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Lotti dice basta. Ma esattamente, basta a cosa?

Il sottosegretario Luca Lotti, in occasione della cerimonia per i 100 anni dalla nascita di Aldo Moro al Quirinale, Roma, 23 settembre 2016. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Il ministro Luca Lotti (diventato ministro per il merito di essere amico d’infanzia di Renzi) perde la pazienza come suo solito lanciando una dura invettiva attraverso il suo profilo facebook.

«Se non fosse una cosa seria, ci sarebbe da ridere. Oggi – scrive Luca Lotti – il Movimento 5 Stelle ha presentato nei miei confronti la mozione di sfiducia. Si parla di tangenti, di arresti, di appalti. Tutte cose dalle quali sono totalmente estraneo.
Per essere ancora più chiaro: non mi occupo e non mi sono mai occupato di gare Consip, non conosco e non ho mai conosciuto il dottor Romeo.
La verità è che due mesi fa mi hanno interrogato su una presunta rivelazione di segreto d’ufficio. Si tratta di un reato che si ripete tutti i giorni in alcune redazioni ma che io non ho mai commesso. Lo ripeto con forza e sfido chiunque oggi dica il contrario ad attendere la conclusione di questa vicenda così paradossale.»

In questi anni abbiamo assistito alle reazioni più disparate e scomposte di fronte alle indagini della magistratura e talvolta anche alle giuste dichiarazioni di innocenza poi corroborate dalle sentenze. Resta da capire però perché (e in base a quale criterio) Lotti dovrebbe pretendere che non si parli di un’inchiesta che, se confermata, risulterebbe essere forse una delle più “alte” e gravi della Seconda Repubblica.

Il ministro Lotti è lo stesso che nel giorno in cui uscì la notizia dell’indagine a suo carico dichiarò (testuale) «non c’è nessuna indagine a mio carico»; è la stessa persona che promise di chiarire in breve tempo la sua posizione e invece dopo il suo incontro con i magistrati rimane indagato; è lo stesso ministro che apostrofò come bufala un’indagine che evidentemente è poi cresciuta.

Non sfuggirà a Lotti (e ai renziani) che una questione di queste proporzioni (che tocca la “politica alta”, come si legge nelle carte della Procura) non possa essere superata con una scrollata di spalle. Si preoccupi di dimostrare la propria innocenza e estraneità ai fatti, si renda conto che le accuse non sono di Travaglio e compagnia ma di alti funzionari pubblici.

Stia al gioco, insomma. Perché il gioco alla demolizione, del resto, l’hanno usato abbondantemente anche loro.

Buon venerdì.

Questo è il tempo di “essere” un tesoro

Questo è il tempo in cui scopriremo la differenza che corre tra l’“avere” un tesoro ed “esserlo”. È il tempo in cui dovremo imparare ad “essere” un tesoro. Un tesoro che sarà casa e carta. Fatto di pensiero e parole. È il tempo in cui dovremo uscire e cercarci. In cui dovremo offrire ciò che siamo. Non c’è più nulla da difendere, né da resistere, c’è da essere tesori. Di pensiero e parole. In un mondo che ha perso tempo e modo. Lo stesso mondo che le donne di 40 Paesi LOTTO marzo rifiuteranno.

Perché questo mondo matto, «questo capitalismo pazzo perché si crede eterno, ed accumula ricchezze che non potrà mai consumare, e si autodistrugge perché distrugge il pianeta che lo ospita… il cancro della terra e dell’umanità» come scrive su questo numero la filosofa Profeti, merita uno sciopero mondiale e merita anche che siano milioni di donne a farlo. Per dirci a tutti che così non va. Non va per niente. Sulle pagine di Left abbiamo scritto centinaia di volte di ingiustizie e violenze, di religione e ragione e dei loro danni perpetrati sulla pelle e sulla mente delle donne, subumane creature da sempre, diaboliche porte del male o, alla peggio, fattrici più o meno fertili. Centinaia di volte abbiamo scritto di Storia e di quale e quanta discriminazione umana siano state oggetto le donne in Occidente. Ed anche il perché.

Perché, ad esempio, non fosse solo e soltanto una questione di diritti mancati. Convinti che il punto fosse proprio quello. La realizzazione delle donne e della loro uguaglianza. Convinti che la Sinistra, quella del futuro, debba passare di lì o non sarà. Perché per ora non è. Oggi le donne continuano a morire di fatica, Chiara Saraceno lo denuncia e accusa la politica. Quella di Sinistra in special modo. E il mondo risponde. Non una di meno. E noi aggiungiamo, semmai sempre Una di più. Una di più libera e indipendente. Libera di incrociare le braccia e sdraiarsi su un prato «per godersi la primavera» come scrive Tiziana Barillà. Mercoledì LOTTO marzo noi lo facciamo. Cerchiamo un prato insieme e “rifiutiamo” questo mondo dove la violenza visibile e invisibile ci viene propinata come destino ineluttabile o caso isolato. O ancor peggio, colpa originaria. Così non è. È un sistema che si è fatto violento nutrito di una cultura violenta che va stoppato. E allora incrociate le braccia con noi, andate per il mondo e raccontate che tesoro possiamo essere.

#LottoMarzo. C’è un tempo per piangere, uno per indignarsi e uno per scioperare

Niente feste, niente spogliarelli e niente cene tra donne con centrotavola di mimose. C’è un tempo per piangere, un tempo per indignarsi e, poi, arriva il tempo di scioperare. Quest’anno l’8 marzo è lo sciopero di tutte, è lo sciopero globale. In 40 Paesi del mondo, lavoratrici dipendenti, precarie, autonome, intermittenti, disoccupate, studentesse, pensionate e casalinghe incrociano le braccia nei luoghi, tradizionali e non, di lavoro. Anche in Italia, come annunciato all’indomani della Marea di #NonUnaDiMeno: in 250mila hanno sfilato per le strade di Roma. Si può scioperare in molti modi: astensione, sciopero bianco, vestendosi simbolicamente di nero e fucsia, astenendosi dai lavori di cura quotidiani e dai consumi (spesa, acquisti e uso di elettrodomestici). E si potrà aderire anche per via “social”, con un post in cui spiegare: #ScioperoPerché e #ScioperoCome. Sul prossimo numero di Left, in edicola il 4 marzo, abbiamo preparato un’accurata guida per trovare ognuna il suo modo e il suo perché.

Il racconto della violenza sulle donne come raptus è per sempre rigettato. Quello che si denuncia è un problema strutturale della società, italiana e globale. Perché «la situazione delle donne non è migliorata ma si è aggravata», scrive l’eurodeputata Marisa Matias che sottolinea le «battute d’arresto e la persecuzione delle donne in Polonia, o la legittimazione della violenza sulle donne in Russia, o l’escalation brutale della violenza contro le donne nel mondo, senza dimenticare quanto si sia fatta ancora più difficile la situazione delle donne rifugiate, il cui numero non cessa di crescere». E in Italia? In Italia le donne continuano a morire di fatica, ci ricorda Chiara Saraceno che dalle nostre pagine lancia un j’accuse alla politica: «Il lavoro remunerato manca, soprattutto per le donne e soprattutto se sono a bassa qualifica e se vivono nel Mezzogiorno. E il lavoro può anche uccidere “semplicemente” per troppa fatica», come nel caso di Paola Clemente, bracciante tarantina. E, ancora, la difficile riforma del cognome materno, un esempio di quanto «la lunga storia delle riforme dei diritti civili e dei diritti all’eguaglianza tra uomini e donne in Italia rappresenta una profonda contraddizione tra il livello più maturo della società civile e la lentezza della politica», dice la professoressa Angiolina Arru.

«Mercoledì LOTTO marzo noi lo facciamo. Cerchiamo un prato insieme e “rifiutiamo” questo mondo dove la violenza visibile e invisibile ci viene propinata come destino ineluttabile o caso isolato. O ancor peggio, colpa originaria. Così non è. è un sistema che si è fatto violento nutrito di una cultura violenta che va stoppato. E allora incrociate le braccia con noi, andate per il mondo e raccontate che tesoro possiamo essere», scrive il nostro direttore Ilaria Bonaccorsi. Buono sciopero a tutte. E tutti, perché «Per la cronaca, la definizione di femminismo è: “Il credere che uomini e donne debbano avere uguali diritti e opportunità. È la teoria della parità dei sessi in politica, economia e nella società”», spiega Giulio Cavalli che su questo numero, con un racconto inedito, racconta la storia “Il signor M. e il femminismo”: «Uomini, vorrei sfruttare questa opportunità per farvi un invito formale. La parità di genere è anche un vostro problema».

COSA TROVATE NEL NUMERO DI LEFT IN EDICOLA

Il signor M. e il femminismo.

Una storia al contrario e un discorso per la parità. Il racconto inedito
di Giulio Cavalli

Ci piacciono i fiori ma vogliamo diritti.

L’8 marzo visto dal Parlamento europeo
di Marisa Matias

La guida di Left per aderire allo sciopero delle donne.

«Se delle nostre vite si può disporre (fino a provocarne la morte) perché ritenute di poco valore, vi sfidiamo a vivere, produrre, organizzare le vostre vite senza di noi». L’8 marzo, in 40 Paesi del mondo, milioni di donne scioperano
di Tiziana Barillà

Questa politica che dimentica le donne.

Scarse, ormai da almeno due legislature, le politiche di pari opportunità. Nonostante in Parlamento siedano più donne e più donne siano ministre, mai come oggi mancano “avvocate” forti. Anche, se non soprattutto, a sinistra
di Chiara Saraceno

Popolo di navigatori, di santi e di obiettori!

L’aborto è un diritto. Dal ‘78, nonostante il referendum del 1981 e i continui tentativi di affossare, se non in Parlamento nella pratica, la 194 che lo riconosce, disciplina e regolamenta
di Adele Orioli

Un padre eterno. La difficile riforma del cognome materno.

Il potere legato alla partecipazione alla vita pubblica, in quanto maschi, ha lasciato tracce forti
di Angiolina Arru

Leggi il numero di Left dedicato all’8 marzo

 

SOMMARIO ACQUISTA

«Non è ammissibile che siano intere strutture ad obiettare». La denuncia della ginecologa Anna Pompili di Amica

L’odissea di una signora di 41 anni che per abortire ha dovuto girare ben 23 ospedali  fra Veneto, Trentino, e regioni limitrofe  è purtroppo paradigmatica della violazione dei diritti delle donne in Italia, dove la legge 194 è in larghissima parte disapplicata, lasciando il campo aperto a casi di vera e propria omissione di servizio. Nel caso in questione, solo dopo un intervento della Cgil, la situazione si è sbloccata: «La stragrande maggioranza dei medici si dichiara ‘obiettore di coscienza’ le liste d’attesa per l’interruzione volontaria di gravidanza diventano pericolosamente lunghe costringendo le donne a rivolgersi quando va bene, alle strutture private, o peggio a fare ricorso all’aborto clandestino, una vergogna sociale che la Legge 194 era nata proprio per contrastare», si legge in una nota, la Cgil regionale del Veneto che chiede,  com’è successo nella Regione Lazio, l’assunzione di “medici non obiettori anche in Veneto”. Il caso del San Camillo di Roma dove è stato fatto un concorso ad hoc per coprire il servizio medico di interruzione di gravidanza  non è il solo.  Un percorso nascita a Triggiano  in provincia di Bari  è attivo grazie a un concorso simile. Ma deve rispondere a tutte le donne del barese e oltre che chiedono di fare un’interruzione volontaria di gravidanza, «con carichi di lavoro e difficoltà logistiche sempre maggiori. All’Unità lavorano due ginecologhe: «l’unica non obiettrice dell’ospedale “Di Venere” di Bari, Giulia Caradonna, porta avanti il servizio insieme ad una collega territoriale, assunta in seguito ad un bando ad hoc per 30 ore settimanali per l’interruzione di gravidanza». Lo raccontaEleonora Cirant sul blog Un’inchiesta sull’aborto.

Indire concorsi per medici non obiettori di coscienza ovviamente un modo per tamponare, non è la soluzione  del problema. Perché viste le percentuali altrissime di obiettori di coscienza nei reparti di ginecologia ciò che accade è che intere strutture ospedaliere non fanno interruzioni di gravidanza, perché manca del tutto il personale.  «Non è ammissibile l’obiezione di struttura», sottolinea con passione la ginecologa Anna Pomili. «Il ministro della Salute Lorenzin ha detto candidamente che più del 35 per cento delle strutture che sarebbero tenute a rispettare la legge, la ignorano completamente. Non si può accettare che quando non c’è un servizio si dia la mano alla signora  augurandole tante care cose. Quelle  stesse strutture dovrebbero farsi carico dell’iter per l’espletamento della procedura. Nel caso accaduto a Padova la signora è dovuta andare vagando per tutto il Nord Italia per poter avere risposta alla sua domanda di salute. Non è ammissibile» ribadisce la ginecologa  che con Amica ( associazione medici italiani contraccezione e aborto) ha scritto una indignata lettera al presidente dell’Ordine dei medici  del Lazio per la sua presa di posizione contro il concorso al San Camillo. «L’articolo 9 della legge 194  salavaguarda il diritto a sollevare l’obiezione di coscienza, ma la seconda parte di quell’articolo afferma che le strutture sanitarie devono espletare le procedure sanitarie». La  ginecologa Anna Pompili punta il dito sulla responsabilità delle Regioni «perché la legge prevede che controllino e sorveglino sull’applicazione della 194». Ma le Regioni latitano. E intanto «si grida allo scandalo quando timidamente, come ha fatto la Regione Lazio, si cerca di risolvere il problema dell’uso strumentale dell’obiezione di coscienza» . Perché, sottolinea Pompili, «Il problema è l’uso strumentale  dell’obiezione di coscienza per motivi di comodo, ideologici. Il periodo di prova dura sei mesi e se il medico assunto a sei mesi e un giorno viene folgorato dalla crisi mistica non credo sia così facile licenziarlo».  Anche per questo con l’onorevole Marisa Nicchi, la ginecologa romana ha lavorato ad una proposta di legge che cerca di ovviare al problema creando dei centri di fisio-patologia della riproduzione, che si occupino  sia alla diagnostica prenatale sia delle interruzioni di gravidanza.

«Il punto cruciale è ridare alle donne la possibilità di decidere,  lo si può fare garantendo l’accesso all’interruzione di gravidanza per via farmacologica,  che implica un minore impegno medico che in questo modo può rispondere a  più persone». dice Anna Pompili ribadendo che la battaglia  non è solo  per garantire la piena applicazione della legge, ma è anche una battaglia culturale.

Capita ogni giorno infatti che i media italiani diano spazio a interventi di ginecologi cattolici che parlano di depressione come conseguenza inevitabile di un aborto. Il retro pensiero nenache tanto nascosto è che l’aborto sia un omicidio e le donne siano assassine. Quando invece la moderna neonatologia dice che il feto è completamente diverso dal bambinio  e che la nascita è una grande cesura.

«La grossa battaglia culturale è la costruzione di un’etica  che sia libera da legacci ideologici e religiosi c’è chi crede che l’aborto sia un piccolo omicidio, per il quale l’effetto salvifico  sarebbe il grande dolore della donna, pernsare che una donma possa scegliere liberamente, senza questa epica del dolore , è  per i cattolici inammissibile.  In questo modo sono proprio i medici obiettori a fare un danno alle donne, che fanno venire loro la depressione.  In radio ho sentito un collega, medico obiettore del Molise , dire per lui l’obiettivo è convincere una donna a non abortire. Io invece sono felice quando riesco a permettere a una donna di esercitare la propria volontà e decisione».

 

«Una scuola materna sfrattata come fosse un ristorante». A Roma il Celio Azzurro si ribella

«Siamo stati equiparati a un ristorante, ma questa è una scuola materna, non si può dire che è la stessa cosa. E così dobbiamo sgomberare». Massimo Guidotti è direttore e uno dei fondatori del Celio Azzurro, l’asilo multiculturale nel parco del Celio a Roma. Nella trappola della delibera 140/2015 della giunta Marino che riordina il patrimonio immobiliare del Comune è incappato anche la scuola materna che esiste da 25 anni. Un fiore all’occhiello di quelle esperienze di “intercultura”, parola molto facile da scrivere nei programmi elettorali ma così difficile da mettere in pratica. Al Celio Azzurro così come ad altri spazi sociali gestiti da associazioni è stato chiesto un aumento del canone d’affitto che è improponibile per la cooperativa omonima che gestisce la scuola. «Oltre cinquemila euro e 242mila euro di arretrati», specifica Guidotti. La Corte dei Conti ha utilizzato il censimento fatto fare dalla giunta Marino e ha decretato che tutte le concessioni del Comune dovessero essere rivalutate a prezzi di mercato, indipendentemente dalla loro finalità e dalla natura delle associazioni. I metri quadrati sono quelli, punto e basta. Sono previsti 113 sgomberi che metteranno in ginocchio una rete vivace che anima la cultura e la società a Roma. Lo sfratto del Celio Azzurro è previsto il 20 marzo. Il 10 marzo alle 15 tutte le associazioni del socio-culturale si sono date appuntamento al Campidoglio. Ma oggi davanti al Celio Azzurro si protesta: maestri, bambini, genitori, amici. «Qua ci sono 60 bambini, di 20 nazionalità diverse, dai 3 ai 6 anni, stranieri e anche italiani naturalmente, in primo luogo bambini socialmente fragili. Il comune ci dà un finanziamento che purtroppo declina sempre di più, le famiglie ci danno una mano, cerchiamo di fare rette calmierate per venire incontro anche ai più disagiati, noi non vogliamo essere una scuola privata», continua Guidotti.

E adesso, che tipo di mobilitazione aspetta il popolo del Celio Azzurro? «Un po’ di rete l’abbiamo fatta, con le altre associazioni, ma siamo stati abbandonati da forze politiche che pure dovevano presagire quello che sta accadendo, siamo soli, solo un coordinamento di volontari. Per onestà dobbiamo dire che questa cosa è stata perpetrata dalla giunta Marino – sottolinea Guidotti – che all’inizio con una buona intenzione, voleva censire le varie concessioni ma poi tu Comune dovevi determinare con una delibera la differenza degli spazi del patrimonio comunale, cercando di supportare tutta la rete socio-culturale che è la spina dorsale dell’etica e della democrazia di una città come Roma. Noi abbiamo fatto naturalmente ricorso, ma dobbiamo sgomberare il 20 marzo, e gli arretrati sono di 242mila euro. Dal 2010 ci hanno messo a regime di mercato, dovremmo pagare 5mila euro e passa per una struttura che nel 90 abbiamo trovato in mezzo a una giungla e che noi a spese nostre abbiamo reso adeguata per i bambini». Gli operatori della scuola materna lamentano soprattutto l’assenza dell’amministrazione: «Quella M5s è in perfetta continuità con la giunta Marino». Sarebbe bastata un’altra delibera, invece tutto è stato lasciato nelle mani della Corte dei Conti che fa il suo mestiere e che ovviamente non distingue come dovrebbe fare un’amministrazione comunale vicina ai bisogni dei cittadini. «Così si fa la città dei ricchi e dei poveri, così si creano i muri», dice ancora Guidotti.
Il quale sottolinea la particolarità dell’esperienza del Celio Azzurro. «Dispiace che non possiamo parlare di contenuti, perché dobbiamo pensare alla sopravvivenza, ma questa è una scuola materna particolare. Il documentario di Edoardo Winspeare (Sotto il Celio Azzurro del 2009 Ndr) ha fatto il giro di tutti gli Istituti di Cultura italiani del mondo. È un peccato perché davvero in questo Paese i valori sono rovesciati».

Viktor Orbàn: “Ci vuole omogeneità etnica”

il premier ungherese Viktor Orban
Hungarian Premier Viktor Orban looks at supporters before delivering a speech in Budapest, Hungary, Sunday, Oct. 2, 2016. Hungarians overwhelmingly supported the government in a referendum on Sunday called to oppose any future, mandatory European Union quotas for accepting relocated asylum seekers but nearly complete official results showed the ballot was invalid due to low voter turnout. (AP Photo/Vadim Ghirda)

Prima di tutto, «ci vuole omogeneità etnica». Sono le parole utilizzate qualche giorno fa dal Primo ministro ungherese, Viktor Orbàn, durante un incontro presso la Camera di commercio ungherese a Budapest.

Orbàn, consapevole della “problematicità” dell’espressione utilizzata, ha addirittura sottolineato: «Non sarebbe stato possibile dire tanto qualche anno fa», ma il corso degli eventi «ha dimostrato che troppa disomogeneità crea problemi»Come riporta Euractiv, il Primo ministro ha poi suggerito che la crescita economica non dipende esclusivamente dalla “competitività”.

Durante il suo intervento,Orbàn ha fatto riferimento alle così dette “società parallele”, «poco desiderabili», e alla necessità – confermata dalla carenza di manodopera nel Paese – di favorire l’immigrazione: «Non voglio che l’Ungheria scivoli verso una situazione in cui i lavori di scarsa qualità vengano eseguiti soltanto dagli stranieri», prima di concludere: «Dobbiamo cavarcela da soli, dalla pulizia dei sanitari, fino alla scienza nucleare».

Intanto, lungo il confine meridionale del Paese, continuano i lavori per la costruzione di una seconda barriera con la Serbia. Ieri, Die Welt ha nuovamente denunciato trattamenti disumani nei confronti dei migranti che cercano di arrivare nel Paese.

Ma l’estrema rigidità nei confronti dei richiedenti asilo non è di casa soltanto a Budapest. Due giorni fa, durante una conferenza stampa che faceva seguito a un incontro fra diplomatici tedeschi e austriaci, il Ministro degli interni austriaco, Sebastian Kurz, ha ribadito la linea dura di Vienna contro i migranti.

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«Giustizia per Berta Cáceres». A un anno dall’omicidio, sit-in e arresti nell’esercito

epa05823710 A group of women of the Garifuna ethnicity participate in a protest with members of the Council of Indigenous and Popular Organizations of Honduras in Tegucigalpa, Honduras, 01 March 2017. The women are demanding justice for the murder of Honduran activist Berta Caceres who was killed in March 2016. EPA/Gustavo Amador

È trascorso un anno dall’assassinio dell’attivista indigena Berta Cáceres, la coordinatrice del Copinh morta il 2 marzo 2016 nella sua casa di La Esperanza (Honduras Occidentale), per le sue battaglie al fianco della comunità nativa di Rio Blanco contro la costruzione dell’impianto idroelettrico Agua Zarca, sul fiume sacro Gualcarque. Oggi, dalla Germania a Puerto Rico, dall’Ecuador a San Francisco passando per Londra, Madrid, Bilbao, San Salvador e Cile, sono tante le capitali del mondo che hanno risposto all’appello lanciato dall’organizzazione indigena e dalla famiglia di Càceres. A Roma l’appuntamento è previsto nel tardo pomeriggio di fronte all’ambasciata dell’Honduras in via Giambattista Vico 40 (metro Flaminio), per rendere omaggio alla memoria dell’attivista, premio Goldman per l’ambiente 2015 per essere riuscita a bloccare la costruzione della diga in territorio Lenca, una delle etnie più numerose del Continente. Il presidio è anche una richiesta di verità e giustizia su quello che l’organizzazione indigena non esita a definire “omicidio di Stato”, oltre che di uno stop definitivo ai progetti estrattivisti e alle speculazioni che distruggono e privano le comunità native dell’Honduras di risorse vitali.

«Un anno fa hanno assassinato Berta perché non sopportavano che una donna, un’indigena, si potesse opporre con il suo popolo allo sfruttamento dei nostri territori, uscendone vittoriosa», ha dichiarato il Copinh in un comunicato, diffuso durante la conferenza stampa tenutasi lo scorso 28 febbraio nel Dipartimento di Intibucà. «La assassinarono perché in questo Paese si preferisce ammazzare, invece che dialogare. E si pensa che uccidendo persone si uccidano le idee».
Una morte annunciata la sua, già prima del Colpo di Stato del 2009 operato dalla destra ultra-nazionalista, tanto che il suo nome era in cima alla black list delle persone “da eliminare” ad opera degli squadroni della morte, perché minacciava gli interessi corporativi. Un omicidio, che non è riuscito a scongiurare neanche la Commissione interamericana dei diritti umani, che le aveva assegnato una scorta, mal garantita dal governo dell’Honduras.

Lo stesso Governo che ha secretato le indagini, impedendo l’accesso agli atti anche alla famiglia, contravvenendo alle procedure internazionali. E ha rifiutato di riconoscere il Gaipe (Gruppo consultivo internazionale di esperti), la commissione d’indagine indipendente istituita lo scorso novembre dalla famiglia e dal Copinh, sul modello di quella dei 43 di Ayotzinapa assassinati in Messico, per vigilare sullo svolgimento delle indagini. Soprattutto dopo lo scandaloso furto dell’unica copia degli atti del processo, indebitamente portati fuori dai pubblici uffici dal pubblico ministero, lo scorso settembre.

Finora, sono otto le persone arrestate per l’omicidio. Fra questi, stando alle rivelazioni pubblicate dal quotidiano britannico The Guardian lo scorso 28 febbraio, il maggiore Mariano Díaz Chávez, veterano decorato nelle forze speciali e l’ex tenenete Douglas Giovanny Bustillo, addestrati nel 1997 nella Scuola delle Americhe che, per decenni, formò le forze militari latinoamericane nella zona del Canale di Panama (dal 1984 con sede presso Fort Benning, Georgia, sotto il nome di Istituto dell’emisfero occidentale per la cooperazione e la sicurezza). Dal maggio 2006, entrambi i militari sono detenuti insieme a Sergio Rodrigues e Edilson Antonio Duarte, considerato l’esecutore materiale dell’omicidio di Berta Cáceres. Colui che armato di fucile aprì il fuoco sulla leader indigena, strappandole la vita con quattro proiettili alle 23.30. Duarte, che da tempo svolgeva “lavori” da sicario, ha dichiarato di essere stato contattato da Sergio Rodríguez, esecutivo del progetto idroeléctrico Agua Zarca, spinto dall’impresa Desarrollos Energéticos SA (in sigla Desa). La stessa che annovera nel suo consiglio direttivo figure come l’amministratore delegato David Castillo, formatosi nell’accademia militare di West Point ed esperto di intelligence militare, legato all’élite governativa del Paese.

L’ultimo arrestato è l’ex militare Henry Javier Hernandez Rodriguez, un ex cecchino delle forze speciali, che aveva lavorato sotto il comando diretto di Diaz, catturato in Messico qualche settimana fa. Colui che ha ferito al braccio l’attivista ambientale messicano Castro Soto, unico testimone dell’omicidio di Berta Cáceres. E l’unico ad aver ammesso il proprio coinvolgimento nell’omicidio e di aver agito sotto costrizione.
Agli atti giudiziari ci sono anche i tabulati telefonici e i messaggi, che secondo i pubblici ministeri contengono riferimenti codificati per l’omicidio. «Alla luce di queste rivelazioni, riteniamo responsabili le strutture delle forze armate, dove prolifera e si sviluppa il sicariato, che formano gli squadroni della morte, che per pochi spiccioli uccidono popoli e comunità. Le autorità honduregne, però, tentano ancora di giustificare la loro incapacità di catturare i mandanti dell’omicidio», ribadiscono gli attivisti del Copinh.

«Legittimare l’impunità, metterebbe a rischio la vita di tanti altri membri delle comunità e degli attivisti per i diritti umani che in Honduras continuano a lavorare fra enormi difficoltà e a morire come mosche», spiega Berta Zuniga Càceres, figlia della coordinatrice indigena. Dalla morte della Càceres sono stati cinque gli attivisti uccisi nel Paese. Portando, secondo l’Ong Global Witness, il bilancio delle vittime a 120 dal 2010, rendendo l’Honduras la nazione più pericolosa al mondo per gli attivisti ambientali.

Il vuoto lasciato dalla leader del Consiglio civico popolare degli indigeni dell’Honduras non ha fermato però le sue battaglie, né il movimento indigeno, nonostante le continue minacce. “Berta vive! Copinh Sigue” non è solo lo slogan scelto dall’organizzazione per commemorare la sua scomparsa. È anche una campagna che sta dando forma ad una piattaforma di solidarietà internazionale, decisa a continuare a contrapporsi al sistema capitalista, razzista, patriarcale e colonialista che vige in Honduras dal golpe del 2009.
«Credevano che uccidendola, avrebbero segnato la fine non solo di una guida riconosciuta nel Latino America e nel mondo. Ma anche di un’idea, di un progetto politico, dell’organizzazione della quale fu fondatrice nel 1993 e parte allo stesso tempo. In questi giorni – concludono gli attivisti – non solo ricordiamo con dolore quell’orrendo crimine, ma celebriamo la vita. Quella di Berta, che nacque il 4 marzo. E quella del Copinh, che il 27 Marzo 2017 compirà 24 anni dalla sua fondazione”, rinnovando l’impegno a costruire alternative nel rispetto delle comunità indigene, dei territori ancestrali e dell’identità di un popolo fra i più antichi del Mesoamerica.

Dalla Russia con amore, le bugie del Segretario alla Giustizia sui contatti Trump-Mosca

In origine fu Paul Manafort. Poi venne Michael Flynn. Il capo della campagna elettorale di Donald Trump e il Consigliere per la sicurezza nazionale sono stati costretti alle dimissioni a causa delle loro relazioni nascoste con il governo russo. Che stavolta tocchi al Segretario alla Giustizia Jeff Sessions? La campagna presidenziale di Donald Trump era evidentemente ossessionata dalle relazioni con la Russia. O viceversa. Fatto sta che i contatti tra figure di primo piano della cerchia ristretta del presidente degli Stati Uniti e uomini del Cremlino hanno avuto contatti continui durante la campagna elettorale. Ad oggi sono sei le figure di cui abbiamo saputo.

L’ultimo in ordine di tempo è appunto Jeff Sessions, neo Segretario alla Giustizia, ovvero la figura che dovrebbe sovraintendere alle indagini relative all’hackeraggio, da parte russa, dei siti della campagna Clinton e del Democratic National Commitee nel corso della campagna elettorale. La novità, grave per Sessions, è che, oltre ad aver avuto quei contatti, non ne ha parlato durante le audizioni per la sua conferma in Senato. Di più, ha mentito. Nel video qui sotto il senatore democratico Al Franken chiede a Sessions: «Se nel suo nuovo incarico venisse a conoscenza di contatti tra il governo russo e la campagna Trump nel corso della scorsa campagna elettorale, cosa farebbe?». La risposta, con un fortissimo accento del Sud, è secca: «Senatore, come sa sono stato spesso definito un sostituto di Trump e non ho avuto alcuna notizia di contatti». Nel gennaio scorso a domanda scritta del senatore del Vermont Patrick J. Leahy «Ha avuto contatti, prima, dopo o durante la campagna elettorale con funzionari russi?». La risposta scritta è stata un inequivocabile «No».

Gli incontri sono avvenuti tra luglio e settembre e in un’occasione Kislyak, l’ambasciatore, e Sessions, si sono visti nello studio dell’allora senatore dell’Alabama. Le settimane sono quelle in cui la vicenda dell’hackeraggio era al suo culmine. La difesa dell’ufficio di Sessions è la seguente: il senatore, in quanto membro di una commissione che si occupa di sicurezza nazionale e Difesa ha spesso incontri con ambasciatori stranieri. Il Washington Post, che ha fatto lo scoop sui meeting tra il Segretario alla Giustizia e l’ambasciatore di Mosca, ha inviato una richiesta a tutti i senatori della stessa commissione per chiedere loro se hanno avuto incontri con Kislyak. Dei 25 membri, 20 hanno risposto per dire che no, loro l’ambasciatore non lo hanno visto.

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La vicenda è importante per due ragioni. La prima riguarda la bugia detta in sede di audizione. Sessions ha mentito davanti alle telecamere e sotto giuramento. È un fatto molto grave. La seconda è più pratica: i democratici chiedono un procuratore speciale nominato apposta per indagare sulla vicenda, che ritengono essere di sicurezza nazionale. L’amministrazione e molti senatori, fino a ieri, hanno sostenuto che non c’è bisogno di nessuna indagine speciale e che l’Fbi può benissimo occuparsene. La cosa aveva già suscitato polemiche perché, a undici giorni dal voto dello scorso novembre, il Federal Bureau of Investigation aveva comunicato al Congresso con una lettera pubblica di aver riaperto le indagini sulle email di Hillary Clinton – allora ne erano state trovate nel computer di proprietà di Anthony Weiner, ex marito della aiutante di Hillary, Huma Abedin.

La cosa aveva destato scandalo perché la lettera sembrava chiaramente un missile terra-aria contro la candidata democratica. Probabilmente lo era. In queste settimane l’agenzia sta indagando sui contatti tra l’organizzazione di Trump e Mosca e non solo non trapela nulla, ma, in un’altra rottura con la prassi, il capo dello staff della Casa Bianca, Reince Priebus, è andato in televisione a smentire un articolo del New York Times nel quale si sosteneva che membri della campagna Trump avevano incontrato funzionari russi prima delle elezioni: «Sono stato autorizzato a dire che l’Fbi sa che quella storia non contiene dati veri, non c’è niente del genere». In questi giorni sono anche circolate voci secondo le quali l’amministrazione avrebbe fatto pressioni sull’agenzia federale affinché smentisse l’articolo del Times. Il caso è clamoroso anche perché l’Agenzia è indipendente e non deve e non può comunicare con l’amministrazione su indagini aperte. Specie se l’amministrazione stessa è coinvolta.

Non è la prima volta che Trump e il suo staff mentono sui contatti con la Russia.  «Non ho niente a che fare con la Russia», aveva detto il 16 febbraio in conferenza stampa. Il Wall Street Journal aveva invece scritto di contatti con l’ambasciatore durante un ricevimento privato (il giorno dopo Trump propose la distensione con Mosca).  A novembre, il vice ministro degli Esteri russo confermò che «c’erano stati contatti» tra la Russia e la squadra di Trump durante la campagna. E in una conferenza immobiliare del 2008, Donald Trump Jr. il figlio del presidente aveva parlato degli affari russi  della Trump Organization. Poi, nelle settimane successive, molti membri dell’amministrazione hanno negato contatti venendo poi smentiti.

I democratici a questo punto, come fecero i repubblicani dopo l’attacco all’ambasciata libica a Benghazi. Diversi senatori e la leader alla Camera Nancy Pelosi ne hanno chiesto le dimissioni. Il senatore repubblicano Graham – che con McCain è quasi all’opposizione – ha detto che se ci fossero elementi sospetti in quegli incontri Sessions deve dimettersi.


Chi è Jeff Sessions, il senatore con simpatie per i suprematisti bianchi

Il primo nome era di quelli quasi certi di entrare nella futura amministrazione Trump: il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, destinato al Dipartimento di Giustizia, è infatti tra i primi eletti a schierarsi con il miliardario durante le primarie. Tra i sostenitori del neo eletto presidente, Sessions è tra i pochi a poter dire di avere una qualche esperienza di governo e gestione delle cose a Washington, pur essendo un razzista.

Veterano dell’esercito, Sessions è un membro anziano del Comitato dei servizi armati del Senato. Da venti anni in Congresso, sappiamo già che l’audizione per la sua conferma in Senato sarà furiosa. Nel 1986, il senatore dell’Alabama, forse lo Stato più razzista di tutti, è diventato il secondo candidato giudice federale a non essere confermato del Senato a causa dei suoi commenti razzisti. Aveva chiamato “boy”, ragazzo, un procuratore afroamericano e dichiarato che «quelli del Ku Klux Klan mi andavano bene fino a quando non ho scoperto che fumavano marijuana».

Sessions ha sempre negato – ovviamente – di essere un razzista. Ma ha sostenuto che l’NAACP, la associazione che si batte per i diritti dei neri e la American Civil Liberties Union si possono definire “anti-americane”. Nel complesso un membro dell’estrema destra repubblicana delle peggiori in un posto delicato dopo che i democratici si erano impegnati a una riforma della polizia ed avevano aperto diverse inchieste federali sui casi di afroamericani uccisi da poliziotti.

L’Europarlamento lavora alle modifiche del Regolamento Dublino. Tre domande a Elly Schlein

Il regolamento Dublino sta per essere nuovamente – e per la quarta volta – riformato. Da anni l’Unione europea cerca, senza riuscirci, di armonizzare le politiche d’asilo dei diversi Stati membri, ma un equilibrio tra le legislazioni nazionali ancora non è stato trovato. Il principale dei documenti in materia di diritto d’asilo è il regolamento di Dublino, sottoscritto e adottato dall’Ue e anche da Paaesi non membri, come la Svizzera. Secondo il regolamento la domanda deve essere esaminata nel primo Paese di ingresso, impedendo quindi di presentare una domanda di asilo in più di uno Stato membro. Per verificare che sia effettivamente così, poi, l’Ue ha adottato il sistema Eurodac: un archivio comune delle impronte digitali dei richiedenti asilo tramite il quale la polizia può controllare che non siano state presentate diverse domande. E se i richiedenti hanno il diritto a rimanere nel Paese di arrivo finché non hanno ottenuto una risposta – che in Italia può richiedere un’attesa in media di 18 mesi – hanno anche il divieto di lasciare quel Paese. Secondo la legge, poi, se la richiesta d’asilo viene respinta il richiedente può fare appello. In Italia ancora per poco. Il piano Minniti già annunciato dal Viminlae, infatti, come leggerete nello sfoglio di primo piano del prossimo numero di Left, prevede che i gradi di giudizio vengano ridotti da tre a due, in barba alla Costituzione repubblicana. In definitiva, né il Consiglio europeo né l’Unhcr si dicono soddisfati di questo sistema, anzi lamentano da tempo che non sia in grado di fornire una protezione equa ed efficiente ai richiedenti asilo, non tiene conto del ricongiungimento familiare e produce una pressione sugli Stati membri del Sud, in testa Grecia e Italia. In vista della discussione parlamentare, ormai alle porte, abbiamo fatto tre domande alla eurodeputata di Possibile Elly Schlein che partecipa al team negoziale del Parlamento europeo. In merito, sabato 4 marzo, a Bologna, si terrà un incontro con le istituzioni, gli esperti e le principali organizzazioni attive sul tema dell’asilo.

Italia e la Grecia sono ormai diventate una sorta di gabbia per esseri umani. In Parlamento state lavorando alle modifiche del Regolamento Dublino, cosa possiamo aspettarci?
Di solito sono un’ottimista, ma su questo mi riesce difficile. La distanza tra la discussione in Parlamento e in Consiglio è siderale. I governi non stanno nemmeno discutendo la già debole e insufficiente proposta di riforma della Commissione, ma stanno immaginando fantasiose soluzioni di “solidarietà effettiva” che evitino qualsiasi obbligo di condivisione delle responsabilità sulle richieste d’asilo, e che mantengano in capo al Consiglio europeo l’ultima parola su qualsiasi intervento. Che vuole dire condannarsi all’inazione.
È la quarta volta che si riforma Dublino, quale modifica sarebbe davvero necessaria?
Sarebbe l’ora di correggere l’ipocrisia originaria, superando il criterio del primo Paese d’accesso, verso un meccanismo automatico e permanente di condivisione delle responsabilità tra Stati membri, come il Parlamento ha già chiesto a più riprese e con larghe maggioranze.
E invece si costruiscono i muri…
A quelli che in Italia plaudono la costruzione di nuovi muri, bisognerebbe segnalare che noi siamo dalla parte sbagliata del muro, come si è visto bene nel 2016 con la chiusura di Ventimiglia, Brennero e Chiasso. L’unico modo per evitare i movimenti secondari, sarebbe sviluppare un sistema basato sulla fiducia reciproca, che fornisca procedure rapide e prospettive chiare per il futuro delle persone, e che tenga in conto il più possibile delle preferenze espresse e dei legami esistenti dei richiedenti asilo, dando prevalenza assoluta al ricongiungimento familiare (specialmente per i minori non accompagnati). Se partiamo dagli art. 78 e 80 dei Trattati, che già chiedono solidarietà ed equa condivisone delle responsabilità, ne deriva che ogni Stato membro deve fare la sua parte. Noi insisteremo per ascoltare chi esprime una preferenza per quello Stato: per motivi di lingua, legami culturali, presenza precedente in uno Stato membro, opportunità di lavoro in quello Stato, presenza di famiglia allargata. Ne abbiamo tutto l’interesse, aiuterebbe anche le prospettive di inserimento sociale.