#Lottomarzo è già cominciato. Alle 14 (ora italiana), infatti, in Australia è già scattata la mezzanotte dell’8 marzo. Per l’Italia manca ancora qualche ora, ma lo sciopero è globale e, incrociando le adesioni su internet, siamo arrivati a contare 51 Paesi in cui le donne scenderanno in piazza. Ecco la mappa di Left.
Sfatiamo il primo mito. Quello che ci vuole convinte che nel mondo ci siano 7 donne per ogni uomo. Non è affatto vero. Anzi, sulla terra ci sono più uomini che donne, per la precisione: 3,7 miliardi di uomini e 3,64 miliardi di donne, quindi c’è “un uomo virgola otto” per ogni donna. Il sorpasso è avvenuto nel 1962, e la forbice si è allargata con il passare degli anni. Come mai? Innanzitutto, per via della discriminazione di genere. Nella maggior parte dei Paesi infatti la maggioranza della popolazione è femminile, ma le politiche di due Paesi sono in grado da sole di provocare lo squilibrio mondiale: la Cina e l’India, dove si registrano alti tassi di infanticidio (soprattutto sulle neonate) e di aborti selettivi in base al sesso del nascituro. Non a caso la Cina ha quasi 50 milioni di uomini in più rispetto alle donne e l’India 43 milioni (anche se il record lo detengono gli Emirati Arabi Uniti con 274 uomini ogni 100 donne), mentre la nazione in cui, in assoluto, vivono più donne è la Martinica, dove ci sono 84,5 uomini per ogni 100 donne.
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Né Cina né India sono, purtroppo, nell’elenco dei Paesi in cui le donne hanno aderito allo sciopero dell’8 marzo. Ma dei circa 196 Paesi in cui si divide il mondo, sono 51 quelli in cui le donne scenderanno in piazza. La lista continua a crescere, quando manca ormai una manciata di ore al grande giorno. E, alla vigilia, le donne argentine tornano a scrivere alle donne di tutto il mondo, ecco un estratto.
Dallo scorso 19 ottobre, quando convocammo il primo sciopero nazionale delle donne fuori dalle strutture sindacali, un’idea è andata passando di bocca in bocca senza riconoscere frontiere né distanze: organizzare una misura di forza comune per ridare significato all’8 marzo, giornata internazionale delle donne. Lo sciopero internazionale delle donne è adesso un fatto. Questo 8 marzo non poterà dei fiori a noi altre, ma uno sciopero e una mobilitazione, in Argentina, in America Latina e in altri Paesi del mondo. Dalla Thailandia al Cile, dalla Polonia alla Corea del Sud, dai territori maya fino a quelli dei mapuches, in molte lingue, con le modalità che ognuna avrà scelto, con le rivendicazioni e le esigenze che sono state elaborate in ogni angolo, le assemblee si sono succedute nelle estati del Sud e negli inverni del Nord, sfidando l’idea del possibile, appropriandosi dello strumento dello sciopero perché le nostre richieste sono urgenti.
Perché la violenza machista non si placa e giorno dopo giorno siamo costrette a piangere le vittime di femminicidi ogni volta più crudeli mentre l’inattività dello Stato ci lascia tutte senza alcuna protezione. Per questo facciamo dello sciopero delle donne una misura ampia e attualizzata, capace di dare rifugio alle occupate e alle disoccupate, alle salariate e a chi vive di sussidi, alle lavoratrici in proprio e alle studentesse; poiché siamo lavoratrici e dobbiamo difendere le nostre vite e le nostre decisioni, noi scioperiamo.
epa04932216 Hungarian police block a street towards the closed border crossing between Serbia and Hungary in Roszke, on the Hungarian side of the border, while a refugee boy looks through the fence from Hogros on the Serbian side, 15 September 2015. Hungary declared a state of emergency in two counties along its border with Serbia, after it used a boxcar fitted with razor wire to block a major entry point there. Declaring the state of emergency paves the way for parliament to allow the army to reinforce police along the border, as new measures to crackdown on refugees go into effect. EPA/KOCA SULEJMANOVIC
Sarà bene ricordarlo: il diritto d’asilo è protetto da convenzioni internazionali e prevede tra le altre cose un trattamento umano per le persone che chiedono la protezione di un Paese straniero perché sono in fuga da guerre o persecuzioni. Sarà bene ricordarlo, l’Ungheria aderisce a quelle convenzioni internazionali e così fa l’Europa, che non sarà il massimo dal punto di vista delle politiche di bilancio, ma è ancora uno dei luoghi del mondo dove alcune regole di umanità si rispettano più che altrove.
Non nel Parlamento ungherese, che ha approvato una legge che prevede la detenzione di tutti i richiedenti asilo, vecchi e bambini compresi, nel periodo in cui la loro domanda viene vagliata. Le convenzioni lo vietano, l’Europa e l’Alta corte per i diritti dell’uomo avevano censurato una pratica simile – non stabilita per legge – già nel 2013. L’unica cosa consentita ai richiedenti asilo sarà tornarsene oltre il confine con la Serbia, ovvero fuori dall’Unione europea. La legge prevede anche l’accompagnamento al confine di persone entrate nel Paese senza titolo per farlo, ovunque si trovino in Ungheria – ad oggi le autorità potevano farlo se la persona veniva fermata entro i 10 chilometri da un confine. Ora, sottolineiamolo: una persona che vuole richiedere asilo non necessariamente sa come si fa, spesso non entra nel Paese con un titolo legale ma clandestinamente e può essere in confusione. Per il Parlamento di Budapest questo non è un problema: i richiedenti asilo possono farlo solo nelle zone di transito dove vengono rinchiusi e, dunque, se entrano nel Paese in altro modo, commettono un reato e possono finire in carcere.
La legge viene duramente criticata dalle grandi organizzazioni internazionali e dall’Unhcr, che non è una Ong ma l’agenzia Onu che si occupa di rifugiati. Questo un passaggio del testo diffuso: «Ogni richiedente asilo, bambini compresi, verrà detenuto in container per navi circondato da filo spinato per periodi lunghi, detenere bambini non è mai lecito». Già, perché i luoghi di detenzioni previsti dalla legge sono quei campi di transito aperti nei mesi in cui il flusso di persone lungo la rotta balcanica dei rifugiati era al suo apice. Erano inumani allora, lo sono ancora di più adesso, che il flusso di persone si è drasticamente ridotto.
Proprio il calo dei flussi getta una luce diversa sulla legge approvata dal Parlamento: la volontà del governo di Viktor Orban è quella di mostrare al popolo di lavorare contro l’immigrazione. Una scelta politico-ideologica in risposta a un’emergenza che al momento non c’è. Il provvedimento somiglia all’ordine esecutivo di Donald Trump, che blocca qualsiasi richiedente asilo dall’entrare negli Stati Uniti per i prossimi 120 giorni: ovvero fare qualcosa per affrontare un tema scottante che non ha soluzioni facili e immediate ma che, se si è promesso di risolverlo con i muscoli, ha bisogno di azioni vistose, anche se inutili. Il corredo ideologico a queste misure, Orban lo ha fornito molte volte, l’ultima è di qualche giorno fa con un discorso alla Camera di commercio durante il quale ha parlato dell’importanza «dell’omogeneità etnica» dell’Ungheria perché «mischiarsi getterebbe il Paese nel caos». Farebbe ridere se non fosse inquietante. Tra l’altro il 2% della popolazione ungherese ha origini tedesche, il 3,2% è Rom e, sarà bene ricordarlo, l’Ungheria dopo il 1490 è stata parte dell’impero Ottomano e tra il 1867 e il 1918 è stata parte dell’Impero austroungarico. L’omogeneità etnica, dunque, è un’invenzione. Nel 1910, poi, c’erano anche il 5% di ebrei, ma forse a ripulire l’Ungheria da quelli ci ha pensato Adolf Hitler, che ne ha uccisi intorno ai 600mila (oggi sono lo 0,11% della popolazione, e sono preoccupati).
Le pratiche poliziesche dell’Ungheria nei confronti dei rifugiati sono diventate tristemente famose negli anni passati, con le detenzioni, i respingimenti e il rifiuto di Budapest di entrare a far parte di quel sistema di redistribuzione dei rifugiati messo in atto dalla Commissione europea – che a oggi ha ricollocato 13 mila rifugiati su 200mila che ne prevedeva.
Queste leggi e questo clima sono un incoraggiamento alluso di metodi brutali e violenti da parte della polizia. Diverse organizzazioni internazionali (MSF, Human Rights Watch tra le altre) hanno denunciato e documentato episodi da lager: pestaggi a freddo, persone lasciate nella notte in mezzo alla neve senza vestiti adeguati, altre costrette a strisciare attraverso rotoli di quei fili spinati taglienti, umiliazioni e selfie dei poliziotti con i pestati. Prima però gli viene fatta una foto con un cartello che dice che sono stati trattati bene.Il ministero degli interni ungherese smentisce seccamente. Medici senza frontiere ha diffuso alcune foto qui sotto. Giudicate voi.
#Hungary‘s new bill allows the detention of asylum seekers & push backs to #Serbia. We’ve seen push backs before so far they look like this: pic.twitter.com/VW0G8lXL1A
La ministra all'Istruzione, Valeria Fedeli, durante l'Inaugurazione dell'Anno Accademico dell'Accademia Albertina a Torino, 28 gennaio 2017.
ANSA/ALESSANDRO DI MARCO
«Mah, la piattaforma mi mette in difficoltà», ha risposto la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli al giornalista di Repubblica nell’intervista pubblicata oggi. E per un attimo sembrava voler ammettere che il governo italiano sia in difficoltà davanti alle discriminazioni di genere in ogni luogo d’Italia. Del resto, lei viene dal mondo del sindacato, è una donna, ne avrà viste di discriminazioni.
E invece niente affatto. Per la ministra le questioni che porteranno milioni di donne in piazza e in assemblea in 51 Paesi del mondo, incluso il nostro, si riducono a: «La parità comincia a casa propria, mio marito lava i piatti e fa la spesa». E se una donna non ha il marito? Verrebbe da chiedere a primo impatto. Ma continuiamo a leggere e – andando oltre chi rifaccia il letto al mattino in casa Fedeli – proviamo a capire se la ministra è d’accordo o no con lo sciopero. «Questa piattaforma non ha unito, e mi dispiace. Il Parlamento italiano ha fatto passi concreti. Non riconoscerli non è utile», dice affranta Valeria Fedeli.
Prendiamo uno di questi passi, quello a cui siamo ormai più “affezionati”: il Jobs act che anche la ministra ha votato. «Il Jobs act ha varato una delega contro le dimissioni in bianco: è una conquista importantissima», rivendica. Peccato che abbia contribuito al contempo a precarizzare il lavoro e le vite di tutti, in particolare delle donne. Peccato che il divario salariale sia ancora almeno del 10,9% in meno per le donne, peccato che le donne rappresentino il 51,5% dei destinatari di voucher, peccato che le pensioni delle donne siano in media il 29% inferiori a quelle degli uomini. Peccato.
La ministra Fedeli a un certo punto dell’intervista si chiede: «Non basta?», riferendosi a ciò che Parlamento e governo hanno fatto fin qui. Evidentemente no, ministra. Non basta. E, evidentemente, non basta nemmeno la sola presenza femminile nei luoghi della politica per femminilizzarla.
P.s. Al collega Paolo G. Brera che nel corso dell’intervista chiede e commenta «Ma il tema del lavoro quasi non c’è…», consigliamo l’accurata lettura degli 8 punti della piattaforma. A entrambi consigliamo la lettura di Left, in particolare del n. 48. A tutte le altre e a tutti gli altri, buono sciopero.
I bambini in Siria sono soggetti a "torture raccapriccianti, incarcerazioni e rapimenti": lo denuncia un rapporto di Save the Children, che chiede queste "atrocità" siano meglio documentate dagli organismi dell'Onu. Ciascuno dei bambini intervistato ha assistito all'uccisione di "almeno un familiare". "Ho visto un bimbo di sei anni. Era quello che torturavano di più. Non gli hanno dato da mangiare e bere per tre giorni. Poi è morto, hanno trattato il cadavere come fosse quello di un cane", racconta Wael di 16 anni. ANSA / US SAVE THE CHILDREN +++ NO SALES +++ EDITORIAL USE ONLY +++
Hanno conosciuto solo la guerra. Hanno 6 anni e non hanno vissuto altro. Niente infanzia, niente, spensieratezza, niente sicurezza né protezione. E sono 3,7 milioni. Sono i bambini della Siria nati negli ultimi 6 anni, ovvero da quando è iniziato il conflitto che sta devastando il Paese. Secondo l’allarme lanciato dalla organizzazione umanitaria Save the Children, sono 5,8 milioni i bambini che vivono ancora sotto i bombardamenti e hanno bisogno di aiuti. Di questi, un bimbo su quattro rischia conseguenze devastanti sulla salute mentale.
Le vittime sono oltre 470.000, 6,3 milioni sono gli sfollati all’interno del Paese, e 4,9 milioni i rifugiati che lo hanno dovuto abbandonare. Tra cui 2,3 milioni di bambini.
Nel suo rapporto Ferite invisibili (Invisible wounds), l’organizzazione ha indagato l’impatto psicologico che la guerra ha e avrà sui bambini, e il quadro che ne emerge è – prevedibilmente – terribile.
L’aumento dell’aggressività nei confronti di familiari e amici è il tratto minimo e praticamente comune a quasi tutti i bambini (l’81 per cento), al quale si aggiungono incubi notturni, autolesionismo e tentativi di suicidio. Sono bambini, e tentano la fuga dalla vita. Molti di loro hanno il terrore di addormentarsi per la paura di non svegliarsi più. «La mancanza di sonno e di riposo è estremamente pericolosa per la salute fisica e mentale dei bambini e può portare a gravi conseguenze di natura psichiatrica nonché a malattie a volte mortali», si legge nel rapporto. Mentre «la metà degli adulti intervistati denuncia che i bambini non riescono più a parlare», spiegano i ricercatori. Alcuni ormai sanno solo gridare. Fanno fatica a respirare e soffrono di paralisi temporanee degli arti. Inoltre, «sono tantissimi i bambini che soffrono di minzione involontaria e di frequente enuresi notturna (lo riferisce il 71% degli adulti)». Basta un colpo di vento che fa sbattere una porta a generare razioni di panico.
Il terrore principale dei bimbi, com’è comprensibile, è di perdere la loro famiglia, di esserne strappati con la violenza. Due bambini su tre dicono di aver perso uno dei loro cari, e molti hanno visto uccidere i propri genitori, familiari, amici. Altri semplicemente sparire nel nulla. Nelle 13 aree assediate sono moltissimi i bambini rimasti soli. Ed è proprio qui che al dramma della solitudine e della guerra, si aggiunge quello dell’assedio: essere irraggiungibili a qualsiasi tipo di aiuto. Niente fame, medicine, e carburante per il riscaldamento.
E ancora: gli adolescenti ormai fanno uso di droghe per affrontare lo stress sono almeno uno su due; le violenze domestiche sono aumentate e il 59% degli intervistati conosce bambini e ragazzi reclutati nei gruppi armati, alcuni anche sotto i 7 anni.
La fine dell’infanzia Oltre a tutto questo, c’è la necessità di diventare presto adulti, nel solo senso di riuscire a procacciarsi da vivere. Niente scuola, niente riferimenti, e ancora: niente protezione. E’ così che molti piccoli siriani diventano venditori ambulanti nella migliore delle ipotesi. Come sguatteri dei soldati, o reclutati nei gruppi armati, nel peggiore. In violazione delle leggi internazionali sui diritti umani. «La guerra è un business e spesso i gruppi armati sono gli unici che hanno il denaro per pagare», ha spiegato un ragazzino intervistato nel dossier.
Mentre le bambine sono spesso costrette a matrimoni forzati con famiglie ricche dai genitori, che sperano così di offrire loro una via di fuga o sopravvivenza e preservarle da abusi e violenze sessuali. Generando invece spesso tentativi di suicidio.
La perdita del “senso di futuro” Dall’inizio del conflitto sono oltre 4000 le scuole bombardate, circa due al giorno. Mentre quelle lasciate in piedi sono obiettivi futuri quindi i bambini non possono frequentarle. E sono 150.000 gli insegnanti che hanno lasciato il Paese. Non andare a scuola crea problemi di socializzazione, oltre che di apprendimento: «Ci sono bambini come mio fratello che hanno dimenticato tutto quello che avevano imparato a scuola. Lui non sa più fare neanche due più due. Tanti non sanno riconoscere più neanche le lettere dell’alfabeto. Non vado più a scuola da due anni e ho paura del mio futuro», racconta Zainab, 11 anni, da un campo di sfollati interno alla Siria.
«Questa ricerca dimostra che le conseguenze del conflitto sui bambini siriani sono devastanti», denuncia Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia. «Bambini che sognano di morire per poter andare in Paradiso e avere così un posto dove poter mangiare e stare al caldo o che sperano di essere colpiti dai cecchini per arrivare in ospedale e magari poter scappare dalle città assediate. Genitori che preferiscono dare in spose le proprie figlie ancora bambine perché non possono occuparsi di loro, generandone la disperazione che in alcuni casi le porta addirittura al suicidio. Bambini lasciati orfani della guerra che pur di avere qualcosa da mangiare si uniscono ai gruppi armati». Una situazione insostenibile, e soprattutto intollerabile, per Neri: «Non possiamo rimanere a guardare mentre si consuma questa tragedia sulla pelle dei bambini. Devono immediatamente smettere i bombardamenti sui civili e gli aiuti devono raggiungere le popolazioni con particolare attenzione al sostegno psicologico per i più piccoli e vulnerabili».
La mancanza di aiuto e di supporto psicologico
La psichiatria non è vista di buon occhio, in Siria, anzi: la malattia mentale è uno stigma che isola ancora di più i bambini, non garantendogli il supporto medico. Prima della guerra, erano solo due le strutture ospedaliere a garantire supporto psichiatrico su 21 milioni di abitanti. Come si legge nel rapporto, «la guerra ha esacerbato questo gap, in un momento in cui è invece cresciuta la necessità di intervento. Solo il 20% delle strutture sanitarie attualmente funzionanti offrono servizi di salute mentale di base e la richiesta di posti eccede quelli disponibili”. E i pochi fondi a disposizione prediligono altri aspetti, né garantiscono la continuità di cui questi interventi necessitano.
«La continua esposizione ad eventi traumatici e a esperienze negative ha portato la maggior parte dei bambini siriani a vivere una condizione di stress tossico, con conseguenze sul loro stato di salute mentale e fisica, che può interrompere il loro sviluppo», spiega il dg dell’organizzazione. Ma, c’è un ma: «Nonostante la condizione psicologica di questi bambini sia drammatica, sono comunque estremamente resilienti. Non sono ancora desensibilizzati alla violenza e provano ancora emozioni importanti. Non siamo al punto di non ritorno e per questo è fondamentale intervenire subito e restituire loro quella speranza di futuro di cui hanno bisogno. La comunità internazionale deve muoversi subito per mettere fine al conflitto e per supportare questi bambini anche dal punto di vista psicologico, perché è in gioco non solo il presente ma il futuro di un Paese e della generazione che sarà chiamata a ricostruirlo», conclude Valerio Neri.
I bambini in Siria sono soggetti a “torture raccapriccianti, incarcerazioni e rapimenti”: lo denuncia un rapporto di Save the Children, che chiede queste “atrocità” siano meglio documentate dagli organismi dell’Onu. Ciascuno dei bambini intervistato ha assistito all’uccisione di “almeno un familiare”. “Ho visto un bimbo di sei anni. Era quello che torturavano di più. Non gli hanno dato da mangiare e bere per tre giorni. Poi è morto, hanno trattato il cadavere come fosse quello di un cane”, racconta Wael di 16 anni. ANSA / US SAVE THE CHILDREN +++ NO SALES +++ EDITORIAL USE ONLY +++
L’evento “Ferite di Guerra” Domenica 12 marzo 2017 alle ore 17.30, presso la Galleria Vittorio Emanuele a Milano (lato Silvio Pellico), si terrà l’evento pubblico organizzato da Save the Children, “Ferite di guerra”. Le note del Maestro Giovanni Allevi e le voci degli attori Cesare Bocci e Isabella Ferrari racconteranno la quotidianità che vivono milioni di bambini siriani, ancora oggi intrappolati nelle città assediate o nel limbo dei campi profughi nei Paesi limitrofi. Per accendere ancora una volta i fari su questo incubo inioziato 6 anni fa.
Nel discorso di accettazione per il premio Griffith della Director’s Guild Award, Stanley Kubrick dice del suo mestiere: «Sebbene spesso si abbia la sensazione di cercare di scrivere Guerra e pace nell’autoscontro di un Luna park, quando finalmente ottieni quel che volevi, non c’è niente al mondo di paragonabile». Nello stesso discorso, Kubrick aggiunge, parlando di Griffith, che definisce il regista che ha creato l’industria cinematografica come la conosciamo e che ha fatto diventare il cinema un’arte, ricorda che, come Icaro, Griffith ha osato troppo e si è bruciato, passando gli ultimi 17 anni della sua vita fuori dal mondo del cinema. «Ho citato il mito di Icaro, ma non ho mai capito se significhi: “non cercare di volare troppo in alto” o “dimentica le piume e la cera e fai un lavoro migliore su quelle ali!”. L’autore di Rapina a mano armata, Arancia meccanica, Barr Lyndon, Orizzonti di Gloria, Dr. Stranamore e pochi altri capolavori (13 in tutto e tre brevi documentari) è morto il 7 marzo 1999. In alto una serie di foto scattate tra la fine degli anni ’40 e i primi ’50 a New York, dove era nato e una foto di una festa in casa sua nel 1998. In basso scatti sul set e il discorso registrato alla Guild Director’s Award, l’anno prima della morte.
Mentre in Europa, tra Est e Ovest, si consuma lo scontro sull’Unione a “due velocità”, una seconda sfida sta passando inosservata: quella tra il Commissario europeo, Pierre Moscovici, e il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble. Lo riporta Handelsblatt, uno dei principali quotidiani economici tedeschi.
Il terreno di scontro? Il ruolo della Commissione europea nel futuro dell’Ue e la possibilità di istituire un “Ministro del tesoro dell’Eurozona”.
In particolare, Moscovici spinge per la creazione di una capacità fiscale per l’Unione monetaria, ovvero di un budget destinato a favorire spesa pubblica nei Paesi membri. Proprio oggi, a Bruxelles, Moscovici ha detto che «il Commissario economico dovrebbe anche occupare il ruolo di presidente permanente dell’Eurogruppo» e coordinare una politica fiscale comune.
Dal canto suo, Schäuble propone un ampliamento del ruolo – e, di conseguenza, dei poteri – del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Oggigiorno, quest’ultimo è diretto da Klaus Regling e rappresenta un fondo finalizzato al sostegno di Paesi che, in situazioni di crisi, si impegnano a implementare riforme strutturali.
Ma da domani – questa, appunto, la visione del ministro delle Finanze tedesco – il Mes dovrebbe garantire il rispetto dei trattati e, in particolare, delle regole sul deficit. Insomma, dopo gli ultimi due anni di amministrazione “politica” da parte di Juncker, Schäuble non si fida più della Commissione e spinge per un nuovo organo “neutrale”.
Le posizioni dei due leader europei è quindi agli antipodi. Intanto ieri sera Moscovici è volato a Berlino per discutere con i pesi massimi del Partito socialdemocratico tedesco (Spd).
È andata così: in classe è arrivata un circolare urgente firmata dalla preside che diceva: «A partire da oggi con effetto immediato, gli alunni con entrambi o anche solo un genitore di origine non italiana seguiranno le lezioni scolastiche in un’aula diversa rispetto a quella del resto della classe». In fondo c’era anche la firma, il timbro, i numeri incomprensibili del protocollo e tutte quelle altre cose che rendono terribilmente serie le comunicazioni a scuola.
È successo a Vercelli, ieri, con la complicità di genitori e insegnanti: alla scuola media Pertini di Vercelli è andata in scena una finta operazione razzista per vedere la reazione degli studenti di fronte a un ordine ingiusto. La decisione non è stata accettata: gli studenti hanno alzato la voce, alcuni hanno impedito fisicamente che i compagni stranieri venissero portati fuori dalla classe e alcuni si sono organizzati per stendere una protesta formale al ministero.
Le insegnanti si dichiarano «confortate dal risultato dell’esperimento». I ragazzi hanno affidato le proprie riflessioni ad alcuni post-it pubblicati su Facebook: c’è chi scrive di «agitazione, tristezza, paura, incredulità», chi racconta di avere proposto di spostarsi tutti insieme perché «siamo tutti studenti, non esistono stranieri» e chi (tra gli stranieri) si è sentito rassicurato perché sa che «c’è qualcuno che tiene a me».
Cosa hanno di straordinario questi studenti? Nulla: sono puliti, naturali, umani. O forse, meglio, sono straordinariamente non intaccati dalla rabbia, dalla disperazione, dalla paura e dalla bava che c’è qui fuori, tra gli adulti. E il punto di rottura, quel dirupo in cui la naturale solidarietà si schianta, il momento della vita che convince ad avere il diritto di essere feroci, quel secondo in cui scatta nella testa il bullone per cui l’autodifesa è possibile solo con la strage dei bisogni degli altri, quel punto lì è il nodo che ci interessa trovare, analizzare e estirpare. È un compito da esploratori degli umani bisogni e del comune sentire. Sarebbe la politica, anche. Quella maiuscola.
epa05832231 US President Donald J. Trump enters the Oval Office of the White House after arriving back on Marine One in Washington, DC, USA, 05 March 2017. Trump returned to Washington from a weekend at his Palm Beach, Florida, Mar-a-Lago club. EPA/ERIK S. LESSER
Il nuovo ordine esecutivo sull’immigrazione di Donald Trump è pronto, ma la firma non avviene davanti alle telecamere: un tweet, una foto e poi il Segretario alla Giustizia, quello alla Sicurezza nazionale e il Segretario di Stato a presentarlo ai media. Meglio evitare gaffe e tenere un basso profilo, avranno pensato gli strateghi della Casa Bianca dopo il disastro di immagine della volta scorsa.
Dal punto di vista dell’obbiettivo che si pone, il nuovo ordine è brutto quasi come il primo, ma non contiene alcune delle misure più assurde e odiose che quello conteneva. Non è una conversione umanitaria dell’amministrazione ma una correzione di rotta dovuta alla bocciatura del primo da parte di un tribunale federale e di una corte d’appello. Il nuovo ordine firmato dal presidente blocca per 90 giorni gli ingressi negli Stati Uniti di persone provenienti da sei Paesi a maggioranza musulmana: Sudan, Siria, Iran, Libia, Somalia e Yemen.
Anche i programmi per rifugiati vengono sospesi, ma per 120 giorni: per i siriani in fuga, viene da dire, nessuna solidarietà. E nemmeno per gli yemeniti e i somali, Paesi dove si combatte e dove, in questo preciso momento storico, c’è un drammatico problema di mancanza di cibo. La differenza con il primo, anche in questo caso, è che non discrimina nei confronti dei siriani – che venivano esplicitamente nominati come rifugiati da non accogliere. Ma per non discriminare un gruppo, l’ordine blocca gli ingressi di tutti gli altri.
Oltre che essere pensato per aggirare il genere di problemi legali creato dal precedente, il testo sembra scritto per evitare troppa confusione. Quella che aveva provocato proteste, caos negli aeroporti e forme di discriminazione da parte delle guardie di frontiera. Le tre cose fondamentali scomparse dall’ordine esecutivo sono: non si distingue tra cristiani e musulmani, non c’è una preferenza per persone di una religione piuttosto che un’altra; alle persone con un visto valido emesso prima del 27 gennaio e a quelle con un permesso di lavoro che si trovassero all’estero al momento in cui, il 16 marzo, l’ordine entrerà in vigore, verrà concesso di entrare – un mese fa si prevedeva che anche i possessori di carta verde non venissero riammessi negli Stati Uniti; da ultimo scompare l’Iraq, Paese invaso dagli Usa dove l’esercito iracheno combatte al fianco di militari americani a Mosul contro l’Isis. Negare l’ingresso ai cittadini iracheni, mentre il Paese è alleato a combattere quel terrorismo che l’ordine serve a fermare, era grottesco. E in queste settimane, molti funzionari del Dipartimento di Stato e del Pentagono lo hanno fatto notare.
Evitare la discriminazione tra religioni e non impedire a chi ha già un visto di poter entrare sono tra le cose che fanno scommettere all’amministrazione Trump che l’ordine non verrà giudicato illegale dai tribunali – dove verrà portato dalle organizzazioni che si occupano di diritti civili, la Aclu, che avviò le prime azioni legali un mese fa, ha già annunciato i ricorsi. Lo spin dei funzionari che lo hanno presentato è: «Questo non è un divieto ai musulmani in qualsiasi modo o forma ma di una sospensione temporanea da Paesi in preda al caos o che sono sponsor del terrorismo». L’idea è quella di evitare casi drammatici come quelli capitati nelle ore successive alla firma del primo ordine esecutivo, che entrava in vigore dalla sera alla mattina, includendo persone e famiglie che erano già in aeroporto o su un aereo e si ritrovavano ad essere respinte senza modo di appellarsi alla decisione delle guardie di frontiera. La possibilità che ci sia un aumento dei comportamenti discriminatori da parte della polizia di frontiera, con un ordine come questo, è più che probabile: già un mese fa, in alcuni scali si era andato oltre il lecito e si erano implementate alcune delle istruzioni di Trump anche nei giorni immediatamente successivi alla bocciatura dei tribunali.
«L’ostinazione del presidente Trump a chiudere le porte in faccia a coloro che fuggono esattamente da quel terrore che lui sostiene di combattere sarà ricordata come uno dei peggiori capitoli della storia degli Usa. L’idea che misure del genere siano prese nell’interesse della sicurezza nazionale non sta né in cielo né in terra – si legge in una dichiarazione del segretario generale di Amnesty International Salil Shetty, che prosegue -. Questo nuovo decreto non fa altro che ristabilire molti dei più detestabili aspetti del precedente, calpesta i valori che gli Usa da tempo dichiarano di sostenere e minaccia di azzerare le speranze di migliaia di rifugiati. L’impianto anti-musulmano che è alla base di questo nuovo decreto dovrebbe apparire evidente a chiunque abbia seguito la lunga campagna di Trump per diffondere la paura tra le persone di fede musulmana».
Resta l’improbabilità di un ordine che punisce persone di sei Paesi come se fossero solo queste che costituiscono un pericolo e come se, anche volendo dare per buona l’idea che i terroristi siano i musulmani – cosa non vera, negli Stati Uniti – non potesse succedere che potenziali terroristi musulmani arrivino anche da Arabia Saudita (come Osama bin Laden), Giordania (come al Zarqawi) o Gran Bretagna. Un documento interno preparato dal’Homeland Security un mese fa segnala come negli ultimi anni, degli 82 attentatori reali o scoperti mentre preparavano attacchi, la metà avessero cittadinanza statunitense e nessuno o quasi venisse dai sei Paesi inclusi nell’elenco. Anche per questo, l’ordine è una pagina oscura: segnala come si tratti di un documento scritto e pensato per mostrare al proprio elettorato azioni risolute e non per reali esigenze legate all’anti terrorismo. E’ poi certo che il nuovo ordine sia un favore all’Isis e a quanti cercano proseliti nei Paesi inclusi nel bando e in Occidente. Come ha detto il senatore democratico Murphy: «Il presidente sta consegnando all’Isis argomenti d’oro per l’opera di reclutamento. Il sogno dei nostri nemici è di dipingere un mondo in cui occidente e Islam sono in guerra. L’ordine conferma questa loro tesi».
Il giudizio politico lo lasciamo a Bernie Sanders: «Chiamiamo l’ordine per quello che è: un tentativo razzista e anti-islamico di dividerci».
Let’s call Trump’s travel ban what it is: A racist and anti-Islamic attempt to divide us up.
La sindaca di Roma Virginia Raggi (D) con il vicesindaco di Roma Luca Bergamo durante inaugurazione della sala Orazi e Curiazi dei musei Capitolini, Roma, 20 febbraio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI
Sarà Luca Montuori il nuovo assessore all’Urbanistica del Comune di Roma. Architetto e professore di progettazione urbanistica all’Università Roma Tre, 51 anni e figlio di Eugenio, urbanista di città come Sabaudia e Carbonia, e della stazione Termini di Roma.
Montuori è stato scelto dal sindaco pentastellato, dopo essersi immancabilmente confrontata con i consiglieri di maggioranza. Una riunione non particolarmente discussa, essendo Montuori attualmente capo segreteria dell’assessore alla Cultura (e vicesindaco) Luca Bergamo. E, come lui, con un passato nella sinistra veltroniana. Ex consulente di Walter Veltroni (2004-2008) per i progetti architettonici («fu una stagione meravigliosa»), sarà lui ad ereditare le beghe del suo predecessore Paolo Berdini, dimessosi a metà febbraio dopo le infelici dichiarazioni sulla giunta di Virginia Raggi uscite su laStampa.
E proprio lo stadio della Roma (altro motivo di contrasto con Berdini, che ne era agguerrito oppositore), sarà il primo nodo da affrontare. Assieme al nuovo direttore generale Franco Giampaoletti, già dg del Comune di Genova, il neo assessore, dovrà lavorare – sempre in stretto contatto con l’As Roma e l’Eurnova di Luca Parnasi – al nuovo progetto di Tor di Valle, la cui bozza è attesa in settimana; capire come scavallare i vincoli della Sopraintendenza sull’Ippodromo; e infine realizzare la stesura della delibera di ‘novazione’, e cioè l’atto che servirà a validare definitivamente l’utilità pubblica dell’opera. «Siamo qui e cercheremo di migliorare i progetti», ha detto Montuori in conferenza stampa rispondendo proprio a una domanda sullo stadio e sugli altri importanti interventi urbanistici della città che lo attendono, come quello dell’ex caserma Guido Reni, un edificio enorme al Flamionio, il quartiere dell’Auditorium.
L’utilità pubblica però fortemente contestata proprio dai pentastellati, quando in Campidoglio sedevano fra i banchi dell’opposizione. Tanto che la procura in qualche cassetto ha un esposto depositato proprio Da Raggi, De Vito, Frongia e Stefàno che ne contestavano la pubblica utilità. Su che fine abbia fatto la denuncia, l’attuale presidente del Consiglio capitolino Marcello De Vito, raggiunto telefonicamente da Left, non ha voluto dare spiegazioni.
Sta di fatto che ormai lo stadio s’ha da fare. E non solo perché Grillo aveva dato personali rassicurazioni in questo senso da mesi alla società giallorossa, ma anche perché un accordo con l’ad Mauro Baldissoni nelle veci di James Pallotta, è stato raggiunto e annunciato.
Ma sebbene i fari dei media si siano abbassati, in realtà la questione è ancora scottante perché l’accordo potrebbe riservare spiacevoli sorprese per l’amministrazione. Cosa abbia comportato il taglio delle cubature – e delle relative torri di Liebeskind – in termini di opere pubbliche, ancora non si sa con certezza. Il nuovo “progetto 2.0”, come l’ha ribattezzato Raggi, per ora è stato presentato come vantaggioso per tutti, come #UnoStadioFattoBene, come recita il video di promozione lanciato due giorni fa dal Movimento 5 stelle: «La diminuzione delle cubature non inciderà se non su quelle pensate per concedere più spazi ai costruttori – spiegano – Marino aveva destinato 951mila metri cubi in più rispetto ai 153mila previsti giustificandole con una serie di opere pubbliche in gran parte superflue». Tra queste, «i due pontili sul Tevere, il sottopasso di via d’Asti, il prolungamento della metro b».
Cosa sarà superfluo, cosa regalato ai costruttori (come ha accusato Ignazio Marino) e cosa invece sarà una sottrazione fatale alla funzionalità dell’opera e al suo inserimento nel tessuto urbano, lo si scoprirà purtroppo solo una volta realizzato.
Quello che è certo è che il tempo stringe, perché il termine ultimo fissato dalla Regione per acquisire tutta la documentazione (progetto definitivo, parere unico e delibera), è il 30 marzo. Mentre la conferenza dei servizi, che slitta ormai da mesi, e che dovrebbe dare il via libera definitivo al progetto della società calcistica, è il 5 aprile.
I rendering dello stadio della Roma, in una combo tra il progetto originale dei proponenti, e quello uscito modificato dall’accordo in Campidoglio del 24 febbraio 2017, senza torri e a cubature ridotte. ANSA
La vicenda è talmente delicata che al nuovo responsabile all’Urbanistica verrebbe affiancato uno staff di 6 persone, scrive il Messaggero, trai quali – oltre ai tecnici interni che hanno gestito il dossier stadio – l’avvocato di Grillo Luca Lanzalone, che dall’inizio della vicenda ha seguito tutti gli incontri fra le parti e vigilato sulle trattative.
Resta invece ancora vacante, anche se per ora affidata a Montuori, l’altra delega che era di Berdini, quella ai Lavori Pubblici, per la quale Raggi sta cercando una donna.