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Ma la soddisfazione del repulisti è breve

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 25-02-2021 Roma, Italia Cronaca MISE - tavolo su vaccini covid 19 Nella foto: Domenico Arcuri, Commissario straordinario COVID-19 al Ministero dello Sviluppo Economico Photo Mauro Scrobogna /LaPresse February 25, 2021  Rome, Italy News MISE - table on covid 19 vaccines In the photo: Domenico Arcuri, COVID-19 Extraordinary Commissioner to the Ministry of Economic Development

Siamo ancora in quel momento in cui l’eliminazione delle pedine precedenti viene considerata una vittoria, dove ad esempio le dimissioni forzate di Domenico Arcuri bastano per fare esultare elettori e per infervorare capi di partito che si appuntano la medaglia il merito della cacciata (su Arcuri sono Renzi e Salvini, curioso nevvero?) e dove “basta non vedere più certe facce” per sentirsi già meglio, secondo alcuni. Il governo Draghi è all’inizio della sua opera, sentimentalmente è ancora acerbo e il profumo della vendetta continua a spirare. Però alcuni fatti incontestabili si scorgono.

Innanzitutto in meno di una settimana Mario Draghi ha cambiato le persone apicali a cui è affidata la missione contro la pandemia. Non è una scelta di poco conto, soprattutto in un Paese che piuttosto avrebbe mediato, spacchettato e mischiato le competenze per tenere in bilico assetti nuovi e quelli passati. Di questo gli va dato atto: si è preso la responsabilità di imprimere una svolta (per ora almeno sui nomi e poi naturalmente anche sulle dinamiche) della distribuzione del vaccino e della gestione dell’emergenza. Ieri ha preteso le dimissioni del commissario straordinario all’emergenza Domenico Arcuri, prima aveva sostituito il capo della Protezione civile Angelo Borrelli richiamando Francesco Curcio e al coordinamento dei servizi segreti ha messo il capo della polizia Franco Gabrielli, al posto del diplomatico Piero Benassi.

Qualcuno in queste ore ci dice che la dipartita di Arcuri (che per ora cade perfettamente in piedi visto che è e rimane a capo di Invitalia) sarebbe “una vittoria della destra”: falso. Arcuri è, forse sì, uomo molto stretto a Giuseppe Conte ma le osservazioni sul suo operato sono arrivate da più parti. È l’Arcuri che ha fallito su tutta la linea con l’app Immuni, è l’Arcuri dei banchi a rotelle tra l’altro arrivati persino troppo tardi, è l’Arcuri delle costose e inutili primule come centri vaccinali, è l’Arcuri sempre tronfio in conferenza stampa che non rispondeva ai giornalisti o se rispondeva lo faceva con una querela, è l’Arcuri soprattutto che c’entra con l’inchiesta della procura di Roma per traffico di influenze illecito nell’acquisto di 1,25 miliardi di euro in mascherine cinesi intermediato da un giornalista Rai in aspettativa, Mauro Benotti, che ha ottenuto 12 milioni di euro per la mediazione che ha avuto 1282 contatti con Arcuri tra gennaio e maggio 2020. Insomma Arcuri ha molto da spiegare e molto da farsi perdonare e anche su queste pagine ne abbiamo scritto spesso.

Ieri sui social girava una card di pessimo gusto di PiùEuropa (quelli che dovrebbero essere seri) che diceva “ciao #Arcuri” con la scritta “Liberisti da divano te salutant”. Salviniani e renziani hanno esultato sbracciandosi. Siamo ancora nel tempo del rancore. E intanto ci ritroviamo pezzi di esercito a gestire la pandemia, con l’aria di un’idea militarizzante che ricorda tanto ciò che fa Bolsonaro in Brasile. E a nessuno viene il dubbio che per quel compito ci sarebbe, proprio per sua natura, ad esempio anche la Protezione civile. Ma quando finirà la voglia di rottamazione, finalmente, osserveremo e giudicheremo i risultati.

Buon martedì.

Pietro Greco e il valore della conoscenza

Cinque anni fa con un piccolo gruppo di amiche e amici pensammo di organizzare una festa a sorpresa per i sessant’anni di Pietro Greco. Ero molto eccitata all’idea di vedere la tipica espressione di Pietro quando riceveva un complimento. Un’espressione di contentezza trattenuta, che gli faceva rimpicciolire gli occhi e non trovare subito le parole per dirlo. Il giorno stabilito ci trovammo nella sala della chiesa valdese in piazza Cavour a Roma e quando Pietro arrivò lo presi per il braccio per portarlo al tavolo dove c’era un microfono. In quel breve tragitto, io avanti, lui dietro, io agitata, lui calmo, mentre tutti applaudivano e persino i festoni di carta si muovevano rumorosi, Pietro si avvicinò al mio orecchio e sussurrò: «Lo sapevo sai. Sapevo di questa festa a sorpresa».

Ecco Pietro era così: intelligente, generoso, mite (qualità riconosciute all’unisono da tutti coloro che lo hanno incontrato), ma anche attratto irresistibilmente dal poter smontare qualcosa che viene data dagli altri per scontata. Anche fosse solo una festa a sorpresa. Poi mi confessò che Carlo Bernardini (quanto manca anche la sua voce) gli aveva telefonato per scusarsi del fatto che non avrebbe partecipato alla sua festa a sorpresa. Perché anche Carlo Bernardini era così: refrattario al superfluo e concentrato sul necessario. La festa fu bella e tra noi amici ogni tanto ce la raccontavamo per tirarci su. Pietro Greco come amico e come intellettuale è stato un motore propulsore in ogni ambiente che ha attraversato. Dove c’era lui accadeva sempre qualcosa, fosse solo cambiare titolo a una festa tra amici. Come giornalista (lo ha ricordato in questi giorni Cristiana Pulcinelli) era un distruttore di false notizie. Come studioso e scrittore costruiva costantemente reti di persone, di significati, di conoscenze. Come insegnante faceva scuola, esercizio molto raro in questi tempi. Come uomo aveva una costante attitudine a guardare al futuro.

A differenza di molti suoi coetanei e non, Pietro Greco sapeva riconoscere l’innovazione, senza esibire l’entusiasmo del neofita, né criticarla a priori, ma capace di confrontarsi con essa usando la calma del ragionatore e la curiosità del ricercatore. Recentemente aveva scritto – da cronista come diceva lui – di come era cambiata la sua vita personale, la sua vita quotidiana, la sua vita sociale con la pandemia. (La vita dopo il/la Covid-19 a cura di Manuela e Alberto Redi, Ibis). Quello che colpiva in questo racconto di un inedito Pietro privato, era il giudizio sulle tecnologie digitali. «Non sono e non vorrei sembrare un apologeta acritico delle nuove tecnologie» scriveva. E aggiungeva: «Molte sono le “speranze infrante”, per usare un’espressione di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, dell’era digitale. Ma in questo contesto e per quanto mi riguarda non mi limito a ringraziarle, le benedico».

Con l’uso delle piattaforme, dei social e dei diversi device, Pietro Greco diceva di aver potuto mantenere durante la pandemia tutte le sue attività, migliorando i prodotti e godendo del tempo liberato per la famiglia. Era la conferma che il distanziamento sociale è e deve rimanere solo distanziamento fisico. E che partendo da questo potevamo e dovevamo riflettere su come ricostruire la nostra comunità. Cosa più di questo narrare di sé può dare il senso del lavoro intellettuale di Pietro Greco? Un lavoro inteso prima di tutto come disciplina di vita, e poi vocato alla ricerca storica mai fine a se stessa, o apologetica, e sempre legata a comprendere l’oggi e a prepararci per il futuro.

Qualche giorno prima della sua morte mi aveva chiesto cosa Radio3 stesse preparando per l’anniversario dantesco di quest’anno: i settecento anni dalla morte del sommo poeta.

Anche in questa occasione, come era stato per anniversari di altri illustri umanisti (Leopardi, Rodari per citarne due assai diversi tra loro) Pietro scavava, leggeva, studiava e scriveva. Mi disse che gli sarebbe piaciuto raccontare Dante Alighieri come un comunicatore culturale. A partire dal Convivio, Dante auspicava che tutti potessero accedere al sapere anche quelli che non avevano studiato. Questo auspicio secondo Pietro è ancora oggi l’obiettivo principale di una buona comunicazione scientifica. Credo che Pietro stesse scrivendo un libro su Dante, e fosse pronto a raccontarlo alla radio. Purtroppo non ha fatto in tempo.

Così noi di Radio3 abbiamo provato a ricordare Pietro continuando, a modo nostro, il suo lavoro, riprendendo argomenti a lui cari e mimando quel suo sguardo sempre di insieme e sempre indirizzato alla comprensione del presente.

Sul nostro sito raiplayradio.it possono essere ascoltate e scaricate cinque Lezioni per Pietro. Cinque i temi: cittadinanza scientifica, diversità umana, ruolo della storia della scienza, la scienza e le donne, arte e scienza. Cinque i relatori e relatrici scelte tra coloro che hanno condiviso con Pietro Greco questi valori: Elena Cattaneo, Giovanni Destro Bisol, Walter Tocci, Elena Gagliasso e Bruno Arpaia.

Sono convinta che per chi ha letto i suoi scritti, ascoltato le sue puntate alla radio, oppure lo abbia avuto come insegnante, la scomparsa di Pietro sia stata la brusca frenata di un percorso di conoscenza e di consapevolezza. Pochi, in questo cammino, sapevano stargli al fianco. Ma ognuno di noi, nel proprio piccolo, seguiva a suo modo una strada tracciata.

Ora si tratta di riprendere a seguire quelle tracce costituite da alcuni concetti universali: il valore della conoscenza, l’attitudine al rigore, la propensione alla comunicazione aperta a tutti, l’impegno per la democrazia.

In questo libro sono raccolti alcuni degli articoli che Pietro ha scritto per Left. I temi ricalcano i suoi valori e le sue curiosità: la ricerca di base, la cittadinanza scientifica. Poi l’indefesso lavoro di intreccio tra letteratura, poesia, arte e scienza. E il suo impegno affinché la conoscenza sia un diritto garantito a tutti. Ogni articolo segue e rispetta il suo metodo di scrittura. Pietro scriveva molto.

Sosteneva di essere affetto da una strana malattia, «la sindrome scriptoria senile» – per cui diceva – «più passano gli anni più aumenta la quantità di libri che scrivo».

Nella scrittura Pietro si dimostrava generoso con i lettori e fedele a se stesso. Si parla di ciò che si conosce, per cui in ogni articolo o saggio o conversazione pubblica era evidente che Pietro Greco seguiva la sua regola aurea: prima si studia, poi si scrive quindi si racconta.

Vorrei citare, infine, un articolo in particolare, come caso-studio, esempio di come lavorava Pietro. L’articolo è recente, è stato pubblicato ad aprile scorso, ed è dedicato a Trotula, scienziata dell’anno Mille, prima donna medico in Europa dopo essersi formata alla celebre Scuola medica salernitana. Divenne nei secoli un personaggio nascosto e misterioso. Un anno prima della pubblicazione di questo articolo e anche del libro Trotula. La prima donna medico d’Europa (L’Asino d’oro, 2020), Pietro ed io ci trovammo a partecipare insieme a Padova, alla cerimonia finale del Premio Galileo. Lo incontrai in un bar seduto davanti a un caffè, con in mano un libro dall’aspetto inequivocabile di libro di biblioteca. Cosa leggi?- gli chiesi. E lui, a sua volta: «Conosci Trotula ? È una storia che merita di essere raccontata. La sto studiando».

Allora capii. Che scrivesse sul treno o leggesse in un bar, Pietro in questi momenti non poteva essere disturbato. Non lo celava e se lo anticipavi lasciandolo solo, ti sorrideva come un gatto. Sì, a me sembra che i gatti sorridano, talvolta.

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L’autrice: Rossella Panarese è stata per anni autrice e conduttrice di Radio3Scienza

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La presentazione del libro di Left “La lezione di Pietro Greco. Quando la divulgazione scientifica è un’arte” – 20 febbraio 2021:

 

Il dilemma delle scuole “professionalizzanti”

Students focused on the study in a public library. They’re all wearing protective face mask due to pandemic outbreak.

Se il discorso del presidente del Consiglio Mario Draghi al Senato può essere considerato il manifesto programmatico del nuovo governo, allora per quanto riguarda la scuola sarà l’istruzione tecnica al centro dell’azione del ministero nei prossimi mesi. Draghi ha fatto riferimento agli Its, Istituti tecnici superiori. In Francia e in Germania, ha detto, «sono un pilastro importante del sistema educativo». Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ha aggiunto, riserverà agli Its un miliardo e mezzo, «20 volte il finanziamento di un anno normale pre-pandemia».

Eccoli, dunque gli Its, la scommessa del sistema scolastico del futuro. Rappresentano, fuori dall’alveo universitario, l’apice della formazione tecnico-professionale. Un universo frastagliato che meriterebbe più attenzione e guida a livello centrale: l’ultimo “girone”, in fondo, è rappresentato dai corsi di formazione professionale gestiti dalle Regioni – “regalo” della riforma del Titolo V del 2001 – ed erogati da soggetti privati accreditati: quindi un sistema diseguale e perennemente in un cono d’ombra. Poi, salendo, troviamo gli istituti professionali che con la riforma Gelmini sono stati deprivati di ore in discipline basilari come Italiano, Storia dell’arte, Lingue straniere e poi, più su, gli istituti tecnici statali molto simili ai licei e infine, dopo il diploma di scuola superiore, si arriva finalmente agli Its. Nati sotto il governo Prodi con il Dpcm del 25 gennaio 2008, sono la prima esperienza italiana di formazione terziaria legata direttamente al mondo produttivo. Così legata che le imprese figurano dentro le fondazioni che li organizzano insieme agli enti locali, alle università e agli istituti del sistema scolastico statale. E dentro le aziende è prevista la presenza degli studenti per il 30 per cento delle ore complessive, così come il 50 per cento dei docenti viene dal mondo del lavoro.

Entrati in funzione nel 2010, attualmente sono 107 suddivisi in corsi biennali o triennali in 6 aree tecnologiche “strategiche”: dall’efficienza energetica al turismo, dal sistema casa, meccanica e moda alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. In dieci anni di attività non hanno prodotto grandi risultati. Il diploma tecnico superiore corrisponde al V livello del quadro europeo, corredato, si legge nel sito dell’Indire, dall’Europass diploma supplement. Ma a quanto pare non risulta un titolo di studio attraente visto che, come afferma lo stesso ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi nel suo libro Nello specchio della scuola (Il Mulino) gli iscritti in tutta Italia nel 2020 erano poco più di 15mila.
«Ci troviamo in una situazione abbastanza incompiuta», dice Carlo Salmaso, membro della Lip scuola e insegnante in un istituto tecnico di Padova che fin dal 2010 ospita una delle diramazioni dell’Its Meccatronico veneto di Vicenza. «Lo spunto iniziale aveva una sua logica e il lavoro dei primi anni è stato migliore rispetto al periodo successivo. Allora c’era una…


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Se va a un matrimonio vorrebbe essere la sposa

Foto Cecilia Fabiano/LaPresse 04 febbraio 2021 Roma (Italia) Cronaca Murales di Harry Greb che ritrae Matteo Renzi che stringe la mano a Mohammed bin Salman Nella foto: il murales in una via del centro Mercati di Traiano Photo Cecilia Fabiano/LaPresse February 04, 2021 Roma (Italy) News Harry Grab painting figure Matteo Renzi shaking the hand of Mohammed bin Salman. In the pic: the paint in a roman centre alley

«È così egocentrico che se va a un matrimonio vorrebbe essere la sposa, a un funerale il morto». Rubo le parole che Longanesi dedicò a Malaparte per provare a raccontare come Matteo Renzi abbia pensato di risolvere la questione dei suoi rapporti a pagamento con il principe ereditario Mohammed bin Salman.

Ricapitoliamo. Nel pieno della crisi di governo (da lui provocata) Matteo Renzi conduce un’intervista con il principe saudita in cui magnifica il regime, magnifica il principe (lo chiama più volte “amico mio” e “grande” principe), basta guardarsi il video dell’intervista, parla di un «nuovo Rinascimento» e addirittura ammette di invidiare “il costo della lavoro” dei sauditi. Tutto questo alla modica cifra di 80mila euro (o dollari, Renzi non ricorda esattamente) all’anno.

Quando esce la notizia del suo essere al soldo del principe saudita lui si difende, piuttosto goffamente, dicendo che rientra tutto nella sua normale attività di “conferenziere”: falso. Conferenziere non significa essere pagato per contribuire alla ricostruzione di una credibilità che i sauditi faticano a mantenere: molti grandi gruppi dei media – come New York Times e Cnn – dopo l’omicidio di Khashoggi, editorialista del Washington Post, hanno boicottato la Future Investment Initiative del principe bin Salman. L’ingaggio di Renzi evidentemente è tornato molto utile per coprire un buco che altri non erano disposti a coprire. È legale? Sì, purtroppo, perché in Italia (e solo in pochi altri Paesi) c’è un evidente buco legislativo. È legittimo? Ognuno ha la sua idea.

Poi accade che Renzi, incalzato, affermi letteralmente: «Prendo l’impegno di discutere con tutti i giornalisti in conferenza stampa dei miei incarichi internazionali, delle mie idee sull’Arabia saudita, di tutto; ma lo facciamo la settimana dopo la fine della crisi di governo».

La crisi di governo si è risolta e intanto Biden ha reso pubblico il rapporto dell’intelligence Usa che conferma la diretta responsabilità del principe saudita nell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Una brutta botta per il leader di Italia Viva.

Arriviamo finalmente a questi ultimi giorni, Renzi risponde, bene, e come risponde? Intervistandosi da solo. Badate bene: aveva parlato di «discutere con tutti i giornalisti in conferenza stampa» ma furbescamente si inventa l’autointervista per avere a che fare con l’unica persona di cui è interessato e che stima davvero: se stesso. E che fa? Mischia le carte, come molti dei suoi fan sui social in queste ore, confondendo attività politica e attività professionale personale. Il trucco è quello di equiparare l’attività politica di rappresentanti politici in carica (su cui poi ci sarebbe parecchio da scrivere) con il suo lavorare per la propaganda di regime di un Paese straniero mentre è senatore pagato dai cittadini italiani. Peccato che su questo punto il Renzi giornalista non abbia avuto la prontezza di interrogare il Renzi intervistato. Scrive Renzi che è «giusto e anche necessario» avere rapporti con l’Arabia Saudita, Paese «baluardo contro l’estremismo islamico e uno dei principali alleati dell’Occidente da decenni» confondendo il lavoro diplomatico con l’attività di un privato cittadino. Insomma, il solito Renzi.

Nella sua risposta ovviamente non cita mai il principe (non sia mai, che non si irriti “amico mio”), spende ancora parole d’elogio per la famiglia reale saudita ma si dimentica di farsi la domanda sugli interessi economici dei sauditi in Italia e in Europa. Che distratto. Sarebbe stata una bella domanda. In compenso si fregia di pagare le tasse, come se fosse una cosa straordinaria. Grandioso.

E infine, come sempre, la butta sul vittimismo politico: questo però è sempre un classico. Renzi infine rivendica di essere sempre pronto a parlare di diritti umani ovunque sia necessario: benissimo, ma ci faccia sapere su mandato di chi e se poi emette fattura. Così ci viene più facile.

Buon lunedì.

Giancarlo Cauteruccio: Il teatro in video è arte e innovazione

Cinema e arti visive godono già di un status virtuale che in tempi di pandemia può assolvere il compito della loro diffusione. Per il teatro la fruizione mediatica (a meno di non esaltarne il valore storico documentario che certo può essere utile ma non risolutivo) suona come una contraddizione. Da un anno ormai, fatta salva la parentesi estiva, lo spettacolo dal vivo si è fermato. Lo spostamento sulle piattaforme è una sostituzione necessaria, anche benvenuta. Lo streaming si afferma come potenziale estetico carico di futuribile funzionalità oltre che di sicuro godimento, poetico e drammaturgico. Ma fino a che punto? Fino a che punto si riflette sulla presenza del pubblico? Fino a che punto il suo rapporto con lo spettatore è vincente o di esso può anche fare a meno, concepito com’è per platee alternative, virtuali appunto, indefinite e inafferrabili? È lecito parlare di impoverimento dell’immaginario teatrale? La ricerca e l’esperienza di un teatro endemicamente multimediale come quello coltivato fin dagli anni 80 del ’900 da Giancarlo Cauteruccio e dai suoi Krypton può essere utile per schiarirsi le idee. Per raccogliere spunti, individuare possibili margini, accettarne e accertarne i limiti.

Partiamo dall’inizio. Già quarant’ anni fa avevi preconizzato l’uso della tecnologia in ambito teatrale e su questa equazione di pura avanguardia hai costruito il tuo linguaggio d’artista e la tua carriera. Fu sfida o dialogo? Come stai vivendo questa condizione d’isolamento cui solo il ricorso all’online sembra porre rimedio?
La osservo da uno stato di disorientamento. Ho sempre pensato alla tecnologia come a un linguaggio e non uno strumento, come alla possibilità di innovare il teatro, la più antica espressione dell’uomo, attraverso quella necessità del moderno e del contemporaneo di svelare i processi che conducono all’opera d’arte, senza badare esclusivamente ai risultati che si ottengono. È proprio l’arte del Novecento a insegnarci che la “ricerca” non mira a risultati estetici ma deve procedere per sperimentazioni, tentativi da sottoporre alla sensibilità del pubblico affinché ne sia sollecitata la riflessione, aprendo così la strada a una crescita culturale. La mia sperimentazione, non sempre compresa nell’ambito del fare teatro, ha prodotto dei risultati importanti, ma sempre fuori da concreti riconoscimenti istituzionali. Oggi, in questo “punto zero” che è venuto a manifestarsi, viene a galla l’inadeguatezza di coloro che hanno difeso solo la tradizione ignorando l’innovazione. Oggi la necessaria innovazione tecnologica trova i gestori del teatro italiano impreparati, in una condizione di palmare ignoranza rispetto al…


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Laika: Ho dato un volto all’umanità invisibile

Ha lanciato il cuore oltre l’ostacolo, Laika, la street artist che tutti conoscono a Roma e a livello internazionale. Quattro opere sulla rotta dei Balcani, al confine tra Bosnia e Croazia, tra i campi profughi di Lipa, Bihac, Velika Kladusa, nel Cantone dell’Una Sana. Un viaggio per raccontare le condizioni in cui versano i migranti provenienti dall’Asia e dal Nord Africa. Poster che fanno tremare i polsi e focalizzano l’attenzione sulla pagina più buia dell’Europa.

Perché lo hai fatto? Quando e come è nata l’esigenza di andare in prima persona e operare sul posto?
Ho sentito l’esigenza di raccontare una storia di cui purtroppo si parla poco. Una terribile violazione dei diritti umani, di cui la gente sembra non voler rendersi conto. Mi sono imbattuta in alcuni reportage sul tema, ho approfondito l’argomento e ho cominciato a disegnare una delle opere, quella intitolata Life is not a game. Non avevo ancora deciso di andare in Bosnia, anche perché in questo periodo pianificare degli spostamenti è complesso. È successo che, man mano che disegnavo, pensavo a dove avrei voluto attaccare i poster. E lì è nata l’esigenza. Per me è molto importante la “cornice” di un’opera, il luogo dove l’attacco è parte integrante dell’intervento artistico. Più ci pensavo e più mi sembrava il luogo adatto per questa serie di opere. Alla fine è diventato l’unico posto possibile in cui agire. In più volevo rendermi conto con i miei occhi se ciò che avevo disegnato rispecchiasse davvero la situazione, se ciò che avevo prodotto riuscisse a raccontare cos’è la vita sulla rotta balcanica. Ho portato tre opere da Roma. L’ultimo giorno ho sentito l’esigenza di realizzarne una quarta: il bambino con le lacrime di ghiaccio.

Ci racconti come è andata lì, in Bosnia?
Sono partita abbastanza all’avventura e probabilmente sono stata fortunata in relazione ai controlli attraverso i quali sono passata. L’esperienza lì mi ha completamente svuotato di energie, sia fisicamente che mentalmente. Non si può raccontare a parole la sensazione che ho provato, parlando con tanti uomini e donne che mi hanno fatto vedere le foto dei pestaggi subiti dalla polizia. È qualcosa che prende allo stomaco e te lo stritola vedere le condizioni disumane in cui queste persone resistono al freddo, sopravvivono senz’acqua, cercano rifugio in edifici fatiscenti, privati di tutto. Il mio più grande timore era di non essere capita, di venir percepita come una che andava lì a fare turismo, a occuparsi degli affari altrui. Invece, da questo punto di vista, è…


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Stop global warming, Europa first per orientare il mondo

Greenpeace activists in Brussels project an image of the Earth as a bomb with a lit fuse onto European Commission headquarters ahead of an EU summit on EU's top jobs, five-year plan, and response to climate change. The message reads in various languages: Climate Emergency – Time's Running Out – EU Act Now.

Un posizionamento forte sulla questione ambientale può giocare un ruolo importante nella definizione dei nuovi equilibri geopolitici mondiali. Il soft power, così come descritto dallo scienziato politico statunitense Joseph Nye, consiste nell’abilità di creare consenso attraverso la persuasione e non la coercizione.
«Il potenziale d’attrazione di una nazione, infatti, non è rappresentato esclusivamente dalla sua forza economica e militare, ma si alimenta attraverso la diffusione della propria cultura e dei valori storici fondativi di riferimento» (citazione Treccani).

La politica internazionale per molti versi assomiglia ad uno stato di natura, dove vige la legge del più forte, spesso esercitata attraverso il peso economico e degli arsenali militari. In opposizione a questo modello di hard power esiste però un potere di persuasione molto più labile, sfumato e non misurabile, ma capace di determinare effetti altrettanto vigorosi. Se la cosa vi fa storcere il naso pensate alla Coca cola, uno dei più potenti strumenti di diffusione dei valori americani nel mondo del dopoguerra. La bevanda era diventata un simbolo americano a tal punto che i russi ne impedivano tassativamente l’ingresso sul suolo sovietico. Un eroe della Seconda guerra mondiale, il maresciallo Zhukov, provò la Coca cola in compagnia del generale americano Eisenhower e se ne innamorò. Per portarla con sé di nascosto ne fece produrre una versione bianca, trasparente, così che si potesse confondere con la vodka.

La domanda che in molti si pongono è se l’impegno sul clima e l’ambiente possa rappresentare uno strumento di influenza altrettanto potente nei rapporti tra le nazioni. La questione ambientale è la prima sfida di portata realmente globale e come tale va affrontata, anche se dovremmo abituarci al fatto che questa sarà una caratteristica sempre più ricorrente in futuro, la pandemia è qui a ricordarcelo. Nello scenario in continua mutazione dei rapporti geopolitici, che oggi appare quanto mai frammentato e alla ricerca di un punto di equilibrio tra vecchie e nuove superpotenze, occorre ragionare su quali saranno gli strumenti e le leve per orientare da un lato piuttosto che dall’altro il processo decisionale. Una unità del blocco occidentale e un impegno comune sulla questione ambientale può rappresentare quel collante soft in grado di…

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L’autore:

Alessandro Paglia è il responsabile relazioni europee dell’associazione Tes (Transizione ecologica solidale) 


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Fermiamo la pandemia di cemento

Concreting walls on construction site

Nel luglio 2012, Mario Catania, rigoroso e competente ministro per l’Agricoltura del governo presieduto da Mario Monti, portava alla discussione parlamentare il disegno di legge Valorizzazione delle aree agricole e contenimento del consumo del suolo. Dopo anni di denunce da parte degli urbanisti raccolti intorno a Eddyburg, lo straordinario sito di approfondimento e denuncia di Edoardo Salzano (scomparso nel 2019), finalmente il governo rompeva il silenzio istituzionale e metteva all’ordine del giorno del Parlamento una questione fondamentale per il futuro del Paese.

Era lo stesso ministro Catania a fornire le cifre del disastro causato dalla deregulation urbanistica: ogni giorno, affermava la sua relazione di accompagnamento della legge, vengono cementificati 100 ettari di territorio agricolo. Si distruggono paesaggi storici, si rendono ancora più invivibili le città e si distrugge la sovranità alimentare. A furia di distruggere una risorsa preziosa e irriproducibile come il suolo fertile, l’Italia deve infatti acquistare sul mercato mondiale sempre maggiori quantità di alimenti. Cementificare fa male alla salute e al portafoglio perché la bilancia dei pagamenti va in rosso, mentre se si bloccasse la speculazione immobiliare, risparmieremmo ingenti risorse economiche e potremmo creare posti di lavoro nella filiera alimentare.

Dopo cinque mesi il Partito democratico metteva la parola fine al…

 


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Un’economia fossile

April 6, 2016 - Viggiano, Italy - The Oli COVA Centre of Viggiano, Basilicata, southern Italy, from which the investigation of the Magistracy of Potenza to the environmental disaster began. In investigative strands wiretap led to the resignation of Minister Federica Guidi. (Credit Image: © Alfonso Di Vincenzo/Pacific Press via ZUMA Wire)

Che la Basilicata sia piena di petrolio si sa da decenni. Ad oggi è la regione dove si estrae l’80% di tutto il petrolio italiano. Quel che si sa meno è che da un paio di mesi è entrato in funzione un nuovo impianto, un sito di estrazione, stoccaggio e prima raffinazione degli idrocarburi. Stiamo parlando del centro olio Tempa Rossa che si nasconde – più o meno – nell’alta valle del Sauro, nel cuore della Basilicata e a ridosso dell’area protetta del Parco Regionale di Gallipoli.

Sotto la montagna di Corleto Perticara (Pz) infatti si trova un enorme giacimento petrolifero, scoperto nel 1989 dalla Enterprise Oil e dalla Fina, e ora in mano a Total E&P Italia, operatore incaricato dello sviluppo del progetto, Mitsui E&P Italia B S.r.l. e Shell. L’impianto è composto da 5 pozzi già attivi, un sesto in costruzione e altri due in attesa delle autorizzazioni. Le aziende stimano che il giacimento possa contenere più di 480 milioni di barili di greggio e l’obiettivo è produrre 50mila barili di petrolio al giorno, 230mila metri cubi di gas naturale, e 240 tonnellate di Gpl. Il centro oli Tempa Rossa è nato per trattare il greggio grezzo prima di immetterlo nell’oleodotto che lo porta alle raffinerie di Taranto.

Il giacimento di Tempa Rossa, come detto, non è né il primo né l’unico in Basilicata. L’area industriale più nota è costituita dal centro olio Val d’Agri di Viggiano (Pz) e dall’omonima concessione, il più grande giacimento sulla terraferma dell’Europa occidentale. Gestito da Eni, sono vent’anni che fornisce olio e gas. 

La nuova concessione invece si estende principalmente sul territorio del Comune di Corleto Perticara e di Gorgoglione (Mt). I lavori di costruzione del centro oli sono iniziati nel 2013 e terminati nel 2018. Nel 2020 sono iniziate le prove sperimentali d’estrazione. E i problemi. Gli abitanti dei comuni vicini hanno iniziato a notare delle anomalie: fiammate improvvise di giorno e di notte, fumi densi e neri ed esalazioni maleodoranti.

Nonostante tutto, il 14 dicembre dello scorso anno l’impianto è…


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Perché non c’è più tempo da perdere

Draghi, il “grande orgoglio d’Italia”, richiamato a Roma per salvare il Paese dal collasso. I mercati reagiscono positivamente e l’opposizione parlamentare è lasciata a chi – fino a pochi decenni fa – era estraneo all’arco costituzionale, mentre quasi tutti a sinistra (almeno in Parlamento) plaudono al salvatore sceso da Bruxelles.

In questo contesto, per alcuni, «vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta» è diventato il whatever it takes della crisi climatica. Si tratta della chiosa di un lungo quanto inaspettatamente ambizioso passaggio dell’intervento del nuovo presidente del consiglio al Senato nel giorno in cui ne chiedeva la fiducia. Dedicato a clima, ambiente e transizione ecologica. Infarcito di tanti propositi. Ma tra la retorica sul “bene del paese”, principio per cui Draghi stesso è stato invocato, e la pratica del conflitto nell’agone del Next generation Eu, rispetto a cui bisognerà scegliere realmente, e non solo a parole, con che Paese stare (se con la potente Eni, o con gli operai delle aziende che dovranno “radicalmente cambiare”) corre la linea del redde rationem che Draghi stesso non potrà aggirare. D’altronde, la transizione ecologica non può essere uno spot elettorale, oppure un mero tentativo per alcuni di ricostruirsi una credibilità tornando alle origini. Non può, e non deve più essere, la quinta stella. L’attuale crisi climatica ed ecologica pone una minaccia esistenziale alla nostra società, come nessun’altra crisi aveva mai posto, e non basta una tinta di verde per digerire un nuovo governo chiaramente spostato a destra.

Due crisi, una soluzione.
La transizione ecologica è al contempo la soluzione a due grandi crisi, quella economica e quella climatica: salvare il clima potrebbe avere, come effetto collaterale, la creazione di moltissimi posti di lavoro ben retribuiti (molti di più di qualsiasi investimento legato al mondo dei combustibili fossili, ne è un esempio la follia della metanizzazione sarda), la redistribuzione di ricchezza e in generale la democratizzazione dell’accesso e della distribuzione dell’energia. A tutto questo aggiungiamo altre due necessarie prese di coscienza. Le rinnovabili sono economicamente convenienti: molto più delle fossili. E abbiamo tutte le tecnologie necessarie per iniziare questo passaggio, che non si deve mettere in discussione: esso è una necessità che la miglior scienza disponibile ci chiede ormai da anni.

Un governo ambientalista?
Ministri tecnici nei nodi cruciali di spesa del Next generation Ue, il resto ai politici. Molti analisti, in queste settimane convulse, hanno evidenziato questa scelta di Draghi. Dimenticandosi però che…

 

Gli autori: Luigi Ferrieri Caputi e Giorgio De Girolamo sono attivisti di Fridays for future Italia


L’articolo prosegue su Left del 26 febbraio – 4 marzo 2021

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