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Tutte le donne ribelli disegnate da Obey

Shepard Fairey, anche conosciuto come Obey, è diventato famoso al grande pubblico per manifesto Hope simbolo nel 2008 della campagna di Obama alla Casa Bianca. Dopo l’insediamento di Trump alla presidenza e in occasione della marcia delle donne su Washington, lo street artist (da sempre impegnato nella propaganda dei valori democratici e nella denuncia delle ingiustizie sociali) aveva realizzato una nuova serie di poster femministi che aveva poi venduto su Kickstarter per la cifra simbolica di 1$. I poster erano questi e il risultato il giorno della manifestazione fu quello che vedete nella foto qui sotto:

Ma non è la prima volta che Fairey dedica i suoi lavori alle donne o a personaggi icone del femminismo come per esempio l’attivista Angela Davis. In vista dell’8 marzo e dello sciopero globale, abbiamo raccolto qui molti dei poster e dei ritratti dello street artist dedicati alla propaganda della parità di genere.

Sul caso Consip (o meglio: sull’importanza del finanziamento pubblico)

Una persona legge un quotidiano a Rignano sull'Arno il giorno dopo l'interrogatorio di Tiziano Renzi davanti ai pm di Roma e Napoli, 04 marzo 2017. ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

Non so come andrà a finire l’inchiesta (anche se precedenti e Diritto inviterebbero a maggior prudenza). Non so quanto delle accuse troverà conferma, né sono riuscito a capire l’efficacia dello stesso reato di traffico di influenze, i cui confini mi sembrano però poco netti. Non so neanche se Renzi abbia “rottamato” il padre, come dice Grillo: fatti loro. Non so poi, anzi non credo, che Luca Lotti si debba dimettere, non fino a sentenza, ma penso sia ovviamente lecito tentare, dopo questo ennesimo caso e dopo tre anni e più, un bilancio dell’esperienza dei rottamatori alle prese col potere.

Quello che però so, sulla vicenda Consip, è che ancora un volta escono fuori i limiti e i rischi del sistema di finanziamento della politica che abbiamo scelto. Non colpisce anche voi che Romeo – ed è cosa certa – finanziasse tanto il centrosinistra e la fondazione di Matteo Renzi che il centrodestra, con la fondazione di Quagliariello? A me moltissimo, perché è evidente che la politica non più c’entra nulla, e che il finanziamento non è una forma di militanza riservata a ricchi ma impegnati imprenditori. Si finanzia – mi pare – con un altro fine: ingraziarsi un decisore pubblico, presente o futuro, e creare un debito che, si scommette, sarà ripagato.

E allora: faccio una domanda. Siccome sul finanziamento pubblico pare proibito abbandonare la lettura demagogica ormai largamente maggioritaria (anche se dare risorse pubbliche ragionevoli alla politica segnalo che consentirebbe di chiudere a quelle private, almeno a quelle di entità e intenzione corruttive), non possiamo almeno stabilire che chi finanzia partiti o movimenti politici, amministratori o eletti, non debba avere rapporti economici, commesse o appalti, con la pubblica amministrazione?

La domanda, ovviamente, è retorica. Mi rispondo da solo: no, perché non si contano le fondazioni che alimentano ognuna una singola corrente del singolo partito. E prova ne sia le risposte – che non sono arrivate, non dai grandi partiti, almeno – all’invito di Sinistra italiana, che giusto qualche giorno fa ha presentato in parlamento un testo che andrebbe in questa direzione. Peccato.

La lezione di Emma Watson sul femminismo: «Non è un bastone con cui picchiare le altre donne»

epa04148918 British actress/cast member and model Emma Watson arrives for the 'Noah' movie premiere in Leicester Square, London, Britain, 31 March 2014. The film will be shown across British theaters on 04 April. EPA/WILL OLIVER

Emma Watson è una che sulle battaglie femministe ci ha messo la faccia. Lo ha fatto quando è stata nominata ambasciatrice delle Nazioni Unite per la parità di genere nel mondo a luglio 2014 e lo ha fatto quando poco dopo ha lanciato la campagna di sensibilizzazione HeforShe (perché il femminismo non è solo una cosa da donne, anzi) con un discorso che ha fatto storia.
Eppure, nonostante tutto questo, qualcuno ha storto il naso perché, per lanciare il suo ultimo film La Bella e la Bestia si è lasciata immortalare sulla copertina Vanity Fair America in uno scatto che, a detta di qualche femminista, mostra un po’ troppo (giudicate voi dalla foto qui sotto): «Ha tradito i valori femministi».

La risposta di Watson è arrivata però precisa e puntale e è stata l’occasione per impartire un’altra lezione preziosa su cosa significhi lottare e spendersi per la parità di genere:

«Questa polemica non fa altro che mostrare quanto siano diffuse delle percezioni errate di cosa sia il femminismo e di cosa implichi essere femministe. Il femminismo riguarda il dare alle donne la possibilità di scelta, non è un bastone con il quale delle donne bastonano le altre donne. Il femminismo è una questione di libertà, di liberazione e di uguaglianza. Non riesco davvero a capire cosa abbiano a che fare le mie tette con tutto questo».

Dell’impegno di Emma Watson e dell’importanza di essere femministi parliamo anche nel numero di Left in edicola dedicato all’8 marzo e allo sciopero globale delle donne.

Il numero di Left in edicola è dedicato all’8 marzo

 

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Schulz sceglie la destra dei “capri espiatori” come nemico: «È una disgrazia per la Germania»

epa05737908 Demonstrators gather in front of a banner reading: 'Never again fascism!!' as they protest against the conference of European right-wing party ENF, Europe Nations and Freedom, in Koblenz, Germany, 21 January 2017. Several European leaders of national right-wing parties will deliver speeches at the conference organized by the AFD. EPA/ALEX KRAUS

Alexander Gauland, figura di primo piano del partito tedesco di estrema destra, Alternative für Deutschland (AfD),  ha affermato che il governo tedesco dovrebbe negare l’ingresso in Germania a persone di fede musulmana che non provengono da Paesi in situazione di conflitto.

Dopo le affermazioni rilasciate da Geert Wilders in Olanda qualche settimana fa  – l’Islam veniva paragonato al nazismo – anche nei pressi di Berlino si torna quindi ai “commenti spazzatura” in ambito religioso.

Nel frattempo, Martin Schulz, candidato cancelliere del Partito socialdemocratico (Spd) alle prossime elezioni federali di settembre, ha definito l’Afd una «disgrazia per la Germania». «Non offre soluzioni a nessun problema e trova soltanto capri espiatori», ha aggiunto Schulz, parlando ai colleghi di partito a Würzburg. Commentando proprio le parole di Gauland, Schulz ha ribadito che la costituzione tedesca prevede «il rispetto della dignità della persona umana, in quanto tale. Non in quanto “tedesca”».

Non è la prima volta che Schulz lancia un segnale al partito di destra radicale: l’ex Presidente del Parlamento europeo vuole probabilmente giocarsi la carta del “baluardo” democratico di fronte alle tendenze populiste.

Inoltre, Schulz è tornato a parlare di mercato del lavoro, ponendo l’accento sulla necessità di investire nella «formazione» dei lavoratori tedeschi. Si tratta insomma, di una riproposizione di politiche attive. Allo stesso tempo, il leader dell’Spd ha fatto un leggero passo indietro rispetto alla volontà di modificare in maniera sostanziale l’impianto della riforma di welfare, HartzIV.

Nei sondaggi, l’Unione cristiano democratica (Cdu) di Angela Merkel è tornata in testa, superando proprio la Spd. Si tratta in realtà dell’ennesima staffetta in vetta alle preferenze dei cittadini tedeschi nel corso delle ultime settimane

Leggi anche:

GreciaEkathimerini Nuovo stallo tra Atene e creditori. L’accordo sulla seconda revisione del piano di bailout si allontana

EuropaDie Welt – Sebastian Kurz, Ministro degli esteri austriaco, vuole che i richiedenti asilo vengano ospitati in dei campi al di fuori dell’Unione europea

Regno UnitoThe Guardian ­­ – Il quotidiano britannico lancia l’allarme: «Nelle università del Paese, esiste un’emergenza molestie sessuali»

 

Dall’Irlanda alla Ciociaria, storie di suore che distruggono l’infanzia

La macabra scoperta, avvenuta in Irlanda, di una fossa comune, con  più di settecento cadaveri di bambini che erano stati affidati a una casa per ragazze madri gestita da suore, ha colpito tutti. Erano bambini di età diverse probabilmente morti per malnutrizione e per malattie non curate, durante tutto il periodo in cui quella struttura religiosa è stata in funzione, dagli anni Venti in poi. Non è la prima volta che in Irlanda emergono storie di violenze e abusi in conventi e altre strutture. Come ha raccontato nel 2002 il film Magdalene di Peter Mullan. Abbiamo chiesto allo scrittore Francesco Formaggi di commentare il risultato dell’inchiesta irlandese, mentre arriva nelle librerie il suo nuovo romanzo, Il cortile di pietra  (Neri Pozza) , storia del piccolo Pietro, figlio di contadini poveri, affidato a un collegio trasformato dalle suore in un inferno di violenze sui minori. Il libro sarà presentato il 19 marzo a Libri Come, a Roma.

«In Irlanda l’inchiesta su questa terribile realtà va avanti da qualche anno, a colpi di indignazione, accuse e risposte false. Loro hanno avuto il coraggio di scavare alla ricerca della verità su queste case di accudimento», sottolinea lo scrittore.  Sono certo che anche in Italia, se avessimo lo stesso coraggio di scavare, sia fisicamente, sotto i conventi e le chiese, sia culturalmente, sotto lo strato di sabbia della negazione, troveremmo la stessa verità. Che non dovrebbe creare scalpore per il fatto che i corpi di bambini ormai senza vita siano stati gettati nella terra come carcasse di animali, senza sepoltura, ma per il fatto che questi bambini erano trattati come bestie anche in vita.
Lo scandalo non riguarda dunque la mancata sepoltura per la quale i vescovi irlandesi ora si battono il petto?
Non riguarda affatto la sepoltura, né l’al di là, ma ciò che questi bambini hanno passato – e in alcuni luoghi ancora oggi passano – da vivi, quindi la negazione della loro infanzia, per non dire il totale annullamento, da parte delle istituzioni cattoliche, della realtà dell’infanzia.
Qui tocchiamo il cuore, il centro, del suo romanzo?
Nel mio romanzo un tema centrale è l’infanzia annullata. È accaduto mentre lo scrivevo, un paio di anni fa, che per la prima volta ho letto di questa storia irlandese. Mi ha fatto accapponare la pelle, perché anche nel mio romanzo c’è una fossa, e narravo una storia simile, che avevo però ricavato da alcuni racconti del mio territorio, il basso Lazio, la Ciociaria. Quelle narrazioni aleggiavano sulla palude delle fantasticherie o delle leggende popolari. Quando ho letto che in Irlanda avevano scoperto davvero una fossa comune, quasi non ci credevo.

Come ha letto queste similitudini fra le due vicende, quella irlandese e quella ciociara?
Mi ha fatto pensare che il problema è molto più ampio, e abbraccia la sfera che potremmo chiamare dell’educazione, che in uno Stato laico dovrebbe essere laica. Invece in Italia accade ancora oggi che le istituzioni cattoliche abbiano il monopolio culturale dell’educazione e della cura dei bambini. Penso che le famiglie dovrebbero smetterla di mandare i propri figli negli asili delle suore, e poi al catechismo, e poi in chiesa. Perché i preti e le suore fondano la loro identità su una astrazione, annullano l’umano, e questo li rende pieni di rabbia e, nei casi peggiori, totalmente anaffettivi. Non puoi voler bene a un bambino se pensi che sia una bestiolina, un essere umano non ancora compiuto, o peggio ancora, un mostro. Ma troppo spesso in Italia, soprattutto nei piccoli paesi, nelle zone più povere e isolate, per le famiglie non c’è alternativa. E alla luce di quanto ancora accade, alla fine di questo lungo filo rosso di nefandezze, il ritrovamento di una fossa comune di bambini dovrebbe essere la notizia che suscita meno indignazione.

Anche madre Teresa di Calcutta, come hanno documentato molte inchieste, non dava farmaci ai bambini malati perché pensava che il dolore li purificasse in vista del paradiso. Il culto della sofferenza come espiazione è intrinseco al credo cristiano…

E quando si parla di bambini, di accudimento dei minori, (e in generale delle così dette categorie deboli) l’indignazione straripa nell’incazzatura. Perché un bambino, sebbene possa resistere interiormente forse meglio di un adulto alle violenze invisibili degli altri esseri umani – grazie a una fantasia che conserva più intatta – non ha modo di scappare, di rendersi libero, di vivere una vita autonoma come meglio crede, di procurarsi da sé il proprio nutrimento e la propria crescita sana.
E poi ci sono i diritti, e le leggi. Bisogna smetterla di negare i diritti e violare le leggi; parlo del diritto al gioco, per fare un esempio, e della legge sull’aborto. Come ha scritto Saramago a proposito di un suo romanzo: “Se il Saggio sulla lucidità non causerà polemiche nella società, è perché la società dorme”. Ecco, mi viene da pensare che noi oggi dormiamo, ma non come si dorme la notte. Il nostro sonno purtroppo assomiglia più a chiudere gli occhi davanti a realtà che non vogliamo vedere».

La violenza che lei racconta ne il Cortile di pietra è fisica ma anche psichica.

Quella che fa più male è la violenza psichica, la violenza che non si vede, perché ti confonde, vuole farti impazzire, vuole farti scomparire, e spesso non sai da dove viene, soprattutto se sei un bambino, la senti soltanto, sulla pelle, come ventate di ghiaccio, ma non ti puoi difendere.

Come è nato il romanzo?
Il cortile di pietra ha avuto origine da una miscela di esperienze personali, leggende o dicerie popolari e racconti di amici. Sono stato in un asilo di suore da bambino, ma credo di non aver resistito più di una o due settimane, avrò avuto quattro o cinque anni. Proprio non ci riuscivo a stare lì dentro, mi facevano impazzire, già a quell’età non potevo sopportarle quelle suore, ed era così tanta la voglia di scappare che ancora me la sento addosso. Ho chiara in mente un’immagine: io bambino davanti alla porta aperta dell’asilo, i piedi sull’uscio, sotto di me le scale che scendono in strada, verso la salvezza, verso casa, via da quel postaccio. Ma un attimo prima di scappare realizzo che i miei due fratelli più piccoli sono ancora lì dentro, e non posso lasciarli, li devo salvare. Così torno indietro, li trascino via con me, ma un attimo prima di uscire una suora ci scopre e ci riporta dentro per le orecchie.  Poi come tutti  ho dovuto subire il catechismo fino alla cresima. Per fortuna quando mi costringevano ad andare a messa io dormivo. Le storie popolari che invece hanno stimolato il nucleo più prettamente narrativo del romanzo sono legate al mio territorio, dove sono nato e cresciuto ad Anagni, e riguardano il ritrovamento, durante alcuni lavori di restauro in un convento di monache di clausura, di scheletri di bambini sepolti sotto il cortile. Le chiamo storie popolari perché, per quando abbia cercato documenti e fonti, non ho mai trovato niente di fattivo. Però ho conservato i racconti di amici paesani, uno in particolare, di una ventina di anni più grande di me, Mario, che ha vissuto l’infanzia in un collegio di suore. Nei pomeriggi di pioggia, al bar, davanti a una birra, mi ha raccontato tutto: i soprusi, le botte, la fame che pativano; tutto quello che succedeva in quel collegio, tutte le nefandezze delle suore, un pomeriggio dopo l’altro.

Quanto è diffuso il problema in Italia, che diversamente dall’Irlanda non ha mai affrontato pubblicamente questioni come gli abusi sui minori da parte dei preti nonostante inchieste stringenti come i due libri inchiesta di Federico Tulli, Chiesa e pedofilia?

Il mio lavoro è quello del romanziere, e quando mi sono messo a scrivere questo romanzo, ormai cinque anni fa, ero mosso principalmente da una esigenza interiore di raccontare l’infanzia, per come la conoscevo io, con tutte le paure e i vuoti che avevo vissuto ma anche con tutta la gioia e vitalità e la capacità di resistere del bambino che ero stato. E poi, dopo i racconti del mio amico sul collegio e la leggenda dei cadaveri dei bambini sotto il cortile del convento delle suore ecc., avevo già molto materiale su cui lavorare. Non mi serviva altro. Ma quando avevo quasi terminato la prima stesura – durante la quale non avevo smesso di cercare informazioni ed esperienze soprattutto sulla vita quotidiana in un collegio negli anni Cinquanta – ho sentito il bisogno di documentarmi, e l’ho fatto, inizialmente nel modo indolente e furtivo dei romanzieri, che non cercano tanto la verità dei fatti e l’attendibilità delle fonti, quanto la verosimiglianza della suggestione e la realtà delle esperienze umane. Poi però ho cominciato a notare che più volevo elementi di realtà, più chiedevo fatti documentati, più le persone diventavano vaghe e indolenti. Mi è successo all’Archivio di Stato. Mi sono presentato con una domanda specifica, alla ricerca di documenti che potessero provare l’effettiva scoperta o rinvenimento, a partire dagli anni Cinquanta-Sessanta, di cadaveri di bambini sepolti nei conventi di suore sul territorio italiano. L’unica cosa che ho trovato è stata una reazione indignata: “Ma lei chi è? A che le servono queste informazioni?”, e poi: “Queste storie non sono vere, sono solo dicerie, ma dove l’hai sentite, anche se fossero vere non le direbbero mai” ecc. Poiché avevo un romanzo da scrivere, e non una inchiesta da fare, ho rinunciato ad approfondire la questione, ma  dal punto di vista giornalistico potrebbe essere interessante continuare, perché- ne sono convinto – la violenza è intrinseca al sistema educativo della Chiesa.

Indizi da destra sulla legge elettorale

Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi alla presentazione del libro di Bruno Vespa "C'eravamo tanto amati" a Roma, 21 dicembre 2016. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Dipende dal premio. È una delle cose che vi raccontiamo sul numero di Left che trovate in edicola in questi giorni: il nodo della legge elettorale è il meccanismo del premio di maggioranza – ancora più della sua entità, che la Corte vuole comunque misurata. Andrà alla lista che, superata una sorta soglia (il 40 dell’Italicum?), arriva prima o alla coalizione? Molto – se vi interessa l’evoluzione delle scissioni e contro scissioni a sinistra – dipende dal premio. Dipende dal premio, ad esempio, se gli scissionisti dem saranno o no alleati del Pd (dopo essersi uniti con Pisapia) oltre che dall’esito del congresso.

E se la discussione sulla legge elettorale arranca (incagliata sui capolista bloccati), oggi però abbiamo qualche indizio. Alla loro prima iniziativa pubblica, un informato parlamentare del neonato Movimento democratico e progressista – articolo 1, infatti, ci diceva così: «Alleanze? Dipende dalla legge, se ci sarà o meno un premio di coalizione. E se ci sarà il premio dipende da Forza Italia. Perché i 5 stelle non lo vogliono e allora servono i voti e le pressioni dei forzisti per approvarlo». Bene. Nel centrodestra qualcosa si sta muovendo.

«Ma che partita vuole giocare Berlusconi?», continuava la nostra fonte, «se vuole tentare di prendere il premio, ma non riesce a tenere i litigiosi alleati tutti in un listone, allora chiederà il premio di coalizione. Se invece si accontenta di poter dire “dopo il voto si passa da me”, spingerà per un proporzionale più liscio». Delle due vie disegnate, al momento, pare però preferita la prima. Berlusconi ha infatti messo da parte l’idea della lista unica del centrodestra, intervistato dal Tempo questa domenica, e parlato apertamente di coalizione. L’unico al momento escluso dai suoi piani è Angelino Alfano, «perché Forza Italia non è un taxi» e perché – dice Berlusconi – «per ricostruire il centrodestra sono disposto ad accettare molte cose ma non posso fare a meno di considerare che una serie di governi di sinistra (!) sono stati resi possibili da eletti del centrodestra».

Per il resto l’invito a Matteo Salvini e Giorgia Meloni è più che esplicito. «Il centrodestra è l’unica realtà che unita può raggiungere il 40 per cento e guidare il Paese», dice Berlusconi secondo cui un accordo con Lega e Fratelli d’Italia è «necessario». Insomma: «possiamo essere una coalizione guidata da un progetto comune».

A ricordarci che nulla è ancora deciso ci pensa Giorgia Meloni, che oggi replica al leader di Forza Italia e lo fa citando ancora l’idea di un listone (anche se si dice ancora scottata per l’esperienza del Pdl), opzione che quindi è sempre aperta, ennesima dimostrazione che nel centrodestra vanno molto meno per il sottile, e dopo anni in cui se ne sono dette di tutti i colori, se dovesse servire non si faranno troppi problemi a ritentare la convivenza tra l’anima più moderata e quella sempre più “sovranista” di Meloni, Salvini e compagnia.

Anche lì si discute ancora sul nodo primarie e non sarà indolore individuare un leader, ma qualcosa insomma sta succedendo. E sono tutti indizi per capire cosa toccherà in sorte alla sinistra dove si spera si voglia evitare di andare al voto con due o magari tre liste a sinistra del Pd e dove però anche la nascita di una lista di sinistra (Pisapia più i bersaniani, in sintesi) che però si allea col Pd (Renzi o no) avrebbe come probabile esito il prosciugamento della sinistra che da quell’alleanza rimarrebbe fuori e che, una volta tanto, sembra aver trovato il modo per non procedere in ordine sparso, ognuno col suo atomo.

Delle grandi manovre a sinistra parliamo sul numero di Left in edicola, con la copertina dedicata allo sciopero dell’otto marzo

 

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I furbi della K-Flex: investire i soldi (pubblici) italiani per andare all’estero. E licenziare qui

Fatelo sapere anche agli innamorati di Marchionne: sventolare italianità per usare i soldi pubblici traslocando all’estero è un metodo che continua a prendere piede qui da noi mentre qualcuno si ostina a urlarci nelle orecchie che le riforme funzionano, che i dati non sono fatti ma gufi e tutto va ben madama la marchesa.

L’ultima in ordine del tempo è la K-Flex, azienda leader nel settore della gomma plastica, che dopo avere intascato qualcosa come dodici milioni di euro (12.000.0000) ha pensato bene di investirli all’estero (l’ha ammesso la figlia del proprietario, Marta Spinelli, durante un incontro in Assolombarda) dove ha intenzione di spostare la produzione lasciando a casa 187 lavoratori.

A nulla sono valsi i tentativi di mediazione di Regione Lombardia e del Governo: da più di un mese il presidio permanente dei lavoratori si scontra contro il muro di gomma dell’azienda. «Siamo imprenditori e andiamo dove il mercato ce lo chiede» ci spiega sornione il fondatore Amedeo Spinelli.

E in effetti qui da noi ormai li abbiamo abituati così: una generazione di capitalisti senza capitale che imprendono saccheggiando la Cassa Depositi e Prestiti (controllata dal Ministero) e che vorrebbero anche insegnarci l’etica e i trucchi per il successo.

Sono la forma avanzata dei “furbetti del cartellino”: chiedono e poi non restituiscono e alla fine la mancata restituzione la mettono a bilancio come attivo da capogiro. E si bullano, anche.

Buon lunedì.

Piano Minniti. Alla faccia della sinistra

Il ministro dell'Interno Marco Minniti nella sala stampa di palazzo Chigi al termine della riunione del CdM. Roma 10 febbrario 2017, ANSA/GIUSEPPE LAMI

«Ma cos’è la destra? Cos’è la sinistra?». Se Giorgio Gaber avesse visto oggi come il centrosinistra vuol gestire l’immigrazione a quella domanda avrebbe fatto ancor più fatica a trovare una risposta. «Sicurezza è una parola di sinistra» aveva del resto rivendicato da neo-ministro Marco Minniti annunciando rimpatri, riapertura di centri detentivi, lavoro gratuito per i richiedenti. Dopo Alfano, al Viminale è arrivato lui: una vita tra Pci, Pds, Ds e infine Pd. Eppure quelle politiche si sono spinte ancora più a destra.

Sarà che in Europa – come racconta Martino Mazzonis nello sfoglio di primo piano di questo numero di Left – qualcuno a sinistra insegue il populismo di destra? Anche Jeremy Corbyn nel Regno Unito e Jean-Luc Mélenchon in Francia inseguono posizioni pericolose sull’immigrazione per recuperare quella working class arrabbiata che oggi vota a destra. E sarà che – stando a una rilevazione di Demos per la Repubblica – quattro italiani su dieci credono che l’immigrazione costituisca un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone? Sta di fatto che i numeri dicono altro: nel 2016 sono sbarcate in Europa 361.678 persone, il 64% in meno rispetto al 2015, quando erano un milione (dati Unhcr). Il record, piuttosto, è quello dei morti in mare: 5.022 persone hanno perso la vita cercando di raggiungere l’Europa nel 2016. Mai così tante. Eppure qui in Italia siamo ripiombati negli anni Duemila, ai tempi del governo Berlusconi-Maroni: Minniti alla guida del Viminale scavalca a destra persino Alfano. Rifà l’accordo con la Libia, si inventa nuovi centri per i rimpatri e lavoro obbligatorio per i migranti.

Al piano Minniti e a quella sinistra che sull’immigrazione parla e agisce come la destra è dedicato il primo piano del numero di Left in edicola

 

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Dopo le fiamme a Bagnoli nasce Corporea. Le foto

Non è una vera e propria rinascita, perché la Città della Scienza di Napoli non era mai morta. Ma certo l’inaugurazione di Corporea, il primo museo interattivo italiano completamente dedicato al corpo umano e alla salute, e del nuovo Planetario, sabato 4 marzo, è un segno non banale di vitalità, dopo l’incendio doloso e inspiegabile che nello stesso giorno del 2013 mandò in fumo il più grande museo di nuova generazione, hands on, d’Italia e tra i maggiori d’Europa.

Su Left in edicola (e qui in digitale) vi raccontiamo perché, vi spieghiamo l’importanza di un museo dedicato al corpo umano e alla salute, intesa alla moda dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’Oms: il “completo benessere fisico, mentale e sociale dell’uomo”.

In edicola vi raccontiamo i tre piani del nuovo, avveniristico museo progettato da Massimo Pica Ciamarra. Qui intanto, però, vi lasciamo alcune immagini delle strutture, del planetario e dei laboratori.

L’articolo è sul numero di Left in edicola

 

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