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Il rosso non è il nero, lo sgombero di CasaPound sia solo un inizio

«Ora però tocca ai compagni» titola il Giornale coerentemente con le dolorose righe di Libero, che lamenta la disparità di trattamento riservata ai centri sociali. Dolori provocati dal provvedimento di sgombero per la sede romana di CasaPound, cioè dei «fascisti del terzo millennio» come loro stessi si qualificano. Dei dettagli sono piene le cronache e qui ci limitiamo al minimo per ragionare d’altro. «A conclusione di una indagine condotta dalla Digos della Questura di Roma – batteva una agenzia della Adnkronos della mattina di giovedì 4 giugno – la Procura della Repubblica capitolina ha chiesto e ottenuto dal gip un sequestro preventivo, con riferimento al reato di occupazione abusiva, dell’immobile in via Napoleone III, sede di CasaPound». I suoi dirigenti sono inoltre indagati per istigazione all’odio razziale e occupazione abusiva di immobile. A latere, ma non troppo, la Corte dei Conti chiede un risarcimento di 4.6 milioni di euro per omessa disponibilità del bene immobile e la mancata riscossione dei canoni da parte del Demanio. La promessa dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini di far sgomberare «tutti gli stabili occupati di Roma» ha infine trovato applicazione – ovviamente – non sotto il suo regno, ché qualche tartaruga aveva nel frattempo ricordato al papetiano che in quei «tutti» ci sarebbe stato anche lo stabile «storico» di via Napoleone III, ma sotto quello di Virginia Raggi, che un anno fa, per portarsi avanti col lavoro, fece rimuovere la scritta CasaPound dallo stabile nero. Un provvedimento, quello del Gip, che ha scatenato un putiferio dai caratteri però surreali alla luce di quella Costituzione secondo cui «è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Pare chiaro, no? No.

Le gazzette di destra mettono infatti sullo stesso piano organizzazioni neofasciste e centri sociali. Eppure, la Costituzione vieta la riformazione del partito fascista, non demonizza opposti speculari. Esempio: quando il calciatore Lucarelli esultava col pungo chiuso non rischiava di commettere un reato diversamente da Di Canio col saluto romano (in base non alla Costituzione, questa volta, ma alla Legge Scelba, che considera reato anche il solo parlare del fascismo e/o dei suoi esponenti in termini positivi ). Ora, delle due l’una: o cambiamo la Costituzione o dichiariamo – coerentemente – fuori legge (nel senso di banditi, proprio) quei partiti/movimenti/organizzazioni/formazioni che si richiamano al fascismo. Per coerenza – nel caso in cui si modificasse la Costituzione togliendo quella sua «fastidiosa» cifra antifascista – andrebbero azzerate le leggi Scelba e Fiano.

Negli anni sessanta avevano una certa fortuna «telefilm» della serie «Ai confini della realtà». Serie che riavrebbe successo se riproposta ispirandosi a quanto succede a volte in questo – strano – paese in cui si promulgano le Costituzioni fra le più belle del mondo e leggi contro il fascismo, l’odio razziale, la discriminazione, e poi ci si infila in dibattiti surreali relativamente alla loro applicazione. Stando quindi alla Costituzione e alle leggi in vigore, organizzazioni – orgogliosamente – fasciste quali CasaPound, non hanno possibilità d’esistenza, al pari di tutte le altre nei cui petti battono cuori repubblichini non repubblicani: dal Fronte Nazionale a quella Forza Nuova cui diversi dispiaceri ha recentemente dato la trasmissione di Rai 3 Report con una inchiesta sui finanziamenti e i collegamenti politici internazionali. In coda, ma ugualmente meritorie di un ban sociale oltre che una dannazione politica, altre formazioni, come il Movimento Fascismo e Libertà (che ossimoro!), e quei Fasci italiani del Lavoro capaci di esprimere nel 2017 una consigliera comunale a Sermide e Felonica, paese della bassa mantovana: tale Negrini Fiamma (quando si dice il nome…), poi destituita dal Tar di Brescia per appartenenza a un movimento di palese ispirazione fascista. Le summenzionate grida di dolore pro CasaPound non meravigliano se arrivano da ambienti con loro compiacenti (anche perché CasaPound significa un serbatoio di voti non trascurabile), meravigliano invece assai quando alte, sonanti (e fastidiose) arrivano da quelle gole che hanno – da tempo – ingoiato e poi espulso ogni residuo ideologico, ché il termine stesso ormai (ideologico) li manda in crisi respiratoria.

Dalla caduta del Muro in avanti s’è andata infatti espandendo una pandemia revisionista dal respiro corto, il cui contagio non ha risparmiato nemmeno certe intelligenze della sinistra italiana. E se non c’è da meravigliarsi se a sostenere le ragioni delle tartarughe nere è un filosofino pret-a-porter da tv talk col ditino similislamista sempre alzato, visto che, non casualmente, scrive per Il Primato Nazionale, il quotidiano sovranista di CasaPound, petulando senza vergogna la bestemmia del marxismo sovranista, si resta perlomeno perplessi di fronte alle levate di scudi da parte di chi un tempo raccomandava un «antifascismo militante» unitamente a una perenne «vigilanza». C’è da chiedersi insomma cosa significhino ormai queste parole, ché, in buona sostanza, sono state dismesse, mentre quella «appartenenza» che faceva (e per me continua a fare) da spartiacque fra un pensiero e un altro, una cultura e un’altra, una politica e un’altra, è stata infiltrata da pensieri che confliggono col «pensiero partigiano» di Gramsci. (E sarebbe legittimo se ci fosse l’onestà di dichiarasi da esso ormai lontani). Ideologia è diventata anche per costoro blasfemìa. E demonizzati sono i sostenitori della persistenza della «ideologia», che però non è una brutta parola (per conseguenti brutte azioni) ma il termine col quale prima il filosofo Destutt de Tracy indicava l’antimetafisica della coscienza, e poi Marx l’insieme delle convinzioni d’ordine confessionale, politiche, morali espresse nella Storia dalle diverse classi sociali. Orbene, «l’ideologia» cui ci sentiamo di appartenere contrasta in modo speculare con quella che pervade il pensiero delle tartarughe destinatarie di quel provvedimento di sgombero che tanto clamore ha suscitato anche fra molti dei suddetti «ex».

Vitalizi in Calabria. E si arrabbiano pure

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 18-02-2020 Roma Politica La Governatrice della regione Calabria Jole Santelli nomina Capitano Ultimo assessore all'Ambiente Nella foto Jole Santelli Photo Roberto Monaldo / LaPresse 18-02-2020 Rome (Italy) The Governor of the Calabria region Jole Santelli appoints Capitano Ultimo Assessor for the Environment In the pic Jole Santelli

I consiglieri regionali della Calabria fanno marcia indietro sul privilegio per loro stessi introdotto all’unanimità pochi giorni fa. Ma non chiedono scusa, anzi

In piena crisi pandemia il Consiglio regionale calabrese ha definito una fondamentale priorità: la modifica dell’articolo 7 comma 4 della legge regionale numero 13 del 2019 con cui si abolivano i vitalizi per i consiglieri regionali. Con la modifica, un consigliere regionale che decade per qualsiasi motivo, anche con un solo giorno di legislatura, si guadagnerebbe un trattamento di fine mandato. In sostanza si ottiene un trattamento pensionistico anche senza avere maturato contributi e solo per avere ricoperto una carica. Non lo vogliono chiamare vitalizio ma è un vitalizio, de facto, una vincita al lotto, una garanzia per la vecchiaia.

Interessante anche come sia stata votata la legge: Giuseppe Graziano dell’Udc (sì, da queste parti esiste ed è viva l’Udc) alla richiesta del presidente Domenico Tallini di spiegare la norma prima di metterla ai voti, ha risposto: «Si illustra da sé». Voto all’unanimità. Due minuti in tutto.

Qualcuno fa notare che in quella legge c’è qualcosa che non va. I politici calabresi come prima cosa, accade spesso quando fai notare a un politico di avere fatto una cretinata, negano: sulla Gazzetta del Sud il presidente del Consiglio Domenico Tallini spiega che «i vitalizi in Calabria sono stati aboliti da tempo. Non vedo dov’è lo scandalo: a fronte di 38mila euro di contributi versati in una legislatura, si maturerebbe un’indennità di fine mandato, a 65 anni, da 600 euro netti al mese» dimenticandosi che si sta parlando di quelli che decadranno dal mandato. I consiglieri del Pd parlano di tempesta in un bicchiere d’acqua.

Poi? Poi fanno marcia indietro, ovviamente. Quindi evidentemente avevano ragione quelli che criticavano la scelta, uno si aspetta che chiedano scusa e invece niente. «Solo ai calabresi dobbiamo delle scuse per l’errore commesso» dice Tallini di Forza Italia. Secondo lui quelli che hanno criticato sono «ex candidati a presidente della Regione, paladini dell’antipolitica, nostalgici della prima Repubblica, antimeridionalisti a pagamento» e «giornalisti che si cimentano in fantasiosi racconti e gialli su manine che fanno proposte e poi scompaiono». Gli altri dicono di avere votato una proposta che era diversa da quella che gli era stata illustrata: hanno votato a loro insaputa, insomma. Il consigliere del Pd Nicola Irto è più o meno sulla stessa linea: «Qui resta un fatto, tra populismo e verità io scelgo sempre la verità e la trasparenza. Comprendo la reazione di molti calabresi. Non giustifico gli attacchi e il clima di odio».

Intanto il privilegio viene abrogato. E loro si lamentano pure.

Buon venerdì.

È il momento di ascoltare gli studenti

Nei primi giorni della Fase 2, chi si aggirava per le città avrà visto un fenomeno particolare: in quelle piazze e in quelle strade in cui eravamo soliti incontrare turisti, code di visitatori e passanti frettolosi si sono riversati bambini, donne con neonati e ragazzetti che corrono felici dietro a un pallone o sulle biciclette. Come se quei luoghi fossero diventati parchi – alcuni ancora chiusi – o enormi braccia pronte ad accogliere chi in questi lunghissimi mesi sembrava sparito, scomparso alla vista e dalle bocche di coloro che rincorrevano le notizie, la conta dei morti, le curve in salita e in discesa del contagio. Bambini, adolescenti e giovani sono sgattaiolati fuori appena si è potuto, come a gridare la loro presenza e a richiedere quell’attenzione che il nostro governo non ha voluto prestare loro.

In questa Fase 2 tutto ha riaperto, tranne la scuola. Il motivo è di ordine sanitario: le scuole sono potenziali luoghi di contagio, ad altissimo rischio, soprattutto in Italia dove la media di età dei docenti è assai alta e le classi sono molto affollate, a causa della scarsa metratura e dei numeri degli allievi.

Dal 5 marzo neonati, bambini e ragazzi hanno dovuto interrompere tutto: dai processi di conoscenza, alle relazioni sociali e amicali che popolavano le aule. Gli insegnanti – specie delle superiori – hanno subito attivato la fatidica Dad – didattica a distanza – ma seguendo tempi e modalità che hanno allontanato sempre più, via via che i giorni e i mesi passavano, quell’ideale di uguaglianza a cui la scuola è votata.

La didattica digitale funziona per davvero soltanto in quelle famiglie che possono permettersi una buona connessione, più computer a persona, metri quadrati che consentono un certo livello di privacy e in quelle scuole con un corpo docente giovane o comunque disposto a cimentarsi con le nuove tecnologie. Molto è stato demandato alla buona volontà di docenti e dirigenti scolastici. Se è possibile poi parlare di apprendimento online per gli adolescenti e forse per i ragazzini delle medie, come si può pretendere di insegnare a leggere e scrivere in questa modalità ad un bambino in prima elementare?

È parecchio diverso stare al computer e concentrarsi per un giovane di quindici anni e per un bambino di 6-7 anni. Quest’ultimo ha bisogno di essere seguito molto di più di persona, così come ha bisogno maggiormente dell’interazione con i compagni e di quella fisicità che gli garantisca la reale presa di coscienza degli apprendimenti. E che dire di quei piccoli che andavano all’asilo? Come è possibile intrattenerli con l’uso dello schermo? Ci sono state delle maestre che comunque ci hanno provato.

Nel nostro Paese è regnato un silenzio assordante su tutta una serie di questioni che riguardano il mondo dell’infanzia, dell’adolescenza e della scuola. Basti pensare che ad Alitalia è stato dato più del doppio di finanziamenti che a scuola e università. Gli obiettivi economici hanno fatto scendere scuola e giovani in secondo piano – come se non fossero una delle risorse principali per il nostro Paese. L’assenza di soluzioni variegate, che rispondessero alle diverse realtà scolastiche, è la conseguenza di un’assenza di pensiero a monte.

Per esempio non ci si è mai preoccupati di comunicare l’emergenza pandemica e le misure di controllo e distanziamento a giovani e bambini. Questi ultimi hanno visto attuare i vari decreti senza che una voce si rivolgesse loro e motivasse le decisioni prese. Nessuno si è mai interrogato su che cosa volesse dire annullare l’agognato viaggio di istruzione, la recita di fine anno, la festa per l’ultimo giorno di scuola, o interrompere l’amore iniziato tra i banchi. Gli insegnanti, specie delle superiori, che hanno mantenuto con loro uno stretto rapporto nonostante la distanza, hanno potuto registrare tristezza, ansie o anche una troppo pacata tranquillità d’animo, una sorta di rassegnata apatia, a cui forse ha contribuito anche questo fatto di non sentirsi considerati, contemplati nell’agenda politica – a parte gli exploit del tutto a sproposito della ministra Azzolina. In molti Paesi del mondo (Francia, Germania, Danimarca, Finlandia – per fare alcuni esempi) non si è mai cessato, durante tutto il lockdown, di parlare ai e dei giovani perché essi rappresentano la speranza di una società, quella risorsa di energia vitale senza la quale un popolo muore. E se si parla di giovani si parla anche di scuola.

È giunto il momento quindi di metterci a ragionare sulle esigenze del mondo scolastico e di quello infantile, giovanile, adolescenziale e provare a immaginare una ripartenza delle scuole per i mesi che verranno (in questi giorni si profila una riapertura soltanto per scuole medie ed elementari; per le superiori ancora si parla di lezioni online e di entrate scaglionate, ma non ci sono indicazioni precise). È evidente a tutti che una scuola a distanza può essere solo emergenziale – ne hanno sofferto anche gli stessi docenti, costretti a fare lezione spesso di fronte a telecamere spente o con connessioni deboli e ballerine che facevano saltare la spiegazione o l’interrogazione, per citare solo un paio di difficoltà incontrate. È altrettanto lampante che la scuola italiana ha bisogno di cambiamenti sostanziali, altrimenti a settembre ci ritroveremo da capo: con classi pollaio, un corpo docente tra i più anziani d’Europa, edifici fatiscenti e assenza totale di tablet, pc e banda larga.

Il momento durissimo – lo hanno detto in molti – può divenire occasione di riscatto, ripensamento, nuovo inizio, soprattutto per la scuola e la ricerca. La pandemia ha evidenziato le falle e i danni che istruzione e sanità hanno accumulato in anni di politiche liberiste fondate su tagli e logiche del profitto – di qui l’accorpamento di più istituti scolastici, i tagli di ore e di insegnanti, l’aumento degli alunni per classe.

Per un verso la soluzione è semplice: basterebbe fare tutto il contrario di quello che è stato fatto fino ad ora. Sogniamo una “Fase 3” in cui si cambi passo. Di qui la centralità di istruzione e di sanità pubbliche, con una scuola disseminata nelle periferie, nei piccoli centri, raggiungibile dai cittadini, recuperando spazi al chiuso e all’aperto, selezionando docenti giovani, preparati e motivati, formando classi di 12-15 alunni. E tutto questo indipendentemente dal virus. C’è bisogno di ripensare ai giovani con fantasia, affetto, speranza. I giovani hanno ascoltato tutti i giorni il bollettino delle 18 della Protezione civile, sarebbe l’ora che ascoltassimo loro ed elaborassimo risposte.

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 5 giugno

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«Democracy and freedom», l’utopia degli studenti di piazza Tienanmen

Per tutti noi cinesi all’estero la data del 4 giugno è diventata una ricorrenza, un momento per ripensare alla nostra storia personale e alle vicende del nostro Paese, ma per quelli di noi, assai pochi, che erano su quella piazza in quella buia notte, il 4 giugno di ogni anno si riapre una ferita che forse non potrà mai rimarginarsi. I nostri occhi diventano rossi, le gambe perdono di forza e le piante dei nostri piedi riprovano quella vaga sensazione di mollezza provocata dai corpi calpestati; le orecchie risentono il rumore assordante e ritmico dei cingolati: sembriamo rivivere ancora una volta quegli istanti che ci hanno tolto per sempre la giovinezza.

Eravamo ragazzi, molti di noi appena adolescenti, studenti nelle migliori università della Cina. A Pechino, Shanghai e in tante altre città, avevamo appena sentito la brezza fresca che entrava dalle porte che la Cina aveva – dopo molti decenni – riaperto al resto del mondo.

Sentivamo, in alcuni casi per la prima volta, parlare di Europa, Stati Uniti, Francia, ecc. Alcuni di noi avevano incontrato degli europei nelle strade delle città, ma soprattutto nelle università dove studiavano ormai decine di studenti internazionali, che erano diventati la nostra porta sul mondo. I colori sgargianti dei loro vestiti, paragonati al blu e verde delle nostre casacche tutte uguali, i loro capelli lunghi o mossi, una certa libertà nei comportamenti, tutto ci faceva immaginare che venivano da un mondo diverso dal nostro, Paesi di cui avevamo sentito parlare poco o soprattutto male, ma erano le terre di origine di quegli scrittori che avevano per primi risvegliato la nostra fantasia: Shakespeare, Balzac, Dante e tanti altri. Erano autori a tutti noi noti, li avevamo letti e riletti, magari perfino alla luce fioca dei lampioni di strada, non avendo a tarda notte la luce nei nostri affollati dormitori.

Il 15 aprile di quel 1989 si sparse rapidamente la notizia della morte improvvisa dell’ex segretario generale del partito comunista Hu Yaobang che per molti di noi, ma soprattutto per quelli più grandi di noi che avevano vissuto le violenze della Rivoluzione culturale, aveva incarnato la possibilità di superare gli orrori di quel periodo. Egli infatti era stato il primo ad avviare una vasta campagna di riabilitazione di tante persone ingiustamente perseguitate durante il decennio 1966-1976 terminato con la morte del presidente Mao. Venimmo a sapere che potevamo andare a manifestare il cordoglio per la sua morte a Tian’anmen, l’unica grande piazza di Pechino, città fatta di incroci, in cui questo enorme spazio, più grande di 50 campi da calcio, fu costruito nel 1949 per le grandi parate del regime socialista. Una piazza in cui ogni mattonella quadrata era numerata e quando venivamo portati a vedere le parate eravamo assegnati a stare in piedi, possibilmente fermi, su una di esse. Nei giorni seguenti la piazza si continuava a riempire di giovani, soprattutto studenti, forse senza accorgercene stavamo diventando strumento di una lotta di potere, che si svolgeva fuori della piazza, dietro le mura della nuova città proibita del potere comunista. Zhao Ziyang, il nuovo segretario del partito, che aveva sostituito Hu Yaobang nel 1987, voleva accelerare il processo delle riforme e dell’apertura, una politica ideata da Deng Xiaoping dopo la morte di Mao e da lui sostenuta negli anni successivi.

In quei palazzi imperiali si svolgeva una lotta di potere e noi ne eravamo le ignare pedine. Dal 15 al 17 maggio arrivò a Pechino Michail Gorbaciov, il primo segretario del Pcus che veniva in visita in Cina; il suo viaggio doveva sancire il riavvicinamento definitivo fra Russia e Cina dopo trent’anni di divisione dall’epoca della destalinizzazione, mai accettata dai cinesi. La piazza dove si sarebbe dovuta svolgere la cerimonia degli onori militari era ormai occupata da decine di migliaia di studenti che chiedevano apertura, riforme e trasparenza. Quando Gorbaciov era a Pechino le parole d’ordine erano diventate perestroika (riforme) e glasnost (trasparenza), che si erano unite a democracy and freedom. Gli studenti cinesi volevano che il mondo entrasse in Cina.Il governo tentò strade impensabili ed inimmaginabili nella millenaria storia cinese: un gruppo di studenti, sporchi e con le scarpe stracciate dopo settimane di occupazione della piazza, fu introdotto nelle inaccessibili sale del potere ed incontrò alcuni dirigenti del partito. Ma anche questa mossa non convinse i ragazzi a sloggiare. L’atto finale fu quando il segretario del partito Zhao Ziyang, vestito in abiti normali con un microfono in mano che parlava con gli studenti nell’unico ricovero di fortuna immaginato, un autobus portato in gran fretta nella piazza; accanto a lui Wen Jiabao, il capo della sua segreteria, che sarebbe poi diventato un amatissimo primo ministro dal 2003 al 2013.

Tutti questi avvenimenti avevano per un mese cambiato il volto della Cina, i giornali ospitavano commenti e lettere degli studenti e dei loro genitori, radio e televisione organizzavano dibattiti circa la situazione e la correttezza o meno delle richieste degli studenti volte ad accelerare le riforme delle Cina. Intellettuali e dirigenti ad ogni livello si schierarono per il gruppo legato al segretario Zhao Ziyang, facendo vivere alla stampa cinese una brevissima stagione di inimmaginabile – ora più di allora – pluralismo politico.

Ma la situazione era ormai fuori controllo, fallito l’estremo tentativo di mediazione di Zhao Ziyang, Deng Xiaoping scelse l’opzione militare. A metà maggio le truppe di stanza a Pechino furono poste in stato di allerta e iniziarono ad avvicinarsi alla zona centrale della città. Ma la gente comune scese in strada, i miei parenti ed amici, come quelli di tanti di noi si mobilitarono per bloccare pacificamente i mezzi leggeri che iniziavano ad arrivare in centro. La città di Pechino era paralizzata, ovunque mezzi militari bloccati dalla folla, giorno e notte, la società civile sembrava voler proteggere i propri ragazzi, che ormai avevano scelto anche la protesta dello sciopero della fame. Seguirono giorni di blocco, durante i quali andavamo avanti e indietro dalla piazza, giravamo la città a piedi o in bicicletta riportando indietro storie avvincenti di resistenza pacifica, mentre ormai le truppe solidarizzano con la popolazione. Tutto sembrava fermo, ma al tempo stesso pieno di fermento rivoluzionario. Complice il cielo sempre azzurro di Pechino pensavamo davvero di scrivere una pagina nuova nella storia millenaria del nostro Paese: cambiare era possibile.

Deng Xiaoping fece appello alle sue truppe più fidate, quelle della lontana regione del Sichuan, che arrivarono rapidamente a Pechino. Non parlavano la lingua della città, non avevano mai visto una città così grande, erano ben formate e pronte a tutto. Chiusero le grandi strade che arrivano nella piazza ad ovest e a sud, lasciando aperto solo il lato orientale. Era notte fonda, senza luna, alcuni di noi dormivano sotto la luce dei lampioni, quando improvvisamente si spensero. Il rumore assordante dei cingolati riempì l’aria. Passarono alcuni minuti nel buio e nel rumore. Poi iniziò anche il suono dei fucili automatici. Presi a correre verso l’unico lato libero, insieme a me tanti altri, chi più veloce, chi più lento: cingolati, proiettili e piedi che incontravano ostacoli ormai molli. Una corsa senza fine, che mi ha permesso di scappare lontano, prima a Pechino, poi in Cina e ancora lontano dal mio Paese.

All’alba di quel 4 giugno la piazza fu sigillata. Nulla si sa più di quelli che rimasero lì. La legge marziale fu imposta. La città fu avvolta in un’aria spettrale. Carri armati e autoblindo presero a presidiarla. Molti stranieri furono raccolti dalle loro ambasciate, che organizzarono voli speciali perché lasciassero il Paese. I più partirono e la Cina restò – ancora una volta – sola, abbandonata al proprio destino millenario. Nessun ragazzo cinese oggi ha mai sentito parlare di questa storia della quale è stata cancellata ogni memoria, nessun motore di ricerca internet in Cina permette la ricerca della parola Tian’anmen associata a questa data, ma la storia millenaria della Cina non dimentica e un giorno farà tornare il ricordo e il cielo azzurro splenderà ancora sulla città proibita.

Il reportage di Mah Sileih da Pechino è stato pubblicato sul libro di Left Il giro del mondo in 15 reportage


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Potere alla conoscenza

L’epidemia di Covid-19 ha dimostrato la grande forza del nostro sistema scolastico, ma anche le sue inerenti debolezze. Ci siamo confrontati con questo nuovo fenomeno della didattica a distanza, sicuramente utile per mantenere un livello di contatto e di apprendimento in questi mesi difficili, ma per certi versi pieno di carenze e di inefficienze. Sia chiaro: questi problemi non li abbiamo affrontati soltanto noi in Italia, ma sono comuni a tutto il mondo. Qualche settimana fa parlavo con dei colleghi di governi scandinavi, dove le società sono molto più digitalizzate della nostra e quasi tutti hanno accesso alla banda larga. Eppure, anche in quei contesti, ci sono state molte difficoltà. Una recente analisi dimostra che la didattica a distanza raggiunge un risultato di apprendimento che è solo il 40% di quello della didattica in presenza.

Sono quindi sollevato dal fatto che il ministero dell’Istruzione abbia favorito la didattica in presenza per il rientro a settembre. Tanti aspetti, però, sono piuttosto preoccupanti. Come coordinare tutti gli alunni in presenza, in condizioni di sicurezza, nei grandi plessi scolastici da oltre mille studenti? Questi sono complicati da gestire in circostanze normali, figuriamoci in un contesto di pandemia globale. Abbiamo bisogno invece di una scuola distribuita sul territorio, una scuola di prossimità, fatta di tanti piccoli plessi scolastici. Tante piccole aule, magari collegate in rete tra di loro, perché la didattica a distanza può essere una grande risorsa se condotta in questa modalità integrativa.

Immagino piccoli nuclei di studenti, sotto la supervisione di un insegnante di sostegno, di un insegnante di potenziamento, di un educatore, che a rotazione si collegano alla lezione in classe. Questo è realizzabile attraverso un…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 29 maggio

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La giustizia sociale non è un tic

Protesters briefly stop outside Downing street in London, Wednesday, June 3, 2020, over the death of George Floyd, a black man who died after being restrained by Minneapolis police officers on May 25. Protests have taken place across America and internationally, after a white Minneapolis police officer pressed his knee against Floyd's neck while the handcuffed black man called out that he couldn't breathe. The officer, Derek Chauvin, has been fired and charged with murder. (AP Photo/Kirsty Wigglesworth)

Il trucco è sempre lo stesso: qualcuno chiede giustizia sociale (soprattutto chi di ingiustizia sociale ci muore e si marcisce) e quegli altri rispondono che è un tic. Una volta sono gli antifascisti, una volta sono i giovani mai contenti, una volta sono le femministe nevrotiche, una volta sono i neri che vorrebbero essere bianchi, una volta sono gli stranieri che vogliono solo diritti, una volta sono i comunisti che vogliono dignità salariale, una volta sono i poveri che pretendono di essere ricchi, una volta sono i lavoratori che pretendono una giusta paga, una volta sono gli omosessuali che vorrebbero essere come gli altri, una volta sono i laici che pretendono troppo di essere laici, una volta sono i garanti che pretendono garanzie anche per gli assassini. È tutto così: chiedi un diritto e vieni etichettato come fronda, vieni messo nello scaffale di qualche associazione di idee e di persone e la richiesta di giustizia sociale viene trattata come il solito refrain da tralasciare com’è sempre stato tralasciato.

Il trucco è sempre lo stesso: normalizzare la mancanza di diritti come una situazione a cui non si può porre rimedio e come una conseguenza naturale di un modello che è l’unico possibile. Così mentre accade che negli Usa gli stranieri siano stanchi di un razzismo che oggi si è trasformato in profanazione socio economica qui da noi i subappaltatori dei rider di UberEats hanno l’impunità di dirci che i loro lavoratori  «sono africani perché gli italiani vogliono 2 mila euro al mese. Basta retorica del ‘poverini». Retorica dei poverini, eccolo il tic. E lo stesso vale per quelli che raccolgono la frutta nei campi.

La giustizia sociale non è un tic, no. E non è qualcosa che può essere coperta ogni volta invocando una guerra o una ribellione pericolosa. Quando negli Usa hanno ucciso George Floyd i bianchi vedendo le immagini hanno sospirato “oh, no” mentre i neri hanno pensato “è successo ancora”. Se avete la sensazione che su alcuni diritti “si continui a parlare sempre delle solite cose” è perché le solite cose non si sono mai risolte e sono ancora lì, a gridare vendetta.

Reclamate il diritto di essere perseveranti, giorno dopo giorno, goccia dopo goccia. Qualcuno vi additerà come noiosi e invece siete solo fedeli a voi stessi.

Buon giovedì.

Lockdown Capitale

Via della Conciliazione e vista di della basilica di San Pietro. © Renato Ferrantini
Via della Conciliazione e vista di della basilica di San Pietro

Vi proponiamo una raccolta di immagini raccolte a Roma tra il 25 aprile e il Primo maggio, in una metropoli eccezionalmente deserta, durante il periodo di quarantena imposta dal governo per arginare la pandemia di coronavirus. Gli scatti sono opera del fotografo freelance Renato Ferrantini.

 

Via della Conciliazione e vista di della basilica di San Pietro. © Renato Ferrantini
Via della Conciliazione e vista di della basilica di San Pietro

Via del Tritone © Renato Ferrantini
Via del Tritone

Piazza di Spagna © Renato Ferrantini
Piazza di Spagna

Piazza Venezia e il passaggio di una donna in bici © Renato Ferrantini
Piazza Venezia e il passaggio di una donna in bici

Vista di Piazza di Spagna da via della Cuccagna con un lavoratore © Renato Ferrantini
Vista di Piazza di Spagna da via della Cuccagna con un lavoratore

Vista della Basilica di San Pietro © Renato Ferrantini
Vista della Basilica di San Pietro

Vista del Pantheon con un lavoratore © Renato Ferrantini
Vista del Pantheon con un lavoratore

© Renato Ferrantini

Piazza San Giovanni e dettaglio su Desireè © Renato Ferrantini
Piazza San Giovanni e dettaglio su Desireè

Vista parziale del Colosseo © Renato Ferrantini
Vista parziale del Colosseo

Via Luigi Petroselli dal Teatro di Marcello © Renato Ferrantini
Via Luigi Petroselli dal Teatro di Marcello

Piazza Campo de' Fiori © Renato Ferrantini
Piazza Campo de’ Fiori

Vista di Fontana di Trevi dall'alto © Renato Ferrantini
Vista di Fontana di Trevi dall’alto

Fontana di Trevi © Renato Ferrantini
Fontana di Trevi

Basilica di San Pietro con passaggio di una donna © Renato Ferrantini
Basilica di San Pietro con passaggio di una donna

© Renato Ferrantini
Piazzale Ostiense

Dettaglio di Fontana di Trevi con i dissuasori per l'ingresso© Renato Ferrantini
Dettaglio di Fontana di Trevi con i dissuasori per l’ingresso

Fanno baccano e la chiamano politica

The League party leader Matteo Salvini takes a selfie as he attends an anti-government protest in Rome, Tuesday, June 2, 2020 on the day marking the 74th anniversary of the Italian Republic. (AP Photo/Alessandra Tarantino)

Bastava vedere le facce di quelli di Forza Italia: il corteo di ieri per il 2 giugno organizzato dal centrodestra e cavalcato dalla solita destra fascista (e ora anche arancione) che si imbuca dappertutto è stato il gran baccano che ci si aspettava, tutto grida e poca politica, condito da un ripetuto «Conte, Conte, vaffanculo» che è risuonato per tutta la giornata. Del resto sfanculare gli avversari come modalità politica dalle nostre parti funziona, almeno all’inizio.

Ovviamente niente mascherine, non sia mai. Questi che si fiondano contro il governo alla fine vorrebbero anche accontentare coloro che vivono di complotti facili per avere qualcuno da odiare e quindi era inevitabile che il non indossare la mascherine divenisse chissà che forte gesto di ribellione.

Poi ci sono i selfie. Tanti, tantissimi selfie con Salvini e Giorgia Meloni: la politica dell’avanspettacolo che ha bisogno dell’immagine da condividere su Facebook. Fotografarsi con il caro leader belli abbracciati e violando le regole di sicurezza li fa sentire tutti Don Chisciotte che vanno alla conquista della Mancia.

“Questo non è il mio centrodestra”, ripetono gli elettori di Forza Italia. Tajani è più che perplesso. Ora provate a fare un riepilogo della giornata: violazione delle norme di sicurezza, assembramenti, vaffanculo e selfie. Lo spessore di certa destra italiana è tutto qui, tutto così, proprio nel giorno in cui Mattarella dalla martoriata Codogno invoca responsabilità istituzionale.

Fanno baccano e la chiamano politica. Non si registra una proposta che sia una: la distruzione dell’avversario (e la creazione di un nemico immaginario quando serve) è la pratica social e anche sociale, in piazza.

Fanno baccano e la chiamano politica. Finché funziona. Finché qualcuno non si fa male. I venti americani ci dicono che è un gioco pericoloso e non solo per la democrazia: ci muoiono le persone a soffiare sempre e solo sulla propaganda.

Buon mercoledì.

Perché il dibattito su Immuni è salutare per la nostra democrazia

Young caucasian beautiful woman with medical mask taking a bus ride and using her phone while riding.

Il dibattito che si è sviluppato su Immuni, la app per tracciare i contagi da Covid-19, si presta a una riflessione sul rapporto tra i cittadini, lo Stato e le aziende, sia in tempi normali che in un contesto emergenziale.

Sulla app Immuni (presente dal 1° giugno negli store digitali, ndr) si è detto tutto e il contrario di tutto. I sostenitori la presentano come un proverbiale deus ex machina, l’arma per sconfiggere la diffusione del virus ma soprattutto il lockdown generale. I contrari gridano al totalitarismo, al Grande fratello (quello del libro, per carità, non il reality), alla dittatura delle multinazionali dell’Internet. La battaglia tra le due fazioni viene combattuta prevalentemente sul web, a suon di post e tweet.

Per esempio, in un tripudio di superbia e mancanza di conoscenza della materia informatica, un noto medico ha accostato su Twitter coloro che si oppongono alla app agli anti-vax, con tanto di soprannome accattivante, anti-trax, immediatamente adottato dai suoi seguaci. O ancora, su Facebook è diventato virale un post che taccia chi è contrario all’app di incoerenza perché “tanto poi acconsentono alla geolocalizzazione per fare il test su quale verdura sei”. Una frase simile, che poteva essere al massimo un jingle, uno sketch superficialotto e niente più, è stata presa sul serio e condivisa dai tanti che evidentemente non hanno ben chiara la differenza tra tecnologia Gps e Bluetooth, ma sono comunque convinti di saperne degli altri.

Gli oppositori oltranzisti della app non sono riusciti a coniare nomignoli accattivanti, ma si sono profusi in un mare di post che propevano le analisi di sedicenti super tecnici/livello hacker enfant prodige oppure di complottisti puri, che arrivavano a chiamare in causa la massoneria o spiegazioni di fanta-diritto e strafalcioni sui diritti umani e del cittadino.

Nel mezzo di questa, passatemi il termine, caciara si sono ritrovati i cauti, quelli che volevano capire esattamente cosa avrebbe fatto la app, e gli ignari, i non “so/non rispondo”.

Sarebbe semplicistico ridurre questo scontro a presunte tendenze italiche alla polemica, alla scissione, o alla mancanza di fiducia nelle istituzioni (attendo con ansia uno studio che riveli se davvero siamo così polemici e sospettosi per cultura o se ormai questa è solo una scusa che usiamo per litigare con estranei su Internet senza sensi di colpa).

Il dibattito Immuni Sì/No è, in primis, la manifestazione più recente di una serie di posizioni filosofiche e sociali riguardanti il ruolo e gli effetti delle nuove tecnologie nella società. Può apparire un dibattito faceto, ma offre la preziosissima occasione per avviare una riflessione più approfondita a livello di opinione pubblica, ed assumere una prospettiva più ampia.

Torniamo indietro di qualche mese.

Une delle prime reazioni all’epidemia è stata lo sgomento. La nostra convinzione di essere ormai una specie diversa, l’homo technologicus, si è scontrata con la realtà, mostrando tutta la nostra hubris: tutte le scoperte e i passi in avanti fatti dalla medicina non bastano, siamo ancora in alcuni casi in balia della natura. La prima reazione di molti, specialmente delle varie Silicon valleys e società informatiche sparse per il mondo, è stata quella di ricondurre questa anomalia sotto l’ala della scienza e della tecnologia. Ci deve essere qualcosa, qualche scoperta o invenzione, in grado di arginare il virus. La tecnologia ci salverà.

Questo è senza dubbio in parte vero. La scienza medica ed il progresso tecnologico ci permettono una qualità della vita e delle cure mai raggiunte prima. Ma questo non vuol dire che qualsiasi intervento tecnologico sia adatto o auspicabile. L’idea di base è che il progresso scientifico e tecnologico sia inevitabile, sia il fine ultimo dell’avanzare dell’umanità. Anzi, che sia proprio l’essenza stessa dell’umanità. La visione che ne deriva è che il progresso non sia più un mezzo per rendere migliore la vita degli uomini, no, il progresso è il fine stesso dell’uomo. Seguendo questa visione, a volte detta tecno-determinismo, l’umanità diventa il mezzo attraverso cui ottenere il progresso. Ne deriva che saremmo destinati a perpetrare un susseguirsi di balzi in avanti, con nuove scoperte e tecnologie che risolveranno uno ad uno tutti i problemi del mondo, costi quel che costi per la società, per gli individui.

Questo tipo di visione, assimilata inconsciamente da tutti noi negli ultimi duecento anni, generazione dopo generazione, ha due risvolti. Da un lato stimola l’umanità a osare sempre di più, a superare limiti considerati prima invalicabili. È vitale e costruttiva. Dall’altro rafforza l’idea che ci sia una soluzione tecnologica semplice, geniale, piccola e veloce a qualsiasi problema. Ed è qui che le cose si fanno complicate e si apre spesso la via a fallimenti catastrofici o a vere e proprie truffe.

Basti pensare al caso di Elizabeth Holmes, studentessa della prestigiosa università statunitense di Stanford. Dopo il primo anno di università Holmes, stanca di vedere i professori tarpare le ali ai suoi progetti, molla gli studi e fonda una start-up di nome Theranos. Obiettivo di Theranos è democraticizzare la sanità americana, creando un macchinario grande poco più di un trolley con cui effettuare analisi del sangue per decine di patologie usando solo poche gocce di sangue e ottenendo i risultati in poche ore. Un sogno meraviglioso! In pochi mesi Theranos raccoglie finanziamenti nell’ordine delle decine, poi addirittura centinaia, di milioni. Naturalmente, però, il macchinario immaginato dalla Holmes non è realizzabile. Il sogno resta tale. Come previsto dai suoi ex professori, la sua visione era semplicemente distaccata dalla realtà, irrealizzabile. Theranos è finita così, con una accusa di truffa ed una causa interminabile. Casi come quello di Theranos ci ricordano che una visione esageratamente tecno-determinista ci può ingannare e rende inaffidabile lo sviluppo tecnologico. Che le soluzioni semplici e veloci a volte non esistono.

Cosa ancora più importante, qualsiasi intervento tecnologico porta con sé un costo a livello personale e sociale. Per questo vanno in ogni caso valutati accuratamente prima di essere messi in pratica. Non ha senso, infatti, usare una tecnologia solo perché è stata sviluppata (o è possibile da sviluppare), se poi i vantaggi che porta sono incerti, e il costo in termini di diritti fondamentali dei cittadini è elevato. Bisogna fermarsi, respirare, prendere le distanze dalle promesse del tecno-determinismo e chiedersi se davvero sia possibile ottenere il risultato promesso, e quanto saremmo disposti, come società, a pagarlo.

Nel caso di Immuni il costo più evidente è quello della nostra privacy. E qui è necessario soffermarsi un attimo sul tema. Immuni, almeno in base a quanto reso noto fino ad ora, adotta una serie di accorgimenti tecnici (low energy Bluetooth, protocollo decentralizzato, pseudonimizzazione con variazione randomica dell’Id, pubblicazione del codice sorgente) che fanno avvicinare l’app quanto più possibile ad un livello elevato di protezione dei dati personali degli individui che decideranno di scaricarla ed usarla. Questo tipo di misure rendono Immuni non tanto una app di tracciamento, quanto una app per segnalare l’avvenuta esposizione ad un individuo contagiato. Da questo punto di vista lo sforzo degli sviluppatori è encomiabile (anche se è bene ricordare che Immuni non è perfetta e molti problemi permangono, primo fra tutti l’affidabilità del Bluetooth per determinare il contatto tra due smartphone).

La “protezione dei dati personali”, però, non è la stessa cosa della “privacy”. I due concetti sono in parte sovrapposti, hanno una intersezione, come i diagrammi che abbiamo imparato a disegnare a scuola. Proteggere i dati personali aiuta a proteggere la privacy, permette agli individui di gestire quali informazioni vengono condivise con gli altri, le proiezioni verso l’esterno della propria identità. La privacy è anche altro, però. È la possibilità di non essere soggetto costantemente ad una analisi inquisitoria della propria personalità, gusti, preferenze, conoscenze, idee. La possibilità di limitare l’accesso al proprio corpo, ai propri pensieri, alla propria sfera privata, ai propri spostamenti. Proteggere la privacy significa proteggere la possibilità di sviluppare la propria persona senza doversi limitare e controllare per paura di conseguenze indesiderate. È per questo che la sorveglianza, sia essa da parte dello Stato o delle società di marketing, affligge la nostra privacy, il nostro sviluppo personale.

La sorveglianza è più ovvia nel caso di una app di tracciamento ma permane, anche se in forma meno intensa, anche nel caso di app che segnalano l’esposizione al virus come Immuni. Gli effetti di questo monitoraggio dipendono anche molto da come viene interiorizzato dai cittadini. Anche se i nostri dati sono pseudonimizzati e corredati di adeguate tutele, la app può comunque avere un effetto sui cittadini, che potrebbero cambiare il loro comportamento sentendosi osservati. Questo fenomeno, indicato col termine chilling effect, è ben conosciuto dagli esperti. E se vogliamo pensar male, le autorità in parte ci sperano anche nel chilling effect. Le app di tracciamento/esposizione possono infatti avere l’effetto collaterale di farci pensare due volte prima di uscire. Così, il governo coglie due piccioni con una fava.

Ora, non tutti gli interventi che limitano la privacy sono inaccettabili. Quando è giustificata da una buona ragione (e vengono create determinate protezioni e valvole di sicurezza), la limitazione della privacy diventa un sacrificio calcolato, un prezzo da pagare per un certo obiettivo.

È questa idea di sacrificio, questo tipo di rischio che incombe sulla propria sfera privata, che ha spinto gli anti-Immuni ad allarmarsi. D’altronde non possiamo pretendere che il prezzo da pagare per utilizzare l’app vada bene a tutti. Specialmente per le minoranze, sistemicamente discriminate, e per le fasce deboli della società, la sorveglianza ha di solito un costo altissimo in termini di diritti fondamentali. Il “rapporto qualità-prezzo” stabilito dallo Stato per l’adozione della app non è stato accettato da tutti, specialmente a fronte delle incertezze sui reali benefici. Non è chiaro, infatti, se la app avrà davvero un apporto positivo alla lotta al Covid-19. Non c’è modo di saperlo in anticipo. E sì, forse tra chi è contrario alla app ci sono anche utenti di Facebook che han dato via i propri dati per poter fare il test “Quale verdura sei?”.

Ma una domanda nasce spontanea: e quindi? Vista da un’altra prospettiva, è una cosa positiva che si sia creata in questi utenti una maggiore consapevolezza del valore della propria privacy e dei propri dati personali. Storicamente il diritto alla privacy si sviluppa come protezione dalle interferenze delle autorità pubbliche. È solo recentemente, negli ultimi venti anni, che si è andata creando una maggiore consapevolezza sugli effetti indesiderati della sorveglianza da parte delle multinazionali. È normale che alcuni cittadini siano guardinghi e restii ad usare una app simile, gestita in parte dallo Stato e in parte dalle società. Eh già, in parte da l’uno e in parte da l’altro.

Anche su questo andrebbe fatta una riflessione. Lo Stato è sempre più esautorato dalla sfera tecnologica. È una tendenza globale quella per cui le autorità pubbliche non hanno né le competenze né le capacità per sviluppare e gestire nuove tecnologie, e ricorrono ai privati, quasi sempre multinazionali con i profitti annuali pari a quelli di una nazione medio-piccola. Queste tecnologie, però, hanno effetti molto diretti sui cittadini e sui loro diritti. Siamo davvero sicuri di volere dare questo tipo di potere a società private? Dov’è la legittimazione democratica? E dove ci porterà questa integrazione tra Stato e multinazionali? L’offerta di Google ed Apple di costruire un Api per facilitare l’integrazione di app di tracciamento/esposizione ha un carattere politico. C’è parecchio al riguardo nella letteratura cyberpunk e di science fiction, forse possiamo prendere spunto da lì e mettere qualche paletto, prima che sia troppo tardi.

A queste considerazioni se ne aggiunge un’altra. Immuni, come qualsiasi altra tecnologia, non esiste nel vuoto, ma verrà inserita in un complesso scenario sociale, politico, ed economico. Quando Immuni comincerà ad essere in uso si creerà un sistema sociotecnico. Vale a dire che l’interazione tra la app, i cittadini, e le autorità creerà una situazione nuova e ulteriore rispetto a quella creata dalla mera esistenza dell’app. Mentre molti effetti di questa interazione saranno banali e prevedibili, altri potrebbero essere imprevedibili o indesiderati.

La non obbligatorietà della app, per esempio, potrebbe declinarsi in maniera molto diversa nella realtà. Cosa succederà in quelle comunità medio-piccole dove la pressione sociale e i possibili abusi delle autorità hanno una maggiore capacità di danneggiare i singoli cittadini? Basteranno gli strumenti contro l’abuso di potere a proteggere i cittadini dal sindaco, dall’esponente delle forze dell’ordine, dal gestore di supermercato che, magari credendo di essere nel giusto, si facessero sceriffi e imponessero l’uso della app a qualche cittadino?

Il governo, del resto, sembra consapevole di questi problemi e dei vari elementi in gioco nel rapporto tra tecnologia, individuo e società. L’implementazione di Immuni è regolata dall’articolo 6 del Decreto Legge 30 aprile 2020, n. 28. Nell’articolo si fa esplicito riferimento alla necessità di proteggere i dati personali. Emerge dall’articolo la consapevolezza della necessità che l’intervento tecnologico sia democratico e proporzionale, e che vengano messe in atto adeguate misure di salvaguardia della privacy degli individui. L’articolo include anche delle norme sulla non-obbligatorietà e sulla necessità di creare meccanismi adeguati di difesa contro possibili abusi perpetrati ai danni dei cittadini da qualsiasi ente pubblico o privato.

Anche in questo caso, sulla carta le buone intenzioni ci sono tutte. È lodevole, è un bene, ed è rassicurante vedere come il governo abbia interpellato non solo le società di informatica, ma anche l’Autorità garante per la privacy. Tutto ciò, però, non toglie il fatto che c’è sempre il rischio che le buone intenzioni espresse sulla carta si traducano poi in rischi per i cittadini, specie in situazioni particolari come questa, con la costante pressione generata dalla minaccia della pandemia. Se poi, a seguito dell’imminente voto parlamentare per la conversione del Decreto Legge, l’art. 6 dovesse venire emendato in negativo, i rischi potrebbero aumentare in maniera significativa.

In questo senso è importante prendere una posizione chiara: rendere Immuni obbligatoria è una mossa pericolosa per i diritti fondamentali dei cittadini, anche se ci troviamo in una situazione d’emergenza.

Questo non è il momento per cercare di far contenti tutti, di non sbilanciarsi. Durante una udienza di fronte alla Commissione Giustizia avvenuta lo scorso 19 maggio, prima del voto parlamentare, per esempio, sono state fatte dichiarazioni ambigue circa l’opportunità o meno di rendere la app obbligatoria. In maniera sorprendente, alcuni degli esperti interpellati hanno infatti affermato che nonostante l’app sia una grave interferenza con i diritti fondamentali dei cittadini, il fatto che non sia obbligatoria rappresenterebbe comunque un problema alla luce della lotta al Covid. Dopo tutto il lockdown è una interferenza anche peggiore, è stato detto.

Tre dei quattro esperti, durante l’udienza, hanno mantenuto un perfetto equilibrio tra il dire ed il non dire, non sbilanciandosi mai chiaramente a favore della non-obbligatorietà. Tutto ciò evidentemente ignorando la posizione del Garante della privacy, oltre venti anni di dottrina e giurisprudenza in materia di privacy. Una presa di posizione più netta in favore dei diritti fondamentali dei cittadini sarebbe stata auspicabile, specialmente di fronte alla Commissione Giustizia.

L’ideale, quando ci si trova davanti a tecnologie capaci di interferire profondamente con i diritti dei cittadini, sarebbe fermarsi e analizzare dettagliatamente tutti i possibili risvolti. Senza fretta, ma anche senza tergiversare.
Sfortunatamente il tempo è un lusso che non ci possiamo permettere quando siamo di fronte ad una pandemia. Questo rischia di farci sottovalutare i problemi connessi con l’uso della app di tracciamento/esposizione, ma la protezione dei diritti fondamentali deve rimanere il centro focale di qualsiasi intervento, sia esso tecnologico o legislativo. Se una nuova tecnologia interferisce con i diritti fondamentali non sono questi ultimi a dover essere cambiati. È la tecnologia a doversi adattare.

Anche per questo il dibattito tra pro e anti-Immuni è importante. Non escludo che sia proprio a seguito del dibattito che gli sviluppatori abbiano optato, per esempio, per un protocollo decentralizzato invece che centralizzato, come era stato paventato all’inizio. Potrà aver assunto a volte toni grotteschi, ma il dibattito è una manifestazione importante della nostra democrazia in un momento di profonda crisi. Ha aperto la strada ad una discussione più consapevole su sorveglianza, privacy, ruolo delle società private, coinvolgendo l’opinione pubblica su un problema attuale e concreto. Forse ci aiuterà anche a sviluppare gli anticorpi necessari a difenderci alle mutazioni dannose del tecno-determinismo, dalle logiche estreme di mercato.

In altre parole, il dibattito “Immuni Sì o Immuni No” è salutare per la nostra democrazia.

Caro dottor Davigo, in un Paese civile bisogna “aspettare le sentenze”

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 30-03-2017 Roma Politica Trasmissione tv "Night Tabloid" Nella foto Piercamillo Davigo Photo Roberto Monaldo / LaPresse 30-03-2017 Rome (Italy) Tv program "Night Tabloid" In the photo Piercamillo Davigo

Giovedì scorso il programma Piazza Pulita ha avuto tra gli ospiti il dottor Piercamillo Davigo, magistrato e ormai volto noto nella tv italiana, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere penali ed il giornalista Alessandro De Angelis, Huffington Post.
La discussione riguardava lo scandalo Palamara, che sta scuotendo la magistratura, tema che ha fatto da spunto a riflessioni più ampie, e non sono mancate affermazioni discutibili.

Alla denuncia dell’avvocato Caiazza secondo cui l’Italia sarebbe un Paese giustizialista in cui si giudicano le persone dalle indagini e non dalle sentenze, il dottor Davigo ha ribattuto che «l’errore italiano è stato quello di dire sempre: Aspettiamo le sentenze». Per supportare questa affermazione, ben strana perché fatta da un magistrato, ha utilizzato degli esempi che potremmo definire “ad effetto”: se un amico invitato a cena lasciasse la nostra casa trafugando l’argenteria, tanto basterebbe per non invitarlo più. E ancora, rincarando la dose: se una persona venisse condannata in primo grado per pedofilia, tanto basterebbe per non fargli più affidare un bambino. Va riconosciuto che il dottor Davigo sa perfettamente quali tasti toccare – chiunque di noi prova ribrezzo pensando alla pedofilia – ed ha capito come far passare un certo pensiero senza destare scandalo negli ascoltatori poco attenti.

Ma se si presta attenzione, salta subito agli occhi che un magistrato, e non una persona qualunque, ha affermato in televisione, e non nel suo privato, che per esprimere un giudizio di colpevolezza non serve aspettare la sentenza. Il dottor Davigo sembrerebbe così avallare l’idea che la condanna sociale debba avvenire prima della sentenza definitiva, e che a tal fine basterebbero dei semplici indizi, un pensiero che rischia di intossicare la già sfiancata cultura civile del nostro Paese.

Nessuno vuol privare il dottor Davigo della propria personale opinione, ma non ci si può dimenticare che egli è un magistrato che viene invitato in televisione per il ruolo che ricopre e che in quel momento rappresenta la magistratura. Bisogna ribattere fermamente che “attendere le sentenze” significa applicare il principio di non colpevolezza sancito dalla nostra Costituzione, secondo cui l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva, uno dei principi cardine di un Paese civile, la cui negazione spalanca le porte al giustizialismo e alla giustizia “fai da te”.
Inoltre, legittimare la condanna di una persona prima della sentenza definitiva, oltre a invalidare la funzione giudicante della magistratura, rischia di incentivare il triste fenomeno della gogna mediatica al quale troppo spesso assistiamo.

Ci sono argomenti troppo importanti per non usare tutte le cautele necessarie, soprattutto in un Paese in cui l’opinione pubblica difficilmente aspetta le sentenze prima di giudicare il prossimo.
Lasciamo che siano i Tribunali a giudicare le persone con le sentenze emesse dai giudici, che dovrebbero essere il più possibile imparziali, e difendiamo i principi cardine della nostra Costituzione.
È una questione di civiltà. È una questione di umanità.

Federica Farina, avvocato