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Serena Sorrentino: Fuori dalla crisi sostenendo il lavoro femminile

L’Italia non è un Paese per giovani. Ma neanche per donne, come evidenziano i preoccupanti dati che riguardano il lavoro. A dicembre l’Istat ha segnalato che il 98 per cento dei posti di lavoro andati perduti in un mese erano occupati da donne. A rendere ancor più inquietante il quadro è la ferita aperta delle molestie e delle violenze che le donne subiscono sui posti di lavoro. Questa settimana (in vista dell’8 marzo ma non solo) torniamo ad analizzare questa difficile situazione con Serena Sorrentino, segretaria generale della Funzione pubblica Cgil.

Sorrentino, cosa possiamo leggere dietro questi dati Istat?
Ci dicono di una forte crisi nonostante i provvedimenti presi per l’occupazione, compreso il blocco dei licenziamenti. Ma ci dicono anche che i contratti delle donne sono spesso precari. In Italia c’è un problema che riguarda l’occupazione femminile in senso ampio. Non riguarda solo la distribuzione territoriale e le questioni di inquadramento. Le donne devono affrontare grandi difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro soprattutto al Sud. Ma c’è anche una questione che riguarda la qualità del lavoro che viene loro offerto. Purtroppo questo è un problema strutturale, non abbiamo ancora trovato una ricetta risolutiva. Detto questo, conta molto il livello di servizi e di welfare. Per aumentare l’occupazione femminile serve un intervento strutturale in questi ambiti.

C’è un problema ancora molto esteso che riguarda le molestie, le violenze, gli stereotipi, le denigrazioni che colpiscono le donne al lavoro. La convenzione di Istanbul e quella di Oil ratificata il 26 gennaio scorso bastano a sanare un problema che ha forti radici culturali?
La convenzione di Istanbul, in modo particolare, ha segnato un importante passo in avanti. Ma è vero, non basta affrontare la questione da un punto di vista normativo. Dietro questi comportamenti c’è un problema culturale, occorre una analisi del fenomeno, bisogna capire quali sono gli strumenti di prevenzione e di protezione delle donne, sul lavoro come nella dimensione privata. Vi è un panorama abbastanza incerto, ancora da esplorare, anche dal punto di vista degli strumenti di tutela. Perché distinguere tra molestie e violenze non è sempre facile. C’è carenza di formazione anche dei dirigenti a questo riguardo. Bisogna imparare a leggere il dato culturale che traspare dalla costruzione degli ambienti di lavoro, dall’esercizio del potere, dal riconoscimento sociale dei ruoli al maschile sempre a svantaggio di una visione di genere. Il lavoro da fare è ancora tantissimo. Anche perché il tasso di denuncia non è indice del reale tasso di benessere o di malessere nei luoghi di lavoro, c’è un’area grigia molto grande come vediamo dal nostro osservatorio sindacale. Per esempio sono tantissime le denunce che ci arrivano ex post. Quando cerchiamo di istruire dei percorsi per portare alla luce atti di violenza sui luoghi di lavoro molte si spaventano, temono ritorsioni di carattere psicologico, di essere isolate nei luoghi di lavoro. La colpevolizzazione della vittima è il fenomeno più complesso da contrastare.

Anche per questo serve più formazione culturale?
Il rispetto delle differenze, quelle di genere ma non solo, è poco presente nella cultura e negli ambienti di lavoro, come del resto nella società tutta. La pubblica amministrazione ha organizzato corsi per formare i dirigenti a costruire ambienti di lavoro protetti, sensibilizzandoli a cogliere i sintomi di casi di molestie e di abusi, ma siamo alle buone prassi, non alla regola. Non c’è ancora una cultura della cittadinanza nel lavoro e nella società che stigmatizzi e marginalizzi i comportamenti discriminatori. L’abuso e la violenza sulle donne non sono visti da tutti come fenomeni da condannare recisamente. Regolamentare e normare non significa fare prevenzione. La legge interviene quando il fatto è già accaduto, è sanzione del comportamento scorretto ma non è il contrasto all’insorgenza dei prodromi dell’esercizio della violenza. Per questo condivido l’idea che sia un tema prima di tutto culturale. Non c’è ancora la convinzione diffusa che la violenza si possa eradicare (come è scritto giustamente nella convenzione di Istanbul), non dobbiamo rassegnarci all’idea che si possa solo contrastare il comportamento violento. Questo è un salto culturale importante. Su questa base auspichiamo azioni positive che riguardino maggiori tutele sul mondo del lavoro ma in generale più tutele anche nella vita pubblica. Dobbiamo tutelare la salute delle donne intesa anche come equilibrio psicofisico sul posto di lavoro.

Venendo ora al tema più generale, il 31 marzo scade il blocco dei licenziamenti, quali strumenti mettere in campo per evitare la bomba sociale legata alla perdita di posti di lavoro che andrebbero a sommarsi a i moltissimi già perduti nell’ultimo anno?
Intanto come sindacati abbiamo chiesto una proroga del blocco dei licenziamenti e anche una riforma degli ammortizzatori sociali in senso universale. Credo che il Paese sia di fronte a un bivio che dovrà essere affrontato considerando i tre corni dell’emergenza, ovvero, come ha detto il presidente Mattarella: emergenza sociale, sanitaria ed economica e provando a costruire un ordine di equilibrio fra i tre livelli dell’intervento dello Stato rispetto a questi tre grandi capitoli, ben sapendo che anche dopo l’emergenza pandemica ci saranno scenari di incertezza. Riguardo ai 209 miliardi del Recovery plan bisogna saperli spendere e spenderli bene. Questo secondo aspetto mi interessa di più. L’obiettivo non è tanto la performance riguardo alla capacità di spesa del nostro Paese ma la qualità della progettazione che è alla base del Recovery plan. Questo può incidere positivamente sull’emergenza economica se superiamo presto e bene quella sanitaria.

E riguardo agli obiettivi di scadenza più immediata in questa difficile fase in cui aumentano i contagi a causa delle varianti del virus?
La politica ha un dovere primario nelle prossime settimane: assumere l’emergenza sanitaria e sociale come una dominante rispetto al modo con cui affronta l’emergenza economica. Ripartenza e resilienza sono le due parole chiave. E poi prolungamento del blocco dei licenziamenti, riforma degli ammortizzatori sociali e politiche attive del lavoro. Serve una riforma sanitaria che investa sulla medicina territoriale rovesciando il paradigma dell’assistenza. Bisogna fare in modo che le persone possano contare su un sistema socio sanitario integrato sul territorio. Non basta occuparsi delle fragilità, bisogna promuovere la salute. Bisogna potenziare i servizi educativi. Purtroppo in Italia un milione e centomila bambini ne sono esclusi. Ricordiamoci che il welfare e le politiche che guardano all’innovazione sociale hanno una funzione anti ciclica, perché sono un settore ad ampio impatto di intensità di lavoro e soprattutto possono essere governati integralmente dalla programmazione delle politiche pubbliche che oggi con il Recovery plan hanno un’occasione straordinaria con tante risorse per riconfigurare il nostro sistema di protezione sociale delle persone. Investire sul benessere diventa una coordinata fondamentale, soprattutto se la guardiamo dal punto di vista della spinta all’occupazione iniziale anche perché poi la diffusione dei servizi pubblici e la promozione dell’occupazione femminile hanno un effetto moltiplicatore dell’economia perché determinando anche un aumento della domanda anche privata di beni e servizi. In questo momento l’emergenza economica riguarda trasversalmente molti settori. Alcuni – come cultura e turismo – sono fortemente condizionati dalla pandemia, altri hanno bisogno di un processo profondo di innovazione: il lavoro pubblico deve affrontare la sfida del salto tecnologico. Molte aziende dovranno riconvertirsi, c’è però un tema che non possiamo derubricare: il ruolo delle politiche pubbliche e dello Stato nell’irrobustire la rete di protezione delle persone, guardando anche all’impatto che può avere sulla buona occupazione. Per questo proponiamo un piano straordinario di assunzioni nelle pubbliche amministrazioni.

La scelta di Renato Brunetta come ministro della Funzione pubblica del governo Draghi suona invece come un salto nel passato a una stagione di privatizzazioni e blocco della concertazione?
I giudizi non sono mai sulle persone, il giudizio è sull’attività istituzionale. In una sua precedente vita da ministro lo scontro frontale con il lavoro pubblico era su elementi qualificanti che riguardavano il valore del servizio pubblico, la funzione della componente lavoro all’interno dell’organizzazione dei servizi. La sua idea di gestione della pubblica amministrazione era ispirata al new public management. Contare solo sull’efficienza della pubblica amministrazione e valutare solo quanto sono coerenti le attività delle pubbliche amministrazioni rispetto alle procedure che sono previste non determina di per sé efficacia. Bisogna vedere se l’attività della pubblica amministrazione risponde agli obiettivi generali di missione nel garantire il bene comune. Questo implica che si facciano investimenti importanti sul lavoro pubblico che mettano al centro la persona. C’è un percorso di innovazione da avviare. L’età media del personale dipendente nel nostro settore si attesta a più di 50 anni. Serve formazione qualificata e implementazione di competenze attraverso nuova occupazione nella pubblica amministrazione non guardando solo alle specializzazioni in ambito normo giuridico. La pubblica amministrazione del futuro deve poter affrontare la sfida dell’innovazione tecnologica e quindi ci servono tante competenze digitali. Ma abbiamo davanti anche la sfida della ricostruzione del welfare. Quindi ci servono tanti profili diversi, capaci di governare e stimolare attraverso l’azione pubblica l’innovazione sociale.

Per affrontare questi grandi cambiamenti la parola chiave è contrattazione?
Non si può pensare di riformare il sistema Paese senza una interlocuzione e senza la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Proprio per gli effetti delle leggi Brunetta la pubblica amministrazione si è abituata a procedere con una prevalenza di atti unilaterali dei dirigenti. Nel 2017 siamo riusciti in parte a modificare questa situazione ridando spazio alla contrattazione. La pandemia ha mostrato quanto sia importante coinvolgere i lavoratori, penso allo sforzo che è stato fatto per la salute e la sicurezza sul lavoro. Ma anche all’intensità di lavoro che è stata chiesta a chi lavora nella sanità e in tutta la filiera dei servizi essenziali, compresi i lavoratori del settore educativo. Abbiamo visto anche quanto sia stato complicato dover gestire un tema molto delicato e innovativo come lo smart working senza il potere della contrattazione. Se il ministro Brunetta cambia registro anche visto il contesto economico politico nel quale oggi si trova a dover esercitare la sua funzione, non c’è dubbio che l’appello fatto a tutte le forze democratiche, di diminuire il termometro di conflitto politico e sociale, potrebbe costruire le premesse per una modalità diversa di costruzione del dialogo, per noi non ci sono né cambiali in bianco né pregiudizi, c’è bisogno in questo momento di cambiare la logica della contrapposizione fra dirigente e dipendente e c’è bisogno di mettere in atto un modello di cooperazione che poggia molto sulla partecipazione dei lavoratori, altrimenti un cambiamento radicale della pubblica amministrazione non riusciremo a farlo. Abbiamo poco tempo, dobbiamo correre se, quando usciremo dalla emergenza sanitaria, non possiamo avere un Paese che non sia pronto ad affrontare la sfida dell’emergenza economica.

Cosa ne pensa dell’incontro del ministro Andrea Orlando con le parti sociali e della proposta di riforma degli ammortizzatori sociali?
La riforma in senso universale degli ammortizzatori è un primo passo verso una nuova cittadinanza del lavoro, questo è importante. Assumere il dato che a prescindere dal settore nel quale lavori, dal tipo di contratto che si ha, si vada verso una direzione nella quale tra precari e strutturati si parifichino le condizioni di proattività delle politiche passive ed attive, attivando tra momenti di lavoro e non lavoro una vera ricollocazione al lavoro è sicuramente la riconquista di un tratto di riforma del mercato di lavoro fondamentale. Io penso che in questo momento la sinistra abbia un dovere: cercare di scommettere sul terreno dell’uguaglianza e della traduzione materiale della Costituzione in diritti sostanziali, certi ed esigibili. Recuperare l’orientamento costituzionale e al bene comune, all’equilibrio sociale, alla lotta alle discriminazioni, alla sostenibilità ambientale, ad una nuova cittadinanza anche digitale che eradichi la dimensione geografica e si fondi su un globalismo cooperativo, sono tutte coordinate di una nuova sinistra che deve assumere la centralità del lavoro come strumento di autonomia della persona, di libertà e di diritti. Che Orlando stia scommettendo sulla riforma degli ammortizzatori – provando a dire che da dopo il 1996, passando dalla legge 30 al Jobs act, anni in cui il lavoro ha vissuto momenti di pesante deregolamentazione e di erosione del codice dei diritti, fino allo scalfire la tutela reintegratoria per licenziamento senza giustificato motivo – significa iniziare a rispondere a chi in questi anni ha sofferto la precarietà, l’insicurezza sociale, la negazione della propria dignità nel lavoro, facendosi carico di unificare attraverso un sistema solidale la tutela di tutte le condizioni di sospensione dal lavoro. Certo bisogna vedere cosa ci sarà scritto nella riforma degli ammortizzatori sociali, ma sui principi e sulla modalità di dialogo e partecipazione c’è sicuramente un elemento di maggiore condivisione.

 

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L’intervista è stata pubblicata su Left del 5-11 marzo 2021

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Tecnici dappertutto, perfino da asporto

Foto Riccardo Antimiani/LaPresse/POOL Ansa 18 febbraio 2021 Roma, Italia Politica Camera - Voto di fiducia su governo Draghi Nella foto: Mario Draghi Photo Riccardo Antimiani/LaPresse/POOL Ansa February 18, 2021 Rome (Italy) Politics Chamber of Deputies - Vote of confidence on Draghi's government the pic: Mario Draghi Italian Prime Minister Mario Draghi adjust his face mask as he waits at the lower Chamber of Deputies prior to a confidence vote on his new government, Rome, Italy, 18 February 2021.

Poiché sono in molti a fingere di non vedere e di non capire quale sia la china che ha preso spedito il governo Draghi allora conviene mettere in fila un paio di cose, impegnarsi ostinatamente nel controbattere ai minimizzatori o auto finti distratti che in queste ore sono tutti impegnati nel convincerci che tutto vada bene e che tutto sia normale perché basta annusare l’aria che c’è fuori per farsi un’idea sul progetto che c’è dietro.

Mario Draghi continua a rimanere sotto vuoto silenzioso nel suo caveau, mentre qui fuori si accavallano le predizioni sulla terza ondata in cui sembra di essere già finiti dentro. Che i Dpcm fossero uno strumento simbolo di “dittatura sanitaria” e che di Dpcm siamo ancora qui a dilagare ne abbiamo già scritto qualche giorno fa ma che qui tutte le regioni (se non addirittura taluni comuni) stiano andando per conto loro sembra sotto gli occhi di tutti. I vaccini continuano a mancare e anche le vaccinazioni faticano. Insomma: ci siamo liberati delle inutili primule, abbiamo tutte le mattine una bella adunata con tromba militare ma la “guerra” alla pandemia continua a sciogliersi nei rivoli di esperti dappertutto, è cambiato solo il mesto silenzio del governo.

In questi giorni si discute parecchio della scelta da parte di Draghi (l’ha scelto lui? Chi l’ha scelto? Come? Perché?) di affidare un incarico alla società di consulenza McKinsey, per aiutare il ministero dell’Economia nella fase di stesura del Recovery Plan. Destrorsi e turboliberisti ci sgridano perché ritengono questa polemica una cosa “da cialtroni”. Curioso che siano gli stessi che criticarono Conte per la sua intenzione di affidare i 209 miliardi del Recovery Plan a un gruppo di manager pescati dalle società controllate dal Tesoro. Curioso anche ricordare che un senatore toscano disse che c’era da fare cadere un governo che voleva decidere con gli esperti e ora rimane zitto zitto. Volendo vedere è anche piuttosto curioso che il governo dei competenti e dei super tecnici abbia bisogno di altri tecnici da asporto.

Pensare che il ministero delle Finanze ha anche un eccellente centro studi (a proposito di meritocrazia) e volendo ben vedere di competenze è anche pieno il centro studi di Banca d’Italia. Ma niente. Ieri Fabrizio Barca ha ricordato la sua esperienza personale: «Quando entrai nel ’98 al Tesoro – ha dichiarato in un’intervista al Fatto – insieme a tante persone di valore, provammo a liberarci di questa sudditanza strategica a consulenze di terzi, rafforzando l’amministrazione pubblica con contributi esterni, e quando necessario selezionando con cura consulenze specialistiche».

Quelli si difendono dicendo che si tratta di una consulenza praticamente gratis, solo 25mila euro e che questo dovrebbe bastare per tenerci tranquilli: peccato che il tema vero sia a quali informazioni avrà accesso la società di consulenza. Dicono: state tranquilli, è quasi gratis ma quando un servizio è gratis il prodotto sei tu, ormai l’abbiamo imparato tutti. L’ha scritto benissimo Stefano Feltri: «Nel fare consulenza a un governo, McKinsey può influenzare il contesto di regole che rendono possibile o vietano quel nuovo business, e quindi creare o meno le opportunità che poi potrà aiutare clienti aziendali a sfruttare». Non dovrebbe essere difficile per tutti questi grandi esperti di mercato, no?

A proposito di aria che si annusa: c’è un comunicato di Confindustria a proposito dello sciopero dei portuali di Genova che in un Paese normale avrebbe provocato dei brividi. «Si ricordino che una giornata di lavoro oggi costituisce un privilegio», ha scritto l’associazione degli imprenditori. Un comunicato stampa che sembra una testa di maiale lasciata appesa alla porta di casa. Il partito che avrebbe potuto alzare la voce per ora è senza dirigenza però ha dei ragazzini in tenda che si fanno fare delle foto bellissime per i loro profili social.

Tutto bene?

Buon lunedì.

Se il sovranista e l’europeista si prendon per mano

Non è tempo di donare vaccini agli altri. Lo dice Draghi, nella sua prima uscita come presidente al Consiglio europeo. La questione, che lo vede in una posizione diversa da Macron, riguarda il programma Covax, cioè il fondo per i vaccini da destinare ai Paesi più poveri. Sentire questa posizione fa pensare a come la Lega non sia presente a caso nel governo. Una sorta di “prima gli europei”, in un momento in cui gli europei per altro sui vaccini non sono primi per niente. Nel Consiglio europeo si sono accese tensioni molto forti. Il meccanismo messo in opera dalla presidente della Commissione Ursula Von der Leyen non sta funzionando come dovrebbe. Gli accordi con le multinazionali, a cui si è affidato tutto, fanno acqua da molte parti. In Germania Der spiegel ospita una critica molto forte a Merkel accusata di non avere una visione, di aver gestito ma non costruito, di subire una seconda ondata della pandemia che questa volta è molto pesante. Ancora più grave la défaillance sulla strategia vaccinale, perché la Germania era presidente di turno dell’Unione. E Von der Leyen è tedesca. Non una buona cosa per Merkel, ormai in uscita a settembre dopo 15 anni di cancellierato. Al Consiglio europeo Draghi lamenta i ritardi e le inadempienze, alzando anche la voce verso le case produttrici. Dice che bisogna guardare anche alle produzioni extra Ue. Che occorre ampliare le capacità produttive in casa. Un mix di cose che guardano a relazioni diplomatiche “aperte” in base alle esigenze vaccinali, ad attrezzare le produzioni industriali, a favorire accordi commerciali. Tutte cose, alcune anche parzialmente giuste, che arrivano tardi, confuse e che non affrontano il tema reale e che è la dipendenza che si ha dalle multinazionali a causa dell’assenza di industrie pubbliche e dei brevetti che non si ha la volontà, e la forza, di mettere in discussione. Tra pochi giorni, l’11 marzo, si discuterà al Consiglio Trips del Wto (l’organo decisionale dell’Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale, ndr) la proposta avanzata da alcuni Paesi di sospendere i brevetti. Ma non sembra che l’Ue sia propensa ad accettarla. Nel “prima l’Europa” di Draghi – accompagnato da diplomazia vaccinale e accordi produttivi facilitati alle multinazionali – c’è una linea diversa. Una sorta di sovranismo europeo che riconosce il predominio delle multinazionali e si concede relazioni diplomatiche utilitaristiche. Una linea che già alcuni Paesi, come l’Ungheria, ma anche la Serbia, stanno seguendo. Una linea che cerca di tappare le falle aperte nel Titanic Ue al secondo scontro con un iceberg in pochi anni. Quello della pandemia, dopo la montagna ghiacciata della crisi finanziaria. Una linea che la Lega può sostenere e gestire. A cui può prestare le sue forze. Una Lega che rischia di diventare il vero socio forte del governo. Un governo che certamente non lascerà il panorama politico italiano, ma anche europeo, immutato. Colpisce che una personalità attenta come Enrico Letta si spinga a considerare positiva un’entrata della Lega nel Gruppo  popolare europeo, dove, per altro, fino a ieri si sarebbe ricongiunta con Orbán. Che ora invece, notizia dell’ultima ora, ha deciso di uscirne, anche per il fuoco di fila aperto contro di lui.

La linea dello sdoganamento sembra non cogliere come nella crisi drammatica che sta vivendo l’Europa questo più che una normalizzazione possa riecheggiare una sorta di giolittismo, con le élite che stringono…


L’articolo prosegue su Left del 5-11 marzo 2021

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Pompei non è solo un evento mediatico

A photo shows a general view of the archaeological site of Pompeii, near Naples, on January 25, 2021. (Photo by Andreas SOLARO / AFP) (Photo by ANDREAS SOLARO/AFP via Getty Images)

A intervalli regolari Pompei e il suo territorio continuano a svelare i loro tesori. Al 27 febbraio scorso risale la notizia del ritrovamento di un carro cerimoniale riemerso nella villa di Civita Giuliano, a poca distanza dal sito vesuviano.
Nel commentare il ritrovamento, il neoministro della Cultura Dario Franceschini ha dichiarato: «Pompei continua a stupire con le sue scoperte e sarà così ancora per molti anni con venti ettari ancora da scavare. Ma soprattutto dimostra che si può fare valorizzazione, si possono attrarre turisti da tutto il mondo e contemporaneamente si può fare ricerca, formazione e studi, e un giovane direttore come Zuchtriegel valorizzerà questo impegno».

In poche righe, un programma operativo chiaramente espresso che reca l’eco delle polemiche suscitate dalla nomina del neo direttore del Parco archeologico, recentissima anche se preannunciata da mesi. Polemiche innescate dalle dimissioni di due dei consiglieri del Comitato scientifico di Pompei in disaccordo con la scelta del ministro (al quale, come si sa, è riservata la designazione dei direttori dei musei e siti statali più importanti). Non potendo essere messa in discussione la competenza scientifica dei due consiglieri, fra i maggiori studiosi a livello internazionale di Pompei, la polemica è stata prontamente incanalata su un presunto conflitto giovani (il neo direttore designato)-vecchi (i consiglieri dissidenti) in cui, con sprezzo del ridicolo, è stata persino evocata la querelle dei Anciens et des Modernes e che, su media e social, ha espresso nuovi vertici di un’antica specialità italica: il salto acrobatico sul carro del vincitore.

Ora, al giovane neo direttore è doveroso – prima di tutto per le sorti di un sito così complesso e fragile – augurare un lavoro proficuo, anche se va sottolineato come, assieme alla sua benevolenza, il ministro gli abbia già precostituito il percorso da compiere, in perfetta continuità con il precedente, a base di scoperte sensazionali e flussi turistici in costante aumento.

E d’altro canto, meccanismi di selezione come quelli per Pompei, in cui la scelta finale è delegata al rappresentante politico pro tempore del Ministero, sono costruiti per privilegiare l’affidabilità, o meglio la fedeltà dei prescelti, la cui competenza, molta o poca che sia, finisce gioco-forza per essere penalizzata.
Nessun dubbio, d’altro canto, lasciano le dichiarazioni del ministro che, ben al di là di generici indirizzi di politica culturale, esprimono senza remore un piano d’azione cui il nuovo direttore è chiamato ad adeguarsi: avanti tutta con le scoperte che i «20 ettari ancora da scavare» potranno riservare. Scoperte che…

*-*
L’autrice: Maria Pia Guermandi è archeologa ed è responsabile progetti europei presso l’Istituto beni culturali della Regione Emilia Romagna


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La sottile linea nera

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 29 Ottobre 2020 Roma (Italia) Cronaca : Manifestazione di fratelli d’Italia per il comparto turistico davanti al ministero dei beni culturali Nella Foto : Giorgia Meloni Photo Cecilia Fabiano/LaPresse October 29 , 2020 Roma (Italy) News : Demonstration of Fratelli d’Italia for support tourism workers In The Pic : Giorgia Meloni

L’estrema destra in Italia è in una fase critica di cambiamento. Problemi interni nelle organizzazioni maggiori si legano al nuovo assetto politico nelle istituzioni. È presto per capire quale sarà “l’effetto Draghi” che ha diviso il centrodestra, ma l’approssimarsi di elezioni amministrative in cui i poli si dovrebbero riaggregare e la situazione in alcuni territori consentono di fare una prima fotografia. Le due organizzazioni più rappresentative hanno operato scelte diverse: CasaPound, dopo gli scarsi risultati elettorali, è tornata “movimento”; Forza nuova ha subito una spaccatura che ha portato alla nascita della “Rete dei patrioti”. Abbiamo cercato esperti per parlarne.

Fra loro Federico Gervasoni, bresciano freelance, di cui è appena uscito il nuovo libro Muori presto, che paga il suo impegno di professionista con il dover vivere sotto vigilanza di polizia dopo le minacce ricevute. Quanto scrive infastidisce certi ambienti: «I loro gruppi si sono ritrovati con la chiusura degli stadi e con l’emergenza sanitaria a cavalcare le proteste. Forza nuova a Roma ha gestito il flop del raduno negazionista del 6 giugno con le curve degli stadi. In autunno ha provato a coinvolgere i ristoratori».

Secondo Gervasoni, CasaPound è ormai separata da Fratelli d’Italia da una linea sottilissima: «Con la Lega – dice – hanno sempre avuto più problemi perché una…


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Oltre Fukushima, per cambiare aria

Photographing a crane dance bridge surrounded by cherry blossoms in Aomori sightseeing spot

Adesso si può andare in giro liberamente quasi dappertutto, nella ex “zona proibita”. E fa impressione, per chi questi posti li ha visti durante l’apocalisse, vedere che tutto, e al tempo stesso niente, è cambiato. Lungo la litoranea che dalla città di Iwaki porta alla centrale di Fukushima Dai-Ichi, si trova di tutto: ruderi abbandonati, terreni incolti, depositi a cielo aperto di detriti e sacchi di terra contaminata, raschiata dai campi ma poi lasciata lì, ammucchiata, perché alla faccia della solidarietà nazionale, nessuna provincia, nessuna regione la vuole sul suo territorio, come aveva chiesto il governo. Ma si vedono anche villette appena restaurate, orticelli coltivati, qualche bottega che sembra aver riaperto, perfino un ristorante di cucina italiana, nuovo di zecca. Un lungo striscione sintetizza la situazione: “Tornare o non tornare: che fare?”.

«Noi giapponesi siamo gente paziente, spesso testarda. Non ci rassegniamo alla sconfitta – spiega Hideo, 68 anni, ex dipendente della Tepco (Tokyo electric power company) in pensione e che ora fa l’allevatore di ovini – ma a tornare, a crederci ancora siamo solo noi vecchi. I giovani, compresi i nostri figli, se ne sono andati per sempre. Queste sono terre destinate a morire, siamo gli ultimi abitanti». Hideo è uno dei sopravvissuti alla tripla catastrofe. Era nel suo ufficio di Namie, quando alle 14:46 dell’11 marzo 2011 arrivarono le scosse del terremoto. Forti, fortissime, senza precedenti. Ma siamo in Giappone e i terremoti sono all’ordine del giorno. Le scosse sono sì, un po’ più forti del solito, qualche scaffale cede, ma lui non si scompone più di tanto e non pensa nemmeno a chiamare la moglie, a casa, per sapere se tutto è a posto. La chiama però qualche minuto dopo, quando arriva l’allarme tsunami e lui è già in macchina, terrorizzato, diretto verso casa, mentre dallo specchietto osserva l’ondata di fango e detriti che avanza.

«Sembrava un film – racconta – guardavo dietro di me, l’acqua era sempre più vicina, ho avuto, per la prima volta nella mia vita, davvero paura». La moglie non risponde, i cellulari non funzionano più, ma la trova a casa, assieme alla suocera, sedute a guardare la Tv, che invece ancora funziona. Non c’è ordine di evacuazione, lo tsunami, che più a nord ha travolto centinaia di chilometri di costa e ha già causato migliaia di morti, pare si sia fermato. La loro casa è salva. Ma dopo poche ore arriva il terzo allarme, il nemico invisibile. L’emergenza nucleare. Con tutti i ritardi, le omissioni, le menzogne tipiche degli incidenti nucleari. Loro non vogliono evacuare, resistono un paio di giorni. Poi si arrendono. Lasciano la suocera, che non ne vuole proprio sapere di andarsene e si trasferiscono a Koriyama, nel centro di evacuazione allestito dal governo all’interno del Palazzo dello sport. Da lì, dopo un paio di settimane, finiscono in un…


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Perché non tutti possono sviluppare un vaccino

Firmando un nuovo contratto con Moderna per la fornitura di ulteriori 300 milioni di dosi del suo vaccino per il Sars-CoV-2 nei prossimi due anni, la Commissione europea è arrivata ad assicurare per gli abitanti Ue un totale di 2,6 miliardi di dosi. Il contratto si aggiunge infatti agli altri già stipulati con la stessa farmaceutica Usa e altre multinazionali biotech nei mesi scorsi.
Tuttavia la vaccinazione prosegue con lentezza quasi ovunque. Tra ritardi nelle consegne e improvvisi tagli delle forniture pattuite, ciò che ci si chiede sempre più spesso è perché non si può produrre il vaccino direttamente a livello di Unione europea, attraverso un’industria “comunitaria”. Su Left del 5 febbraio abbiamo già affrontato questo argomento, filtrandolo attraverso la lente dell’esperienza di Cuba che nonostante l’embargo imposto dagli Stati Uniti sta sviluppando 4 vaccini diversi e probabilmente entro poche settimane avvierà la somministrazione di massa ai cubani e ai turisti oltre che la commercializzazione a prezzi low cost presso Paesi che altrimenti non si potrebbero permettere l’acquisto dei vaccini prodotti dalle grandi biotech private. Ora tratteremo la questione da un punto di osservazione diverso tenendo presente che si tratta di un processo complicato, che non si può improvvisare, che segue un’attenta regolamentazione e che soprattutto riguarda un virus sconosciuto solo fino a un anno fa.
Dunque approvvigionamento delle materie prime, nuovi macchinari biotecnologici, brevetti e segreti industriali, etc. Sono questi alcuni dei fattori che rendono difficoltosa la produzione dei vaccini contro la Covid per chi li produce normalmente, oltre naturalmente alla grandissima domanda: miliardi di dosi in un lasso ristretto di tempo. Ora entriamo più nel dettaglio.

Le nanoparticelle lipidiche
I primi vaccini approvati dall’Ema e dalla Fda sono stati quelli di Pfizer-BioNTech e Moderna, che usano come vettore una molecola di mRna per scatenare la risposta immunitaria. Una molecola fragile, difficile da trasportare intatta all’interno delle cellule umane. Per farlo, gli scienziati racchiudono il mRna all’interno di una sfera fatta di nanoparticelle lipidiche. Minuscole molecole di grasso insolubili in acqua che da prodotto di nicchia sono diventate indispensabili per la lotta alla Covid-19. Questa membrana protettiva è in realtà il risultato di quattro strati diversi, di cui il più importante è formato da lipidi cationici ionizzabili. La loro particolarità è che si legano alla molecola di mRna e la trasportano in maniera sicura all’interno della cellula dove la loro carica elettrica cambia, rilasciando così il carico. Fino a un anno fa venivano prodotte in piccolissime quantità, solo ai fini della ricerca scientifica, mentre ora la…


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Perché il Movimento è morto da tempo

ROME, ITALY - FEBRUARY 28: Beppe Grillo, co-founder of the 5-Stars Movement wearing an astronaut helmet, leaves the Hotel Forum following a meeting to decide the leadership of the 5-Star Movement (M5S), on February 28, 2021 in Rome, Italy. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images)

Il Movimento cinque stelle è cambiato, «è cresciuto», ci dicono, «è maturato», è passato dall’essere un grande movimento di massa e di protesta, populista e progressista ad essere un piccolo partito moderato e liberale, che aspira a stare sempre al governo comunque sia e con chiunque sia, per diventare l’ago della bilancia di tutti i governi a venire.

Ma si può giudicare un ribaltone di queste dimensioni come una naturale crescita e maturazione? No, non si può, specialmente se si pensa che tutto questo è avvenuto nel giro di pochi anni. «Il Movimento è morto, quel movimento che conoscevi tu», mi dicono alcuni che sanno le cose, «è morto da molto tempo». «Lo vedo bene», rispondo io.

Il movimento che conoscevo è morto nel 2015, per l’esattezza, con la lettera ai meetup di Fico e Di Battista, una lettera suicida che ha reciso le radici con i territori da cui il M5s ha tratto tutta la sua linfa vitale e la sua forza propulsiva fatta di idee proposte e programmi, un taglio netto, doloroso e mortifero. Perché lo ha fatto? Per essere proprio quell’ago della bilancia che oggi dichiarano di voler essere, per cui non serve essere un partito popolare e di massa, basta essere parte di un solido establishment formata da pochi, anzi a questo fine risulta addirittura contro producente essere un grande partito di massa, comporta giornate disgraziate e faticose come quelle passate a Taranto davanti ai tarantini a spiegare l’inspiegabile, il tradimento sull’Ilva. Una massa popolare che chiede ragione degli impegni presi è un…


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Dipinti di blu

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 25-06-2020 Roma Politica Camera dei Deputati - dl Giustizia Nella foto Riccardo Molinari, Giancarlo Giorgetti Photo Roberto Monaldo / LaPresse 25-06-2020 Rome (Italy) Chamber of Deputies - Justice law decree In the pic Riccardo Molinari, Giancarlo Giorgetti

«Parliamo di vita, non di fantasia». Così Salvini ha liquidato nei giorni scorsi l’ipotesi di un ingresso della Lega nel Partito popolare europeo. Un’eventualità bollata come remota pure da fonti interne alla delegazione italiana dei popolari all’Europarlamento, interrogate da Left. Sta di fatto, però, che voci di corridoio che corrono nella direzione opposta continuano a rimbalzare. Ad innescarle è stata la giravolta europeista maturata dal segretario del Carroccio. Un passaggio pressoché obbligato per poter aderire alla proposta di Draghi e incassare ministeri e sottosegretari, non privo di effetti collaterali a latitudini più elevate.

A Bruxelles, infatti, la posizione della Lega nel partito Identità e democrazia, contenitore politico degli euroscettici di estrema destra, si è fatta scomoda. Gli azionisti di maggioranza del partito – assieme i leghisti, il Rassemblement national di Marine Le Pen e i tedeschi di Alternative für Deutschland – hanno reagito con disappunto all’abbraccio di Salvini con l’ex governatore della Bce, salvatore dell’Euro e simbolo della burocrazia economica continentale. «È un brutto scherzo», aveva commentato a inizio febbraio Jörg Meuthen, vicepresidente del gruppo Identità e democrazia. Di lì a poco, la forza che ne esprime la presidenza, la Lega, avrebbe orchestrato ai propri sodali una beffa ancora più grande: il semaforo verde al Recovery fund, acceso in dissenso rispetto ai nazionalisti. Ossia la premessa, a detta di molti, per un possibile trasloco nel Ppe. Un’operazione che potrebbe sconvolgere gli equilibri della politica italiana ed europea per come li conosciamo.

Ma andiamo per gradi. Per quale motivo l’ex ministro in felpa e i colleghi incamerati nel suo partito potrebbero intraprendere tale conversione blu? Primo. Per prassi, attorno ai gruppi di estrema destra all’Europarlamento è sempre stato…


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Due chiacchiere con il diavolo, su Zoom

Catholic priest Catholic priest Jesus Higueras from the Santa Maria de Cana parish is seen on a smartphone during a live video streamed mass in Pozuelo de Alarcon, outskirts Madrid, Spain, Sunday, March 15, 2020. Pope Francis has praised people for their continuing efforts to help vulnerable communities, including the poor and the homeless, amid the coronavirus pandemic. The vast majority of people recover from the COVID-19. According to the World Health Organization, most people recover in about two to six weeks, depending on the severity of the illness. (AP Photo/Bernat Armangue)

Molto spesso «stare al passo con i tempi» suona come una frase fatta ma non è il caso del “Primo corso introduttivo sull’esorcismo”. Organizzato dall’Istituto Sacerdos, un ente accademico che fa parte dell’Ateneo pontificio Regina apostolorum con sede a Roma, questo corso, che evidentemente si fonda sulla convinzione forse un po’ antiquata dell’esistenza di Satana, si è difatti svolto online in forma di webinar sfruttando quella “diavoleria” che ormai da un anno ha prepotentemente fatto irruzione nelle nostre vite causa-covid e che risponde al nome di Zoom.

Il programma del corso, si legge nel comunicato di Sacerdos, «intende presentare, in ambito accademico, un’introduzione al tema del ministero dell’esorcismo e promuovere la conoscenza di suddetto ministero, particolarmente tra i sacerdoti e i laici coinvolti e interessati in questo ambito, affrontando argomenti quali la teologia e il ruolo dell’esorcista, il diritto canonico e alcuni aspetti della psicologia. Questo corso – prosegue la nota – non è assolutamente da intendersi come sostitutivo di quello che annualmente l’Istituto propone in presenza dalla durata di una settimana e che ha come obiettivo quello di presentare in maniera molto più approfondita gli aspetti multidisciplinari dell’esorcismo e della preghiera di liberazione. Il suddetto corso è programmato per l’autunno 2021 in modalità presenziale nella sede di Roma».

Quest’ultimo riferimento è al master di “Esorcismo e preghiera di liberazione” che da tanti anni si svolge al Regina apostolorum. La notizia del webinar sarebbe passata inosservata, e noi non ve la staremmo dando, se il comunicato emesso dagli organizzatori per descrivere i contenuti non fosse stato ripreso integralmente da quotidiani di una certa importanza, come per es. La Repubblica e Il Giorno, dando così una grossa mano alle iscrizioni che, come si legge sul sito sacerdos.org, alla modica cifra di 250 euro hanno dato il diritto di partecipare a sacerdoti e laici in possesso di rigorosi requisiti ai cinque giorni di corso dall’1 al 4 marzo. Ma ad averci colpito non è tanto il fatto che degli esorcisti e aspiranti tali non disdegnino lo “sterco del diavolo” – anche questo probabilmente è un modo per stare al passo con i tempi – quanto la conferma che la stampa italiana perda sempre più spesso l’occasione di celare la sua totale perdita di senso critico (e laico) nel momento in cui ci sono notizie (o presunte tali, come per es. quella relativa a un webinar) che riguardano il Vaticano e il mondo della Chiesa cattolica in generale. Per intenderci, la perdita di senso critico è ciò che accade regolarmente con papa Bergoglio. Ci sono giornali che riportano regolarmente interi passaggi di discorsi pronunciati dal pontefice cattolico durante la celebrazione di una messa, come fossero le considerazioni di uno scienziato sulle caratteristiche di un vaccino anti-covid da lui appena realizzato. Non solo. Questi stessi giornali, ma anche dei “quotatissimi” giornalisti che conducono talk show in televisione, per dirne una, quando parlano del papa usano in continuazione l’epiteto “sua santità”, accettando acriticamente la dimensione clericale che è insita in questa terminologia. Dallo sdoganare l’uso del termine “sua santità” a dare per assodata l’esistenza del diavolo da parte di un media (sedicente) laico il passo a quanto pare è brevissimo. E infatti è ciò che è accaduto. Passiamo oltre.
Come alcuni dei nostri lettori ricorderanno, chi…

 


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