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San Fatturato

Foto Claudio Furlan - LaPresse 06 Ottobre 2020 Cremona (Italia) News Assemblea Generale Associazione Industriali di Cremona presso CremonaFiere Nella foto: Carlo Bonomi Photo Claudio Furlan - LaPresse 06 October 2020 Cremona (Italy) Assemblea Generale Associazione Industriali di Cremona In the photo: Carlo Bonomi

La sentite l’aria che tira? A volte basta mettere insieme un po’ di pezzi, provare a ricomporre le tessere per farsi un’idea del punto in cui siamo, anche perché la preoccupante uniformità di pensiero che si respira ottunde le sensazioni e non c’è niente di meglio delle sensazioni ottuse per inseguire interessi particolari che così sfuggono più facilmente.

Ricapitoliamo: a inizio pandemia si sviluppa un pericoloso focolaio nella bergamasca che provoca una strage di cui abbiamo memoria per i camion militari costretti a trasportare le bare. Ci si interroga (anche la magistratura) sul perché non sia stata istituita per tempo una “zona rossa” che avrebbe potuto limitare i danni e Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, rilasciò una sconcertante intervista in cui disse testualmente che erano «contrari a fare una chiusura tout court così senza senso» e di averne parlato direttamente con la Regione: «Ci siamo confrontati, ma non si potevano fare zone rosse. Non si poteva fermare la produzione», disse.

Poi, pensateci: in un anno di pandemia abbiamo visto puntare il dito un po’ contro tutti, siamo passati dagli anziani che pisciano il cane ai corridori agli spiaggiati agli aperitivisti alle scuole – presumibilmente saremmo passati anche ai cinema e ai teatri, ma sono chiusi da un’eternità – e chi poi ne ha più ne metta. Niente su fabbriche e pochissimo sui pendolari. Il mondo del lavoro (soprattutto quello produttivo) sembra immune al virus, se fate la rassegna stampa di quest’anno.

In compenso certa stampa si è lanciata in un piuttosto ridicolo sforzo per dirci che fare il rider è un lavoro bellissimo: ve li ricordate quei giorni in cui si leggevano articoli che favoleggiavano di ciclisti che guadagnavano 4mila euro al mese (poi si scoprì che non era vero) tanto per convincerci che chi non trova lavoro è uno sfaticato e chi è povero è un fallito? Ecco, tenetelo a mente.

Poi. Qualche giorno fa Bonomi ha rilasciato un’intervista da brividi in cui ha chiesto di avere più possibilità di licenziare per rilanciare il lavoro. E nessuno che gli ha riso in faccia, pensa te.

Poi ve la ricordate Letizia Moratti che chiedeva di vaccinare in base al Pil? Prese gli applausi dei soliti turboliberisti ma poi fece un po’ marcia indietro. Bene: ieri Regione Lombardia (la disastrosa regione che non riesce a vaccinare poco più di qualche manciata di anziani che dovrebbero essere una priorità) ha annunciato in pompa magna di avere stretto un accordo con Confindustria (questa volta alla luce del sole) per vaccinare i dipendenti nelle aziende. Qualcuno ha fatto notare che forse ci sono altri problemi a cui dedicarsi e loro hanno risposto che sì, sì ma hanno fatto la conferenza stampa solo così per dire.

Tutto questo mentre ci si prepara per l’ennesima volta al lockdown che ci permetterà di uscire per andare a lavorare, di respirare aria aperta per tornare indietro e addirittura di avere una libera uscita per andare a comprare cibo.

Straordinario.

Buon giovedì.

“O i brevetti o la vita, vaccini per tutti”. Il Comitato Right2cure scrive al governo

Al Presidente del Consiglio
Dott. Mario Draghi
p.c. Alla Presidente del Senato
On. Maria Elisabetta Alberti Casellati
p.c. Al Presidente della Camera
On. Roberto Fico

Il Comitato nazionale per l’Iniziativa dei cittadini europei (Ice)/Petizione europea “Right2cure – No profit on pandemic” “Diritto alla Cura, nessun profitto sulla pandemia” che raccoglie 67 realtà nazionali, ritiene che sia giunto il momento di rivolgere un appello formale al nostro governo.

Alla fine del secolo scorso, il monopolio della proprietà intellettuale nel trattamento per l’Hiv ha ritardato di ben 10 anni la cura con la terapia antiretrovirale salvavita delle persone affette da Hiv in Africa, America Latina e Asia rispetto a quelle che vivevano negli Stati Uniti, Unione Europea, Svizzera, Regno Unito e Giappone. Ciò ha portato a milioni di morti tra la fine degli anni ’90 e la metà degli anni 2000, fino a quando le barriere dei brevetti non sono state abolite e sono diventati disponibili i farmaci generici per il trattamento dell’Hiv.

Evitiamo che lo stesso scenario di morte si riproduca con la pandemia da Covid-19. Tedros Adhanom, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ha dichiarato infatti che, a metà gennaio, 40 milioni di persone erano già state vaccinate in 49 Paesi ad alto reddito, mentre nei Paesi a basso reddito, solo 25 persone avevano ricevuto un’iniezione. Ancora una volta, i Paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, privi di tutele a garanzia dei diritti fondamentali, come quello alla salute e alla vita, devono lottare per accedere ai vaccini e ai farmaci contro un’epidemia globale, com’è quella da Covid-19.

Questo accade, perché le aziende farmaceutiche, nonostante abbiano ricevuto finanziamenti pubblici di svariati miliardi di euro, possiedono il brevetto sul prodotto finale e quindi il pieno controllo su produzione, prezzo e distribuzione dei vaccini. Ciò permette loro di non condividere la tecnologia, mantenere la proprietà intellettuale e limitare la ricerca, lo sviluppo e la fornitura di vaccini efficaci, accaparrandosi la maggior parte delle enormi ricompense finanziarie.

Se questa situazione perdurerà, 9 persone su 10 nei Paesi poveri e a basso reddito non potranno essere vaccinate quest’anno, perché Moderna, Pfizer/BioNTech e AstraZeneca, nel 2021 produrranno vaccini per appena l’1,5% della popolazione mondiale (People’s vaccine alliance, su Oxfam international). Possiamo ben dire che la proprietà intellettuale è il più grande ostacolo all’accesso equo, tempestivo e universale ai vaccini salvavita e, in ultima analisi, al superamento della pandemia.

In un mondo globalizzato, infatti, in assenza di una risposta realmente inclusiva, il virus continuerà a circolare e a mutare, vanificando gli sforzi economici e sociali fatti dalla popolazione mondiale nel rispettare le restrizioni implementate dai governi durante gli ultimi dodici mesi.

Ci sono però delle opzioni che permettono di superare le limitazioni del sistema dei brevetti, almeno per tutta la durata della pandemia, e che invitiamo i governi ad utilizzare. Vi chiediamo pertanto, di sostenere a livello europeo la proposta che è sul tavolo dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) da diversi mesi e che chiede la sospensione temporanea del sistema dei brevetti per i prodotti Covid-19, almeno fino a quando non si sarà raggiunta l’immunità mondiale.

La proposta, presentata dall’India e dal Sudafrica all’inizio di ottobre, che non costituisce un attacco al diritto di proprietà intellettuale in quanto tale, permetterebbe a tutti i Paesi del mondo di non considerare alcune delle disposizioni sulla proprietà intellettuale stabilite nell’accordo Trips, senza incorrere in sanzioni.

Ad oggi oltre 100 Paesi hanno accolto o sostenuto la proposta, mentre quasi 400 organizzazioni della società civile in tutto il mondo, unitamente ad organizzazioni internazionali come l’Oms, Unaids, Unitaid e la Commissione africana per i diritti umani e dei popoli, esortano i governi a sostenere con urgenza la proposta di sospensione temporanea dei brevetti.

Solo un piccolo gruppo di membri dell’Omc, tra cui la Commissione Europea, anziché unirsi al movimento di solidarietà globale che chiede la deroga, ha scelto finora di non sostenere l’iniziativa.

Eppure, dovrebbe essere chiaro che, se le popolazioni non sono protette, più a lungo il virus circola tra esse, maggiore è la probabilità che si verifichino mutazioni più trasmissibili che colpiscono tutti i Paesi, compresi quelli che si oppongono alla proposta di deroga, aumentando la complessità del controllo e prolungando la pandemia.

Di fronte alla tragedia che ha colpito il mondo, è imperativo che tutti gli strumenti di prevenzione, tracciamento e monitoraggio, contenimento e trattamento siano disponibili tempestivamente.

Opporsi alla proposta di India e Sudafrica all’Omc, oltre ad essere insostenibile moralmente è semplicemente sbagliato e significa non cogliere un’opportunità unica per evitare una tragica ripetizione del passato. È in gioco il diritto alla salute di miliardi di persone.

Chiediamo quindi al governo italiano di sostenere la proposta di India e Sud Africa per la sospensione temporanea dei brevetti e di battersi, affinché la Commissione europea faccia altrettanto.

La logica del profitto non può prevalere su quella della vita degli esseri umani.

Oltre a questa iniziativa, che riveste un carattere di urgenza per affrontare una situazione specifica, segnaliamo l’importanza che il nostro Paese e l’Unione Europea lavorino per la creazione di un’azienda pubblica europea, per lo sviluppo, la produzione e la distribuzione di farmaci, vaccini e dispositivi medici.

Confidiamo che il governo prenda la decisione di mettere in atto questa scelta innovativa.

Cordiali saluti

Comitato promotore italiano
Vittorio Agnoletto, Silvio Garattini, don Luigi Ciotti, Gino Strada, Raffaella Bolini, Riccardo Petrella, Maria Bonafede, Marco Bersani, Monica Di Sisto, Roberto Morea.

Invitato internazionale d’onore: Franco Cavalli, oncologo, già presidente dell’Unione Internazionale contro il Cancro, Svizzera.

Elenco aderenti al Comitato italiano al 5 marzo
1)  ACEA ODV
2)  ACLI
3)  ACS
4)  ACU – ASSOCIAZIONE CONSUMATORI UTENTI
5)  AGORÀ DELLA TERRA
6)  AGORÀ DEGLI ABITANTI DELLA TERRA
7)  ARCI
8)  ASSISTENZA SOCIOSANITARIA
9)  ASSOCIAZIONE AMICI DI ANGAL ONLUS
10)  ASSOCIAZIONI CITTADINI DEL MONDO
11)  ASSOCIAZIONE DOSSETTI
12)  ASSOCIAZIONE LAUDATO SÌ
13)  ASSOCIAZIONE MEDICI PER L’AMBIENTE
14)  AOI – ASSOCIAZIONE ONG ITALIANE
15)  ASSOCIAZIONE PER UN’EUROPA DEI POPOLI
16)  ASSOCIAZIONE PLANET 2084 ONLUS
17)  ATTAC ITALIA
18)  CGIL
19)  CIPSI
20)  CISL
21)  CNCA
22)  COBAS
23)  COMITATO NAZIONALE PER LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE
24)  COMITATO STOP TTIP UDINE
25)  CDC – COORDINAMENTO PER LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE
26)  COI – COOPERAZIONE ODONTOIATRICA INTRNAZIONALE
27)  CUB
28)  DICO 32
29)  EMERGENCY
30)  FISH – FEDERAZIONE IT. PER IL SUPERAMENTO DELL’HANDYCAP
31)  FORUM ACQUA
32)  FORUM GORIZIA
33)  FORUM PER IL DIRITTO ALLA SALUTE
34)  GRUPPO ABELE
35)  GRUPPO PALLADE
36)  GRUPPO SOLIDARIETA’
37)  IFE ITALIA
38)  IL MANIFESTO
39)  INTERSOS
40)  LABORATORIO ANDREA BALLARO’
41)  LA SINISTRA LEGNANO IN COMUNE
42)  LA VIA LIBERA
43)  LEFT
44)  LIBERA
45)  LILA NAZIONALE
46)  MDP/ART.1
47)  MEDICINA DEMOCRATICA
48)  MONASTERO DEL BENE COMUNE VERONA
49)  OXFAM
50)  PARTITO DEL SUD
51)  PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA
52)  PARTITO DELLA SINISTRA EUROPEA
53)  POTERE AL POPOLO
54)  PUNTO ROSSO
55)  RADIO POPOLARE
56)  RETE PER IL DIRITTO ALLA SALUTE MILANO E LOMBARDIA
57)  RETI DI PACE
58)  SINISTRA ANTICAPITALISTA
59)  SINISTRA ITALIANA
60)  SID – SOCIETY FOR INTERNATIONAL DEVOLPMENT
61)  SIMM – SOCIETA’ ITALIANA DI MEDICINA DELLE MIGRAZIONI
62)  SOS SANITA’
63)  TRANSFORM! ITALIA
64)  UIL
65)  UN PONTE PER
66)  USB
67)  VERDI

La pillola della libertà

Nel 1957, sessant’anni fa, la Food and Drug Administration (Fda) degli Stati Uniti d’America autorizza la vendita di un nuovo farmaco capace di contrastare i disturbi mestruali. Si tratta di una combinazione di due ormoni (un estrogeno e un progestinico) messa a punto nel 1951 da Carl Djerassi, in collaborazione con Luis Miramontes and George Rosengkranz, e sperimentata clinicamente dai medici John Rock, Celso-Ramon Garcia e Gregory Pincus nel 1954. Nulla di eccezionale. Non fosse che ben presto si scopre che, per l’effetto combinato dei due ormoni, il farmaco inibisce l’ovulazione nelle donne. Così, tre anni dopo, nel 1960, la Fda approva l’utilizzo della Combined oral contraceptive pill (Cocp), la prima pillola contraccettiva. A partire da questa data, il farmaco viene distribuito in tutto il mondo con il nome di Enovid e con effetti sociali e culturali enormi. Nota ormai semplicemente come la pillola, la COCP fornisce un contributo determinante a realizzare quella che molti considerano la più importante rivoluzione del XX secolo: la rivoluzione femminile.
Proprio per questo non è il caso di celebrare la ricorrenza fermandosi non più di tanto sui meccanismi di funzionamento, ormai ben noti, del farmaco.

Conviene invece fermarsi sui suoi effetti sociali e culturali: enormi, appunto, e, ancora oggi, niente affatto esauriti. E già perché la Cocp di Carl Djerassi, più semplicemente “la pillola”, se assunta quotidianamente da una donna, ne inibisce l’ovulazione. E, dunque, consente di evitare le gravidanze indesiderate. Inoltre costa poco, è facile da assumere, è sganciata dal rapporto sessuale e ha un’efficacia che non può essere neppure lontanamente paragonata a ogni altro precedente sistema di contraccezione. È per tutto questo che la pillola ha un immediato e clamoroso successo: nel 1961 negli Usa la assumono già 400.000 donne; che salgono 1,2 milioni nel 1962 e a oltre 3,5 milioni nel 1963.

Oggi in tutto il mondo la assumono oltre 100 milioni di donne. Tanto che, nel 2015, secondo il Global Market Insights, il mercato mondiale dei farmaci contraccettivi ha fatturato 6,1 miliardi di dollari.
Carl Djerassi, morto nel 2015, non ha mai vinto il Nobel, malgrado la pillola che ha messo a punto sia stata, insieme, causa ed effetto dei nuovi stili di vita che, a partire dagli anni 60, si sono imposti negli Stati Uniti e altrove. In realtà, l’impatto che la pillola ha avuto sulla società, non solo occidentale, è difficile da sopravvalutare. Non a caso già venti di anni fa il settimanale inglese The Economist l’ha eletta a scoperta scientifica più importante del XX secolo. Per più motivi, peraltro correlati tra loro.

Primo: la pillola ha dato un formidabile contribuito al controllo delle nascite e alla drastica riduzione del numero di figli per donna prima nei Paesi occidentali e poi in molti Paesi di tutte le altre parti del mondo. Nel 1970 in Bangladesh una donna aveva in media sette figli. Oggi, ricorda la rivista Nature in un suo recente editoriale, grazie anche a quel farmaco, una donna in quel Paese non supera in media i due figli. In breve: se la crescita della popolazione nel mondo ha rallentato il suo ritmo lo si deve anche alla pillola di Djerassi.
Secondo e, forse, ancor più importante fattore: la pillola ha disaccoppiato il sesso dalla riproduzione, fornendo un contributo ancora una volta decisivo alla “rivoluzione sessuale” scoppiata, non a caso, negli anni ’60 dello scorso secolo.

Non basta. la pillola ha contribuito anche a modificare il ruolo che ha la donna nella società e, quindi, ad accelerare la “rivoluzione femminile”, che, come abbiamo ricordato, molti considerano la più grande rivoluzione sociale del XX secolo.
La pillola, infatti, è stata uno degli strumenti principali che in maniera diretta hanno contribuito a restituire alle donne la gestione del proprio corpo, compreso il sistema riproduttivo. Ma ha svolto anche una funzione più ampia. Ha dimostrato alle donne che potevano assumere la piena gestione del proprio corpo, a partire dal proprio sistema riproduttivo.

Si è dunque imposta come una delle cause che hanno generato diversi movimenti culturali e politici per l’affermazione di nuovi diritti di cittadinanza uguali per tutti e fondati sulla libertà e la responsabilità individuale. «Il corpo è mio e lo gestisco io», è diventata l’idea su cui sono stati ricostruiti i rapporti tra medicina e società e, forse, su diritto e società.
Di recente uno studio di epidemiologia ha dimostrato che l’uso dei contraccettivi favorisce l’aumento sia l’aumento del livello medio di educazione sia il reddito delle donne tanto negli Stati Uniti quanto in Europa. Tra gli anni 60 e 70 del secolo scorso, per esempio, dimostra uno studio citato da Nature, l’iscrizione all’università delle ragazze americane è risultato maggiore del 17% tra quelle che utilizzavano la pillola prima dei 18 anni.

Una simile carica dirompente non poteva non suscitare reazioni. Se per alcuni la pillola è diventata il simbolo di libertà e responsabilità individuale, per altri è diventata il simbolo stesso del male e di quel suo succedaneo che è la società multietica.
Insomma, la pillola è stata avversata da più parti. Religiose e non. La Chiesa cattolica ne è stata (e ne è ancora) una feroce avversaria. Porterà, si diceva e si dice, alla dissoluzione della famiglia e dunque della società. Non è avvenuto. Si è anche cercato di dimostrare che la pillola ha pesanti effetti collaterali sulla salute delle donne. Non è vero. Gli effetti collaterali ci sono, ma sono di scarsa entità. Molto maggiori sono i benefici. I principali riguardano, certo, la sua azione anticoncezionale: che è sicura e immediatamente reversibile. Ma ce ne sono anche altri, enumerati da Carlo Flamigni in un suo volume, Il controllo della fertilità: la regolazione del ciclo mestruale; il minor numero di cisti follicolari; il contrasto dell’endometriosi, delle infezioni pelviche, delle micropolicistosi ovariche.

Un studio di qualche anno fa, condotto per quattro decenni su 46.000 donne, ha dimostrato non solo che la pillola non fa male. Le donne che la assumono, infatti, vivono in media di più e che per loro si riducono i rischi di morire prematuramente per tutte le cause di morte, incluso cancro e malattie cardiovascolari. Insomma, pur non mancando effetti collaterali non desiderati, la pillola «fa bene». Ma il compleanno sessantesimo compleanno della pillola non può ridursi a una mera celebrazione. I problemi aperti sono molti. Intanto in molti Paesi l’accesso alla contraccezione da parte delle donne è molto difficile, se non propriamente impedito.

Ma i problemi non vengono solo dai Paesi più poveri e/o da quelli dove il protagonismo delle donne è inibito. Al contrario, nuovi problemi stanno emergendo anche lì dove la “rivoluzione femminile” è nata e si è sviluppata più rapidamente. Sempre Nature ricorda come l’amministrazione del nuovo Presidente Usa, Donald Trump, sta mettendo in discussione la possibilità di accedere ad aiuti diretti da parte di Paesi e organizzazioni che propongono la contraccezione. La proposta di budget federale, per esempio, taglia di ben 523 milioni di dollari i fondi del Dipartimento di Stato e dell’Agency for international development destinati ai servizi di contraccezione nei Paesi in via di sviluppo. Un recente rapporto Guttmacher Institute, un istituto di ricerca di Washington che si occupa di medicina della riproduzione, sostiene che gli effetti di questa politica potrebbero essere rilevanti e persino tragici. Ogni taglio di 10 milioni ai fondi per la pianificazione familiare, infatti, impedisce a 433.000 donne di assumere contraccettivi. Tra queste almeno 128.000 subiscono una gravidanza indesiderata. E tra queste, ancora, molte sono costrette a ricorrere all’aborto clandestino.

Non si tratta di uno scenario astratto. Non molti anni fa si è già verificata una situazione analoga. Un altro studio citato da Nature, relativo a quattro Paesi dell’Africa sub-sahariana, ha dimostrato che il numero di aborti è rimasto costante tra il 1994 e il 2001, per poi crescere rapidamente dopo che un altro presidente repubblicano, George W. Bush, tagliò i fondi per gli aiuti al controllo delle nascite.
Insomma, celebrando i primi sessant’anni della “pillola” e le rivoluzioni che questo farmaco ha determinato, ricordiamoci che nessuna progresso per la condizione delle donne è dato per sempre. E che ogni obiettivo va sempre, continuamente riconquistato.

(da Left del 24 giugno 2017)

Per leggere il libro di Left “La lezione di Pietro Greco”  

Libri


Commissariate la Lombardia

Foto LaPresse - Claudio Furlan 03/03/2021 - Milano (Italia) Conferenza stampa sul piano vaccinale in Lombardia presso l’auditorium della Regione Nella foto: Letizia Moratti Photo LaPresse - Claudio Furlan March 3, 2021 Milan (Italy) Press conference on the vaccination plan in Lombardy at the auditorium of the Region In the photo: Letizia Moratti

La sentite intorno quest’aria tutta concorde? Sembra una pacificazione e invece è lo stallo che si crea quando partiti e poteri si allineano, lo fanno spesso in nome di una non meglio precisata “unità nazionale”, quando tutti insieme si deve uscire da una “crisi” e questa volta funziona perfettamente in nome dell’epidemia. Accade che partiti lontanissimi tra loro si trovino seduti nello stesso governo, quelli che si erano sputati addosso fino a qualche minuto prima e quelli che hanno spergiurato un milione di volte “mai con quelli là” e accade che anche l’osservazione di ciò che non funziona improvvisamente si ottunda.

La Lombardia, ad esempio. La campagna delle vaccinazioni anti Covid in Lombardia è una drammatica sequela di errori e di ritardi, di incomprensibili scelte e di gravi inadempienze. Qualcosa che grida vendetta ma che soprattutto meriterebbe un dibattito politico nazionale, una parola, un ammonimento, almeno uno sprono, qualcosa qualsiasi.

In Lombardia accade che alcune persone che non hanno diritto al vaccino riescano a prenotarlo e a farlo tranquillamente per un link del sistema regionale che presenta un’evidente falla. L’ha scoperto Radio Popolare e lo confermano lombardi che raccontano di averlo ricevuto nei gruppi di watshapp. «Ho fissato l’orario – racconta una testimone – e dopo dieci minuti ho avuto la mail di conferma per andare lunedì 8 marzo alle 12.05 all’ospedale militare di Baggio. Non ci credevo fino in fondo, ma quando sono arrivata lì incredibilmente ho verificato che ero davvero in lista». I direttori sociosanitari dicono che non hanno nessun modo per controllare le liste che sarebbero tutte in mano all’Asst. Tutto bene, insomma.

Il magico software regionale tra l’altro convoca i cittadini (vale la pena ricordare: quasi tutti anziani) con un preavviso di poche ore, la sera precedente. Alcuni sono costretti a fare chilometri e chilometri nonostante abbiano punti vaccinali molto più vicini. Alcuni addirittura hanno ricevuto invece due messaggi: «Ho ricevuto la convocazione dopo pochissimi giorni dall’iscrizione – racconta Maria Grazia alla consigliera regionale (Lombardi Civici Europeisti) Elisabetta Strada – ahimè però ho ricevuto due sms, a distanza di qualche ora, il primo mi convocava in piazza Principessa Clotilde alle ore 11 e il secondo ad Affori alle 16. Non sapevo quale dei due messaggi fosse corretto e al numero verde mi hanno risposto che non lo sapevano nemmeno loro. Sono andata dove mi era più comodo». Ovvio che se la gente non si presenta all’appuntamento i vaccini poi a fine giornata vadano buttati. In Regione giacciono interrogazioni che chiedono conto di quante dosi siano state sprecate finora: nessuna risposta, ovviamente.

All’8 marzo su oltre 720mila over 80 lombardi circa 575mila hanno aderito alla campagna e ne sono stati vaccinati 150mila. Dei 140mila che non hanno aderito non si sa nulla: non sono riusciti a prenotarsi? Non sono informati? Rifiutano il vaccino?

Poi ci sono gli errori di gestione degli spazi: ad Antegnate, provincia di Bergamo, è stato previsto un punto vaccinale nel centro commerciale del paese. Per un errore di pianificazione domenica 28 febbraio c’erano in coda quasi duemila persone. Sempre anziani, ovviamente assembrati. A Chiuduno, sempre nella bergamasca, il punto vaccinale è invece in un centro congressi che potrebbe gestire 2600 vaccinazioni al giorno e si viaggia a un ritmo di 800.

Perfino Bertolaso ha dovuto ammetterlo: «Il sistema delle vaccinazioni degli over 80 continua a funzionare male, a creare equivoci, ritardi», ha dichiarato. Addirittura Salvini: «Problemi nella campagna vaccinale della Lombardia? Se qualcuno ha sbagliato paga, e quindi anche della macchina tecnica di Regione Lombardia evidentemente c’è qualcuno che non è all’altezza del compito richiesto». Ora la Regione Lombardia ha deciso di appoggiarsi al portale delle Poste, scaricando di fatto il gestore Aria, un carrozzone voluto da Fontana e soci per “guidare la trasformazione digitale della Lombardia”. Ottimo, eh?

Stiamo parlando della regione che ha collezionato un terzo dei morti per Covid di tutta Italia, della regione che ancora oggi sta vedendo i suoi dati peggiorare più di tutti. Serve una testimonianza? Eccomi qui: padre dializzato, invalido al 100%, ovviamente ultraottantenne e per ora l’unico segno di vita è un sms di scuse per il ritardo.

Tutto questo dopo un anno di sfaceli politici e organizzativi. Ma davvero, ma cosa serve di più per commissariare la Lombardia?

Buon mercoledì.

«Contro greenwashing e finto ambientalismo». Alla Camera nasce “Facciamo eco”, il gruppo ecologista

«Siamo felici di annunciare la nascita di Facciamo Eco, la nostra componente ecologista». Dopo ben tredici anni i verdi sono tornati in Parlamento. Lo fanno sotto le insegne di “Facciamo eco”, la nuova componente ecologista nel Gruppo misto della Camera, presentata in conferenza stampa a Montecitorio. A fondarla Rossella Muroni, ex presidente di Legambiente, che ha abbandonato nei giorni scorsi il gruppo di Leu per entrare nel Misto. Ad aderire da subito al progetto sono stati Lorenzo Fioramonti, ex 5Stelle ed ex ministro dell’Istruzione, e Alessandro Fusacchia, eletto con +Europa e poi passato al Centro democratico.

Il progetto ha potuto vedere la luce grazie al contributo del Partito dei Verdi che hanno concesso l’utilizzo del proprio simbolo, con cui si erano presentati alle scorse elezioni, un passaggio indispensabile per ottemperare agli obblighi del regolamento parlamentare.

Ecologia, Europa, cura, talento e riscatto. Queste le parole chiave. Il programma verterà sui temi da sempre cari ai Verdi, come il futuro sostenibile per le nuove generazioni, l’economia green, il lavoro, l’impresa, l’istruzione e la ricerca. «È necessaria una voce autonoma che parli di transizione ecologica, senza slogan. Senza verniciate di facciata. Partiamo da una componente che si chiama Facciamo Eco, per parlare di un progetto più ampio. Che diventi una voce e che possa essere una guida per il Paese», ha dichiarato Muroni. Un Paese che sembra aver perso fiducia nel Parlamento e pare sempre più distante dalle Istituzioni e che ha necessità di affacciarsi di nuovo alla politica concreta.

Per i fondatori della nuova componente gli obiettivi sono chiari: gestire con trasparenza il ciclo dei rifiuti e la tutela delle acque, prevenire il dissesto idrogeologico, istituire nuove aree protette, in sinergia con le realtà locali. La componente ha ribadito l’appoggio convinto al nuovo governo e poi ha chiarito di volerlo però incalzare senza indugio né esitazione, per portare avanti gli obiettivi, che dovranno essere comuni e trasversali.

«Grazie all’accordo con la Federazione dei Verdi – affermano i tre parlamentari promotori del progetto -, abbiamo deciso di mobilitarci per ricordare come un vero cambiamento sia possibile solo dando “voce” a chi non ce l’ha, soprattutto le nuove generazioni, che ci chiedono un’inversione di rotta tanto radicale quanto concreta per garantire un futuro sostenibile. L’ambientalismo politico non può prescindere da una nuova visione dell’economia, che sia improntata ai valori dell’ecologia, facendo leva su tutti gli ecosistemi dell’innovazione tecnologica e sociale»

«In questa fase politica in cui tutti si reinventano ecologisti – dichiarano i deputati – è importante che chi ha una storia di impegno concreto sul fronte ambientalista faccia sentire la propria voce, dando spazio a tutte quelle realtà associative e scientifiche che da decenni si battono per una vera transizione ecologica del Paese». Un progetto, dunque, che va contro i “furbetti” dell’ecologia.

«Lotteremo contro il greenwashing, contro la finta transizione che si trasforma in “transazione” e incalzeremo il governo per passare dalle parole ai fatti. Cominciando con una serie di proposte concrete, dall’inserimento di un servizio civile ambientale nel Pnrr per unire lavoro e formazione sulla messa in sicurezza del territorio, fino ad una riforma fiscale green (partendo dal taglio graduale dei sussidi ambientalmente dannosi) e ad un nuovo approccio sulla scuola e sulla ricerca, vere leve dello sviluppo di una nazione», concludono i tre.

Sebbene le culture politiche di provenienza dei tre deputati siano diverse, per l’onorevole Fusacchia vi sono obiettivi e valori comuni: «Abbiamo la ferma volontà di fare una sintesi al rialzo, guidati dalla stella polare che è la sostenibilità». Un appello poi ai colleghi in Parlamento, ai cittadini e a tutte le realtà associazionistiche e del territorio: «Abbiamo un indirizzo mail, inviateci idee, suggerimenti, proposte, siamo una filiera corta».

A riveder le Stelle nella scia di Conte

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 24-01-2021 Roma Politica Trasmissione tv "Mezz'ora in più" Nella foto Luigi Di Maio, sullo schermo Giuseppe Conte Photo Roberto Monaldo / LaPresse 24-01-2021 Rome (Italy) Tv program "Mezz'ora in più" In the pic Luigi Di Maio

«L’unico che può restituire dignità e unità al Movimento è Giuseppe Conte». Nelle chat dei parlamentari Cinque stelle da settimane è tutto un ripetersi di stima e affetto nei confronti dell’ex presidente del Consiglio. Soprattutto dopo la spaccatura verificatasi sia al Senato sia alla Camera dinanzi al voto di fiducia per il governo Draghi, è diventato sempre più evidente che l’unico modo per “salvare” il Movimento fosse quello di scomodare il nome di Conte, il quale solo pochi giorni fa in un incontro “carbonaro” con Beppe Grillo e una cerchia ristrettissima di parlamentari (sarebbero stati presenti pochi fedelissimi, tra cui Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro), ha sciolto le riserve e accettato di guidare i Cinque stelle in una sorta di rifondazione.

«Il Movimento cinque stelle – spiega tra il serio e il faceto un senatore pentastellato – diventerà Movimento “5.0” stelle». Una battuta, certo. Ma che rivela l’intenzione di rivoluzionare per intero quello che fino ad oggi sono stati i grillini. Tra le condizioni volute dallo stesso Conte c’è innanzitutto la volontà di rendere l’alleanza con Pd e Leu chiara, certa, inequivocabile. «Giuseppe – rivela a Left una persona che ha avuto modo di parlare con l’ex premier – ha chiesto che non ci siano più tentennamenti a riguardo: quello che deve nascere è un nuovo fronte riformista, opposto ai sovranisti».

Non è un caso che tra i registi “occulti” del ritorno immediato di Conte ci sarebbe anche il…


L’articolo prosegue su Left del 5-11 marzo 2021

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SOMMARIO

Centomila

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 16 marzo 2020 Roma (Italia) Cronaca Emergenza Coronavirus, operativo a Roma il Covid 2 Hospital alla Columbus Nella foto: l'arrivo di un paziente in una barella di Bio-contenimento per l’isolamento e il trasporto in ambulanza di pazienti ad elevato rischio di contagio Photo Cecilia Fabiano/LaPresse March 16, 2020 Rome (Italy) News Coronavirus Emergency, new set opening of the Columbus Gemelli Covid 19 department In the pic: biocontainment systems to transport patients infected by highly contagious diseases

Centomila morti fa avevamo problemi che ci disturbavano il sonno e che ora sogniamo che tornino, piccoli come ci appaiono rispetto al nero che si è spanso centomila morti dopo. Se ci pensate centomila morti fa intravedevamo un futuro, un futuro magari difficile, ostico, piuttosto faticoso, che ci sarebbe costato, tutto da conquistare ma ci si alzava al mattino successivo dicendosi dai ora vediamo di sistemare le cose e invece oggi, centomila morti dopo, abbiamo l’orrenda sensazione che le cose si sistemino solo grazie a fattori esterni di cui non abbiamo controllo e nemmeno troppa contezza.

Centomila morti fa se ci avessero detto che in un anno sarebbe scomparso dalla cartina geografica un intero capoluogo di provincia non ci avremmo mai creduto, i soliti apocalittici avremmo risposto e poi ci saremmo dati di gomito. Centomila morti tra l’altro sono almeno dieci parenti, una decina di amici, sono due milioni di persone che si portano addosso il lutto e hanno paura del lutto successivo mentre hanno la sensazione che stia salendo le scale del pianerottolo.

Centomila morti fa ci ripetevamo che sarebbe andato tutto bene, lo scrivevamo perfino sui cartelloni, avevamo una vitalità che si era convinta semplicemente di dover prendere un po’ di rincorsa per saettare fuori veloce e invece centomila morti dopo ci siamo convinti che l’ottimismo sia irrispettoso, sia una maleducata mancanza di rispetto.

Centomila morti fa ci dicevano che dipendeva tutto da noi e invece centomila morti dopo ci possiamo dire serenamente che no, che noi contiamo per le precauzioni che possiamo adottare ma l’architettura del mondo che abitiamo, dalla scuola al lavoro al modo in cui ci spostiamo al modo in cui usufruiamo dei nostri servizi primari, non è stata capace di adattarsi e ancora adesso rincorre il virus e si preoccupa della retorica.

La retorica, appunto: dicono abbiate fiducia, non perdete la fiducia e intanto si perde il lavoro, si logorano i risparmi, si perde la casa, si perde l’istruzione, si perde perfino la possibilità di curarsi una malattia che non sia il virus di cui tutti parlano perché intanto il virus di cui tutti parlano si è mangiato il resto di cui si fatica a parlare.

A livello generale si è instaurato lo stigma che prima valeva solo per le piccole situazioni: si è stanchi ma non si deve dire, eppure si è stanchi non perché non si è consapevoli dell’inevitabile ma perché i numeri continuano a traballare, le soluzioni sono le stesse ripetute negli stessi modi (anche da quelli che prima strepitavano e ora al governo semplicemente non strepitano più). Si è stanchi perché la speranza declamata è un bluff ormai riconosciuto da tutti: la speranza si progetta, si costruisce, si mantiene, si revisiona. La speranza non si dice.

Buon martedì.

Uomini che odiano le donne

Cardinals sit as Pope Francis celebrates Mass the day after he raised 13 new cardinals to the highest rank in the Catholic hierarchy, at St. Peter's Basilica, Sunday, Nov. 29, 2020. (AP Photo/Gregorio Borgia, Pool)

Abbiamo bisogno di definire le cose e le persone, non con la finalità di cristallizzarle, ma nella prospettiva della relazione, perché nella conoscenza e nella condivisione dei significati qualifichiamo lo scambio. Quando non si conoscono le definizioni, quando non si dà lo stesso significato alle parole, quando si attribuiscono qualificazioni diverse, c’è una frattura nella comunicazione, e la divergenza, spesso voluta, può generare mostri.
Per dare completezza allo scambio, dunque, ci si deve intendere sul significato dei termini che si usano. Le definizioni sono importanti nella misura in cui la manipolazione dei termini e dei significati si è articolata attorno ad obiettivi oscurantisti e criminogeni.
Anche grazie ai movimenti femministi e ai movimenti transfemministi il dibattito politico e sociale ha contribuito alla diffusione della conoscenza dei linguaggi sull’identità sessuale e di genere, nell’ottica del superamento degli stereotipi patriarcali.
Più sono cresciuti i movimenti femministi e i movimenti transfemministi, e più le caste sacerdotali hanno pianificato la loro guerra al femminismo e al tranfemminismo.
Sarà opportuno ricostruirne le vicende nella loro successione storica.
Nel 1994 al Cairo, in Egitto, si tenne la Conferenza internazionale su popolazione e sviluppo che si concluse con una affermazione condivisa sulla necessità di dare risposte effettive ai bisogni delle donne di istruzione e salute, ivi compresa la salute riproduttiva, promuovendo la parità tra uomo e donna, la eliminazione della violenza di genere, consentendo alle donne l’autodeterminazione attraverso il controllo delle nascite.
Nel 1995 a Pechino si tenne la IV Conferenza mondiale delle donne e in quel contesto i movimenti di tutto il mondo convennero sulla necessità di “guardare il mondo con occhi di donna” proclamando che “i diritti delle donne sono diritti umani”.
Entrambe le conferenze hanno scatenato le crociate antifemministe delle caste sacerdotali, preoccupate che l’eccessiva autodeterminazione femminile potesse incrinare i loro privilegi, perché è ormai chiaro che se le donne hanno potere decisionale sui loro corpi e sulle loro vite, al potere clericale di femminile restano solo le sottane.
Wojtyla pianificò di neutralizzare le conclusioni della Conferenza del Cairo e della Conferenza di Pechino, e affidò a tale Alfonso López Trujillo, un cardinale colombiano, acerrimo oppositore della Teologia della Liberazione perché infarcita di marxismo, l’incarico di redigere un documento che affrontasse le questioni del genere e della sessualità riaffermando la struttura patriarcale, la sottomissione del genere femminile e lo stigma verso tutte le altre forme di sessualità e di identità di genere non binarie, ma soprattutto tutti quei riconoscimenti biologici e psicologici che avrebbero potuto minare la famiglia tradizionale, quella, per intenderci, che il Pontificio Consiglio della Famiglia vuole difendere dal “relativismo egualitarista”.
Nelle pianificazioni di Wojtyla occorreva elaborare una ideologia di contrasto all’egualitarismo perché se si fosse affermato che siamo davvero tutti uguali, non si sarebbe più trovata giustificazione alcuna al fatto che il clero intende essere più uguale degli altri.
Trujillo elaborò un dizionario, il Lexicon, con la precisa finalità di costruire uno strumento ideologico nelle mani dei cattolici per opporsi a forme di emancipazione in ogni sede, sociale, scolastica e istituzionale, ma soprattutto legislativa, per imporre anche ai non cattolici le loro teorie oscurantiste su sessualità e genere, per attaccare frontalmente coloro che sono stati definiti i “negazionisti” della famiglia tradizionale.
Nel calderone delle teorizzazioni di Trujillo, che si collocano attorno al 1999, sono stati inclusi anche i marxisti e gli ambientalisti estremi, colpevoli di non essere obbedienti alle costruzioni divine.
In questa follia ideologica hanno trovato di che nutrirsi le destre conservatrici di molti Paesi, soprattutto statunitensi, e le lobby familiaristiche cattoliche vicine all’Opus Dei, che sono arrivate finanche a introdurre le teorie riparative per l’omosessualità, a conferma che la perversione cattolica resta una assurdità senza soluzione.
In Italia le ideologie del Lexicon sono state recepite dalle organizzazioni violente di estrema destra, da organizzazioni di fondamentalisti, soprattutto da omofobici (e sappiamo che generalmente sono omosessuali latenti irrisolti) ma anche da persone per le quali è legittimo il sospetto che vivano il proprio ruolo sessuale con così poca convinzione da farsi paladini di pratiche impositive per altri, per giustificare ai propri occhi ciò che hanno autoimposto a loro stessi.
L’8 dicembre 2002 venne pubblicato il Lexicon e la data non è casuale: il giorno 8 dicembre i cattolici celebrano la Madonna, la loro dea ascesa al cielo con tutto il corpo, esempio di femminilità cui è negata ogni forma di sessualità, ma soprattutto di cui si celebra l’assenza di qualsivoglia forma di consenso rispetto ad una gravidanza imposta.
Scorrendo il Lexicon le forme di aggressione ossessiva sono state formulate contro tutto ciò che ruota attorno all’autodeterminazione sessuale e riproduttiva delle donne. Si dà addosso al termine “interruzione volontaria della gravidanza” e all’espressione “pro-choice”. Si critica aspramente il positivismo legislativo la cui deriva starebbe tutta nel fatto che non ha fondamento etico. Orbene, le democrazie si contrappongono alle dittature non solo per organizzazione dello Stato ma anche perché lo Stato etico si pone come decisore, arbitro e giudice assoluto del bene e del male, mentre le democrazie si fondano sulla supremazia del diritto e della libertà dell’uomo e della donna.
Nel Lexicon si assiste ad un paradosso folle: questo dizionario nasce con il preciso obiettivo di manipolare la semantica dei diritti umani e ci si trova di fronte ad un lungo exursus sulla manipolazione semantica di cui si accusano coloro che non si predispongono a seguire i dettami della loro mitologia.
Si affronta il tema della discriminazione e, con stridore di unghie sugli specchi, si condannano i Parlamenti che legiferano sui progetti delle unioni di fatto, anche delle unioni omosessuali e lesbiche, e persino con la possibilità di adozione.
Si attacca la Cedaw, la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1981, perché esclude che la casalinghizzazione possa costituire momento di affermazione della donna il cui unico compito, secondo la religione cattolica, deve essere quello della cura dei figli e della casa.
La salute riproduttiva viene indicata come formula subdola di appropriazione semantica di idee malsane.
La cosa buffa è che si nega che l’embrione possa essere di proprietà della madre mentre invece secondo il loro diritto canonico i figli sono di proprietà del padre.
Si passa ad attaccare qualsiasi forma di amore libero perché in realtà rende schiavi, per poi passare a vietare l’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole.
Viene introdotto il termine pro-life per contrastare il termine pro-choice, e si conferma l’equivalenza tra infanticidio e aborto terapeutico.
In Lexicon si ricorda con orgoglio quando nella Conferenza del Cairo del 1994 dovette intervenire il Papa in persona e richiamare all’ordine i Capi di Stato perché stavano per licenziare un accordo che prevedeva come le giovani generazioni potessero ricevere adeguata informazione sui metodi contraccettivi, oltre ad una sana educazione sessuale.
Con il Lexicon sono state elaborate 78 voci, la maggior parte delle quali sono rivolte contro le donne e questa non è una novità.
Diventa interessante conoscere quali espressioni patologiche hanno adottato con l’omosessualità: “L’omosessualità non ha alcun valore sociale”, è ”un intrigo psichico che la società non può istituzionalizzare”; bisogna smettere di ”stigmatizzare tutti quelli che si interrogano sulla omosessualità” tacciandoli di ”omofobia”.
Dunque la Chiesa cattolica Apostolica Romana ha messo nero su bianco, già dal 2002 le modalità con le quali le società si devono orientare all’omofobia avendola legittimata eticamente e avendo diramato precise indicazioni su come esternarla.
Nel 2008 la moratoria per la depenalizzazione della omosessualità, promossa dalla Francia, che aveva come scopo la modifica delle legislazioni sulla pena di morte contro gli omosessuali, trovò il voto contrario del Vaticano che in maniera cinica si preoccupò di poter vedere garantita la posizione espressa nel Lexicon.
Ancora oggi quel testo detta l’agenda politica del Vaticano per condizionare per prima l’Italia e poi a seguire tutti gli altri Stati.
È legittimo affermare che con il Lexicon il Vaticano ha dichiarato guerra ai diritti umani, e quel dizionario è assolutamente incompatibile con la nostra Costituzione.
O si aderisce al Lexicon o si sta dalla parte della Costituzione, tertium non datur.

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L’autrice: Carla Corsetti è segretario di Democrazia Atea e membro del coordinamento di Potere al Popolo

Livia Turco: Costruttrici di un nuovo umanesimo

Alcune componenti dell'assemblea Costituente il gruppo delle elette il 25 giugno 1946, giorno di apertura dei lavori dell’Assemblea: Laura Bianchini è la seconda da destra

Il 21 gennaio del 1921 al Teatro San Marco di Livorno, andava in scena la nascita del Partito comunista d’Italia. All’alba della dittatura fascista, la sinistra italiana conosceva la sua prima grande scissione e oggi a cento anni da quel giorno, varrebbe la pena ricordare quanto le donne abbiano contribuito alla costruzione di quel progetto politico in cui si sono sviluppati i principi e i valori della Repubblica. Con Livia Turco, ultima responsabile nazionale delle donne comuniste e presidente della Fondazione Nilde Iotti ripercorriamo qual è stato il ruolo delle donne nella Resistenza, nella Costituente e poi all’interno dello stesso partito.

«Senza le donne, senza le loro battaglie di emancipazione e di liberazione, il Pci non avrebbe potuto essere quel partito nazionale, di popolo, costruttore della democrazia, della giustizia sociale, della modernizzazione del Paese. Lo si dimentica troppo nella celebrazione di questo centenario. La prima guerra mondiale fu un evento spartiacque nella condizione e nella coscienza delle donne. Costrette a sostituire gli uomini, sfruttate, mal pagate con a carico la fatica del lavoro e il peso delle responsabilità famigliari, furono le prime a ribellarsi e ad animare il biennio rosso del 1918-1920: gli scioperi, gli assalti ai forni, furono le manifestazioni esasperate del loro stato d’animo che tuttavia non trovava nel partito socialista la guida politica che sarebbe stata necessaria per trasformare questi moti spontanei, in azione e lotta organizzata e cosciente. Colsero il loro disagio i sindacati e alcune donne che appartenevano al gruppo dell’Ordine Nuovo diretto da Antonio Gramsci. Sull’onda di quelle battaglie, nacque il 10 marzo del 1921, Il manifesto “Il nostro femminismo” scritto da Camilla Ravera che inaugurò sul giornale la rubrica “la Tribuna delle donne”. L’avvento del fascismo portò all’organizzazione clandestina del partito comunista d’Italia e del fronte popolare. Le donne furono presenti in questa dura fase, subirono processi, carcere, torture, vissero l’esperienza dei campi di concentramento e furono tessitrici preziose della rete nella lotta antifascista e partigiana. Si batterono in modo unitario per il loro diritto di voto, parteciparono in massa alla elezione della Assemblea Costituente e al referendum che scelse la Repubblica: furono elette 21 di cui 9 comuniste, le madri della nostra Repubblica che hanno inciso nella elaborazione di articoli fondamentali della nostra Costituzione. Lavorarono tutte insieme lasciandoci in eredità la lezione di un mirabile ed efficace gioco di squadra».

Che cosa accadde dopo, riuscirono le donne a mantenere viva questa complicità costruttiva?
Le donne comuniste investirono sulla costruzione dell’Udi (Unione donne italiane), associazione autonoma ed unitaria delle donne che si batteva per l’emancipazione femminile. Fu Palmiro Togliatti, nell’importante discorso pronunciato alla prima Conferenza nazionale delle donne comuniste nel 1945, a…


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L’allergia del Pci alla libertà delle donne

anni '60 Leonilde Iotti, detta Nilde (Reggio nell'Emilia, 10 aprile 1920 – Poli, 4 dicembre 1999), è stata una politica italiana Nella foto: Nilde Iotti con Palmiro Togliatti

«Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare: – Ahi, povera Italia! – perché queste ragazze avevano delle facce e un’andatura che i cittadini presero tutti a strizzar l’occhio. I comandanti che su questo punto non si facevano illusioni, alla vigilia della calata avevano dato ordine che le partigiane restassero assolutamente sulle colline, ma quelle li avevano mandati a farsi fottere e s’erano scaraventate in città». Lo scrive Beppe Fenoglio ne I ventitré giorni della città di Alba (Einaudi). A Milano, denuncia Lidia Menapace, è Palmiro Togliatti a dire: le donne no. Non sfilano. Il messaggio è chiaro: il tempo dell’eroismo e degli amori è finito. Si torna a casa. Casta fuit, domi mansit, lanam fecit. Il ruolo della donna, da duemila anni, è circoscritto all’ambito domestico: procreare, prendersi cura dei figli, servire il dominus; la “natura” a lei riserva la sfera privata e gli affetti, all’uomo la sfera pubblica e la razionalità.

La scelta è tornare a casa o militare nei partiti. La normalità, al prezzo della sparizione dell’immagine di donna nuova a cui hanno dato vita, andando verso la libertà e l’avventura. La ragazza insoddisfatta, che non sa cosa vuole, deve sparire, suggerisce Michelangelo Antonioni ne L’Avventura, perché disfunzionale alla logica del “partito nuovo” e della democrazia progressiva, voluti da Togliatti per un cambiamento epocale dell’Italia quando rientra in Italia da leader carismatico e con un piano preciso sul partito da costruire.
Pietro Nenni ha vita più difficile nel Psiup, pur godendo di un indiscusso prestigio esterno. Altro soggetto politico della sinistra è il Partito d’Azione, ma la sua composizione plurima – liberali, socialisti e repubblicani – lo porterà al dissolvimento. Le donne si indirizzano a Pci e Psi. I socialisti scarseggiano di donne sia nel partito che al Parlamento; ma sono più laici e molte conquiste portano il loro nome.
Più numerose le donne del Pci. Comuniste e socialiste da I Gruppi di difesa della donna nel ’45 confluiscono nell’Udi (Unione donne italiane); le cattoliche fondano il Cif (Centro italiano femminile), come rilevò Togliatti nel giugno del ’45 alla prima conferenza delle donne comuniste. Il leader comunista si rivolse ad un pubblico di ex partigiane a cui doveva fornire nuovi obiettivi perché continuassero a…


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