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Perché chi definisce la legge sul testamento biologico “suicidio di Stato” mente

Un momento durante la conferenza stampa ''Tempi certi su testamento biologico'' davanti Palazzo Montecitorio organizzata da ''associazione Luca Coscioni'' e Radicali Italiani, Roma 1 marzo 2017. ANSA/GIUSEPPE LAMI

«Stiamo aprendo la strada al suicidio assistito», è la denuncia di Antonio Palmieri, deputato di Forza Italia. «Sarebbe stato più onesto dire che è una legge sull’eutanasia», ha invece messo agli atti Giuseppe Fioroni, ex ministro, cattolico del Pd, dicendo anche lui la sua sulla legge arrivata alla discussione in plenaria alla Camera dei deputati. Entrambe le affermazioni – opinioni lecite, per carità – sono però appunto opinioni, perché la legge non è né una legge sull’eutanasia, né una legge sul suicidio assistito.

Non è una legge sull’eutanasia attiva, che è quella permessa, ad esempio, in Lussemburgo o in Olanda, dove è il medico a iniettare una soluzione letale nel paziente che abbia espresso la volontà di mettere fine alla propria vita. Non è neanche una legge sul suicidio assistito, che è quello a cui è ricorso Dj Fabo, per stare al caso mediatico più recente, accompagnato in Svizzera dal radicale Marco Cappato, leader dell’associazione Luca Coscioni. Per Dj Fabo è stato preparato, da un medico, un farmaco letale che però lui stesso si è iniettato, premendo un pulsante con la bocca.

La legge che sta discutendo la Camera è invece una legge sul testamento biologico. Ed è il minimo sindacale, anche se c’è chi, come la deputata Titti Di Salvo, la difende, pur avendo depositato un testo sull’eutanasia. Quello che il nostro Paese farebbe se il Parlamento approvasse il testo in discussione, dice Di Salvo a Left, sarebbe insomma «un avvicinamento importante», «l’applicazione per nulla scontata ma dovuta della Costituzione». Per altri è solo la fotografia, pur importante, di quanto già accade in Italia, tra informalità e cure palliative – come nota il ginecologo Silvio Viale, anche lui radicale, di Exit-Italia. Ma tutti accettano la logica del primo passo.

Se la legge dovesse esser approvata, almeno, in Italia si potranno registrare le proprie “Dat”, le dichiarazioni anticipate sui trattamenti sanitari, decidendo – se maggiorenni e nel pieno delle facoltà mentali – in merito alle terapie che si intende o non intende accettare, compresa (ricorderete il caso Englaro) idratazione e alimentazione. Si dovrà anche indicare un fiduciario, e il medico dovrà rispettare questo consenso.

È un passo avanti? Vedete voi. Tanto – se la Camera approverà, come scommettono i più, entro una decina di giorni – lo scoglio, inevitabilmente, sarà al Senato. Sempre che il Pd non decida di spingere.

#PulseofEurope: “Ogni domenica in piazza per il progetto di integrazione europea”

Domenica più di 40 città della Germania, del Belgio e del Regno Unito hanno visto scendere in piazza migliaia di cittadini che si sono mobilitati per difendere il progetto di integrazione europea. L’iniziativa è stata organizzata dal movimento #PulseofEurope (“Il polso dell’Europa”, tdr.) che, nel suo manifesto, chiede di «non lasciarsi andare alle tendenze nazionaliste».

Il movimento difende i principi della «libera circolazione all’interno dell’Ue» e sottoscrive «il bisogno di nuove riforme» per avvicinare l’Europa alle persone comuni. Allo stesso tempo, viene invocata la difesa delle identità regionali e nazionali. Gli organizzatori di #PulseofEurope hanno chiesto ai propri membri e simpatizzanti di scendere in piazza ogni domenica per dimostrare che esiste una genuina cittadinanza europeista.

Ma, per quanto l’iniziativa si sforzi di dare un segnale di coesione, a livello di relazioni intergovernative l’Unione sembra avviarsi verso divisioni nette. Dopo la conferma di un nuovo mandato per Donald Tusk alla guida del Consiglio europeo, il governo polacco ha fatto sapere che assumerà posizioni intransigenti su alcuni progetti legislativi. Il Presidente del partito di governo Diritto e giustizia (Pis), Jarosław Kaczyński, già settimana scorsa, aveva accusato l’Unione di seguire il diktat di un solo Paese: la Germania. Dopo la rielezione di Tusk, il Ministro agli affari esteri, Witold Waszczykowski, ha affermato che «l’Unione è fatta di doppi standard e menzogne». Insomma, sono parole pesanti quelle che arrivano da Varsavia. Eppure, secondo la maggior parte degli opinionisti europei, durante il Consiglio europeo della settimana scorsa, lo “spettro” di un’Europa a più velocità è stato evocato meno del previsto.

Nel frattempo, a proposito di “menzogne”, Die Welt, ha pubblicato una notizia che scotta sui rapporti tra Germania, Olanda, Turchia e il resto del Continente. Il fatto risalirebbe a un anno fa, periodo nel quale l’Ue e la Turchia stavano negoziando l’accordo per il blocco dei rifugiati. I primi ministri di Germania e Olanda, rispettivamente Angela Merkel e Mark Rutte, avrebbero negoziato autonomamente con il governo turco una quota di rifugiati da far entrare nell’Unione, per convincere – soltanto successivamente – gli altri stati a condividere l’impegno. I media europei, nel marzo del 2016, avevano invece descritto l’accordo tra Ue e Turchia come conseguenza di una proposta spontanea da parte di Ankara. Certo, non si tratta proprio di una menzogna. Ma la notizia, se confermata, non aiuterebbe certo ad aumentare la fiducia tra i governi dell’Ue.

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Klaver, chi è il giovane olandese che sfida i populismi

epa05842810 Jesse Klaver, leader of the Dutch GreenLeft (GroenLinks) Party meets members of the public in Eindhoven, The Netherlands, 11 March 2017. Klaver is campaigning with his party, GroenLinks, ahead of the Dutch national elections that will take place on 15 March. EPA/PIROSCHKA VAN DE WOUW

Non solo il viso, ma anche l’espressione del bellissimo presidente canadese, Justin Trudeau.  Il giovane olandese Jesse Klaver (30 anni), è il leader della Groenlinks, la Sinistra Verde, che sta salendo nei sondaggi di un’Olanda che sembra affidarsi al populismo islamofobo di Geert Wilders. Sulle elezioni di mercoledì 15 marzo, in questo momento al centro di una tempersta diplomatica con la Turchia, sono puntati i fari dell’Unione Europea. Sebbene il partito di Klaver possa puntare a essere al massimo la terza forza della Camera dei rappresentanti dei Paesi Bassi, noi di Left abbiamo scelto di concentrarci su questo piccolo baluardo dei valori che dovrebbero essere fondanti di una democrazia europea.

Chi è
Nato nella periferia di Roseendaal nel 1986, proviene da un ambiente  popolare. Padre di origine marocchina e madre olandese-indonesiana, sposato con due bambini, deve moltissimo della sua educazione ai nonni. Il leader ambientalista ha iniziato presto a risalire la corrente della politica. A 20 anni entra nell’organizzazione giovanile della Groenlinks, di cui diventa segretario e poi presidente in breve tempo. Mentre nel 2009 viene eletto leader dell’unione dei giovani del Cnv, il sindacato olandese. Subito dichiarerà le sue intenzioni di superarne la matrice cristiana.
Da leader sindacale, sarà coautore nel 2010 del manifesto elettorale della Groenlinks, con la quale viene eletto lo stesso anno, diventando il portavoce degli affari sociali, l’occupazione, l’istruzione e lo sport. Nel 2012 guida la campagna elettorale del suo partito, con successo, e viene rieletto. Klaver si guadagnerà l’attenzione internazionale con la sua battaglia all’evasione fiscale delle multinazionali. Il 12 maggio del 2015 il leader della Sinistra Verde Bram van Ojik gli passa il testimone. Europeista convinto ma critico rispetto all’atteggiamento dell’Unione nei confronti del salvataggio delle banche, Klaver punta sul sostegno alle classi sociali più povere, perché è li che, secondo lui, ha inizio tutto: intolleranza, populismo, violenza. Proprio le pari opportunità nell’istruzione e la battaglia contro le disuguaglianze sono alla base dei discorsi che il giovane leader ha portato in questi mesi in giro per l’Olanda in quei suoi one-man-show che a molti hanno fatto ricordare lo stile Obama.

Nel 2015 ha pubblicato il libro Il mito dell’economicismo, in cui emergono le fondamenta di quello che potrebbe essere una sorta di nuovo idealismo, basato sull’empatia – non a caso in testa ai punti del programma elettorale. Il calcolo costi-benefici che determina la maggior parte delle scelte non solo economiche, ma anche politiche e soprattutto sociali e culturali, mette in secondo piano valori non misurabili ma fondamentali.

Welfare
Dal reddito di base – ma, attenzione, su base comunale – a una riforma delle tasse sul lavoro che punti a creare nuovi posti nelle fasce più povere della popolazione perché per Klaver: «il populismo non è il frutto di differenze culturali, ma di disparità socio economiche». E’ attorno alla fiscalità che tutto gira, il primis il ripristino dell’equità, per il giovane leader, tanto che a inizio febbraio, sul quotidiano economico Financieele Dagblad, lancia «la più grande riforma fiscale di sempre», che in sintesi, punta su un principio semplicissimo: «Tassiamo ciò che non vogliamo (le multinazionali e lavoro inquinante, ndr). E ciò che vogliamo, il lavoro, lo rendiamo più vantaggioso». Più tasse per i contratti a tempo determinato e incentivi per le assunzioni indeterminate.
Un settore che Klaver crede sia centrale è quello dei posti di lavoro per la cura delle persone.

Scuola
L’istruzione è ciò da cui passa l’integrazione, e allora ecco il più basilare dei principi di sinistra: investire sulla scuola. Sugli insegnanti e sul rispetto della loro professione, su piani di doposcuola attività integrative gratuite e soprattutto sui metodi di valutazione che contrastino la discriminazione, ponendo fine alla cultura dei test e dei calcoli nel sistema educativo, che non solo non valorizzano le differenze individuali. La scuola, come scrive nel libro, deve anzi promuovere anche abilità come l’autoriflessione, la creatività, la perseveranza e la curiosità.

Ecologia
L’obiettivo dei verdi di Klaver è un’Olanda a energia pulita entro il 2050. Lotta agi sprechi, nuovi consumi e una nuova economia. Naturalmente, verde. Ma soprattutto, la democratizzazione dei servizi di fornitura energetica: eliminare il pagamento di tasse sulla energia sostenibile autoprodotta e una tassa fissa basata sulla produzione di CO2 anziché sul consumo di energia, per incentivare l’uso delle energie rinnovabili; incentivi a progetti individuali e collettivi di produzione di energia rinnovabile e investimenti pubblici nelle rinnovabili sull’esempio dell’Energiefonds avviato ad Amsterdam dall’assessore della Groen-Links Maarten van Poelgeest.

Diritti
Per far tornare i Paesi Bassi a essere un avamposto di libertà e laicità, non ha dubbi, il leader 30enne: urge depenalizzare il suicidio assistito, l’eutanasia, le droghe leggere e perfino dell’ecstasy. Oltre a questo, per la Groenlinks è essenziale ridurre gli elementi mercatistici nel sistema sanitario – basato su assicurazioni sanitarie private – stimolando la cooperazione anziché la concorrenza tra i medici e tra i servizi. Il governo dovrà inoltre occuparsi dell’acquisto di medicinali al fine di contrastare il monopolio dell’industria farmaceutica.

Caro Pd, Pasolini leggilo, prima di evocarlo (e di macchiettare bandiera rossa)

Former Italian Prime Minister Matteo Renzi delivers a speech at the Democratic party (Partito Democratico, PD) leadership campaign event at ex-Fiat Lingotto conference centre in Turin, Italy, 12 March 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Il piazzista ha perso la verve e così la chiusura al Lingotto della Leopolda in bagna cauda non riserva nemmeno una delle scoppiettanti bugie per meritarsi un mezzo titolo sdraiato su giornali degli amici. Qualcuno scrive che Renzi non sia più lui e invece forse è proprio in stato di stress e usura che esce la sua natura: senza ridondanti storie da raccontare l’ex Presidente del Consiglio si sgonfia. Gli manca il lievito, poiché non ha un’idea di politica che non passi per forza dalla gestione (sua) del potere.

Il suo discorso di ieri è stata l’ennesima barbosissima (e biliosa) difesa del lavoro fatto (e quindi l’ennesimo rifiuto di riconnettersi con chi gli ha votato contro nel referendum del 4 dicembre scorso) e tutto un panegirico sul garantismo e sull’occupazione.

Il garantismo, innanzitutto, sembra la nuova ossessione renziana e fa niente che non ci sia nessuno di meno credibile come portabandiera dell’ipergarantismo di chi si ritrova sommerso (tra Lotti e babbo Renzi) proprio nel bel mezzo di un’inchiesta che lo travolge: il nuovo corso del Pd ricalca le orme dei berluscones (e non è una novità) condendoli con un po’ di cortesia istituzionale verso la magistratura. In mezzo alla retorica però arrivano due segnali più che preoccupanti: si fa avanti l’idea di secretare gli avvisi di garanzia per non “ledere” i diritti dell’indagato (chissà se Renzi, Migliore o Guerini sarebbero felici di iscrivere i propri figli in un asilo in cui c’è un maestro sospettato di pedofilia, senza saperlo) e si insiste nel volere che le indagini siano comunicate ai superiori (fino al Viminale) per, dicono loro, esigenze di coordinamento. In pratica si straccia il segreto investigativo in favore della politica e si istituisce il segreto di presunta colpevolezza in favore dell’indagato. Fate voi.

Poi, il lavoro. E sul lavoro, niente, Renzi non riesce proprio a non estrarre il feticcio di Marchionne, come ai bei tempi in cui qualcuno pensava che fosse solo un po’ di sano bullismo. E invece Marchionne è proprio la sua idea di lavoro, tanto che anche Pisapia non riesce a starsene zitto e interviene per dire che così non va.

Per carità, Renzi ha tutto il diritto di sostenere e divulgare le proprie idee. Un diritto però non può arrogarselo: quello di pronunciare con andatura canzonatoria il suo sarcasmo sulla sinistra, sulle macchiette e su “bandiera rossa”. Un mediocre democristiano (seppure travestito da futurista) non può banalizzare a proprio uso e consumo una storia di diritti e lotte distanti anni luce dalle beghe di questi scout in gita nei palazzi del potere. Questo no.

E mentre lui ironizza su “bandiera rossa” il suo fido Recalcati (Recalcati!) annuncia l’intitolazione della nuova scuola politica del Pd a Pier Paolo Pasolini. Pasolini, ricordate? Quello che scriveva, appunto, sulla bandiera rossa (in La religione del mio tempo, era il 1961):

«Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui esista:
chi era coperto di croste è coperto di piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese africano,
l’analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi sensi:
tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.»

Ecco. Buon lunedì.

Una cosa di sinistra? Riconoscere subito lo Stato di Palestina

National Day della Palestina a Expo Milano 2015. MILANO, 19 SETTEMBRE 2015. ANSA/DANIELE MASCOLO

Discontinuità in politica estera? Un atto di sinistra che riconnetta idealità e concretezza, riattualizzando una storia che viene da lontano, per la quale e nella quale “essere di parte” non era, e non è, espressione di un pregiudizio ideologico ma saper distinguere tra carnefici e vittime, oppressi e oppressori. Essere “per” e non “contro”. Una sinistra che non crede in una pace senza giustizia, una sinistra sanamente internazionalista, oggi ha un atto da compiere. In Parlamento e nelle piazze: chiedere al governo italiano di riconoscere, subito, lo Stato di Palestina. Riconoscerlo unilateralmente come hanno fatto, da tempo, altri governi e Parlamenti europei. Unilateralmente. Perché di fronte alla deriva etnocratica d’Israele, a un fondamentalismo ebraico che nega diritti, rapina terre, calpesta dignità e uccide speranze, a una destra ultranazionalista e annessionista che realizza un regime di apartheid nei Territori occupati, l’Italia deve riconoscere ai Palestinesi il diritto di poter vivere, da donne e uomini liberi, in uno Stato indipendente: lo Stato di Palestina, con Gerusalemme Est come sua capitale.

Come si è impegnato a fare il candidato dei socialisti francesi, Benoît Hamon, se dovesse essere lui il nuovo inquilino dell’Eliseo. Come ha chiesto negli Usa il socialista ebreo Bernie Sanders e in Gran Bretagna il segretario del Labour Jeremy Corbin, come ha ribadito il leader di Podemos Pablo Iglesias: «Il governo del Pp deve riconoscere in modo unilaterale e incondizionato da parte della Spagna, uno Stato palestinese come primo, indispensabile passo per dare soluzione al conflitto». L’Italia non può restare prigioniera della “lobby israeliana”, per la quale ogni critica di merito agli abusi perpetrati nei Territori da un esecutivo di falchi, significa essere “antisemiti”, né può rimandare un atto di giustizia alla improbabile ripresa di un negoziato diretto tra le parti. Col sostegno dell’inquilino della Casa Bianca, Netanyahu sta realizzando lo “Stato dei coloni”, edificato di fatto in Cisgiordania. «Diversi Paesi hanno riconosciuto lo Stato Palestinese, come la Svezia e il Vaticano, ci sono anche 12 Parlamenti nazionali, compreso quello italiano, che hanno chiesto ai propri governi di riconoscere il nostro Stato… Chiediamo ora che questi governi, compreso quello di Roma, riconoscano la Palestina». Così aveva affermato il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, poco prima del suo incontro a Betlemme con il Capo di Stato italiano, Sergio Mattarella. Era l’1 novembre 2016. È tempo di realizzare questa aspettativa. È ciò che Left si sente di chiedere ai parlamentari delle sinistre: una mozione unitaria che impegni il governo e che sia alla base di una mobilitazione della società civile organizzata. Agire in questa direzione significa anche sostenere l’altra Israele, l’Israele del dialogo, quella che nel cinquantenario della Guerra dei Sei Giorni (giugno 1967-2017) ha rilanciato, attraverso il movimento Siso (Save Israel Stop Occupation), una petizione firmata da oltre cinquecento personalità israeliane: dagli scrittori David Grossman, Amos Oz, Orly Castel Bloom, Savyon Liebrecht, Ronit Matalon, Yael Dayan, al premio Nobel Daniel Kahneman, alla cantante Noa, e poi il musicista David Broza, il filosofo Avishai Margalit e la sociologa Eva Illouz, per continuare con l’ex presidente del Parlamento, venti ex ambasciatori, docenti universitari, storici, parlamentari, drammaturghi, artisti, ex generali e alti gradi dell’esercito e dell’intelligence, ex ministri. «Noi crediamo – rimarcano i firmatari – che le aspirazioni ebraiche di istituire uno Stato siano state realizzate e debitamente riconosciute dalla comunità internazionale attraverso il Piano di spartizione adottato nel novembre 1947 dalle Nazioni Unite e successivamente da molti dei suoi membri.

Tuttavia, mentre le aspirazioni ebraiche sono state esaudite, così non è stato per le parallele aspirazioni dei palestinesi, frustrate poi dall’occupazione di Israele dei Territori palestinesi dal 1967 e dalla negazione dei diritti nazionali del popolo palestinese. Noi crediamo che, una volta sollevato dalla piaga dell’occupazione, Israele diventerà realmente uno Stato ebraico e democratico, con pari diritti umani e civili per tutti i suoi cittadini, libero di sprigionare tutto l’enorme potenziale economico, culturale, educativo del suo popolo e capace di godere pienamente del suo ruolo legittimo fra le Nazioni del mondo, vivendo in pace e sicurezza con i suoi vicini…». E per raggiungere questo obiettivo, oggi occorre riconoscere lo Stato di Palestina. Unilateralmente. Chi è d’accordo, batta un colpo. In Parlamento. Nel Paese. Left ne darà conto. Di adesioni e silenzi. Mai come in questo caso “essere di parte” è doveroso. È di sinistra.

Ne parliamo sul numero di Left in edicola

 

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Dove va la Francia? Sondaggi, comizi e una politica in movimento

NANTES, FRANCE - FEBRUARY 26: National Front Leader Marine Le Pen, holds a presidential campaign rally at the Zenith Metropole on February 26 2017 in Lyon, France. One of the most unpredictable French elections is being closely fought, with National Front leader promising to protect the electorate from globalization. The 48 year old daughter of the party founder Jean Marie Le Pen has manifesto pledges such as taxing job contracts for non-nationals and proposing to leave the euro zone. (Photo by Jeff J Mitchell/Getty Images)

Davvero Marine Le Pen potrebbe riuscire a diventare presidente di Francia? A guardare i sondaggi sulle intenzioni di voto al secondo turno, sembra di no. Ma dicono anche che la leader del Front National ripulito e parzialmente modernizzato nell’immagine (de-demonizzato, come dicono loro) prenderà milioni di voti più del padre, che scosse la Francia con il suo 17% nel 2002. Al secondo turno, Marine perderebbe di molto contro il né di destra né di sinistra Emmanuel Macron e, di un po’ meno, contro Francois Fillon, candidato azzoppato dei Republicains.

Secondo i sondaggi, a votare Marine sarebbero di più i giovani, i maschi, gli operai, le persone meno istruite. Escluso l’exploit tra i giovani, si tratta dello stesso tipo di elettorato che ha eletto Donald Trump. C’è un aspetto dei sondaggi che va sottolineato: mentre al secondo turno del 2002 Jean Marie prese 700mila in più che al primo, mentre Jacques Chirac ne aggiunse quasi 20 milioni. Stavolta i sondaggi ci dicono che la candidata dell’estrema destra guadagnerà qualche milione tra un turno e l’altro, passando da un dato attorno al 25% a qualcosa che somigli al 35%. Una parte dell’elettorato di Fillon si sposterà senza meno: in passato è quello socialista e di sinistra che è accorso ad eleggere Chirac, ma come si comporteranno gli elettori di centrodestra?

Altro elemento è che in questi anni abbiamo imparato a capire che i sondaggi relativi a fenomeni e partiti nuovi rischiano di non essere precisi. In questo caso la novità Macron e quella le Pen sono relative, ma certo il quadro politico francese è scomposto e rinnovato.

Un pericolo possibile per Macron è il fatto di non avere un elettorato fedele, una base. L’elettorato di Le Pen è certo e fedele: l’80% dei suoi elettori ha deciso e non cambierà idea. Per gli altri candidati tutto fluttua: molti elettori di Macron sono in uscita da sinistra e da destra, ma ancora non sono certi (potrebbero scegliere Hamon o Fillon), quelli di Hamon potrebbero scegliere il voto utile e quelli di Mélenchon spostarsi su Hamon, che è una rottura con il partito socialista di Hollande e Valls, che pure rappresenta. Come si comporteranno gli elettori al secondo turno? Quanti si asterranno?  La gente che voterà Le Pen sembra sicura di tornare al voto, la gente di Macron meno. Gli elettori di sinistra potrebbero decidere di non scegliere. Nel 2002 non fecero così.

Su Left in edicola un reportage di Francesco Maselli, che è andato a sentire i comizi di tutti i candidati in diverse città della Francia, ha parlato con gli elettori e con un sondaggista e un esperto di estrema destra. Il voto delle fasce popolari, la trasversalità di Macron e il confronto-scontro su Europa, frontiere e globalizzazione (o mondialismo, come dicono in Francia), le divisioni a sinistra sono i temi di cui racconta Maselli.


La Francia su Left in edicola:

Candidati a caccia di popolo – La Francia vista dai comizi – Il testa a testa fra Le Pen e Macron, la sinistra che va divisa. Il senso diffuso di precarietà e la metà dell’elettorato francese che ancora non ha deciso per chi votare al primo turno il 23 aprile. Viaggio nella “base” dei cinque candidati alla presidenzadi Francesco Maselli

«È troppa la voglia di cacciare la vecchia sinistra». Parla Jean-Yves Camus, esperto di estrema destra e direttore dell’osservatorio sull’estremismo politico alla Fondazione Jean Jauresdi Francesco Maselli

Il reportage dalle città di Francia è sul numero di Left in edicola

 

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Danzando con i fantasmi del ’77

Maiano 1977 manifestazione femminista per l'aborto davanti all'Arcivescovado (Milano,1977)

Trentenne, come molti della sua generazione, sa che il lavoro a tempo indeterminato è un miraggio. Si consola pensando che almeno fa ciò che gli piace. Rimandando altri pensieri. Finché un giorno mentre fa jogging, si sente male, ha una crisi di panico. Che lo costringe a guardarsi dentro, scoprendo quel vuoto che per anni non aveva voluto vedere. Comincia così un’inchiesta su se stesso, ma anche generazionale, in un confronto serrato con la generazione che l’ha preceduto, quella dei genitori, che hanno fatto il 1977.
Tommaso ha ancora nelle ossa l’umidità di quella giornata e il nervosismo del padre che, in fuga verso la Francia, lo consegnava alla zia, sorella della madre, in una Milano grigia e piovosa. Dopo l’attentato nel quartiere Tuscolano di Roma, la pazza corsa verso Nord. Poi oltre frontiera: Parigi, Bordeaux. Ripercorrendo queste tappe, il protagonista de Il senso della lotta (Fandango, candidato al Premio Strega) comincia a dipanare il filo di una doppia ricerca su se stesso e su Michele Musso e Alice Rosato, i suoi genitori, terroristi, ufficialmente morti. Ma non si limita a ricostruire una storia, la passa al vaglio, e interroga corrosivamente tutti i miti di quella stagione in qui la prassi politica passava davanti a tutto come una fede. «Non c’era spazio per una vita interiore». E le belle parole dell’impegno, della lotta di classe, diventavano solo parole. Mentre lo scontro politico diventava lotta armata. P,  Anche di questo ha parlato Nicola Ravera Rafele presentando il suo nuovo romanzo Il senso della lotta a Roma nell’ambito del festival Libri Come all’Auditorium Parco della musica, dialogando con Giancarlo De Cataldo.
Oltre a smascherare certi miti di sinistra del ’68 e del ’77, Ravera Rafele, con questo libro,  mette alla prova nuovi modi di pensare a sinistra, attraverso il suo protagonista. «Anche perché Tommaso è uno che a 38 anni decide di tirare su la testa», dice lo scrittore. «Come generazione siamo stati un po’ bistrattati; siamo quelli “che venivano dopo” e che non avevano granché da dire. Io ho la netta sensazione che non sia poi così vero. Vedo che i miei coetanei si fanno un gran mazzo, vedo una generazione molto seria, concentrata, lavoratrice, che non si fa illusioni». Una generazione che nella seconda metà degli anni Novanata stava  provando a trovare delle parole nuove, di sinistra.« Tutto il percorso fino a Genova andava in quella direzione cercavamo un nostro vocabolario che non fosse la ripetizione di stilemi ideologici degli anni  Settanta. Ma sappiamo cosa è accaduto al G8 di Genova, quello sparo e i pestaggi alla Diaz. Dai cocci della vecchia sinistra sono nati il movimento Occupy Oltreoceano e Podemos in Spagna. Noi siamo ancora a leccarci le ferite. A ripensarci oggi fa impressione –  fa notare lo scrittore – .Il movimento No global diceva alcune cose che si sono rivelate non solo giuste, ma ovvie. Dire “se continuiamo con questa speculazione fra un po’ ci sarà un crollo” non era essere rivoluzionari, ma solo essere persone di buon senso, i fatti lo hanno dimostrato».

 Gli altri 11 candidati al Premio Strega sono:  Teresa Ciabatti, La più amata (Mondadori),   Paolo Cognetti, Le otto montagne (Einaudi),   Marco Ferrante, Gin tonic a occhi chiusi (Giunti), Wanda Marasco, La compagnia delle anime finte (Neri Pozza),   Chiara Marchelli, Le notti blu (Perrone),  Matteo Nucci, È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie),  Alberto Rollo, Un’educazione milanese (Manni)   Marco Rossari, Le cento vite di Nemesio (e/o), Vanni Santoni, La stanza profonda (Laterza)

Un’ampia intervista a Ravere Rafele su Left in edicola

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Tra Bersani e Pisapia. “Un movimento per diversificare l’offerta”

PIERLUIGI BERSANI MIGUEL GOTOR

«C’è vita sulla terra». Ci dice così Miguel Gotor, senatore bersaniano, quando gli chiediamo come si sta, alla fine, fuori dal Pd, finalmente all’aria aperta. Dice che si sta bene. Lui, d’altronde, è uno che questo passo lo avrebbe fatto da tempo, consigliere ascoltatissimo di Pier Luigi Bersani, “guru” della campagna elettorale del 2013. Anche se poi pure lui sapeva bene che bisognava attendere che «si chiarisse il quadro», perché a determinare la rottura del Pd è stata il definitivo superamento del modello bipolare, con il ritorno del vento proporzionale dopo la vittoria del No al referendum costituzionale. Per questo, ad esempio, disciplinato, ha votato tutte le fiducie richieste, nel mentre, dal Jobs act alla Buona scuola.

È uno storico, Gotor – che intervistiamo sul numero di Left, che trovate da sabato 11 marzo in edicola con la copertina dedicata alle fakenews. È esperto di santi, Gotor, che non rinnega l’intuizione del Pd, l’idea di unire, in un unico partito e non solo in una coalizione, pur duratura, popolari e socialisti. Pazienza che questo abbia obbligato la sinistra a fare due volte un compromesso, la prima dentro il partito, la seconda in Parlamento. L’idea era buona. «La vocazione del Pd», ci dice Gotor, semmai, «è stata tradita dalla stagione renziana». Per questo, anzi, lui – con Speranza, Rossi e Bersani – su quell’idea continua a muoversi, ripetendo ogni passo, infatti, che la nascita del Movimento democratici e progressisti – Articolo 1 non è la rinascita di una “cosa rossa”.

Il rapporto col Pd resta, dunque, e l’obiettivo è semmai (condiviso con Pisapia) quello di diversificare l’offerta.

Perché la convinzione di Gotor è che – come leggerete in edicola – «l’Italia ha bisogno come il pane di fare incontrare culture politiche diverse come quella socialista, quella cattolico democratica e cristiano sociale, quella ambientalista, quella di una sinistra più radicale disposta a condividere responsabilità di governo. Per questo motivo è necessario costruire un nuovo centrosinistra che sia aperto anche al civismo e al mondo dell’associazionismo e bisogna continuare a seminare questo campo largo e profondo».

L’intervista integrale a Gotor è uno dei pezzi che trovate sul numero di Left in edicola

 

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Rignano e non solo, per una marcia nazionale contro la mafia del caporalato

Esterno del' Gran Ghetto', la baraccopoli che si trova nelle campagne tra San Severo e Rignano Garganico, all'interno della quale sono morte due persone di nazionalità africana, probabilmente del Mali, a causa di un incendio di vaste proporzioni che si è sviluppato nella notte, Foggia, 3 Marzo 2017. ANSA/ FRANCO CAUTILLO

Nella Puglia laboratorio del caporalato il male è semplice, autoevidente, riconoscibile, per chi lo sa vedere. Eppure, per alcuni è davvero difficile comprendere che c’è un nesso, un rapporto stretto, tra impresa e caporalato. Un sistema criminale, dentro il quale convergono gli interessi di un pezzo rilevante dell’agricoltura pugliese. Un universo di imprenditori figli di una cultura che disumanizza i rapporti di lavoro assoggettandoli alla logica sempre più feroce del profitto a ogni costo. Anche se il costo è quello della vita dei e delle braccianti. C’è chi sul fenomeno e sui suoi luoghi simbolo – i ghetti come quello di Rignano Garganico (Fg), dove pochi giorni fa sono morti due braccianti arrivati dal Mali – non ha mai smesso di tenere i riflettori accesi. Arrivando anche a ottenere l’approvazione di una legge che ora pare non piacere a una parte dell’imprenditoria agricola italiana, al Sud come al Nord.

Una “contro-reazione” che si manifesta con cortei, nuove violenze e repressione, come raccontano nei loro documentati contributi sul numero di Left in edicola Leonardo Palmisano e Marco Omizzolo, seguiti da una storia di speranza dalla Calabria a firma di Tiziana Barillà.

La mobilitazione contro il caporalato e gli interessi criminali e talvolta mafiosi che lo alimentano, Omizzolo, Palmisano, Giulio Cavalli e Stefano Catone, insieme a tanti altri, hanno lanciato un appello – presto ospitato sul sito di Left per continuare a raccogliere adesioni da tutta Italia – alle forze associative, sindacali, politiche, laiche e religiose, in modo da organizzare insieme una Marcia nazionale contro la mafia del caporalato da realizzare in provincia di Foggia nel mese di aprile.

Ecco, in sintesi, i contenuti del servizio sul caporalato sul numero 10 di Left, in edicola da sabato 11 marzo.

Nella Puglia del caporalato il “male” è semplice
Come si può non capire, facendo un semplice due più due, che se c’è un caporale è perché c’è un’impresa che se ne serve? E come si può non prendere le distanze da un tale sistema, che ha prodotto quest’inverno ben quattro morti in Capitanata?
di Leonardo Palmisano

Protesti? Prima ti meno poi ti licenzio
Da Latina alla Puglia, la reazione alla rivolta di lavoratori, associazioni e istituzioni contro lo sfruttamento spesso è violenta. Mentre in alcune zone del Paese ci sono imprenditori agricoli che addirittura contestano la nuova legge che punisce i caporali
di Marco Omizzolo

Se la “merce” è umana prima o poi si organizza
Dalle tendopoli di Rosarno agli accampamenti di Venosa, i braccianti stranieri hanno intrapreso il cammino della «sindacalizzazione»: «Siamo persone e chiediamo diritti sociali e sindacali», dicono. E sono in migliaia
di Tiziana Barillà

 

I servizi completi sul numero di Left in edicola

 

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