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Per niente geni ma guastatori

Foto Fabio Frustaci/LaPresse/POOL Ansa17 febbraio 2021 Roma, Italia Politica Senato - Voto di fiducia su governo DraghiNella foto: Matteo Renzi Photo Fabio Frustaci/LaPresse/POOL AnsaFebruary 17, 2021 Rome (Italy) Politics Senate - Vote of confidence on Draghi's governmentthe pic: Matteo Renzi

Eppure l’avevamo scritto più volte proprio su queste pagine che le manovre che hanno portato alla nascita del governo Draghi non avesse nulla a che fare con il civismo e con le competenze, che quella fosse solo la confezione con cui ci è stata messa sullo scaffale ma che dietro, gratta gratta, ci fosse una riflessione politicissima, della politica peggiore, di quella che studia giorno e notte come disarticolare gli avversari e che poi ci si presenta come innovatrice e riformista.

E così accade che ieri il Movimento 5 Stelle in fondo si sia spezzato nel suo asse ormai logorato con Casaleggio e con l’associazione Rousseau (pronta a farsi partito) e che il Partito democratico abbia viste rassegnate le dimissioni di uno  Zingaretti che potrebbe essere molto meno rassegnato di come appare.

Del resto, piaccia o no, la strategia di un fronte formato da Pd e M5s per combattere la destra ha, per il momento, fallito e il fatto che Conte, indicato più volte dal segretario Pd come «punto di riferimento riformista» e «federatore» di questo nuovo centrosinistra, abbia deciso sostanzialmente di diventare organico al M5s ha maggiormente logorato il suo partito.

Ma nella discussione generale, con tutte le sensibilità che ci sono in campo, continua a sfuggire che il Partito democratico guidato da Zingaretti in Parlamento sia una truppa scelta in tutto e per tutto dal principe guastatore segretario precedente, quello che ora con i suoi fuoriusciti guida il suo partito personale e che continua ad avere stretti rapporti con molti rimasti ancora nel Pd. In sostanza: in un partito che è sempre stato dilaniato dalle correnti (che favoleggiano di ricambio e poi invece sono sempre lì, perfino sempre con gli stessi capibastone) continuano a resistere anche le scorie di una corrente precedente che è stata fortissimamente maggioritaria.

Ha buone ragioni Zingaretti nel denunciare (peccato, su Facebook) la «guerriglia quotidiana» e le «vergognose polemiche sulle poltrone» (a proposito, quando lo si scriveva si veniva additati come visionari, ricordate?) ma per coloro che sanno fare politica solo architettando sgambetti, solo dedicandosi alla costante usura del leader in carica, solo occupandosi di preservare il proprio piccolo spazio di potere, solo immaginando un mondo di continui nemici interni, solo dedicandosi a strategie di cortile, per quelli il Pd è il campo perfetto per potere esercitare le proprie brutture. Ed è così da anni.

Una cosa è certa: questo governo è perfetto per riabilitare la destra e per fare implodere il centrosinistra. Qualcuno evidentemente ne era consapevole. Ora fatevi due conti. Sono quelli che si credono geni e invece sono solo guastatori.

Buon venerdì.

Not in my name

È durata poco la sverniciata di blu che Matteo Salvini si era dato nelle settimane scorse, dicendosi disposto ad accettare l’adozione della legislazione europea sui migranti. Dal doppio petto è presto rispuntata la felpa di CasaPound.
E dunque eccoci qui di nuovo a contrastare le politiche xenofobe di Salvini e i suoi attacchi alle Ong ree di salvare vite umane. Uscito dalla porta grazie al governo Conte due sostenuto dall’alleanza M5s-Pd, il Nostro è rientrato dalla finestra del governo Draghi ricavando per la Lega importanti ruoli chiave. Un film già visto che ci riporta alla mente tante copertine di Left che gridavano “Not in my name”, che denunciavano il suo essere forte con i deboli, il suo flirtare con gruppi di estrema destra che si auto definiscono fascisti del nuovo millennio, il suo baciare il rosario e, con il senatore Pillon, intimare alle donne di tornare a casa a fare figli, in nome della famiglia “naturale”, del contrasto alla denatalità.
Fin da quando furono varati abbiamo dato fiera e strenua battaglia ai decreti Salvini, basati sulla falsa narrazione xenofoba e paranoica che paventava un’invasione di immigrati che in Italia non c’è mai stata. Abbiamo contrastato politicamente il suo invocare la chiusura dei porti denunciando l’inaccettabile violazione di diritti umani, della Costituzione che all’articolo 10 tutela il diritto d’asilo, dei trattati internazionali e della millenaria legge del mare. Lo abbiamo fatto con la forza delle idee e di una visione lunga che ha radici nella storia profonda della nostra specie umana che si è evoluta proprio grazie al rapporto con il diverso di sé, mettendosi in cammino non solo per bisogno, ma per desiderio di conoscenza. Abbiamo dato battaglia con gli strumenti che ci offrono la storia e la cultura e ora, grazie al governo Draghi, ci ritroviamo non solo il leghista Nicola Molteni, fiero sostenitore dei decreti salviniani nel ruolo di sotto segretario agli Interni, ma anche la leghista Lucia Borgonzoni come sottosegretaria alla Cultura, ovvero colei che si è vantata di non leggere libri.

E allora ripartiamo da qui, da tutto quello che negli anni abbiamo rifiutato e combattuto: la deriva sovranista e xenofoba imposta da Salvini, la barbarie di politiche liberiste che hanno aumentato le disuguaglianze che hanno indebolito i diritti, a cominciare da quello alla salute. Nel frattempo la pandemia, dolorosamente, ha mostrato a tutti quanto sia criminale la ricetta liberista della aziendalizzazione della sanità che tratta la salute come merce. Ha reso macroscopicamente evidente quanto l’ottica del nazionalismo egoista sia miope e fallimentare per uscire dalla crisi sanitaria ed economica. In un momento così grave e importante della storia mondiale ci dobbiamo gettare a capofitto nell’impresa di ricostruire il Paese. Abbiamo la possibilità di farlo anche spendendo bene i 209 miliardi del Recovery fund. Ma non ci fa dormire sonni tranquilli che proprio in uno dei ministeri chiave, quello dello Sviluppo sia stato chiamato il leghista Giancarlo Giorgetti, l’affossatore della medicina territoriale, nonché relatore della antiscientifica e misogina Legge 40. Di tutto questo dobbiamo ringraziare, in primis, chi ha acceso la miccia della crisi di governo, ovvero Matteo Renzi, l’ex presidente del Consiglio e senatore che fa conferenze prezzolate alla corte sanguinaria e fondamentalista del principe Bin Salman che nega l’identità e la vita sociale delle donne, che bombarda i civili yemeniti, che ha responsabilità conclamate nell’uccisione del giornalista Khashoggi, scomodo per il regime. I due Matteo sono tornati a fare gioco di sponda, a darsi mano, riallacciando i fili un’alleanza lunghissima e forse mai venuta meno, favorita dalla mediazione di Denis Verdini, lo stesso che condusse Renzi ad Arcore da Berlusconi. Nel frattempo Verdini è stato condannato al carcere ed è ai domiciliari per il rischio di Covid che attanaglia i penitenziari. Speriamo che il provvedimento di civiltà che è stato messo in atto per lui possa essere esteso anche ad altri detenuti.

Rivolgiamo questa richiesta alla neo ministra Marta Cartabia che nei giorni scorsi ha incontrato i vertici del Dap per sostenere la campagna vaccinazioni di detenuti e personale. Per quanto estremamente distante dalle nostre posizioni per ciò che in passato ha detto sull’aborto abbiamo apprezzato che l’ex presidente della Consulta si è dimostrata sensibile verso irrimandabili provvedimenti di civiltà riguardo alla difesa dei diritti umani in carcere. Ma la questione della laicità resta un tasto debole del governo Draghi, benedetto dai vertici della Chiesa e in cui abbondano esponenti vicini a Comunione e liberazione e alle gerarchie ecclesiastiche. Avvicinandoci all’8 marzo (che noi di Left ricordiamo tutto l’anno) non possiamo non tornare a interrogarci sui diritti negati delle donne, sulla disapplicazione della legge 194, a causa dell’alto numero di obiettori. Non possiamo che tornare a incalzare il governo, come abbiamo fatto con tutti quelli precedenti, tornando ad analizzare un’emergenza strutturale come quella dei femminicidi e più in generale della violenza sulle donne in Italia. Su questo numero accendiamo i riflettori anche sulla piaga delle molestie e degli abusi che le donne subiscono sul lavoro. Lo facciamo dialogando con la segretaria della Fp Cgil Serena Sorrentino e con inchieste sulle condizioni di lavoro delle donne in Europa, convinti che investire sulle donne, implementare l’occupazione femminile e sostenerne l’autonomia e riconoscerne l’identità sia la strada per innescare quel cambiamento culturale che è essenziale per uscire dalla crisi e per costruire un futuro giù giusto, più inclusivo e più umano.


L’editoriale è tratto da Left del 5-11 marzo 2021

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A volte ritorna

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 25-02-2021 Roma Politica Punto stampa di Matteo Salvini e i nuovi sottosegretari della Lega Nella foto Matteo Salvini Photo Roberto Monaldo / LaPresse 25-02-2021 Rome (Italy) Matteo Salvini and the new under-secretaries of the League party meet the press In the pic Matteo Salvini

C’è in giro una barzelletta spassosissima eppure tragica, fomentata soprattutto dagli ultrà renziani, per cui nel “capolavoro” del governo Draghi rientrerebbe anche l’avere danneggiato o comunque tarpato Matteo Salvini e il suo partito. È la barzelletta di riserva che arriva subito dopo “il governo dei migliori”, un’altra enorme bugia che è stata utilizzata giusto il tempo di leggere con un certo affanno la lista dei ministri e soprattutto dei viceministri e soprattutto dei sottosegretari: non potendo più insistere sulla qualità dei componenti di governo, sarebbe stato troppo persino per loro, il nuovo messaggio da veicolare in massa è quello di un Salvini che uscirebbe “depotenziato” da questo governo per chissà quali strani alchimie. La politica però, per la fortuna di chi si ritrova a commentarla, è fatta di numeri e quegli stessi numeri dicono che (ma dai?) la Lega di Salvini in questi primi di giorni abbia già cominciato ad aumentare i consensi. Allora forse converrebbe fare qualche passo indietro, alla caduta del primo governo Conte, quando Salvini e i suoi fans imperversavano su tutti i giornali (e alle direzioni dei telegiornali) rimanendo al centro del dibattito praticamente su qualsiasi punto politico si sollevasse quotidianamente. Erano i tempi in cui sembrava praticamente impossibile riuscire ad abbattere il muro della Bestia leghista sui social network e in cui Salvini dettava l’agenda politica ad ogni passo, perfino pubblicando foto con l’ultimo piatto del suo ultimo pranzo. Forse converrebbe ripartire da quel periodo per rendersi conto che gli errori successivi del leader leghista, a partire dalle sue presuntuose follie nell’estate del Papeete, hanno permesso al Paese di uscire dal terrificante reality show in cui era caduto e di ripristinare perlomeno una discussione politica che fosse qualcosa di più alto dell’odio sparso contro i fragili, che fossero migranti o qualsiasi altra categoria.

Il secondo governo Conte in fondo nasce proprio con quella missione: Partito democratico, Leu e persino Renzi hanno accettato la mediazione di un governo che sicuramente non è mai stato il governo dei sogni per riuscire ad arginare una decadenza umanitaria e una tossicità del dibattito che ha partorito obbrobri giuridici (a partire dai cosiddetti decreti Sicurezza) che hanno riportato indietro il Paese di decenni. Ora, al di là delle speranze politiche che qualcuno può riporre nella figura di Mario Draghi nuovo presidente del Consiglio, è un fatto sotto gli occhi di tutti che non solo Salvini sia prepotentemente rientrato nella compagine di governo e quindi nell’alveo della visibilità che governare concede, ma che addirittura ci sia riuscito non rompendo l’alleanza di centrodestra di cui continua a proporsi come capo politico, per di più concedendo alla sua alleata Giorgia Meloni di avere mano libera nel bombardare il governo dalla comoda posizione dell’opposizione e quindi presumibilmente riuscendo anche a “mantenere” i malpancisti. Per questo…


L’articolo prosegue su Left del 5-11 marzo 2021

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Protezione del paesaggio, dell’ambiente e del patrimonio d’arte, quale politica

L’Italia che è stata fra i primi Paesi al mondo a costituzionalizzare la tutela del patrimonio artistico e del paesaggio è diventata nemica dei suoi tesori. E non da ora. Anni e anni di consumo di suolo, deregulation urbanistica, abusivismo hanno messo a sacco la penisola, di per sé idrogeologicamente fragile ed esposta a sismi. In nome di una ideologia della crescita ad ogni costo con un intensivo sfruttamento delle risorse naturale e culturali l’Italia è stata follemente cementificata e i centri storici delle città d’arte hanno subito la pressione di un turismo consumistico e predatorio che, come nota la senatrice Michela Montevecchi «non offre neanche conoscenza e la possibilità di fare una vera esperienza culturale». Con una serie di incontri di approfondimento la senatrice de Movimento Cinque Stelle da mesi sta affrontando questi temi chiamando a confronto professionisti dei beni culturali, scienziati, esperti di comunicazione. L’obiettivo è alto: cercare di cambiare questo modello di sfruttamento intensivo del territorio e del patrimonio culturale, invertire rapidamente la rotta strutturando una proposta politica che rimetta al centro la tutela guardando al futuro, cercando di prevenire l’impatto che potrebbe avere il climate change, con eventi climatici imprevisti e tanto più impattanti su un territorio già fragile e messo a dura prova. Anche di questo discuteremo il 4 marzo con Luca Mercalli, Giuseppe Mazza e la senatrice in una Pillola di Arte e scienza che sarà trasmessa in streaming sulla pagina Facebook della senatrice.

Dobbiamo rapidamente cambiare modello di sviluppo, non c’è più tempo dicono i giovanissimi dei Fridays for future che più degli adulti hanno recepito l’allarme degli scienziati riguardo agli effetti del surriscaldamento del pianeta, dell’innalzamento degli oceano, di eventi climatici avversi. E al contempo dobbiamo fare prevenzione.
«Serve una ampia mappatura di tutti i luoghi più fragili e un piano straordinario di manutenzione», sottolinea Montevecchi, ma se vogliamo davvero mettere le basi per un vero cambiamento bisogna cambiare radicalmente la nostra visione culturale facendo formazione cominciando fin dai primi anni di scuola». Per mettere in atto un vero salto di paradigma serve soprattutto sensibilizzare le nuove generazioni. «È importante cercare di introdurre i bambini al tema del cambiamento climatico. Purtroppo saranno proprio loro a viverlo nelle sue manifestazioni più problematiche», sottolinea la senatrice. Alcune esperienze di formazione innovativa in questo senso sono già attive.

«Per esperienza personale posso dire che l’Emilia Romagna è una Regione virtuosa da questo punto di vista – racconta la senatrice modenese -. I bambini vengono portati in montagna, per fargli conoscere la flora e la fauna, per entrare in contatto con la natura. Oggi, con le nostre vite traslate sugli smartphone si fatica molto a mantenere la sensibilità nei confronti dell’habitat naturale. Ma non dovremmo dimenticare mai che ne siamo parte. La perdita di questo contatto non aiuta a mantenere e a sviluppare sensibilità verso l’ambiente. Questa è una grande sfida da affrontare»
L’educazione civica nelle scuole dovrebbe essere anche educazione al rispetto dell’ambiente ed educazione all’ecologia?
Certamente. L’educazione civica è stata reintrodotta con un provvedimento del governo Conte I che abbiamo fortemente voluto. Però a mio avviso va rivisto tutto il percorso di formazione fin dalla scuola dell’infanzia dove noi cominciamo a sviluppare la consapevolezza del nostro stare nel mondo. Nelle vari fasi scolastiche sono possono prevedere percorsi che possono essere svolti anche al di fuori dell’ora curriculare, potenziando tutte quelle buone pratiche che fanno sì che il bambino cresca e diventi un adulto che ha già acquisito una serie di abitudini di vita. Più che un’ora di teoria serve l’esempio, l’esperienza di vita.
Il convegno e la serie di incontri che lei ha organizzato costruiscono un ponte fra politici ed esperti, da questo intreccio nascerà una concreta proposta politica?
Personalmente penso di avere sempre molto da imparare. Penso che sia sempre importante aprirsi alla conoscenza e mi è piaciuto farlo in un percorso pubblico, accessibile a tutti. Avrei potuto consultare gli esperti chiedendo loro un colloquio personale. Creare vari momenti, dal convegno ai webinar, alle pillole di approfondimento, è stato anche un modo per fare informazione su questi temi. È fondamentale che ci sia una traduzione politica perché altrimenti le istanze rimangono senza risposta. Come parlamentare mi sono presa l’impegno di trarre da questi contenuti delle linee di indirizzo. Trasferirò in ambito parlamentare questo lavoro che sto facendo in un habitat extraparlamentare. L’obiettivo è fare in modo che poi si possa arrivare alla votazione di una risoluzione con cui il governo si prenda degli impegni. Io non sto al governo, ma il Parlamento legifera e io non perdo le speranze.

*-*

PILLOLE DI #ARTESCIENZA

Sulla scia del convegno “#ArtEClima” del 21 Settembre 2020 e i successivi due webinar “#ArtEScienza” di novembre e dicembre 2020, continuiamo con il nostro ciclo di incontri on-line dal titolo “Pillole di ArteScienza”.
Dopo #ArteTecnologia e #ArteFormazione, arriva il terzo incontro:
#ArteComunicazione, giovedì 4 marzo alle ore 18:00, nel quale sarà trattato il tema del ruolo della comunicazione e dell’informazione come strumento per favorire il conseguimento degli obiettivi di tutela dei beni paesaggistici e culturali a fronte dei cambiamenti climatici.

Partecipano:
Simona Maggiorelli, direttrice settimanale Left
Luca Mercalli, presidente Società Meteorologica Italiana
Giuseppe Mazza, docente Iulm, comunicatore e pubblicitario
Il webinar sarà trasmesso in diretta sulla pagina Facebook della senatrice Michela Montevecchi
https://it-it.facebook.com/MichelaAMontevecchi/

Si ricorda che collegandosi alla diretta, sarà possibile interagire e formulare domande ai relatori che vi partecipano.

L’ispettore Bertolaso

Foto LaPresse - Claudio Furlan 03/03/2021 - Milano (Italia) Conferenza stampa sul piano vaccinale in Lombardia presso l’auditorium della Regione Nella foto: Guido Bertolaso Photo LaPresse - Claudio Furlan March 3, 2021 Milan (Italy) Press conference on the vaccination plan in Lombardy at the auditorium of the Region In the phot: Guido Bertolaso

Guido Bertolaso, il signor Wolf dei turboliberisti, il risolviproblemi che ha solo il piccolo difetto di non riuscire a risolvere i problemi, quello che se fosse giudicato dai voti in pagelle sarebbe da un decennio dietro la lavagna con le orecchie d’asino di cartone, il superPippo in salsa lombarda investito dalla signora Moratti, ieri ha tenuto una mesta conferenza stampa in cui ha indossato la maschera del dimesso e ci ha detto che forse le cose in Lombardia non stanno andando molto bene, riuscendo a partorire una faticosa analisi a cui erano arrivati già tutti da mesi mentre erano in fila dal panettiere.

«Il sistema delle vaccinazioni degli over 80 continua a funzionare male, a creare equivoci, ritardi», ha detto Bertolaso. Incredibile. A me, tanto perché va di moda sempre lo storytelling del giornalista che srotola la sua esperienza personale, capita di essere lombardo con padre lombardo dializzato e ultraottantenne e di avere prenotato sull’apposito sito la prenotazione per la vaccinazione: mi sono detto che un ultrottantenne con i reni ormai saltati e con un’invalidità al 100% sarebbe stata una priorità. Niente di niente. Per dire: non mi è arrivato nemmeno il messaggio di scuse per il ritardo. Chissà, forse Fontana ha riconosciuto il numero, mi sono detto.

Comunque ieri Bertolaso ha anche dato una grande lezione di sociologia dicendo, leggete e tremate:

«La legge dice che gli specializzandi sono chiamati a fare vaccinazioni. Non è facoltativo, è un obbligo. La pandemia di covid è un problema di profilassi internazionale – ricorda Bertolaso – e quindi è compito dello Stato in primis di intervenire. Scriverò al prefetto e gli chiederò di richiedere per la seconda volta, l’elenco degli specializzandi. La prima volta ha risposto un solo rettore».

Non vi basta? Ha anche aggiunto: «Mi basterebbe fare un appello a tutti quelli della mia età e il numero dei medici lo troveremmo subito ma non sarebbe giusto perché per un medico vaccinare è la cosa più nobile da fare. Solo vaccinando risolviamo questa emergenza».

Quindi il prode Bertolaso non è riuscito a risolvere i problemi della Lombardia ma ha trovato i colpevoli: i giovani. A posto così. L’ispettore Bertolaso ha chiuso le indagini. Saluti e baci.

Buon giovedì.

A sinistra non è tempo di tattica e opportunismi dal fiato corto

L’incarico a Draghi, tecnico non eletto e con un programma mai proposto al Paese, certifica, al di là di acrobazie verbali, la sconfitta dei partiti, incapaci del compito loro deputato e sancito dalla Costituzione: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».

Al di là degli effetti economici che le scelte di questo governo produrrà, e che già si intravedono con la scelta di Giorgetti al ministero dello Sviluppo economico e non solo, prolifera un pericoloso tarlo che produce una degenerazione profonda nella coscienza sociale: la riproposizione sostanziale, ideologica, del superamento tra destra e sinistra.

Come interpretare altrimenti la convergenza nelle dichiarazioni di esponenti teoricamente politicamente distanti? Zingaretti: «Condividiamo con Draghi la stessa visione». Berlusconi: «Draghi va nella direzione da noi indicata». Salvini: «Con Draghi idea d’Italia condivisa». Questo governo di tutti, “governo dei migliori”, cosa altro racconta al Paese se non il superamento della differenza tra destra e sinistra, che di fatto risulta utile solo al capitale e al neoliberismo, che ha bisogno di mani libere e nessuno a contrastare?

Si legge una sottile, sottaciuta ma robusta linea che contraddistingue questo secolo in perfetta continuità culturale: la parabola del Movimento 5 stelle, né destra né sinistra perché superati; il renzismo che dichiarava di aver fatto le cose più a sinistra di sempre, ma che dialogava con Marchionne e dileggiava il sindacato; i governi Conte che, al di là della personale “figura dignitosa” dell’ex premier, è stato capace di governare con la Lega, poi con il Pd e Leu, e, fosse riuscito, pure con il centro moderato attraverso i responsabili.

Un tempo si sarebbe definito trasformismo, oggi “punto di equilibrio”. Insomma un’impostazione culturale, ideologica, pre-politica che accomuna al fondo tutte queste esperienze: una contaminazione e degenerazione di lungo corso, frutto avvelenato di un centrosinistra occupato ad inseguire il governo per il governo, la famosa vocazione maggioritaria, ma anche di una sinistra subalterna, incapace di affrontare i nodi e le motivazioni della propria esistenza e di contrapporsi a quel filo narrativo.

Mi rifaccio a Pietro Ingrao nel 1989 al congresso di scioglimento del Partito comunista italiano: «…una fase costituente se non vuole essere una fluttuazione verso non si sa dove, suppone che siano almeno identificati e nominati interlocutori visibili; che essi rappresentino forze politiche consistenti; che vi sia almeno un retroterra di lavoro comune con loro e un minimo di intese preliminari … Su quali basi si parla allora di fase costituente?»

Il nodo vero è rimasto quello: chi siamo, chi vogliamo essere, cosa si vuole costruire, con chi. Non affrontare quei nodi, ha portato da un lato alla nascita del Pds, poi Ds, infine Pd, che ancora non sa cos’è né cosa vuole essere. D’altro lato a una sinistra incapace di andare oltre ipotesi costituenti verso soggetti nuovi immaginando che essi risolvano in sé quelle lacune e che restano sempre privi d’identità e d’anima.

Dapprima Leu, chiusa prima ancora di nascere, poi formule di reti per nuove aggregazioni, come la recente e già silente Equologica. O la persino divertente riproposizione di Leu come soggetto politico (Arturo Scotto), escludente però chi ha votato No a Draghi (Sinistra Italiana): un’operazione di appropriazione, una Leu sostanzialmente costituita dal solo Mdp-Articolo 1, e quindi altro rispetto l’iniziale (la ricomposizione di diverse anime della sinistra), utile forse solo a dribblare difficoltà di presentazione delle liste (tecnicismi) essendo simbolo già presente in Parlamento: opportunismo contingente, non progettualità.

Insomma, ci troviamo di fronte a questioni profonde che in 32 anni non sono state affrontate né risolte e perciò senza tentare di ripensarsi e riappropriarsi di una funzione storica. È da qui che nasce il mio No al governo Draghi: non si può sempre dire di sì in nome di opportunismi dal fiato corto per mascherare l’assenza di analisi, di proposta e di prospettiva. La sinistra, tutta, purtroppo, è ferma ancora al 1989 e all’orizzonte non si vede un altro Ingrao.

 *-*

L’autore: Lionello Fittante è cofondatore associazione politico-culturale #perimolti ed è membro del movimento politico èViva

Ora i Dpcm sono fighi

Per le strane alchimie figlie di questo governo, in conferenza stampa, a presentare il nuovo Dpcm firmato da Mario Draghi, c’era l’inimmaginabile coppia Gelmini-Speranza, roba che sembrava fantascienza fino a qualche settimana fa e che invece improvvisamente è diventata digeribilissima se non addirittura godibilissima per alcuni commentatori.

A proposito, vale anche la pena ricordare cosa si diceva circa l’utilizzo dello strumento del Dpcm da parte del governo precedente. Matteo Renzi una volta disse: «L’ultimo Dpcm è uno scandalo costituzionale. Non possiamo calpestare i diritti costituzionali. Trasformiamolo in decreto». Sui Dpcm protestavano Salvini, protestava proprio Gelmini e il centrodestra (per voce di Giorgia Meloni) diceva: «Il Parlamento non decide più nulla, ci sono quattro persone che si chiudono in una stanza e decidono del futuro di milioni di persone. E che decisioni poi… questo non è più tollerabile». Perfino la neo ministra Cartabia quando non era ministra ci andò giù dura: «La nostra Costituzione non contempla un diritto speciale per gli stati di emergenza ed anzi la nostra Repubblica ha attraversato varie situazioni di crisi, a partire dagli anni della lotta armata, senza mai sospendere l’ordine costituzionale». Sabino Cassese fu ancora più pesante: «Prima o poi anche la Consulta boccerà le misure anti Covid del governo Conte … allora si riconoscerà che i Dpcm e i decreti sono illegali».

Draghi utilizza lo stesso strumento ma non si levano voci di protesta, del resto molti dei critici di prima ora sono al governo quindi va bene così. E anche le misure restrittive indicate come “dittatura sanitaria” rimangono più o meno le stesse eppure questa volta tutti si sentono magnificamente liberi e soddisfatti. Magie della propaganda, evidentemente. Il fatto che il primo Dpcm di Draghi sia di fatto la prosecuzione dei Dpcm precedenti con in più una stretta sulla scuola non infiamma nessuno. Tutto bene.

In compenso molti commentatori hanno sottolineato come il presidente del Consiglio abbia deciso di non presenziare alla conferenza stampa facendo notare come questo atteggiamento indichi la rinuncia a personalismi. E infatti ieri c’erano Speranza e Gelmini. Ieri la ministra Gelmini ha parlato di scuola, lei proprio lei, quella che la scuola l’ha affossata a colpi di tagli ieri ha parlato alla nazione, impunita, inaspettata, di nuovo, nel 2021, di scuola. Ma non solo: la berlusconiana, con uno stile di cui faremmo anche volentieri a meno, ha trasformato la conferenza stampa in un piccolo comizietto politico (non ce la fanno a trattenersi, da quelle parti) continuando a rivendicare una presunta “discontinuità” (la parola magica per accarezzare i suoi elettori), spiegandoci che questa volta non si è arrivati all’ultimo momento ma che il Dpcm fosse già pronto da venerdì (quindi gli altri quattro giorni sono serviti ad apparecchiare la conferenza stampa, probabilmente) e soprattutto rivendicando una maggiore collaborazione con gli enti locali. Sarà per questo che l’Anci e alcune regioni hanno criticato il Dpcm un minuto dopo.

È il solito trucco di cambiare la lente per convincerci che sia cambiato il paesaggio. Bene così.

Buon mercoledì.

Italia, Grecia e Spagna: il caporalato è una “questione meridionale”

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 05-07-2020 Roma , Italia Cronaca Manifestazione Stati Popolari - rendere visibili gli invisibili Nella foto: Immigrati braccianti dell'agricoltura in Piazza San Giovanni Photo Mauro Scrobogna /LaPresse July 05, 2020  Rome, Italy News Popular States demonstration - making the invisible visible In the picture: Agricultural laborers immigrants in Piazza San Giovanni

«Ho lavorato dalle 9-10 del mattino alle 5 del pomeriggio per piantare cavolfiori. Non so quante piantine c’erano in ogni cassetta ma una cassetta copriva un intero filare. E per ogni cassetta ci davano 1,5 euro che dividevamo in tre. Alla fine della giornata, scontati i 5 euro del trasporto, mi restavano 15 euro», spiega una bracciante. «Siamo in grado di ispezionare efficacemente gli impianti di confezionamento o le serre, ma sui terreni è tutta un’altra storia. Un pezzo di terra può essere affittato da qualcuno e poi affittato a sua volta ad una terza persona. A quel punto chi è responsabile per i lavoratori irregolari? Chi è il loro datore di lavoro?», aggiunge un ispettore del Lavoro.

Potrebbero essere testimonianze raccolte in uno dei tanti epicentri dello sfruttamento del lavoro in agricoltura disseminati nello Stivale. Principalmente nel Mezzogiorno, ma – come ormai sappiamo – non solo lì. E invece no. La bracciante, Catalina, nicaraguense senza permesso di soggiorno, lavora nei campi di Murcia, la regione spagnola posizionata ad Est, che coi suoi quasi 470mila ettari di terreni agricoli è conosciuta come la huerta d’Europa, l’orto d’Europa. Mentre l’ispettore, Petros, lavora in un’unità che opera sotto la guida del ministero del Lavoro del governo greco. Entrambi i nomi, per ovvie ragioni, sono fittizi.

Le loro testimonianze parlano di una realtà, quella del lavoro nero nelle campagne, omogenea nel Sud del Vecchio continente, pur considerando alcune peculiarità particolari. E che necessiterebbe di risposte immediate, forti, non solo in ambito nazionale ma pure sul piano europeo. A raccogliere queste voci, assieme ad analisi, dati, reportage dal campo, ci ha pensato l’associazione ambientalista Terra!, all’interno del recentissimo report: E(U)xploitation. Il caporalato: una questione meridionale. Italia, Spagna, Grecia. Autori delle tre sezioni, con focus sui rispettivi Paesi: Fabio Ciconte e Stefano Liberti, Mariangela Paone, Apostolis Fotiadis, con la curatela di Maria Panariello.

Il quadro che emerge con estrema chiarezza si compone di drammatiche consonanze: «Innanzitutto c’è un livello diffuso di lavoro grigio che fa paura – spiega a Left Fabio Ciconte, portavoce di Terra! -. In Italia ci sono aziende che pagano i lavoratori senza segnare tutte le giornate. In questo modo i datori risparmiano, hanno in mano un pezzo di carta, il contratto, utile in caso di controllo e possono tenere sotto scacco i lavoratori immigrati che hanno bisogno di dichiarare un certo reddito per restare in Italia o per chiedere il ricongiungimento familiare. Ma dinamiche simili si riproducono nel resto dell’Europa del Sud. C’è poi il cottimo. C’è la questione della tratta e degli abusi sessuali sulle lavoratrici agricole migranti. C’è la crescita delle agenzie interinali, che in Spagna somigliano a caporalato legalizzato, e catalizzano il 75% dei contratti del settore. C’è poi la figura del caporale, presente soprattutto da noi e in Grecia, dove viene chiamato mastoura. Ci sono agenzie di certificazione che non riescono a garantire il rispetto dei diritti dei braccianti. Ci sono da un lato le difficoltà dello Stato nel controllare il rispetto delle leggi e, dall’altro, i vuoti normativi».

Ultimi ma non ultimi, ci sono gli squilibri economici di filiera. La madre di tutte le disuguaglianze, le storture e le violenze nei campi del Mezzogiorno europeo. «Assistiamo alla presenza di un panorama agricolo fatto spesso di piccoli produttori, atomizzato, incapaci di farsi valere di fronte ai grandi oligopoli della distribuzione che possono così imporre le proprie condizioni e di una cultura imprenditoriale ottocentesca – descrive Ciconte -. Laddove queste circostanze si sommano, si creano inevitabilmente sacche di sfruttamento».

Volete un’immagine per sintetizzare tutto ciò? «Questa estate – aggiunge ancora il portavoce – proprio nei giorni in cui moriva Eleazar Blandón, bracciante nicaraguense che lavorava a cottimo sotto il sole a 44 gradi alla raccolta di cocomeri, in Italia una delle più grandi catene di discount lanciava la promozione delle angurie a un centesimo al kilo. I due fatti non sono correlati ma restituiscono la misura delle sperequazioni nella filiera».

Non tutto, però, è perduto. Il rapporto, visto in controluce, presenta anche un elemento incoraggiante. Se il problema del caporalato è europeo, la risposta può e deve essere collettiva, oltrepassando i confini nazionali. Per questo è importante fare rete, unire lavoratori e opinione pubblica, per fare pressing affinché si allarghi il terreno dei diritti.

A questo proposito, è bene ricordare che entro maggio i Paesi Ue dovranno recepire la direttiva sulle “pratiche sleali” che punta ad arginare le pesanti condizioni che la grande distribuzione organizzata impone ai fornitori. Mentre la legge per dire stop alle aste al doppio ribasso, fortemente voluta da Terra!, si trova al momento alla Camera in seconda lettura. «L’iter, se ci fosse la volontà politica, si potrebbe concludere in pochi giorni», dice Ciconte.

Si tratta di partite importanti, per la tutela dei diritti dei lavoratori. E non sono però disconnesse, come si potrebbe pensare, rispetto alla lotta contro la crisi ambientale. «Sono due facce della stessa medaglia – chiosa il portavoce di Terra! -. L’agricoltura è uno dei settori che ha più responsabilità come emissioni di CO2 e violazioni dei diritti umani. Dobbiamo riuscire a tenere unite le due tematiche, perché non sempre accade. Sulla Politica agricola comune europea, la Pac, stiamo vincendo da un lato e perdendo dall’altra. Riusciremo probabilmente a far inserire la clausola sociale – che prevede l’erogazione dei fondi previo rispetto dei contratti dei lavoratori – ma non le clausole ambientali, finendo col replicare lo schema precedente gradito all’agroindustria».


L’articolo è stato pubblicato su Left del 26 febbraio – 4 marzo 2021

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Transizione sì, ma solo se agroecologica

La chiamano transizione ecologica. È la sfida che si vorrebbe compiere con una parte del tesoretto del Recovery plan. Sfida e ostacolo all’unica idea di sviluppo aggressivo e disuguale che abbiamo da decenni. Oggi il tema è sulla bocca di tutti anche grazie ai soldi in arrivo dall’Europa. Per molti è solo una pezza al presente obsoleto e inquinante che ha l’ambizione, dicono i vip europei, di rimettere in moto uno sviluppo sostenibile per raggiungere l’obiettivo del taglio delle emissioni di gas serra del 55 per cento entro il 2030 cercando di arrivare alle emissioni zero per il 2050.

Ma nel dibattito c’è un grande assente, ed è l’agricoltura, o meglio, un nuovo modello di agricoltura che potrebbe essere un asset per ri-progettare l’Italia in linea con il Green deal. 

L’Italia si conferma al primo posto in Europa per il valore della produzione delle attività agricole connesse (trasformazione, vendita diretta, agriturismo, ecc.) e al terzo posto, dopo Francia e Germania, per il valore della produzione in generale. È anche un Paese, però, che ha 3,5 milioni di ettari di terreni inattivi che potrebbero essere riconvertiti a pascoli o in coltivazioni, ma che giacciono vittime dell’abbandono delle zone rurali per i centri urbani. Un problema, e pure grosso. Soprattutto perché per l’Italia l’agricoltura è un settore trainante dell’economia, che potrebbe avere a disposizione molti più terreni di quanti già ne abbia, con tutte le conseguenze positive in termini di crescita e di occupazione. Sembra, insomma, che il nostro Paese non creda ancora che il settore agricolo possa avere una valenza strategica per una nuova economia.

Le decisioni che saranno prese nei prossimi mesi possono “bloccare” i…


L’articolo prosegue su Left del 26 febbraio – 4 marzo 2021

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Taranto ultima chiamata

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Il conto alla rovescia è iniziato: ArcelorMittal ha ormai meno di 60 giorni per spegnere l’area a caldo dell’acciaieria Ilva di Taranto. Così ha deciso la prima sezione del Tribunale amministrativo di Lecce alla luce del rischio sanitario derivante dalle tossine emesse dagli impianti produttivi. Ma la verità è che il conto alla rovescia per la riconversione ecologica d’impianti produttivi come lo stabilimento siderurgico di Taranto è iniziato molto prima: quando l’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) nel 2018 ha avvertito che dobbiamo dimezzare le emissioni climalteranti entro il 2030 e raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Infatti l’Ilva è la più grande fonte di emissioni di CO2 in Italia, se si includono nel calcolo anche le due centrali termoelettriche Cet2 e Cet3 asservite al ciclo siderurgico. Stiamo parlando di emissioni nell’ordine di circa dieci milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno: un vero e proprio climate monster.

Le acciaierie di Taranto non sono però solo un problema sanitario e climatico ma anche una realtà industriale che rischia di essere incapace di produrre profitti a lungo termine. Per tale ragione urge una chiusura programmata a fronte di un investimento ingente da parte dello Stato e dei privati e una riconversione economica accelerata in grado di garantire la continuità salariale e reddituale dei dipendenti. Una proposta che va in tale direzione è l’istituzione di un Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile per fare di Taranto una Silicon Valley delle energie rinnovabili. Ma sebbene lo stanziamento di fondi per tale progetto risalga al 2018, i governi Conte 1 e 2 lo hanno lasciato lettera morta. La presa in carico dell’implementazione di questo progetto potrebbe rappresentare l’opportunità per il nuovo ministero della Transizione ecologica di dimostrare il cambio di passo rispetto al precedente dicastero.

Invece che pensare la tutela dell’ambiente e le politiche economiche come due ambiti a sé stanti, il…

 

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Gli autori: Lorenzo Fioramonti è docente universitario e deputato, iscritto al gruppo misto. È stato ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca nel governo Conte II. Riccardo Mastini è dottorando di ricerca in Economia ecologica ed Ecologia politica presso l’Istituto di scienze e tecnologie ambientali dell’Università autonoma di Barcellona


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