatici.

Una storia industriale, quella della Whirlpool, che è anche una storia politica, di rapporti di forza sociali. Una storia che non a caso arriva ora al dunque priva di protezioni e soluzioni. Queste lavoratrici e questi lavoratori sono in lotta da più di due anni, spesso isolati, con una solidarietà che per quanto cresciuta resta fragile. Priva di potenza reale.
Il loro è il racconto di una storia sociale. Come descrive Anna Cafaggi, entrata in azienda a 23 anni, e prima di lei – per 35 anni – suo padre. Quelli come lei, arrivati alla Whirlpool nella seconda metà degli anni Novanta, portano i segni di una condizione di crisi industriale e sociale che in quegli anni qui era già conclamata. «Mi sentivo gratificata – dice – perché avevo un lavoro con la certezza di uno stipendio a fine mese, mentre fuori da quella fabbrica non c’era nulla».

Anche per questo la loro lotta sta diventando emblematica. Lì, in quei quartieri di Napoli est, sono meno del 20 per cento le attività che riguardano la manifattura. E ciò che è rimasto – qualche bottega artigiana e poco più quasi sempre a gestione familiare – non occupa mai più di un paio di persone.
La fine dell’industria ha aperto anche lì varchi alla criminalità organizzata. Per questo il combattivo e intelligente sindacalista siciliano, Rosario Rappa, che ha scelto di trasferirsi a Napoli per guidare la Fiom in un’area cruciale del Paese, si sgola a spiegare che quello a via Argine è l’ultimo presidio di legalità che rimane. La gente resiste, c’è una tradizione non ancora del tutto travolta.

Eravamo ancora nel ’700 quando lì sorgeva la fabbrica dei Granili, il primo opificio importante. E poi, agli inizi del ’900, la Cirio, la Snia Viscosa, la Manifattura tabacchi, la Mecfond, le industrie petrolchimiche.
Ma il tempo cancella, scolora coscienze e abitudini. Difficile trovare equilibrio sociale tra…


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La P2? Non è certo acqua passata

Serve ancora un libro sulla P2? Non sono sufficienti quelli che sono stati pubblicati sinora? La domanda potrebbe avere una sua legittimità se a porla è chi è convinto che in fondo quello della P2 sia stato uno spiacevole incidente o una deviazione dell’ordinario corso politico, oppure poco più che l’incontro di un gruppo di personaggi che si erano iscritti alla loggia massonica di Licio Gelli perché avevano bisogno di ottenere appoggi, sostegni, vantaggi per carriere personali; tutto sommato una brigata di arrivisti, di arrampicatori, di uomini in cerca di una collocazione migliore. Una visione molto lontana dalla realtà.
Il libro di Sandra Bonsanti scritto con Stefania Limiti, Colpevoli, pubblicato da Chiarelettere, dà una risposta netta: sì, serve ancora scrivere sulla P2. Eccome se serve! Le ragioni sono tante, a cominciare da quella di fare memoria e ricostruire quello che è accaduto nel nostro Paese che ancora non si conosce fino in fondo.

E poi c’è un’altra ragione di stringente attualità: c’è un nome che compare nel libro più volte e che le cronache quotidiane indicano come il possibile, prossimo, addirittura auspicato presidente della Repubblica. Mi riferisco a Silvio Berlusconi, uno dei tesserati della P2, l’uomo che ad Arcore ebbe come suo dipendente lo stalliere Mangano e nell’amico Marcello Dell’Utri l’individuo che fu determinante nella nascita e nella costruzione di Forza Italia. E allora è bene che tutti sappiano in quale contesto è cresciuto un simile personaggio e con quali uomini ha avuto a che fare.

Scrive Sandra Bonsanti: «Manca ancora una storia politica della Prima Repubblica che affronti anche il problema del potere segreto, non soltanto le cronache dei congressi della Dc, del Psi o del Pci. E le responsabilità dei vari personaggi di primo piano». È vero. Un libro che abbia queste caratteristiche non è stato scritto. E la mancanza si sente. È difficile scrivere un libro del genere perché a volte le fonti difettano o sono state occultate o distrutte o perché è ancora materia altamente pericolosa perché alcuni soggetti implicati in vicende non commendevoli, per usare un eufemismo, sono ancora in vita e capaci di reagire.
Per queste ragioni, tra altre, il libro di Bonsanti e di Limiti rappresenta un buon tassello per il dopo, uno stimolo, spero, per scrivere il libro che manca. Non inganni il titolo, Colpevoli. I colpevoli che popolano il volume non lo sono in virtù di una sentenza della magistratura, ma per ragioni ben più profonde che si comprendono chiaramente via via che le pagine scorrono una dopo l’altra in un racconto fluido e molto ben scritto che ti intriga sin dall’inizio. Sono pagine inquietanti perché ci mostrano il vero volto di…


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A proposito di dittature sanitarie

Foto Claudio Furlan/LaPresse 24 Luglio 2021 Milano , Italia News Manifestazione No Green Pass contro l’obbligo di certificazione vaccino covid presso il centro di Milano Photo Claudio Furlan/LaPresse July 24, 2021 Milan, Italy News No Green Pass demonstration against the obligation of covid vaccine certification at the center of Milan

Che Paese incredibile. Ci sono quelli che sognano il ritorno della dittatura e sono sfegatati fan del dittatore pelato che ora urlano al ritorno della dittatura (che tra l’altro invocano per fede politica) lamentandosene perché non è la loro. È normale del resto che i dittarofili vedano dittature dappertutto: le sognano così fortemente che il loro incubo peggiore è che riescano gli altri mentre a loro spetta di stare nascosti nei tombini.

Com’era immaginabile la destra più becera cavalca la questione delle vaccinazioni (strumentalizzando anche chi ha paure che andrebbero trattate con cura piuttosto che strumentalizzate da una parte e perculate dall’altra) come accade ogni volta che si presenta l’occasione di creare scompiglio democratico. Sono fantastici questi destrorsi: nel giro di pochi mesi sono passati dal negare l’esistenza della malattia, poi ci hanno detto che il virus esisteva (contraddicendosi) ma che la cura con il plasma avrebbe funzionato alla faccia delle aziende farmaceutiche, poi hanno cambiato idea e ci hanno detto che l’assistenza domiciliare risolve tutto, poi ci hanno detto che è solo un’influenza, poi ci hanno detto che il vaccino invece andava bene ma solo quello russo, poi ci hanno detto che le bare erano finte e le ambulanze erano vuote, poi che il virus era finito, poi che il virus era tornato, poi che ora è finito di nuovo, poi che il governo era in ritardo, poi che il governo voleva chiudere le attività per fare fallire tutti (e sarebbe interessante capire quale sarebbe il vantaggio di un governo nell’impoverire le proprie attività economiche), poi ci hanno detto che bisognava aprire tutto e mettere il Green Pass, poi che il Green Pass no, poi che i vaccini hanno il 5G, poi che i vaccini uccidono le persone, poi hanno correlato ogni morte al vaccino (mica difficile: in un Paese in cui tutti si stanno vaccinando è ovvio che le persone continuino a morire di altre malattie) poi hanno detto che non si vaccinavano per scelta, ora che non si vaccinano: basta dare un’occhiata alla sequela di mostruosità per rendersi conto che l’unico scopo di questi è quello di sollevare disordini. Solo quello. A loro non gliene fotte niente dei vaccini e delle libertà: se lo Stato non vaccinasse sarebbero lì a soffiare sul fuoco al contrario.

Del tema vero delle loro battaglie ai destrorsi non interessa nulla, nulla. Perché a buon vedere di dittature sanitarie ce ne sarebbero per cui scendere in piazza. C’è la dittatura sanitaria (e classista) che ti concede di accedere a un esame qualsiasi solo dopo mesi oppure di averlo in pochi giorni dallo stesso medico, con addirittura la stessa strumentazione e nello stesso luogo (tutti pagati con soldi pubblici) pagando una visita privata. Non è dittatura costringere a pagare un diritto per ottenerlo in tempi ragionevoli, solo se si è nelle condizioni di poterselo permettere? Oppure: non è dittatura una legge inapplicata come il diritto all’aborto che non avviene per una cancel culture degli obiettori di coscienza che impongono il loro credo al normale funzionamento dello Stato? Oppure, non è una dittatura sanitaria quella che chiede di scegliere tra salute e reddito in una bilancia  che pende sempre dalle parti del profitto? Non è dittatura sanitaria quella che permette la cura delle malattie croniche solo a chi se le può permettere? Non è dittatura sanitaria quella che privatizza un servizio pubblico?

Insomma, cari destrorsi, di battaglie giuste ce ne sarebbero tantissime per cui scendere in piazza. Solo che le battaglie reali poi tocca combatterle davvero e risolverle mentre a voi conviene inseguire quelle inventate che richiedono molta meno responsabilità.

Buon lunedì.

Ma quale transizione se anche il ministro frena

Il fuoco e l’acqua. Nel giro di due settimane un caldo a 50 gradi ha incendiato il Canada facendo centinaia di vittime e bombe d’acqua record hanno inondato il centro Europa causando danni gravissimi in vite umane e distruzione in Germania, Belgio e Olanda. Un dolore grandissimo, una catastrofe che metterà il clima al centro delle prossime elezioni tedesche. Perché non ci sono dubbi sulle cause: fenomeni meteorologici estremi, come siccità più intense e frequenti anche a latitudini crescenti e piogge violente con esondazioni devastanti, sono un tipico effetto del surriscaldamento del pianeta causato dai gas a effetto serra immessi in atmosfera dall’uomo.

Scienziati e climatologi avvisano da anni che il tempo per agire è agli sgoccioli, che la crisi climatica sta accelerando e che per scongiurare il collasso climatico bisogna intervenire subito. Ora la portata di questa catastrofe ha fatto suonare la sveglia in Europa. Nulla più di questo dovrebbe spingerci all’azione per scongiurare il collasso climatico.

Ma dramma nel dramma, di fronte a tutto questo il governo italiano, che si definisce ambientalista, non trova di meglio da fare che…


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Armando Punzo e l’arte dello sconfinamento

Nemmeno la pandemia è riuscita a fermare i sogni di Armando Punzo, Cinzia de Felice e della Compagnia della Fortezza. La saga Naturae, nata nel 2015 nella Fortezza medicea/carcere di Volterra, dopo intensi viaggi, interruzioni e dolorosi rallentamenti, ritorna a casa per la sua penultima tappa dal 25 luglio al primo agosto. Durante questo percorso si è sentito il bisogno di ricercare e raccontare, attraverso una straordinaria bellezza visionaria in cui sono immerse le oltre cento immagini, che compongono la mostra Naturae – la Compagnia della Fortezza nella salina di Volterra. Un’installazione fotografica collettiva (in corso per tutto l’anno fino a giugno 2022 nelle strade del centro storico del borgo di Lajatico, regia di Alberto Bartalini, cura di Cinzia de Felice e fotografie di Stefano Vaja, Mauro Fanfani, Nico Rossi, Marco Marzi e Cinzia de Felice, nell’ambito della rassegna di arte contemporanea ArtInsolite) che riparte dall’agosto 2020, dal grande evento site specific nel padiglione Nervi della salina Locatelli di Saline di Volterra. Ancora trafitti dal dolore delle ferite della pandemia, la luce del cristallo purissimo nella sacralità di una cattedrale laica, è stata celebrata come elemento che ci lega alla vita. Il sale è diventato così lo sfondo da cui si è generato lo spettacolo, simbolo concreto di un nuovo principio vitale e in cui l’elemento scenografico e drammaturgico hanno indicato la scelta del luogo attraverso una precisa ricerca, volta a istituire un dialogo tra poetica dello spettacolo e luogo di realizzazione. Ripartiamo da lì, dai segni indelebili lasciati da chi lo ha attraversato e vissuto, alla ricerca, come afferma Armando Punzo, delle «entità che cerchiamo di far emergere in noi. Abitano nella loro patria, ma come stranieri, partecipano a tutto come cittadini, e tutto sopportano come forestieri; ogni terra straniera è loro patria e ogni patria è per loro terra straniera».

L’epidemia mondiale di Covid-19 ha gettato il mondo del teatro e, più in generale, quello della cultura e dell’arte, in una trappola di divieti e impossibilità, di sfide inimmaginabili in uno scenario drammatico. Ci ha ingabbiato, allo stesso tempo, in dibattiti, spesso con approcci simili a degli aut-aut, su teatro in streaming sì o no, che rischiano di allontanarci da una riflessione costruttiva sulle modalità di sperimentazione di nuovi linguaggi nelle arti sceniche. Così sostiene il regista ( e fondatore della compagnia Krypton) Giancarlo Cauteruccio, in una recente intervista: «L’uso dello streaming e delle produzioni video risponde ormai ad una esigenza diffusa nella performing art e nell’arte in generale, obbligata da una pandemia, vero e proprio evento epocale, che ci fa riconsiderare le modalità dell’offerta culturale e che induce grandi ripensamenti sul futuro e sul nostro modo di essere al mondo».
Siamo consapevoli che la creatività non si ferma, è capace di grandi passioni anche nei momenti di profonda crisi, continua a ricercare l’incontro con l’altro, per poter continuare a condividere forme di bellezza trasformativa, a sognare un altrove, ad…


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Carla Vitantonio: Un’isola in grande movimento

HAVANA, CUBA - JANUARY 24: A young woman walks past a mural dipicting Cuban revolutionary leader Che Guevarra in the Jesus Maria neighborhood January 24, 2015 in Havana, Cuba. Diplomats from the United States and Cuba held historic talks this week that could restore diplomatic ties and mark the end of more than 50 years of of Cold War-era hostility between the two countries. (Photo by Chip Somodevilla/Getty Images)

Scrittrice e impegnata nel mondo della cooperazione, Carla Vitantonio oggi vive a Cuba, dopo aver trascorso quattro anni in Corea del Nord e due anni in Myanmar come capo missione per una Ong internazionale. L’abbiamo raggiunta via mail all’Avana per capire cosa sta accadendo nell’isola caraibica alle prese con il Covid-19 (che ha bloccato il turismo, unica vera fonte di introiti) e dove sono scoppiate fortissime proteste popolari.

Carla, per ritrovare accadimenti simili a Cuba bisogna risalire fino al lontano 1994 quando l’intero Paese era prostrato dalla gravissima crisi economica dopo la fine dell’Urss?

Gli eventi cui fai riferimento sono comunemente noti a Cuba come “El Maleconazo”, le manifestazioni di piazza che ebbero luogo nel 1994, quando la crisi provocata dal crollo del blocco sovietico era fortissima. Da allora a oggi non solo sono passati molti anni, ma sono cambiate molte cose nel Paese e nel panorama mondiale.

Una conquista democratica importante per uscire dall’isolamento è stata la possibilità di accedere al web?

L’apertura del Paese all’uso di internet negli anni Duemila ha sicuramente favorito, insieme al passaggio politico tra i fratelli Castro, a mio avviso sottovalutato da molte analisi politiche, una maggiore espressione del dissenso all’interno dell’isola, soprattutto attraverso i social media. In questi 25 anni ci sono state manifestazioni che non bisogna dimenticare. Un’importante campagna, accompagnata appunto anche da manifestazioni non autorizzate, fu condotta durante il processo di approvazione della nuova Costituzione tra il 2018 e il 2019. In quel caso si parlava di diritti della comunità Lgbtq+. Serve ricordare che in quell’occasione un peso decisivo fu giocato dalle Chiese fondamentaliste, che gestiscono molti servizi alla comunità – servizi di cui tutta Cuba ha bisogno – e che sono ampiamente foraggiate da Paesi ed interessi stranieri.

Il 2019 è stato un altro anno di proteste.

Sì, a partire dall’autunno del 2019. Data non casuale, che ha coinciso con la nuova stretta dell’embargo statunitense e conseguenti nuovi problemi di approvvigionamento per Cuba; da allora si sono susseguite manifestazioni localizzate, alcune evidentemente spontanee, altre molto meno. Si parlava di libertà di espressione per alcuni artisti, ma anche di libertà di impresa, tema che non va sottovalutato perché è forse una delle chiavi di volta di questo conflitto. Si parlava persino di leggi per la protezione animale, e la legge finalmente c’è. Insomma, in questi 25 anni Cuba non è stata ferma e cristallizzata, e i cubani sono cambiati, sono cambiati i loro principi, le loro esigenze e le loro ambizioni.

Rispondendo alle proteste di questi giorni il presidente Díaz-Canel è tornato a parlare di salute e educazione per tutti. Ha ricordato i vaccini cubani. L’impressione è che coloro che sono scesi per le strade oggi abbiano ben presente il valore di tutto questo e che sarebbero disposti a difenderlo. Ma patiscono l’infinita fatica del vivere quotidiano e non vedono prospettive. È un’impressione sbagliata?

I cubani sono fieri dei successi scientifici del loro Paese, e sanno che sono ancora più rilevanti perché ottenuti sotto embargo, in un mondo in cui quasi tutti i brevetti hanno componenti provenienti dagli Stati Uniti e quindi proibiti a Cuba. Hanno fiducia nel vaccino cubano, e infatti una delle richieste delle manifestazioni di questi giorni è proprio questa, che si velocizzi la campagna vaccinale. Tuttavia, come dici, questo è solo uno degli elementi che hanno portato alla protesta: vivere a Cuba è diventato estremamente difficile negli ultimi anni, l’inasprimento dell’embargo rende impossibile il reperimento di beni praticamente di ogni tipo, non esistono waiver umanitari (anche una Ong che cerchi di importare beni di prima necessità può essere sottoposta a sanzioni), e poi il Covid, la chiusura del Paese al turismo, le famose “tiendas en Mlc” (negozi dove si paga con la carta di credito, ndr) che vengono vissute come un affronto dalla maggior parte dei cubani, che non hanno accesso a valuta forte, di nuovo l’incubo dei blackout, anche questi collegati all’embargo, la difficoltà strutturale nell’avviare imprese, insomma, la lista è lunga. E sicuramente a queste recriminazioni che hanno del genuino si aggiungono macchinazioni come da copione, che purtroppo a me appaiono chiare e visibili. Un moto di protesta che scoppia contemporaneamente in 50 città ha molto poco di spontaneo, e la prontezza e ambivalenza di alcune reazioni pure. I successi ottenuti dallo Stato socialista sono innegabili, ma questo non è un gioco a somma zero, io credo che sia nobile e legittimo per i cubani che vivono sull’isola aspirare ad alcuni miglioramenti.

Quanto pesa su tutto questo l’embargo Usa?

Pesa moltissimo, più di quanto molti cubani non si immaginino. Da persona straniera che lavora a Cuba me ne rendo conto ogni giorno. Il Paese è strangolato dall’embargo. Questo perché gli Stati Uniti non si limitano a vietare alle proprie imprese di fare affari con Cuba, ma sanzionano qualsiasi impresa nel mondo lo faccia. Ciò è proibito dal diritto internazionale, ma è la prassi. Una banca italiana che volesse trasferire denaro a Cuba sarebbe sanzionata dagli Stati Uniti, con conseguenze nefaste per il proprio volume d’affari. E quindi nessuno si vuole mettere in pericolo per un’isola di 11 milioni di persone. Sono dieci anni che lavoro in Paesi che subiscono sanzioni Usa, purtroppo, sono oramai sono un’esperta. Si tratta di un meccanismo iniquo che va sempre a colpire i più deboli. Non c’è scampo.

Fino a quando ci sarà l’embargo io credo che sarà impossibile per i cubani, popolo e governo, fronteggiare i veri problemi di un Paese che ha nuove necessità e nuove ambizioni. L’embargo costringe ogni analisi a indietreggiare verso una logica da guerra fredda, un vestito che sta stretto ormai a tutti e che non permette di affrontare le vere istanze dell’oggi.

Il democratico Biden potrebbe invertire la rotta trumpiana oppure non vuole alienarsi i consensi della comunità cubana fuggita dall’isola?

Su Trump e sulle sue politiche non avevamo dubbi, Biden invece si sta rivelando una grande delusione. Avevamo sperato che riprendesse il discorso aperto da Obama, invece sta gestendo la questione cubana con il classico stile statunitense, colonialista, prepotente e spadroneggiante, nel resto delle Americhe. Rischio di ripetermi, ma quello che sta succedendo in questi giorni è la replica delle moltissime ingerenze statunitensi che abbiamo osservato negli ultimi cinquant’anni. Io temo che dietro di questo ci sia una mancanza di visione. Biden ha vinto le elezioni essenzialmente perché era l’unica alternativa seria a Trump. Abbiamo sopravvalutato questo signore, il quale sta stancamente premendo il tasto “play again” su questa crisi, semplicemente perché non ha idea di cosa fare. Che amarezza.

In Italia i medici cubani sono venuti per portarci sostegno e competenze nel momento più difficile per noi. Il governo italiano non ha risposto con altrettanta solidarietà?

Non sono una grande amante delle politiche estere del nostro Paese, tuttavia va detto che l’Italia dedica un fondo piuttosto ingente alla cooperazione con Cuba, attraverso la sua agenzia di cooperazione e i fondi alle Nazioni Unite. Certo, questi meccanismi non sono i più efficaci, spesso cadono in dinamiche post-coloniali, l’analisi delle necessità è sporcata dalle priorità del donatore e dalle mille contraddizioni della cooperazione, specialmente quando parliamo di Nazioni Unite. Con lo stipendio mensile di un funzionario potremmo rifornire la farmacia di un villaggio. Probabilmente politicamente l’Italia potrebbe esporsi di più, anche in seno all’Europa, fronteggiando con maggiore decisione alcuni Stati membri che lavorano attivamente per la caduta dell’attuale governo a Cuba. E avrebbe potuto organizzare delle donazioni di urgenza, ma credo che stiamo chiedendo troppo al nostro Paese, che ha una politica estera contraddittoria e debole, e con dei meccanismi burocratici farraginosi, che non permettono risposte rapide.

Quanto è importante tenere viva l’attenzione internazionale su quel che sta accadendo a Cuba nell’interesse della popolazione civile?

Sull’impatto che l’attenzione internazionale possa avere sulle attuali dinamiche cubane sono un po’ scettica. Io credo che questo sia un momento importante, forse decisivo, che deve essere vissuto internamente, tra Stato e cubani residenti, e sottolineo quest’ultima parola, perché io credo come molti che se i cubani della diaspora fossero stati davvero interessati al loro Paese sarebbero rimasti qui per migliorarlo. Penso che sia importante che si rispetti il principio della non ingerenza. Credo che sia necessario evitare che il conflitto si radicalizzi, che venga strumentalizzato. Credo che il governo cubano sia chiamato a una grande prova: la prova dell’ascolto. Ci sono molte cose che non sono nelle mani dell’attuale governo, è vero, ma molte invece lo sono, e su quelle si può lavorare.

Sei scrittrice e lavori nell’ambito della cooperazione. Il tuo lavoro per Add Pyongyang blues ci ha dato informazioni importanti di prima mano. Come riesci a tenere insieme questi due aspetti della tua vita? Verità e solidarietà possono e devono andare di pari passo?

L’essere umano e il suo diritto alla dignità sono al centro del mio lavoro. In tutti i miei anni in Asia ho imparato che, anche se la verità è una sola, ci sono molte narrazioni, e spesso il potere giace proprio nelle narrazioni. Nella mia vita, artistica e professionale, io propongo narrazioni che scardinino la gestione attuale del potere. Propongo dubbi, domande, cambio il punto di vista. Non mi interessa giudicare, preferisco cercare di capire, e spesso mi dichiaro sconfitta. In questo senso, non credo che il mio lavoro nell’assistenza umanitaria e il mio scrivere siano in contraddizione. Anzi, si rinforzano. Abbiamo bisogno di alternative.

Ti sei occupata molto anche di Birmania di cui hai scritto in Myanmar Swing (Add editore). Come vedi la situazione oggi nel Paese, dove la repressione è fortissima e la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto?

Facendo questo lavoro ho imparato che, davanti a una crisi (e ormai ne ho viste diverse) è importante avere bene presente lo scenario peggiore, bisogna averlo ben chiaro, perché da lì si può costruire per evitarlo, o per uscirne. Temo fortemente che in questo momento il popolo birmano sia vicino a uno degli scenari peggiori. Appare sempre più evidente che ciò che interessa la comunità internazionale, quando parliamo di un Paese così ricco di risorse, non è la democrazia, è la stabilità. E mi rattrista molto l’evidenza dell’iniquo paragone con la piccola Cuba, un’isola la cui unica risorsa è forse la sua posizione geografica. Come per le sanzioni, i più deboli pagheranno. Certo, si potrebbe arrivare a una sorta di governo di unità nazionale che permetta a Tatmadaw di salvare la faccia, tipico concetto asiatico, imprescindibile nelle analisi politiche, con la comunità internazionale, ma il prezzo pagato è già altissimo.


L’articolo prosegue su Left del 23-29 luglio 2021

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SOMMARIO

Ora basta. Tutto quello che dobbiamo sapere sull’embargo contro Cuba

Sessant’anni e 12 presidenti fa, scattava l’embargo nordamericano a Cuba. Obama, nel dicembre 2014, dichiarò: «Abbiamo fallito, non abbiamo piegato Cuba. è ora di cambiare».
I cubani avevano dimostrato, in tutti questi anni, dopo aggressioni subite, contrarietà e sacrifici, di voler rimanere fedeli ai loro ideali di indipendenza e giustizia sociale, secondo un modello economico socialista. Cuba non solo non è collassata, ma ha dimostrato come l’embargo economico a un popolo sia una delle forme di pressione “diplomatica” tra le più crudeli mai conosciute.

Cuba è sopravvissuta sia al fallimento del socialismo reale, sia a quello del neoliberismo reale, le cui storture, la miseria, la violenza sono state risparmiate a questo popolo, nonostante le difficoltà oggettive di chi vive sempre più asserragliato e praticamente alla fame.

I cubani in tutto questo tempo hanno dimostrato che non hanno vissuto in un “gulag tropicale” come i media hanno sempre voluto descrivere questa piccola isola in maniera capziosa: non si sopravvive alla crudezza del periodo speciale, con turisti che vanno e vengono, senza un consenso di massa che non è basato sulla repressione.

Né gli Usa hanno mai voluto riconoscere la Rivoluzione e il suo corso storico.
La diplomazia nordamericana è costruita anche di termini usati come bastoni: per loro dittatura è tutto ciò che è diverso dalla loro ideologia neoliberale, il concetto guevariano dell’hombre nuevo, dell’uomo al centro, una forma diversa dello Stato e soprattutto il concetto di democrazia e di autodeterminazione, sono quasi spazzati via dall’odio verso tutto ciò che “puzza” di comunismo.

Gli Stati Uniti hanno sempre tentato di gettare fango sulla reputazione di questa piccola isola che non ha nessuna ricchezza, né materie prime su cui fare affidamento, ma solo la potenza della propria cultura e delle proprie idee: un prestigio “morale” che tutte le nazioni povere, tutti i popoli del Terzo mondo riconoscono a Cuba. Dal 1998 in poi, grazie anche all’aiuto di un terzo attore, il Vaticano, è stata data una spinta potente per farci tutti sperare, finalmente, in un miglioramento delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti, con il presidente Obama che aveva deciso di ripristinare le relazioni diplomatiche interrotte dal ’61.

Ma se Obama aveva teso una mano a Cuba, Trump prima e Biden ora, hanno usato e usano la loro politica destabilizzante per strangolare definitamente questa piccola nazione. Obama all’epoca aveva comunque chiarito che non si stavano cambiando gli obiettivi che regolano la politica estera nordamericana, basata sul suo modello di democrazia, ideale per il mondo intero e fondata sulla ideologia neoliberista. Semplicemente confermava “un cambiamento di metodo nell’approccio”. Oggi sta davanti agli occhi di tutti il metodo degli ultimi due presidenti: l’aggravamento del blocco economico e l’incitamento ai disordini tramite i social network.

Se Obama, nel discorso sullo Stato dell’Unione, affermava l’esigenza di «mettere fine a una strategia che doveva terminare da tempo» chiedendo «la fine di mezzo secolo di politica fallimentare nei riguardi del cortile di casa», oggi, in tempo di pandemia che ha messo in ginocchio tutto il mondo, Trump ha inserito circa 240 restrizioni in più su quella che è la legge più iniqua, dopo la legge Torricelli, la legge Helms-Barton.
Nel 1992 Bush padre, con la legge Torricelli, non solo aveva inasprito il blocco economico dando vita a uno dei periodi più bui di Cuba, il “periodo speciale” (è stato così definito il lungo periodo di crisi economica iniziato dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e, per estensione, del Comecon, ndr), ma per la prima volta aveva violato il diritto internazionale.

Ogni legge promulgata in qualsiasi Paese, infatti, non può essere applicata fuori dai propri confini; la legge Torricelli invece è estesa a tutti i Paesi del mondo, per cui, ad esempio, se una qualsiasi nave entra nei porti cubani, le è vietato entrare negli Stati Uniti nei 6 mesi successivi. In questo modo le compagnie di navigazione preferiscono non commerciare con Cuba e Cuba, che è un’isola, deve pagare a caro prezzo far consegnare le merci sulla sua terra. Questa legge prevede sanzioni anche verso chi fornisce assistenza ai cubani: se un Paese dà 100 milioni a Cuba, gli Usa riducono di 100 milioni gli eventuali aiuti a questo Paese.

Nel 1996 Clinton adottò la legge Helms-Burton che oltre ad essere extraterritoriale è pure retroattiva. Anche questo è vietato dal diritto internazionale.
Nel 2004 il sadico Bush figlio, con la sua “Commissione assistenza per una Cuba libera” aveva imposto ai cittadini cubani residenti negli Usa il rimpatrio solo per 2 settimane ogni 3 anni, provando però che fosse un parente stretto di una famiglia residente a Cuba. Aveva ridotto a 100 dollari la rimessa mensile; se però i parenti erano iscritti al Partito comunista, l’importo si riduceva a zero.

Nel 2006, poi, le restrizioni si erano aggravate, le aziende dovevano scegliere: o si commercia con Cuba o con gli Stati Uniti. Per commerciare con gli Stati Uniti bisognava (e bisogna) dimostrare che i prodotti venduti non contengano nulla di origine cubana; addirittura, il consumo di prodotti cubani per i cittadini statunitensi fa rischiare loro sanzioni e/o 10 anni di galera.

Oggi le 240 misure contro Cuba imposte dall’amministrazione Trump pesano come una pietra tombale ed hanno l’unico obiettivo di strozzare economicamente il Paese, sovvertire l’ordine interno, creare una situazione di ingovernabilità e rovesciare la Rivoluzione.
Parte di queste sanzioni riguardano il Titolo III della legge Helms-Burton che permette ai cittadini americani, o cubani divenuti poi americani, di fare causa a compagnie accusate di «trafficare» con le proprietà confiscate dal governo cubano. La decisione di consentire azioni legali nei tribunali statunitensi ha un impatto negativo sulle prospettive di attrazione di investimenti esteri, che si aggiunge agli ostacoli già esistenti a causa del quadro normativo del blocco. Finora ci sono 28 procedimenti legali avviati nei tribunali statunitensi.

Il collega Da Rin sul Sole 24 Ore elenca alcuni casi paradossali.
Riguardo ai viaggi, la creazione dell’elenco degli alloggi vietati a Cuba, che comprende 422 hotel e case in affitto, ha scoraggiato i turisti. Sono stati anche cancellati i voli regolari e charter per l’intero Paese, ad eccezione dell’Avana, le cui frequenze sono state anch’esse limitate. In questi 240 “aggiustamenti” è compresa la decisione di limitare l’importo delle rimesse a mille dollari al trimestre, la sospensione delle rimesse non familiari e il divieto di inviare denaro da Paesi terzi attraverso Western Union, hanno imposto ulteriori limitazioni al reddito di molti cubani. Ed anche la creazione da parte del Dipartimento di Stato dell’“Elenco delle entità soggette a restrizioni cubane”, con la quale alle persone soggette alla giurisdizione statunitense è vietato condurre transazioni finanziarie dirette. Le società incluse nell’elenco sono 231. In questo settore, è sorta la decisione di non rinnovare la licenza di attività a Cuba della compagnia alberghiera Marriott international, al fine di seminare un clima di incertezza nella comunità imprenditoriale.

Durante l’amministrazione Trump ha avuto luogo una meticolosa persecuzione delle operazioni bancarie-finanziarie di Cuba e un notevole aumento delle segnalazioni di chiusura di conti bancari, negazione delle transazioni e altri ostacoli incontrati dalle rappresentanze diplomatiche e commerciali all’estero. Parallelamente alla strategia contro il Venezuela e con il pretesto della presunta ingerenza di Cuba in quel Paese, sono state adottate misure contro navi, compagnie di navigazione, compagnie di assicurazione e riassicurazione legate al trasporto di carburanti.

Solo nel 2019 sono state penalizzate 53 navi e 27 compagnie. Notevoli anche le pressioni contro i governi che registrano o segnalano le navi. Infine, l’11 gennaio di quest’anno Cuba è stata inserita nell’elenco degli Stati che sponsorizzano il terrorismo; tre giorni dopo figura nell’elenco degli Avversari esteri del Dipartimento del commercio, in virtù di un ordine esecutivo firmato da Trump.

Per quanto riguarda la sanità, gli Stati Uniti hanno spinto per la fine degli accordi con diversi Paesi e hanno aumentato la pressione sulle organizzazioni multilaterali. Questa politica iper-aggressiva si traduce nell’assurda situazione in cui questa isola dei Caraibi ha creato più di un vaccino contro il Covid, ma non può vaccinare la popolazione perché non ha le siringhe necessarie (o, ad esempio, gli elettrodi pregellati o i cateteri cardiaci pediatrici o il banale gel per le ecografie) perché non c’è nessuna azienda disposta a rischiare uno stop commerciale di sei mesi per venderle a Cuba. Noi italiani, i medici cubani della brigata Henry Reeve (voluta da Fidel Castro nel 2005 per le emergenze e le epidemie, soprattutto di ebola, in Africa) nel momento più tragico della pandemia li abbiamo conosciuti: sono venuti a Crema, ad aiutare nell’ospedale da campo e se ne sono andati a epidemia rientrata.

Ma il contrasto tra la storica narrazione su Cuba e l’umanità di queste persone che hanno aderito alla nostra richiesta di aiuto in un momento terribile per il nostro Paese, è stato troppo scandaloso per alcuni: ultimamente alcuni dei nostri media mainstream hanno sporcato di fango anche loro, scambiando il lavoro solidale come una forma di schiavitù, sostenendo che sono stati obbligati dal regime cubano a lavorare gratis o sottopagati. Sto aspettando con ansia la ribellione di tutti i volontari e operatori di pace che, per un proprio ideale religioso o politico, portano avanti un progetto di vita solidale.

Eppure, il Parlamento europeo, stritolato da tempo tra gli interessi Usa e il nuovo, rampante capitalismo cinese, ha pensato bene di approvare un progetto di risoluzione intitolato “Sui diritti umani e la situazione politica a Cuba” che indica anche questo aspetto sul lavoro dei medici cubani, presentato da Vox (Spagna), Fratelli d’Italia e Hsp-As (Croazia), dal gruppo dei Conservatori e Riformisti europei, dal PiS polacco, dal Partito popolare spagnolo, dall’alleanza liberale Renew Europe, a cui appartiene anche la Fdp tedesca e dall’Osservatorio cubano dei diritti umani, una delle tante organizzazioni controrivoluzionarie finanziate dai contribuenti statunitensi. L’Osservatorio cubano dei diritti umani, infatti, ha ricevuto dalla National endowment for democracy nel 2017 più di 120mila dollari per le sue azioni sovversive contro il governo cubano.

Ultimamente, nel panorama internazionale, stiamo assistendo all’aumento di una certa confusione informativa proveniente da realtà non governative. Nella rivista Latinoamerica e tutti i Sud del mondo di cui sono stato direttore ed editore dal 2000 al 2015, avevo spiegato con molta preoccupazione il caso di Reporter sans frontières nei confronti di Cuba, il cui direttore, Robert Menard, nel 2008, si dimise per andare nelle fila del Front National di Le Pen.

La risoluzione, poi, è passata con 386 voti a favore, 236 contrari e 59 astensioni. Non è stata quindi causale questa votazione, ma una precisa posizione politica, avvallata anche dall’Italia, con la votazione contraria, il 26 marzo scorso, assieme ad altri 14 Paesi, contro la risoluzione presentata al Consiglio per i diritti Umani delle Nazioni unite sulle «ripercussioni negative delle sanzioni economiche nel godimento dei diritti umani che esorta gli Stati ad eliminare, interrompere l’adozione, il mantenimento o l’applicazione di sanzioni verso altri Paesi».

Il blocco economico, però, è una sanzione applicata dagli Stati Uniti contro Cuba; votando contro la sospensione delle sanzioni la Comunità europea conferma la necessità del blocco quale forma di pressione verso il governo cubano.

Super efficienti quindi per quanto riguarda la situazione “dei diritti umani a Cuba”, ma sordi e duri di cuore ai continui richiami del nostro Paese e di ong sui diritti umani calpestati dei migranti che solcano il Mediterraneo per avere una speranza di vita, in balia di scafisti senza scrupoli e trovando spesso la morte ad accoglierli. Ma la comunità europea, ultimamente, sta vivendo momenti di forte imbarazzo, perché il loro ambasciatore all’Avana, Borrell, in una intervista, non se l’è proprio sentita di considerare Cuba una dittatura. Rumori di straccio di vesti da Bruxelles, ma senso della vergogna, zero.

A proposito, la ormai storica generosità degli abitanti di Lampedusa, che da anni accolgono i vivi e i morti che il mare sputa quasi ogni giorno, come la vogliamo considerare? Sfruttamento? Lavoro mal retribuito? Schiavitù? Alla coscienza di ognuno la risposta. So solamente che quindici anni fa scrivevo una facile profezia sul mare di gente disperata che ci avrebbe sommerso, stretta tra una morsa fatta di guerre “portatrici di democrazia” e sfruttamento atavico del loro territorio.

In questi ultimi giorni stiamo assistendo, su Cuba, alla tempesta perfetta: un grosso focolaio di Covid 19 scoppiato a Matanzas (il governo ha inviato due brigate di 60 medici per alleggerire gli ospedali quasi al collasso); la quotidianità resa sempre più difficile, quasi impossibile per la difficoltà a reperire beni di prima necessità, ma anche per via dei trasporti, diradati perché la benzina scarseggia da tempo; l’aggressività della disinformazione che parte da Miami e si ingigantisce sui social network, proteste fatte passare per «assalto al regime castrista», false notizie sull’ipotetico appoggio degli artisti più prestigiosi. La musica unisce, la musica divide, pare.

Buena Fe, insieme a un folto gruppo di artisti, ha confermato la sua posizione e appartenenza di sinistra davanti alle telecamere della televisione cubana. Il cantante, che gode della simpatia di milioni di followers dentro e fuori l’isola, ha rimarcato: «Questo Paese va difeso per convinzione. Guai a chi sbaglia e crede che tutti noi che difendiamo la Rivoluzione siamo degli stronzi. Attenzione a questo! Qui ci sono tante persone che si sono suicidate per questo Paese, la nostra stessa famiglia. Quello stesso sangue è lì. Non tradite quel sangue».

Di contro, due rapper, residenti nell’isola, Maykel Osorbo e El Funky insieme ad altri musicisti che vivono a Miami, hanno prodotto la canzone “Patria y vida” (parafrasando “Patria o muerte” di Fidel) ottenendo milioni di visualizzazioni. Alcuni di loro appartengono al Movimiento San Isidro, la cui protesta aveva fatto immediatamente il giro dei media. Il Dipartimento di Stato degli Usa aveva immediatamente supportato il Movimento sostenendo la necessità di rafforzare «la capacità dei gruppi indipendenti della società civile a Cuba di promuovere i diritti civili e politici nell’isola» e aveva condannato «la responsabilità dei funzionari cubani nelle violazioni dei diritti umani».

Una metodologia già trita e ritrita nel corso della vita politica cubana. Anayansi Castellón Jiménez, a capo del Dipartimento di Filosofia dell’Università Centrale “Marta Abreu” di Las Villas, contestualizza in una intervista a Cubadebate: «Esiste una sorta di manuale delle operazioni psicologiche delle agenzie militari e di intelligence degli Stati Uniti, lo abbiamo visto più volte in Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Ecuador, Argentina e Brasile, nell’ambito del laboratorio sperimentale permanente dell’imperialismo, che usa la stessa formula per generare i pretesti che permettono loro di attivare più sanzioni e persino di giustificare le loro avventure di guerra. Creano il problema e promettono una soluzione che porta ad una maggiore sofferenza i nostri popoli».

La disinformazione su Cuba è sempre esistita, l’arma potente usata dagli Stati Uniti, maestri nella fabbrica dell’informazione e che ora ha all’attivo i mezzi tecnologici sempre più sofisticati, dove è molto difficile verificare i limiti tra verità e finzione. Difficile, ma non impossibile, anche se in questo momento si bada più alla rapidità, alla immediatezza piuttosto che alla verifica dei contenuti.

I social media vogliono apparire neutri, grandi piattaforme “democratiche” a cui tutti possono accedere, ma in realtà sono portatori essi stessi di una determinata ideologia, quella della razza padrona. è ormai un dato di fatto cosa sta avvenendo attorno a Facebook, già responsabile dello scandalo delle fake news durante la campagna elettorale Trump-Clinton e dichiarata responsabile, secondo le Nazioni Unite, Reuters e New York Times, del genocidio dei Rohingya, in Myanmar. è una vera e propria nuova guerra, anzi, una no linear war, come l’aveva definita Vladislav Surkov, uno dei più stretti collaboratori di Putin, fatta manovrando i media tradizionali e i social network: un’azione mirata anche attraverso le fake news, tesa alla scomposizione dei conflitti.

Si sfocano volutamente i punti di riferimento e una certa narrazione di fronte alle opinioni pubbliche, ai media e ai decisori politici. Tutto si gioca su un incessante lavoro di reputazione e immagine degli altri. Cuba (ma anche altri Paesi non allineati) è inserita in questa no linear war da parecchio tempo, cambiano i mezzi, ma la tecnica è sempre la stessa. è insomma una guerra comoda: si risparmia sul costo degli armamenti e sulle vittime militari e non si rischia la condanna della opinione pubblica internazionale.

Quello che sta succedendo a Cuba, inoltre, si deve vedere in un’ottica più globale: dalle elezioni in Ecuador turbate dalle fake news intorno al candidato correista, alle irregolarità per decretare la vittoria di Luis Arce in Bolivia; stessa situazione in Perù con Pedro Castillo, la demonizzazione continuata di Nicolas Maduro, presidente venezuelano, i tentativi di impedire la candidatura di Lula in Brasile, sono il frutto marcio di una politica che gli Stati Uniti hanno sempre avuto per il loro “cortile di casa”.

Il 23 giugno scorso, l’Onu approva, quasi all’unanimità, la risoluzione per la fine dell’embargo a Cuba, che ha provocato da varie decadi, sofferenze e danni incalcolabili. Unici due contrari: Stati Uniti e Israele. Obama, nel 2016, aveva scelto l’astensione, ma con Trump prima e ora con Biden, si è ritornati al voto contrario.
Oggi stiamo assistendo a un Golia che, non contento della sua violenza usata contro chi non può e non vuole rispondere alle provocazioni, blocca le braccia a Davide per colpirlo meglio e di più.

È una situazione inaccettabile e pericolosa: oggi tocca a Cuba, domani potrebbe toccare, per interessi di ogni tipo, a qualunque Paese si discosti dal pensiero corale.
è una situazione inaccettabile per un Paese come Cuba, che è portatore di un sistema unico nel panorama politico mondiale, a cui ha aderito il suo popolo.
è una situazione così inaccettabile che mi è impossibile voltare la faccia da un’altra parte, come uomo e come giornalista.

Vorrei infine, segnalarvi l’operato dell’associazione Amicizia Italia Cuba, che da decenni aiuta questa piccola isola. In questi giorni si sta prodigando alla raccolta fondi per comprare 10milioni di siringhe per la vaccinazione del popolo cubano. Servono 800mila euro da destinarsi al ministero della Salute pubblica di Cuba. Dobbiamo aiutarli, per aiutarci a restare umani.

L’articolo originale è stato pubblicato su giannimina.it


L’articolo di Gianni Minà è stato ripubblicato su Left del 23-29 luglio 2021

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