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Hasta siempre, carissimo Pepe

Abbiamo dato il nostro “HASTA SIEMPRE” a José “Pepe” Mujica, ex presidente dell’Uruguay, conosciuto per la sua idea di sobrietà nella politica.
Abbiamo ascoltato in questi anni molti discorsi di quest’uomo, che, senza cercarlo e anche senza volerlo, è passato dall’anonimato al diventare una delle persone più ricercate dai giornalisti per interviste, dal cinema per documentari e film che raccontassero la sua storia.
Oggi, noi, il popolo uruguaiano, abbiamo salutato uno dei nostri personaggi politici più influenti della nostra storia.
Come da tradizione in Uruguay, il funerale di personalità molto influenti nella nostra cultura, come Eduardo Galeano, si è tenuto presso il Palacio Legislativo, ovvero il Parlamento, nel “Salón de los Pasos Perdidos”, un luogo di una bellezza profonda e imponente.

Ho partecipato non come giornalista, ma come parte della grande famiglia di amici che Pepe aveva, e proprio per questo solo oggi riesco a scrivere queste righe. Solo oggi mi sono sbloccata, dal dolore, da quel sentimento che ci causa la consapevolezza del fatto che non ci sarà più, che certi rituali non li potremo più condividere.

Sapevamo tutti da alcuni mesi che questo momento sarebbe arrivato presto, da quando a Pepe fu diagnosticata una metastasi e lui decise e annunciò di non sottoporsi più a cure. Ma anche se eravamo tutti preparati in qualche modo, alcuni anche con incarichi precisi da svolgere in questo giorno, la verità è che, quando un amico o parente a cui vogliamo bene viene a mancare, non si è mai davvero preparati.

Gabriela Pereyra mostra a Mujica la copertina di Left con la sua intervista

Ho assistito a molti funerali di ex presidenti e di personaggi della cultura amati dal popolo uruguaiano, ma ciò che è accaduto con Pepe non l’avevo mai visto. Per due giorni consecutivi chilometri di coda per entrare e passare davanti al suo feretro, portargli un fiore da lasciare ai piedi del feretro. Persone da luoghi lontanissimi, come il sud del Cile, o persino dalla Spagna e dall’Italia, sono venute per un silenzioso saluto.
Pepe non c’è più. Questa è la prima realtà con cui dobbiamo fare i conti. Ci sarà, politicamente, un prima e un dopo, e non solo in Uruguay, ma in tutta la regione, perché Pepe era un punto di riferimento imprescindibile.
Ho assistito al saluto di Lula, presidente del Brasile, e prima ancora di Boric, presidente del Cile. Ma mi ha molto commosso Lula. Si sa che erano legati da una forte amicizia, ma l’atteggiamento di Lula e di sua moglie con Lucía Topolansky, moglie di Pepe, e il dolore che Lula non poteva e forse non voleva nascondere sul suo volto, mi hanno profondamente toccata.
Da quando ho appreso la notizia del decesso di Pepe mi è passata davanti una vita, come in un film. Le nostre chiacchierate, le interviste che non erano mai interviste come di solito si fanno, ma ore di conversazione. E ho pensato che, grazie alle registrazioni fatte per possibili articoli, avrò per sempre questo ricordo. Il ricordo delle nostre voci, delle nostre risate, del rumore che arrivava dalla cucina mentre Lucía cucinava, il tango che ascoltava come sottofondo delle nostre conversazioni.
Quando ero in Italia e lo incontravo durante i suoi viaggi, o quando venivo al “paisito” a trovare la famiglia, Pepe mi chiedeva sempre: “Cosa aspetti a tornare in Uruguay?”. Alla fine, sono tornata nella mia terra e ho potuto godere della sua compagnia. Ci siamo arrabbiati tante volte, io con lui e lui con me, ma facevamo sempre pace subito.
E oggi ho visto un popolo che lo piangeva, non solo i suoi compagni politici, ma anche persone che pur non condividendo il suo modo di fare politica, sono stati toccati da quest’uomo che ha vissuto tutta la sua vita per il bene di chi ha meno.
Pepe Mujica è stato un uomo unico. Ha commesso errori come politico, ma il bilancio della sua storia politica è positivo, come dimostrano i volti bagnati di lacrime delle persone che hanno atteso per salutarlo.

L’Uruguay ha perso colui che ci ha fatto conoscere nel mondo per tante qualità oltre ai bravi calciatori. Nemmeno dopo aver interrotto le cure è stato mai fermo. Ha partecipato della campagna politica per le elezioni presidenziali e grazie anche a lui la sinistra è tornata a guidare l’Uruguay, ha incontrato amici, ha partecipato a riunioni e incontri e soprattutto se ne andava le mattine in giro col trattore a seminare sogni per chi rimane e a coltivare i propri seminati negli anni.

Ho letto stamattina un titolo che diceva che Mujica ha cambiato gli algoritmi, ed è proprio così. Non ha mai cercato i “mi piace” sui social, ma sono stati i social a cercare lui.

Ho avuto il privilegio di conoscere Pepe Mujica, e non potrò mai ringraziare abbastanza. Ne sono orgogliosa, perché, con i suoi pregi e i suoi difetti, è stato un uomo molto coerente. Un uomo giusto.
Le prossime generazioni impareranno che è esistito un politico che ha sempre pensato alla gente, al popolo, e che ha dato la sua vita per questo, pagando con oltre 13 anni di carcere in condizioni disumane.

Io ho perso un riferimento di vita, quasi un nonno, e il dolore è profondo, il vuoto sarà grande e nulla potrà riempirlo.
Mancherai, caro Vecchio, ma sei nei nostri cuori e sarai sempre tra noi.

Salù, carissimo Pepe!

 

L’autrice: Gabriela Pereyra è avvocata, attivista per i diritti umani e collaboratrice di Left

Femminicidi: il governo scarica le donne su chiese e farmacie

Stamattina si legge su quasi tutti i giornali che il ministro della Giustizia – l’ex magistrato Carlo Nordio – consiglia alle donne vittime di violenza di affidarsi al farmacista e al prete per salvarsi dal loro aguzzino. Secondo Nordio, «il funzionamento del braccialetto elettronico è molto spesso incompatibile con i mezzi di trasporto delle persone: nel momento dell’allarme nei confronti di una persona, molto spesso la vittima si trova a una distanza non compatibile con l’intervento delle forze dell’ordine. Dobbiamo coniugare questi due elementi dando un’allerta alla vittima, affinché sia in grado – nel momento in cui coglie questo momento di pericolo – di trovare delle forme di autodifesa, magari rifugiandosi in una chiesa o in una farmacia, in un luogo più o meno protetto».

Come ha scritto ieri Carlotta Vagnoli – che ha il maledetto vizio di pretendere la difesa di tutte, oltre all’autodifesa – in soldoni il ministro Nordio ricorda alle donne che, se provano ad ammazzarle, devono avere il buon gusto di non farsi ammazzare. Altrimenti salgono i numeri dei femminicidi – ieri l’ennesimo – e i maschioni di governo hanno il disturbo di dover rispondere ai question time in Senato.

La raccomandazione di Nordio è comunque la sindone del pensiero politico del governo: in questo mondo di dominanti e dominati ognuno è la propria patria. Agli oppressi conviene avere qualche buon amico per uscire dai guai, diffidando delle leggi. In questo caso non serve nemmeno un ministro. Bastano un prete e un farmacista.

Buon venerdì.

Lo spot più stupido del governo Meloni

Nel quasi silenzio generale, mentre la presidente del Consiglio sbraitava in Parlamento, un’altra persona trasferita nel Cpr di Gjader, in Albania, è tornata in Italia ed è formalmente libera.

La giudice di pace di Roma, Emanuela Artone, ha sospeso la richiesta di riesame del trattenimento per la stessa pregiudiziale costituzionale già sollevata in merito ai Cpr italiani. C’è da stabilire se la detenzione di persone straniere per un tempo prorogabile fino a 18 mesi violi l’articolo 13 della Costituzione, considerando che modalità e procedimenti non sono ancora puntualmente disciplinati da una normativa di rango primario. C’è da verificare anche se venga leso il principio di eguaglianza (articolo 3 della Costituzione).

L’ennesimo fallimento del progetto albanese del governo è avvenuto mentre la Camera approvava il cosiddetto “decreto migranti” con 192 voti a favore e 111 contrari. Tutto questo mentre nell’immaginario collettivo l’“operazione Albania” viene ancora raccontata come un successo.

Finora il Cpr di Gjader ha rimpatriato 16 persone, riportate nei rispettivi Paesi dopo un viaggio di andata e ritorno con l’Italia. Molti di più, invece, sono stati liberati o ritrasferiti in altri Cpr sul territorio italiano. Tutto ciò attraverso continui viaggi sull’Adriatico, con l’impiego di mezzi e personale. Sedici persone rimpatriate, a fronte di costi enormi, per allestire lo spot pubblicitario più costoso, più inumano e più stupido che un governo possa immaginare.

Milioni di euro spesi per apparire abbastanza cattivi da saziare la bile dei propri elettori. Anche qui, ci starebbe bene un bello scrollamento di testa del ministro Giorgetti.

Buon giovedì.

Foto governo.it

L’Italia bollita nella pentola del melonismo

Il melonismo si è ormai trasformato in corrente politica, corrente di pensiero e in un rullo compressore sui diritti. Ogni giorno accadono fatti gravissimi che si accumulano senza nemmeno lasciare lo spazio per essere smontati. Ieri, in Commissione antimafia, il generale Mori si è fatto portatore dell’ennesimo rovesciamento della realtà, con i magistrati antimafia finiti alla sbarra e con un nuovo tentativo di riscrivere gli anni delle stragi. Corre veloce il melonismo, sempre intento a riscrivere la storia.

Le bugie si ingrossano, finché non sono abbastanza forti da sfilare come se fossero realtà. Le narrazioni vengono rivendute come fatti, i numeri sbrindellati alla bisogna, le leggi piegate, la Costituzione fantasiosamente interpretata. Ovvio che in questo gioco i giornalisti vadano puniti, intimiditi, silenziati, perfino spiati.

L’autoritarismo non è più roba da Ungheria. L’autoritarismo sta qui, e confida nella sempre efficace sindrome della rana bollita di chi lo subisce.

Di fronte a quest’onda nera servirebbe una cosa sola: l’autorevolezza dell’opposizione. Un’opposizione ferma, compatta, facilmente leggibile, con le spalle larghe, con lo sguardo lungo. E invece forse è arrivato il momento di riconoscere che – per ora – non c’è. Se c’è, non funziona. Del Partito democratico si notano gli spifferi che di giorno in giorno diventano crepe, in attesa che la segretaria Schlein batta un colpo. Il M5s si annacqua sul referendum di cittadinanza, come se fosse un vezzo da hobbisti dei diritti. Tra le macerie del Terzo polo si sbanda tra maggioranza e opposizione, sperando di raccattare un sorso di percolato.

E dell’autorevolezza, chi si fa portatore?

Buon mercoledì.

Foto Gov
Foto NASA/JPL-Caltech

Pepe Mujica: La lotta è libertà, il senso della vita

Nel ricordare un grande uomo, un grande politico, un grande rivoluzionario vi proponiamo l’intervista realizzata a Montevideo dalla nostra collaboratrice Gabriela Pereyra (qui nella foto con el Pepe)

Pepe Mujica e Gabriela Pereyra con il numero di Left che gli dedicammo nel 2017

Pepe, tu sei ancora il punto di riferimento della sinistra in Uruguay, come ne vedi il futuro e cosa pensi dei giovani che, anche alla luce delle primarie del Frente amplio, si profilano come nuovi leader?
Io sono della idea che qualsiasi vittoria, qualsiasi trionfo non sia mai definitivo, perché non credo neanche alle sconfitte definitive. Negli uomini c’è l’idea della lotta permanente per salire scalino dopo scalino, con l’obiettivo di raggiungere lo sviluppo della civiltà. Questo non cade dal cielo, non è una casualità, ma scaturisce dalla naturale esigenza di realizzare la propria identità, di migliorare le condizioni di vita. Questo è essere di sinistra, dunque ciò che chiamiamo sinistra è l’espressione di una “vecchia” tendenza dell’uomo. Mi sento parente di Epamidonda, dei fratelli Gracchi, sono figlio di quella eterna lotta che esiste nella storia dell’uomo per la solidarietà, per un po’ di umanità, per migliorare, in contrapposizione alla visione conservatrice e reazionaria. Perciò confido nelle nuove generazioni, perché gli unici sconfitti sono quelli che smettono di lottare.

Dunque, sei ottimista per il tuo partito?
Nessuno è perfetto. L’importante è apprendere dagli errori. Pensiamo alla Rivoluzione francese, ai razionalisti, a Robespierre, che ragionando in un mondo religioso, pieno di pregiudizi, elevarono il dio ragione e non capirono che l’uomo è sì dotato della razionalità ma è anche passione, emozione, e oltre ai naturali bisogni della vita ha delle sue esigenze personali da realizzare. Insomma è molto più complicato di come lo vedevano. Questo per dire che le nuove generazioni, i nostri “eredi”, hanno a disposizione un arsenale di conoscenza che noi non potevamo avere. Devono saperlo mettere a frutto.

Al contrario delle nuove leve, la tua generazione ha vissuto sulla sua pelle l’idea di lotta.
È vero. Ti faccio qualche esempio. I lavoratori che lottarono per le otto ore di lavoro, otto ore di riposo e otto ore per vivere, sognavano un mondo utopistico. La storia umana è un cimitero di utopie, ma questa alla fine si è realizzata. Lottando. Quando ero ragazzo, la mia generazione faceva molta difficoltà ad avere i soldi per prendere l’autobus e andare al liceo. Abbiamo lottato per il diritto al biglietto gratuito per gli studenti. Oggi sembra una sciocchezza, ma quella lotta che forse molti studenti di oggi non conoscono, ci costò anche dei morti, i “martiri degli studenti”. Tutto quello che implica progresso umano e sociale, implica una lotta, niente è regalato dagli dei. Ci sono sempre gruppi di persone che aspirano a qualcosa di nuovo, di diverso, in tanti non raggiungono mai l’obiettivo ma con i loro “sogni” contribuiscono alla trasformazione della società. È per questo che confido nei “nostri” giovani. Ma non è una questione di nomi quanto di predisposizione alla lotta permanente. L’importante è non credere, in caso di vittoria, di aver preso il potere in maniera permanente. Perché è falso.

L’America Latina è tornata a vivere tempi difficili…
In tanti Paesi si vive come ai tempi della Santa Alleanza. Tempi con la retromarcia, conservatori, a tratti reazionari. Dobbiamo riuscire a separare la matrice conservatrice da quella reazionaria, impedire che chi è conservatore di trasformi in reazionario che appiattisce qualunque forma di lotta o di dissenso. Ma anche dal punto di vista progressista bisogna separare ciò che è progresso da ciò che è capriccio. Perché si rischia di sfociare nell’iperproduzione causando dei danni irreparabili alle generazioni future.

Vale a dire?
Ora siamo prigionieri, in modo subliminale, di una civilizzazione che è come una ragnatela gigantesca, che ha come nuova religione il mercato, e tendiamo a confondere essere con avere, allora la nostra vita è prigioniera e si confonde il progresso con il fatto di comprare nuove cose continuamente, e così fino all’infinito ed è una specie di gara dell’asino con la carota, perché questa civilizzazione è funzionale al mercato, ci trasformiamo in consumatori del tempo della nostra vita, in modo d’essere utili al successo del mercato. La gente vive in questo clima e non è facile uscirne.

Anche in Europa le destre avanzano inesorabilmente.
L’odio contro i migranti che si è sviluppato in Europa paradossalmente può aiutare a portare in luce le ombre della nostra civiltà. I popoli non hanno memoria. L’Europa è rinata mille volte dai propri disastri. I nostri cognomi, i cognomi di tanti cittadini sudamericani rappresentano il grido muto del dolore vissuto dall’Europa nel secolo scorso, giusto? Ma l’Europa ricca ha commesso ogni tipo di crudeltà. Si è spartita l’Africa con una matita e ora pretende che gli africani non sbarchino sulle sue coste. È impossibile impedirlo, ma costerà molta sofferenza. In ogni caso quella dell’Europa, e di Salvini che pensava di risolvere tutto con la vergogna della chiusura dei porti, è una battaglia persa.

Perché?
Perché vinceranno le donne d’Africa che hanno 8-10 figli. Perché i Paesi europei invecchiano e non si possono sostenere senza mano d’opera, hanno bisogno degli immigrati. Da una parte gli sputano in faccia e non li vogliono fare entrare in Europa, poi però devono fare i conti con la realtà. Questo accade anche negli Usa che respinge i messicani. Sanno benissimo che senza di loro l’intera produzione agricola crollerebbe.

Eppure Trump continua a discriminare i messicani…
Sai dov’è il pericolo? Nel fatto che ci evolviamo e invece d’avere un mondo integrato, ci troveremo un mondo di muri, con i poveri e disgraziati da una parte e dall’altra i fortunati e ricchi, o per lo meno, gli appartenenti a settori della società con un certo livello di ricchezza e di istruzione. Questa dicotomia è un pericolo, questi due mondi sono un pericolo. Noi lottiamo per un mondo integrato, un mondo interdipendente, consapevole che ciascuno di noi ha bisogno dell’altro per vivere.

Come vedi il futuro dell’ambiente?
Non sono ottimista. Ora come ora è condannato dalla civiltà dello spreco. Il vero ecologismo è politico. O l’essere umano è capace di prendere misure a livello mondiale o ci stiamo condannando all’olocausto ecologico. L’alternativa al consumo continuo non è tornare alle caverne. Ci sono risorse per tutto, ma abbiamo bisogno di parametri industriali diversi, a livello mondiale. Invece stiamo indebolendo i pochi accordi internazionali esistenti. Ogni prodotto oggi dovrebbe essere concepito per un eventuale riciclo che dovrebbe essere incluso in parte del costo. Il riciclaggio deve essere trasformato in un’occasione e non nella condanna di chi è sommerso dalla povertà.

Tra pochi giorni l’Uruguay torna alle urne (lo stesso giorno dell’Argentina). Cosa pensi che accadrà?
Io lotterò per far sì che ci vada bene. Ma se per caso andasse male, bisogna continuare a lottare, dov’è il problema? Siamo stati in carcere, sotterrati, perseguitati, torturati. A chi mi parla di sconfitta io dico che l’unica sconfitta è quando ci si arrende. Io dico che il problema è un altro. Viviamo perché siamo nati, e questo è l’unico “miracolo” sulla terra, la nascita. Ma alla nostra vita dobbiamo dare un senso, e per me è la militanza politica per migliorare le condizioni sociali. È la mia ragione di vita, perché se non vivo per una causa, allora l’unico motivo diventa pagare delle rate. Io questa la chiamo libertà, perché con un pezzo del tempo della mia vita faccio ciò che voglio non ciò che mi viene imposto.

L’intervista di Gabriela Pereyra a Pepe Mujica è stata pubblicata su Left dell’11 ottobre 2019

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Due licenziamenti, due sentenze: l’8 e 9 giugno si vota anche per loro

Due lavoratori, stessi turni, stesso mare, stessa fatica. Diversi solo nella data di assunzione: uno prima del Jobs Act, l’altro dopo. Entrambi licenziati per aver osato iscriversi al sindacato e aver chiesto diritti. Il primo reintegrato, o meglio: risarcito con 61mila euro dopo cinque anni di processo. Il secondo liquidato con 13mila euro. A far la differenza non è la giustizia, ma la legge che ha svenduto la dignità a colpi di riforme.

Il Jobs Act è stato il grimaldello: ha smontato l’articolo 18 e aperto la strada alla libertà di licenziare. Chi è entrato dopo il 7 marzo 2015 è diventato lavoratore di serie B. Anche quando il sopruso è identico, anche quando la sentenza è unanime. È la giurisprudenza diseguale che inchioda lo Stato alla sua ipocrisia.

Il caso di Rimini, raccontato da Collettiva (13 maggio 2025), è una scheggia di verità: tre pescatori tunisini licenziati perché avevano alzato la testa. Due a tempo indeterminato, uno a termine. Il messaggio dell’azienda era chiaro: chi reclama i diritti, perde il posto. Uno ha dovuto accontentarsi del minimo sindacale, l’altro ha lottato per anni per vedersi riconosciuto il torto. Il terzo, sparito dai radar, resta il fantasma delle tutele evaporate.

L’8 e 9 giugno si voterà anche su questo. Non è una battaglia simbolica: è la possibilità di restituire a tutti lo stesso grado di tutela. Perché il diritto al lavoro, per essere tale, non può dipendere dalla data in cui firmi un contratto. E perché la giustizia, se selettiva, diventa complice del sopruso che dovrebbe correggere.

Buon martedì.

 

Foto Adobstock

Armi obsolete per l’Ucraina, profitti d’oro per l’industria bellica

Da qualche tempo nella stampa internazionale vengono esposti forti dubbi sulla qualità delle armi europee fornite a Kiev per portare aventi la guerra per procura della Nato. Di questa guerra, si sa, pagano le spese centinaia di migliaia di famiglie ucraine che hanno perso i loro cari, ma gioiscono le aziende belliche. Tuttavia l’aspetto sinistro è che questo stillicidio avvenga anche a causa di un supporto a volte pressappochista a volte calcolato fornito dagli alleati del “padrone” americano.

L’Italia di Meloni, Crosetto e Co ha ceduto a costo zero a Kiev diversi armamenti che sul campo hanno dimostrato impressionanti lacune, così come avvenuto per altri Paesi europei. Certo, verrebbe da dire, se le armi sono state “regalate” non è un problema. Il problema c’è, invece, perché quando un’arma si rivela un giocattolo, come quelle italiane, sul campo di battaglia questo si traduce in migliaia di morti. Come avviene in Ucraina.

L’Italia nella prima metà del 2023 ha fornito a Zelensky vari pezzi di artiglieria M109. Questi pezzi di artiglieria  risalgono agli anni Sessanta del secolo scorso e sono mezzi ormai obsoleti e praticamente pezzi da museo. Tuttavia deve essere sfuggito a qualcuno dei nostri “strateghi” che in Ucraina si combatte un conflitto ibrido ad alta intensità, nel quale l’utilizzo di mezzi come i droni e tools come l’Intelligenza artificiale è all’ordine del giorno. Infatti da febbraio a giugno 2023 l’Ucraina ha subito fra le più devastanti sconfitte della guerra, in special modo grazie alla superiorità dell’artiglieria russa.

Ma da un punto di vista economico tuttavia non c’è da preoccuparsi: le imprese belliche hanno comunque ottenuto pesanti guadagni con la rimessa in funzione dei pezzi semoventi, che sono risultati inferiori a quelli russi ma che sono sostati comunque un bel po’ ai contribuenti europei.

La vicenda dei carri Leopard tedeschi poi non è stata meno ridicola: la Germania e altri Paesi hanno concesso un bel numero di questi carri a Kiev dietro un accordo che ha fatto la fortuna anche di un’azienda belga, la Versluys.

Questa ditta acquista armamenti in dismissione con la speranza che vengano prima o poi riacquistati da governi che necessitano di vecchi equipaggiamenti militari o che necessitano di pezzi di ricambio. Questa volta le casse dei venditori di armi rottamate sono state rimpinguate da paesi europei e in certi casi dai paesi stessi che avevano ceduto i vecchi carri per poco denaro. Ma questo, pur essendo già di per sé imbarazzante e ridicolo, non è tutto: i Leopard al fronte sono stati un devastante flop. Questi carri appaiono, secondo la testata “Spectator”, particolarmente vulnerabili indovinate a che cosa? Ai droni… ma chi se lo aspettava che nel teatro bellico ucraino venissero utilizzati i droni? Certo non lo stato maggiore tedesco, certo non gli “strateghi” europei.

I sistemi d’arma SAMP/T per la difesa aerea forniti dall’Italia all’Ucraina sono stati infine la ciliegina sulla torta della tragicomica vicenda, almeno sinora. Questi sistemi d’arma missilistici tanto invocati dal ministro Crosetto e che avevano dato adito la scorsa estate ad un siparietto abbastanza inquietante del governo sono tornati alla ribalta, a sentire alcune testate, per la loro inefficienza. Ma andiamo con ordine.

Nell’estate 2024 l’Italia cede all’Ucraina ben due sistemi d’arma (e già qui verrebbe da ridere). Nel mese di agosto Crosetto si scaglia contro le aziende italiane colpevoli di non essere in grado di approntare in tempi utili il secondo sistema da inviare in Ucraina. Le ditte italiane avrebbero dovuto lavorare, per il ministro della Difesa, ventiquattrore su ventiquattro e sette giorni su sette. Questo per soddisfare la sua impellenza di “dover consegnare questi sistemi d’arma” tanto risolutivi. A settembre Delmastro, sottosegretario alla Giustizia dello stesso governo Meloni, aveva affermato che la consegna era in realtà in anticipo. Viene da chiedersi perché Delmastro, che si occupa di giustizia abbia risposto sulla questione, e perché l’uno contraddicesse apertamente l’altro. Tuttavia questo governo che alla contraddizione quanto alla recitazione ci ha abituato non può certo stupirci con questo gustoso teatrino estivo.

A nemmeno un anno dalla tanto agognata fornitura però in Ucraina si accorgono che la catena logistica di fornitura del munizionamento è inefficiente e i sistemi risultano pressoché inutilizzabili e comunque che i sistemi sono, per resa, nettamente inferiori a varie altre tipologie di armamento similari, come ad esempio i Patriot USA. Nel frattempo Kiev è sotto il bombardamento dei droni russi e i civili ucraini muoiono, ma non rileva molto per chi ha intascato i soldi della rimessa in pristino dei sistemi SAMP/T.

Purtroppo l’assenza di strategia politico militare di Paesi come l’Italia e dei loro decisori politici, oltre ad un calcolo nella fornitura di armi obsolete teso a svuotare i magazzini e i depositi dove venivano accatastati dall’esercito pezzi di artiglieria come l’M109L ha compromesso le sorti della guerra. La Russia da sola ha dimostrato una superiorità strategica, militare e un adattamento economico che i Paesi della Nato sono ben lungi da avere. L’Ucraina e soprattutto Zelensky, fidandosi dei loro “alleati” occidentali sono stati il mezzo e la carne da cannone di una guerra per procura di Washington che poi hanno perso. I vantaggi strategici russi sono ormai consolidati e dovranno essere riconosciuti al tavolo della pace. Detto come deve essere detto l’Ucraina, dopo la devastante débâcle afgana è l’ennesima disfatta della Nato e umiliazione degli obbedienti alleati di Washington.

La frammentazione del diritto internazionale ha permesso a Stati dalla politica ambigua come l’Italia e la Germania di far prosperare le proprie industrie belliche cedendo materiale pressoché scadente al condiscendente Zelensky e del tutto non adatto al teatro, condannando l’Ucraina.

L’autore: Francesco Valacchi è cultore della materia, dottore di ricerca in scienze politiche all’Università di Pisa. Si occupa di geopolitica, con particolare riguardo all’area asiatica. Il suo ultimo libro è A nord dell’India, storia e attualità politica del Pakistan (Aracne)

 

Antifascismo sotto controllo, fascismo sotto tutela

I fascisti marciano in centro a Milano in formazione paramilitare. In duemila, con saluti romani e simbologie vietate. Nessuno li ferma. Nessuno li identifica. Nessuno li denuncia.

Pochi giorni dopo, a Roma, la polizia si presenta invece davanti a un banchetto della Cgil che distribuisce volantini sui referendum contro il Jobs Act. Gli attivisti vengono identificati uno a uno. A Udine, l’università nega un’aula per un incontro con Landini: evento “troppo politico”. Parlare di lavoro, oggi, è un’attività da sorvegliare.

L’Anpi lo scrive chiaramente: non si tratta più di provocazioni, ma di una “gravissima condotta apologetica”, in violazione delle leggi Scelba e Mancino. E quindi della Costituzione, che nella sua XII disposizione vieta la ricostituzione, anche indiretta, del partito fascista.

Ma più della violazione colpisce l’impunità. Più dell’impunità, colpisce la protezione. Perché qui non c’è vuoto normativo. C’è una scelta politica.

Un antifascismo sotto osservazione, un fascismo sotto tutela. Chi difende la Repubblica viene fermato, chi la insulta viene accompagnato.

C’è una linea netta che divide chi può manifestare e chi deve giustificarsi. Chi inneggia a un regime può contare sull’indifferenza istituzionale. Chi distribuisce volantini deve mostrare i documenti.

Non è solo un doppio standard. È un test di resistenza della democrazia. E lo stiamo fallendo, giorno dopo giorno, corteo dopo corteo, silenzio dopo silenzio.

Buon lunedì. 

 

Foto AS

L’ultimo giorno di Gaza, il penultimo respiro

Gaza è viva, respira ancora.
Ha il corpo a pezzi, i capelli bruciati,
gli occhi spenti,
il viso incenerito.
Ma è viva, Gaza è viva.
Respira, sotto una coltre di fumo denso
sotto un cielo di polvere da sparo
piombato sulla terra tutto intero.
Schiacciata da slavine di grandine putrida
lei è viva e respira.
La tiene sveglia la cantilena del pianto
di una bambina sola
che con le dita tremanti
chiude gli occhi a sua madre
esanime a terra
eppure così bella
con quell’azzurro di pupille in un velo di pelle scura.
Danza lenta un ballo da funerale
ma il ritmo lo dà una pentola rovesciata
che ha dimenticato il profumo del cibo
picchiata dal cucchiaio
nelle mani d’un bambino.
Fame secca, sete asciutta, buio crudo
e il sangue e’ un ruscello caldo che scorre tra montagne di macerie
di cemento e carne.
Sul tappeto della preghiera
un vecchio poggia la fronte fredda
e chiude gli occhi in cerca d’istanti di pace.
Il silenzio è pausa fra il precipitare di bombe e attesa di reiterato rumore assordante.
Gaza è attorcigliata
intorno a un minareto crollato
come una kefiah intorno a un collo di donna.
Respira, respira, senti che respira ancora Gaza
nel suo ultimo giorno, il penultimo respiro.

L’autore:Andrea Maestri è avvocato per i diritti umani e autore del libro
Il penultimo respiro di Gaza” edito da Left

Foto AS

Gaza, India, Trump: e noi guardiamo un comignolo

Giovedì sera, ospite di Corrado Formigli, il giornalista – ormai quasi vate – Paolo Mieli ha auspicato una “milizia” coordinata dal papa e dal quasi papa Pizzaballa per “scortare gli aiuti umanitari dentro Gaza”. Qualcuno in studio, da Tomaso Montanari al direttore di Domani Emiliano Fittipaldi, faceva notare come non sia compito dei papi disinnescare il genocidio in atto per mano del governo israeliano. Il governo israeliano, del resto, è grande amico dell’Occidente, non è certo l’ostico Putin. Entrambi i governi – Israele e Russia – sono criminali, ma molta della forza di Benjamin Netanyahu deriva proprio dall’amicizia, ai limiti della collusione morale, con Usa ed Europa. C’è ovviamente anche l’Italia, con tutti i partiti di maggioranza che balbettano vigliacchi, quasi impauriti, inzerbinati ai piedi degli assassini del governo israeliano.

Mieli ha il grande pregio di aver sintetizzato il momento attuale, con la politica sospesa in attesa di un Papa, sperando che il Papa possa fare ciò che la politica non vuole e non sa fare. Poi accadrà, come accade da secoli, che il Papa faccia il Papa – niente più di quello – e la politica al massimo si ritroverà a strapazzarlo per usarlo come clava contro questo o quell’avversario.

Passata la sbronza del conclave che ha farcito il giornalismo da reality – con telecamere fisse per ore su un comignolo e un gabbiano (e un pulcino rivenduto come auspicio) – ci si renderà conto che le persone a Gaza hanno continuato a morire, che tra India e Pakistan si è accesa l’ennesima guerra, che Putin bombarda la tregua, che Orbán sta cacciando gli omosessuali, che Trump concima fame e odio. E a quel punto, sfumata la cerimonia clericale, ci si accorgerà che tocca affidarsi alla politica, questa politica, così pavida e deludente, senza invocare cardinali o papi.

Buon venerdì.