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Sventola alta la rossa bandiera della Comune

Il'ja Efimovič Repin: Commemorazione della Comune di Parigi https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/08/Repin_Comune.JPG La riunione commemorativa annuale presso il muro dei Comunardi nel cimitero di Père-Lachaise a Parigi. 1883. Olio su tela. La Galleria Tretyakov, Mosca, Russia. Ilya Repin

Erano già 18 anni che Napoleone III, dopo aver sovvertito la Repubblica nel 1852, regnava su una Francia proiettata verso una solida leadership continentale. Con una popolazione di due milioni di abitanti, Parigi ormai rivaleggiava in grandezza con Londra. Il barone Haussmann ne aveva profondamente trasformato il vecchio volto medievale, radendo al suolo intere zone e sostituendo i grandi boulevard alle stradine medievali, troppo consone a quella malattia rivoluzionaria da cui il popolo francese, e segnatamente quello della capitale, sembrava non guarire mai.

Dopo la grande rivoluzione del 1789, altre due erano seguite: le “tre gloriose giornate” parigine del luglio 1830 – immortalate quasi in diretta nel celebre quadro di Delacroix in cui la Marianne è la libertà che guida il popolo contro il ritorno assolutista di Carlo X – e una terza rivoluzione con alcuni caratteri ormai dichiaratamente socialisti nella “grande primavera dei popoli” del ’48.
Ora, nel 1870, quel fuoco – l’imperatore lo sapeva bene – covava ancora sotto la cenere. Lo alimentavano conoscenze di lunga data: proudhoniani, radicali e neo-giacobini, e soprattutto seguaci del comunista utopista Louis-Auguste Blanqui, irriducibile nel predicare l’insurrezione armata come unica via per il riscatto del proletariato. Come non fosse bastato, a costoro si erano aggiunti dal 1864 anche inquietanti volti nuovi: quelli dei rappresentanti francesi della Prima Internazionale e dei marxisti.

A preoccupare l’imperatore non erano però solo questioni interne. A est si stava profilando lo spauracchio di un forte Stato germanico unito, a seguito della crescente influenza che la Prussia di Guglielmo I e di Otto von Bismarck stavano esercitando sui sovrani degli altri 37 staterelli tedeschi. Le tensioni si erano andate via via inasprendo, finché il 19 luglio 1870 Napoleone III dichiarò guerra. La decisione gli fu fatale: la perizia dei comandi germanici e i cannoni Krupp misero rapidamente in ginocchio l’esercito francese. Il 2 settembre l’imperatore capitolò e due giorni dopo una sollevazione popolare portò alla proclamazione della Repubblica, spazzandolo via dalla storia.

La guerra però non finisce. Il governo composto di borghesi conservatori e moderati è assai riluttante. Più che i prussiani, teme il popolo, che invece si mostra assai determinato a proseguire la lotta. Migliaia di volontari accorsero nelle fila della Guardia nazionale, mentre altri, i franc-tireurs, ingaggiarono una vera e propria guerra partigiana contro i prussiani, che reagirono con rappresaglie sui civili e incendi di villaggi.
È Parigi a dare l’esempio. Nella città, sotto tiro dei cannoni prussiani che l’assediano sin dal 19 settembre, decine di…


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Peskine e l’altrove dentro di noi

Nel 1521, ad Anversa, un pittore tedesco di Norimberga disegna il ritratto della serva di un mercante portoghese, una ragazza africana ventenne di nome Katharina. Non sappiamo da quale parte dell’Africa ella venisse, né quale fosse il suo primo nome. Del pittore invece sappiamo moltissimo: era Albrecht Dürer. Nel 2021 a Firenze, la città dove il ritratto di Katharina è conservato, un artista francese di sangue russo per parte di padre e brasiliano di madre crea tre ritratti (non proprio disegnati, ma a suo modo assai grafici) di fiorentini di origine africana, e li espone in una villa che era stata acquisita nel 1905 da un altro celebre pittore tedesco, Max Klinger, per farne una residenza per artisti e un laboratorio di creatività. Il luogo è Villa Romana e il francese è Alexis Peskine, nato a Parigi nel 1979 ma a suo modo protagonista di una sorta di diaspora africana non solo contemporanea, visto che la madre è di Bahia, e dunque discendente di schiavi e per questo non così lontana da Katharina.

Cinque secoli separano questi manifesti ideali di due globalizzazioni che nell’ovvia distanza di situazioni e di contesti pongono con eguale forza il tema del rapporto con l’altro e della sua percezione, e dunque di un’identità culturale frutto di contaminazioni dinamiche. Con la differenza che Dürer guardava a l’Africa che era fuori da sé, e dunque totalmente altra; Alexis Peskine invece ridiscute criticamente il rapporto tra culture facendo venir fuori l’Africa che è in lui. Il Cinquecento europeo diventava moderno scoprendo altri mondi. Il mondo postmoderno ha ora bisogno di scoprire se stesso guardandosi dentro e cercando il suo cuore in tasca, per cogliere e decifrare un’articolazione di più complessa di quanto narrazioni sovraniste e rigurgiti identitari lascino intendere.

l netto delle limitazioni pandemiche, merita il viaggio una mostra piccola ma preziosa come A piantare un chiodo, tutta ospitata dentro un parallelepipedo di vetro nel giardino di Villa Romana, in via Senese poco oltre le mura di Firenze, in una campagna che ricorda un altro fenomeno di cultura cosmopolita, quella del Grand tour e dei nordici che coltivavano l’Italia tra Otto e Novecento (fino al 20 marzo, su appuntamento). Sono soltanto tre opere, realizzate a Firenze da Peskine nel mese di gennaio presso il sistema di residenze d’artista Murate art district, nell’ambito del succoso progetto Black history month, una riflessione ampia sulla cultura nera nelle sue varie declinazioni che incrocia arte, musica, teatro, letteratura.
Solo tre opere, dicevamo, ma che opere! Peskine ricorre spesso al video e alla fotografia per sviluppare un…


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Il triste declino dell’Oms in ostaggio dei privati

GENEVA, SWITZERLAND: US computer billionaire Bill Gates, who has donated more than one billion dollars in recent years to major health campaigns dealing with HIV/AIDS, malaria, tuberculosis and vaccines, speaks at the opening session of the World Health Organization's annual assembly 16 May 2005, in Geneva. The meeting of 192 countries until May 25 is due to tackle controversial revisions to International Health Regulations, which were last updated in 1981 and only effectively allow worldwide controls to stop cholera, plague and yellow fever. AFP PHOTO JEAN-PIERRE CLATOT (Photo credit should read JEAN-PIERRE CLATOT/AFP via Getty Images)

C’è filantropia e filantropia. Nel 1952 il vaccino anti-polio, sviluppato da Jonas Salk, fornì la prima speranza di salvare i bambini in assenza di una cura. Lo scienziato non volle brevettarlo, perché “il vaccino apparteneva alla gente” e fare valere i diritti di proprietà intellettuale sarebbe stato come «brevettare il sole». Nel 1960, un secondo tipo di vaccino, sviluppato da Albert Sabin, accelerò la battaglia contro la malattia. Anche Sabin decise di non brevettare: «Tanti insistevano, ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo».

Ce lo ricordano Nicoletta Dentico ed Eduardo Missoni, nel loro Geopolitica della salute. Covid-19, Oms e la sfida pandemica (Rubbettino Editore) da pochi giorni in libreria. Questo libro segue, nel giro di pochi mesi, l’altro di Dentico, Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (Emi 2020), già segnalato da Left (v. il numero dell’11 dicembre 2020) in margine ad una intervista all’autrice e al quale mi sono anch’io riferito in un precedente intervento (v. Left dell’11 febbraio 2021).

In Ricchi e buoni? si narrava, in relazione alla salute globale, della presa di possesso da parte del capitalismo di un territorio, quello dei beni pubblici, tradizionalmente considerato di necessaria pertinenza dell’azione collettiva, vale a dire dell’intervento pubblico, governato dalla politica, che si sostituisce al mercato. E si descriveva come il cavallo di Troia per l’ingresso nel dominio dei beni pubblici sia stata la filantropia, non nel suo significato etimologico, come quella di Salk e di Sabin, ma come storicamente intesa, quella dei magnati della grande tradizione americana, da Carnegie a Gates e Buffet, passando per Rockefeller e Clinton. Una filantropia che, nella sua ultima fase, a partire dagli anni 90 del secolo scorso, sta portando il capitalismo al dominio globale: oltre il mercato, oltre ogni confine, potenzialmente su ogni manifestazione del vivere umano.                  

Ora, in Geopolitica della salute, più specificamente si guarda, con la straordinaria competenza che i due autori hanno maturato sul campo, ad una cittadella del sistema del multilateralismo uscito dalla Seconda guerra mondiale, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), presa d’assalto dal filantrocapitalismo.

La storia dell’Oms, nata il 7 aprile 1948 (ma nel volume si ricostruisce anche il lungo percorso antecedente, a partire dai primissimi antefatti, come la conferenza di Parigi del 1851) ben rappresenta una…


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Israele (e Hamas) sotto inchiesta per crimini di guerra

TO GO WITH AFP STORY BY HOSSAM EZZEDINE Palestinian children sit overlooking the West Bank refugee camp of Jalazoun, on the outskirts of Ramallah, on February 4, 2014. Workers of the United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA), responsible for managing the camp, are on strike demanding from UNWRA higher wages and better contracts conditions. On the background top, the Israeli settlement of Beit El. AFP PHOTO / ABBAS (Photo credit should read ABBAS MOMANI/AFP via Getty Images)

È incontenibile la rabbia d’Israele per la decisione della scorsa settimana della procuratrice Fatou Bensouda della Corte penale internazionale dell’Aia (Cpi) di aprire un’inchiesta formale per i presunti crimini compiuti da Israele nei Territori occupati palestinesi. Se il premier Netanyahu ha accusato la Cpi di «puro antisemitismo», il ministro degli Esteri Ashkenazi ha parlato di «atto di bancarotta morale e legale» per cui Tel Aviv compirà «ogni passo per proteggere i nostri cittadini e soldati». Sul banco degli imputati, infatti, potrebbero salire centinaia di soldati e figure di spicco del mondo politico israeliano. Bensouda ha spiegato che saranno indagati i presunti crimini compiuti a partire dal 13 giugno 2014. Per la procuratrice ci sono «basi ragionevoli» per ritenere che siano stati commessi crimini di guerra sia dalle forze armate dello Stato ebraico che dal movimento islamico Hamas durante l’offensiva israeliana “Margine protettivo” nella Striscia di Gaza. «Un’azione difensiva» per gli israeliani, «aggressione e massacro» per i gazawi.
Sul terreno restarono senza vita circa 2.300 persone (in buona parte civili) sul versante palestinese, alcune decine su quello israeliano (per lo più soldati). Senza dimenticare poi i feriti (oltre 11mila quelli palestinesi) e gli interi quartieri della Striscia rasi al suolo dalle bombe e dai tank israeliani.

L’annuncio di Bensouda della scorsa settimana si basa sulla decisione di inizio febbraio dei giudici dell’istruttoria preliminare del Tribunale dell’Aia di dare parere favorevole a pronunciarsi sulla giurisdizione della Cpi sulla Palestina. «La Palestina – hanno detto confutando la tesi israeliana – ha accettato di sottomettersi allo Statuto di Roma della Cpi (contrariamente ad Israele, ndr) e perciò ha il diritto di essere trattata come qualsiasi Stato per le questioni relative all’attuazione dello Statuto». Parole che hanno congelato Tel Aviv che teme che l’attenzione della Corte penale potrebbe presto estendersi anche alle colonie costruite in Cisgiordania e Gerusalemme Est e, più in generale, per l’occupazione di terra palestinese iniziata nel 1967 che viola il diritto internazionale.
Mentre si avvicinano le elezioni parlamentari del 23 marzo Israele fa sapere che non coopererà in alcun modo con l’indagine. La stampa locale ha anche riportato la notizia che Israele starebbe pensando di minacciare con sanzioni l’Autorità nazionale palestinese (Anp), che governa i palestinesi in Cisgiordania. Per il momento, però, l’Anp esulta. «È una vittoria della giustizia e l’umanità», ha detto il premier Shtayyeh. Anche Hamas si…


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Vaccini, l’Europa si è fermata a San Marino

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 03-03-2021 Roma, Italia Politica Lega - incontro Salvini con governo San Marino su vaccini Nella foto: Il leader della Lega Matteo Salvini con il Segretario di Stato al lavoro della Repubblica di San Marino Teodoro Lonfernini dopo l’incontro negli uffici della Lega al Senato sul piano vaccinale Photo Mauro Scrobogna /LaPresse March 03, 2021  Rome, Italy Politics Lega - Salvini meeting with the San Marino government on vaccines In the photo: The leader of the League Matteo Salvini with the Secretary of State at work of the Republic of San Marino Teodoro Lonfernini after the meeting in the offices of the League in the Senate on the vaccination plan

Accade anche che i giornali scrivano che Salvini e Bonaccini si rivolgono a San Marino per discutere con le autorità della Repubblica dei Titani del vaccino russo, lo Sputnik, che questa ha acquistato godendo della sua condizione di Stato extracomunitario. Di fronte alle défaillance dell’Unione europea nella corsa vaccinale, molte cose si mettono in moto, confusamente. Austria e Danimarca dicono che si rivolgeranno ad Israele. Che pensa di usare il vaccino per sponsorizzarsi. La Serbia è nettamente avanti nelle vaccinazioni, avendo deciso di usare tutti i vaccini disponibili. Orbán usa l’empasse europeo per aprire l’Ungheria al vaccino russo e contemporaneamente rompere col gruppo del Partito popolare europeo passando da accusato ad accusatore. I vaccini, russo, già in azione, e cinese, 3 miliardi di dosi previste, sono ragioni di diplomazie palesi e più sotterranee. Il nuovo atlantismo, propagandato da Draghi, non vede per ora piani Marshall vaccinali in arrivo dagli Stati Uniti che sono invece concentrati a vaccinare tutti gli americani in tempi persino minori rispetto a quelli previsti. Biden ha convinto le “sue” multinazionali a mettersi a disposizione. Chi ha il brevetto e chi non c’è arrivato ad ottenerlo si mettono insieme, tutti a produrre.

Mentre scrivo gli States viaggiano a quasi due milioni di somministrazioni al giorno. L’Italia a 100 mila e a livelli analoghi Germania, Francia, Spagna. Quando gli Stati Uniti avranno finito, Bruxelles starà, se va bene, a metà del guado. Arrivano poi notizie di richieste massicce di dosi vaccinali che l’Unione europea farebbe agli Stati Uniti. Ma arriva anche la notizia che la lobby di big pharma scrive a Biden per chiedere di bloccare ogni velleità contro i brevetti.

E, per stare all’Italia, sembra che Draghi abbia…


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America first, il sovranismo vaccinale di Biden

President Joe Biden, standing left, visits a COVID-19 vaccination site and watches as Dr. Navjit Goraya gives a vaccine to Air Force Col. Margaret Cope, as from left, Pharmacist Deepika Duggineni, White House COVID-19 Response Coordinator Jeff Zients and Secretary of Veterans Affairs Denis McDonough, right, look on at the VA Medical Center in Washington, Monday, March 8, 2021. (AP Photo/Patrick Semansky)

Si chiama Defense production act (Dpa) ed è una legge le cui origini risalgono ai poteri straordinari dell’esecutivo statunitense durante la Seconda guerra mondiale, trasformati in questo speciale provvedimento all’alba del conflitto con la Corea. In estrema sintesi, il Dpa contiene una sezione che autorizza il presidente a controllare la produzione e la distribuzione di beni considerati necessari alla difesa nazionale. Il governo può sia ordinare una maggiore produzione di un particolare bene di cui è presente una scarsa quantità, oppure operare direttamente per eliminare la concorrenza tra industrie rivali ed obbligarle a cooperare. In ultima istanza, se dovesse rivelarsi necessario, si può arrivare anche alla cosiddetta «autorità di allocazione», cioè la facoltà del governo di acquistare i beni prodotti dalle industrie con priorità assoluta su chiunque altro.

Dagli anni ’50 a oggi, il Dpa è stato utilizzato da molti presidenti, sia democratici che repubblicani. Lo ha invocato Donald Trump per sopperire alla mancanza di mascherine e ventilatori e se ne sta avvalendo Joe Biden per adempiere al suo proposito di vaccinare 100 milioni di americani nei suoi primi 100 giorni di mandato. Il Dpa è stato utilizzato per rintracciare i lipidi, le nanoparticelle che rilasciano l’mRna nelle cellule umane, fondamentali per la produzione del vaccino Pfizer: grazie al potere conferito dalla legge, gli ordini di Pfizer sono scattati in testa alla lista d’attesa, diventando prioritari rispetto a tutti gli altri. Biden l’ha usato anche per aiutare Pfizer a procurarsi dei sofisticati macchinari necessari per la fase successiva, l’estrazione dell’etanolo dalla mistura lipidica. È sempre grazie al Dpa che Merck e Johnson&Johnson, due industrie rivali, sono state costrette a collaborare (non senza qualche bonus) nella produzione del vaccino brevettato dalla seconda.

Da quando è arrivato alla Casa Bianca, Joe Biden ha trattato il coronavirus come se fosse un nemico da battere e la guerra da condurre fosse contro il tempo.

Mentre la campagna vaccinale continua e i casi di contagio hanno superato i 29 milioni con quasi 57 mila nuovi casi al giorno, in Texas il governatore repubblicano Gregg Abbott ha messo fine all’obbligo di indossare la mascherina e in Idaho è stata organizzata una manifestazione in cui un gruppo di detrattori del Covid-19 ha bruciato le proprie mascherine in un barile. Attualmente, la priorità del presidente sembra tutta rivolta al salvataggio del suo popolo, con scarso interesse per le sorti europee. Quella attuata da Biden sembra quasi una Dottrina Monroe dei vaccini: l’Europa non si immischia negli affari americani e gli Stati Uniti si tengono ben lontani dall’interferire con ciò che accade nel Vecchio continente. E si è ben capito l’8 marzo al termine di un incontro Stati Uniti-Ue quando il responsabile nordamericano della campagna vaccinale di Biden ha detto chiaro e tondo che in termini di vaccini tutto quello che verrà prodotto negli Usa rimarrà negli Usa fino a quando non sarà vaccinato l’ultimo cittadino Usa.

Nel frattempo, però, l’isolazionismo dell’America First dei vaccini sembra essere stato rotto dalla società di consulenza strategica McKinsey, assunta dal governo Draghi per aiutare l’Italia nell’analisi dei dati e dei progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, il programma che deve essere presentato alla Commissione europea nel più ampio bacino del Next Generation Eu. Se Mario Draghi e il suo staff hanno ritenuto McKinsey la società più qualificata per svolgere l’operazione, negli Stati Uniti però non gode di ottima reputazione: lo scorso febbraio ha patteggiato il pagamento di 573 milioni di dollari a 47 Stati, più Washington D.C. e cinque territori, per le sue campagne aggressive nell’incoraggiamento della vendita di antidolorifici a base oppiacea come l’Oxycontin prodotto da Purdue Pharma e altre industrie farmaceutiche americane. L’abuso di oppiacei ha portato alla morte di oltre 450 mila persone negli ultimi 20 anni solo negli Stati Uniti, un dato su cui forse sarebbe necessario riflettere.


Per approfondire, leggi Left del 12-18 marzo 2021

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Caro Pd, senza idee non c’è identità

Uscita dall’oscurità del fascismo l’Italia assunse l’ordinamento repubblicano fondato sulla Costituzione. Quella dei costituenti fu una generazione formata nel ferro e nel fuoco della resistenza alla dittatura, della guerra, della lotta di Liberazione. Aveva combattuto unita nonostante le differenze ideologiche fortissime dalle quali era divisa. E unita, seppur tra distinguo e contrasti di princìpio, costruì l’edificio della nostra democrazia. Popolari, socialisti, comunisti, liberali, repubblicani videro nel partito politico il mezzo attraverso il quale i cittadini, riuniti in base alle proprie idee, alle proprie convinzioni più profonde, avrebbero potuto partecipare alla vita politica e determinare «con metodo democratico» le scelte del Paese.

Per decenni quei partiti hanno combattuto una serrata battaglia di idee e visioni del mondo. Era uno scontro tra forze che orientavano, che indicavano prospettive anche opposte ma che, contemporaneamente, costruivano il Paese. Decenni di sviluppo, affermazioni dei diritti di cittadinanza come l’istruzione, lo Statuto dei lavoratori, il welfare universale pensionistico e sanitario.

La necessità di quella forma di aggregazione politica non è affatto venuta meno, nonostante anni e anni di affermazioni demagogiche sulla morte delle ideologie e la nocività dei partiti stessi. Ma le ideologie non sono affatto morte. Si crede forse che nella rivendicazione di Viktor Orbán e dei suoi simili della “democrazia illiberale” non vi sia una radice ideologica?

Le strategie politiche nascono in base alle idee che generano programmi politici. E non si può, di fronte alla crisi perenne che attanaglia il Partito democratico, non chiedersi: qual è l’identità politica di questo partito? A chi si rivolge? Qual è la proposta programmatica che promuove per «determinare la politica nazionale»?

Quando, dopo la stagione dell’Ulivo e la nascita del governo Prodi II (la lista unitaria dell’Ulivo alla Camera aveva ottenuto oltre il 31%), prese piede l’idea di…


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A pochi metri dalla solita manfrina

Che Matteo Salvini sia terribilmente scomodo in questo governo allargato è un’evidenza negata solo da quelli che per convenienza hanno voluto rivenderci la svolta del leader leghista, tanto per magnificare preventivamente le doti di Draghi nel mondare salvificamente una politica che invece (purtroppo) rimane sempre uguale a se stessa. Che la base di Salvini sia in subbuglio, soprattutto quella più estrema ai limiti del negazionismo che ha accarezzato di sponda in tutti i mesi di questa pandemia è un fatto che basta verificare scorrendo i commenti ai suoi post su uno qualsiasi dei social che il segretario leghista utilizza con veemente frequenza. Anche i molti imprenditori che confidavano in lui per un fulmineo ritorno alle aperture e a una presunta normalità (perfino sfidando i ragionevoli rischi del virus) sono parecchio incazzati.

A questo aggiungeteci che all’interno del partito Salvini comincia a perdere appoggi importanti e a soffrire figure come quella di Giorgetti che viene considerato molto più affidabile dai ceti produttivi del nord, senza dimenticare Zaia che da tempo aspetta solo il momento giusto per provare a tirare la sua zampata e prendersi il partito. Se non bastasse là fuori c’è anche Giorgia Meloni che nella più comoda posizione di oppositrice al governo ha le mani libere per sparare a palle incatenate contro le decisioni di Draghi e dei ministri senza doversi prendere la responsabilità di proporre per forza delle alternative.

E che farà Salvini? Tornerà a essere il solito Salvini. Anzi, ha già cominciato. Nella distrazione generale ha cominciato a spargere un po’ di messaggi di odio e di razzismo: l’8 marzo ha commentato la notizia del referendum in Svizzera sul burqa mischiando un po’ le carte e parlando di «una decisione dei cittadini a difesa dei valori della civiltà occidentale ed europea, contro ogni violenza, discriminazione e sopraffazione»; lo stesso giorno ha scritto che «serve più rigore nel controllo degli sbarchi, anche alla luce del recente allarme dei Servizi di intelligence sui rischi di infiltrazione terroristica: i confini dell’Italia sono confini europei»; il 9 marzo è tornato ai fasti di un tempo annunciando l’intenzione di «confrontarmi al più presto con il Presidente Draghi e il ministro Lamorgese per trovare soluzioni. L’Italia soprattutto in pandemia – e con molti cittadini costretti a casa – non può permettersi sbarchi a raffica, clandestini a spasso e illegalità»; ieri è partito con le solite menzogne sbraitando «che il traffico di esseri umani sia un business per la malavita organizzata e che alcune Ong siano complici era una mia convinzione ed ora lo è anche di diverse procure» e dicendo chiaramente «continuo a pensare che, anche in un momento di pandemia, tornare a difendere i confini sia una necessità».

Come al solito, quando si trova in difficoltà, estrae dal cilindro migranti e confini che gli hanno fruttato tanta fortuna. Solo che il difficile momento nazionale (e la conformazione di questo governo) renderanno ancora più difficile la sua propaganda e allora urlerà ancora più forte, ancora più feroce, ancora più violento. E tornerà il solito Salvini, la sua conversione si dimostrerà una semplice posa e si ricomincia tutto da capo.

Segnatevelo.

Buon venerdì.

Vaccinocrazia

On 1 March 2021, the Second Lady of the Republic of Ghana Samira Bawumia receives a dose of the COVID-19 vaccine on the launching of the COVID-19 vaccination campaign supported by COVAX in Accra, Ghana. As the global rollout of COVAX vaccines accelerates, the first COVID-19 vaccination campaigns in Africa using COVAX doses began 1 March 2021 in Ghana and Côte D'Ivoire. These campaigns are the among the first to use doses provided by the COVAX Facility’s Gavi COVAX Advanced Market Commitment (AMC). This is an historic step towards ensuring equitable distribution of COVID-19 vaccines worldwide as part of the largest ever vaccine procurement and supply operation. COVAX is co-led by Gavi, the Vaccine Alliance; WHO, the Coalition for Innovations in Epidemic Preparedness (CEPI) and UNICEF which leads the procurement and delivery of vaccines. It is the only global initiative that works with governments and manufacturers to ensure that COVID-19 vaccines are available worldwide, for both high-income and low-income countries.

Mentre il cargo della Qatar estrae il carrello per poter atterrare all’aeroporto internazionale di Phnom Penh gran parte della popolazione cambogiana sta dormendo, lo scalo è praticamente deserto e solo pochi taxi stazionano, a motore spento, all’uscita dagli arrivi. È la tarda serata del 2 marzo e domina il silenzio. Un silenzio surreale che caratterizza ormai da quasi un anno la vita notturna della capitale attanagliata dalle misure anti-covid che, come da noi, obbligano le persone a stare in casa.

Improvvisamente, non appena le ruote del grande aereo alzano sulla pista il classico fumo bianco della frenata, lo scenario cambia. E per qualche attimo sembra di tornare alla vita di sempre quando il flusso continuo di chiassosi turisti transita in questo scalo per poi raggiungere le splendide rovine imperiali di Angkor Wat o le affollatissime spiagge affacciate sul golfo del Siam. Ma di turisti non v’è traccia. Compaiono invece decine di indaffaratissimi uomini in tuta e mascherina che si muovono verso il cargo ormai parcheggiato. Appresso a loro diverse troupe televisive con grandi microfoni e luci abbaglianti, i fotografi e i cineoperatori per immortalare la scena e i giornalisti pronti a intervistare funzionari di governo e operatori di organizzazioni internazionali umanitarie.

È uno storico momento. Il Regno khmer sta per ricevere 324mila dosi del vaccino AstraZeneca Covid-19 attraverso il progetto Covax. Si tratta del primo Paese nel sud est asiatico a godere dei frutti del piano messo a punto durante la primavera del 2020 – da Cepi, Gavi e Oms in collaborazione con Unicef – per rendere possibile un accesso equo ai vaccini Covid-19 sicuri, nel più breve tempo possibile e a prezzi accessibili per tutti i Paesi del mondo.

Le dosi atterrate con il cargo della Qatar sono le prime di un totale di 1,1 milioni che saranno fornite in diversi lotti entro la fine di maggio ai cambogiani. Si prevede che entro il 2021 la…


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Il vaccino è di tutti

Chissà come sarebbero andate le cose se anche l’Unione europea avesse avuto una propria industria farmaceutica. Come India, Cina, Russia e Cuba. Chissà come sarebbe andata fin qui la campagna vaccinale anti-covid se, al posto di un’Europa delle banche, della finanza e dei “rapporti” consolidati con le multinazionali biotech, ci fosse stata un’Europa della salute. O meglio, una sanità pubblica europea. E chissà se a Bruxelles, di fronte alla durissima lezione che da un anno ci sta dando la pandemia, si farà mai largo l’idea di realizzare una industria farmaceutica e una sanità pubblica comunitaria. Su Left lo auspichiamo da tempo, avendo fatto tesoro dell’esperienza che la Covid-19 ci sta costringendo a vivere. Chissà infine se alla Commissione europea e nel governo Draghi abbiano chiaro fino in fondo che da una pandemia si può uscire solo se il vaccino viene somministrato equamente a tutti e in tutti i Paesi colpiti, perché solo così si può neutralizzare l’incubo varianti e raggiungere più velocemente l’immunità di gregge globale.

Stando al blocco imposto da Mario Draghi sull’export di 250mila dosi di vaccino AstraZeneca prodotto in uno stabilimento di Anagni, destinate all’Australia, un dubbio lecito sorge. E aumenta, sapendo che tutto ciò è avvenuto con l’approvazione di Bruxelles e il plauso “personale” di Ursula von der Leyen. Le dosi sono state prontamente redistribuite tra i Paesi Ue, davvero siamo giunti al “prima gli europei”? Non è questa l’idea di Unione che ci appartiene. Tant’è che nei mesi scorsi avevamo applaudito noi Bruxelles per aver deciso di entrare nel progetto Covax mettendo sul piatto 500 milioni di euro per finanziarlo. Stiamo parlando del piano messo a punto durante la primavera del 2020 – da Oms, Cepi e Gavi, in collaborazione con Unicef – per garantire un accesso ai vaccini Covid-19 anche ai Paesi a basso e medio reddito. Sono quelli in cui vivono circa 2/3 della popolazione mondiale, ma fino a oggi su 7,8mld di dosi vaccinali sono riusciti ad assicurarsene solo 2,4mld. Il resto è finito o finirà tutto nei Paesi ricchi. Covax si propone appunto di colmare questo titanico gap distribuendo almeno 2 miliardi di dosi entro la fine del 2021 in almeno 82 Paesi. Ora invece cosa accadrà? E cosa accadrà se pensiamo che l’8 marzo gli Stati Uniti (peraltro mai entrati nel Covax) hanno annunciato per bocca del responsabile nordamericano della campagna vaccinale di Biden che tutti i vaccini prodotti negli Usa rimarranno negli Usa? In pratica fino a quando non saranno immunizzati tutti i nordamericani non una singola dose, fiala o siringa di Pfizer, Moderna e Johnson&Johnson uscirà dal suolo statunitense. Con Biden si rinnova così l’America first di trumpiana memoria. Bruttissimo segnale.

E l’idea di “vaccino bene comune” che fine ha fatto? Tra luci e ombre a quanto pare se ne stanno facendo portatori Paesi come India, Cina, Russia e Cuba. Ciascuno a modo suo. L’Avana ha intenzione di vendere a prezzi low cost ai Paesi sotto embargo Usa il Soberana 02, il suo vaccino in fase sperimentale più avanzata, dopo averlo somministrato gratuitamente ai cittadini cubani. Ogni centesimo guadagnato dalla vendita sarà reinvestito in ricerca e salute pubblica.

All’esempio cubano abbiamo già dedicato una nostra copertina, degli altri ci occupiamo in maniera approfondita nelle prossime pagine. Scoprirete così che, se da un lato l’Europa, dopo aver accettato le condizioni capestro di aziende private, ora sembra voler tentare di uscire dall’angolo con il sovranismo vaccinale, India, Cina e Russia vanno a spron battuto nella direzione opposta. Nella direzione cioè della distribuzione dei vaccini ai Paesi che rischiano di rimanere indietro. Tutto ciò sta cambiando gli equilibri globali e i confini delle aree di influenza soprattutto nel cosiddetto sud del mondo. In particolare in Africa, dove India e Cina si trovano a giocare una partita delicatissima a colpi di milioni di dosi distribuite in decine di Paesi, molto simile a quella che le vede già protagoniste nel Sud est asiatico. Un’altra partita importantissima si è disputata l’11 marzo al Wto. Supportate da oltre 400 organizzazioni non governative internazionali, Sud Africa e India hanno chiesto più volte all’Organizzazione mondiale per il commercio di valutare la sospensione dei brevetti sui vaccini che impediscono ai due Paesi di produrre su scala mondiale le dosi anti-covid. Un’approvazione dell’istanza consentirebbe di contenere ovunque l’epidemia realizzando le necessarie dosi di vaccino in tempi relativamente brevi e a costi accessibili per tutti. Ma fino all’ultimo diversi “big” del Wto si sono schierati compatti contro questa eventualità: Australia, Brasile, Canada, Giappone, Norvegia, Svizzera, Gran Bretagna, Stati Uniti. Ed Unione europea.

Essendo andati in stampa prima della riunione al Wto non sappiamo come è andata a finire (ma non siamo ottimisti)*. Di certo c’è che le aziende farmaceutiche, nonostante abbiano ricevuto finanziamenti pubblici di svariati miliardi di euro, possiedono il brevetto sul prodotto finale e quindi il pieno controllo su produzione, prezzo e distribuzione dei vaccini. «Ciò permette loro di non condividere la tecnologia, mantenere la proprietà intellettuale e limitare la ricerca, lo sviluppo e la fornitura di vaccini efficaci, accaparrandosi la maggior parte delle enormi ricompense finanziarie. Se questa situazione perdurerà, 9 persone su 10 nei Paesi poveri e a basso reddito non potranno essere vaccinate quest’anno, perché Moderna, Pfizer/BioNTech e AstraZeneca, nel 2021 produrranno vaccini per appena l’1,5% della popolazione mondiale». Sono queste alcune righe di un appello rivolto al primo ministro Draghi dal Comitato nazionale per l’Iniziativa dei cittadini europei che raccoglie 67 realtà nazionali (tra cui Left) sostenitrici dell’iniziativa presso il Wto, affinché l’Italia si faccia promotrice di questa istanza in sede europea dove si combatte la stessa battaglia. La logica del profitto non può più prevalere sul diritto alla salute delle persone. Di qualsiasi persona.

 

*Aggiornamento dell’11 marzo 2021 ore 20 – La riunione al Wto si è chiusa – come purtroppo avevamo previsto – con un nulla di fatto e un nuovo rinvio. L’accordo sulla sospensione dei brevetti è stato nuovamente bocciato dai Paesi ricchi.


L’editoriale è tratto da Left del 12-18 marzo 2021

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