Home Blog Pagina 515

Per la destra italiana è stata proprio una settimana nera

Non ci sono più i bei tempi di una volta. Quelli in cui la destra neofascista marciava sfidando divieti prefettizi e promettendo mazzate ai compagni. Prendi quell’aprile di Milano. In rete, basta digitare “Giovedì nero”, che subito dopo il crac finanziario di Wall Street del 24 ottobre 1929, salta fuori il crac neofascista del 12 aprile 1973.

Quel giorno, a Milano, ci rimise la pelle il 22enne agente Antonio Marino. I feriti furono 35 (26 delle forze dell’ordine), 64 i fermi, 11 gli arresti. Fra gli oratori della manifestazione di estrema destra, oltre al condottiero neofascista Ciccio Franco, quello della rivolta del 1970 a Reggio Calabria dei Boia chi molla, anche il capelluto e mefistofelico segretario generale del Fronte della Gioventù, ossia il sempre esuberante Ignazio La Russa, figlio del senatore missino Antonino. All’epoca, colui che diventerà il ministro della Difesa del IV governo Berlusconi, fu perfino immortalato da Marco Bellocchio in un suo film (Sbatti il mostro in prima pagina) mentre aizzava la piazza contro il pericolo comunista.

Altri tempi. Tempi segnati dal furore del piombo e delle stragi. Oggi, per fortuna, le esibizioni delle destre radicali (si scrive così ma si legge neofasciste) si svolgono su una cifra macchiettistica. Oggi, la destra radicale (si scrive così ma si legge neofascista) incassa i permessi prefettizi. E in mancanza di forze dell’ordine o di compagni con cui fare a mazzate, lo fa da sé, in una sorta di orgia onanistica della violenza: battendosi cioè fra sé e sé. Per meglio dire: fra sé contro sé.

I Ragazzi d’Italia (si scrive così ma si legge neofascisti con sede a Brescia), ultras di fede calcistica (del Varese, dell’Inter, del Cesena e del Verona, della Lazio e della Roma) e Forza Nuova, si sono contrastati in una sorta di rivendicazione di primogenitura cesarista, con tanto di diritto o meno a parlare, come parlare, quando parlare. È successo infatti che l’annunciata adunata nera al Circo Massimo sia finita a schifìo, per dirla con Nino Manfredi.

Al comune grido di «Innalziamo il tricolore! Italia libera! Lotta per la giustizia sociale! Stiamo arrivando!» s’era organizzata l’ennesima marcetta romana, dopo quella del 2 giugno scorso col gotha della destra italica che aveva visto uniti (si per dire) Meloni, Salvini, Tajani. Nell’occasione, il papeetiano – in totale crisi d’astinenza da selfie – s’era finalmente sfogato, rigorosamente senza mascherina.

Esaltato da tutte quelle dimostrazioni d’affetto, per quegli slogan così commoventi, l’ex titolare dell’Interno s’era poi sentito titolato ad andare a Napoli a deporre un fiore e a offrire una di quelle preci che non risparmia nemmeno agli studi televisivi, sul luogo dove il poliziotto Pasquale Apicella era rimasto ucciso nello scontro fra la sua volante e il furgoncino dei rapinatori che avevano tentato una rapina in banca. Fiori e preghierine a mani giunte da chierico fedelmente ripresi da telecamere e telefonini a miglior vantaggio di tg e social, che tuttavia non sono bastati a non farlo cacciare via in malo modo dai napoletani per la poco nobile speculazione sulla morte di quell’agente (come testimoniato da diversi video).

Non un fiore né una Salve Regina, ma nemmeno mezzo vocalizzo da parte dell’ex invocatore dei «pieni poteri» per quelle forze dell’ordine bersagliate al Circo Massimo dalla violenza nera dei suddetti contendenti esibitisi in una curiosa interpretazione della dialettica hegeliana. Alla tesi di Simone Carabella (Curva Sud Roma, fra i suoi titoli): «Coi giornalisti io parlo quanno me pare»; seguiva l’antitesi di Giuliano Castellino (Fn): «No, tu nu’ parli»; con la sintesi: ‘na pizza ‘n faccia. Il tutto sotto le trionfanti note wagneriane della cavalcata delle valchirie. A Casa (Pound) ridono ancora. (E ce n’hanno bisogno d’una ventata d’allegria, poveretti, ché «c’è poco da ride’» – per dirla alla Verdone – dopo il dispiacere di quel provvedimento di sgombro).

Insomma, per le destre, mala tempora currunt (sed peiora parantur?): dalla marcetta della destra parlamentare nel giorno della festa della Repubblica (italiana, non sociale) non c’è pace per i cuori neri. La sfiga s’è accanita prima contro il triumvirato Meloni-Salvini (sì, vabbé, c’era pure Tajani), mortificandolo con un clamoroso flop, poi contro le tartarughe poundiane con tanto di sgombero (come non bastasse l’affronto di un anno fa della rimozione del nome in rigorosi caratteri romani ripresi dal fascismo), poi contro i cuori neri convenuti al Circo Massimo in una ennesima rappresentazione barbina urbi et orbi.

L’epilogo dei giorni neri è stato infatti il peggiore che si potesse immaginare, segnato com’è stato non dalla comunicazione di un preciso e dettagliato programma antagonista alle politiche governative, ma dalle papine. Non dalla forza della ragione, ma dalle ragioni della forza (in ciò, bisogna tuttavia riconoscerne la coerenza). Incipit è stato il contrasto/contatto fra Simone Carabella e Giuliano Castellino (poi le forze dell’ordine e i giornalisti sono stati, coerentemente, presi a sassate).

Per i meno edotti della raffinata galassia neofascista romana, ricordiamo i tratti specifici dei due cuori neri che invece di battere all’unisono si sono battuti fra loro. Simone Carabella è noto per i suoi tuffi nel Tevere a ogni capodanno, per la sua attività anticomunista sui social, per quella antimigranti per strada, per le sue dotte argomentazioni NoVax, e altre opere meritorie di siffatta natura che non potevano sfuggire a Giorgia Meloni: con un pedigree così blasonato, la capa dei fratellini non poteva che candidarlo – almeno – alle elezioni regionali del Lazio. L’altro, Giuliano Castellino, è dirigente romano di Fn, oltre a essere noto per molteplici contrasti con le forze dell’ordine costatigli alcune condanne (su di lui pende l’accusa per un’aggressione ai giornalisti dell’Espresso a gennaio 2019, per cui il Pm ha chiesto una condanna a sei anni, nonché per truffa in un altro procedimento, perché avrebbe sottratto 1,3 milioni di euro al Sistema sanitario nazionale insieme all’imprenditore Giorgio Mosca, ndr).

Le tifoserie dei due opposti estremismi nonostante il medesimo cromatismo politico, sono quindi entrate in azione pro domo proprio leader, e quando si sono accorti della cazzata, cioè che si stavano menando fra loro, hanno rivolto l’aggressione – manco a dirlo – verso i giornalisti nonostante le loro – giuste – vibranti proteste da Shel Shapiro («Che colpa abbiamo noi?»). Nel frattempo, la polizia s’era incazzata. E aveva cominciato a vibrare i manganelli, dopo essere stata presa pure lei a sassate e bottigliate.

A mezzo migliaio di chilometri stradali, ma ad anni luce di distanza politica, si svolgeva a Milano una manifestazione antigovernativa organizzata da alcuni sindacati di base unitamente a sigle della sinistra antagonista, che coinvolgeva 5mila persone. Una protesta sfilata in via Larga, cioè non a caso sotto il naso di Assolombarda, e conclusasi in piazza del Duomo, dove, oltre a fare la conta di quelle che per loro erano le politiche troppo filo confindustriali del governo Conte, venivano rilanciate le richieste di maggior tutela del lavoro sul fronte della sicurezza, visto che di lavoro si continua a morire. Il tutto, pacificamente.

Due diverse interpretazioni del dissenso, insomma, anche se in linea con le diverse genesi e le ancor più diverse palingenesi. Genesi e palingenesi che segnaliamo – laddove ce ne fosse bisogno – alla ministra Lamorgese semmai volesse emulare tal suo collega Paolo Emilio Taviani, che proprio in quel 1973 dalle effervescenze neofasciste summenzionate, sciolse Ordine Nuovo per il suo palese richiamo al fascismo (lo stesso di CasaPound, Forza nuova e similaria, insomma).

Appalto a sua insaputa

Una nuova fiammante storia arriva dalla Lombardia del duo Fontana & Gallera e questa volta si impiglia tra le pieghe dei parenti del presidente, più precisamente nelle pieghe di bilancio della Dama spa che appartiene – tramite Divadue srl – per il 10% a Roberta Dini (moglie di Attilio Fontana) e per il resto delle quote – tramite una fiduciaria svizzera – a suo fratello Andrea Dini.

Il 16 aprile Regione Lombardia tramite l’agenzia regionale pubblica degli acquisti Aria spa acquista dalla moglie e dal cognato di Fontana camici per un valore di 513mila euro. I bravi giornalisti di Report (la puntata andrà in onda stasera) chiedono spiegazioni al cognato di Fontana: quello prima risponde che «non è un appalto, è una donazione. Chieda pure ad Aria, ci sono tutti i documenti» e poi si corregge aggiungendo che «effettivamente, i miei, quando io non ero in azienda durante il Covid, chi se ne è occupato ha male interpretato, ma poi me ne sono accorto e ho subito rettificato tutto perché avevo detto ai miei che doveva essere una donazione».

Dal canto suo il presidente Fontana, ha annunciato, tramite un comunicato, una querela nei confronti del Fatto quotidiano che ha anticipato il contenuto dell’inchiesta di Report, e ha diffidato la trasmissione di RaiTre «dal trasmettere un servizio che non chiarisca in maniera inequivocabile come si sono svolti i fatti». Nella nota Fontana ha ribadito la sua «totale estraneità alla vicenda» e ha precisato di aver «già spiegato per iscritto» agli inviati di Report di non sapere «nulla della procedura attivata da Aria spa» e di non essere «mai intervenuto in alcun modo». Ed ecco la replica di Ranucci (Report): «Non vedo proprio perché non dovremmo andare in onda. In fondo raccontiamo un bel gesto. Senza di noi e senza il Fatto Quotidiano nessuno avrebbe infatti saputo che l’azienda del cognato del presidente della Lombardia ha donato ai suoi cittadini materiale sanitario. E dal momento che Fontana dice di essere all’oscuro possiamo dire che tutto sia avvenuto a sua insaputa, sia in Regione che in casa. Insomma credo debba ringraziarci. Se non ce ne fossimo occupati noi avrebbe continuato a non sapere nulla».

In effetti a fine maggio risultano stornati i soldi con una nota d’accredito ma risulta piuttosto significativa la risposta di un appalto a sua insaputa che aggiunge un nuovo capitolo all’insaputismo dei nostri politici – alcuni dei quali negli anni hanno ricevuto appartamenti, favori, scambi e ogni volta ci hanno spiegato che non possono controllare tutto.

L’insaputismo del resto è lo stesso male che attanaglia quelli che continuano a concedere le piazze ai fascisti stupendosi poi che si comportino da fascisti oppure quelli che soffiano sulla violenza e poi si stupiscono della violenza oppure quelli che a sua insaputa hanno messo i malati in mezzo agli anziani delle Rsa.

Bisognerebbe scrivere una nuova legge morale: se qualcuno a sua insaputa è stato gravemente inopportuno allora è troppo superficiale per ricoprire un incarico pubblico. Solo così, forse, si potrebbe sconfiggere il virus dell’insaputismo che infesta la storia politica d’Italia.

Buon lunedì.

Di cosa abbiamo bisogno per sostenere il lavoro

Foto Marco Alpozzi/LaPresse 17 Marzo 2020, Govone (CN), Italia Cronaca Gli stabilimenti della Miroglio Group a Govone dove si produce il tessuto per le mascherine che verranno poi confezionate nello stabilimento di Alba Nella foto: Operai a lavoro nello stabilimento di Govone Photo Marco Alpozzi/LaPresse March 17, 2020 Govone (CN) - Italy News The Miroglio Group plants in Govone where the fabric for the masks is produced which will then be packaged in the Alba plant In the picture:People at work in the Govone plant

Quello che stiamo vivendo è un tempo inedito, che resterà nella storia per la sua eccezionalità. Abbiamo affrontato e stiamo ancora affrontando in tutto il pianeta quella che molti hanno definito una guerra, inedita anche questa, sotto forma di pandemia. Una pandemia da Covid-19 che ci ha colti impreparati, in Italia come in molti altri Paesi del mondo e abbiamo assistito alla più grande sospensione delle attività produttive che si possa ricordare. Neanche la guerra, quella combattuta tra popoli, era arrivata a tanto.

E questa straordinarietà ha prodotto conseguenze che lasceranno un segno profondo – in termini di vite umane il prezzo pagato è stato altissimo – anche nel tessuto economico e sociale. Una di queste conseguenze è il ricorso agli ammortizzatori sociali sui quali come Centro studi Lavoro&welfare ci siamo concentrati sistematizzando ed elaborandone alcuni.

Il picco assoluto di Cassa integrazione (Cig), dopo la crisi del 2008, si è registrato nel 2010: quasi 1 miliardo e 200 milioni di ore. Per avere un’idea della gravità della crisi che stiamo vivendo vale la pena concentrarsi sui dati relativi al mese di aprile 2020: le ore sono state 772 milioni. Se questo trend dovesse rimanere fino alla fine dell’anno avremmo, da maggio a dicembre, circa 6 miliardi e 200 milioni di ore, alle quali aggiungere gli 835 milioni di ore dei primi 4 mesi dell’anno: totale, 7 miliardi di ore previste per il 2020. Numeri che fanno paura. Proviamo però a fare esercizio di ottimismo: confidando nel calo di un ricorso alla Cig nei prossimi mesi, abbiamo applicato uno sconto (progressivo) medio del 50% sull’utilizzo delle ore, considerato l’avvio della Fase 2. Risultato, circa 3,5 miliardi di ore totali: 3 volte tanto il picco del 2012. Se così fosse, sarebbe comunque una ecatombe. Questi dati possono essere sovrastimati soltanto a una condizione: che ci sia una ripresa produttiva a razzo, che non è all’orizzonte, oppure un calo drastico nell’utilizzo della Cig: un calo superiore al 50% che abbiamo ipotizzato rispetto al dato registrato nel mese di aprile. In questo scenario, il calo sarebbe dovuto però all’aumento dei licenziamenti e della disoccupazione. Dalla padella alla brace. Proviamo ad applicare…

Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro, è presidente dell’Associazione Lavoro&welfare, e componente del Cda di Inail

Larticolo prosegue su Left in edicola dal 5 giugno

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Gli artigli di Netanyahu sulla Valle del Giordano

TOPSHOT - Israeli soldiers take aim as Palestinian demonstrators take part in a protest against the annexation of the Jordan Valley, in the village of Tammun, east of West Bank village of Tubas, near the Jordan Valley, on February 29, 2020. (Photo by JAAFAR ASHTIYEH / AFP) (Photo by JAAFAR ASHTIYEH/AFP via Getty Images)

La casa nel villaggio di Fasayel, ricostruita con mattoni di fango dagli abitanti e tanti attivisti palestinesi e internazionali a darsi il cambio, è una piccola oasi di felicità nel cuore della Valle del Giordano. Luogo di incontro, dibattito, lavoro volontario. Di pranzi condivisi e chiacchiere. È la sede del Jordan valley solidarity (Jvs), il comitato popolare locale che da anni difende le comunità da demolizioni di case e stalle, confische, divieto ad accedere all’acqua.

Con il tempo il Jvs si è allargato, ha aperto un’altra sede a Tubas, nel nord della Valle. E ha costruito case in mattoni di fango per centinaia di famiglie che hanno subito una demolizione da parte dei bulldozer dell’esercito israeliano.

La Valle del Giordano è un luogo simbolo, modello dell’occupazione militare: un tempo rigogliosissima (basta gettare uno sguardo oltre il fiume Giordano, verso le terre giordane verdissime, per capirlo), è oggi un semi-deserto. Gli unici sprazzi di alberi e verde sono le colonie agricole israeliane che costellano l’intera fascia di territorio. Ai palestinesi è vietato usare l’acqua che, generosa, scorre sotto i loro piedi. Devono comprarla dalla Mekorot, l’azienda israeliana che si appropria di risorse altrui e le rivende a prezzi maggiorati. Lavorare la terra diventa esercizio affatto remunerativo vista la concorrenza dei prodotti delle serre israeliane che l’acqua la ricevono gratis e pagano una miseria i palestinesi che ci lavorano senza contratto.

Un tempo casa per 300mila palestinesi, oggi la Valle è svuotata. Ne restano 60mila, dopo un costante trasferimento forzato da parte dell’occupazione, sotto forma di mancanza di lavoro, sottrazione delle risorse naturali, assenza di servizi. In tanti si sono spostati verso le grandi città, Gerico, Tulkarem, Nablus. Verso l’area A (secondo gli Accordi di Oslo del 1993 sotto il controllo civile e militare dell’Autorità nazionale palestinese, Anp), perché la Valle del Giordano è per il 90% area C (sotto il controllo civile e militare israeliano): 2.400 km quadrati in cui i palestinesi sono sottoposti all’autorità israeliana per costruire una casa, una stalla, un pozzo, una scuola, per aprire un’attività.

Ora su questo pezzo di Palestina si allunga l’ombra spettrale del piano di annessione israeliano. Dopo il giuramento del governo Netanyahu-Gantz, a metà maggio, la scadenza del primo luglio immaginata dal…

Larticolo prosegue su Left in edicola dal 5 giugno

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Gli infiniti mondi di Giovanna Garzoni

«Le donne son venute in eccellenza di ciascun arte ov’hanno posto cura», scriveva l’Ariosto.
Dalla seconda metà del ’500 cominciarono ad emergere per la prima volta artiste indipendenti. Come lo fu certamente Giovanna Garzoni, che troviamo già citata nel 1648 dal biografo d’arte Carlo Ridolfi nel suo Meraviglie dell’arte. Nata nelle Marche, giovanissima, con il fratello Mattìo approdò a Venezia dove studiò pittura con il pittore Tiberio Tinelli. Costretta a sposarlo riuscì a far annullare il matrimonio due anni dopo, sostenendo di aver fatto voto di castità.

In cerca della propria libertà, avendo studiato canto e musica, Garzoni (1600-1670) riuscì a farsi strada da sola, diventando un’artista molto contesa dalle corti dell’epoca. Dalla sua aveva un talento poliedrico di miniaturista, ritrattista, pittrice di nature morte e, sempre più, con l’avanzare degli anni, stimata illustratrice scientifica attenta allo studio della natura e dei suoi mutamenti, sulla strada aperta da Leonardo. Attenta alla concretezza, osservava a lungo i dettagli di frutta, fiori e insetti anche con la lente di ingrandimento. Poi con tocco minuto e poetico li ricreava su tela o su pergamena raccontando, attraverso il vibrare di una foglia e la fragile bellezza di una farfalla, il ciclo della vita, in composizioni luminose che suscitano riflessioni sul trascorrere del tempo, ben più delle oppressive ed eccentriche Vanitas che nel Seicento controriformista erano costellate di teschi come religioso memento mori. In un’epoca in cui la Chiesa di Roma sosteneva il culto delle immagini contro l’iconoclastia protestante, Giovanna Garzoni si legò piuttosto alla committenza laica dei Savoia, dei Medici e di contesse e di regine che adoravano i suoi ritratti e la sua raffinata ricerca visiva, che l’aveva portata a studiare calligrafia e a interessarsi di arte Ming attraverso le sete e porcellane che arrivavano dall’Oriente…

Larticolo prosegue su Left in edicola dal 5 giugno

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

L’età dell’incertezza

Schoolchildren wearing protective face masks line up before entering Claude Debussy college in Angers, western France, on May 18, 2020 after France eased lockdown measures to curb the spread of the COVID-19 pandemic, caused by the novel coronavirus. (Photo by Damien MEYER / AFP) (Photo by DAMIEN MEYER/AFP via Getty Images)

Fase 2: possiamo uscire! Ma, possiamo uscire? E dalle pagine dei giornali affiorano parole vuote scritte dalla mano degli adulti che hanno bisogno di definire, inquadrare l’adolescente in una categoria ben precisa.

E leggiamo: i ragazzi restano chiusi in casa, hanno la sindrome della tana, confondono il giorno con la notte come i vampiri. Al contrario sono incoscienti e irresponsabili, ricominciano la movida e gli assembramenti. Gli adulti hanno la necessità di avere delle certezze.

Forse perché l’incertezza è veramente qualcosa di insostenibile. E cerchiamo nel dizionario “Incertezza”: conoscenza insufficiente o non del tutto fondata di un fatto. Dubbio: stato soggettivo di incertezza, da cui risulta un’incapacità di scelte essendo gli elementi oggettivi considerati insufficienti a determinarle in un senso piuttosto che in quello opposto.

«Confondere il dubbio con l’incertezza … Può significare impedire all’uomo l’acquisizione di un sapere per separazione e impedire all’uomo di liberarsi dal sapere imposto-accettato per ammirazione o per furto del pensiero altrui» (Massimo Fagioli, Teoria della nascita e castrazione umana, 1975, L’Asino d’oro ed., 2012)

L’adolescenza di per sé è crisi, separazione. E la parola crisi ha in se stessa una visione temporale dell’uomo, cioè una dimensione che comprende un prima e un poi. Cioè c’è bisogno di un tempo. Un tempo necessario per separarsi dal mondo dell’infanzia. Incertezza e tempo.

E l’incertezza fa parte dell’adolescenza, in particolare un’incertezza non nel rapporto con la realtà, con le cose materiali che sono in gran parte acquisite, quanto nel rapporto interumano. In particolare nei primi amori con la scoperta della sessualità.

Forse in questa fase 2 tutti noi e, in particolare gli adolescenti, dobbiamo…

Questo articolo introduce il “Forum adolescenza” e prosegue su Left in edicola dal 5 giugno

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

C’è una possibilità di ripresa in fondo al tunnel, anche per la Spagna

L’Europa ha deciso di sporcarsi le mani e ha svelato il piano per la ripresa economica, una proposta che, se approvata così come è stata formulata, significherebbe uno scostamento dalla linea liberista con cui si affrontò la crisi finanziaria del 2008.

Il meccanismo prevede che l’Ue raccolga 750 miliardi dai mercati – attraverso le banche – e ne distribuisca due terzi sotto forma di sovvenzioni non rimborsabili per i singoli Paesi membri e i restanti 250 miliardi elargiti attraverso prestiti. È il NextGenerationEu, a parole basato su priorità tematiche green e digitali, con una entità di cifre che fa pensare ad un impegno distribuito con larghezza, lontano dall’idea di riscatto economico basato sullo scambio di soldi in cambio di tagli alla spesa sociale in pensioni, salari, sanità e istruzione che ha rovinato la Grecia.

La svolta appena delineata, ora dovrà essere approvata dal vertice dei capi di Stato e dai governi, un consenso che sembra meno complicato da ottenere dopo l’avvicinamento di Germania e Francia, ma è un beneplacito comunque da strappare, vista l’opposizione dei Paesi nord europei, più conservatori dal punto di vista economico, spalleggiati dai Paesi dell’est. Quindi ci sarà resistenza a separarsi da quelle politiche liberiste che hanno prodotto negli anni, non solo in Europa, ingiustizie sociali. Sarebbe sbagliato ora non contribuire a sbaragliare queste resistenze, rifugiandosi in quello scetticismo paralizzante, che spesso orienta a sinistra.

Contenuti e quantità della proposta enunciata al parlamento europeo sono noti. È stata anche segnata la strada su cui indirizzare le tante risorse che si intendono mobilitare, promuovendo fiscalità ambientale e transizione ecologica. C’è consapevolezza che non si avranno risultati in tempi brevi e per non lasciare indietro nessuno è necessaria una visione solidale che garantisca sostegno a chi il lavoro l’ha perso o lo perderà per questa crisi, o a chi il lavoro già non l’aveva. Non si sarebbe arrivati fin qui senza l’iniziativa politica prodotta dall’alleanza di intenti tra Spagna, Italia e Portogallo.

In un Paese come la Spagna, promotrice di questa soluzione, le forze politiche e sociali non si sono mai appassionate allo scontro se ricorrere o meno al Mes, anzi la coalizione di governo ha considerato un primo risultato della propria iniziativa averlo stravolto, condizionandolo alle spese sanitarie.

Ora è evidente che questa proposta della commissione europea dà sollievo politico sia al Psoe che a Unidas-Podemos. La Spagna solo adesso sta uscendo dal confinamento e dal blocco delle principali attività produttive e di servizio. La riapertura, ancora parziale, ha messo in evidenza gli attriti fra governo e opposizioni e ha mostrato una Spagna reale dove la disuguaglianza è cresciuta significativamente nell’ultimo decennio, dove i costi della crisi sono già altissimi e resteranno alti.

Oggi che l’origine della crisi è in un virus e non nelle banche o nello smisurato debito privato, l’esecutivo, per cercare di proteggere più persone possibili, deve affrontare la resistenza dei settori conservatori dello Stato che ancora mantengono il potere in alcune aree.

«Non permetteremo altre infanzie spezzate o generazioni perdute». Con questa frase Sánchez ha annunciato l’approvazione del reddito minimo vitale, avvenuta la scorsa settimana, per alleviare gli effetti di una crisi economica che continuerà nei prossimi due anni. Contemporaneamente si deve creare nuova ricchezza, da redistribuire con giustizia, e nuovo lavoro, duraturo e tutelato. È dunque comprensibile il sollievo che la proposta europea ha prodotto nei partiti di governo che potrebbero avere a disposizione, prima o poi, le risorse sufficienti da indirizzare su quel progetto per la transizione ecologica annunciato a inizio legislatura.

L’arrivo della pandemia ha svelato la fragilità e dipendenza dell’economia spagnola dal suo settore turistico. In pochi mesi di emergenza sanitaria si è azzerato il 14% del Pil, legato al turismo, settore che tanto dipende da mobilità e socialità, beni immateriali improvvisamente bloccati.

Quello spagnolo è un modello turistico selvaggio e inquinante, legato all’impiego precario e alla speculazione immobiliare, è una industria dominata soprattutto da capitali internazionali dove non esiste l’albergo familiare, ma le grandi strutture ricettive o le piattaforme di affitti brevissimi, che hanno mercificato i centri urbani. La crisi sanitaria del Covid-19 potrebbe diventare la proverbiale opportunità per il necessario cambiamento di rotta. Per ora non si intravede un progetto di turismo diverso, si immaginano gli alberghi del dopo Covid e si definiscono misure igieniche per ristoranti e voli, si pensa che per riconvertire tutto il settore basti aggiungere la parola sostenibile. Mentre sarebbe opportuno tenere a bada le troppe pressioni di operatori turistici quotati in borsa e dei poteri territoriali che li rappresentano e bisognerebbe trovare una soluzione per le tante persone, spesso giovani, spesso donne o migranti, che in questo modello di turismo, nel pulire una stanza d’albergo o nel servire una birra e una paella precotta, hanno l’unica fonte di sostentamento.

«La scuola è aperta a tutti»

In un libro che ha ancora tanto da insegnarci nonostante la sua presunta aura di illeggibilità, l’Ulisse di James Joyce, il giovane insegnante Stephen Dedalus dichiara che Socrate ha appreso dalla propria madre, «l’arte di mettere al mondo i pensieri». Come meglio descrivere quella Magistra universalis, la maieutica tanto cara al maestro di Platone? Tre parole, ovvero tre iniziali: Mum. Un acronimo che ahimè non inonda il trito discorso pubblico sull’istruzione come tanti altri tecnicismi sterili di questi giorni. Sembrerebbe solo una fredda sigla; eppure in inglese, lingua che usiamo oramai tutti i giorni, starebbero anche per “mamma”. Esattamente come Dad, la famosa “didattica a distanza” che tanto fa entusiasmare alcuni tecnocrati del sistema educativo: una parola che a casa di molti, nel mondo, significherebbe anche e semplicemente “papà”.

Ora, è ingenuo forse, nell’età di internet e delle post-verità, credere ancora che a scuola e nelle università, le maestre e i maestri, le professoresse e i professori siano o debbano essere tante mamme, tanti papà per alunni e studenti che con loro passano una parte importante del proprio vissuto. Sembra un assunto generale, e come tutti gli assunti generali, sembra meglio talvolta eluderli e far finta che non esistano. Ma di tali assunti è fatta la nostra Costituzione, una delle più belle al mondo, ci dicono in molti, ma non sempre tra le più rispettate, nei suoi principi cardine.

Quanto all’istruzione, all’articolo 34 della legge principale dello Stato italiano leggiamo un principio assai generale e quasi beffardo nella sua causticità, se a leggerlo ora è chi fa scuola e università ai tempi del coronavirus: «La scuola è aperta a tutti». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in una sua più precisa articolazione e apprendiamo che «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi».

Da professore, una simile spiegazione mi catapulta in una crisi d’identità. Proprio in questi giorni, ad esempio, prima degli esami universitari nel mio ateneo, alcuni studenti mi hanno…

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 5 giugno

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Imprese miracolose: le scuole private cattoliche

Ci risiamo: la Conferenza episcopale italiana batte cassa perché ulteriori soldi pubblici vengano versati alle sue scuole private, e il governo di turno non solo glieli concede, ma raddoppia lo stanziamento straordinario già inserito nel decreto Rilancio, portando a 150 i milioni da girare agli istituti paritari. Il 2020 sarà così l’anno di un triste primato, quello dello sfondamento del tetto del miliardo di euro di spesa pubblica destinato a tenere in piedi le scuole private cattoliche, che da sole già ricevono annualmente 430 milioni dallo Stato e 500 milioni dalle amministrazioni locali.
È da vent’anni, dal varo della famigerata legge 62/2000 sulla parità scolastica, che ai contribuenti tocca mantenere le scuole private cattoliche. Un sistema in costante crisi i cui sostenitori, con una certa sfrontatezza, chiamano pubblico. Di pubblico, onestamente parlando, ha solo i tanti finanziamenti. Sono invece platealmente privati la proprietà, la gestione, la scelta degli insegnanti e soprattutto il progetto educativo proposto, che i genitori-clienti sono obbligati ad accettare nella domanda di iscrizione. Progetto educativo che, facendo riferimento alla dottrina cattolica, oltre che di parte è di retroguardia. Per dirne una che dovrebbe interessare il ministero per le Pari opportunità e la famiglia, la Chiesa colloca la donna in un ruolo di inferiorità nell’organizzazione ispiratrice del progetto.

Le preoccupazioni della ministra Elena Bonetti, stando a un’intervista rilasciata al Giornale il 20 maggio scorso, sono invece planate su altri fronti. Curiosamente sovrapponibili a quelli rivendicati dai vescovi: quello di dare soldi pubblici alle famiglie perché possano far frequentare ai loro figli scuole non pubbliche, quello di far intervenire lo Stato al posto dei rispettivi proprietari per ristrutturare immobili di proprietà privata adibiti a scuole paritarie. Dopo questa rivisitazione in salsa clericale delle pari opportunità, Bonetti ha concluso l’intervista dicendosi esplicitamente d’accordo con un’altra richiesta della Cei, quella di poter utilizzare l’8×1000 a scopi educativi.
Crediateci o no, su quest’ultimo punto anche la Uaar si è detta d’accordo. Per dimostrare che noi atei non ci siamo bevuti il cervello, occorre chiarire i termini della questione. Il giorno precedente l’Ansa riportava che per il portavoce e sottosegretario della Cei, don Ivan Maffeis, «la scuola paritaria non vuole soldi dallo Stato». Fin qui si fiuta lontano un miglio la excusatio non petita, accusatio manifesta. Ma andando oltre leggiamo che la richiesta della Cei è di «usare per il sostegno alle scuole paritarie la quota del suo 8×1000». I vescovi vogliono usare fondi che giacciono nelle loro casse per finanziare le loro scuole private? Ben venga, è proprio questa la direttrice che deve governare il sostentamento delle scuole che non sono pubbliche. È smaccatamente capziosa la lamentela di Maffeis sulla legge 222/1985, la cui formulazione impedirebbe che l’8×1000 incassato dalla Chiesa possa essere utilizzato per le scuole di sua proprietà. Davvero vuole farci credere che la Chiesa ha le mani legate? Che vorrebbe tanto finanziare il sistema educativo cattolico ma le viene impedito proprio dalla legge che, regolando il perverso meccanismo dell’8×1000, le garantisce di ricevere un miliardo l’anno alle spalle dei contribuenti? No, la Chiesa non ha affatto le mani legate: usi depositi sui suoi conti correnti, dismetta una piccola frazione del suo impero immobiliare, venda colossi di cui è proprietaria come ad esempio la Faac, quotata sul miliardo e mezzo. Finanzi le scuole private che portano avanti il suo progetto educativo utilizzando una piccola parte delle sue immense ricchezze.

Scuole private, sponsor privati. Un semplice principio che deve emergere, sgombrando il campo da imbrogli lessicali che, con termini più presentabili come “paritarie” e “sussidiarietà”, vogliono far passare per pubblico ciò che è privato, per bene comune ciò che è interesse di parte religiosamente orientato. Complementare al precedente, c’è il principio di fondo: il finanziamento pubblico deve essere destinato alla scuola aperta a tutti, per renderla più moderna, all’avanguardia e laica. Per istituirla dove, nel terzo millennio, la scuola pubblica addirittura non esiste, come nei tanti comuni in cui i genitori sono costretti a iscrivere i figli alla scuola materna parrocchiale perché la Repubblica, contravvenendo al dettato costituzionale, non garantisce la scuola dell’infanzia statale, preferendo finanziare la scuola parrocchiale.

Roberto Grendene è segretario nazionale della Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar)

L’articolo è stato pubblicato su Left del 5 giugno 2020

Per approfondire, leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Prove tecniche di riapertura

Foto Fabio Ferrari/LaPresse 26 Maggio 2020 Ivrea, Italia News Emergenza COVID-19 (Coronavirus) - Fase 2 - Ivrea riapre le scuole: via libera all'attività all'aperto. Scuola all’aperto a Ivrea per aiutare le famiglie nel post lockdown. L’idea dell’amministrazione comunale che sperimenta il servizio per i bambini residenti in città tra i 3 e i 6 anni. Il progetto si svolge nei giardini delle scuole, Don Milani e Sant'Antonio. È prevista un’area triage dove effettuare il controllo della temperatura per consentire l’accesso in sicurezza dei bimbi, seguiti dalle insegnanti degli asili nido comunali a gruppi di cinque.  Photo Fabio Ferrari/LaPresse May 26, 2020 Ivrea, Italy News COVID-19 emergency (Coronavirus) - Phase 2 - Ivrea reopens schools: green light for outdoor activities. Outdoor school in Ivrea to help families in the post lockdown. The idea of ​​the municipal administration that tests the service for children living in the city between 3 and 6 years old. The project takes place in the school gardens, Don Milani and Sant'Antonio. A triage area is provided for temperature control to allow safe access for children, followed by the teachers of the municipal nursery schools in groups of five.

Una prova generale per l’apertura della scuola? Chissà. Si chiamano centri estivi ma in effetti sembrano essere dei veri e propri laboratori in cui si sperimenta lo stare insieme, minori e adulti, in vista del rientro nelle aule a settembre. Solo che in questo 2020 segnato dal Covid-19 non è facile organizzare le cosiddette attività ludico-ricreative per bambini e adolescenti. Per molti motivi: la necessità di sicurezza per i minori e gli adulti da assicurare attraverso spazi ad hoc, dispositivi di protezione individuale e distanziamento fisico, ma anche la necessità di professionalità da parte degli operatori soprattutto quando gli ospiti dei centri sono bambini e adolescenti che durante il lockdown sono rimasti indietro o si sono persi del tutto, nel flusso della didattica a distanza.

Fatto sta che l’apertura dei centri estivi per i minori dai 3 ai 17 anni, attorno al 15 giugno a seconda delle regioni, si carica di tensioni, di conflitti sotterranei tra ministeri, di responsabilità che gravano sulle spalle di chi poi i centri li deve gestire e controllare. Le famiglie poi si troveranno di fronte a quote raddoppiate se non triplicate, come racconta l’assessora alla Scuola di Padova Cristina Piva: «I costi aumenteranno per via dei dispositivi di sicurezza e del servizio di pulizia e per l’aumento del personale che serve per garantire il triage e l’arrivo e l’uscita scaglionati e con distanziamento dei genitori». I fondi a disposizione per tutto il Paese sono i 150 milioni stanziati nel decreto Rilancio del 19 maggio, oltre al bonus baby sitter che può essere impiegato nei centri estivi. È evidente poi che ci si è mossi in ritardo, visto che le linee guida emanate dal ministero della Famiglia sono del 15 maggio. Con così poco tempo a disposizione le amministrazioni locali sono state messe a dura prova.

«La difficoltà dei Comuni è quella di riuscire a dare una risposta concreta alle persone che utilizzano una normativa che a volte sembra lontana dal bisogno concreto delle persone», sintetizza Marta Nalin, assessora alle Politiche sociali di Padova che insieme alla collega Piva si occupa dell’organizzazione dei centri estivi del comune veneto guidato dal 2017 dal centrosinistra. Attorno ai centri estivi ruotano molti soggetti: gli enti locali, le cooperative sociali, le associazioni, i gestori privati. Insomma, un mondo, e adesso, in questa situazione, i nodi al pettine sono molti.

Le linee guida varate dalla ministra della Famiglia Elena Bonetti «per la gestione in sicurezza di opportunità organizzate di socialità e gioco per bambini ed adolescenti nella fase 2 dell’emergenza Covid-19», pur redatte d’intesa con i ministeri del Lavoro, Istruzione, Salute, Politiche giovanili e anche con Anci e Conferenza delle regioni e con le raccomandazioni del Comitato tecnico scientifico della Protezione civile, sono apparse…

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 5 giugno

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO