Home Blog Pagina 951

Paolo Benvegnù. L’uomo delle stelle ci dà qualche consiglio per l’ascolto

Dietro gli abiti scuri in cui è spesso avvolto ci sono un sorriso sempre pronto e la grazia di chi ama e apprezza la vita. Paolo Benvegnù continua a contemplare sé e il mondo che lo circonda, all’instancabile ricerca dello sconosciuto che sa di avere in sé. Il risultato è l’ennesimo album raffinato, a cui ci ha ormai abituati. Un distillato di mille ricerche perse tra chiavi armoniche e parole appropriate, con quel tanto di elettronica che solleva dalla sedia, ma senza mai cascare nel facile sofismo. Del suo ultimo lavoro, H3+, parla come di un disco di fantascienza. In uscita il 3 marzo per Woodworm label, il disco completa la trilogia – «un viaggio a tre tappe all’interno dell’anima» – iniziata con Hermann (2011) ed Earth Hotel (2014).

ASCOLTA SU SPOTIFY

Sono cresciuta con i dischi degli Scisma, ma colgo il tuo famoso invito/rimprovero a non essere “necrofili”, a guardare avanti… Che c’è avanti?
(ride) Ultimamente ascolto tanta musica italiana, perché credo che mai come in questo momento ci siano cose interessanti. È un buon momento per l’Italia anche se la musica è percepita, come tutte le altre cose, come un prodotto. Uno va al supermercato e prende i formaggi della Kraft, non è che va dietro l’angolo dove magari c’è uno che fa un formaggio buonissimo. È così, io magari sono un fruitore un po’ più esperto e so dove andare a trovare le cose meravigliose.

Poi, Benvegnù ci ha anche detto: «Mai come in questo momento c’è grande ricchezza in Italia nel mondo della musica». Gli abbiamo chiesto qualche consiglio per l’ascolto. Ed ecco pronta una playlist

LeftPlay >> Nelle cuffie di Paolo Benvegnù

testo qui

L’intervista integrale a Paolo Benvegnù su Left in edicola

 

SOMMARIO ACQUISTA

I mille giorni resistenti dei nativi del Canada

Un paio di colpi di clacson, un minuto di attesa e Clyde accorre sorridente ad alzare la sbarra. In estate, quando le famiglie dei nativi passano le giornate nelle foreste per la tradizionale raccolta dei frutti di bosco, il blocco stradale dopo il ponte sul Suskwa River, a una ventina di chilometri di sterrato dal bivio sulla Highway 16 che porta ad ovest sul Pacifico e a nord verso lo Yukon, diventa un punto di ristoro dove non manca mai un caffè o un piatto di zuppa.

«Secondo il governo e le multinazionali abbiamo chiuso abusivamente la strada, in realtà abbiamo riaperto il territorio alle attività che ci hanno sostenuto per millenni», spiega Richard Wright, portavoce del clan Luutkudziiwus dei Gitxsan, il “popolo della foschia fluviale” che ha cominciato a costruire il campo nell’agosto 2014. Una casetta di legno che Clyde abita anche d’inverno, una tenda con brande e materassi per i tanti ospiti di passaggio, una baracca dove affumicare il salmone, una serra con spezie e pomodori: Madii Lii, che riprende il nome di una montagna, è il presidio di una resistenza minuscola nei numeri ma titanica negli intenti. Di qui passa il tracciato di uno dei gasdotti che dai pozzi del nordest porterebbe il gas per un migliaio di chilometri fino agli impianti di liquefazione da costruire su Lelu Island, dove il maestoso fiume Skeena sbocca nel Pacifico.

Ma di qui passa anche l’opposizione dei nativi della British Columbia, che nella salute del bacino del fiume Skeena identificano la propria sopravvivenza. La costa occidentale della British Columbia, poi, è un dedalo di canali, isole e acque turbolente tra le più pericolose per la navigazione. Con l’approvazione del progetto del colosso Petronas denominato Pacific NorthWest Lng saranno 275 le nuove navi cisterna a solcare quelle acque ogni anno.

Il reportage integrale sul numero di Left in edicola

 

SOMMARIO ACQUISTA

Il signor M. e il femminismo. Una storia al contrario e un discorso di parità

Pubblichiamo in anteprima uno stralcio di un racconto inedito che Giulio Cavalli ha scritto per noi in vista del LOTTO MARZO. Il racconto integrale e l’intero sfoglio di copertina lo trovate in edicola da oggi.
C’era bava sul colletto. La prima sensazione fu quell’umidiccio scivoloso che gli leccava il collo, poi ci fu la bocca bolsa, tutta stracciata, da ricomporre in un morso che fosse almeno civile. Quando aprì gli occhi il Signor M. la prima cosa che fece fu di controllare se fosse stato visto da qualcuno; l’idea di essere stato inconsapevolmente osservato in quel suo sonno gocciolante e piegato in due lo metteva terribilmente a disagio. Pensò anche che, forse, il disagio si potesse vedere.
Poi si disse di smetterla.
Fuori dal finestrino c’era un’alba piuttosto stantia con le luci ancora troppo buie. I campi che passavano in fila con solo qualche curva di una vecchia strada provinciale non suggerivano nessun posto in particolare: avrebbe dovuto arrivare alla stazione di Roma alle otto e undici minuti secondo la tabella ferroviaria e, con un calcolo a spanne, pensò di essere nell’ultima Toscana, forse Umbria.
Due file più avanti la controllora chiacchierava a bassa voce con un’elegante signora. M. ne scorgeva i capelli ramati dal poggiatesta, tenuti insieme da una molletta color avorio. Dalla voce seppur bassa si sarebbe detto che potesse avere una quarantina d’anni. Di certo era presa da qualche preoccupazione.
«Era una decisione che prima o poi si sarebbe dovuta prendere», diceva la controllora, marziale in una divisa che aveva qualcosa di militaresco più che ferroviario.
Dal suo sedile, sporta verso il corridoio centrale in cui sbucavano solo le dita, la signora seduta continuava a ripetere che comunque era importante non arrivare allo scontro, fare tutto con intelligenza e misura. Intelligenza e misura, continuava a ripetere. Anche se ogni volta il tono si faceva più cupo, intenso, infine quasi commosso.
«Certo», le disse la controllora con il tono di chi non vuole disturbare ma comunque farsi sentire, «ma la pazienza ha un limite. Anzi, non è questione di limite. È questione di dignità. Prossima fermata: dignità!» disse in un crescendo che si ruppe dentro una risata chiassosa. Durò qualche minuto, con tutti i rivoli. M. provò un brivido di imbarazzo per quel tono che l’avrebbe svegliato se non fosse stato sveglio.
Dall’altro lato, sulla coppia di sedili oltre al corridoio, una ragazza lo fissava con un libro tenuto sulle gambe solo per posa. A vederla si sarebbe detto che fosse lì dall’inizio del viaggio a vivisezionarne i centimetri di pelle: M. tentò di sostenere lo sguardo, qualche secondo, poi si abbassò. «Cosa guardi» fu il pensiero che fece accompagnandolo con le labbra. Non che non fosse abituato agli sguardi, M., per carità: nel suo lavoro di “selezione del personale” gli capitava di rovistare tutto il giorno in mezzo agli occhi degli altri. Imploranti, arresi, speranzosi, stanchi, liquidi, torvi: la sua carriera era stata tutto uno sfilare di occhi. Ora che l’azienda affrontava la crisi invece si ritrovava a porgere con ferma cortesia la proposta di cassa integrazione, mobilità e tutte quelle altre fregole per camuffare il licenziamento e gli occhi, alla fine, erano diventati tutti spenti. Tutti uguali. I licenziati hanno tutti lo stesso colore addosso, anche in faccia. Pensò. Sbirciò ancora a lato: la cacciatrice era sempre in punta. Per quel poco che riuscì a tenerle lo sguardo si accorse della sua immagine di preda riflessa. Provò imbarazzo. Il caldo gli salì dalla schiena diventando rossore a macchie su per il collo. Pur non vedendosi M. avrebbe potuto disegnarsi il rosso che aveva addosso. Sentiva il fiato di quella che gli evaporava nel naso. Gli venne da allargarsi il colletto del maglione nonostante non fosse stretto. Si sarebbe sbucciato, pur di non essere lì. Ebbe anche l’istinto di sfidare quegli occhi sconci ma quando riguardò la donna se la ritrovò con un’espressione tronfia di chi sapeva che sarebbe tornato. Rinunciò.

Il racconto prosegue sul numero di Left in edicola

 

SOMMARIO ACQUISTA

Foodora, Uber e le altre: viaggio nel lavoro della gig economy

Job seekers browse vacancy notice at a job fair in Manila on June 12, 2009 organized by the government as part of Independence day celebrations. Up to five million people in the Philippines have likely been forced in to taking up occasional work in the grey economy due to vanishing manufacturing jobs, a labour department official said June 10. And more than 16 million of the country's 33 million-strong workforce are now estimated to be "self-employed" or working in the "informal sector", said Teresa Peralta, head of the Bureau of Labour and Employment Statistics. AFP PHOTO/TED ALJIBE (Photo credit should read TED ALJIBE/AFP/Getty Images)

Piattforme digitali e guinzagli di cani, biciclette, app, giornalisti precari e autisti mal pagati. Infine facchini pagati con voucher. La gig economy sta diventando una parte fondante del mercato del lavoro e dell’economia occidentale. Per fare due esempi di colossi sulla bocca di tutti, il giro di affari planetario di Uber e Air BnB è di 1,5 miliardi di dollari.
In Europa e negli Usa i lavoratori indipendenti coinvolti da questo mercato del lavoro sono 162 i milioni. In Italia sono tra i 100 e i 500mila. Secondo le categorie elaborate da McKinsey Global Institute, il 30% sono free agents: scelgono il lavoro indipendente da cui deriva il loro reddito primario. Il 40% sono casual earners, e cercano un reddito supplementare. I reluctants, che invece preferirebbero un posto di lavoro tradizionale, sono il 14%. Il 16% sono financially strapped, che a corto di soldi, lavorano per necessità. IN alcuni casi i free riders sono professionisti del digitale dotati di conoscenze qualificate che consentono loro di contrattare tempi di consegna e paghe. IN altri si tratta di giovani che ancora non vogliono essere bloccati in un orario e in tempi di vita fissi. Il 30% del totale, però, quasi 50 milioni di persone, sono lavoratori finiti dentro quel meccanismo perché non ne trovano un altro. Oppure, come nel caso dei cosiddetti casual earners, sono in parte persone che fanno più ore per arrotondare.

 

A rendere possibile il boom di questo mercato è stato, in parte, lo sviluppo di piattaforme tecnologiche che consentono di comprare e offrire servizi e/o di app che offrono servizi. Come ad esempio Foodora, la app che consente di ordinare un pasto e vederselo recapitato a casa da fattorini in bici o scooter. Su Left in edicola parliamo di gig economy con un reportage di Filippo Poltronieri sul mondo Foodora e con un’analisi di Martino Galliolo, che ha sentito esperti e analizzato rapporti e dati della nuova economia.

In Italia, che già conosceva forme di precariato diffuse, l’economia on demand è in rapida crescita. Galliolo ha anche chiesto al ministero del Lavoro come intenda muoversi. Questa la risposta per bocca Donato Montibello, responsabile tecnico del Ministero del Lavoro: «In un contesto di Industria 4.0, nel quale il lavoro è investito da cambiamenti repentini e continui legati alla digitalizzazione ed all’automazione in molti settori, la nostra intenzione è di lavorare ad un modello che punti ad assicurare a tutti i lavoratori tutele dignitose anche sul piano della sicurezza della prestazione lavorativa e del welfare. In particolare, per quanto riguarda l’on demand economy e la sharing economy, dobbiamo lavorare perché si affermi una responsabilità etica delle piattaforme on line, sulla scorta di un principio recentemente introdotto in Francia».

Su Left in edicola:

Io, fattorino a pedali pagato a cottimo via app, Due settimane in bici per le strade di Roma a consegnare cibo a domicilio con la app di Foodora di Filippo Poltronieri

I nuovi miserabili del lavoro on demand, Il lavoro come merce da vendere e comprare, attraverso le piattaforme online. Tanti individui “imprenditori indipendenti” che in realtà sono schiavi, nella totale assenza di diritti. Ecco come nelle università si studia il fenomeno della gig economy di Martino Galliolo

 

Di gig economy parliamo nel numero di Left in edicola

 

SOMMARIO ACQUISTA

A sinistra (ma non solo) è partito il valzer delle alleanze

PIERLUIGI BERSANI POLITICO GIULIANO PISAPIA POLITICO

La sentite la musica? Un-due-tre, un-due-tre. È partita da un po’, risuona almeno dal 5 dicembre, il giorno dopo dopo il referendum costituzionale, ma in questi ultimi giorni il volume si è alzato. È il valzer delle alleanze, che si balla a tempo di proporzionale. «L’avevamo detto che saremmo tornati indietro», dice Matteo Renzi, che ancora difende la sua riforma costituzionale. Ma, almeno su questo, ha ragione. La sua legge elettorale è stata bocciata dalla Corte costituzionale, la sua riforma dagli elettori, e così la politica italiana è tornata ai tempi del proporzionale, approdo che tutti danno ormai per scontato, anche se ancora non si conoscono i dettagli della legge elettorale con cui, presto o tardi, voteremo.

Però il ballo è cominciato, partito definitivamente con la scissione del Pd, con Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza e Enrico Rossi che danno vita, con un po’ di esuli di Sinistra italiana, al Movimento democratici e progressisti – Articolo 1, un nome lungo lungo ma che tanto non sarà quello definitivo. Da martedì c’è anche un gruppo parlamentare, però – con conseguente imbarazzo degli ex Si sul voto della fiducia, che verrà così risolto: «Se la fiducia è sullo Ius soli», ci spiega il deputato Michele Piras, «non abbiamo problemi a darla. Se è sul pacchetto Minniti, la vedo difficile».

Al centro della pista, comunque, per ora ci sono due coppie – di maschi, purtroppo – che diamo già per formate: quella Bersani e Giuliano Pisapia, e quella Nicola Fratoianni e Pippo Civati. Cominciamo dalla prima. Per ora i movimenti sono due, il primo degli ex dem, il secondo dell’ex sindaco di Milano, a cui è molto vicina anche la presidente della Camera, Laura Boldrini. Ma siccome alle divisioni della sinistra c’è pur sempre un limite, presto si prenderanno per mano. «Noi non siamo il tutto e Pisapia non è il tutto», ci ha spiegato Nico Stumpo, deputato e uomo macchina dei bersaniani, il giorno del varo del loro movimento: «Il tutto però lo faremo insieme». A spingere in questa direzione peraltro è la stessa natura del gruppo parlamentare, per metà composto da deputati in uscita da Sinistra italiana – che accusano Si di avere una vocazione minoritaria – che fanno riferimento a Pisapia.

«Con Speranza, Pisapia, con tutte le forze che puntano a unire i progressisti italiani, vogliamo dare vita a un percorso costituente», dice infatti Arturo Scotto, che di Sinistra italiana era il capogruppo (oggi sostituito da Giulio Marcon). Il Campo progressista di Pisapia piace, non solo ai 17 parlamentari che sono andati via, ma anche a dirigenti e militanti ex Sinistra italiana. Promuovono come possono l’iniziativa di lancio a Roma, ad esempio, Marco Furfaro e Maria Pia Pizzolante, il primo dirigente di Sel, la seconda leader di Tilt, una rete giovanile da sempre legata a Sel ma, in particolare, a Furfaro. Al teatro Brancaccio, sabato 11, li vedrete tutti (ore 10.30, se volete).

La coppia è dunque formata, ma potrebbe poi diventare un triangolo. Dipende dalla legge elettorale, ovviamente, che non sappiamo se prevederà o meno premi di coalizione o un qualche meccanismo che incentivi le alleanze (oggi quello che resta dell’Italicum – valido per la sola Camera – dà il premio alla lista, e solo se supera il 40 per cento), ma Giuliano Pisapia ha già dichiarato che suo obiettivo è fare la gamba sinistra di una coalizione con il Pd.

(…)

Questo articolo continua sul numero di Left che trovi in edicola e qui in digitale

 

SOMMARIO ACQUISTA

Sorpresa: Macron supera Le Pen. Cosa dice il suo programma, un po’ terza via e un po’ no

epa05824422 French presidential candidate Emmanuel Macron of the 'En Marche' political movement presents his program during a press conference in Paris, France, 02 March 2017. France holds the first round of the 2017 presidential elections on 23 April 2017. EPA/IAN LANGSDON

La catastrofe della campagna di Francois Fillon, colpito da una serie di guai e inchieste giudiziarie, sta mettendo il vento nelle vele di Emmanuel Macron, l’ex ministro del governo Valls, noto per la legge che porta il suo nome, 308 articoli che toccano diverse sfere – dai licenziamenti collettivi ad alcune privatizzazioni, dalla liberalizzazione di alcuni settori e delle professioni – e che ha generato molte proteste, specie a sinistra.

Quella legge, come il programma elettorale del candidato di En Marche! (in cammino) presentato ieri, è un cocktail di cose molto diverse, di destra e di sinistra o buon senso modernizzatore per un Paese centralizzato e a tratti molto burocratico. Nonostante quella legge non fosse particolarmente popolare, nonostante i socialisti abbiano trovato in Benoit Hamon un candidato che si distingue in maniera netta da Manuel Valls e Francois Hollande, Macron supera oggi nei sondaggi, per la prima volta, Marine Le Pen al primo turno. È una notizia, la candidata del Front National, pur data perdente contro Fillon, Macron e chiunque altro al secondo turno, da mesi è in testa alle intenzioni di voto dei francesi. L’altra notizia è che 60 tra eletti dei Republicains e consiglieri del candidato Fillon, chiedono allo stesso di ritirarsi dalla corsa o si sono dimessi dalla campagna. E che dopo un discorso di sfida, il candidato del centrodestra ha reso noto che se un comizio che terrà domenica non andasse bene, potrebbe scegliere di ritirarsi: «Può lottare contro i giudici, non contro il partito» ha detto un suo consigliere. Lo stesso sondaggio che vede Macron in testa vede Juppé raggiungere il secondo turno e scalzare Le Pen in caso di ritiro di Fillon. Ma Juppé non è candidato, quindi uno scenario simile è molto teorico.

Il dato del sondaggio è interessante per diverse ragioni. La prima questione è generale: Hamon, Le Pen, Macron (ovvero i candidati che conoscono una dinamica positiva) non sono facce nuove, ma segnalano un cambiamento nel gruppo dirigente che ha guidato il Paese negli ultimi decenni. Lo stesso Fillon, la cui candidatura sembra davvero defunta, aveva vinto a sorpresa le primarie del suo partito.

A guardare il programma di Macron, poi, si ha l’impressione che in Francia sia arrivata la Terza Via dei socialisti anni 90. Fa quasi sorridere, visto che quella strada né di destra né di sinistra è stata sepolta dalla crisi del 2008 e da alcuni successi della destra in giro per il mondo – non ultima la vittoria di Trump contro quella che ne veniva considerata l’ultima erede. Neppure in Italia è andata troppo bene. Ciò detto, per un Paese che fino a un mese fa aveva come prospettiva quella di un ballottaggio presidenziale tra un candidato piuttosto di destra del centrodestra e la campionessa della destra xenofoba e anti europeista, la Terza Via è un passo in avanti.

Cosa c’è nel programma di Macron? Alcune cose sono condivisibili, altre molto meno. Alcune hanno un tono chiaramente di sinistra, altre no. Le prime norme importanti sono la soppressione della tassa sulla prima casa per l’80% della popolazione, una misura non sbagliata perché in Francia i redditi catastali sono tali per cui è più facile pagare poco se si vive in un bel centro cittadino, piuttosto che in campagna. I meno abbienti, insomma, pagano meno dei ricchi.

Altra riforma generale è quella di un’assicurazione contro la disoccupazione universale. Nel senso che oltre a beneficiarne i lavoratori dipendenti, ne beneficeranno anche professionisti, imprenditori, eccetera. La misura non è il reddito universale, ma è interessante, sia perché il mercato del lavoro è in una fase di grande cambiamento e molti lavoratori autonomi hanno redditi intermittenti, sia perché ne beneficerebbero anche persone che normalmente pagano le imposte per i sussidi degli altri. Sul piano del lavoro ci sono anche disincentivi alla precarietà – tassare più quei contratti – un aumento per il lavoro meno pagato attraverso uno strumento di welfare, diminuzione della tassazione sui redditi e aumento delle tasse sui patrimoni. E poi, per reperire risorse, tassare finalmente i giganti del web. Sul terreno fiscale c’è però un incentivo a diminuire le tasse sulla ricchezza azionaria, contrapposta a quella immobiliare: se investi in Borsa metti soldi nell’economia, se investi in mattone è come mettere soldi sotto il tappeto è l’idea di Macron. Che incentivare gli investimenti di Borsa sia una cosa giusta, è tutta da vedere ed è tipica della Terza Via, che ha costruito le sue fortune sul boom delle Borse. Sempre sul terreno dei temi scivolosi c’è una riforma delle pensioni che equipari il settore pubblico a quello privato e un taglio netto del numero di dipendenti pubblici – meno120mila.

Poi ci sono gli stage estivi per gli studenti in difficoltà, mobilitando professori volontari e in pensione. È una forma piccola di investimento sull’istruzione. Così come il “pass culture”, 500 euro per tutti i 18enni da spendere in consumi culturali. E poi anche redistribuzione dei professori in maniera da ridurre il numero di allievi nei quartieri più difficili. E poi una misura di moralizzazione della vita pubblica: divieto di partecipare a consigli di amministrazione per deputati e dei loro familiari, nonché una revisione del modo in cui sono pagati. Che un po’ di anti casta  non fa male a nessuno di questi tempi. Sulla scuola c’è anche l’impegno a dare più autonomia a scuole e università, può essere un bene o presentare enormi rischi.
Molte delle cose che Macron promette possono essere declinate a destra o a sinistra, molto dipende da come sono scritte le leggi. Certo è che la proposta politica e la figura del presidente Macron, con il faccino pulito, l’immagine giovane e al fatto di essere una figura nuova con una sigla partitica nuova, cambierebbero in profondo la politica francese. Se poi l’opposizione principale fosse Le Pen, si tratterebbe di una specie di terremoto.

 

 

 

La settimana in foto. Da Mosul a Pechino, passando per l’India

Le immagini catturate per Greenpeace dal fotografo Daniel Beltra.

Derry, Irlanda del Nord. Un murales nella zona di Bogside e Bloody raffigurante Padre Edward Daly che sventola un fazzoletto bianco mentre tenta di portare in salvo Jackie Duddy ferito a morte; un immagine, diventata famosa in tutto il mondo, rappresentante l’episodio avvenuto il 30 Gennaio 1972 durante una delle proteste pacifiche per i diritti civili. Il 2 marzo l’Irlanda del Nord andrà alle urne. (foto by Charles McQuillan/Getty Images)

Nablus, Cisgiordania. Una famiglia palestinese guarda la televisione all’interno di una grotta usata come una casa dopo che i loro capannoni sono stati demoliti dai bulldozer israeliani Il 3 gennaio. La maggior parte delle famiglie palestinesi è costretta a vivere in condizioni dure e primitive. (foto by Issam Rimawi/Anadolu Agency/Getty Images)

Gaza City. (foto MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)

Al-Eligat, Sud Sudan. Il campo profughi ospita i rifugiati in fuga da fame e guerre. Foto ASHRAF SHAZLY/AFP/Getty Images


La preparazione dello zucchero di canna. Il Pakistan è 6 ° più grande produttore al mondo di canna da zucchero in termini di superficie, e l’8 ° più grande produttore di zucchero. ANSA EPA/BILAWAL ARBAB

Il tempio di Tai Hao in Huaiyang County nella provincia centrale di Henan, Cina, durante un pellegrinaggio. (foto STR/AFP/Getty Images)

New Delhi, India. (foto PRAKASH SINGH/AFP/Getty Images)

Pechino. Un militare si copre il viso per non essere fotografato (foto FRED DUFOUR/AFP/Getty Images)

San Paolo, Brasile. Un giovane spruzza acqua sulla scena di un incendio nel Paraisopolis. ANSA EPA / Fernando Bizerra Jr.

Iracheni in fuga da Mosul, durante l’offensiva delle forze di sicurezza per riprendere la parte occidentale della città. (foto ARIS MESSINIS/AFP/Getty Images)

Le immagini catturate per Greenpeace dal fotografo Daniel Beltra mostrano ampie zone di foresta in pericolo, con evidenze della presenza di attività umane, come l’estrazione di oro. Lo stato dell’Amazonas ospita la più grande area di Foresta Amazzonica e ancora molte aree di foresta intatta. Se queste dovessero essere distrutte, spiega Greenpeace, molti benefici ambientali per il Pianeta andrebbero perduti.

Dopo la sconfitta di Copeland, Corbyn rischia grosso

epa05812052 Labour Party leader Jeremy Corbyn (R) looks on ahead of a speech on Brexit in London, Britain, 24 February 2017. Corbyn outlined his party's policy on Brexit. EPA/ANDY RAIN

Intorno a Corbyn, l’aria si è fatta sottile. Non sono più soltanto i moderati infatti a tirare per la giacchetta il leader del Labour, bensì anche chi, finora, ha rappresentato l’appoggio più solido di “Jez” nel mondo della stampa e della politica. Perché?

Circa due settimane fa, il Labour ha perso la così detta “by-election” a Copeland e consegnato il seggio parlamentare al partito conservatore di Theresa May. Nello stesso fine settimana si è votato anche a Stoke, dove il partito laburista è invece riuscito ad arginare il Partito per l’indipendenza del Regno Unito (Ukip).

Ma visto che entrambe le circoscrizioni rappresentavano delle vere e proprie roccaforti del Labour, il risultato, ha lasciato comunque l’amaro in bocca. Subito dopo il voto sul The Spectator, Isabel Hardman ha sottolinea che Copeland rappresenta, aritmeticamente, la peggior sconfitta di un’opposizione in una “by-election”, dal 1945 a questa parte; senza contare che il seggio in questione era “rosso” dal 1935.

Inevitabili quindi, nei giorni a seguire, le critiche nei confronti di Corbyn da parte degli “alleati” politici.

Tom Watson, ha sostenuto che la leadership del partito «debba analizzare criticamente la propria strategia». Gerard Coyne – candidato alla guida di Unite e avversario dell’uomo di Corbyn dentro al sindacato,  McCluskey – ha affermato: «Unite ha messo a disposizione risorse per sostenere un leader che sembra fuori traiettoria rispetto alle nostre politiche industriali e ai bisogni degli iscritti». Keir Stramer, Ministro ombra per la Brexit, non ha usato mezzi termini: «Il Labour non ha chance di vincere le elezioni del 2020». Una posizione, questa ultima, che è stata condivisa addirittura dai portavoce dello stesso Corbyn. Dal canto suo, David Milliband ha messo sotto processo la linea «di sinistra» del partito, affermando che il problema non sta tanto – o almeno, non solo – nelle ricadute elettorali negative: «Sono convinto che ci siano strategie migliori per ottenere cambiamenti radicali e di sostanza».

L’unica voce fuori dal coro è stata quella di John McDonnell. Sulla scorta delle polemiche, McDonnell ha denunciato che, dopo l’attacco fallito alla leadership nel 2016, sarebbe in corso un nuovo tentativo “morbido” (“soft coup”) di delegittimazione del leader di Chippenham.

E Corbyn? Dopo la sconfitta, il leader del Labour si è assunto alcune responsabilità, ma ha anche provato a difendere il successo di Stoke. Inoltre, ha chiesto più tempo per sviluppare politiche avvincenti. Corbyn ha spiegato quanto sia difficile emergere in un Paese in cui i media sono schierati soprattutto a destra.

Ma il problema è che di tempo a disposizione non ce n’è più molto. Anche perché non sono soltanto gli opinionisti di destra ad andare contro il leader del Labour a questo punto.

Il giorno dopo il voto, Jonathan Freedland – un’opinionista laburista, ma da sempre avverso a Corbyn – ha scritto: «Corbyn se ne deve andare» e che «spetta al movimento “Momentum” e alla rappresentanza dei sindacati, più vicini a Corbyn, far scendere dal podio il proprio leader». Di ieri invece, l’intervento di Martin Kettle, che denuncia un partito «in fiamme». In particolare, Kettle ha denunciato l’appiattimento del Labour su immigrazione e Brexit, temi rispetto ai quali il partito “scimmiotterebbe” i Tories: «[In questo atteggiamento], non c’è traccia di socialismo, socialdemocrazia, liberalismo; non c’è moralità, né ottimismo o immaginazione. Non appare alcun obiettivo, se non quello della mera sopravvivenza […] ».

Ma la botta più dura è arrivata da Owen Jones, storicamente una colonna del movimento che ha portato Corbyn alla testa del Labour: «Corbyn è un politico esemplare e fatto di sani principi. Ma deve prendere una decisione, così come i suoi oppositori. A prescindere da ciò che accadrà alla leadership del partito, Corbyn deve delineare una strategia chiara e coerente per superare la crisi esistenziale del Labour […] Se non dovesse essere in grado, è arrivata l’ora per un accordo che faccia spazio a un giovane del partito, rappresentativo delle nuove generazioni, e che dia sostanza all’entusiasmo della base».

 

 

Anti casta? Non basta più. Il nemico di Podemos adesso si chiama “trama”

epa05144737 Leader of Podemos Party Pablo Iglesias during a press conference after his meeting with Socialist Party leader Pedro Sanchez (not at the image) in Madrid, Spain on 05 February 2016 in order to tyring to reach an agreement for a coalition Government after the 20 December's general election in Madrid, Spain, 05 February 2016. EPA/BALLESTEROS

Dalla casta alla trama. Dopo il congresso di Vistalegre2 – che vi abbiamo raccontato ampiamente su Left – in Podemos si apre una nuova fase con una nuova strategia ma soprattutto un nuovo linguaggio. Il concetto di casta, usato dall’origine del movimento, è entrato infatti in crisi: non basta più. Con l’ingresso nelle istituzioni – locali, nazionali ed europee – la nuova elaborazione politica ruota allora intorno al concetto di “trama”. Un termine che Pablo Iglesias mutua dal deputato Manolo Monereo, suo padre politico, e che sintetizza in termini meno populisti la nuova diagnosi del nemico e, insieme, i nuovi obiettivi politici e le nuove strategie per raggiungerli. Capire a cosa si riferisce Podemos, a noi interessa anche per comprendere meglio – laddove ce ne fosse bisogno – la differenza tra gli spagnoli e il Movimento 5 stelle. Che vengono spesso associati, nonostante il Movimento non sembri volersi (e forse potersi) spostare dalla più populistica critica alla “casta”.

Da casta a trama

«Casta è una definizione sociologica diretta ai soli politici. Io invece uso “trama” come qualcosa di più cosciente. Rende l’idea di una struttura organizzata in modo permanente, dove risiedono i poteri economici, alcuni poteri mediatici, politici e la classe politica», aggiunge Monereo – che adesso è entrato a far parte del nucleo dirigente del partito, il “governo ombra” di Podemos. Il concetto di trama, secondo lo studioso, è molto più potente e supera i limiti del concetto di casta, dunque, troppo limitata «alla semplicistica divisione tra corrotti e non corrotti». Adesso, invece, «per indicare cosa sta succedendo», diagnosi e soluzione vanno riferite al concetto di trama che diventa in parte sinonimo di oligarchia impregnata di capitalismo clientelare.

Dopo Vistalegre, dunque, Podemos prosegue sulla logica podemista di sempre: loro e noi, l’alto e il basso, continuando a richiamare il motto di Occupy Wall Street, “Siamo il 99%”. Ma si evolve e ricerca complessità. Perché l’1 per cento non è la casta ma quel potere che mantiene il controllo a prescindere dal cambio di vertici nell’industrie, nei media e nelle istituzioni. Un potere che è spesso trasversale anche in politica: «Alcune volte sta nel Psoe, altre nel Pp, altre ancora in entrambe».

Il deficit democratico e l’egemonia

Le conseguenze di questa trama, nel nuovo ragionamento podemista, è un deficit democratico che punta a evitare l’esplosione del conflitto. Anestetizza. «Ecco perché – spiega Monereo – ogni volta che la Spagna sembra avviarsi a una transizione democratica si finisce in una restaurazione». E l’antitesi a questa trama, ancora secondo il teorico, è il “blocco storico”, lo stesso che Podemos vuole costruire insieme a Izquierda unida e ai movimenti sociali, in opposizione alla “tripla alleanza” – Psoe, Pp e Ciudadanos – e il cui orizzonte passa attraverso un processo costituente in chiave di rottura.

Per “dettare la nuova linea” Pablo Iglesias ha scelto la presentazione di un libro – Ibex 35. Una historia herética del poder en España‘ (Capitán Swing), del sociologo e giornalista Rubén Juste – di martedì scorso. In quelle pagine, dice, si condensa alla perfezione la nuova idea del partito. «Esiste una trama, una trama corrotta che, attraverso meccanismi legali e illegali, è stata capace di mantenere il potere negli ultimi anni, e ha raggiunto fette fondamentali del potere, ma che allo stesso tempo è in crisi. Mai come adesso si presenta davanti a noi la sfida a questa trama per l’egemonia», spiega Iglesias convinto com’è che la trama sia giunta al suo «epilogo».