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Il taglio dei parlamentari è una sforbiciata alla Costituzione

Uno striscione con le foto delle poltrone esposto dai parlamentari M5S e accanto ad esso delle gigantesche forbici di cartone, davanti alla Camera dopo il varo della riforma che riduce il numero degli eletti, Roma, 08 ottobre 2019. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

L’immagine dei grillini che per festeggiare il voto che riduce i parlamentari tagliano con la forbice uno striscione con dipinte le “poltrone” scuote e, personalmente, turba. Veramente quel Parlamento che nasce da una lotta di liberazione e da una Costituzione democratica è da ridursi ad un insieme di poltrone e privilegi? Per altro sui “privilegi”, retribuzioni, indennità, appannaggi, non si è intervenuti.

Il Parlamento europeo ad esempio ha uno Statuto che regola tutti coloro che vi operano, dai deputati, ai lavoratori, agli assistenti, che vedono normati diritti, doveri e regole di trasparenza. In Italia si procede a pezzi e secondo i dettami classici del populismo e cioè mettendo nel mirino singoli aspetti che possano solleticare quella tendenza detta “anticasta” o anche “antipolitica”. A consuntivo forse si può cominciare a parlare però di una riscrittura “postdemocratica” del nostro ordinamento costituzionale fondato sulle istituzioni rappresentative.
Si potrà dire, con i Cinquestelle, che si guarda ad una democrazia diretta. Ma certo l’assetto viene scosso nel profondo.

Sarà bene interrogarsi e riflettere su cosa altro ci attende e dove si andrà a finire. Anche perché sono in campo ulteriori “strappi”, come il vincolo di mandato per i parlamentari. E l’accordo sui contrappesi siglato tra le forze di maggioranza non presenta poi davvero elementi di riequilibrio. È esclusa la legge elettorale (si pensi che in Portogallo dopo il fascismo il proporzionale lo hanno messo in Costituzione). Alcune norme di revisione delle strutture e del funzionamento parlamentare sembrano riecheggiare il testo renziano bocciato dal referendum costituzionale del 4 dicembre (2016, ndr) e guardano principalmente alla centralità dell’esecutivo. Una preminenza che risalta anche dalla riduzione di senatori e deputati, che mette in questione peraltro il funzionamento delle Commissioni parlamentari.

Ora ciò su cui viene da interrogarsi in questo momento è se questo fosse il prezzo da pagare per respingere l’assalto di Salvini. «Altrimenti torna Salvini», mi pare un argomento che rischia di indebolire ulteriormente la democrazia. Una sorta di «o mangi la minestra, o salti dalla finestra» che non a caso serviva a dare una immagine rassegnata del popolo e in realtà a farlo sentire tale, cioè rassegnato a non avere alternative. La democrazia è precisamente l’esistenza di alternative. E il Parlamento il luogo della loro rappresentazione.

Perché dunque per respingere l’attacco di Salvini alle prerogative del Parlamento bisogna ora accettare il ridimensionamento del Parlamento stesso? Naturalmente modificare le istituzioni si può. Ma l’immagine della sforbiciata alle poltrone dice che si sta facendo altro. Un Parlamento più ridotto (a questo punto con un rapporto tra elettori ed eletti tra i più alti di Europa) richiede una centralità e una rappresentatività massima del Parlamento stesso. Cioè: proporzionale, autorevolezza dei parlamentari veramente scelti dagli elettori, autorevolezza dei soggetti politici. Purtroppo queste condizioni e questi requisiti non ci sono.

Peraltro l’idea che non ci sono alternative risulta avvalorata da 25 anni e più durante i quali, mentre la conflittualità tra i soggetti politici e le ambizioni “piglia tutto” di alcuni sono cresciute a dismisura, i voti amplissimi e trasversali sulle questioni più importanti, dai trattati liberisti alle controriforme su lavoro e pensioni, sono stati tantissimi. Fino a quello “bulgaro” dell’ 8 ottobre, dove solo in 14 si sono opposti a Montecitorio alla diminuzione del numero dei parlamentari.

Che fossero molti di più coloro che avrebbero voluto frenare sulla riforma, però, lo dicono i discorsi fatti in aula, le dichiarazioni, i “voto ma chiedo il referendum”. Ora, io penso che un referendum sul tema ci debba essere assolutamente (in questi casi il referendum confermativo può essere richiesto da un quinto dei membri di una delle camere, da 500mila elettori oppure da cinque consigli regionali, ndr). Ma, da parlamentare, avrei votato contro proprio per la responsabilità datami dall’esercizio costituzionale del mandato, propria di una democrazia parlamentare. Quella che bisogna difendere, rilanciandola.

Speculare a dire «altrimenti torna Salvini» è il dire «avete voluto fare questo pasticcio di governo ed era inevitabile che finisse così». Ora è vero che il taglio era il provvedimento bandiera dei Cinquestelle. Ma i Cinquestelle non stanno precisamente all’apice dei consensi. E i provvedimenti si possono discutere per costruire una coalizione di governo seria. Naturalmente se si ha una visione politica alta e autonoma. Ma, se non si capisce che se i parlamentari sono meno devono essere più forti e rappresentativi e quindi serve il proporzionale e la centralità del Parlamento, la “trattativa” la si fa molto male. Anzi, non è una trattativa ma la somma di più danni.

D’altronde se si passa dal considerare i Cinquestelle un avversario pericoloso alle proposte di patti generalizzati si dà l’idea di una politica estemporanea, opportunista. E l’opportunismo è l’esatto opposto della possibilità, e del dovere, di scegliere. Già altre volte il popolo italiano ha dimostrato di essere attaccato alla lettera ed allo spirito della Costituzione. Magari succederà ancora.

Se l’aborto sicuro è ancora un diritto negato

Nel 1973, per la prima volta nella storia della Bolivia, una modifica all’interno del Codice Penale determinò l’instaurazione di precise e severe limitazioni in materia d’aborto. Allora il Paese viveva sotto la dittatura di Hugo Banzer Suárez, ma ancora oggi – dopo 46 anni – tale pratica continua ad essere criminalizzata e permessa solamente in precise circostanze.

Il pericolo di vita per le madri, le malformazioni fetali, il concepimento dovuto a una violenza o a un incesto sono le uniche causali che consentono a una donna boliviana il ricorso all’interruzione legale della gravidanza. Interruzione che, fino al marzo 2013, per essere effettuata legalmente in ospedale necessitava di un’autorizzazione firmata da un giudice in seguito alla conclusione di un’indagine giudiziaria.

Dopo questa data, grazie all’intervento di Patricia Mancilla, ex deputata del Movimiento al Socialismo (Mas) – partito del presidente Evo Morales – si arrivò a produrre quella che oggi è conosciuta come Sentencia Constitucional 0206/2014. Tale sentenza permette alle donne boliviane che rientrano nelle causali previste dal Codice Penale di poter abortire, senza dover aspettare una sentenza ma in seguito ad una semplice deposizione in un qualsiasi commissariato del paese.

Tutt’oggi, la pena prevista per il medico operante all’infuori di queste causali è da 1 a 6 anni di reclusione, da 1 a 3 per la donna consenziente.

«La Sentenza Costituzionale è stata l’unico passo avanti avvenuto nella legislazione boliviana» afferma Maria Galindo, fondatrice e leader del Collettivo Mujeres Creando – punto di riferimento a livello nazionale per quanto riguarda la tutela dei diritti delle donne – che racconta come in Bolivia una battuta frequente in questi casi era affermare che il tempo del processo durava quanto quello di una gravidanza, e le donne si ritrovavano con l’autorizzazione a procedere all’aborto soltanto dopo aver partorito.

Gli ostacoli burocratici non sembrano però esser stati tutti superati da questa sentenza. Varie realtà della società civile, tra cui la Piattaforma 28 Settembre, sono unanimi nell’affermare che «molto spesso queste leggi non vengono rispettate e che se da un lato non esiste nessuna informazione rispetto a questi diritti e poche donne ne sono a conoscenza, dall’altro lato molti medici si rifiutano di compiere aborti anche di fronte a bambine vittime di violenza senza che incorrano in ripercussione alcuna».

È il caso di una bambina di Puerto Acosta – provincia di La Paz – che lo scorso ottobre, ad appena 9 anni, è stata costretta a portare avanti la sua gravidanza, frutto d’incesto. La giovane è morta una volta giunta all’ottavo mese, in quanto il suo fisico le ha impedito di portare a termine la gestazione. Questa storia, purtroppo, non è un caso isolato.

Secondo uno studio fornito dalla Cidem (Centro de Infromation y Desarrollo de la Mujer), ogni giorno in Bolivia muoiono 2 donne per complicazioni legate alla gravidanza e si producono 185 aborti. Di questi, secondo l’Ipas (Ong internazionale attiva sul tema dell’aborto), negli ultimi 4 anni soltanto 332 sono quelli effettuati avvalendosi del precedente creato dalla Sentenza Costituzionale 206/2014, vale a dire neanche lo 0,01%.

«Queste statistiche vengono effettuate sulla base dei dati forniti dagli ospedali, in cui arrivano donne con emorragie o complicazioni. Non possiamo quindi parlare di autodeterminazione e di aborti voluti. Chi abortisce con la pillola non rientra in questi calcoli, come la maggior parte delle donne da noi assistite lo scorso anno» afferma Julieta Ojeda, militante di Mujeres Creando e da vent’anni responsabile del servizio di consultorio offerto dalle attiviste nella città di La Paz.

Numeri alla mano, la denuncia della società civile rivendica come la realtà mostri che nessuna penalizzazione ha mai ottenuto che si eviti di ricorrere a tale pratica. «L’unico effetto generato da tale politica repressiva è mettere in gioco la vita delle donne più povere che non riescono ad affrontare gli elevati costi necessari per mettersi nelle mani di medici padroni di un ormai affermato business clandestino» continua Ojeda.

Il costo di ogni singolo intervento, infatti, varia a seconda delle strutture a cui ci si rivolge: un aborto sicuro in una clinica può costare da 3500 a 16000 bolivianos (dai 450 ai 2000 euro). Motivo per cui le donne preferiscono provocarsi gli aborti con la pillola. Ed anche intorno a questo farmaco avvengono speculazioni notevoli ai danni delle richiedenti. Il prezzo di listino del misoprostol sotto presentazione della ricetta sarebbe di 15 bolivianos (poco meno di 2 euro), ma viene venduto sottobanco ad un prezzo che può arrivare fino a 50 bolivianos, ossia a più di tre volte il prezzo reale.

Pagando il massimo della tariffa, le cartelle cliniche vengono falsificate e le donne risultano ricoverate per altre ragioni, garantendo la massima riservatezza dell’intervento.
Chi non dispone di queste somme è costretto a rivolgersi a dei semplici consultori, dove le tariffe sono sensibilmente inferiori e oscillano tra i 300 e i 1000 bolivianos, ma le condizioni igieniche e di sicurezza sono altrettanto precarie. Può succederti qualsiasi cosa.

Il ricorso agli aborti illegali è dovuto in larga parte ad una diffusa mancanza d’informazione riguardo alle possibili alternative a cui le donne possono ricorrere: «Nonostante sia un obbligo del governo diffondere l’informazione, non viene fatto, o quantomeno non in maniera sufficiente» denuncia Mujeres Creando. Molte autorità municipali e centri di salute non sono formati ed aggiornati riguardo alla Sentenza 206 del Tribunale Costituzionale e alla sua applicazione, e questo sia per mancanza di informazione che per paura di esporsi in favore di questa pratica.

«C’è di fatti una diffusa opposizione alla pratica dell’aborto legale da parte dei medici, soprattutto nei centri di salute legati alla chiesa cattolica, dove gli obiettori di coscienza preferiscono orientare le donne che vi si presentano verso altri centri ospedalieri» continua la portavoce del collettivo.

Se dal fronte delle istituzioni i movimenti in favore della depenalizzazione dell’aborto non hanno finora trovato l’appoggio sperato, la situazione non sembra che possa migliorare nel prossimo futuro. In vista delle elezioni presidenziali del 20 ottobre, dei 9 partiti che superate le primarie si contenderanno i seggi in parlamento, nessuno prevede nella propria agenda la difesa del diritto all’aborto ed all’autodeterminazione delle donne boliviane.

In tale contesto, in cui le istituzioni e lo stato si rivelano assai distanti dalle quotidiane urgenze dei propri cittadini, è la società civile a sostituire il potere costituito, orientando, accompagnando e fornendo assistenza diretta a quelle donne che semplicemente vorrebbero veder realizzato un loro diritto.

INTERVISTA A MARIA GALINDA

«Confida nel suono della tua voce»; «I nostri sogni sono i vostri incubi»;  «Perdono il tuo violentatore con una semplice confessione…e ti condanno ad abortire anche se sei una bambina».

Sono alcune delle frasi che si rincorrono sui muri di La Paz, Santa Cruz e molte altre città della Bolivia. Portano la firma di Mujers Creando, un collettivo anarchico femminista nato nel 1992 a La Paz. Riempiendo i muri grigi delle città andine con murales di stampo politico, queste donne sono riuscite a costruire negli anni un forte legame con la popolazione, fino a diventare un punto di riferimento a livello nazionale per tutte coloro che si ritrovano in cerca di giustizia, e non solo.

Maria Galindo, leader e portavoce del movimento anarco-femminista, ci spiega come Mujeres Creando «si pone da sempre la necessità di accompagnare la lotta politica attraverso una forma di lotta che noi definiamo Politica Concreta, ossia non solo portare avanti battaglie per ottenere ciò che desideriamo dalla società, ma anche fare concretamente ciò che desideriamo. La nostra lotta si pone come obiettivo il riconoscimento della sovranità della donna sulle decisioni che riguardano il suo corpo».

Ci troviamo all’interno del bar de Los Deseos de la Virgen, la centralissima sede Paceña di Mujeres Creando, in cui più di 20 donne lavorano all’interno di cinque cooperative sociali che col tempo si sono costituite nell’aerea urbana di La Paz ed El Alto, e che portano avanti differenti tipologie di servizi. All’interno del Centro si possono infatti trovare: un ristorante popolare, che ogni giorno dispensa pranzi ad ogni genere di avventori – dai professionisti in pausa agli studenti di passaggio – un bar, una radio, una libreria, un centro di accompagnamento per donne vittime di violenza, un consultorio e perfino un ostello.

Sono le nove di mattina e di fronte ad una tazza di caffè, Julieta Ojeda – che da 20 anni lavora come volontaria nel consultorio da cui ha appena terminato il suo turno di ricevimento mattutino – ci concede un’intervista per spiegarci in cosa consiste il lavoro che Mujeres Creando (MC) porta avanti in favore della depenalizzazione dell’aborto.

Quali sono i servizi che MC offre alle donne che desiderano abortire?

MC è un movimento che da 22 lavora sul tema dell’aborto, offrendo un servizio personalizzato e individuale di assistenza e consulenza grazie al lavoro delle 3 psicologhe che formano l’équipe. Per prima cosa forniamo alle donne informazioni rispetto alla pratica abortiva. Una volta illustrate le varie opzioni, chiediamo loro di effettuare un test di gravidanza in quanto è necessario innanzitutto constatare se la persona sia incinta o meno e di quanti mesi.

In primo luogo per la sua salute, ma anche perché con l’instaurarsi di numerosi gruppi “pro vita” che minacciano il nostro lavoro dobbiamo fare attenzione alle persone che vengono a recuperare informazioni nel nostro centro. Se il test conferma e se le donne in questione prendono la decisione di abortire, viene fornita  loro una serie di indirizzi di cliniche in cui possono effettuare l’aborto in totale sicurezza, o di farmacie che vendono le pillole che inducono l’aborto, come nel caso del misoprostol, a prezzi di mercato senza speculare sul bisogno delle pazienti.

Alle donne che intraprendono questo percorso viene poi fornita assistenza fin quando l’ultima ecografia non mostra l’espulsione del feto in caso di aborto via pillola, e fino alle successive mestruazioni in caso di aborto chirurgico.

Il servizio che gratuitamente fornite alle donne che si rivolgono a MC comporta per voi operatrici anche dei rischi?

Per il nostro servizio di orientamento e accompagnamento rischiamo dai 3 ai 6 anni di carcere. Per questo motivo adottiamo alcune semplici precauzioni, soprattutto nelle comunicazioni con le persone che seguiamo fuori dal dipartimento di La Paz e che quindi avvengono per forza di cose per via telefonica, in maniera che le informazioni fornite siano totalmente riservate. Sappiamo che corriamo dei rischi, ma li accettiamo senza vivere nella paranoia poiché convinte del nostro operato.

Quante donne seguite ogni anno?

Nel 2018 abbiamo accompagnato all’aborto 150 donne soltanto a La Paz.

Vi avvalete della collaborazione di medici e avvocati militanti?

Mujeres en busaqueda de justicia, la cooperativa che si occupa di assistenza legale, conta di una équipe di 3 avvocatesse membre di MC. Per quanto riguarda il consultorio, collaborano con noi studentesse di medicina o dottoresse che stanno ancora svolgendo la loro specializzazione (internato). Si tratta di compagne che sposano la causa di MC.

Avete quindi dei canali preferenziali costruiti nel tempo con strutture o medici che permettono l’aborto?

Non abbiamo collaboratori diretti all’interno delle strutture. Quello che facciamo è cercare dei posti che per lo meno abbiano i requisiti minimi igienico sanitari e di sicurezza in cui le donne possano abortire. I medici che operano nelle cliniche da noi identificate speculano sulla codizione delle donne che si rivolgono loro, ma per lo meno sono professionisti del settore che operano in vere sale operatorie, sono assistiti da anestesisti ed infermieri e forniscono un certo grado di sicurezza per le pazienti, cosa che non accade nella maggior parte dei centri clandestini, veri e propri ambulatori improvvisati che si prestano più ad interventi veterinari che altro.

Anche in Bolivia, come nel resto dell’America Latina, assistiamo ad un crescendo di manifestazioni di stampo conservatore, come risponde MC? 

È un periodo di oscurantismo quello che stiamo vivendo e in quanto femministe la nostra strategia è contrastare questo tipo di religioni fondamentaliste.

Un tipo di contestazione a questa ondata conservatrice è stata pubblicare un manuale di educazione alla sessualità per le donne, intitolato Soy lo Proibido. Uscito l’8 marzo, utilizzando un linguaggio semplice e diretto, il manuale si rivolge a tutte le donne del Paese. Crediamo che questa sia l’unica maniera di combattere la nostra battaglia: far sì che le giovani, categoria prediletta dalle prediche delle sette religiose, possano acquisire le conoscenze necessarie per difendersi dai tentativi di evangelizzazione, soprattutto in un Paese in cui l’educazione sessuale è percepita come un tabù e non viene insegnata nelle scuole.

In Argentina il 28 maggio è stata depositata per l’ottava volta una proposta di legge in Parlamento per la depenalizzazione dell’aborto. In Bolivia questo tentativo è stato mai pensato o portato avanti?

La Plataforma 28 de Septiembre, gruppo di Ong boliviane, lavora sul tema e dispone di molti mezzi, ma a livello legale non ha mai avuto la possibilità di presentare una proposta, in quanto non c’è un parlamentare disposto ad appoggiare un progetto di legge  di questo tipo.

Credo che questa sia la riprova che le priorità del Paese sono altre e il parlamento boliviano non è disposto a dibattere su un argomento come l’aborto, cosa che invece ho seguito con molto interesse in Argentina. Il fatto che poi le discussioni siano trasmesse pubblicamente, cosa che in Bolivia non avviene, permette alla popolazione di partecipare al dibattito e di interessarsi ai temi affrontati.

L’urgenza di una legge mi sembra fondamentale e come MC potremmo lavorarci, anche se nella nostra lotta abbiamo trovato altri meccanismi per sollevare nuove questioni e stimolare il dibattito a livello sociale, ed è questo il motivo del nostro successo. 25 anni fa, quando abbiamo cominciato questo percorso, la gente non aveva il coraggio di pronunciare la parola aborto a voce alta. Oggi, grazie al quotidiano lavoro portato avanti dalla lotta femminista, ragazze di 14-15 anni e molte altre donne manifestano per le strade in favore di una depenalizzazione. E vi ricorrono, seppur ancora in maniera illegale.

 

Licenziamento per ingiusta gravidanza

A lonely girl walking along bridge.

Giampiero Rossi sul Corriere della Sera racconta la storia di una donna che da quindici anni lavora per un’azienda, praticamente da sempre, e che si ritrova a essere relegata in un angolo, vessata e spinta alle dimissioni perché si è permessa di volere un secondo figlio.

«Dovevi dirmelo già quando tu e il tuo compagno avete deciso di avere un altro bambino», le dice il suo capo, con tutta quella buona dose di presunzione e anaffettività che qui da noi sono un vanto di certa classe dirigente imprenditoriale. Dal suo rientro al posto di lavoro Chiara ha iniziato a subire comportamenti che non aveva mai visto prima, dalle contestazioni per le cose più inutili fino al demansionamento che la porta a tritare carta, rispondere al citofono e poco altro. Anche quando cambiano i telecomandi per il cancello d’entrata in azienda lei non viene presa in considerazione.

Da responsabile di reparto alla fotocopiatrice, con il chiaro invito a accettare una buonuscita per dimettersi altrimenti, le dicono, «ti faranno morire».

Un mondo del lavoro che considera la gravidanza una colpa è la fotografia perfetta del calo della natalità in Italia, dove si spendono molte parole sulle famiglie (e spesso si sproloquia, anche) e ci si dimentica che l’uguaglianza invece ha bisogno di riforme vere e di tutele.

Chiara ha la colpa di avere voluto un figlio. Dicono che dovesse accontentarsi di averne già uno. È il lavoro che diventa padrone degli orari non lavorativi, degli affetti personali, delle scelte sulla maternità. Vivere per lavorare piuttosto che lavorare per vivere. Qualcosa di simile a una prigione.

Per non parlare delle migliaia di dimissioni estorte che gravano sui lavoratori e che non emergono dalle statistiche ufficiali. Non è solo un problema di produttività: è un problema di etica.

Buon mercoledì.

La guerra simulata tra i partiti ai tempi del neoliberismo

Il murales comparso in piazza Capizucchi sul nuovo governo Conte bis.L'opera ritrae il premier Giuseppe Conte, il neo ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il segretario del Pd Nicola Zingaretti e il senatore Matteo Renzi, Roma, 06 settembre 2019. ANSA/ANGELO CARCONI

Il 5 ottobre, invitato a celebrare la ricorrenza della strage di Marzabotto, David Sassoli ha affermato: «Vengo qui per dire che l’equiparazione votata in una risoluzione del Parlamento europeo fra nazismo e comunismo è politicamente scorretta e intellettualmente confusa». Peccato che Sassoli sia il presidente di quel Parlamento, e che lui e il suo partito (Pd) quella risoluzione l’abbiano sostenuta integralmente.

Poche ore prima Calenda, in un sorprendente intervento, riconosceva di aver raccontato per trent’anni “cacchiate” sul neoliberismo: «Abbiamo sostenuto che andava difeso il lavoro, non il posto di lavoro», ha affermato, «ma all’operaio di 50 anni che perde il posto di lavoro non posso raccontare che forse lo recupererà nell’economia delle app». Dunque, candidamente, Sassoli e Calenda affermano di aver detto o fatto scemenze raccogliendo applausi, o al massimo qualche ironico commento.

Il punto è che, purtroppo, questa superficialità, o forse dissociazione tra parole e fatti, sembra ormai caratterizzare l’intera classe politica: Salvini, Conte, Di Maio, Renzi, il Pd, possono ormai dire una cosa e agire in modo del tutto contrario, quasi questo sia un modo normale di fare “politica”. Salvini ha fatto cadere il governo perché riteneva impossibile andare avanti col Movimento 5 stelle, salvo poi offrire a Di Maio la presidenza del Consiglio nella stessa alleanza. Conte ha governato col governo giallonero ed è in carica anche col governo giallobianco (di rosso in questo governo c’è ben poco). Di Maio, dopo avere definito il Pd «il partito di Bibbiano» con cui non avrebbe mai governato, ora è ministro degli Esteri di un governo con democratici e 5 stelle. Renzi, dopo aver sabotato un anno e mezzo fa l’accordo Pd-M5S, avendo forse terminato i pop corn rivendica ora la realizzazione di quello stesso accordo. Il Pd, dopo aver votato per tre volte contro la riduzione del numero dei parlamentari, ora è intenzionato ad approvarla.

Gli esempi potrebbero continuare: nel 2013 il Pd di Bersani chiese il voto per difendere il lavoro e contrastare le politiche di austerità, ma il Pd di Renzi utilizzò quel voto per il Jobs act, l’abolizione dell’Articolo 18, la Buona scuola e per proporre una riforma costituzionale poi bocciata dal referendum del 4 dicembre 2016, temi questi assenti o in contrasto con quanto proposto agli elettori in campagna elettorale.

In questo gioco di specchi, dove si parla a vanvera e personaggi senza spessore e senza cultura politica si prendono gioco dell’opinione pubblica, alcune scelte di fondo sono portate avanti con poche variazioni, indipendentemente degli esiti elettorali e dallo schieramento che governa: mi riferisco al Tap, al Tav, all’acquisto degli F-35, all’austerità, alla svalutazione del lavoro, all’attacco alla Costituzione, come anche all’autonomia differenziata.

Dobbiamo avere il coraggio di porci la seguente domanda: chi governa veramente il nostro Paese? Mettendo in fila i fatti sopra ricordati (e altri se ne potrebbero rammentare) si può dedurre che oligarchie dominanti dai contorni non facilmente individuabili riescano ormai ad imporsi tramite canali che sfuggono al controllo democratico. Il Parlamento e l’opinione pubblica sono in sostanza chiamati ad approvare scelte decise altrove, e ove sorgano ostacoli si trova comunque il modo di procedere, con minime correzioni. Certo, il governo giallobianco è meglio del governo giallonero: se non altro Salvini è stato fatto scendere dal palcoscenico su cui recitava il suo orribile copione. Ma occorre avere la consapevolezza della gravità delle condizioni in cui versa la nostra democrazia.

Fantocci che impiccano Greta

epa07875173 Swedish sixteen-year-old climate activist Greta Thunberg speaks during a press conference at the end of the march for the climate strike in Montreal, Quebec, Canada, 27 September 2019. Thunberg participated in several climate events in Montreal, continuing a month-long series of climate-related appearances in the US and Canada which began with her sailing from England to New York in late August. EPA/VALERIE BLUM

Hanno preso un pupazzo con le sembianze di Greta Thunberg e hanno deciso di impiccarlo sotto un ponte a Roma. Tanto che c’erano ci hanno messo anche un messaggio di quelli che vorrebbe essere solenne e invece non significa nulla: “Greta is your God”, scritto in inglese perché questi quando fanno una cagata vogliono anche sentirsi internazionali. Vorrebbero essere Banksy e invece sono degli imbecilli che vomitano addosso a qualcuno di conosciuto sperando di avere un po’ di riflesso. E invece tornano solo schizzi.

Eppure i fantocci, quelli veri, non sono come quel pupazzo appeso sotto al ponte: i fantocci veri sono quelli che hanno bisogno di strusciarsi contro qualcuno, possibilmente in evidenza, per ritagliarsi un po’ di notorietà e per provare a redimere la propria invidia e i propri fallimenti. Sono quelli che ancora non hanno capito che lo scopo di una ragazzina di sedici anni (e in fondo il suo valore) è quello di avere acceso una discussione su un tema urgente e spesso troppo dimenticato: prendersela con lei piuttosto che discutere delle proprie tesi sul cambiamento climatico è da fantocci, appunto.

Sono fantocci quelli che ancora insistono a contestare le soluzioni di Greta senza rendersi conto che lei stia semplicemente evidenziando un problema: se vi sentite soddisfatti a discutere della giustezza di manifestare perdendo un giorno di scuola forse qualcuno dovrebbe avvisarvi che state discutendo di altro. Del resto proprio Greta all’inizio della sua protesta, quando era sconosciuta, ripeteva spesso: «Perché dovrei studiare se i capi di governo non ascoltano quello che dice la scienza?». Ecco, questa è una buona domanda.

Sono fantocci quelli che usano una ragazzina (e poi notatelo, per favore, sempre con le donne escono gli istinti peggiori dei vigliacchi, sempre così) per volere combattere il mondo. Fate una cosa: uscite di casa, metteteci la faccia, spiegate le vostre idee e poi voltatevi a vedere quanti e come vi seguono.

Perché in fondo da sempre gli odiatori provano a travestirsi di contenuti ma senza odio rimangono in mutande, vuoti, sono niente.

Buon martedì.

È una roba enorme quell’incontro con Bija

Non fidatevi del fatto che se ne parli poco: la notizia è rimbalzata in prima pagina sui più importanti giornali stranieri ma qui da noi la prima difesa consiste sempre nel fare finta che l’accusa non esista. E così che Avvenire abbia dimostrato foto alla mano che il governo italiano negozi con Abd al-Rahman al-Milad, il famigerato Bija, travestito da rappresentante della Guardia Costiera libica nel 2017 in un incontro sul modello del Cara di Mineo (che poi prendere a modello il Cara di Mineo è un’altra assurdità da manuale) sembra interessare solo agli addetti ai lavori, come se fosse una notizia da poco, qualcosa di accidentale.

Eppure che l’Italia incontri ufficialmente un uomo accusato di essere uno dei più efferati trafficanti libici, colpevole di omicidi, annegamenti e stupri dimostra almeno una di queste due cose: o il governo italiano e la sua cosiddetta intelligence sono talmente inetti da non sapere nemmeno chi entra in Italia mica con i barconi ma addirittura con inviti in carta bollata o il governo italiano è consapevolmente colluso con la mafia libica che cerca di ripulire chiamandola governo Guardia Costiera libica.

Poi ci sono le reazioni e i comportamenti: gli stessi che si stracciano le vesti per una foto di qualche avversario politico con un pregiudicato oggi tacciono di fronte a una foto che mostra un boss mafioso (anche se libico) ufficialmente invitato. Strano vero? Oppure: gli stessi che giustamente si indignano per la trattativa Stato-mafia sembrano non comprendere che quella foto dimostri che lo Stato italiano e la mafia libica abbiano probabilmente trovato un accordo e addirittura si sponsorizzino lautamente con i soldi dell’Europa. Un po’ distratti, in effetti.

E poi ci sarebbe da chiedere al ministro Lamorgese se è ancora convinta che la Guardia Costiera libica stia “facendo bene il suo lavoro”. E poi ci sarebbe da chiedere a Minniti (e ai suoi fans) se il suo pugno di ferro sia figlio anche di una voluta miopia.

Insomma, è una roba enorme quell’incontro tra istituzioni e carnefice. E come sempre loro fingeranno che non sia successo niente.

Buon lunedì.

Sos beni culturali, salviamo il magazzino del sale progettato da Nervi

L’architettura moderna crea ancora problemi in fatto di tutela. Nei giorni scorsi la senatrice Margherita Corrado (archeologa, membro della Commissione Cultura del Senato, M5S) si è vista costretta a intervenire per tutelare un’opera progettata dall’ingegnere Pier Luigi Nervi: il magazzino del sale a Cirò Marina (provincia di Crotone), proprietà privata, a rischio di distruzione. Nell’intervista rilasciataci la senatrice ha dichiarato:
“Ho scritto alla Direzione Generale Archeologia Belle Arti e Paesaggio del MiBAC per chiedere che si attivi a tutela del magazzino a copertura parabolica continua dell’ex stabilimento Sali Italiani di Punta Alice di Cirò Marina (Kr), in corso di bonifica da parte di Syndial. Il silos, capace di ben 140mila tonnellate di cloruro di sodio iperpuro, fu costruito nel 1970 su progetto dell’architetto piemontese Pier Luigi Nervi (1891-1979). Non avendo ancora 70 anni, il manufatto manca del requisito richiesto dal Codice Urbani per essere tutelato ex lege. Rientra, tuttavia, in un piccolo nucleo di analoghi magazzini che la progressiva dismissione degli impianti industriali di pertinenza ha messo e mette a rischio di demolizione, destino toccato ad esempio a quello dell’ex stabilimento Montedison di Crotone. Se non bastasse, il monumentale silos di Punta Alice (lungo 175 m e largo 70, alto in chiave 32 m) è ormai parte di un paesaggio storicizzato che affianca ai ruderi del santuario magno-greco di Apollo Aleo, scoperto nel 1924 e indagato da Paolo Orsi per primo, un interessante esempio di architettura moderna in cemento, combinazione ‘impensabile’ ma dal fascino peculiare”.
Inevitabile più di una riflessione. Nulla ha insegnato, evidentemente, “il fattaccio brutto” del nuovo stadio per la Roma calcio dove è previsto l’abbattimento delle tribune dell’ippodromo di Tor di Valle realizzate per le Olimpiadi del 1960.
A capo della direzione generale cui si è rivolta la senatrice è da qualche tempo, per scelta dell’ex ministro Alberto Bonisoli, Federica Galloni, già responsabile della Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane. Verrebbe da starsene sereni se la memoria non stesse lì a indicarci che la medesima Galloni era direttore regionale MiBACT del Lazio proprio nella fase più cruciale che ha portato alla decisione di abbattere le tribune che qui si sono ricordate. Tornando allo specifico, non rimane che attendere e vedere gli sviluppi anche di quest’ennesima, già infelice, vicenda crotonese.
A ben vedere, considerazione al margine, sempre la Galloni avrebbe un motivo aggiuntivo per favorire la tutela del deposito di Nervi a Cirò perché chiama in causa le nostre coscienze di cittadini e progettisti. L’architettura del noto ingegnere piemontese è la dimostrazione che anche un’opera squisitamente funzionale può avere elevata qualità. Constatazione non da poco soprattutto se vista alla luce degli orribili capannoni industriali che inquinano visivamente il paesaggio italiano a cominciare dalle periferie urbane.

Ambiente e lavoro, le priorità di Corbyn

epa07866708 Labour Party leader Jeremy Corbyn reacts after delivering a key-note speech on the fourth day of the Labour Party Conference in Brighton, Britain, 24 September 2019. Labour Party Conference runs from 21 to 25 September. According to reports, Corbyn called on British Prime Minister boris Johnson to resign after the Supreme Court on 24 September ruled that suspension of Parliemnt was unlawful. EPA/ANDY RAIN

Laura Pidcock è un astro nascente del movimento laburista. Classe 1987 è entrata in Parlamento nel 2017, eletta nel collegio di Durham, storico centro minerario del Nord est inglese, una zona storicamente laburista ma che ha votato in modo compatto per uscire dall’Unione europea. Recentemente ha parlato al Tuc (Trade union congress), il massimo organo dei sindacati britannici, dove ha presentato le nuove posizioni dei laburisti in favore del mondo del lavoro e del sindacato. Temi di cui la Pidcock si occupa anche all’interno del Gabinetto ombra di Corbyn.

La Conference laburista della scorsa settimana è stata oscurata dalla decisione dell’Alta Corte circa la riapertura del Parlamento, ciò nonostante è stata una occasione per annunciare un’agenda politica molto radicale. Secondo lei qual è stata la proposta più radicale annunciata a Brigthon?
Ovviamente considero molto importanti le proposte che sono legate al mio gabinetto ombra (sono sottosegretaria ombra per i diritti del lavoro) che sono state fatte al Tuc due settimane prima della conferenza. Molti richiami a quelle proposte sono state fatti chiaramente a Brighton, perché stiamo cercando di ricostruire fiducia e consapevolezza sui temi sindacali e del lavoro, perché saranno una parte cruciale e molto radicale del nostro prossimo programma elettorale. Come ha sottolineato Corbyn nel suo discorso, il Labour al governo introdurrà la maggiore estensione di diritti dei lavoratori che la Gran Bretagna abbia mai visto. Elimineremo i contratti a zero ore, introdurremo il salario minimo a 10 sterline a partire dall’età di 16 anni, introdurremo i diritti sindacali per tutti a partire dal primo giorno di lavoro, affronteremo il tema delle disparità salariali di genere, disabilità ed etniche. Inoltre introdurremo orari flessibili per le lavoratrici che…

 

L’intervista di Domenico Cerabona a Laura Pidcock prosegue su Left in edicola dal 4 ottobre 2019

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Report dal Rojava

Fighetrs of the US-backed Kurdish-led Syrian Democratic Forces (SDF) walk in front of a banner showing faces of fellow fighters, who were killed during battles with the Islamic State (IS) group, near the Omar oil field in the eastern Syrian Deir Ezzor province on March 23, 2019, after announcing the total elimination of IS' last bastion in eastern Syria. - Kurdish-led forces pronounced the death of the Islamic State group's nearly five-year-old "caliphate" early on March 23 after flushing out diehard jihadists from their very last bastion in eastern Syria. In Al-Omar, an oil field used as the main SDF staging base for the final phase of the assault, fighters in their best fatigues laid down their weapons and broke into song and dance. (Photo by Delil souleiman / AFP) (Photo credit should read DELIL SOULEIMAN/AFP/Getty Images)

In qualità di capo negoziatore di fatto della regione liberata chiamata Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale, Ilham Ahmed, copresidente curda del Consiglio democratico siriano, ha molto a cui pensare. Negli ultimi mesi, ha viaggiato negli Stati Uniti e in Europa, negoziando il futuro di un’area in cui vivono tra 5 e 6 milioni di persone, inclusa una consistente parte dei 6 milioni e 200mila sfollati siriani interni e, recentemente, migliaia di famiglie coinvolte nel terrorismo dello Stato islamico che oggi vivono nei campi profughi. Mentre Ahmed continua le delicate trattative con le superpotenze mondiali in merito allo status di questo territorio, il futuro è, in una certa misura, nelle sue mani.

Con la determinazione negli occhi e la fronte corrucciata, il suo viso testimonia questa formidabile responsabilità. Ma a bordo della sua utilitaria nera, guidando attraverso le pianure coperte da prati lussureggianti e pecore al pascolo, Ahmed si concede un momento per riflettere su una lezione della storia mentre si dirige a Sud, attraverso la provincia di Deir al-Zour, per l’annuncio ufficiale della disfatta del cosiddetto califfato dell’Isis.

Nell’anno 612 prima dell’era volgare, mi racconta, i Guti, gli antichi abitanti della Mesopotamia che i curdi talvolta indicano come loro antenati, si unirono ai Medi e ad altre tribù per respingere il loro oppressore, il re assiro Zuhak. «Erano tutti d’accordo ad accendere la torcia della libertà quel 21 marzo, lo stesso giorno in cui abbiamo dichiarato la fine della battaglia (contro l’Isis)» dice, raccontando la leggenda di Nowroz, il capodanno curdo – una celebrazione di rinascita e rinnovamento che è diventata il simbolo della resistenza popolare.

«A quel tempo, c’era una confederazione di tribù… [©NYR – traduzione di Alessia Gasparini]

Debbie Bookchin è una giornalista e una scrittrice statunitense. Venerdì 4 ottobre alle 17 presso il Teatro Comunale, Debbie Bookchin è stata ospite del Festival di Internazionale a Ferrara.

Il reportage di Debbie Bookchin prosegue su Left del 4 ottobre 2019

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Leonardo, Raffaello e il gioco della (reciproca) influenza

Uno dei problemi maggiori che deve affrontare lo studio sull’arte di Leonardo da Vinci è costituito dalla condizione di isolamento costruita dalla mitologia degli ultimi due secoli intorno alla figura e all’opera del grande artista toscano. L’enfatizzazione della genialità di Leonardo passa attraverso il suo isolamento.

Leonardo è artista unico, irripetibile e la sua opera non si pone quasi mai dentro l’ambito rinascimentale ma molto al di fuori di esso. Persino la sua formazione nella bottega del Verrocchio appare sminuita dal principale biografo dell’artista, Giorgio Vasari, che deprime la grandezza del Verrocchio per enfatizzare la grandezza dell’allievo fatto appunto da sé.

Sempre il Vasari orienta in maniera definitiva gli studi successivi affermando che fu Leonardo ad influenzare gli artisti contemporanei e primo tra tutti Raffaello e che non vi furono influenze in senso inverso. Una posizione critica oggi insostenibile dal momento che il corpus dei disegni di Leonardo contempla alcuni disegni che riproducono il David di Michelangelo (Windsor) a testimoniare che Leonardo fu sensibile all’arte degli altri grandissimi contemporanei e che in qualche caso ne subì l’influenza.

Ancora più significativa appare la postilla che Federico Zuccari (1540-1609) appose ad una edizione delle Vite del Vasari del 1568 per commentare la pretesa di Vasari di una maggior grandezza di Leonardo rispetto a Raffaello: «Come si scopre sempre (Vasari) partiale in volere preferire i toscani a tutti gli altri, che ardisia antiporre Lionardo a Raphaello, chè per valent’omo che fusse Lionardo, non a comparatione con la gratia, con l’arte e con l’eccellenza di Raffaello, universale, copiose e singulare».

Leggere oggi, nel cinquecentenario della morte di Leonardo, questa affermazione può risultare…

Antonio Forcellino, autore di molti libri su Leonardo, è il curatore insieme a Roberto Antonelli della mostra “Leonardo a Roma. Influenze ed eredità” aperta dal 3 ottobre al 12 gennaio 2020 nella villa Farnesina e realizzata dall’Accademia dei Lincei e dalla Fondazione Primoli.

L’articolo di Antonio Forcellino prosegue su Left in edicola dal 4 ottobre 2019

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