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Primo, non licenziare

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 18 Giugno 2021 Roma (Italia) Cronaca Manifestazione dei lavoratori della Whirpool parte dalla stazione Termini e raggiunge il MISE Nella Foto : i lavoratori davanti al MISE Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse June 18 , 2021 Roma (Italy) News Whirlpool workers demonstration starts from Termini station and reaches the economic development ministry In the pic : Whirpool workers in from of Economic Development Ministry

Secondo i dati Eurostat l’Italia ha avuto nel 2020 uno dei cali più forti in Europa del monte salari, pari al 7,47%, per 39,2 miliardi. Si è scesi da 525,732 miliardi nel 2019 a 486,459 miliardi. La Francia nello stesso anno ha perso 32 miliardi, che sono però il 3,4 in meno di un monte salari ben più ampio di quello italiano. In Francia si è scesi da 930 a 898. Ancora più ridotta la perdita in Germania: “solo” 13 miliardi su oltre 1500, con un meno 0,87%. In Italia per altro la fascia dei lavoratori tra i 30 e i 49 anni è pagata meno della media. E i giovani sono stati i più espulsi dal mondo del lavoro. Dunque le minori tutele, fortemente e trasversalmente imposte in questi anni, rispetto a quelle che ancora “aiutano” i più grandi non hanno determinato più lavoro ma più espulsioni e meno salario. Facile immaginare che ora si voglia riprendere a colpire i più tutelati “usando” la transizione per ristrutturare e arrivare a sostituirli con lavoratori meno tutelati. Togliere le persone per togliere le tutele. A vedere quanti sms per licenziamenti collettivi per ristrutturazione stanno partendo, questa è ancora una volta una questione cruciale per decidere da che parte si va.

“Se posso licenziare vuol dire che comando. Se comando, posso licenziare”. Nel decalogo della «lotta di classe rovesciata» come l’ha battezzata Luciano Gallino, questo motto sta sicuramente ai primi posti. Non a caso Thatcher e Reagan iniziarono così a ristabilire l’ordine. Thatcher piegò i minatori che si ostinavano a non farsi rottamare. In ballo c’era anche allora una “transizione ecologica”, dal carbone inquinante. Ma, soprattutto, il potere sindacale che per la teorica della «società non esiste, esistono individui (e imprese)» andava smantellato. Valeva anche per i controllori di volo in sciopero licenziati da Reagan che non erano obsoleti (e di limitare gli inquinantissimi aerei non si parlava e non si parla proprio) ma non si piegavano. Per stare da noi, in Italia, i 40mila licenziati alla Fiat di inizio anni 80 servivano a ristabilire precisamente il comando e a liberarsi di troppi operai indocili.

Se veniamo ad oggi troviamo i licenziati via sms e per ragioni di ristrutturazione, il foglio di via al sindacalista che organizza picchetti e chi al picchetto ci muore. A dire che questa durezza tornata in auge con la restaurazione di 40 anni fa è poi rimasta. Naturalmente ci vogliono anche delle forme e delle “spieghe” che rendano motivabile che ci si trovi licenziati dopo la pandemia, che è ancora in corso, e la barca di soldi che va alle imprese. Eccola la “distruzione creatrice” o, meglio, la “transizione”, parola divenuta religiosa. “Tu ti devi sacrificare perché dal tuo sacrificio viene il futuro. E noi ti sacrifichiamo”. E cosa più della transizione ecologica, e digitale, vale il sacrificio? Ma è proprio così? Sbandierata come novità assoluta, la transizione ecologica in realtà riempie la “pianificazione” europea da più di un decennio. E sì, perché anche la Ue procede per piani, invece che quinquennali, decennali. Il millennio si aprì con la Strategia di Lisbona. Dal 2010 prende il via Europa 2020. Ora c’è Next generation Eu. Se si vanno a rileggere gli obiettivi molto dettagliati di Europa 2020 si trova che già allora il cuore, o meglio il core business, per stare alla “natura” della pianificazione europea che è il mercato, si trova contato alle unità di posti di lavoro “verdi” che dovevano sostituire quelli bruciati perché “vecchi”. Risultati?

Chi legge Left li conosce perché ne abbiamo scritto. In realtà i rendiconti della Ue assomigliano a quelli dei comitati centrali del vecchio socialismo reale in cui tutto torna tranne la realtà. Pure nelle carte che si pubblicano in Europa, e che Left riferisce, si documenta che nel 2018, a dieci anni dalla crisi finanziaria che ha visto la Ue spendere migliaia di miliardi di euro per salvare banche indebitando gli Stati e poi colpendoli con l’austerità, e a otto dal progetto Europa 2020, la condizione del lavoro in Europa era peggiorata da tutti i punti di vista. Solo la Germania aveva recuperato le ore lavorate prima della crisi ma con lavoro più precario. L’Italia restava sotto di miliardi di ore con un aumento massiccio dei contratti a termine ed una esasperazione di tutte le distorsioni del lavoro. Bassissimo tasso di occupazione. Discriminazione verso donne, giovani e Sud. Lavoro precario e nero insieme. Lavoro pubblico sotto la media europea e percentualmente la metà di quello svedese, con occupati anziani e mal pagati. Altissima percentuale di scoraggiati che non lavorano, non studiano e non cercano un’occupazione. Ma il quadro europeo è tutto negativo. Le disuguaglianze tra Paesi, aree, generazioni, sessi sono cresciute. Il salario medio va dagli oltre 4mila euro della Danimarca a poco più di 400 euro della Bulgaria, alla faccia della armonizzazione.

Qualcuno si degna di spiegare perché? Eppure sarebbe indispensabile prima di fare il bis con Next generation, riempiendo le casse di multinazionali che già hanno fatto profitti enormi facendoci convivere con la pandemia (Big pharma, imprese high tech) e lasciandole libere di licenziare per continuare a ristrutturarsi.
Le spiegazioni arrivano sotto forma di bollettini di vittoria del comitato centrale, pardon della Commissione europea che dice che nuovi passi avanti sono stati fatti verso la società più innovativa, competitiva, ecologica ecc. Questo è il mantra che comincia da Maastricht. Scrivere, come dicevano Thatcher e Reagan, che esistono solo individui e imprese era troppo viste le Costituzioni europee fondate sul lavoro. Ecco che viene fuori la “economia sociale di mercato” per essere i più competitivi ecc. Solo che il sociale è puramente di servizio al vero soggetto che è il mercato e ai suoi interpreti che sono le imprese. A completare il catechismo neoliberale di Maastricht il commercio e la finanza. Basta vedere come la Ue si è comportata a proposito dei vaccini, ossequiando brevetti e borsa, per vedere a che punto si è arrivati.

Al punto che l’impresa comanda, profitta e licenzia, il lavoro obbedisce.
In realtà si sono rovesciate le fondamenta della Europa sociale che veniva dal disastro delle guerre mondiali. Cioè l’idea della piena occupazione come diritto e premessa e non come ipotetica risultante delle magnifiche sorti e progressive del mercato. Che non ci sono. La piena occupazione era il punto di contatto anche con il socialismo. Poi quello reale l’ha affidata al produttivismo burocratico. Ma l’attuale Europa reale l’ha abbandonata consegnando al mercato il dominio sulla impiegabilità delle persone. Con gli esiti nefasti che viviamo.

Allora, che fare? La lotta contro la “libertà” di licenziare è oggi quella che decide veramente il segno della Next generation della Europa. E può vincere se ripropone il punto fondante della modernità e cioè il lavoro come diritto, libero e per tutti. La piena occupazione come premessa e condizione di una buona società. Così andrebbe scritto un vero Next generation per un futuro diverso: “Nessuno deve essere licenziato e a tutti va garantito il lavoro”. Sono talmente tante le cose che servono, come ha mostrato la pandemia, che un tale proposito è la cosa più concreta da fare.

Peggio come previsto /3

La discussione sul ddl Zan continua, anche se l’attenzione che ci sta intorno sembra un po’ calata perché sostanzialmente della legge (così come di tutto il resto) interessa parlarne solo quando serve a macinare un po’ di propaganda.

La giornata di ieri è stata significativa perché ha svelato per l’ennesima volta le reali intenzioni, i modi e gli interessi dei partiti in campo. Vale la pena farne un riassunto.

Partiamo dalle dichiarazioni: Renzi dice che in Senato “non ci sono i voti” continuando a dimenticare che i voti che mancano sono i suoi e l’altro Matteo (Salvini) annuncia di incontrare «alcune realtà del mondo gay» (probabilmente citofonando a qualcuno indicato da qualche suo elettore) augurandosi una giornata che metta «la parola fine allo scontro, con il dialogo». Dice Salvini: «Il dialogo è doveroso, lo chiede il Santo Padre, lo chiedono gli italiani».

Com’è andato il “dialogo” di Salvini? La Lega ha presentato 672 emendamenti, oltre a una ventina del presidente del Senato Calderoli (eh sì, Calderoli alla presidenza del Senato, ve lo eravate dimenticato siamo messi così). Ha perfettamente ragione Monica Cirinnà quando dice: «672 emendamenti solo dalla Lega . Concordati con Orbán? Ecco il dialogo auspicato da alcuni. Non abbiamo mai avuto dubbi. Condizioni politiche per mediazioni non ci sono mai state. Basta con la tattica. Basta insulti alla dignità delle persone. Ddl Zan subito e senza modifiche». Il dialogo è solo fuffa politica buttata lì per affossare tutto. Ora dovrebbe essere chiaro. 

Italia Viva aveva promesso di non presentare emendamenti e invece ne presenta quattro: due sono sottoscritti dal senatore Giuseppe Cucca insieme al capogruppo di Iv, Davide Faraone e altri due firmati da Cucca insieme al socialista Riccardo Nencini. Sempre a proposito di coerenza e di promesse labili.

In totale gli emendamenti superano quota mille per un testo di legge composto da nove articoli. Capite di cosa stiamo parlando?

Poi c’è la solita retorica. Totaro di Fratelli d’Italia dice «gli omosessuali sono specchietto per allodole da utilizzare per raggiungere determinati ambienti anche estremisti a cui si strizza l’occhio» facendo anche un po’ di revisionismo storico («Noi non accettiamo lezioni da Enrico Letta, da tutto quel mondo che rappresenta della sinistra perché abbiamo vissuto sulla nostra pelle la discriminazione dei vostri padri politici che discriminavano chi non la pensava come loro»).

Secondo il meloniano Iannone, il ddl Zan «vuole introdurre il gender in tutte le scuole di ogni ordine e grado». Aimi di Forza Italia ci illumina dicendo che «l’educazione appartiene al papà e alla mamma non deve entrare a scuola». La senatrice leghista Faggi (che ancora non ha imparato a coprirsi il naso con la mascherina) ci illumina dicendo: «Io ho fatto il sindaco venivo chiamata sindaca e dicevo no, sindaco perché non è un ruolo di genere ma di testa, di cuore» raccontandoci di avere «cresciuto una figlia da sola perché un uomo, mio marito mi ha lasciato dopo averla concepita. E sono riuscita da sola con il mio sesso, da donna» (sì, lo so, vi state chiedendo cosa c’entri con il ddl Zan: niente). Sul tavolo delle banalità e delle sciocchezze politiche si siede ovviamente di gran lena Daniela Santanchè che mette insieme tutte le banalità della destra: «Il ddl Zan serve a introdurre di fatto nel nostro ordinamento giuridico una fattispecie di reato cioè di opinione. Questa legge la vuole chi è schiavo del politicamente corretto. Il pensiero unico».

Ma l’apice lo raggiunge il leghista Borghi (che mica per niente è diventato noto per le sconclusionate cretinate che gli hanno fatto meritare qualche ritaglio di giornale) che twitta: «Terzo giornalista che chiama per sapere se sono vaccinato. Finora sono stato gentile, al prossimo parte il vaffanculo e la cancellazione dalla lista dei contatti. Perché questi eroi la prossima volta che intervistano un Lgbt non gli chiedono se è sieropositivo e se fa profilassi?”. Che l’Hiv fosse “la peste gay” e che le persone sieropositive siano da evidenziare con la linea viola intorno (ve la ricordate quella orrenda pubblicità?) era un’idea decaduta già negli anni 90. L’assonanza Lgbt=Hiv è qualcosa di bestiale da qualche decina d’anni ma Borghi, da buon leghista, riesce sempre a essere fuori dal tempo. Questi sono quelli con cui si dovrebbe mediare. Ognuno tiri le proprie conclusioni.

Buon mercoledì.

 

Le dittature che dovremmo temere

Siamo in un tempo in cui molti scorgono una dittatura al giorno. Funziona così, purtroppo: a furia di coltivare consenso facendo leva su un presunto pericolo ci si è ritrovati ad avere bisogno di un pericolo al giorno, che sia un pericolo basico, qualcosa che si possa spiegare in poche righe o che possa essere contenuto nei pochi caratteri dei social, qualcosa che accenda indignazione ma che non richieda particolare coraggio alle forze politiche. Ne è venuto fuori un mondo che appare ogni giorno sotto attacco come se finisse il mondo ma poi le vite di tutti scorrono tranquillamente fino al giorno successivo, nulla cambia, si rimane in attesa soltanto del prossimo pericolo.

Ieri su Twitter spopolava l’hashtag #vienegiututto, per dire, a proposito dei vaccini. Poi c’è la dittatura sanitaria, l’immancabile straniero che contagia e che delinque, il politicamente corretto che vi brucerà tutti i dvd che avete in casa, il gender che vi insozzerà i figli, le tasse che vi ritrovereste a pagare nel caso diventiate ricchissimi e via così.

In tutto questo frastuono è uscita una notizia che è passata sotto traccia, una di quelle che invece richiederebbe alla politica competenza e capacità di diplomazia, un fatto su cui sarebbe stato utile e sano sentire i pareri della nostra classe dirigente, assistere alla costruzione di possibili soluzioni e contribuire al racconto di ciò che accade: secondo un’indagine che ha riguardato 50.000 utenze telefoniche divenute pubbliche e oggetto di potenziale sorveglianza – tra cui quelle di capi di stato, attivisti, giornalisti e i familiari di Jamal Khashoggi -, lo spyware “Pegasus” dell’azienda israeliana NSO Group è usato per facilitare violazioni dei diritti umani a livello globale e su scala massiccia. Lo racconta “Pegasus Project”: un progetto nato dalla collaborazione tra oltre 80 giornalisti di 17 mezzi d’informazione di 10 paesi, sotto il coordinamento di Forbidden Stories, un organismo senza scopo di lucro che ha sede a Parigi, con l’assistenza tecnica di Amnesty International, che ha analizzato i telefoni cellulari per identificare le tracce dello spyware. Si è dovuto attendere l’inchiesta pubblicata su 16 testate tra cui Le Monde, The Guardian, The Washington Post e Süddeutsche Zeitung per provocare una reazione vera.

Da una parte c’è la difesa poco credibile dell’azienda israeliana che si proclama innocente: «Vendiamo i nostri prodotti solo a governi riconosciuti, con un processo che abbiamo descritto in piena trasparenza» ha scritto in un comunicato, ripetendo la versione ben nota che «la nostra tecnologia previene atti di terrorismo, pedofilia, traffico di stupefacenti e aiuta nella ricerca di persone scomparse. La nostra società salva vite umane». In pratica sarebbe addirittura un ente benefico, colpa nostra che ci permettiamo di parlarne.

Durante l’indagine, nonostante i costanti dinieghi della NSO Group, sono emerse prove secondo le quali la famiglia del giornalista saudita Jamal Khashoggi è stata presa di mira dallo spyware Pegasus prima e dopo la morte di quest’ultimo, il 2 ottobre 2018, a Istanbul ad opera di agenti dello stato saudita. Il Security Lab di Amnesty International ha verificato che lo spyware Pegasus si era installato sul telefono di Hatice Cengiz, la fidanzata di Khashoggi, quattro giorni prima del suo assassinio. Erano stati sorvegliati anche la moglie di Khashoggi, Hanan Elatr, tra settembre 2017 e aprile 2018, il figlio Adallah e altri familiari in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti.

L’indagine ha finora individuato almeno 180 giornalisti in 20 stati – tra cui Azerbaigian, India, Marocco e Ungheria, dove la repressione contro il giornalismo indipendente è in aumento – potenziali bersagli dello spyware della NSO Group tra il 2016 e giugno 2021.

L’indagine evidenzia i pericoli globali causati dalla sorveglianza illegale: in Messico, il telefono del giornalista Cecilio Pineda era stato infettato dallo spyware Pegasus poche settimane prima del suo omicidio. Il “Pegasus Project” ha individuato almeno 25 giornalisti messicani presi di mira in poco più di due anni. La NSO Group ha dichiarato che, anche se il telefono di Pineda fosse stato infettato, le informazioni raccolte dallo spyware non avrebbero potuto contribuire alla sua morte; in Azerbaigian, uno stato dove riescono ancora a operare ben pochi organi d’informazione indipendenti, sono stati spiati oltre 40 giornalisti. Il Security Lab di Amnesty International ha verificato che il telefono di Sevinc Vaqifqizi, una freelance della tv indipendente Meydan, è stato infettato per due anni fino al maggio 2021; in India, almeno 40 giornalisti di praticamente tutti i principali mezzi d’informazione sono stati spiati tra il 2017 e il 2021. I telefoni di Siddharth Varadarajan e MK Venu, cofondatori dell’organo d’informazione indipendente The Wire, sono stati spiati anche nel giugno 2021; sono stati scelti come potenziali bersagli dello spyware Pegasus giornalisti di grandi testate internazionali, come Associated Press, CNN, The New York Times e Reuters. Tra i giornalisti di più alto livello figura Roula Khalaf, direttrice del Financial Times.

I fatti parlano chiaro. Pegasus quando s’installa subdolamente sul telefono della vittima consente di accedere ai messaggi, ai contenuti media, alle mail, al microfono, alla telecamera, alle chiamate e ai contatti. L’ideale contro gli oppositori e gli attivisti dei diritti umani.

Mi pare un rischio così ampio, così verificato, che interessa così tanto la politica e i diritti umani che forse meriterebbe un’attenzione generale. Perché altrimenti accade sempre la stessa cosa: siamo circondati da pericoli immaginari e intanto ci perdiamo quelli reali che riescono a non farsi notare. Che poi è proprio la strategia dei poteri che vogliono confondere per poter continuare ad agire illecitamente. Pensa che mondo sarebbe se ce ne accorgessimo per tempo.

Buon martedì.

Carlo, Federico e Stefano, uccisi dallo Stato

19-22 luglio 2001. Genova. Una mobilitazione internazionale per l’umanità e la Terra trasformata in tragedia. La scuola Diaz, la caserma di Bolzaneto e, soprattutto, Carlo Giuliani.

Una giovane vita distrutta e il corpo di un ragazzo violentato. La verità su quanto accaduto si saprà grazie alle inchieste dal basso e, tanto tempo dopo, all’opera di un magistrato vero, un Pm come si deve: Enrico Zucca. Ma verità e giustizia non coincideranno a causa di un sistema malato. Carlo Giuliani non avrà né l’una, né l’altra. L’opinione pubblica è importante, sempre. Fa la differenza nel restituire o calpestare la dignità già rubata alle vittime insieme al loro sangue. Assassina è stata, in tal senso, la narrazione di quegli eventi fatta dai media dominanti. Le vittime della Diaz e di Bolzaneto sono state associate, in Tv, alle devastazioni perpetrate dai black bloc. Un’associazione che ha avuto, come punto di caduta narrativo, la…


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La strategia della mattanza

Con lucida e cinica consapevolezza, vent’anni fa, prima a Napoli e, poi, a Genova, il potere decise di sospendere la democrazia. Fu uno spartiacque storico nella storia post bellica della democrazia costituzionale e dello Stato di diritto che, nel Paese di Beccaria e Calamandrei, ha sempre considerato l’habeas corpus del praetor romano il fondamento primo: il potere statuale, che ha il monopolio della violenza, regolamentato da Costituzione e leggi, ha il dovere di tutelare il corpo delle persone che detiene nelle proprie mani. La mattanza della scuola Diaz, le torture di Bolzaneto disvelano la violenza criminale del rapporto tra potere e cittadini. Come fu la strage di Stato di Milano del 12 dicembre 1969. Stragi di Stato, depistaggi di Stato, consapevolezza di immunità ed impunità: cellule fasciste organizzate dal potere politico all’interno dello Stato.

Ma perché quella mattanza? Perché il movimento non era solo una relazione tra politica e società, ma precisamente un’altra idea della politica. Si apriva un ciclo nuovo della soggettività delle lotte: l’ultimo grande ciclo internazionalista di lotta di massa. Erano lotte per la liberazione articolate, coinvolgenti, creative. Il movimento New global metteva in crisi anche il modello “sviluppista” della socialdemocrazia. Si qualificava per una ricerca sul campo sull’idea di “altersviluppo”, di sviluppo alternativo.

Come scrisse Michael Hardt: «Il…

 

* Un’immagine tratta da un video delle violenze subite da alcuni detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, pubblicato dal quotidiano Domani a fine giugno


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Gli eroi senza coraggio

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 14-12-2020 Roma Politica Il centrodestra presenta gli emendamenti alla legge di Bilancio Nella foto Matteo Salvini, Giorgia Meloni Photo Roberto Monaldo / LaPresse 14-12-2020 Rome (Italy) The center-right coalition presents amendments to the budget law In the pic Matteo Salvini, Giorgia Meloni

Non è difficile essere Matteo Salvini o Giorgia Meloni, basta intestarsi al meglio tutte le battaglie fuori dal governo senza però mai spendersi per proporre delle soluzioni. Facile facile. Piuttosto irresponsabile, certo ma in termini di voti funziona eccome.

C’è una parte del Paese che, seguendo la scienza, è convinta che la campagna vaccinale sia la più veloce e possibile soluzione per uscire dal virus. Per chi non se ne fosse accorto è anche la posizione del governo Draghi che, fin dall’inizio, ha parlato di «rischio ragionato» (e quanto sia stato ragionato ce lo diranno le prossime settimane) senza mai prescindere dalla campagna vaccinale.

Dall’altra parte ci sono quelli che, spesso appellandosi a tesi piuttosto squinternate, credono che il vaccino non possa essere l’elemento imprescindibile per uscire dalla pandemia e rivendicano la libertà di scelta.

Poi c’è una terza parte che invece non vale la pena nemmeno prendere sul serio che ipotizza 5G, complotti internazionali e altre cretinerie varie.

I secondi e i terzi di questo terzetto nazionale sono elettori in gran parte di Salvini e Meloni, sono quelli che hanno additato Speranza come artefice di tutti i mali e che rivendicano la libertà di ammalarsi e sostanzialmente di rimando anche il diritto di fare ammalare gli altri.

Salvini e Meloni, con ben poco coraggio, navigano nelle acque dei dubbiosi e dei contrari senza nemmeno la dignità di prendersene la responsabilità, come succede spesso su diversi argomenti. Ieri il capogruppo Francesco Lollobrigida, capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia (nonché cognato di Giorgia Meloni, sempre a proposito di merito e di familismo) in una mostruosa intervista a Repubblica dice: «Sì, mi sono vaccinato, con Johnson, dopo avere preso il Covid. Ma non consiglierei a nessuno sotto i 40 anni di farlo, perché la letalità è inesistente», dimostrando di non avere capito nulla della funzione dei vaccini per impedire l’eccessiva circolazione del virus e il comparire di altre varianti.

Salvini è sulla stessa scia. Ha detto ieri: «Mi rifiuto di vedere qualcuno che insegue mio figlio che ha 18 anni con un tampone o con una siringa. Prudenti sì, terrorizzati no». Eppure sono proprio i più giovani quelli da mettere in sicurezza.

A proposito: Giorgia Meloni un mese fa ha detto di avere prenotato il vaccino ma poi non si hanno più avuto notizie. Matteo Salvini invece non è riuscito per mesi a prenotare la vaccinazione (ma guarda un po’) e ora ci avvisa che la farà ad agosto. Però, dice Salvini, niente foto sui social. Avete letto bene: l’uomo che fotografa tutto quello che mangia, ci dice che non fotograferà il vaccino.

Ora sorge spontanea una domanda: se Salvini e Meloni sono contrari alle chiusure, sono contrari al Green pass, sono contrari ai vaccini, esattamente come pensano di poter uscire dalla pandemia? È una domanda semplice semplice. Credono che non ci sia nessuna pandemia? Perfetto, con coraggio ce lo dicano. Siamo qui ad aspettare con il taccuino aperto.

Buon lunedì.

I suoni di una generazione piena di sogni

Genova 2001 non è finita. Da vent’anni è incompiuta. Incompiuti i desideri che vi trovarono spazio. Da vent’anni vediamo Genova infinita – ripetuta, seriale. Nelle sue immagini iterate. Nell’eco della violenza. Nel riaffermarsi, ogni volta che se ne parla, di un gioco di simboli, di ruoli. Di potere – dominio.

Di solito venti anni sono abbastanza per prendere misure, guadagnare distanze. Per vedere meglio. Nel 2001 il 1981 sembrava davvero lontano. Oggi il 2001 appare passato prossimo. Sembra quasi che il tempo in mezzo non sia stato pieno. Che non sia stato lavorato insieme. Eppure è stato un tempo di vita: molte hanno disegnato progetti, viaggiato, migrato, molti hanno condiviso il precariato, alcune hanno fatto figli. Dov’è finita la materia cruda e politica del tempo di mezzo, che pure c’è stato?

Dovremmo chiederci il perché di questa impressione di quasi-vuoto, di eventi diradati, di cesure collettive quasi nulle dopo Genova. E di strana continuità. Non solo quella ovvia di noi come persone che da quell’esperienza sono state plasmate, ma continuità politica, che ricorre a quella memoria come spiegazione di ciò che è accaduto dopo. Eppure una gigantesca violenza di Stato perpetrata per giorni non spiega da sola i venti anni successivi. Non basta a dire perché gli stessi schemi mediatici scattano a ogni segnale di conflittualità sociale. Non determina il mancato coordinarsi di lotte, di persone nei decenni. Non la deriva del Paese in mille destre né la scomparsa della sinistra politica.

Eppure quei giorni sono collosi. Restano attaccati. Non ricordo mai nulla, ma ricordo a perfezione dov’ero la mattina del 20 luglio, dove alle 17.26, dove il pomeriggio del sabato e poi la sera. E i giorni successivi, le manifestazioni, i dibattiti, poi chino sui giornali di carta tutta l’estate fino a settembre e al suo undici che ha inghiottito quasi tutto.

Tutta l’estate dopo Genova, per settimane, nelle discussioni e negli articoli da più parti si usò la vecchia storia degli infiltrati come chiave di lettura dell’episodio che avrebbe estromesso un’intera generazione dalla politica. Poliziotti vestiti di nero come spiegazione finale della violenza perpetrata: reazione ad azione studiata a tavolino. Si rispolverò per mesi la… [L’articolo prosegue su Left del 16-22 luglio 2021]

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Happy Diaz a Genova e Roma
Massimo Palma presenterà i suoi libri Happy Diaz – nella foto in alto – e Movimento e stasi (Industria & Letteratura) a Roma, Casetta Rossa il 20 luglio (ore 18) e il 21 (17.30) a Genova, per Music for peace. Palma è scrittore, traduttore e ricercatore. Ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil, Alexandre Kojève. Come narratore ha pubblicato Berlino Zoo Station (Cooper, 2012) e Nico e le maree (Castelvecchi, 2019). Happy Diaz. Sette giorni di gioia e divisione a Genova 2001, è uscito in una nuova edizione firmata da Castelvecchi e Left. Nel libro ci sono tredici ritratti di Tuono Pettinato, il fumettista e disegnatore scomparso il 14 giugno scorso. Il volume è acquistabile sul sito


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Vita da perseguitati, la storia dei bambini Jenisch

«Si parla di memoria solo perché non esiste più» afferma lo storico francese Pierre Nora nel suo celebre saggio Les Lieux de mémoire, evidenziando il rischio che paradossalmente si corre nell’ufficializzare e istituzionalizzare gli eventi del passato: l’atrofizzazione della storia, l’impossibilità di mantenere un legame con il presente e di parlare alle nuove generazioni. Ma nel caso della Svizzera è forse piuttosto il tentativo di non perdere gli ultimi brandelli di un’eredità scomoda che ha portato alla richiesta di un memoriale ufficiale per le vittime del nazifascismo per merito di una mozione adottata dal Consiglio degli Stati – la Camera dei Cantoni – lo scorso 8 giugno. «Il memoriale avrà lo scopo di mantenere viva la memoria e di aumentare la consapevolezza dell’importanza della democrazia e dello Stato di diritto, soprattutto tra i giovani» recita il testo depositato.

La proposta, sostenuta dal senatore del Partito socialista Daniel Jositsch, è figlia di una petizione del 25 maggio inviata al Consiglio federale da parte di 150 personalità e 30 organizzazioni, ed è il segno che, dopo lunghi anni di silenzio e omissioni, la consapevolezza storica del Paese sta cambiando segno di marcia. A partire dalla fine degli anni Novanta la convinzione di una sostanziale neutralità e, anzi, di una “certa protezione” destinata a chi nella Seconda guerra mondiale fuggiva dal pericolo, è iniziata a crollare. Sia per una sorta di adeguamento alle politiche internazionali sulla memoria, sia per le scoperte ad opera di ricerche storiche più approfondite che, invece, denunciavano un profilo incerto – tra accoglienze e respingimenti – rispetto alle minoranze perseguitate. Ebrei, omosessuali, esponenti politici e membri della resistenza, rom e sinti.

La Svizzera comincia, dunque, a fare i conti con un passato che ha a lungo riposto in soffitta, ma a ben vedere i bauli contengono ancora molti scheletri: tra questi il progetto eugenetico nei confronti dei cosiddetti “Kinder der Landstrasse”, “I bambini della strada”.
Dal 1926 al 1972 la Svizzera, attraverso la fondazione Pro Juventute ancora attiva ai giorni nostri, ha infatti appoggiato una campagna che a scopo benefico si impegnava formalmente a rieducare i minori delle famiglie jenisch – la terza maggiore popolazione nomade europea -, ma che di fatto ha significato persecuzione e repressione.

«Si è trattato di sottrarre i bambini della popolazione jenisch con la convinzione che fosse necessario rieducarli, in quanto asociali e nomadi, con sistemi molto violenti – spiega Luca Bravi, ricercatore presso l’Università di Firenze – perché spesso venivano portati via di notte e gli veniva cambiato nome e cognome per renderli irrintracciabili». Allo scopo di combattere il presunto carattere nomade del gruppo, i bambini venivano così consegnati a…


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Appello ai giornalisti: entriamo tutti nei Cpr

Negli ultimi tempi varie Prefetture hanno negato a diversi giornalisti la possibilità di entrare in visita nei Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio); questi dinieghi hanno anche interessato il redattore milanese di Pressenza Andrea de Lotto, ma si tratta di un dettaglio.

La verità è che, senza motivazioni di alcun genere, si impedisce ai giornalisti di fare il loro mestiere, che è quello di raccontare tutti gli aspetti della vita sociale. E dunque anche quell’aspetto chiamato “immigrazione”, che genera così tanti conflitti e così tanti morti, oltre a violazioni palesi dei diritti umani, sofferenza, illegalità e ingiustizia.

Invitiamo i colleghi giornalisti di tutte le testate a chiedere di entrare nel Cpr più vicino a casa loro – che sia a Milano, Torino, Gradisca di Isonzo (Gorizia), Roma, Brindisi, Bari, Caltanissetta, Macomer (Nuoro), Trapani e Palazzo San Gervasio (Potenza) – per constatare se i diritti umani vengono rispettati, le leggi applicate, le persone trattate con quella dignità a cui ha diritto ogni essere umano, semplicemente per il fatto di vivere.

Chi aderisce alla campagna dovrebbe comunicarlo alla mail [email protected] e fare al più presto richiesta all’Ufficio di Gabinetto della Prefettura di competenza per entrare nel Cpr che ritiene più idoneo il 15 settembre.

Prime adesioni (associazioni e giornalisti):

Daniele Barbieri – La Bottega del Barbieri
Alessandro Graziadei – Unimondo
Alessandra Montesanto – Associazione per i diritti umani
Stefano Galieni – Left
Patrizia Cecconi – Oltre il mare
Stefano Corradino – Articolo 21
Rete Antirazzista di Firenze
Roberta Ferruti – Rete dei Comuni Solidali
Gianluca Carmosino – Comune-info
Stephen Ogongo – Cara Italia
La Città invisibile, perunaltracittà – Firenze
Rodrigo Andrea Rivas, giornalista in pensione
Maria Teresa Messidoro – Associazione Lisangà culture in movimento, Val Susa
Anna Mieli – Cospe
Checchino Antonini – Popoff
Yasmine Accardo – LasciateCIEntrare
Giansandro Merli – Il Manifesto

Per approfondire:

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Le pasionarie della Comune

All’alba del 18 marzo 1871 dal quartiere proletario di Belleville a Montmartre, interponendosi tra i parigini in armi della Guardia nazionale e le truppe del governo Thiers mandate a impadronirsi dei cannoni, le donne impedirono con i loro corpi lo scontro frontale. Come Pentesilea e le Amazzoni nell’antico mito, le donne sfidavano le regole della società borghese, innescando la sovversione. Nasceva la Comune, un evento storico assolutamente originale, sulle cui implicazioni è ancora utile riflettere. È questo l’invito dell’avvincente libro di Federica Castelli Comunarde. Storie di donne sulle barricate (Armillaria), che intrecciando in tutta scioltezza filosofia, storia, attualità e riflessioni personali restituisce, al di là della vulgata, corpo e sangue ad un’esperienza con la quale rivoluzionari come Marx e Lenin dovettero comunque fare i conti.
L’evento fu unico per la coralità della rivolta spontanea e la feroce violenza con cui dopo 72 giorni fu stroncato nel sangue, ma soprattutto per la rilevanza del contributo delle donne, a dispetto della diffidenza da parte degli stessi compagni di lotta e delle deformazioni della storiografia successiva.

Fu rivoluzione o rivolta? L’autrice ci invita a riflettere, sottolineando che nella Comune per la prima volta la centralità politica non fu prerogativa del cittadino lavoratore, come nel 1848, ma nasceva dall’azione comune. Federativa, repubblicana e universale, la Comune rifiutava innanzitutto l’idea di Stato con la relativa macchina burocratica. E metteva al centro la libertà di ogni uomo e, inaudito, di ogni donna. Per il rifiuto delle diseguaglianze, per la volontà di autodeterminazione e di emancipazione, le comunarde furono femministe ante litteram. Avevano imparato dalla Rivoluzione del 1789 che la lotta di classe non risolve la questione del rapporto tra i sessi, e che la conquista dei diritti non è né sufficiente né irreversibile.

Il movimento, nato senza un’ideologia uniformante e dunque senza una gerarchia militarizzata, lasciava spazio ai peggiori luoghi comuni sulla femminilità, che imperversavano nella stampa parigina tra satira e feroci caricature.
Tra la demonizzazione, che vedeva ovunque fanatiche incendiarie, e la speculare idealizzazione, che le voleva vergini come la Madonna e Giovanna d’Arco, fu cancellata la novità storica della…

(Illustrazione di Vittorio Giacopini)


L’articolo prosegue su Left del 16-22 luglio 2021

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