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Elly Schlein: Per vincere in Emilia Romagna ci vuole coraggio, di cambiare

Il conflitto politico, in vista delle elezioni regionali del 26 gennaio in Emilia Romagna è entrato nel vivo: la lotta vedrà opporsi soprattutto Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia da una parte, e dall’altra la lista del candidato presidente Bonaccini, il Pd e la lista ecologista e di sinistra “Emilia-Romagna Coraggiosa” (ed eventualmente le altre che dovessero riuscire a raccogliere le firme). Ci saranno forse anche altre liste a sinistra fuori dalla coalizione, per le quali, grazie alla nostra brutta legge elettorale fortemente maggioritaria, sarà quasi impossibile il raggiungimento della soglia di consensi minima per eleggere un loro rappresentante. Il rischio concreto che il turno unico possa favorire le destre nazionaliste spingerà molti a preferire il voto ad una delle forze della coalizione.

La posta in gioco è altissima e riguarda sia il futuro governo di una delle più importanti regioni italiane che le conseguenze, inevitabili e di lunga durata, che l’esito del voto avrà sugli equilibri nazionali. Se fosse sconfitta, la destra rappresentata da Salvini e Meloni – liberista e subordinata ai ceti dominanti in economia e nelle politiche contro l’ambiente, filopadronale nelle relazioni sociali e del lavoro, razzista e contigua in maniera esplicita al neofascismo – potrebbe iniziare il suo declino. Al contrario, se Bonaccini e la coalizione che lo sosterrà dovessero perdere, l’egemonia della Lega si rafforzerebbe in maniera forse decisiva anche a livello nazionale.

In questo scenario il ruolo della lista “Coraggiosa”, il cui progetto politico è sintetizzato dall’affermazione «non esiste giustizia sociale senza giustizia ambientale, e viceversa», si mostra come determinante: battere la destra è importante quanto condizionare da sinistra le politiche future della Regione. L’esperienza di governo di Bonaccini si segnala per…

L’intervista di Mauro Sentimenti a Elly Schlein prosegue su Left in edicola dal 13 dicembre

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Un referendum costituzionale per difendere la democrazia parlamentare

Ok definitivo dell'Aula della Camera al taglio dei parlamentari, Roma, 08 ottobre 2019. Il disegno di legge costituzionale che riduce i deputati a 400 dai 630 attuali ed i senatori a 200 dagli attuali 315, è stato definitivamente approvato a Montecitorio con 553 voti a favore, 14 contrari e due astenuti. Trattandosi di un disegno di legge costituzionale, era richiesta la maggioranza assoluta dei componenti dell'Assemblea, pari a 316 voti. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

La riduzione dei parlamentari, come scritta dalla Lega (programma 2018) e fortemente sostenuta dai leader del M5S, è stata approvata. Anche dal Pd, non per convinzione ma solo per fare il governo. Dopo che aveva sempre votato contro e solo pochi mesi fa la definiva: «Una ferita alla democrazia parlamentare».

Si sono propagandate le motivazioni facendo soprattutto leva sui – purtroppo molto spesso giustificati – sentimenti negativi dei cittadini verso i parlamentari.
Nessun particolare risalto è stato dato dai maggiori organi di informazione, salvo episodiche eccezioni. I cittadini poco o nulla sanno sulle conseguenze: equilibri istituzionali e disuguaglianza ulteriore tra Regioni, rappresentanza dei cittadini e rappresentatività dei soggetti politici. Conseguenze non sanabili dagli annunciati “interventi di garanzia” o da una legge elettorale che, comunque, si auspica proporzionale.

Altrove abbiamo già scritto le ragioni del nostro No a questa riduzione, basata su motivazioni demagogiche, fragili, incongrue. Le ricordiamo in sintesi.

1) Risparmio, sintetizzato nel fuorviante slogan: “1 miliardo per i cittadini”.
“Tagliare le poltrone” è slogan già usato da Renzi. Si può però seriamente pensare di risparmiare sulla democrazia? I Costituenti, nell’immediato dopoguerra, momento ben più difficile di quello attuale, non si fecero condizionare dalla spesa che, comunque, “dev’essere messa in rapporto al bilancio” (Luigi Einaudi, II Sc., verbale del 18.9.1946)

In questo caso il risparmio (500 mln lordi per anno) ne rappresenta lo 0,007% (Osservatorio Cpi): meno di un cappuccino all’anno per cittadino (Codacons).
Poi perché non si è iniziato col taglio degli indennizzi, da sempre bandiera del M5S?

2) Efficienza, per velocizzare le leggi.
Statistiche alla mano però non si fanno poche leggi e non è vero che occorra sempre tanto tempo: per alcune sono bastati pochi giorni (come 20 per il Lodo Alfano) e la velocità non è, di per sé, una garanzia per i cittadini. Per il Salva-Italia di Monti e Fornero occorsero solo 16 giorni, generando “gli esodati”.
Una “maggior velocità” nelle dinamiche parlamentari è comunque già ottenuta attraverso i regolamenti parlamentari. Senza contare che l’eccessivo ricorso a decreti legge e questioni di fiducia da tempo comprime il dialogo politico e ridimensiona la funzione dei Parlamentari, indipendentemente dal numero.

3) “Standard europei”, fantomatici, non se ne parla in Costituzione o altrove.
Vero è che l’Italia ha il maggior numero di parlamentari elettivi in Europa, ma è una lettura semplicistica che non tiene nemmeno conto del numero degli abitanti e dei diversi Ordinamenti, alcuni monocamerali. Lo stesso Servizio studi del Senato ritiene che «più agevole a rendersi è la comparazione tra le Camere “basse” […] che sono tutte elettive dirette». Così, da un confronto più congruo (Camere Basse in rapporto alla popolazione) si riscontra che, già in linea con gli altri grandi Stati europei, con questa riforma l’Italia andrebbe all’ultimo posto.

Di ben altra portata le conseguenze, fondamentali nella nostra democrazia rappresentativa.

1) Equilibri istituzionali.
Maggior “peso politico” dei 5 senatori a vita nominati dal presidente della Repubblica (da 1,6% su 320 senatori a 2,4% su 205) e dei 58 delegati regionali nell’elezione, a Camere congiunte, del capo dello Stato. In relazione poi ai sistemi elettorali si potrebbero aver ulteriori e ben più gravi distorsioni su dinamiche delicatissime come la messa in stato di accusa del presidente della Repubblica, le elezioni dei componenti parlamentari del Csm e le modifiche stesse della Costituzione in relazione ai relativi quorum richiesti. Oltre alle difficoltà di funzionamento delle Camere, da diversi segnalate, e non del tutto sanabili dai regolamenti parlamentari, che dovranno comunque essere rivisti.

2) Rappresentanza dei cittadini.
I Costituenti determinarono il numero dei parlamentari stabilendo delle proporzioni in merito alla popolazione: 1 deputato per 80mila abitanti e 1 senatore per 200mila. Nel 1963 si passò ai numeri fissi attuali e i rapporti oggi sono: 1 ogni 96mila alla Camera e 1 ogni 192mila al Senato, sostanzialmente invariati. Con la riduzione i valori salirebbero rispettivamente a 1 per 151mila e 1 per 302mila. Rapporti che aumentano quando ribaltati sui collegi elettorali, soprattutto al Senato: 1 ogni 800mila e anche oltre.

Evidente che meno facile, diretto e continuativo finisce per essere il rapporto “umano” coi candidati/parlamentari. Occorrerà ricorrere sempre più ai mezzi di comunicazione multimediale che non potranno mai sostituire il confronto diretto, oltre a richiedere maggiori risorse, anche finanziare, per le campagne elettorali, a tutto vantaggio dei più facoltosi.

Al Senato poi il “taglio” non colpisce omogeneamente tutte le Regioni: il Trentino Alto Adige riceve un “trattamento privilegiato” con 3 seggi per Provincia (omaggio per l’autonomia) a danno, nella ripartizione seggi, di altre Regioni. Come la Sardegna, che avrà un rapporto quasi del doppio.

2) Partecipazione delle formazioni politiche minori.

È stato calcolato che al Senato si creerebbero soglie implicite dal 10% in su, escludendo così anche formazioni politiche con risultati ragguardevoli. Con ripercussioni nei lavori parlamentari e, in particolare, nella partecipazione alle Commissioni. Soprattutto al Senato, dove si passerebbe dagli attuali 20 componenti circa a 12 o 13. I gruppi maggiori potrebbero mandarne in ciascuna 2 o 3. Quelli medi e piccoli forse solo 1 (e su più commissioni). Le leggi elettorali maggioritarie possono aggravare la situazione, ma nessun proporzionale, per quanto puro, potrà “creare nuovi seggi” disponibili per le minoranze.

Occorre quindi riconsiderare questa riforma che sembra avvantaggiare solo capi politici e segreterie, che potranno esercitare maggior controllo su candidati (prima) e sui parlamentari (poi).

Magari si valuti la abolizione (vera) del Senato. La cui differenziazione originale dalla Camera verrà del tutto meno qualora dovessero passare le annunciate riforme sull’età degli elettorati rimanendo, forse, la sola distinzione “regionale”.
Vi è ancora la possibilità di parlarne: il Referendum costituzionale! Ulteriore baluardo di garanzia e la cui natura oppositiva si evince dai verbali della Costituente e dalla logica stessa del percorso disegnato, come la mancanza di quorum. Come nel 2016, quando i cittadini, informati, si sono espressi sulla riforma di Renzi ribaltando i pronostici iniziali.

Così, nel silenzio dei media, si stanno raccogliendo le firme necessarie per indirlo. Sia tra i cittadini, con le relative difficoltà anche burocratiche, che in Parlamento e dovrebbe interessare chiunque si batte per una democrazia più partecipata e diretta ma non per questo meno…  rappresentativa.

Francesco Montorio fa parte del Comitato per la Democrazia costituzionale di Milano e aderisce all’associazione “Comma2-Lavoro è Dignità”

Sul referendum costituzionale v. editoriale di Simona Maggiorelli

Una faccenda ben seria, le sardine

Supporters of the 'Sardines', an anti-populist left-wing movement, during a rally at San Giovanni Square in Rome, Italy, 14 December 2019. Italy's Anti-Salvini 'Sardines' movement takes to the streets to express its opposition to populist forces. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Narra un aneddoto che un giorno Socrate, passeggiando per l’agorà di Atene (la grande piazza delle città greche), s’imbatté per caso in Glaucone, un giovanotto di non ancora vent’anni, che già pensava di darsi alla vita politica. Volendo metterlo alla prova, il filosofo gli chiese: «Saprai certo quali sono le entrate della nostra città, quanto l’argento estratto dalle nostre miniere». «A dire il vero» rispose Glaucone, «a questo non m’ero ancora dato pensiero». «Allora lo differiremo ad altro momento» ribatté severo Socrate. «Ma perché chi vuole governare la città non conosce queste cose?». «Pur tuttavia, le entrate si possono incrementare con le conquiste fatte ai nemici». «È vero» accondiscese il filosofo, «però dovremmo conoscere le forze nostre e dei nostri nemici, altrimenti finiremmo col rimetterci del nostro. Ora, sai tu quali siano le forze nostre e le forze del nemico?». «Così, a mente, non le ricordo». «Le avrai dunque scritte!». «No, non le ho neppure scritte» ammise Glaucone. «Saprai almeno quanti sono i cittadini che militano nel nostro esercito, quanti siano nei presidi sparsi per il territorio…». «In verità, Socrate, io li toglierei tutti: perché invece di far la guardia saccheggiano le campagne». «Ma se togliamo tutti i presidi» gli fece notare il filosofo, «chiunque potrà prendere del nostro. E poi, come fai tu a dire che saccheggiano le campagne?». «Lo immagino!» rispose Glaucone. «Beh, sarà meglio riparlarne quando ne avremo la certezza». «Penso anch’io che sarà meglio così». «Saprai però quanto sia il grano stipato nei nostri magazzini, quanto basti o non basti al fabbisogno della popolazione…». «Una faccenda ben seria, Socrate, se bisogna sapere tutte queste cose…».

Una faccenda ben seria, la politica. E una faccenda ben seria anche le sardine. Le sardine che riescono anche solo a irretire perché riempiono le piazze, come se riempire le piazze (chiedendo serietà e umanità alla politica) potesse essere un messaggio provocatorio. Ma del resto è così: anche essere buoni, di questi tempi, suona come una provocazione.

Ora però arriva il difficile. Si decide di inserire un punto politico e subito si aprono le acque: la cancellazione dei decreti sicurezza mostra la triste tiepidezza del Pd e tocca lo stomaco di qualcuno. Sia chiaro: la gente in piazza (accomunata da quel sentire antifascista e profondamente umano) è un’ottima notizia.

Ma dalla piazza alla politica il discorso si fa complesso e serio. Vale la pena comunque essere ottimisti, no?

Buon lunedì.

In nome dello Stato di diritto, la ragionevole durata dei processi

Replica Of Lady Justice

Come Partito radicale abbiamo deciso di intraprendere una azione giudiziaria, concepita dall’avvocato Besostri per la durata ragionevole dei processi. Il ricorso pro bono è quello che, nei paesi anglosassoni, porta nelle aule di giustizia le richieste dei cittadini di avanzare sul fronte delle garanzie; nella penosa condizione in cui versa in Italia lo stato del diritto, siamo costretti ad utilizzare lo strumento per frenare l’ulteriore erosione dei diritti dei cittadini.

La roboante affermazione del diritto ad una durata ragionevole dei processi risale al nuovo articolo 111 della Costituzione, modificato nel 1999: ma era un testo introdotto sotto dettatura della Corte europea dei diritti dell’uomo, visto che il diritto è sancito dall’articolo 6 della Cedu già da mezzo secolo. Noi lo abbiamo richiamato nella nostra Carta costituzionale, ma abbiamo continuato a tradirlo, come dimostrano le migliaia di condanne per la legge Pinto.

Ebbene, non la moneta di un indennizzo economico, ma l’accertamento di un diritto oggi chiediamo al giudice civile, mediante il ricorso cui invitiamo tutti ad associarsi. Il diritto che chiediamo al giudice di tutelare riguarda…

Maurizio Turco è segretario del Partito Radicale, Irene Testa è il tesoriere 

L’articolo di Irene Testa e Maurizio Turco prosegue su Left in edicola dal 13 dicembre

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Maite Mola: Lanzamos una campaña global contra Trump, el principal enemigo de la Ue

En unos días se celebra el congreso del Partido de la izquierda europea, (Pie)¿cuál cree que debería ser el papel de esta fuerza en el futuro?
La realidad es que hoy el Pie no es un poderoso punto de referencia para la Política de Izquierdas, visto desde España, sin embargo si se puede señalar que el Pie con todas sus limitaciones es un poderoso punto de referencia política fuera de nuestras fronteras europeas, de esta manera el valor del Pie es mejor visto desde America Latina, EE.UU., Africa, etc. que desde algunos países de la propia Europa. Fruto de esta situación no se puede estar satisfecho del papel que juega el Pie como Partido Europea, ni de la contribución que se hace a las luchas europeas, ya que mas allá de elaborar comunicados, la implicación directa del Pie en luchas concretas a nivel de masas es limitadas.

Resolver esta situación es una de las cuestiones que tiene que afrontar este Congreso, porque frente a las limitaciones el Pie tiene que ser consciente de que hoy por hoy es hoy la única estructura unitaria de la Izquierda Política Europea, lo que le concede un gran potencial, la única con capacidad para plantearse como incidir en resolver uno de los problemas que tiene hoy la izquierda mundial, su falta de capacidad para pasar de una situación declarativa que tiene su centro en la elaboración de documentos, declaraciones y comunicados a otra situación de activación de los conflictos.

En este sentido es básico entender lo que tiene que ser un Partido de composición muy diversa y plural tanto desde el punto de vista ideológico, como territorial, de esta manera, entender el Pie como un Partido clásico es un error, el Pie tiene que ser una estructura que partiendo de un programa común que sea un punto de encuentro de las diversas posiciones que existen en su seno se plantee la elaboración de propuestas políticas que den respuesta a los problemas comunes de Europa, dentro y fuera de la Ue pero que al mismo tiempo sea capaz de ser útil en el impulso de acciones y movilizaciones.

Según el Partido de la izquierda europea, ¿cuáles son los problemas más graves para el continente y cuáles podrían ser las soluciones?
Hoy el centro de los problemas que tiene Europa es el intento de la Administración Trump de volver a una situación de dominio de los EE.UU. a niovel planetario, retomando la idea de un mundo unipolar con pensamiento único. De este problema general, se derivan otros como son las guerras comerciales, el intento de dinamitar las NN.UU., la activación de la implicación de Europa en la Nato, el intento de dinamitar cualquier proceso de integración territorial, incluido el de la Ue, su apoyo a la ruptura de Gran Bretaña con la Ue, su aliento a las políticas patriarcales en la medida que representan el modelo de pensamiento único de características machistas, la degradación del medio ambiente mediante la negación de los problemas de cambio climático, y un largo etc.

Esto permitiría plantearnos desde la izquierda una campaña global de confrontación con las políticas de Trump, que plantee acciones unitarias por una parte con otras familias progresistas y ecologistas de Europa, mediante el Foro Europea de Fuerzas verdes, progresistas y de izquierda y por otra con instancias unitarias de otra parte del planeta, como el Foro de Sao Paulo. Esta campaña debería ser a lo largo de todo el 2020, con varios puntos de acción como el 8 de marzo, el 1 de mayo y fijar un día que sea para directamente confrontar con la agresividad de la administración Trump, etc. Donde el Pie seria parte activa mediante instancias unitarias de desarrollar esa campaña de movilización continuada frente a la agresividad de la Administración Trump y sus terminales en los partidos de la derecha extrema europea.

¿Hay algunas posibilidades para la izquierda europea y para el grupo parlamentario Gue-Ngl para encontrar alianzas y convergencias? Cuáles son
Reconociendo que el Gue-Ngl tiene un ámbito diferente al Pie y que incluso algunos de los miembros del Gue son muy reticentes al Pie es importante situar las relaciones con el Grupo de referencia en el Parlamento Europeo como una tercera pata de nuestra acción, junto al Foro y al propio Pie, siendo conscientes de que la Ue no es Europa, que hay mucha Europa fuera de la Ue, también es verdad que lo que ocurre en el seno de la Ue también afecta, para bien o para mal, generalmente para mal a Estados que no pertenecen a ella, por ello es importante tener relaciones con este Grupo de referencia, siendo una buena idea invitar a las reuniones del Pie que traten temas que puedan ser de interés para ambos (Pie y Gue-Ngl), e incluso que se realicen reuniones monográficas sobre la marcha de la Ue, sus cumbres con la participación de una delegacion del Grupo Parlamentario, seria un buen instrumento para que Partidos cuyos Estados no pertenecen a la Ue tenga información sobre lo que se trata en su seno, que como señalaba le suele influir de forma negativa.

El esfuerzo sería para construir unidad popular en torno de los siguientes puntos. Contribuir a que la izquierda en general pase de una fase deliberativa a una etapa marcada por la acción, no solo a nivel europeo, sino mundial.
Consolidar el Foro como el mayor espacio unitario que existe entre las fuerzas progresistas, ecologistas y de izquierdas en Europa, situándolo como su proyecto estratégico de mayor alcance y acordando en consecuencia seguir dedicando medios materiales y humanos a conseguir este objetivo. Contribuir a plantear la necesidad de un proceso constituyente, se llame como se llame, para una nueva Integración Europea que supere institucional y territorialmente a la actual Union Europea. Plantearse unas relaciones con el Gue-Ngl que permita un mayor conocimiento por la generalidad de los miembros del Pie de lo que ocurre en las instituciones europeas

¿Qué opinas del programa de Corbyn? ¿Puede contener elementos y propuestas que también sean válidas en otros países europeos?
Por supuesto, el programa de Corbyn se aproxima en gran medida al que desde el Pie se elaboró como plataforma para las elecciones europeas, tanto en las soluciones sociales como en las políticas y económicas. Ambos defienden la democracia, la justicia, la solidaridad y la igualdad entre hombres y mujeres, además se coincide ampliamente en que hay que trabajar por la unidad de los pueblos, pero reconociendo que el modelo actual de la Ue no sirve, y que hay que llegar a un proiyecto regional completamente diferente.

Finalmente, en tu país, sería posible una alianza entre el Partido Socialista y Unidas Podemos. ¿Qué debería hacer un gobierno con estas fuerzas para detener Vox?
Esa alianza ya tiene su base, no contra Vox, si no por una sociedad más justa, con menos paro, donde los jóvenes no tengan que emigrar, se avance en igualdad, haya vivienda para todos, con pensiones dignas y educación y salud gratuita y de calidad. Haciendo eso, también se lucha contra la extrema derecha que se aprovecha del malestar lógico de las capas populares diciendo que ellos van a salvarlos mientras que sus propuestas son que paguen menos los ricos, privatizarlo todo, no reconocer la desigualdad entre mujeres y hombres ni la violencia de género, y con la Iglesia católica más reaccionaria con un papel preponderante.

Sólo se parará el auge de la extrema derecha en España y en Europa con políticas sociales, feministas, de protección del medio ambiente, los discursos no sirve, hay que gobernar desde el progresismo y con los sindicatos, movimientos sociales, movimientos feminista y ecologista exigiéndonos también en las calles cumplir los compromisos y aún ir más allá. Tenemos que demostrar que unidas, podemos, aunque sabemos que no va a ser fácil…


* María Teresa Mola Sainz​ es una política española, vicepresidenta del Partido de la Izquierda europea, miembro del Partido comunista de España y de Izquierda unida

Spoon River, lo spazio dell’immaginazione

La strada interstatale 55 che da Chicago, Illinois, porta a St. Louis, Missouri, attraversa tanti luoghi reali e poetici di Edgar Lee Masters. Come ad esempio Joliet, che col suo carcere arcigno ospitò, ancora in vita, il personaggio di Silas Dement, colpevole d’aver dato fuoco al tribunale, e pure quello di Mrs. Merritt, che invano provò a convincere l’amante di non ucciderle il marito. O come Peoria, che con la sua prigione sinistra diede un tetto e una cella a Jack McGuire, condannato per aver ammazzato uno sceriffo, e anche al dottor Siegfried Iseman, uomo di scienza finito dietro le sbarre col marchio di truffatore e imbroglione.

Fu poi fatto uscire e rivivere dalla meravigliosa ballata di De André intitolata “Un medico”, basata su questi versi: «Quando sei povero e ti tocca portare / Il tuo credo cristiano, la moglie e i figli / Tutti sulle tue spalle, il peso è troppo! / Ecco perché creai l’Elisir di giovinezza, / Che mi condusse alla prigione di Peoria, / Col marchio di truffatore e imbroglione, Imposto dal retto giudice federale!».

È una strada lunga, l’interstatale 55: incrocia sconfinate pianure, ed è costeggiata da immensi campi di grano, interrotti qua e là da una fattoria, da un laghetto naturale nascosto tra gli alberi, o da un qualche fienile enorme. È una strada che quasi si ferma, nel momento in cui giunge ai luoghi di Spoon River.
Sono state due cittadine, Lewistown e Petersburg, a fornire a Lee Masters l’ispirazione principale per disegnare nella mappa dell’immaginazione una sua personale Spoon River County, assente dalle cartine geografiche ma modellata sulle contee di Menard e Fulton, nel centro-sud dell’Illinois.
Il sentiero di campagna che porta a Lewistown incrocia…

Le traduzioni delle poesie sono da: Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, a cura di Enrico Terrinoni, Feltrinelli, Milano, 2018

L’articolo di Enrico Terrinoni prosegue su Left in edicola dal 13 dicembre

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L’antifascismo e la Costituzione negata

La fatica con cui si è edificato lo Stato italiano e le sue origini a partire dai singoli Stati monarchici il cui potere era assoggettato, se non derivante, al potere divino dispensato dal papa di turno, hanno fatto sì che gli italiani si siano sempre sentiti estranei alle istituzioni: il diritto era uno strumento di potenza dei signori, dispensato dall’alto a protezione dell’interesse di pochi, anziché a presidio dei diritti di tutti.

Nel realizzare lo Stato risorgimentale del 1870, dunque, si è pensato a una comunità unitaria e liberale della nazione italiana, compiendo così una profonda rivoluzione, la cui parabola ha trovato conferma nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946, con il quale, per la prima volta in Italia, vi è stata una presa di coscienza collettiva del proprio destino politico, scegliendo la forma repubblicana popolare come soggetto giuridico collettivo e fonte di sovranità.

Questo nuovo soggetto produrrà una formidabile sintesi di idee e principi nella Costituzione italiana, che delinea una struttura civile unitaria secondo dei principi irrinunciabili, dei quali ogni cittadino, nessuno escluso, è depositario, responsabile ed anche promotore, pur nei diversi orientamenti.
Questa straordinaria sintesi è stata possibile proprio perché la nostra Costituzione è stata opera di un lavoro collettivo (e non di pochi esperti, o anche di uno solo, come in altri casi) a cui contribuirono tutte le forze politiche in gioco (Democrazia cristiana, Partito socialista, Partito comunista, Partito liberale, dell’Uomo qualunque, Partito repubblicano, monarchico, Partito d’azione), in un mirabile lavoro di mediazione, tanto più arduo e riuscito dove le varie parti risultavano essere ideologicamente distanti le une dalle altre.

È fondamentale ricordare…

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Valentina Angeli è avvocato penalista del Foro di Roma

L’articolo è tratto dal numero di Left in edicola

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Le sardine colmano un vuoto lasciato a sinistra

Thousands of Sicilians have joined in a flash mob created by the sardines, a new anti-fascist ideological movement born to challenge the politics of Matteo Salvini, leader of the Right party Lega. Palermo, November 22, 2019 (Photo by Francesco Militello Mirto/NurPhoto via Getty Images)

Il 14 dicembre a Roma. Per una certa generazione di studenti, ma anche per molti lavoratori e militanti, tale combinazione di data e luogo evoca ricordi indelebili. Era il 2010, e una marea umana si agitava per le vie della Capitale, contro il ricatto della precarietà e la distruzione della scuola pubblica pianificata con la riforma Gelmini, mentre Berlusconi riusciva a salvarsi in Parlamento strappando una risicata fiducia, grazie all’intervento dei cosiddetti “responsabili”.

La mobilitazione per un futuro senza povertà e sfruttamento, partecipata da decine di migliaia di studenti e iniziata con l’Onda nel 2008, veniva quello stesso giorno sfregiata da manovre di Palazzo e mortificata dai manganelli della polizia.

Nove anni dopo, sbarcano in piazza San Giovanni le sardine. I loro flash mob ittici, ormai inarrestabili, hanno invaso a partire da Bologna svariate piazze italiane e non solo. Il loro scopo: consolidare una opposizione extraparlamentare a Salvini e rivolgere un messaggio chiaro all’intera classe politica contro ogni discorso di odio e discriminazione. La data romana, però, non è una tra le tante. Sarà la prima a carattere “nazionale”. Ci si conterà, insomma, per valutare la vera portata del movimento.

«Un paio di settimane fa ho aperto un gruppo su Facebook, Sardine di Roma. Era notte e stavo per andare a letto, dopo aver visto le immagini delle piazze piene contro Salvini. Ho pensato, come reagiranno i romani? Poi sono andato a letto. Quando mi sono svegliato c’erano 10mila persone che volevano iscriversi al gruppo». A parlare è Stephen Ogongo. Giornalista di origini keniote, ha 45 anni ed è arrivato in Italia per motivi di studio quando ne aveva 20. Oggi ha due figlie e lavora al quotidiano online Stranieri in Italia. È lui ad essersi tuffato per primo nell’impresa di…

L’articolo è tratto dal numero di Left in edicola

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La verità vi prego sulla prescrizione

Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione delle Camere Penali Italiane, durante la maratona oratoria degli avvocati penalisti contro lo stop alla prescrizione in piazza Cavour, davanti al Palazzaccio, sede della Corte di Cassazione, Roma, 2 dicembre 2019. ANSA/ETTORE FERRARI

Circa un migliaio di avvocati penalisti di tutta Italia per sei giorni si sono alternati ad un microfono in piazza Cavour a Roma per dire no alla riforma abrogativa della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, voluta fortemente dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Ideatore della maratona oratoria è stato il presidente dell’Unione delle Camere penali italiane, Giandomenico Caiazza: «È la prima volta che si è organizzata una forma di protesta di questo tipo tra gli avvocati. L’ispirazione mi è venuta grazie a Marco Pannella che la ideò circa 25 anni fa per una campagna referendaria».

L’obiettivo dei partecipanti è stato quello di dire finalmente la verità sul tema della prescrizione che, a detta di Caiazza, è stato contraddistinto «da una delle più riuscite ed efficaci operazioni di manipolazione informativa che sia dato ricordare». La verità passa anche attraverso le storie di persone che sono rimaste imprigionate nelle catene della giustizia per decenni, vedendo spesso le loro vite sconvolte.

Un avvocato ha raccontato che quando era al liceo due persone sono finite a processo con l’accusa di essere pedofili. Il processo è durato talmente tanto che in appello sono state difese da quello stesso avvocato che intanto aveva terminato la scuola, si era laureato ed aveva fatto la pratica. La vicenda si è conclusa con una assoluzione ma i due imputati hanno confessato che in un momento di massimo sconforto avevano pensato di farla finita.

Otto anni invece ci sono voluti perché una dirigente comunale, sottoposta a processo per turbativa d’asta, venisse assolta in primo grado «perché il fatto non sussiste». Poi c’è un ex dipendente di Poste italiane che viene arrestato nel 1997 con l’accusa di essere basista di due rapine, rimane in custodia cautelare per un anno, nel 2004 viene condannato a 6 anni di reclusione e solo nel 2011 assolto in appello con la formula piena. Ci sono voluti quattordici anni per…

L’intervista di Valentina Stella all’avvocato Giandomenico Caiazza prosegue su Left in edicola dal 13 dicembre

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Nuovi leader a sinistra? Per trovarli vanno evitate scorciatoie

Le settemila 'sardine' che hanno occupato Piazza Cavour in un flashmob di protesta contro la presenza del leader della Lega Matteo Salvini, Rimini, 24 novembre 2019. ANSA/PASQUALE BOVE

Affidarsi ad un leader che risolva tutto, dotato di capacità superiore, non è affatto idea nuova. La ricerca, l’attesa, di un leader forte, carismatico, deciso, è caratteristica ricorrente nella Storia. Difatti tutti ricordiamo Augusto, come pure Cesare, Alessandro e Napoleone, e tuttavia sappiamo che questa è una lettura superficiale della Storia. Nessuno nasce per “provvidenza”, ma è frutto, espressione del suo tempo, nessuno avrebbe senso ed eguale successo, in condizioni storiche e sociali diverse.

Quei leader sono espressione di movimenti, sensibilità, esigenze, condizioni specifiche che ne determinano l’affermazione, e risultano coloro i quali, come singoli, meglio incarnano lo spirito del tempo, ma che si affermano grazie a condizioni, materiali e di pensiero, che sono collettivi e determinati.

Non tutti i leader, però, hanno eguali caratteristiche, qualcosa li distingue, e troppo spazio prenderebbe una trattazione ampia sul tema. Tuttavia, semplificando per quanto possibile, si possono riassumere due tipologie: il leader considerato e vissuto come condottiero, colui cui tutto è demandato, il demiurgo, il decisore, ed il leader quale riferimento di una molteplicità di persone, espressione e sintesi di pensiero collettivo.

Il primo tipo è figura che tende all’autoritarismo, all’accentramento dei poteri, alla dittatura. Per limitare l’orizzonte alla contemporaneità, pensiamo pure a figure come Mussolini, Hitler, o ai moltissimi dittatori sudamericani (benché in prevalenza fantocci). Sono queste figure sempre di stampo reazionario, di “destra”, anche quando nascono a sinistra (Stalin).

Il secondo è figura che emerge da elaborazione complessa, funge da raccordo con la società o perlomeno con i soggetti sociali di riferimento, offre rappresentanza sociale prima che politica. Non si tratta quindi di “capo”, di “comandante” cui sono affidati le sorti del suo popolo, perché quando perde quei caratteri collettivi, si riduce a Masaniello.

La sinistra ha conosciuto molti leader. E però persino il più recente e carismatico leader riconosciuto della sinistra, Berlinguer, pur ovviamente dotato di capacità di analisi ed elaborazione originale, per intanto nasceva dall’azione e militanza politica concreta, dalla carne viva dell’impegno e non in laboratorio (o su aiuto esterno di potentati economici, finanziari, bancari ecc.), ma era espressione e sintesi, anche quando audace e solitaria, di una elaborazione ricca e collettiva che sgorgava dal radicamento nel Paese e nella società che si esprimeva attraverso decine di altre personalità e figure politiche troppo spesso dimenticate (Amendola, Ingrao, Chiaromonte, Lombardo Radice, Alicata, Di Vittorio ecc.).

L’attesa e ricerca del leader infallibile, cui tutto è demandato, ha quindi un carattere sempre negativo, e ne deriva un danno per la democrazia, in senso ampio, e per la sinistra nello specifico, perché ciò comporta la rinuncia alla elaborazione collettiva, alla divisione dei compiti e dei poteri, con l’affidamento demiurgico al “capo” del potere di decidere.

Queste considerazioni brevemente e semplicisticamente riassunte, ampiamente opinabili, e di natura prepolitica, sono alla base della diffidenza che porta a ritenere dannosa alla democrazia la scelta di trasformare i partiti “novecenteschi” (non modernizzarli, sia chiaro) da contenitori di elaborazione collettiva – il famoso pensiero collettivo – a strumenti affidati alle volontà di un leader, cioè trasformare i partiti da grandi strumenti collettivi di trasformazione della società in apparati affidati alle scelte di singoli o a loro supporto. Non a caso si deve a tale visione la nascita e l’affermarsi di partiti “personali”, da Forza Italia a Italia Viva, da Fratelli d’Italia alla Lega. Partiti cioè che si identificano e traggono ragion d’essere esclusivamente nel leader.

Uno degli errori, certamente non l’unico, che la sinistra ha commesso in questi tristi decenni, è stato quello di non aver contrastato questa nefasta visione. Anzi, si è scientemente perseguito questo piano culturale (il veltronismo), teorizzando erroneamente il partito liquido, nell’illusione che questo fosse lo strumento “moderno” che consentisse il superamento degli ostacoli che impedivano il cambiamento e l’alternanza al governo del Paese.

Da questa supina convinzione ne è derivato l’allontanamento di grandi masse di popolo storicamente vicine alla sinistra, per cui rappresentavano energia vitale, il ridimensionarsi del ruolo propositivo e di stimolo degli intellettuali (ormai sempre più relegati in circoli d’intellighenzia o isolati e ininfluenti), fenomeni che non possono essere corretti da surrogati di democrazia (diretta?) quali le primarie, che invece accentuano la personalizzazione.

Non possono convincere quindi le illusorie scorciatoie che ne derivano, che vanno dagli impiastri ipotizzati nell’architettura costituzionale, al preferire sistemi elettorali maggioritari e premi di maggioranza, come pure l’esaltato sistema elettorale nelle amministrative (perché mai un sindaco eletto al secondo turno con il 60% di voti ma espressi da solo un 20% di votanti dovrebbe essere più rappresentativo, e quindi più rispondente a criteri di democrazia, di un candidato non eletto al primo turno, pur con il 49% dei voti, ma espressi magari dal 70% degli elettori?).

Ecco quindi che anche oggi affidarsi alla ricerca affannosa di nuovi leader, persino a sinistra, risulta del tutto errato, perché questi non possono che emergere ed avere autorevolezza, oggi come sempre, solo se partoriti dal vivo dell’azione nella società e dalla capacità di promuovere e sviluppare elaborazione collettiva. Risulta evidente perciò che bisogna riprendere una pratica politica rinnegata per troppi anni, e contrastare, prima di tutto culturalmente, quelle visioni falsamente “nuove” e che hanno prodotto lo svilimento e l’impoverimento politico in cui siamo immersi.

Ma veniamo alla novità degli ultimi tempi: il movimento delle sardine, e diciamo subito, a scanso di equivoci, che si tratta di una novità buona, da condividere, supportare, elogiare. Anzi, meno male che sono spuntate le sardine a smuovere le acque stagne della sinistra e a dare un contributo, forse decisivo, per evitare la sconfitta nelle amministrative in Emilia Romagna.

E tuttavia non si può accettare l’entusiasmo acritico che si è fin qui diffuso a sinistra (che maschera in realtà la propria perdurante incapacità a essere promotori e animatori di piazze) e non vedere i rischi che tale fenomeni portano in seno. Si tratta di movimento con giuste parole d’ordine, che tuttavia nasce con l’oggettiva e scontata genericità dell’impianto. Tant’è vero che chiunque ci si può riconoscere, basta non essere fascista (ultimamente pare neanche quello). Quanti di questi si mobiliterebbero però sull’Ilva? Quanti chiederebbero una patrimoniale seria? Quanti ancora scenderebbero in piazza per la sanità, la riforma fiscale, ecc? Certo, non è compito di un movimento, ma di un partito. Appunto.

Allora la giusta, ovvia e insistente sottolineatura dell’essere apartitico riecheggia la nascita di un altro movimento, i 5 Stelle, anche essi nati con giuste parole d’ordine, e anche sufficientemente di sinistra (acqua pubblica, ambiente, mobilità sostenibile, sviluppo e connettività: do you remeber?). La genericità delle parole d’ordine, non legate ad un progetto, ad un’idea di sviluppo e di società, ha trasformato quel movimento, i 5S, da apartitico ad antipartitico, da “vergine e puro” a obliquo e ambiguo (destra e sinistra sono superati), consentendone l’alleanza dapprima con la destra salviniana e poi disinvoltamente con il Pd e l’indecifrabile e indefinita Leu.

Allora la sinistra deve evitare come peste innanzitutto due errori ugualmente fatali: tentare di mettere cappello o accodarsi e inseguire. La sinistra deve essere capace, stavolta, né d’inseguire né di tentare di appropriarsi delle piazze da altri vitalizzate, ma di tornare a dialogare, intersecarsi, farsi sponda e spalla, arricchirsi di temi e suggestioni e arricchire essa stessa quelle piazze offrendo la propria visione di mondo: allora, forse e lentamente, tornerà a svolgere il proprio ruolo storico.

E allora sì che da quelle piazze potrebbero emergere nuovi leader, come nuove interpreti del tempo e espressione delle nuove esigenze e problematiche. Si tornerebbe cioè non ad attendere la nascita “divina” di un nuovo leader, ma si coltiverebbe.


* Lionello Fittante è cofondatore dell’associazione politico-culturale #perimolti, ed è membro del Movimento politico èViva