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Promettiamoci di ricordare

Patients lie on beds at one of the emergency structures that were set up to ease procedures at the Brescia hospital, Italy, Monday, March 16, 2020. For most people, the new coronavirus causes only mild or moderate symptoms. For some, it can cause more severe illness, especially in older adults and people with existing health problems. (AP Photo/Luca Bruno)

Promettiamoci di ricordare che le persone che abbiamo sempre guardato con superficialità, quelle persone che incrociamo passandoci sopra senza nemmeno un cenno di saluto, quelle stesse persone che scompaiono ogni volta che si parla di tutele e di diritti oggi sono ritenute indispensabili dal nostro governo, sono gli indispensabili che fanno una vita da invisibili alla cassa del nostro supermercato, avanti e indietro nelle corsie degli ospedali, con le tute macchiate d’olio mentre si occupano di qualche manutenzione, sulle autostrade mentre trasportano la farcitura dei nostri frigoriferi, alle catene di montaggio di quegli oggetti che usiamo senza nemmeno guardarli.

Promettiamoci di ricordare che negli ospedali si stanno facendo carico mica solo dei morti, no, mica solo di quelli, negli ospedali si stanno facendo carico degli addii. Provano a spremere i propri guanti di lattice per dare il saluto che i famigliari non possono dare. Promettiamoci di ricordare che c’è stato un tempo in cui si muore soli, non solo isolati, soli, si muore soli come muoiono quelli che non si meritano niente e invece questi che muoiono hanno dietro famiglie spezzate che possono solo rimbalzare il proprio lutto tra le pareti di casa.

Ricordiamoci delle parole non dette, degli abbracci che avremmo potuto dare, di quel tenersi per mano che oggi è un privilegio che non sappiamo quando potrà esserci accordato. C’è bisogno di un virus che viaggia sulle nostre vicinanze per farci sentire gli aghi delle lontananze forzate. E chissà quante vicinanze abbiamo buttato via. Promettiamoci di ricordare che non succeda più, che non succeda ancora.

Ricordiamoci di ricordare che un gesto, un gesto qualsiasi, che sia un come stai? o che sia una carezza è un dono da non fare con superficialità. C’è dentro tutto un mondo prima, tutto un mondo dopo, c’è dentro un momento che potrebbe strapparsi come un foglio tirato male.

Ricordiamoci di ricordare che c’è stato chi ha ceduto il proprio respiratore a un paziente più giovane. Sapeva di non farcela, ha avuto il coraggio di finire splendendo. Promettiamoci di ricordare che stiamo accatastando bare come scaffali e lì dentro ci sono nomi, cognomi, famiglie, amori, recisi e inscatolati. Promettiamoci di ricordare che abbiamo confidato nell’intuito e nella fantasia delle nostre menti migliori, promettiamoci di ricordare che vanno nutrite nei periodi di salute perché siano attrezzate nei momenti di malattia.

Promettiamoci di ricordare che siamo piccoli, fragili e che abbiamo bisogno di stringersi.

Buon giovedì.

Il Coronavirus in Iran e il dramma delle sanzioni

In questo dramma che tutti noi viviamo c’è un Paese che al dolore di una pandemia abbina l’impossibilità di poter curare i propri malati. In questi giorni in cui si celebra il Capodanno iraniano la popolazione si ritrova confusa preoccupata e soprattutto vive un senso di rabbia contro chi gli ha imposto di non poter curare a causa delle sanzioni un proprio familiare un amico un conoscente. Oggi l’Iran è il terzo paese al mondo dopo la Cina e l’Italia a contare più vittime per il coronavirus.
Ma in questa lunga notte, che ci vuole isolati e distanti, possiamo e dobbiamo costruire una fune alla quale aggrapparci tutti insieme, per resistere finché non arriverà l’aurora. Se, ognuno di noi, sarà stato portatore sano di bellezza, partecipazione, condivisione e generosità, allora vedremo sorgere il sole di un nuovo e più consapevole umanesimo. Con questo spirito di condivisione abbiamo chiesto a Mohsen Pakparvar, consigliere responsabile dell’Ambasciata della Repubblica Islamica a Roma, di informarci il più possibile su quello che sta accadendo in Iran.
Come è in questo momento la situazione nella Repubblica Islamica dell’Iran?
In Iran, è stata creata la Direzione centrale per la lotta contro coronavirus con la presidenza del Presidente della Repubblica. Le ultime statistiche aggiornate sono pubblicate quotidianamente dal ministero della Salute. Le raccomandazioni sulla salute e le misure preventive sono state ampiamente pubblicate, fornendo le informazioni continue costantemente. Molti luoghi pubblici e di pellegrinaggio sono stati chiusi e numerosi ospedali sono stati preparati per servire i pazienti. Tuttavia, si sente la necessità di ulteriori attrezzature che sono state limitate dalle sanzioni statunitensi. Le forze armate sono state chiamate ad assistere nell’attuazione delle decisioni della Direzione ‘anticorona’ e con l’ordine della Guida suprema il Capo di stato maggiore della difesa è stato incaricato di istituire un “centro sanitario” per prevenire un’ulteriore diffusione della malattia. Egli ha anche sottolineato che, date le prove che ipotizzano la probabilità di un “attacco biologico”, il provvedimento potrebbe avere anche l’aspetto di un esercitazione biologicamente difensiva e rafforzare l’autorevolezza nazionale.
Abbiamo visto condividere drammatiche immagini satellitari di fosse comuni in cui sarebbero sepolti molti iraniani deceduti a causa del Coronavirus? Sono attendibili?
É ovvio che molti media americani conducono da anni una guerra mediatica su vasta scala contro l’Iran. le notizie sulle immagini dei cimiteri di Qom vanno in questa direzione. Con le tecnologie satellitari ormai da anni si possono produrre immagini su scala molto ridotta della superficie terrestre. Come sapete, il capodanno Iraniano è iniziato il 20 marzo e di solito si cerca di attuare i piani metropolitani entro la fine dell’anno. Di solito anche i cimiteri iraniani prima di fine anno erigono un numero alto di tombe per l’anno avvenire, secondo il loro bisogno. Generalmente nelle grandi città, realizzare tali piani per seppellire i morti è un atto naturale. Inoltre il numero dei morti viene pubblicato costantemente attraverso i canali ufficiali e visti gli avvisi preventivi di salute al pubblico, non vi è nessuna segretezza e mancanza di trasparenza da parte delle delle istituzioni governative. La mossa dei media statunitensi di diffondere le notizie false (fake news) arriva proprio quando l’amministrazione Trump affronta seri problemi nella gestione dell’emergenza coronavirus nel suo Paese. Le immagini diffuse dei negozi vuoti di merci di prima necessità sono solo una parte dell’incapacità di un paese che con la proiezione psicologica che intende ingannare la pubblica opinione. Mentre in Italia e in Iran che vivono le condizioni di massima emergenza coronavirus, non si evidenziano tali carenze.
In quale modo le sanzioni stanno provocando problemi per i trattamenti medici al popolo iraniano?
Oggi ci troviamo di fronte a fenomeni rari nel mondo della politica. Il coronavirus è diventato un pandemia globale e deve essere combattuto da tutti i membri della comunità internazionale. Nessun paese può far fronte da solo a questa crisi. Purtroppo il regime americano ha scelto i modi più disumani per fronteggiare il popolo iraniano. Questo paese con totale ipocrisia afferma di non aver sanzionato il commercio dei beni umanitari. Ma questo non è altro che inganno esplicito dell’opinione pubblica. Il commercio umanitario richiede sia risorse in valuta estera sia canali bancari. Gli Stati Uniti hanno rafforzato le sanzioni alle vendite di petrolio dell’Iran e gli sforzi per bloccare le esportazioni iraniane di petrolio che sono fondamentali per finanziare l’acquisto delle merci necessarie. Oltre a ciò ci sono anche le restrizione dei canali bancari e allarmismi nel sistema bancario internazionale allo scopo di non cooperare con l’Iran, che hanno ostacolato qualsiasi interazione per acquistare questi beni da fonti affidabili, specialmente dall’Europa. Molte delle attrezzature mediche e dei farmaci necessari per combattere il virus si trovano nei paesi occidentali e la mancanza di acquisto di petrolio e di prodotti sanzionati dell’esportazione iraniana, da questi paesi insieme alle difficoltà bancarie esistenti sono diventate un ulteriore aggravio alle ostilità unilaterali degli Stati Uniti. Soddisfazione, silenzio e indifferenza di fronte a questo atto disumano dell’America costituiscono ‘unilateralismo passivo’. Dobbiamo sapere che il Coronavirus è una minaccia che ha portato tutto il mondo nella stessa barca e la distruzione di un paese, coinvolgerà tutti gli altri.
Il ministro degli esteri Javaj Zarif ha chiesto aiuto per il supporto di attrezzature mediche e ospedaliere? Quali paesi hanno risposto a questa emergenza?
Il Ministero degli affari esteri dell’Iran, come membro attivo della Direzione anticoronavirus, è tenuto a identificare i fornitori di attrezzature e articoli sanitari necessari in tutto il mondo e a tal proposito, il Ministro degli Affari Esteri Dr. Zarif ha pubblicato un elenco di articoli urgentemente necessari.
Molti paesi hanno risposto positivamente a questa richiesta iraniana. L’Italia, nonostante tutte le difficoltà che sta affrontando, ha assistito l’Iran attraverso l’OMS e la Croce Rossa. Cina, Russia, Giappone, Regno Unito, Francia, Germania, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Unione Europea, Pakistan, Malesia, Turchia, Tailandia, Svezia, Georgia e… hanno inviato aiuti direttamente al nostro paese o l’attraverso l’OMS o tramite la Croce Rossa. Inoltre molte aziende in tutto il mondo hanno annunciato la loro disponibilità a fornire questi articoli e in questo momento, a causa delle disumane sanzioni statunitensi, stiamo identificando i modi per acquistarli. Ma la dimensione dei bisogni del Paese va ben oltre.”
La guida Suprema dell’Iran Ayathollah Kamenei ha dichiarato che il Covid19 é un attacco biologico. Quante persone in Iran credono realmente a questa possibilità?
La Guida Suprema in un’ordinanza indirizzata al Capo di Stato Maggiore della Difesa ha sottolineato che viste le prove, si tratta probabilmente di un attacco biologico. Occorre pertanto prestare attenzione all’aspetto dell’ esercitazione biologicamente difensiva e rafforzare l’autorevolezza nazionale. Tali azioni sono legate alla sicurezza nazionale degli Stati, molti paesi lo stanno prendendo in considerazione e sono tra i doveri essenziali dei governi. Il tema dell’attacco biologico del coronavirus è oggetto di un attento esame da parte di varie autorità scientifiche e politiche, ad esempio anche in Russia e Cina. L’Iran, ovviamente, continuerà le sue indagini per dimostrare questa ipotesi e cercherà di prepararsi per eventi simili in futuro.”
A prescindere dalla fornitura di attrezzature mediche quali paesi hanno dimostrato maggiore vicinanza in questo frangente?
Sebbene la misura in cui i paesi contribuiscono ad affrontare questa crisi sia importante per la sua portata, dal punto di vista degli iraniani è essenziale che i paesi possano aiutarsi a vicenda in queste circostanze. Dobbiamo ringraziare i cinesi che come l’Italia hanno offerto ampi aiuti all’Iran, alcuni dei quali sono stati implementati e le attrezzature inviate sono giá in uso nel paese. Paesi europei e asiatici, nonché paesi limitrofi come Azerbaigian, Russia, Qatar, Uzbekistan, anche l’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Europa, Francia, Gran Bretagna e Germania hanno inviato aiuti all’Iran. Paesi come la Grecia e paesi del nord Europa hanno offerto aiuti ma stiamo tuttora cercando un meccanismo per trasferirli nel paese. Anche il Giappone ha fornito dei buoni aiuti, e sono stati offerti all’Iran ottimi aiuti, alcuni dei quali sono stati ricevuti e altri sono in corso di spedizione. Questi aiuti mostrano la solidarietà dei popoli del mondo con l’Iran che apprezziamo molto.”
Come state vivendo la situazione degli iraniani che vivono in Italia e che non posso lasciare il paese per raggiungere specie in questo periodo di capodanno iraniano le proprie famiglie?
I servizi consolari e diverse assistenze sono forniti dall’ambasciata iraniana a Roma e dal nostro consolato generale a Milano agli iraniani residenti in Italia. Le informazioni necessarie vengono fornite ai cittadini e ai passeggeri iraniani nel sito dell’ambasciata e nel cyberspazio. Sono state stabilite comunicazioni continue con gli iraniani residenti ed in particolar modo con gli student. Inoltre sono state fornite informazioni sui voli da Milano a Teheran per il rimpatrio dei passeggeri e per tutti coloro che sono interessati a tornare in Iran. Naturalmente le condizioni di quarantena in Italia si sono intensificate e gli iraniani rispettano queste restrizioni, nonostante il loro interesse di tornare l’Iran per il nuovo anno iraniano. In questo preferiscono non viaggiare e rimanere nelle proprie case.

Uaar: in Rai meno messe papali, più informazione scientifica

Pope Francis attends his weekly general audience, in Aula Paolo VI at the Vatican, Wednesday, at the Vatican on february 19, 2020. (Photo by Silvia Loré/Sipa USA) LaPresse Only italy 29165775 Pope Francis attends his weekly general audience, in Aula Paolo VI at the Vatican, Wednesday, at the Vatican on february 19, 2020. (Photo by Silvia Lor/Sipa USA) LaPresse Only italy 29165775 *** Local Caption *** 29165789

«Rai Vaticano, fiction religiose, una frequenza dedicata all’emittente dei vescovi, vaticanisti nelle redazioni, TG che aprono riportando affermazioni quasi sempre irrilevanti del papa. Ora anche la messa quotidiana su Rai 1. Mai come in questo momento il nostro paese meriterebbe un’informazione plurale, che valorizzi la ricerca, il confronto razionale su problemi e soluzioni e invece ciò che la Tv di Stato pensa di propinare a tutti è l’ossessiva promozione della religione cattolica». Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, commenta così l’annuncio, pubblicato sulle pagine social di Rai 1, che da oggi l’emittente trasmetterà ogni giorno alle 7 la messa celebrata da papa Francesco nella cappella del palazzo di Santa Marta.

«Siamo il Paese che alla scuola primaria riserva due ore all’insegnamento della religione cattolica, lo stesso tempo dedicato all’insegnamento della scienza. Almeno da adulti vorremmo uscire da questo condizionamento» prosegue Grendene.

Secondo il segretario Uaar, non è solo una questione di mancata pluralità, che di per sé sarebbe ragione sufficiente per criticare l’ennesimo inserimento nel palinsesto di un contenuto religioso e nella fattispecie cattolico. Ma di momento storico. «Gli utenti  – sottolinea Grendene – vogliono informazione, dati scientifici, vogliono capire cosa sta succedendo e cosa fare affinché non accada più. La Rai cosa fa? Offre conforto religioso monoconfessionale. Conforto che peraltro il papa può già diffondere urbi et orbi attraverso la Tv della Conferenza episcopale italiana. Usciamo da questa logica d’altri tempi, si privilegi l’informazione, l’approfondimento, si parli dei nodi politici che ci hanno condotto all’attuale situazione. Per scongiurare altre future pandemie rosari e preghiere servono a poco».

Quali strategie per affrontare l’inevitabile crisi economica

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 23 marzo 2020 Roma (Italia) Cronaca Emergenza Covid 19, la città vuota Nella foto : persone ad un incrocio Photo Cecilia Fabiano/LaPresse March 23 , 2020 Rome (Italy) News Covid 19 Emergency ,the lockdown In the pic : people in a crossroads

Mentre gli operatori sanitari cercano di arginare la piena dell’epidemia da Covid-19 il dibattito pubblico si sta occupando di questioni più o meno chiave per il futuro del nostro Paese. La discussione attorno alla tenuta dei conti pubblici è, però, quasi assente. Questa calma apparente è sorprendente. Certo, le cadute a ripetizione dei valori della borsa, e in particolare l’andamento dello spread, sono degli scricchiolii preoccupanti per chi osservi le dinamiche del mercato, ma il nostro sistema economico è molto più in bilico di quanto non appaia oggi sui giornali e in tv.

Cosa succederà? Non è possibile prevederlo esattamente. Sicuramente, come dicono molti, il mondo economico, come lo conoscevamo prima di questo febbraio, non sarà lo stesso quando finalmente usciremo da questa tragedia sanitaria e umana. La pandemia Covid-19 è la discontinuità che segna un passaggio di epoca e, se i numeri che ci arrivano dall’Asia sono veritieri, è chiaro che nella nuova fase le potenze economiche dominanti non saranno quelle occidentali.

Ma quello che dovrebbe interessarci di più nel breve periodo è come sia possibile tenere insieme una protezione sociale per tutti e la tenuta dei conti dello Stato. Ovviamente i vincoli di bilancio dei trattati europei, che per anni ci hanno condizionato, sono completamente da ignorare in questa fase. Ma il problema non eludibile è come sia possibile reperire il denaro necessario a dare protezione a tutti almeno per i mesi in cui saranno ancora necessarie forti restrizioni alle nostre normali attività.

È giusto appellarsi alle istituzioni europee, che dopo il clamoroso passo falso di Christine Lagarde, sembrano aver intenzione di giocare un qualche ruolo nell’arginare gli effetti economici distruttivi della pandemia. Alcuni economisti hanno suggerito un potenziamento dell’attività, già in corso, della Banca centrale europea, di acquisto di titoli di Stato. Attraverso la “monetizzazione del debito” gli Stati potranno spendere molto più delle loro entrate senza che il tasso di interesse sul debito pubblico diventi così alto da portarli al fallimento. Si tratta di una soluzione percorribile, con tempi incerti e solo se tutti gli Stati, anche quelli poco indebitati e per ora marginalmente colpiti dall’epidemia, accettano di dare questo mandato alla Banca centrale europea.

Mentre si attende di capire quali mosse metteranno in campo le istituzioni europee, non è possibile immaginare che l’Italia, ad oggi la più colpita dallo shock sanitario e gravata da uno dei debiti più insostenibili dell’eurozona, non predisponga strategie di risposta autonome.

Due approcci possibili ci spingono in direzioni diverse. Una strategia consiste nello scommettere sul fatto che sia immaginabile riavvolgere il nastro. Ripartire da dove ci siamo fermati. E poi nel lungo periodo fare tesoro degli errori fatti e aggiustare il tiro. La seconda strategia consiste invece nell’accettare una buona parte degli effetti della crisi in arrivo e provare a governarne soltanto alcuni aspetti.

Nel primo caso occorre che il più possibile gli attori del nostro sistema socioeconomico continuino a fare esattamente quello che facevano fino a ieri. Paghino l’affitto, le rette di asili che i loro figli non frequentano, non sospendano gli abbonamenti a palestre chiuse, saldino le fatture che gli sono state recapitate. Ottenere questo è molto difficile perché ci sono milioni di lavoratori autonomi e imprenditori che non hanno disponibilità di denaro sufficiente.

Un modo per facilitare un ritorno il più possibile indolore alla normalità è mettere in campo un reddito di base universale temporaneo. Una misura evocata anche da alcuni deputati nel Parlamento statunitense in questi giorni. Si tratta di un versamento mensile, uguale per tutti, che non dipende da nessuna condizione o caratteristica dell’individuo o della sua famiglia. Lo ricevono i ricchi come i poveri, i portatori di handicap e i giovani in salute. Per questo motivo il reddito di base universale è stato spesso criticato sotto l’aspetto dell’equità: non terrebbe conto delle differenze nei bisogni delle diverse persone.

Allo stesso tempo il fatto che sia versato a tutti senza bisogno di dimostrare alcuna condizione lo rende estremamente facile da mettere in funzione in una situazione di grave crisi. Occorre infatti tener conto del fatto che i tentativi di introdurre strumenti di protezione sociale basati su criteri di erogazione complessi si sono dimostrati molto difficili da realizzare in pratica nel nostro Paese (si pensi al reddito di cittadinanza ma si può andare in dietro fino al reddito minimo di inserimento sperimentato alla fine degli anni 90). Per questo motivo predisporre un reddito universale di base per i prossimi tre mesi, scommettendo sul fatto che questo sia un tempo sufficiente per tornare alla normalità, sembrerebbe una soluzione interessante.

La strategia alternativa consiste nell’accettare che questa crisi segna una discontinuità epocale nella struttura sociale ed economia del nostro Paese e provare a governarne soltanto alcuni aspetti. In questo caso si individuano i settori strategici che devono essere protetti, quelle imprese che hanno prospettiva di creare lavoro e ricchezza nel futuro, si interviene massicciamente per metterli al riparo dagli effetti del blocco della produzione e dalla riduzione della domanda. Le imprese, i lavoratori autonomi che operano in altri settori si lasciano andare incontro al loro destino, immaginando che chi è in grado di sopravvivere sia chi ha maggiori chance di giocare un ruolo positivo per il futuro del Paese. Ovviamente anche in questo caso ci sarà bisogno di allargare la platea di chi riceve protezione sociale, ma lo si fa con strumenti ordinari come il reddito di cittadinanza che, finalmente almeno in questa fase, dovrebbe avere il ruolo di strumento di protezione dalla povertà e non di sussidio di disoccupazione potenziato.

Quale delle strategie si scelga di perseguire è necessario reperire immediatamente risorse sufficienti a renderle sostenibili. Nel caso del reddito di base universale, ad esempio, ipotizzando di trasferire 600 euro al mese per ogni residente, valore simile alla nostra soglia di povertà, la copertura finanziaria necessaria per tre mesi è pari a circa 110 miliardi. Una cifra enorme rispetto a quanto stanziato ad oggi dal parlamento. Ma non una cifra irreperibile.

Ci sono alcuni strumenti che possono essere usati in casi straordinari come questo. L’introduzione di un’imposta patrimoniale una tantum pari all’1,2% del patrimonio netto delle famiglie italiane ad esempio darebbe un gettito sufficiente.

Anche in questo caso si tratterebbe di uno strumento con delle criticità sul lato dell’equità, una patrimoniale con un’aliquota fissa, uguale per tutti, potrebbe essere considerata iniqua. Chi ha 100 euro in banca subirà un prelievo di 1,2 euro, la stessa percentuale versata da un milionario. D’altra parte è importante sottolineare che, essendo incondizionato, il reddito universale di base corrisponderebbe ad ogni residente 1.800 euro in tre mesi. Soltanto le famiglie con un patrimonio netto superiore ai 150mila euro pro capite si troverebbero a versare più di quanto ricevuto in termini di reddito universale base. L’imposta, visto che si tratta di un intervento una tantum, che non sarà ripetuto in futuro, potrebbe essere rateizzabile rendendolo sostenibile per ogni famiglia, anche in condizioni particolari (il caso tipico è un basso reddito ma elevato patrimonio immobiliare).

Si tratta di una proposta insoddisfacente? La risposta dipende fondamentalmente dalle alternative. Esistono alternative credibili che non prevedano una rinegoziazione del debito italiano come avvenuto in Grecia? La monetizzazione del debito, invocata da molti economisti, da parte della Banca centrale europea è veramente una strada percorribile? Un aumento dell’Iva è un’alternativa preferibile?

Sicuramente occorre esplorare le strategie che possono essere predisposte e farlo ora. Attendere che si vedano gli effetti sull’economia reale è un atteggiamento suicida perché non esiste incertezza riguardo al fatto che gli effetti negativi a breve ci saranno.

* Paolo Brunori insegna Economia politica all’Università degli studi di Firenze

Le mele con le pere

Il Capo del Dipartimento della Protezione Civile Angelo Borrelli durante una conferenza stampa - Immagine dal sito http://www.protezionecivile.gov.it/

Ogni giorno assistiamo alla conferenza stampa del capo della Protezione Civile Angelo Borrelli. Una sorta di rito pagano dove al posto di ripetere mantra si ripetono numeri, snocciolati con tutta la burocrazia di cui sono capaci le istituzioni quando si impegnano a non lasciare trasparire nemmeno un briciolo di empatia. Poco male.

Su quei numeri si basa, in fondo, il sentimento quotidiano del Paese (se salgono si sprofonda in una certa disperazione se invece i numeri scendono si infonde un certo ottimismo) e, a quanto dice Conte, su quei numeri si basano anche le scelte della politica, soprattutto sul prendere o meno misure più restrittive. L’emergenza sanitaria ha trasformato la politica in passacarte del bollettino di guerra. Benissimo.

Ieri in un’intervista Borrelli ha detto che quei numeri non sono reali. Anzi: ha detto che «per ogni contagiato ufficiale ce ne sono 10 non censiti» e quindi il numero totale dei contagiati potrebbe essere dieci volte tanto, circa sui 600.000. In sostanza Borrelli dice che quei numeri su cui si basa tutto sono piuttosto sballati. Ma non è tutto.

Quei dati sono evidentemente anche sbagliati: come faceva notare ieri il vicedirettore de Il Post Francesco Costa: «In Emilia-Romagna ci sono 4.525 contagi rilevati e un tasso di letalità del 10,1 per cento; in Veneto ci sono 3.214 contagi rilevati e un tasso di letalità del 2,9 per cento. Nelle Marche ci sono 1.568 contagi rilevati e un tasso di letalità del 5,9 per cento; in Toscana ci sono 1.330 contagi rilevati e un tasso di letalità dell’1,7 per cento. Questo perché ogni regione va in ordine sparso, e ogni regione somma ai suoi buchi di rilevamento i diversi buchi delle altre regioni. Stiamo effettivamente sommando le mele e le pere».

A questo si aggiunge la differenza di tamponi da regione a regione che rischia di darci visioni parziali di dati parziali. Insomma, siamo messi così. Buon mercoledì.

Cosa si aspetta a fare il tampone a tutto il personale sanitario?

A patient in a biocontainment unit is carried on a stretcher at the Columbus Covid 2 Hospital in Rome, Monday, March 16, 2020. The new Columbus Covid 2 Hospital, an area fully dedicated to the COVID-19 cases at the Gemelli university polyclinic, opened today with 21 new ICU units and 32 new beds, in order to support the regional health authorities in trying to contain the pandemic. Sign at top in Italian reads "Admission COVID 19". For most people, the new coronavirus causes only mild or moderate symptoms. For some it can cause more severe illness, especially in older adults and people with existing health problems. (AP Photo/Alessandra Tarantino)

I fatti accaduti in Italia dall’inizio della pandemia permettono alcune considerazioni utili per meglio affrontare gli imminenti sviluppi. La Cina ci ha regalato oltre un mese di tempo prezioso per prepararci ad affrontare la tempesta; tempo che, non solo noi, abbiamo sprecato per una errata percezione del rischio pandemico. Parte di questo tempo è oggi disponibile e ancor più prezioso alle regioni del sud.
Palese oggi la deleteria intolleranza delle Regioni leghiste al coordinamento del governo centrale. Prove generali di quello che, in peggio, sarà il regionalismo differenziato. L’irresponsabile sciacallaggio politico ha eroso la fiducia nelle istituzioni e distorto la percezione del rischio; inevitabili le conseguenze sul rispetto delle regole emanate.
È oggi evidente il conflitto tra gli interessi economici e quelli di salute e la negazione dell’evidenza che è impossibile risolvere il problema economico se prima non si supera quello di salute. Emblematico il dramma di Bergamo: una diffusione velocissima, le voci inascoltate che chiedevano l’istituzione della zona rossa, i tentennamenti per non chiudere una delle aree più industrializzate del Paese per poi farlo quando la reazione a catena era ormai inarrestabile. I troppi morti in parte evitabili di oggi, l’ipocrisia, la memoria già corta, il silenzio. Non è tutta del virus la responsabilità dei convogli di camion militari pieni di bare; il virus ha fatto quello che gli è stato concesso di fare. Fatti perfettamente leggibili con una visione neoliberista, individualista e disumana della società.

Questa prima pandemia del mondo globalizzato, ci sta insegnando anche molte cose. La più sorprendente è che, pur essendo sostanzialmente univoche le modalità per affrontarla, vi sono delle differenze importanti nell’applicazione e nell’efficacia tra i paesi democratici e la Cina che democratica non è. Il riferimento è alle modalità di limitazione delle libertà personali, della privacy e dell’informazione. È fondata l’idea che le misure adottate in Cina non siano, con lo stesso rigore e negli stessi tempi, applicabili anche nei paesi occidentali. Le nostre lentezze decisionali sono dovute soprattutto alla necessità di una mediazione politica e sociale; cosa inesistente in Cina. Il problema reale è che il tempo richiesto da questa mediazione gioca a favore del virus traducendosi sempre in maggiori contagi e morti. È questo un “costo” della democrazia? Simile il discorso della limitazione temporanea della privacy (peraltro già gravemente minata dai social).

Da tempo i dati dei positivi e dei deceduti hanno suscitano perplessità. Il numero dei positivi dipende molto dal numero di tamponi effettuati e dalla tipologia di popolazione cui vengono fatti. L’Italia si è in genere attenuta alle disposizioni dell’OMS di effettuarli soprattutto a pazienti francamente sintomatici. In tal modo vengono però persi buona parte dei positivi che hanno sintomi leggeri (ma che infettano) e gli asintomatici (che infettano anche loro) rendendo inoltre molto difficile tracciare a ritroso la catena dei contatti. Tutto ciò comporta anche una notevole sottostima del contagio, inficia il calcolo della mortalità e non ostacola la circolazione del virus. Solo ora anche l’OMS e quindi anche l’Italia stanno rivedendo questa limitativa posizione.
Colpevole e dissennato è lesinare o negare il tampone agli operatori sanitari; già oggi sono circa 5mila i positivi e qualcuno dovrebbe smetterla con gli sterili complimenti rituali e ricordarsi che senza medici ed infermieri non si cura più nessuno. Almeno proteggiamoli.
Una pesante conseguenza di questo ormai non più corretto modus operandi è l’alta percentuale di pazienti soprattutto anziani che muoiono a domicilio senza aver mai fatto il tampone ma verosimilmente positivi ma che diffondono il virus e non sono conteggiati come positivi. Un uso più esteso dei tamponi consentirebbe anche il trattamento precoce dei positivi con riduzione degli aggravamenti e il ricorso all’ospedale. L’esperienza maturata ci indica oggi importanti correzioni: migliorare il territorio per far meglio lavorare l’ospedale.
Le crisi sono anche grandi occasioni di cambiamento. Il virus si è fatto strada nelle nostre debolezze; dipenderà anche da noi cambiare per scrollarcele di dosso.

Il lockdown rafforza lo strapotere dei big del digitale. E questa non è una bella notizia

A seguito della crisi del 2008 il nostro Paese perse quasi un quarto della capacità industriale, emersero nuove forze politiche e si affermò nuovo criterio di governabilità: lo spread. Anche l’Europa e il mondo da allora non furono più gli stessi. L’emergenza attuale si va a sommare a quegli sconvolgimenti ed è presumibile che il mondo di domani – dagli assetti europei alle catene globali del valore, fino alle questioni sanitarie e alla qualità della democrazia – sarà molto diverso da quello di ieri: se questo cambiamento avverrà in meglio, oppure all’insegna di un regresso sociale, dipende anche dalle scelte che verranno fatte in queste settimane.

Soffermandoci brevemente sui processi produttivi, l’aspetto più innovativo degli ultimi decenni è indubbiamente lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione. Molto è stato scritto su questo, ma è d’obbligo riprendere il tema: potrebbero essere queste le attività che usciranno rafforzate dai drammatici fatti di queste settimane.

Due eventi hanno indirizzato gli sviluppi di queste tecnologie. Il primo fu gli attentati dell’11 settembre 2001, a seguito dei quali le agenzie di intelligence utilizzarono le loro potenzialità per la prevenzione del terrorismo. Google e la Cia collaborarono per la raccolta e l’analisi dei dati, mente al contempo le leggi contro il terrorismo indebolirono le protezioni della privacy garantite dalla costituzione americana (una ricostruzione della vicenda è nel volume di S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss 2019). Il secondo fu la scoperta del valore economico delle informazioni ricavabili dalla rete, che da allora furono raccolte in modo massiccio. Questo portò ad una modifica del modello di business delle imprese del web, che abbandonarono l’idea della condivisione, per orientarsi verso lo sfruttamento del potenziale economico delle informazioni stesse. La predisposizione di algoritmi sempre più potenti, e la ricerca sull’intelligenza artificiale, ne uscirono rafforzate.

Un ulteriore fattore che ha favorito l’affermazione dei colossi della rete è l’immensa liquidità messa a disposizione delle autorità monetarie dopo la crisi del 2008. È questo un fattore poco analizzato, sul quale invece occorre riflettere. In un’epoca dove le grandi imprese multinazionali, anche tramite le loro società finanziarie, possono accedere a condizioni di favore alla liquidità delle banche centrali, mentre le piccole sono costrette a indebitarsi a tassi più elevati presso le banche private, si genera una grave distorsione della concorrenza: le prime pagano il denaro poco o nulla, le seconde rischiano di essere strozzate dalle contrazioni creditizie. Oltre che per il loro enorme giro d’affari, anche per questo Google, Facebook, Microsoft, Apple e in genere le grandi imprese dispongono di immense risorse finanziarie a bassissimo costo. Questo eccesso di liquidità gli consente di investire in un’ottica di lungo periodo, cosa che sarebbe meno conveniente se i tassi di interesse fossero più elevati.

Prendiamo il caso di Amazon. Potrà sorprendere, ma il servizio di consegne a domicilio, per il quale Amazon è famosa, è in predita. Non solo, ma Amazon sta anche estendendo queste attività, cercando di entrare di recente in Deliveroo. Ci si chiede perché un’impresa offra un servizio rimettendoci del denaro. Potrebbe farlo perché guadagna sulle informazioni che raccoglie grazie al servizio stesso, ma la spiegazione, purtroppo, è ben diversa: Amazon mira ad eliminare i concorrenti, conquistando così una posizione di monopolio. La chiusura delle librerie, ad esempio, gli fornisce un enorme potere sul mercato mondiale delle vendite, dunque anche su quello editoriale. Autori, editori e lettori, tra poco potrebbero non avere altra scelta che rivolgersi ad Amazon, facendogli di recuperare ampiamente le perdite che ora subisce.

Amazon, in sostanza, può attendere. Al contempo le piccole librerie sono quasi del tutto sparite. Già oggi, piuttosto che chiedere consigli al libraio e aspettare che il volume preferito arrivi in libreria, sempre più persone si lasciano guidare da oscuri algoritmi che interpretano le scelte passate, le incrociano con quelle di lettori dal profilo simile, e suggeriscono cosa leggere; il volume è poi comodamente consegnato a domicilio. Anche altri settori legati alle tecnologie informatiche, o che riescono a sfruttarle, stanno sostituendo le attività tradizionali. Pensiamo alla crisi della carta stampata, alla chiusura delle edicole, allo scontro tra Uber e i tassisti, a quello tra le strutture alberghiere e Airbnb, a Netflix, che dalla distribuzione di Dvd è passata alla produzione di film, a Spotify ecc.

Uniamo ora quanto detto fin qui con quello che osserviamo in queste settimane. Chiudono esercizi commerciali, mercati locali, cinema, palestre, teatri, librerie, bar, mentre le consegne via web hanno un’impennata. Anche musica e concerti, per alleviare questi giorni di solitudine, ci sono offerti tramite la rete. Passerà tutto questo? Si, certo, ma non è facile prevedere quante di queste attività possano riaprire.

L’attuale emergenza, in sostanza, potrebbe produrre una modifica irreversibile del panorama economico e sociale. È possibile inoltre che la globalizzazione subisca un arresto non superabile; le difficoltà di questi giorni nella circolazione delle merci e delle persone, infatti, si saldano con tendenze nazionalistiche e protezionistiche che da tempo covano in molti Paesi occidentali, cosicché, anche sotto questo profilo, è prevedibile che l’attuale emergenza sanitaria possa costituire uno spartiacque. Nell’insieme, le conseguenze di questi processi possono essere particolarmente gravi per un Paese esportatore come il nostro, dotato di una struttura produttiva basata su piccole e diffuse attività commerciali, artigianali e produttive, che potrebbero subire gravi danni dall’attuale congiuntura. Dipende da quanto durerà tutto questo, e dipende anche dalle politiche economiche che verranno attuate a loro sostegno.

Se un’attività chiude, non è scontato che, passata l’emergenza, possa facilmente riaprire. Gli shock economici possono generare effetti irreversibili di enorme portata. Queste settimane potrebbero dunque lasciare un deserto. Bisogna intervenire a protezione dei cittadini e delle imprese, considerando che questi eventi si accompagnano a conflitti anche violenti tra interessi, nazioni, aree geopolitiche, modelli industriali, modificando i rapporti di forza. Lo scontro che si profila all’interno dell’Europa sulle modalità di aiuto ai Paesi in difficoltà, come anche quello tra Stati Uniti e la Cina sulle responsabilità dell’epidemia, indica quanto questi eventi si intreccino con i conflitti geopolitici in corso. Tutto questo si intreccia peraltro al tema del potere delle imprese del web, i cui colossi sono decisivi per il potere degli Stati Uniti: oggi, e ancor più domani, chi controlla l’informazione controlla il mondo. Di qui il conflitto tra Cina e Stati Uniti sulla realizzazione della rete 5G, all’interno del quale, purtroppo, l’Europa ha poche carte da giocare.

Infine, come abbiamo ricordato, le attività delle imprese del web pongono sollevano gravi problemi di protezione della privacy. Conviviamo ormai con queste tecnologie, che vengono ampiamente usate nei settori più disparati. La letteratura sui rischi di un loro utilizzo improprio è ormai sterminata: ogni nostra interazione sociale, infatti, è tracciata e registrata, offendo un profilo completo di noi stessi sul quale non abbiamo alcun controllo. Nel contesto dell’attuale crisi sanitaria questo aspetto assume aspetti ancor più decisivi. La tecnologia, infatti, offre la possibilità di tracciare incontri e spostamenti, e dunque di individuare i potenziali percorsi dei contagi per contrastarli. Queste tecniche sono già state impiegate in Corea del Sud, Cina, Taiwan, Israele e Singapore, e il dibattito sul loro utilizzo è ormai in corso anche nel nostro Paese.

Se da un lato, indubbiamente, i tracciamenti si sono mostrati efficaci per contrastare l’epidemia, inquieta pensare ai rischi di un loro uso improprio per il controllo della società. È chiaro, ancora una volta, quanto queste tecnologie, dalle immense potenzialità in tutti campi, siano ormai sviluppatissime, e quanto sia necessario essere consapevoli che il nostro futuro – in termini di economia, cultura, salute e libertà individuali – dipenderà dall’uso che ne sarà fatto.

Anche la formazione dell’opinione pubblica e i processi democratici sono da tempo influenzati dal web. Vale di nuovo quanto abbiamo appena osservato circa il potere degli Stati Uniti sul mondo: chi controlla l’informazione controlla la società. Qualsiasi connubio oscuro tra imprese del web e il potere politico va dunque contrastato con ogni mezzo. È in questione la qualità della nostra democrazia. Purtroppo, e non da ora, troppi segnali indicano che si stia andando nella direzione opposta: in un frangente come l’attuale, il Presidente del Consiglio Conte si è rivolto per ben due volte al Paese (mercoledì 11 e sabato 21 febbraio) annunciando provvedimenti sempre più restrittivi sulle attività commerciali, le riunioni e gli spostamenti. Questi provvedimenti erano indubbiamente necessari, ma Conte, piuttosto che utilizzare le reti Rai, ha affidato i suoi messaggi a due dirette Facebook.

Inquieta vedere che, mentre il Parlamento è nell’impossibilità di riunirsi regolarmente, il capo del governo comunica per questa via provvedimenti limitativi delle garanzie costituzionali. Se la crisi del 2008 ci ha lasciato in balìa dello spread, non vorremmo risvegliarci domani da questo incubo governati da Facebook.

«Troppi tagli alla sanità e ai servizi pubblici». L’allarme delle donne spagnole

A patient, center, is transferred to a medicalised hotel during the COVID-19 outbreak in Madrid, Spain, Tuesday, March 24, 2020. For most people, the new coronavirus causes only mild or moderate symptoms. For some it can cause a more serious illness. (AP Photo/Bernat Armangue)

Non è solo una pandemia, è una delle più grandi crisi sanitarie e sta dimostrando tutta la fragilità del lavoro di assistenza e di cura. Questo coronavirus ha messo in evidenza in Spagna, come nel resto del mondo, il bisogno di un ripensamento sociale e pubblico del lavoro riproduttivo, quello che da sempre grava sulle donne, che vedono ancora di più il proprio tempo annullato dalle esigenze degli altri.

Così il movimento femminista Euskal Herria, Paesi Baschi, con un comunicato molto determinato, uscito in concomitanza con la dichiarazione dello stato di allerta sanitaria e con le prime misure di distanza sociale, ha chiesto di aprire un tavolo di discussione per affrontare la crisi della cura durante l’emergenza del coronavirus. «Attualmente è stato decretato lo stato di allarme e si è proceduto alla chiusura e al confinamento delle persone, ma non è stata data alcuna misura governativa per una risposta collettiva. È prevista solo una risposta individuale a questa emergenza. Vogliamo ricordarvi che no, che anche se siamo confinate nelle nostre case, l’organizzazione deve essere collettiva. Ne usciremo, solo se ne usciamo insieme».

E in meno di 48 ore, i partiti politici della sinistra dell’opposizione, i principali sindacati, gli agenti sociali e gli esperti di economia, violenza maschile, salute e politica pubblica si sono uniti al tavolo per una prima
riunione in forma telematica, per definire gli obiettivi della tabella di marcia e stabilire la metodologia e un programma di lavoro.
Le femministe spagnole pensano a come combattere il Covid-19 da una prospettiva di genere, già sapendo che nelle recenti crisi sanitarie il ruolo delle donne non solo è stato ignorato, ma meno dell’1% degli studi accademici prodotti successivamente sono stati dedicati allo studio di questo impatto.

«Anche se siamo confinate nelle nostre case, l’organizzazione deve essere collettiva. La violenza maschile non sarà messa in quarantena in questa crisi. Non serve a nulla uscire da questa crisi per rimanere gli stessi, è necessario cambiare il paradigma sociale». Le femministe non sanno più come dirlo che occorre cambiare il modello neoliberale imposto, basato sui mercati e sulla fiducia nell’autosufficienza individuale e iniziare a mettere al centro la vita materiale, una volta per tutte. «La nostra società ha vissuto centrata sui mercati e sulle logiche del consumo e ora ci accorgiamo che non siamo pronti a proteggere la vita delle persone».

Le donne spagnole hanno imparato dall’economia femminista che bisogna riconoscere che il lavoro considerato produttivo è sostenuto dal lavoro di cura, che non viene né riconosciuto né retribuito, e proprio per questo le femministe si impegnano a farlo uscire dall’invisibilità delle mura domestiche dove spesso è confinato.
C’è molta preoccupazione per alcune delle misure adottate, si pensa che possano aggravare questa crisi vissuta individualmente. Si resta a casa, per chi una casa ce l’ha, senza conoscere le misure di compensazione economica, vengono proibiti nuovi ingressi nelle case di riposo o nelle lunghe degenze, ma non viene detto come fare per assistere le persone non autosufficienti, non si parla di quei migranti senza diritto alla salute, ma spesso sono proprio le persone migranti a svolgere una quota sproporzionata del lavoro di assistenza, o non si parla della popolazione detenuta a rischio di contagio, o cosa può fare una vittima di violenza maschile, isolata e senza la possibilità di sottrarsi al proprio aggressore.

La consapevolezza del movimento femminista dei Paesi Baschi va oltre l’avvertimento dei rischi. Pensa sia necessario contare sulla rete di tutti i movimenti sociali per coordinarsi e dare una risposta efficace alla situazione che si sta vivendo. E come movimento femminista, si sentono pronte a individuare e coordinare questa risposta di fronte all’incapacità allarmante degli Stati e dei governi di vedere la dimensione strutturale dell’assistenza e del lavoro di cura.

Si legge nel documento: «Le ultime crisi hanno colpito la popolazione, soprattutto le persone più vulnerabili, a causa dei tagli alla salute e ai servizi pubblici. La società impoverita deve ora affrontare il collasso sociale perché non è pronta ad affrontare queste crisi bio-eco-politiche. Sarà inutile uscire da questa crisi per continuare così come siamo; è necessario cambiare il paradigma sociale».
Ecco perché c’è una sola via d’uscita dalla crisi causata dal Covid-19, che parte dal riconoscimento della centralità sociale dell’assistenza: maggiori e migliori servizi pubblici e la corresponsabilità dei diversi attori sociali nel fornire e ricevere assistenza in modo equo e dignitoso.

O la borsa o la vita

Workers wear masks at the Unilever factory where a 38-year-old working in the research and development branch fall ill with the new virus from China, in Casalpusterlengo, Northern Italy, Saturday, Feb. 22, 2020. A dozen northern Italian towns were on effective lockdown Saturday after the new virus linked to China claimed two fatalities in Italy and sickened an increasing number of people who had no direct links to the origin of the virus. (AP Photo/Luca Bruno)

Dietro la querelle tra Confindustria, i sindacati e il governo ci sono le persone. Persone vere. Nonostante qualcuno stia giocando (pericolosamente) a trasformare la polemica sulle troppe fabbriche aperte in una lotta di classe trattata come qualcosa di anacronistico in mezzo ballano 2,5/3 milioni di persone che si ritrovano costrette ad assistere alla guerra tra poteri (quello politico e quello economico) che come al solito schiaccia in mezzo gente che non può prendere pubblicamente le parti di nessuno perché è incastrata in una catena produttiva che è molto di più del suo semplice ruolo nella catena di montaggio.

Lì dentro ci sono persone che sono schiave del proprio reddito: schiave perché devono sottostare ai dettami di chi li gestisce anche se sono pericolosi e non in linea con i decreti governative. Persone che sono schiave del proprio reddito perché stanno appena sopra la soglia di galleggiamento di una dignità economica e non possono permettersi di alzare la voce. Persone che lavorano tutto il giorno sfidando la sorte (sì, la sorte, perché pregano di non essere infettati ma non hanno tutto quello che serve per non essere infettati) e poi rientrano a casa schivando gli abbracci dei propri famigliari lavandosi finché non gli si stacca dalla pelle tutta la giornata vissuta addosso.

Ci sono gli operatori di call center, ci sono gli impiegati e gli operai di aziende che furbescamente riescono a rientrare nei servizi essenziali anche se non sono essenziali per niente, ci sono le cassiere e i dipendenti dei supermercati che vengono trattati come carne da macello ma ci sono, soprattutto, quelli che saranno un’emergenza sociale dopo quella sanitaria: gente che non avrà più un lavoro.

Davvero a questi siamo arrivati a chiedere “o la borsa o la vita”? Davvero le disuguaglianze sperate che si nascondano sotto il tappeto in nome del virus? A me pare che la domanda risuoni già stonata così. Ma forse siamo tutti ipersensibili per colpa della clausura. Anzi, pensa che bello se fossimo tutti ipersensibili davvero con quelli che restano indietro.

Buon martedì.

«In famiglia abbiamo sette desaparecidos di cui due ritrovati: uno vivo e uno morto»

Il 24 marzo è l’anniversario del golpe civico militare che si consumò nel 1976 in Argentina. Esercito, gerarchie ecclesiastiche, quelli che oggi chiameremmo “poteri forti” economici e finanziari, P2 e multinazionali straniere (anche europee…) unirono le forze per attuare una politica basata sul terrore che venne definita a livello istituzionale ‘Processo di riorganizzazione nazionale’. Parte integrante del progetto furono i rapimenti, la tortura, le uccisioni e le sparizioni forzate dei “sovversivi”. Persone cioè che avevano la colpa di voler vivere in un Paese democratico, laico, rispettoso dei diritti di tutti senza distinzioni. In pochi mesi, dirigenti sindacali, studenti universitari e liceali, professori, giornalisti, religiosi, avvocati, medici, artisti, intellettuali, neonati figli dei “sovversivi”, a migliaia iniziarono a scomparire…

La storia di Hilario Bourg fa parte dell’Archivio desaparecido, un progetto di memoria attiva del Centro di giornalismo permanente. Attraverso queste video interviste – alcune delle quali saranno pubblicate anche sul sito e i canali social di Left – gli autori, Elena Basso, Marco Mastrandrea e Alfredo Sprovieri, intendono ricostruire con una lunga inchiesta giornalistica le biografie dei cittadini italiani scomparsi durante gli anni delle dittature sudamericane degli anni ’70 e di chi è arrivato nel nostro Paese da esule politico. Le loro storie saranno contenute in un archivio multimediale libero e aperto a tutti. Per poterlo creare hanno aperto una raccolta fondi su Produzioni dal Basso: http://sostieni.link/24307

 

In cerca di Ana Libertad

(Dal libro “Figli rubati” di Federico TulliL’Asino d’oro edizioni, 2015)

Verso le ore 21 del 23 febbraio 1977, undici mesi dopo che una giunta militare aveva preso il potere in Argentina, scatenando quella ‘guerra sporca’ che fece conoscere al mondo il fenomeno dei desaparecidos, un commando di uomini armati e in divisa attaccò improvvisamente con gas e lacrimogeni uno studio dentistico a La Plata, una tranquilla cittadina a circa 60 chilometri da Buenos Aires, al cui interno si stava svolgendo una riunione tra attivisti del Partito comunista marxista leninista (Pcml). L’azione militare durò pochi minuti; secondo la testimonianza di alcuni vicini si concluse con la cattura di sei persone costrette a uscire dall’appartamento per via dell’aria irrespirabile. Héctor Carlos Baratti, Elena de la Cuadra, Eduardo Roberto Bonín, Pedro Campano, Norma Estela Campano de Serra e Humberto Luis Fraccarolli Molina vennero caricati a forza su delle camionette, incappucciati e portati via velocemente verso il V Commissariato cittadino.

In un giorno imprecisato di luglio dello stesso anno, Alicia (Licha) Zubasnabar de la Cuadra trovò un biglietto sotto la porta dell’appartamento in cui viveva a La Plata: «16/6 la signora ha avuto una bambina, non si sa dove sia la bambina, i genitori stanno bene, de la Cuadra» scriveva un anonimo confermando così ad Alicia e al marito Roberto che la loro figlia Elena, rapita al quinto mese di gravidanza e di cui non avevano più avuto notizie, aveva partorito.

La famiglia di Roberto e Alicia de la Cuadra era stata già duramente colpita dalla repressione. Il 2 settembre 1976, Roberto José, fratello di Elena e anch’egli membro del Pcml, era stato rapito in casa dei genitori. Sempre nel 1977 era stata la volta del marito di Estelita, sorella di Elena e Roberto José, Gustavo Fraire, e del cognato, Juan Raúl Bourg, e della moglie, Alicia Rodríguez Saenz. L’arresto di Gustavo costrinse Estelita a un esilio rocambolesco verso l’Italia dove viveva un altro fratello, Luis Eduardo: passò attraverso il Brasile dove entrò con suo padre, fingendo di essere una coppia di turisti. Poco dopo dovettero fuggire dall’Argentina anche l’altra sorella Soledad e il marito Carlos Horacio Bourg, fratello di Juan Raúl. Due giorni dopo il rapimento di Elena i suoi genitori cominciarono a cercarla e presentarono immediatamente una richiesta di habeas corpus all’autorità giudiziaria senza alcun esito. Non ebbero fortuna nemmeno su intercessione della Chiesa cattolica locale. Il loro colloquio con il vicario militare Emilio Teodoro Grasselli, che gli confermò l’arresto di Elena, fu descritto nel 2011 da Estelita de la Cuadra nel corso del processo contro il Piano sistematico di appropriazione dei bambini, leggendo alcuni appunti presi dal fratello Roberto durante l’incontro. Grasselli «dice che Elenita sta bene e che si trova vicino La Plata», lesse la sorella Estelita davanti ai giudici. «Dopo di che il vicario militare consigliò di interrompere le ricerche e di tornare alcuni giorni dopo. Forse avrebbe potuto aiutarli ad avere ulteriori notizie».

Ma quello di Grasselli era solo un modo per liberarsi in fretta di due persone disperate. Figura ambigua, il prelato per anni era stato fedele segretario di quel cardinale Antonio Caggiano che nel 1961 aveva firmato la prefazione di un libro di Jean Ousset, leader del gruppo della Cité catholique e teorizzatore della violenza cristiana contro i pericoli del marxismo leninismo. Secondo molte testimonianze, compresa quella di Estelita de la Cuadra, monsignor Grasselli aveva creato un ufficio nella cappella Stella Maris a Buenos Aires in cui riceveva i familiari dei desaparecidos. Accanto ai nomi dei morti aveva segnato delle croci, e molto probabilmente Elena era ancora viva quando il vicario parlò con Roberto e Alicia; ma da lui non seppero più nulla. Grasselli si adoperò anche per far fuggire all’estero molti ricercati e loro parenti; ma il fatto che procurasse dei biglietti aerei intestati al conto corrente della marina militare, unito alle informazioni sulla sorte dei desaparecidos, faceva pensare a un suo stretto legame con i loro assassini e torturatori. Un doppio registro molto diffuso tra le autorità ecclesiastiche argentine. E non era un caso che la Stella Maris fosse attigua al quartier generale della marina; proprio dove peraltro si trovava l’ufficio dell’ammiraglio Emilio Massera, uno dei capi della giunta. «Monsignor Grasselli», chiosa Estelita, «era uno che si divertiva a dare false piste ai familiari, pronunciando frasi del tipo: ‘Signora, corra a casa ché suo figlio è là che l’aspetta’. Cosa che poi non era vera».

Il 28 ottobre 1977, mentre Alicia Zubasnabar de la Cuadra sfilava con le prime madri di desaparecidos in Plaza de Mayo a Buenos Aires davanti alla Casa Rosada, sede del palazzo presidenziale, suo marito fu ricevuto da padre Jorge Mario Bergoglio, all’epoca provinciale dei gesuiti argentini. Poco tempo prima avevano ricevuto da Luis Velasco, un sopravvissuto del V Commissariato di La Plata (fratello del ct della nazionale italiana di pallavolo pluricampione del mondo, Julio Velasco), la conferma che il 16 giugno Elena aveva partorito una bimba: Ana Libertad.

[prosegue su “Figli rubati”]