Home Blog Pagina 407

Più forti dei pregiudizi

TO GO WITH AFP STORY BY LAURE BRUMONT Roma children play in front of their caravan on September 1, 2011 at the Solidarity-based Lodging Area (Espace Solidaire d'Hébergement in French) opened in the Belle de Mai district, in the French southern city of Marseille, on associations' initiative such as Fondation Abbé Pierre, to facilitate their employment and the schooling of their children, after living for years in squats. Within these ten Romanian families, some of their children will start a new school year next Monday. AFP PHOTO / ANNE-CHRISTINE POUJOULAT (Photo by Anne-Christine POUJOULAT / AFP) (Photo by ANNE-CHRISTINE POUJOULAT/AFP via Getty Images)

La storia della popolazione romaní costituita da rom/roma, sinti, calé/kale, manouches e romanichals è sempre stata scritta dai non-rom, ossia dagli “altri”, con il difetto di essersi interessati in particolar modo ai soggetti emarginati e quasi mai a quelli integrati, onesti e produttivi. Una visuale molto parziale e spesso di parte. Questo ha prodotto uno strabismo che condiziona ancora oggi l’opinione pubblica e genera o rafforza stereotipi funzionali. Le società europee hanno preferito perseguitare le comunità romanès più che integrarle o interagire con loro. Spesso il razzismo ha avuto carattere istituzionale. Si è imposto un gioco di potere da cui la popolazione romaní non si è mai realmente liberata. E chi detiene il potere fa l’uso che vuole della minoranza etnica soggiogata e la rappresenta come meglio conviene. Nulla accade casualmente e tutto segue la logica funzionale al gioco politico. Del mondo romanó l’opinione pubblica ancora oggi ha un’idea parziale. Spetta ai membri delle comunità romanès fornire la parte che manca. Quest’opera va in tale direzione. È un dovere, ma anche un diritto, che spesso viene negato. Difatti, non sempre i romanès sono gli interlocutori; anzi, spesso sono il motivo di discussione.

La diffusa disinformazione sul mondo romanó rientra in una precisa strategia amministrativa. Le comunità romanès sono fortemente controllate dalle istituzioni per mezzo di associazioni di riferimento che esercitano un controllo sociale attraverso un assistenzialismo becero. Anche da qui nascono i numerosi e diffusi stereotipi negativi. Le società europee, in ogni epoca dal Rinascimento a oggi, hanno attuato politiche persecutorie precedute da propagande romfobiche.

Anche nell’attualità si compiono politiche discriminatorie e non si fa nulla per valorizzare una grande ricchezza linguistica, artistica e culturale che è patrimonio dell’umanità. Quasi tutti i progetti promossi in nome e per conto delle comunità romanès hanno carattere sociale. Alla cultura si destina pochissimo, quasi nulla. Anche per questo i diversi gruppi che formano la popolazione romaní sono percepiti dall’opinione pubblica come un “grande problema sociale”. In realtà con una seria e oculata politica di inclusione, coinvolgendo le stesse comunità e chi ha le giuste competenze, il fenomeno sarebbe assorbito facilmente. Non mancano le risorse ma la volontà politica di risolvere le difficoltà che quotidianamente diventano sempre più complesse e insormontabili.

Come si possono risolvere i problemi se chi li affronta ha tutto l’interesse economico e politico che esistano e che tutto rimanga uguale? È come mettere la pecorella in bocca al lupo. Chi si occupa per “mestiere” delle comunità romanès, attraverso progetti finanziati da enti pubblici locali o internazionali e da società o fondazioni, non ha alcun interesse dunque a cambiare la situazione. Sono sempre i non-rom e i sedicenti “rappresentanti” o “esperti” ad…


L’articolo prosegue su Left del 16-22 luglio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Anche un libro può cambiare la vita di un rifugiato

C’è una biblioteca ad Atene che non è come le altre. Ha quattro ruote, copre tutta la penisola dell’Attica e al suo interno non si trovano manuali universitari. Si chiama Echo (Education community hope opportunity) e ogni giorno da cinque anni consegna libri ai rifugiati che vivono nei campi profughi della Grecia. Ferma durante l’ultimo anno a causa della pandemia, la biblioteca ha ripreso le sue attività da alcune settimane; quindi ho colto l’occasione per fare un paio di domande a Giulio D’Errico, uno dei responsabili del progetto, per saperne un po’ di più e avere qualche aggiornamento sulle condizioni di vita nei campi.

Com’è nata Echo?
Il progetto è stato avviato nel 2016 a Salonicco da un gruppo di volontari internazionali, per spostarsi poi ad Atene nel 2017. Qui il progetto si è espanso notevolmente: dalla capitale fino all’intera Attica. In questo modo è stato possibile raggiungere le persone meno integrate nella società, cioè chi vive nei campi, sostanzialmente. In una settimana visitiamo 10 campi diversi, da Corinto (a nord-ovest di Atene) fino a Capo Sunio (la punta in fondo all’Attica). Così almeno è stato fino all’inizio del lockdown, ora stiamo cercando di adeguarci alle misure che di volta in volta vengono predisposte dal governo. In questi cinque anni abbiamo sviluppato un catalogo il più possibile mirato alle comunità con cui collaboriamo: abbiamo libri in lingua farsi, araba, urdu, turca, curda, pashtu, bengali; ma anche testi in inglese, greco, francese e tedesco.

Come ricevete tutti questi libri?
Principalmente tramite donazioni; oppure, quando riusciamo a ottenere dei fondi specifici per i libri, li ordiniamo. A volte sfruttiamo anche i viaggi: se sappiamo che qualcuno deve andare in un determinato Paese, cerchiamo di farlo tornare indietro con la valigia piena. Diciamo che non ci limitiamo a distribuire saggi e romanzi, ma cerchiamo di costruire una sorta di ponte di comunità. Negli ultimi cinque anni, da quando sono arrivato in Grecia – anche se allora sembrava impossibile da dire -, i campi sono peggiorati, sempre più emarginati e separati dal resto della società; quindi, quello che cerchiamo di fare, è portare un po’ di “città”nei campi. A seconda delle richieste poi, teniamo delle lezioni informali di inglese e di greco, così da favorire l’integrazione linguistica; abbiamo anche una sessione per i bimbi.

Questo progetto, molto originale, viene accolto bene dai migranti?
Altroché! Uno dei momenti più belli è quando vediamo che settimana dopo settimana c’è gente che aspetta la biblioteca perché ha finito il libro e ne vuole subito cominciare un altro. Diversi rifugiati hanno già letto tutto quello che abbiamo! Il fatto di mantenere un contatto con la propria lingua d’origine è…


L’articolo prosegue su Left del 16-22 luglio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Sulla lista nera dei talebani

Afghans refugees have just arrived, extremely tired, in the area of the bus station in the city of Tatvan, some kilometers beyound the city of Van, Turkey, after walking down from the mountains, and directed towards Istanbul

Ogni giorno il copione si ripete. Sono centinaia i rifugiati provenienti dall’Afghanistan che raggiungono a piedi la città di Tatvan, situata ai piedi del lago di Van, nella zona del Kurdistan turco. Sono quasi tutti ragazzi, molti di loro minorenni, in fuga da un Paese martoriato da un conflitto senza fine. Viaggiano con zaini leggeri, con pochissime cose al loro interno. Farhod, 16 anni, mi mostra al cellulare il luogo dove si è svegliato all’alba. Nel video sorride, insieme ai suoi compagni di ventura, su una zona montuosa dove sono accampate un centinaio di persone, che si disperderanno poi in piccoli gruppi. Sono stanchi, esausti, non hanno abiti di ricambio. Una volta arrivati nei pressi della stazione, i ragazzi si distendono sotto un albero all’ombra, scherzano un po’, senza perdere il buon umore, poi si lasciano andare al sonno. Nel pomeriggio cercheranno di salire su un autobus verso qualche altra città turca: molti di loro vogliono raggiungere Istanbul. Il lago di Van, situato a un centinaio di chilometri dalla frontiera con l’Iran, è la loro prima sosta in Turchia.

I ragazzi ci arrivano dopo aver attraversato un confine estremamente sorvegliato, sia per il contrabbando di materie prime che per i movimenti dei militanti curdi del Pkk. Un confine dove è stato anche costruito un muro di 81 km, nella provincia di Agri, a coprire una parte dei 534 km di frontiera con la Repubblica Islamica. Sono misure di sicurezza che secondo l’avvocato di Van, Mahmut Kaçan, servono a bloccare il transito dei rifugiati, seppur spesso la polizia turca chiuda un occhio, perché, in fondo, queste persone alla Turchia servono, essendo sfruttate sia come manodopera a basso costo, sia come “arma diplomatica” da usare contro l’Europa. Eppure sono pochi i ragazzi che immaginano il Vecchio Continente come destinazione, coscienti di quanto sia diventato difficile, se non impossibile, penetrare nella Fortezza Europa.

La maggior parte di loro vorrebbe semplicemente trovare un lavoro temporaneo in Turchia, sperando di poter tornare presto a casa. Finora hanno pagato ai trafficanti una cifra intorno ai mille euro per uscire dall’Afghanistan ed entrare nell’Anatolia orientale, attraversando aride montagne abitate da lupi, con passaggi difficili e strapiombi, nei quali ogni tanto qualcuno di loro scivola, senza rialzarsi più. Rotte che nelle ultime settimane sono state percorse da…


Il reportage prosegue su Left del 16-22 luglio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Mandanti di torture, omicidi e schiavitù

Palazzotto, Angiola, Benedetti, Bersani, Boldrini, Bruno Bossio, Cecconi, Conte, De Lorenzo, Dori, Fassina, Ficara, Fioramonti, Fornaro, Fratoianni, Fusacchia, Gariglio, Gallo, Giannone, Magi, Masi, Menga, Muroni, Nunzio, Orfini, Papiro, Paxia, Pini, Raciti, Rizzo Nervo, Sarli, Stumpo, Termini, Timbro: sono i nomi dei 34 voti contrari al rifinanziamento libico che per il quinto anno consecutivo il Parlamento ha deciso di destinare alle combriccole criminali di uno Stato fallito subappaltando i confini, legittimando le violenze e calpestando i morti.

Teneteli bene a mente quei nomi perché sono gli unici che non hanno fatto finta di non vedere ciò che sa tutto il mondo: la Libia è porto di morte, tappo di un’umanità che sanguina e che annega. Le violazioni dei diritti umani sono documentate tra le carte di tutte le più importanti organizzazioni internazionali e umanitarie eppure nel nostro Parlamento non valgono nemmeno un’unghia. Terranno pronta al massimo qualche postura del lutto preconfezionata nel caso di qualche morto spettacolare che sfortunatamente ritorni a galla.

Teneteli bene a mente, uno per uno, i nomi di quelli che chiamano “salvataggi” le operazioni di sequestro della cosiddetta Guardia costiera che raccoglie i disperati per riportarli nei centri di detenzione illegali che sono lager a cielo a aperto. Tenete bene a mente i nomi di quelli che riescono a rimanere indifferenti agli spari. Tenete bene a mente i nomi di quelli che sono giorni che si fingono cristiani e invece sono il concime perfetto per i cadaveri al di là delle nostre coste.

Tra gennaio e giugno del 2021 le missioni “di soccorso” dei guardacoste libici sostenuti dall’Europa hanno intercettato in mare e riportato in Libia circa 15mila persone, più che in tutto il 2020. Nei primi sei mesi del 2021 nel Mediterraneo centrale sono morti annegati oltre 700 migranti e rifugiati. Persone intervistate da Amnesty international hanno spesso dichiarato che, durante la traversata, avevano visto degli aerei sopra di loro o delle navi nei paraggi che rifiutavano di offrire assistenza, mentre i guardacoste libici si avvicinavano. L’Italia e altri stati membri dell’Unione europea hanno continuato a garantire assistenza materiale, come ad esempio motovedette, ai guardacoste libici e stanno lavorando alla creazione di un centro di coordinamento marittimo nel porto di Tripoli, prevalentemente finanziato dal Fondo fiduciario dell’Unione europea per l’Africa.

«Nonostante le massicce prove dei comportamenti sconsiderati, negligenti e illegali dei guardacoste libici in mare, e delle sistematiche violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione a seguito dell’intercettamento in mare, i partner europei continuano a sostenere i guardacoste libici che riportano a forza le persone in Libia, a soffrire di nuovo quegli stessi abusi da cui erano fuggite», ha commentato Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty international per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

Qualcuno dice che il nostro governo è complice. No, no: sono i mandanti.

Buon venerdì.

* Articolo aggiornato il 16 luglio alle ore 15.30


Per approfondire, leggi l’articolo di Stefano Galieni su Left del 16-22 luglio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Complici di crimini contro l’umanità

TOPSHOT - Migrants try to pull a child out of the water as they wait to be rescued by members of Proactiva Open Arms NGO in the Mediterranean sea, some 12 nautical miles north of Libya, on October 4, 2016. At least 1,800 migrants were rescued off the Libyan coast, the Italian coastguard announced, adding that similar operations were underway around 15 other overloaded vessels. / AFP PHOTO / ARIS MESSINIS (Photo credit should read ARIS MESSINIS/AFP via Getty Images)

Il rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero, approvato alla Camera il 15 luglio, e l’esito scontato al Senato per la prossima settimana, dimostrano ancora una volta quanto gli interessi geopolitici e di mantenimento del consenso elettorale permettano di passare sopra qualsiasi principio, anche di civiltà. La posizione contraria al rifinanziamento di un gruppo trasversale di parlamentari sparsi tra le due Camere – Più Europa, LeU, Alternativa c’è, Gruppo misto e dissidenti del Pd e del M5s – non ha possibilità di rompere un fronte plebiscitario salvo clamorosi colpi di scena (mentre andiamo in stampa il segretario del Pd Enrico Letta chiede che il “dossier Libia” diventi una questione Ue, subordinando l’approvazione del rifinanziamento al fatto che addestramento e supporto alla sedicente Guardia costiera libica siano affidati a Bruxelles, ndr).

«Non possiamo renderci complici di un crimine» avevano detto alcuni parlamentari “per il no” durante una conferenza stampa alla sala Nassirya del Senato il 7 luglio scorso di fronte alle associazioni e Ong che compongono il Tavolo asilo e immigrazione. Fatto sta che nel Mediterraneo si continua a morire e si effettuano respingimenti illegali in Libia grazie soprattutto ai soldi stanziati dal governo italiano. «Il rifinanziamento questa volta è stato camuffato – denuncia il senatore Gregorio De Falco -. Intanto hanno cambiato nome alla missione e poi hanno spezzettato le voci di spesa, al punto che solo sommandole si scopre che verranno erogati 30 milioni di euro in più alle “autorità libiche”».

E quali sono queste voci di spesa? Intanto ci sono quelle relative alla missione Irini di Eunavfor-med di cui già a fine marzo era stato deciso il proseguimento almeno fino al 2023. Le navi di questa missione, comandata dall’ammiraglio Agostini, sono concentrate soprattutto di fronte alle coste orientali della Libia (Cirenaica), ma sono il vero fulcro del ruolo europeo nel Paese nordafricano. E ancora, il provvedimento delle missioni all’estero è strutturato in schede, ognuna con numero ordinativo. Nella scheda 6/2021 si prevede un contributo italiano di oltre 39 milioni di euro, di cui 9 milioni in obbligazioni esigibili nel 2022. La scheda 18/2021 fa invece riferimento ad una missione bilaterale Italia-Libia (certamente anche con interventi di cooperazione) per un totale di 46.752.400, di cui 9 milioni sempre in obbligazioni esigibili nel 2022.
Viene poi rifinanziata l’operazione Mare sicuro nella scheda 34/2021, con 95,9 milioni di euro ed un incremento di 15 milioni rispetto all’anno precedente, senza che…


L’articolo prosegue su Left del 16-22 luglio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

La forza generatrice di Genova 2001

Le giornate di Genova 2001 non sono state né un Sessantotto durato poche ore, né una bruciante sconfitta che ha spinto un’intera generazione a ritirarsi nella dimensione privata, secondo un’interpretazione veicolata dai media in questo ventennale. Certamente Genova ha visto la morte di Carlo Giuliani, le manganellate ai manifestanti, la macelleria della scuola Diaz e le torture all’interno della caserma di Bolzaneto, ma la strategia del terrore ha perso. Non ha funzionato il tentativo di dividere il movimento dei movimenti, primo movimento davvero globale. Non ha funzionato la trappola architettata per costringere le componenti ambientaliste, pacifiste e del cattolicesimo sociale ad abbandonare le piazze e per spingere i settori più radicali entro una spirale di conflitto violento.

Lungi dal generare riflusso, le giornate di Genova hanno piuttosto determinato una valanga di partecipazione e di impegno mai vista, con Social forum nati in ogni angolo del Paese e un processo di politicizzazione di massa dove persino i boy-scout discutevano animatamente di Wto, Fmi o finanziarizzazione dell’economia. Ecco perché Genova non è stata l’apocalisse ma un’esperienza collettiva straordinaria, generatrice di processi che hanno attraversato i decenni successivi. Ed ecco perché i veri protagonisti di quelle giornate non sono state né la celere di Canterini né le cabine di regia di Fini, Berlusconi e Scajola, ma le centinaia di migliaia di persone che manifestavano per un altro mondo possibile. Quelle stesse persone che sono poi tornate sui territori e hanno continuato a far politica, insieme, nei più diversi ambiti, secondo il noto slogan del movimento “pensare globalmente, agire localmente”.

La potenza generatrice di Genova e del movimento che veniva dalla rivolta zapatista e dal controvertice di Seattle è stata immensa. È sulla spinta di quelle giornate che il Forum sociale europeo di Firenze del 2002 si trasformò nel più grande appuntamento politico mai visto nel continente, con oltre 60mila delegati provenienti da tutta Europa e una manifestazione conclusiva cui partecipò un milione di persone. È da Firenze che venne lanciata la più grande mobilitazione globale della storia, quella contro la guerra in Iraq del 2003, che portò contemporaneamente in piazza in tutto il pianeta decine di milioni di persone, al punto che il New York Times scrisse che era nata la «seconda superpotenza mondiale».

Sempre a Firenze nel 2003, nel primo Forum mondiale alternativo dell’acqua, nacque il percorso che successivamente ha condotto alla formazione del Forum  italiano dei movimenti per l’acqua e all’analoga rete europea e quindi alla straordinaria vittoria referendaria del 2011 per la ripubblicizzazione del servizio idrico e degli altri servizi pubblici locali. Un percorso che sarebbe poi continuato con la prima Iniziativa dei cittadini europei (Ice) in assoluto, arrivata sul tavolo della Commissione Ue a Bruxelles con quasi due milioni di firme in calce.

Anche il movimento per la giustizia climatica ha le proprie radici nel movimento altermondialista. All’interno delle assemblee e delle manifestazioni dei Klimaforum, ossia i primi controvertici di Copenaghen (Cop 15) e di Cancun (Cop 16), è possibile trovare non solo le medesime analisi ma anche, alla lettera, i medesimi slogan e parole d’ordine che oggi attraversano i Fridays for future, da «system change, not climate change» a «there’s no planet B». Analogamente, Occupy Wall Street e gli Indignados riprendono il filo della critica alla finanziarizzazione dell’economia avanzata dal movimento dei movimenti e persino lo slogan «noi il 99%, voi l’1%» richiama quello di Genova 2001: «Voi G8, noi 6 miliardi». Oggi in Italia la neonata rete della Società della cura, attraverso l’Ice per liberare i vaccini dai brevetti, dà seguito alla storica battaglia del movimento altermondialista per l’accesso universale ai farmaci e per la libera produzione degli inibitori della proteasi che, in piena emergenza Aids nel continente africano, impegnò il movimento a fianco di Nelson Mandela e contro Big pharma. Sono forse meno diretti i legami fra Genova 2001 e nuovi movimenti come Non una di meno o Black lives matter ma la componente femminista è stata madre del movimento dei movimenti, così come le rivendicazioni di Black lives matter sono sovrapponibili a quelle del corteo genovese dei migranti del 19 luglio 2001.

Persino alcuni progetti politici innovativi come Podemos e Syriza hanno radici nel movimento altermondialista e nella successiva mobilitazione contro le politiche di austerità, e non solo per le biografie di Pablo Iglesias, Alexis Tsipras o Yannis Varoufakis. Ma ciò meriterebbe un capitolo a sé, così come questione a parte è quella relativa al nostro Paese, dove l’occasione dell’innovazione sul terreno dell’organizzazione politica è stata persa proprio negli anni immediatamente successivi a Genova e dove importanti parole d’ordine del movimento sono state “rubate” dal M5s, dall’acqua pubblica alla giustizia ambientale, e poi depotenziate.

Il movimento inizialmente si era sviluppato nel corso degli appuntamenti globali di contestazione di organismi come il G8 di Genova, o del Wto, del Fmi, della Banca mondiale, ossia istituzioni economico finanziarie prive di legittimazione democratica diretta le cui decisioni hanno un impatto sulla vita di tutti gli abitanti del pianeta. Ma immediatamente è riuscito anche a creare spazi autonomi di elaborazione e proposta, come il Forum continentale di Firenze, riunendo mondi diversi attorno a obiettivi comuni senza la pretesa che qualcuno di questi potesse sussumere e assorbire gli altri. Nessun obiettivo e nessun conflitto poteva essere gerarchicamente sovraordinato, che si trattasse della questione ambientale o del conflitto capitale-lavoro, della questione di genere o di quella migrante, dei diritti civili o della pace e dell’antimilitarismo. Tutti questi tasselli del mosaico dovevano comporsi armonicamente e insieme rappresentare l’alternativa. A ciò corrispondeva un’analoga rottura delle gerarchie fra attori sociali: se nel corso del Novecento i lavoratori salariati erano considerati l’unico soggetto della trasformazione, il movimento altermondialista mette insieme le lotte dei precari e quelle dei contadini spossessati persino dell’uso dei semi, le rivendicazioni dei migranti e quelle delle donne, le rivolte degli indigeni privati dell’accesso all’acqua o alle foreste e le vertenze degli utenti dei servizi pubblici privatizzati, coloro che si battono per la giustizia climatica e ambientale e coloro che si prendono cura dei beni comuni. Questa inedita unione è stata così ampia da connettere i Sem terra brasiliani e i lavoratori dell’immateriale delle grandi metropoli del Nord, fondendo la campagna contro la brevettazione del vivente e quella contro la privatizzazione delle conoscenze, saldando alleanze fra il movimento per il software libero e le reti per l’agricoltura contadina e la filiera corta.

Oggi ci troviamo immersi in una crisi pluridimensionale di grandezza planetaria: sociale, ambientale, sanitaria ed economica allo stesso tempo. Molti strumenti per costruire un’alternativa sono rintracciabili nell’elaborazione dei movimenti degli ultimi venti anni, quel che manca è il conflitto e la capacità di riorganizzare, in forme nuove e inedite, alleanze sociali su scala locale e globale, dando vita a nuovi processi collettivi di massa. E però la storia non è finita e la potenza generatrice dei movimenti può riservare sorprese. Intanto il miglior modo per celebrare questo ventennale è continuare a scavare, come vecchie talpe.


* Tommaso Fattori, già consigliere regionale per Sì Toscana a Sinistra, è stato portavoce del Social forum di Firenze e organizzatore del primo Forum sociale europeo del 2002


L’editoriale è tratto da Left del 16-22 luglio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Noi siamo la cura

SYDNEY, AUSTRALIA - MARCH 15: An inflatable planet earth is bounced around the crowd during a Climate Change Awareness rally at Sydney Town Hall on March 15, 2019 in Sydney, Australia. The protests are part of a global climate strike, urging politicians to take urgent action on climate change. (Photo by Don Arnold/Getty Images)

Alcune zone del Pianeta bruciano (adesso è il turno del Canada), migliaia di migranti tentano di raggiungere i Paesi ricchi, le politiche di gestione della pandemia generano diseguaglianze e precarietà, in nome dell’emergenza si abbassano le tutele del territorio e della salute per approvare opere devastanti. In opposizione a questi fenomeni nel Pianeta si attivano molti movimenti: Fridays for future ma anche Extinction rebellion in campo ambientale; le Ong nel Mediterraneo e ai confini nazionali (tra gli altri il progetto 20K a Ventimiglia); le organizzazioni spontanee a tutela dei braccianti e i sindacati di base contro la precarietà e lo sfruttamento nei campi come nella logistica; centinaia di volontari e militanti lavorano nel Sud del mondo e nelle “periferie dell’Impero”. Hanno preso il testimone dai movimenti che venti anni fa avevano animato la contestazione del vertice del G8 a Genova.

Il ventennale di Genova è l’occasione per incontrarsi, per iniziare o riprendere a collaborare, sfidando il feroce clima claustrofobico generato dalla gestione della pandemia. Molti, in Italia, si chiederanno che senso abbia riprendere quella memoria di fronte a un Paese dove il sistema istituzionale si sta uniformando agli obiettivi della loggia massonica P2 di quarant’anni fa, diventando sempre più una democrazia autoritaria con un sistema politico bloccato, impermeabile alla partecipazione dei cittadini della società civile e dove il dibattito politico è spesso ridotto ad una sfida tra agenzie multimediatiche. Alcuni ritengono che sia sterile tornare a riflettere sui fatti di un’epoca passata. Eppure, “Chi non ha memoria, non ha futuro”.

L’eterna impunità del potere
Nel luglio di venti anni fa si posero le basi di quell’impunità della quale consistenti settori delle forze dell’ordine ancora oggi si fanno forza (come testimoniano i…


L’articolo prosegue su Left del 16-22 luglio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Peggio come previsto /2

Secondo giorno di discussione del Ddl Zan in Senato. Pensavate di avere ormai visto di tutto? No, per niente. Tenetevi forte.

Seconda giornata di discussione in Senato e continuano gli amorosi sensi tra i due Mattei, manco a dirlo. Dopo la bocciatura delle pregiudiziali, Palazzo Madama ha respinto anche la questione sospensiva sull’esame del provvedimento sul contrasto della discriminazione o violenza per sesso, genere e disabilità. Ma lo stop è passato solo per un voto: 136 senatori hanno votato per continuare la discussione, 135 per sospenderla. Molte le assenze, soprattutto nel centrodestra e infatti Giorgia Meloni si è parecchio arrabbiata perché avrebbero potuto facilmente “affossare subito” la legge. A proposito di mediazioni da trovare.

Ma la mediazione migliore è quella tra Renzi e Salvini e i loro scudieri: «Immaginate cosa potrà accadere con voto segreto. I numeri sono a rischio, serve un grande accordo perché a scrutinio segreto questa legge non passa», dice Renzi e Salvini ci mette del suo facendo venire il dubbio che condividano lo stesso ufficio stampa dicendoci che «Se Letta e il Pd insistono a non voler ascoltare, dialogare e trovare una soluzione, la legge è morta». Poi interviene Salvini e i renziani si sono prodotti in un fragoroso e sentimentalissimo applauso. Ma non solo: Monica Cirinnà del Pd pubblica il video (del resto non è politicamente rilevante che salviniani e renziani si corteggino con tanto trasporto?) e il capogruppo Faraone si arrabbia: «La senatrice Cirinnà ha pubblicato un video fatto col suo telefonino rendendomi oggetto di una lapidazione social», ha detto raccogliendo la solidarietà della presidente del Senato. Capito? Nemmeno un dubbio che la “lapidazione social” (che loro chiamano di solito dissenso quando viene praticata dai loro fan) sia dovuta a un comportamento pessimo. Nessuno.

Poi c’è la carrellata di cretinerie che si sono trasferite dai peggiori giornali di destra direttamente in Aula. Barbaro di Fratelli d’Italia dice: «Ognuno deve essere libero di esprimere opinioni anche non condivise. Non possiamo permettere la limitazione della libertà di pensiero». E ha ragione, infatti non c’è nessuna limitazione di pensiero a patto che chi esprime un’opinione si ricordi di tenere in cantina i manganelli. Perosino (sempre di FdI) ci fa sapere che «tra l’altro anche i musulmani sono contrari al #ddlZan » dicendoci che questa legge «è la costruzione di un concetto nichilista della società, ha gli stessi sintomi della caduta dell’impero romano». Ah beh. Poi è il turno del fuoriclasse leghista Pillon: «Si potrà dire che due uomini sono famiglia, due donne sono famiglia…». Pensa te. E poi: «I bambini hanno diritto a non essere acquistati su internet«. E poi ancora: «Tutti abbiamo esultato per la vittoria dell’Italia agli Europei. È stato interessante vedere quale è stata la prima reazione dei giocatori. Non hanno telefonato al genitore 1 o al genitore 2. Hanno chiamato la mamma».

Vale riprendere le parole di Simone Alliva (preziosissimo nel seguire l’iter e la discussione della legge) che dice: «L’attacco sistematico a forme non eteronormate di identità è la musica di queste giornate in Senato sul #ddlZan. Sortisce l’effetto di trasformare in oggetto ridicolo o degradato chiunque non corrisponda agli standard. Così si può odiare senza vergognarsi. Perché si odia qualcuno che non è più umano, che è stato disumanizzato. Per odiare delle categorie di persone prima è necessario disumanizzarle. Lo ha fatto per lunghissimi minuti Pillon parlando di persone transgender e ridicolizzando la varietà della comunità».

Insomma se ci pensate è sempre il solito gioco contro i fragili o i disperati: una volta erano i terroni, poi i migranti, poi i poveri, poi i giovani, poi gli studenti e ora la comunità Lgbt. Per questo l’attuale dibattito è qualcosa che ci interessa molto da vicino: per affermare i diritti la Storia ci insegna che bisogna sempre scavalcare gli avvelenatori di pozzi travestiti da benpensanti.

Buon giovedì.

Persino il governo di destra dell’Ecuador difende i diritti Lgbt

Foto Claudio Furlan/LaPresse 26 Giugno 2021 Milano , Italia News Milano Pride 2021 presso l’arco della Pace Photo Claudio Furlan/LaPresse June 26, 2021 Milan, Italy News Milano Pride 2021 at Arco della Pace Foto Claudio Furlan/LaPresse 26 Giugno 2021 Milano , Italia News Milano Pride 2021 presso l’arco della Pace Photo Claudio Furlan/LaPresse June 26, 2021 Milan, Italy News Milano Pride 2021 at Arco della Pace

Lo scorso 28 giugno, in occasione della giornata mondiale dell’orgoglio Lgbt, il governo ecuadoregno, presieduto da Guillermo Lasso, ha presentato la Sottosegreteria alle diversità, che farà parte del più ampio Segretariato dei Diritti umani della presidenza della Repubblica dell’Ecuador. È un evento storico, perché per la prima volta viene creato nel Paese andino uno spazio istituzionale attraverso cui elaborare politiche pubbliche a favore del mondo Lgbt. A sorprendere, non è tanto la sua creazione, perché non è un unicum nella regione, né nel mondo; ma il fatto che ad avviare questo percorso sia un governo di centro-destra e cattolico.

Dall’Italia, l’Ecuador assume le caratteristiche di uno Stato immaginario, degno di un racconto di Philip Dick. Perché basta dare uno sguardo ai giornali nostrani e seguire il dibattito relativo al Ddl Zan, che di colpo ritorniamo alla cruda realtà: a prescindere dal sano confronto di opinioni in materia, che dovrebbe predominare in un Paese democratico in salute, la destra si arrocca e getta fumo negli occhi. Unico obiettivo, boicottare una legge contro l’omotransfobia. Seppur con pregi e difetti (ma esiste la legge perfetta?), il Ddl Zan darebbe e restituirebbe dignità a tante persone vittime di violenza fisica e verbale, riflesso di una cultura refrattaria. A dare manforte alla destra e agli opportunisti di turno (si legga Italia viva) non è mancato il Vaticano, come Left ha più volte raccontato.

Ora, la notizia in Ecuador è un segnale positivo. Ma il tempo ci dirà se questo sottosegretariato sarà lo specchietto per le allodole del nuovo governo di centro-destra presieduto da Guillermo Lasso. Sicuramente il cammino è lungo. Lungo come quello del movimento Lgbt ecuadoregno, che negli ultimi vent’anni, attraverso le sue lotte, è riuscito a conquistare riconoscimento, diritti e visibilità. Sì, perché fino al 1997 essere gay (unica categoria all’epoca per definire le diversità sessuali), non solo voleva dire vivere nell’invisibilità e ai margini della società. Significava, a norma dell’art.516 del codice penale, rischiare il carcere fino a 12 anni, con annesse torture e molestie.

Grazie alla lotta di Alberto Cabral, dell’Associazione Coccinelle e di altre organizzazioni, la comunità Lgbt ecuadoregna, poco più di venti anni fa, è riuscita ad ottenere la parziale abrogazione per incostituzionalità dell’articolo 516 del vecchio codice penale, e con essa, la depenalizzazione dell’omosessualità nel Paese. Quella fu una grande vittoria nel campo dei diritti civili. Ma l’Ecuador è anche uno dei primi Paesi al mondo a inserire degli articoli nella sua Costituzione del 2008 a favore della tutela e dell’inclusione della comunità Lgbt. Infatti, nell’articolo 11, comma 2, della Carta Magna ecuadoregna, si stabilisce che «nessuno può essere discriminato per ragioni di etnia, luogo di origine, orientamento sessuale, identità di genere, identità culturale, lingua, religione».

Allo stesso modo, l’articolo 66 riconosce e garantisce ai cittadini il diritto al libero sviluppo della loro personalità e a prendere decisioni libere, volontarie e responsabili sulla loro sessualità; inoltre, lo Stato promuove l’accesso ai mezzi necessari affinché queste decisioni siano prese in condizioni di sicurezza. Infine, nel luglio 2019, dopo diversi anni di lotta, il matrimonio omosessuale è stata un’altra lotta vinta, ponendo fine a quella contraddizione emersa a livello costituzionale, tra gli articoli sopramenzionati e l’art.67, che prevedeva il matrimonio solo tra persone di sesso opposto.

Nonostante l’architettura giuridica del Paese favorisca l’uguaglianza e la non esclusione, e che addirittura punisca i comportamenti segregazionisti che causano danni, lesioni o ostacolano l’esercizio dei diritti della popolazione sessualmente diversa, va detto che la discriminazione non è ancora stata sradicata in Ecuador. I casi di maltrattamento della popolazione Lgbt continuano ad essere una costante, dimostrando la necessità di emanare politiche pubbliche che si trasformino prontamente in azioni concrete. A riguardo, non è rischioso affermare che i vari governi hanno dato poca attenzione alla situazione che vive questa comunità. Lo dimostra, in parte, il fatto che l’ultima raccolta di dati ufficiale sulle condizioni di vita della popolazione Lgbt risale al 2013. E dando un’occhiata a questo report, elaborato dall’Istituto nazionale di statistica e censimento (Inec), in collaborazione con la Commissione di transizione verso il Consiglio delle donne e dell’uguaglianza di genere (Cdt), è stato mostrato che il 70,9% degli intervistati ha dichiarato di aver subito discriminazioni a causa del proprio orientamento sessuale e identità di genere, soprattutto in ambito familiare.

Lo studio Inec non fa altro che confermare l’esistenza di una radicata omofobia strutturale nella società ecuadoregna, sottolineando come sia necessario invertire rotta. Omicidi, violenze e casi di esclusione, sono all’ordine del giorno. Spesso le motivazioni alla base della violenza e dell’odio sono avallate da un pregiudizio sociale, alimentato dai discorsi delle élite politiche ed ecclesiastiche. Per tale ragione, a ridosso delle elezioni presidenziali del 2021, i rappresentanti del collettivo Lgbt in Ecuador hanno lanciato la campagna “Accordo per l’uguaglianza, il voto Lgbt” per chiedere ai candidati presidenziali e agli aspiranti alle elezioni di febbraio all’Assemblea nazionale (Parlamento) politiche che rispettino i loro diritti. Tra gli obiettivi a cui mirava questo accordo era da un lato far prendere distanze ai candidati aderenti alla campagna nei confronti dei discorsi di odio contro la diversità sessuale; dall’altro, di far collaborare il collettivo con il governo nell’elaborazione di discorsi inclusivi e di politiche pubbliche a favore della comunità Lgbt. Ora, il governo Lasso sembra aver mantenuto la promessa. Ma cosa farà in concreto? Lo chiediamo a Felipe Ochoa Mogrovejo, giovane ecuadoregno, alla guida della Sottosegreteria alle diversità

Quanto è importante per un Paese istituzionalizzare l’impegno del governo verso il mondo Lgbt?
È la prima volta in Ecuador che dal ramo esecutivo c’è un manifesto scritto e la volontà umana di sradicare ogni tipo di violenza basata sull’orientamento sessuale e/o la diversità di genere. L’Ecuador si unisce agli altri 62 Paesi del mondo che hanno optato per la creazione di politiche pubbliche di protezione e cura della popolazione in situazioni vulnerabili, in questo caso la popolazione Lgbt.

In Italia, la destra, sostenuta dal Vaticano, è molto riluttante a discutere misure per prevenire la violenza omotransfobica. Al contrario, in Ecuador, lo stesso presidente di centro-destra, Guillermo Lasso, ha deciso di creare il sottosegretariato della diversità. Dunque, che impatto può avere un tale sottosegretariato nel portare un governo di centro-destra a posizioni più aperte e tolleranti verso il mondo Lgbt?
Al di là delle ideologie e delle forme di governo, i diritti umani hanno un ampio processo internazionale. Ci sono diverse convenzioni internazionali che obbligano gli Stati del mondo a rispettare e garantire i diritti delle persone in vari aspetti. Nello spazio interamericano esistono anche convenzioni internazionali che ci obbligano ad attuare politiche pubbliche per la promozione e il rispetto dei diritti delle persone indipendentemente dal loro orientamento sessuale e/o identità di genere. La volontà umana e l’impegno di camminare sempre più verso società giuste ed eque è ciò che ha motivato una decisione come questa in Ecuador.

Nonostante la Costituzione ecuadoriana protegga i diritti Lgbt e proibisca esplicitamente la discriminazione basata sull’orientamento sessuale, la violenza non è diminuita. E, soprattutto, la maggior parte delle vittime sono ragazzi e ragazze giovani. Allora, non pensa che oltre alle leggi, alle norme e alla costituzionalizzazione della protezione dei diritti, bisogna diffondere una cultura della diversità per prevenire i casi di violenza?
Certamente. Proprio con queste premesse di sradicamento della violenza in tutte le sue forme, il governo ecuadoriano, chiamato “Governo dell’incontro”, sta ampliando le competenze della Segreteria dei diritti umani per creare la prima politica pubblica completa sui diritti della popolazione Lgbt. Questa politica pubblica, che avrà un vasto dialogo nazionale, avrà assi d’azione di prevenzione e promozione e lavorerà molto nei settori dell’educazione, della salute e dell’accesso alla giustizia.

In questo senso, che tipo di politiche pubbliche pensa di attuare?
Come ho già anticipato, la prima politica pubblica globale avrà tre linee d’azione principali: istruzione, salute e accesso alla giustizia. Nel campo dell’educazione, pensiamo a una politica di prevenzione che cerchi di sensibilizzare la società a capire che siamo tutti nati liberi, uguali e con gli stessi diritti. Inoltre, lavoreremo con tutte le istituzioni per raggiungere un accordo su misure amministrative specifiche che garantiscano il diritto delle persone Lgbt ad ambienti liberi da discriminazioni sul posto di lavoro.
Inoltre, le politiche dell’esecutivo avranno un legame importante con altre competenze dello Stato con l’obiettivo di promuovere l’accesso alla giustizia, in particolare nella sensibilizzazione, formazione, per prevenire e configurare, nei rispettivi casi, i crimini d’odio.

Nel 1990 l’Oms ha rimosso l’omosessualità dalla lista delle malattie psichiatriche. È stato un trionfo per il movimento Lgbt. Nonostante questo, in alcuni Paesi dell’America Latina, tra cui l’Ecuador, ci sono ancora centri di terapia di conversione. Per quanto riguarda il suo Paese, non pensa che il loro superamento contribuirebbe alla prevenzione della violenza e dell’odio omotransfobico?
Questo aspetto rientra proprio in una delle principali linee di azioni del sottosegretario alle Diversità, ovvero quello sanitario. Vogliamo agire sin da subito per superare e chiudere definitivamente questi cosiddetti centri di riabilitazione che, alla fine, realizzano pratiche che violano i diritti delle persone Lgbt cercando di modificare l’orientamento sessuale e/o l’identità di genere delle persone che sono ammesse in queste istituzioni. In Ecuador, queste “cliniche” sono state ampiamente criticate dalle organizzazioni internazionali e il loro funzionamento è “nascosto” in presunte terapie di riabilitazione dalle dipendenze. Anche se ci sono regolamenti secondari per poter effettuare ispezioni di questi centri, è necessaria un’articolazione tra diversi ministeri (Salute, Educazione, Governo, Polizia Nazionale, Procura Generale, Corte Nazionale di Giustizia, tra gli altri) per raggiungere un percorso di azione che permetta la chiusura effettiva di questi centri di violazione dei diritti umani.

In Italia si discute molto del disegno di legge Zan, che mira a combattere, attraverso misure repressive e preventive, la discriminazione e la violenza omotransofobica. L’Italia, insieme ad alcuni Paesi europei e americani, è uno dei pochi Paesi dell’Occidente che non ha una legge contro la discriminazione Lgbt. Per lei, quanto è importante per un Paese come l’Italia avere questa legge?
In qualsiasi Paese del mondo è importante avere leggi, programmi e politiche che possano prevenire qualsiasi forma di violenza o discriminazione. Creare ambienti di vita sicuri ed equi è, per qualsiasi Paese, un progresso fondamentale nella questione dei diritti umani. Per l’Italia e l’Ecuador, portare avanti processi che garantiscano alle persone Lgbt di vivere in ambienti liberi da violenza e discriminazione sono standard minimi di condizioni di vita. Tuttavia, è molto importante che questi processi non si esauriscano in leggi, politiche e programmi, perché il loro effettivo esercizio implica un ampio processo di promozione, consapevolezza e formazione sulla comprensione che nessuna persona può essere violata o discriminata a causa del suo orientamento sessuale e/o identità di genere. Il cambiamento strutturale nelle società è il compito più complicato.

Peggio come previsto

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 13-07-2021 Roma, Italia Politica Omofobia - contro il DDL Zan Nella foto: parlamentari di Fratelli d'Italia FDI manifestano nei pressi del Senato dove inizia l'esame in aula del DDL Zan Photo Mauro Scrobogna /LaPresse July 13, 2021  Rome, Italy Politics Homophobia - against the DDL Zan In the photo: Brothers of Italy FDI parliamentarians demonstrate near the Senate where the examination of the Zan DDL begins

Volevate vedere il primo giorno di discussione del ddl Zan in Senato? Eccovi accontentati. La giornata di ieri è la fotografia che racconta tutto l’irraccontabile, le menzogne, le false visioni e le immorali strategie di quelli che lucrano sulla pelle delle persone per racimolare un po’ di voti, un po’ di visibilità e per inventare trucchi pur di non scomparire.

La fotografia della prima giornata in Senato della discussione del ddl Zan è il video che mostra la destra scimmiescamente concitata mentre schiamazza per evitare di parlare. Leggete bene: impediscono perfino di parlare e parlare in Parlamento, lo dice anche il gioco di parole, è l’elemento base della democrazia. Il video mostrato da Monica Cirinnà mostra esattamente la faccia di quelli con cui bisognerebbe “mediare”, “trovare un accordo”, “scendere a patti”, come se davvero non si sapesse che l’unico scopo che hanno Salvini, Meloni e compagnia cantante sia quello di affossare la legge. E, badate bene, non ci sarebbe nemmeno da preoccuparsi se non fosse che a fare sponda alla destra più becera continua a esserci la destra travestita da centrosinistra che corrisponde al sorriso sornione di Renzi e dei suoi fedelissimi.

Hanno cominciato con le pregiudiziali di costituzionalità (che sono un elemento ricorrente nel gioco d’Aula) che sarebbero state a voto palese e che quindi non avrebbero riservato sorprese: in questo largo mare di viltà le coltellate arriveranno nel segreto dell’urna, quando questi senatori che ci mostrano tutti i giorni cosa ingurgitano e cosa indossano potranno nascondersi dietro al proprio dito.

Lega e Fratelli d’Italia (quelli con cui Matteo Renzi vuole “mediare”) hanno chiesto al presidente della commissione Giustizia del Senato, nonché relatore del ddl Zan, il leghista Andrea Ostellari, di chiedere in Aula il rinvio del testo in commissione. Tutto questo ha solo un nome: ostruzionismo. Quello, solo quello. Voler trattare con gli ostruzionisti è una cretineria politica oppure semplicemente significa essere d’accordo con loro. Ognuno tiri le proprie somme.

A proposito di ostruzionismo valeva la pena vedere proprio Ostellari difendersi dalle (giuste) accuse di avere voluto ingolfare la legge dichiarando candido candido «io non ho pregiudizi». Basta farsi un giro su Google per trovare le sue partecipazioni a manifestazioni e convegni contrari alla legge. Questo è un record, siamo alle idee a sua insaputa.

La presidente del Senato Casellati fa la Casellati: sospende la seduta per convocare la riunione dei capigruppo facendoci sapere che l’aveva anche scritto sulla loro chat su whatsapp. Sembra una barzelletta ma è proprio così: per Casellati il Senato è un centro estivo che dura tutti i mesi dell’anno.

E indovinate un po’ chi ha appoggiato lesto lesto il ritorno in capigruppo? Eh, sì, proprio lui, Davide Faraone, l’avatar di Renzi in Senato: «Condivido pienamente le parole della senatrice Unterberger: verifichiamo in capigruppo se c’è un percorso per fare una legge insieme. Noi proporremo le nostre soluzioni in conferenza capigruppo». Poi Faraone esagera: «Mi sembra un incontro a favore di telecamere. Abbiamo il dovere di verificare se c’è un percorso da fare insieme per tutelare persone che soffrono solo perché vogliono esprimere il proprio amore». Le persone che soffrono intanto sono lì sotto al Palazzo per gridare a Faraone tutto l’amore che stanno provando per il loro atteggiamento. Renzi intanto si incensa da solo: «Se ci sono omosessuali che si possono sposare è perché noi abbiamo messo la fiducia», dice. Peccato che i gay in Italia non si possano sposare e che le unioni civili siano state fatte perché lo imponeva l’Europa.

Salvini (mentre i suoi abbaiano in Aula) dice che bisogna «ascoltare il Santo Padre». Si è dimenticato di ascoltarlo però quando parlava di accoglienza e di barconi nel Mediterraneo. Cattolico a intermittenza.

Alla fine Salvini dice di Renzi che le sue osservazioni «hanno un senso» e Renzi dice che «bisogna ascoltare e dialogare con Salvini».

Sipario.

E siamo solo all’inizio.

Buon mercoledì.