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Così il governo vuole disinnescare i referendum sul lavoro

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, durante la conferenza stampa per presentare l'intervento di politica attiva per la ricollocazione dei 1666 lavoratori in esubero della sede di Roma di Almaviva, presso il ministero del Lavoro a Roma, 16 febbraio 2017. ANSA/GIORGIO ONORATI

«Dobbiamo dire al governo e alla maggioranza correggere solo quello che si vuole far passare per un errore di applicazione sarebbe una toppa peggiore del buco. Bisogna dire di no a un’arroganza che sul mercato del lavoro ha distrutto diritti, relazioni, rappresentanza e contratti», scrive Giorgio Airaudo, deputato di Sinistra italiana, per una vita sindacalista della Fiom, sul prossimo numero di Left, da sabato in edicola. «Il governo Gentiloni», continua Airaudo, che su Left ci aiuta a fare il punto su tutte le proposte di modifica presentate alla Camera in tema di voucher, «prova con ogni evidenza a ridimensionare e svuotare di significato il referendum, ma non credo sia possibile cancellarlo. Si tratta di un quesito radicale e definitivo. E l’unico modo per evitare lo svolgimento della consultazione sarebbe la cancellazione della legge».

Risponde così, Airaudo, anche alle voci che vorrebbero il governo pronto a intervenire con un decreto, più rapido e capace di svuotare – se non cancellare – di forza politica la campagna dei referendari. Eppure, se il punto di caduta della vicenda voucher fosse la proposta Damiano, difficilmente si potrebbe parlare di una sconfitta. Certo, il governo – sul decreto non c’è ancora l’intesa, comunque – eviterebbe di sottoporsi a un No popolare, ma i buoni lavoro tornerebbero a una dimensione ragionevole, consentiti solo per i lavoretti domestici e per retribuire – così propone Cesare Damiano, presidente Pd della commissione lavoro – pensionati e studenti che prestano braccia e menti per la vendemmia e i lavori stagionali. E sarebbe sicuramente un merito (anche) della Cgil, che ha raccolto le firme: un merito non da poco.

Più probabile in effetti è però che il punto di caduta sia più simile a quanto proposto proprio in commissione alla Camera Patrizia Maestri, la deputata a cui è toccato il compito di cercare una sintesi parlamentare. Maestri ha proposto un testo che estenderebbe i voucher, rispetto alla proposta Damiano, anche alle imprese con un solo dipendente – che in Italia sono moltissime, oltre due milioni e mezzo. Il loro sarebbe però un voucher più consistente, di 15 euro e non di dieci, e avrebbero un tetto massimo di 5mila euro all’anno. Il lavoratore, dallo stesso committente, potrebbe ricevere fino a duemila euro. Il referendum così resterebbe – lo dicono in queste ore dalla Cgil. Ma depotenziato? E soprattutto: se cala la passione sul quesito dei voucher, cosa succede a quello già più complesso degli appalti?

Tutte domande che a sinistra ci si pone. Se la pone anche un professore come Michele Tiraboschi secondo cui si vuole evidentemente «disinnescare una miccia» visto che il referendum «potrebbe esser visto come una bocciatura del jobs act». Domande a cui si aggiunge l’incognita sulla data del voto. Sinistra Italiana e però anche l’ex minoranza dem del Movimento democratico e progressista, stanno chiedendo che il governo proceda alla convocazione. Si guarda dunque al prossimo consiglio dei ministri. Pronti a protestare se il governo non dovesse accorparlo alle amministrative.

Licenziato dopo un trapianto: bastardi al lavoro

Non è tanto la notizia a provocare la pelle d’oca quanto i commenti: sull’altare della produttività (presunta, tra l’altro, poiché non c’è progresso senza dignità) questo Paese sta scivolando in una patetica deriva di affezione e mitizzazione per i bastardi. E noi chissà se ce ne stiamo accorgendo.

I fatti: Antonio Forchione ha 55 anni e fa l’operaio alla Oerlikon Graziano, un’azienda metalmeccanica di Rivoli (Torino) con 700 dipendenti nella sede piemontese e ben 1500 in tutta Italia. Attenzione: la Oerlikon Graziano era già entrata nelle cronache (quelle melmose) per la “pause collettive” di nove minuti che concede ai propri dipendenti che avevano provocato già un certo disgusto. Ma torniamo a noi: Antonio qualche tempo fa si ritrova con in mano una brutta cartella clinica che gli racconta di un tumore dentro il suo fegato e pochi mesi di vita.

Per fortuna un trapianto riesce ad avere un insperato successo e a gennaio, dopo sei mesi di “malattia”, Antonio ha potuto rientrare in fabbrica. Gli chiedono di usare tutte le ferie arretrate. Accetta. Sa, Antonio, che non potrà rientrare nella sua posizione lavorativa abituale ed è pronto a un demansionamento pur di arrivare alla pensione. Del resto riciclarsi per tornare utili è l’unica strada per molti lavoratori della sua generazioni. L’azienda invece lo licenzia: “inabile al lavoro” c’è scritto nel suo foglio di via.

Inabile al lavoro oggi significa irrimediabilmente inutile. Non ci sono mediazioni. La dignità dell’uomo è tutta nella sua realizzazione. Anche professionale. Così Antonio oggi è ufficialmente “malato”, colpevole di essere guarito. Non c’è posto, tra mille e cinquecento persone, per un trapiantato. Che schifo.

Del resto un giorno ci interrogheremo sul quando abbiamo deciso che la cattiveria, la furbizia e l’essere bastardi con i fragili siano le caratteristiche essenziali per essere buoni imprenditori. Andremo a vedere come sia successa una barbarie del genere e come sia stato possibile che non ci accorgessimo di cadere nella ferocia. Quando abbiamo scelto che l’essere produttivi dipenda dall’essere di sana robusta costituzione, coscientemente servili e banalmente fedeli alla causa senza spirito critico. Ariani dell’imprenditoria. Insomma. In nome della produttività.

Buon giovedì.

Ronchey: “Un giardino Ipazia nella città della Chiesa che fece santo il suo assassino”

Rachel Weisz - Ipazia, nel film Agorà

A distanza di 15 secoli dal suo barbaro assassinio per mano di fondamentalisti religiosi che la fecero letteralmente a pezzi, cavandole gli occhi, Ipazia ha un riconoscimento a Roma. Nella città della Chiesa le viene intitolato un giardino, in viale Giorgio Morandi 69, non lontano dalla chiesa di San Cirillo, il vescovo che ordinò l’assassinio della filosofa neoplatonica, divenuta simbolo del libero pensiero e della laicità. A lei la bizantinista e filologa Silvia Ronchey ha dedicato qualche anno fa il libro Ipazia. La vera storia, che ha avuto il grande merito di sgombrare il campo da molte fantasticherie che sono circolate sul conto di questa donna straordinaria insegnava e teneva lezioni pubblicamente ad Alessandria di Egitto .Filosofa, matematica e astronoma, docente nell’Accademia platonica,visse tra il 370 e il 415 d.C.

Se la data della sua nascita non è certa, lo è invece quella sua morte, quando fu  massacrata, al culmine di un crescendo di scontri religiosi (è del 391 la distruzione del Serapeo), dopo che  l’editto di Costantino del  313 e poi Teodosio avevano fatto del Cristianesimo la religione di Stato. Con Gabriella Gentile e Valeria Pandinu, Silvia Ronchey oggi dalle 15,30  a Tor Sapienza parlerà di Ipazia inaugurando il giardino che porta il nome della filosofa, una targa che ha un significato simbolico importante, frutto del lungo lavoro collettivo di una serie di associazioni riunite nel Comitato Ipazia per la libertà di pensiero  ( fra le quali Uaar Roma, Anpi Roma, Ipaziaimmaginepensiero onlus).

Professoressa Ronchey, che sia inaugurato un giardino Ipazia nella città del papa che santificò il vescovo e assassino Cirillo, è quanto meno una bella notizia, non crede?
Sì, per altro la storia è molto” curiosa”: Cirillo è sempre rimasto santo del calendario ma alla fine dell’Ottocento Leone XIII lo ha fatto addirittura dottore della Chiesa. Non solo. Ratzinger nel 2007, celebrando Cirillo, lo ha lodato per il suo energico governo della Chiesa, senza spendere una parola su questa gravissima accusa che la storia unanimemente ha emesso su Cirillo a partire dalle fonti della Chiesa contemporanee e senza ombra di dubbio alcuno. Che un assassino sia così celebrato è cosa da inquietare non solo intellettuali cattolici ma anche il mondo della Chiesa.

Lei per prima con una petizione  ha dato il via al percorso che oggi arriva a conclusione.
Ci sono state più petizioni in realtà, questo risultato è il frutto di un lavoro collettivo. Che poi il giardino Ipazia sia  nei pressi della chiesa dedicata a San Cirillo mi pare importante. I fedeli cristiani hanno diritto di sapere anche qualcosa della sua vittima,Ipazia, che Cirillo fece uccidere. Che i fedeli,dopo essere stati a messa nella Chiesa di San Cirillo, portino i bambini al giardino Ipazia, mi pare magnifico. Che Cirillo si rivolti almeno nella tomba!

Tor Sapienza è un quartiere di Roma di cui le cronache hanno parlato per tensionisociali legate al razzismo verso gli immigrati. Nella antica megalopoli Alessandria d’Egitto Ipazia era espressione di una cultura cosmopolita, anche questa coincidenza mi pare interessante.
Ipazia era la tutrice della pluralità, sappiamo che la sua attività di insegnamento comprendeva anche un lavoro politico. Su di lei sono state dette molte cose. Non dobbiamo pensarla come una sorta di Galileo donna, anticipatrici  di chissà quali teorie, come lascia pensare il filme di Amenabar Agorà. Nelle accademie platoniche si insegnavano anche i numeri e la scienza degli astri,  ma lei era principalmente una filosofa. Aveva un ruolo carismatico dovuto alla sua sapienza, all’ascendente che esercitava sugli intellettuali. Era una politica abile, grintosa, aveva libertà di parola  (parresia) era una che diceva lutto in faccia, non si lasciava intimidire in riunioni di tutti uomini.

Dunque Ipazia non era solo una studiosa ma svolgeva un ruolo politico di mediazione, fra gruppi espressione di differenti culture e spesso in conflitto?

Voleva tutelare i vari gruppi che allora si scontravano dalle fasce integraliste che crescevano al loro interno. Perché questo poi è il vero problema. C’erano fasce integraliste cristiane e ebraiche ed è molto probabile che l’assassinio di Ipazia abbia a che fare con la politica da tenere rispetto alla politica di aggressione che il vescovo Cirillo aveva intrapreso con un sanguinosissimo pogrom contro gli ebrei. Ipazia e il prefetto augustale romano che era suo ammiratore e discepolo,  avevano avversato moltissimo la Chiesa. Cirillo era un fondamentalista fanatico e aizzò i monaci parabolani che erano delle vere e proprie miliziani. Una vicenda che il  film di Amenabar rappresenta bene, mostrandoli come talebani, violenti, rozzi. All’epoca c’erano stati molti fatti dii sangue e questo pogrom aveva scatenato un conflitto durissimo, al punto da influenzare le scelte di Teodosio.

Quello di Ipazia fu un assassinio eminentemente politico dunque?

Sì, ne sono profondamente convinta, più difficile farci rientrare altre questioni, che oggi definiremmo femministe o le sue scoperte, come vorrebbero certi romanzi. Nei secoli Ipazia è diventata letteralmente un mito e la sua storia si è arricchita di fatti favolosi leggendari. Fondamentalmente era una filosofa che esercitava in modo coerente un ruolo attivo nella città senza che il suo genere glielo impedisse in quel luoghi e in quel tempo.
La realtà alessandrina era diversa da quella della Grecia del V secolo quando, come dicono gli studi di Eva Cantarella, le donne erano costrette a vivere nascoste nel gineceo e senza diritti?  Purtroppo se di bassa estrazione sociale le donne erano considerate quanto delle capre o altru animali domestici.  Pensiamo per esempio a Socrate e Santippe, l’oggetto di un amore intellettuale non era lei,  semmai  il giovane Alcibiade. Al contempo però  c’era una grande tradizione di insegnamento che coinvolgeva anche le donne delle classi più alte. Studiando Ipazia, Gilles Menage arrivò a stilare un catalogo delle donne filosofe che in certo modo fu l’inizio degli studi di genere. Ci fu un appannaggio femminile a partire dalle scuole pitagoriche, ciniche, platoniche.

il Comitato Ipazia per la libertà di pensiero è costituito da: ANPI Trullo – Magliana Sez. “F.Bartolini”; Ipazia ImmaginePensiero onlus;Donne di Carta; Associazione Filomati-Philomates Associaton; Associazione Toponomastica Femminile; G.A.MA. DI; UDI Monteverde; Circolo UAAR Roma, Civiltà Laica Roma, Adriano Petta.

«Inseguendo gli xenofobi li aiutate». 160 Ong scrivono ai capi di Stato d’Europa

epa05802463 A sailing boat of the NGO ProActiva Open Arms sails the coast of Barcelona at the end of a demonstration organized by entities supporting the campaign 'Casa Nostra, Casa Vostra' (lit: Our Home, Your Home) under the slogan 'Stop excuses. Let's take in now' to call for the reception of migrants and refugees in Barcelona, northeastern Spain, 18 February 2017. EPA/QUIQUE GARCIA

Centosessanta organizzazioni della società civile, associazioni, Ong europee, grandi e piccole, laiche e religiose, hanno scritto una lettera comune ai capi di Stato d’Europa chiedendo rispetto per i diritti di migranti e rifugiati. Da Amnesty a Human Rights Watch, da Mani Tese a Oxfam, passando per Medici senza frontiere, tutte queste organizzazioni fanno un passo comune per segnalare quanto siano preoccupate per un’Europa preoccupata più di tenere lontane le persone, rispedirle in paesi, anche pericolosi, piuttosto che non tenere fede ai propri valori fondativi. Inseguendo i populismi xenofobi, dicono le Ong, si finisce con il farle vincere. Abbiamo tradotto il testo della lettera.

Cari capi di Stato e di governo,

Siamo organizzazioni della società civile, sostenute da centinaia di migliaia di persone in tutta Europa, lavoriamo con chi è meno fortunato per alleviare la povertà, fornire servizi essenziali e difendere i diritti delle persone.

Con il populismo xenofobo in crescita in tutta Europa e nel mondo, rivolgiamo un appello alla leadership affinché sostenga i diritti e i valori che sono stati i principi fondanti dell’Unione europea per 60 anni. Insieme, dobbiamo evitare che legittime preoccupazioni circa la gestione delle migrazioni vengano utilizzate per far deragliare il progetto europeo.

Assistiamo ogni giorno alla solidarietà diffusa verso le persone che fuggono da guerre brutali, persecuzioni, violazioni dei diritti umani, instabilità e povertà estrema. In tutta Europa e nel mondo, vediamo persone accogliere rifugiati e migranti nelle loro comunità, aprire le proprie case e donare denaro, beni di prima necessità e tempo. Proprio questa settimana, molti di loro sono andati fino a Bruxelles per ricordarvi di mantenere l’impegno di trasferire i richiedenti asilo dalla Grecia e “portarli qui”.  (…)

Siamo orgogliosi dell’impegno europeo per il diritto internazionale e dei diritti umani e ci aspettiamo da voi che favoriate e promuoviate questo impegno in casa e all’estero. Eppure, quando grandi masse di persone bisognose sono arrivate nell’estate del 2015, l’Europa non è riuscita a dare una risposta comune e rispondere con umanità, dignità e solidarietà. A oggi, le nazioni europee non sembrano intenzionate a rispondere in linea con i loro obblighi nei confronti del diritto internazionale ed europeo (…)

Vi abbiamo ascoltato ribadire il vostro impegno per i valori europei – il rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e dei diritti umani. Ma ci aspettiamo di vederli messi in pratica. Troppi leader si sono preoccupati di impedire alla gente di raggiungere l’Europa, con il rischio di ridurre l’accesso alla protezione a chi ne ha più bisogno.

Avete la responsabilità di gestire le migrazioni in modo equo, anche rispondendo alle legittime preoccupazioni dei cittadini. La risposta deve essere fondata sui principi e basata su fatti, non sulla retorica populista. Forza non significa voltare le spalle ai più bisognosi. Forza è trovare una strada in linea con i valori fondativi dell’Europa.

Inoltre, se l’Ue ei suoi Stati membri vogliono rimanere attori internazionali credibili non possono aspettarsi che Paesi come la Turchia, la Giordania e il Libano ospitino milioni di rifugiati, e contemporaneamente spingere i migranti e i rifugiati verso le frontiere dell’Unione, tenere migliaia di persone in condizioni di vita disumane sulle isole greche, o spedirli indietro in zone di guerra come la Libia. Le vostre decisioni hanno come conseguenza la vita e la morte, e se continuate ad abbassare gli standard, i Paesi di tutto il mondo seguiranno il vostro esempio.

Invece di contrastare l’ascesa di xenofobi e populisti, la risposta dell’Europa è troppo spesso quella copiare le loro ricette. Ma un approccio basato su deterrenza e frontiere chiuse non può sostituire una politica efficace di lungo termine. Ci aspettiamo saggezza politica che difenda l’umanità e la dignità e che affronti le paure della gente, invece di alimentarle. Ci aspettiamo, politiche migratorie sostenibili a lungo termine che garantiscano il rispetto dei diritti delle persone. Tra le misure necessarie ci sono: l’espansione di percorsi sicuri e regolari verso l’Europa, visti umanitari o simili, aumento degli spazi di reinsediamento e un migliore accesso ai regimi di ricongiungimento familiare (…) Altri problemi globali quali l’instabilità, la povertà, la disuguaglianza e il cambiamento climatico devono rimanere in cima all’agenda europea.

Voi e i vostri governi dovete valutare l’impatto delle vostre politiche sui diritti umani e le condizioni di vita di donne, uomini e bambini in movimento, così come l’impegno di lunga data dell’Europa di sostenere questi diritti e migliorare la vita delle persone in tutto il mondo.

A ridosso del 60 ° anniversario dell’Unione europea vi chiediamo di mostrare solidarietà e rispetto per l’umanità. Vi chiediamo di essere leader capaci di plasmare il futuro. L’impegno per i valori fondamentali dell’Unione europea non può vacillare. Solo un’Europa che difende i suoi valori può essere offrire leadership forte e credibile in un mondo scosso da populismo crescente e i cosiddetti “fatti alternativi”.

La storia europea è piena di persone che sono state costrette a fuggire dalle loro case a causa di guerre e persecuzioni. Il lavoro che le nazioni europee hanno fatto per sviluppare e proteggere i diritti delle persone nel corso degli ultimi 70 anni non può andare perduto. Solo un’Europa che difende i diritti di tutti, senza eccezione, è l’Europa di cui possiamo andare fieri.

“Ni una menos”. #LottoMarzo nel Messico che conta 7 femminicidi al giorno

CITTÀ DEL MESSICO. Un cartello gigante, con tante linee vuote in cui scrivere i nomi di tutte le donne che non possono esserci, che non possono scioperare altrimenti il giorno dopo verrebbero licenziate. L’opera d’arte dell’artista femminista Lorena Wolfer circola per le strade di Città del Messico e riempie l’assenza attraverso la presenza delle altre. Perché il corpo di una è quello di tutte.

8 marzo 2017. Si marcia per strada, con lo stesso slogan nella testa: se il mio corpo non vi interessa, allora producete senza di me. Tutto è iniziato un anno fa, nell’aprile 2016, con una manifestazione in cui si gridava “Ni una menos” (non una in meno), slogan lanciato dalle donne latinoamericane per il resto del mondo. Si rivendicava la vita, si passava dallo storico slogan: “Ni una mas” (non una in più) ad affermare che “ci vogliamo vive”, puntando sulla presenza dei corpi più che sulle assenze.

Quando i giornalisti stranieri chiedono i dati dei femminicidi in Messico, ripetono sempre due volte la domanda, perché pensano di non aver capito bene. La risposta invece è sempre la stessa: dei 32 Stati della Repubblica federale messicana oggi è Estado de México ad occupare il primo posto per femminicidi con 7.745 vittime dal 2006 al 2014 (il dato è dell’Observatorio Ciudadano Nacional del Feminicidio, Ocnf). Poi i giornalisti cercano il dato generale, ma quello è da aggiornare ogni istante. Nessuno può darlo con certezza, perché ogni giorno vengono uccise in media 7 donne in tutto il Paese, con un indice di impunitá del 90 per cento. Questo vuol dire che  molto probabilmente non conosceremo mai il nome di nessuno degli assassini delle 7 donne che verranno uccise oggi.

Prima che un altro anno passasse, le donne messicane hanno organizzato uno sciopero nazionale e dall’America Latina la mobilitazione si è estesa nel resto del modo. Questa volta saranno i corpi più vulnerabili a lanciare il messaggio politico più importante: se ci uccidete, allora noi paramos, ci fermiamo.

“Un genocidio, una vera e propia guerra non dichiarta contro i nostri stessi corpi”, scrivono nei comunicati, le associazioni e le famiglie delle vittime che da anni lottano da sole per ritrovare i corpi, o solo pochi frammenti, delle loro figlie, sorelle, amiche. Per ritrovare, sì, perché l’indice delle scomparse (desapariciones) in centro america è più alto oggi di quello vissuto durante le dittature degli anni Settanta: solo in Messico dal 2006 ad oggi si contano, tra uomini e donne, più di 26 desaparecidos e desaparecidas. E le madri che non vedono più ritornare le loro figlie a casa, già dopo una settimana lo sanno: ogni desaparición è un femminicidio annunciato. Questo 8 marzo ci sono anche loro, con quei cartelli sempre attaccati al collo, quasi come se le fotografie delle loro figlie scomparse siano diventate un prolungamento dei loro stessi corpi.

Oggi tutte marciano e usano la propria vulnerabilitá come messaggio politico: Ciudad de Juarez, la città più pericolosa del mondo per le donne, sulla frontiera tra Messico e Stati Uniti, è oggi tutto il Messico. E questo sistema, riproducibile con maggiore o minore intensità in tutti i contesti, riguarda i corpi di tutti.

L’epidemia di violenza, i salari delle donne e altre notizie europee

Equality Now, una organizzazione non governativa che si occupa di disuguaglianza di genere, ha pubblicato un rapporto dal titolo “The global rape epidemic” (“L’epidemia globale dello stupro”). Nello studio, gli autori dimostrano come la violenza sessuale sia ancora una problematica sociale, le cui proporzioni vengono largamente ignorate. Nel dettaglio, l’analisi monitora 82 giurisdizioni per capire come vengono trattati i crimini a sfondo sessuale nei vari contesti nazionali.

Tra i Paesi europei, Belgio, Olanda e Lussemburgo sono osservati speciali. In questi ultimi stati, lo stupro viene considerato ancora un crimine “morale”, invece che “violento”. Una definizione che rende meno severa la pena per chi viene giudicato colpevole. Il rapporto indica come il 35 per cento delle donne sul pianeta, abbiano subito episodi di violenza fisica o sessuale. Lo stupro è considerato legale in 10 delle 82 giurisdizioni analizzate.

Nel 2015, la Banca mondiale aveva invece pubblicato il rapporto “Women, Business and the Law: Getting equal”. I risultati della mappatura effettuata dall’istituzione internazionale, indicavano che in ben 100 Paesi (su un totale di 173 analizzati) le donne subiscono discriminazioni di genere sul posto di lavoro. In 18, gli uomini possono addirittura impedire alle rispettive mogli di lavorare. 155 ordinamenti prevedono norme che impediscono alle donne di godere di pari opportunità economiche.

In occasione della giornata mondiale delle donne, il The Guardian ha raccolto le voci di donne prominenti nella sfera politica e civile, chiedendo agli intervistati di indicare il prossimo passo da compiere nella direzione dell’uguaglianza di genere.

Secondo Nicola Sturgeon, leader del Partito nazionalista scozzese, nonché Primo ministro, va data «priorità assoluta alle politiche di investimento sociale nei confronti dei bambini sotto ai tre anni». La responsabilità di gestire gli affari famigliari rappresenwolta ancora l’ostacolo principale a una piena uguaglianza tra uomo e donna.

Settimana scorsa, l’eurodeputato Janusz Korwin-Mikke, 74, ha ribadito le sue posizioni discriminatorie nei confronti delle donne. Come riporta Euractiv, il politico polacco, orfano di un gruppo politico di appartenenza, avrebbe dichiarato che «è normale che le donne guadagnino meno degli uomini», visto che «queste ultime sono mediamente minute, meno possenti e meno intelligenti». In seguito a una riunione parlamentare, Korwin-Mikke rischia ora da una semplice multa, all’interdizione per alcune sessioni del Parlamento.

Le elette al Parlamento europeo dal 1979 e per Paese

Ieri, Martin Schulz ha promesso che, nel caso dovesse diventare futuro Cancelliere tedesco, il governo sarebbe composto per metà da donne. Un equilibrio perfetto che esiste già in Canada e in Svezia.

Ma il nord Europa rappresenta veramente un paradiso della parità di genere? Secondo un’inchiesta de El Pais, la risposta non può che essere ambigua. Le ricerche del quotidiano spagnolo dimostrano che in Svezia, nonostante decenni di politiche attive volte a ridurre le discriminazioni economiche e sociali, si riscontra uno dei tassi di “machismo” più elevati nell’Unione europea.

Nel frattempo, il Parlamento britannico sta discutendo sulla legalità dell’esistenza di codici di abbigliamento per donne sul posto di lavoro. 150mila cittadini hanno infatti firmato una petizione contro l’obbligo per le donne di dover indossare specifici indumenti. L’iniziativa era stata lanciata da Nicola Thorp vittima di un licenziamento ingiustificato, nel dicembre del 2015. La ragione? Si era rifiutata di indossare le scarpe con i tacchi.

 

Il sessismo spiegato a mia zia #LottoMarzo

Sessismo: s. m. [der. di sesso, sul modello di razzismo e per influsso del fr. sexisme e ingl. sexism]. Termine coniato nell’ambito dei movimenti femministi degli anni Sessanta del Novecento per indicare l’atteggiamento di chi (uomo o donna) tende a giustificare, promuovere o difendere l’idea dell’inferiorità del sesso femminile rispetto a quello maschile e la conseguente discriminazione operata nei confronti delle donne in campo sociopolitico, culturale, professionale, o semplicemente interpersonale; anche, con significato più generale, tendenza a discriminare qualcuno in base al sesso di appartenenza.

Il dizionario lo spiega così il sessismo, termine citato spesso nei dibattiti pubblici e in tv, ma mai abbastanza e forse senza riuscire a trasmettere a molte persone un’idea chiara e cosciente di cosa implichi davvero nella vita di tutti i giorni. Mia zia per esempio, che ha 60 anni, fatto l’operaia per tutta la vita e vive in un paesino di 1200 abitanti del nord est, non ha idea di cosa significhi “sesismo” (lo pronuncia così lei, quasi fosse una parolaccia, senza doppie e carico di quelle esse sibilate tipiche dell’accento veneto).
Le parole sono importanti diceva Nanni Moretti e allora usarne una al posto di un’altra non è un semplice vezzo, è questione di definire la realtà in un modo piuttosto che in un altro. Utilizzare un linguaggio sessista significa descrivere un mondo in cui ci si sente legittimati a offendere, sminuire, discriminare o imprigionare in ruoli preconfezionati qualcuno sulla base genere di appartenenza, e, per come sono sempre andate e continuano ad andare le cose, solo per il fatto di essere donne.
Non lo si fa solo con insulti, ma anche con frasi semplici e apparentemente innocue come: “cosa c’è per cena?”, “sei nervosa, hai le tue cose?”, “hai un bel faccino”. E a farlo non sono solo gli uomini, ma anche donne che, paradossalmente, hanno interiorizzato un linguaggio o atteggiamenti che discriminano il loro stesso sesso.
Per spiegare cosa accade e svelare certe frasi apparentemente innocue, dette senza riflettere (ma a volte anche dopo aver riflettuto), Pietro Baroni e Luz non molto tempo fa hanno realizzato un video contro le discriminazioni di genere intitolato “Parole d’amore”. Il filmato raccoglie una dopo l’altra una serie di battute (vere), frasi che una donna si sente dire in svariati momenti della propria vita e di fronte alle quali è giusto insorgere e indignarsi (anche questo facciamo fatica ad interiorizzarlo). Ve lo riproponiamo qui in occasione del #LottoMarzo e dello sciopero globale delle donne. Perché dovrebbe interessarvi? Perché la parità parte anche da qui, dal linguaggio e dalle parole che usiamo, così piccole ma terribilmente potenti e potenzialmente rivoluzionarie.

Di parità di genere parliamo anche nel numero di Left in edicola

 

SOMMARIO ACQUISTA

Dovremmo essere tutti femministi

(Terrorizzato dall’idea di essere oggi l’ennesimo uomo che si infila nella retorica dell’8 marzo lascio lo spazio del mio buongiorno alle parole che la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie pronunciò nel 2013 durante una TED Talk. Molto meglio lei, credetemi.)

 

Dovremmo essere tutti femministi.

Dunque, mi piacerebbe iniziare parlandovi di uno dei miei più grandi amici, Okuloma Mmaduewesi. Okuloma viveva nella mia strada e si prendeva cura di me come un fratello maggiore. Se mi piaceva un ragazzo, chiedevo l’opinione di Okuloma. Okuloma è morto nel tristemente noto incidente aereo di Sosoliso, in Nigeria, nel dicembre del 2005. Esattamente quasi sette anni fa. Okuloma era una persona con cui potevo discutere, ridere e parlare apertamente. È stata anche la prima persona a chiamarmi femminista. Avevo circa quattordici anni, eravamo in casa sua, discutevamo. Entrambi infervorati con informazioni a metà prese dai libri che avevamo letto. Non mi ricordo su cosa vertesse questa discussione in particolare, ma ricordo che mentre continuavo ad argomentare, Okuloma mi guardò e disse: “Sai, tu sei una femminista.” Non era un complimento. Potevo capirlo dal suo tono, lo stesso tono che si usa per dire cose del tipo “Sei una sostenitrice del terrorismo.” Non sapevo esattamente cosa questa parola “femminista” significasse e non volevo che Okuloma capisse che non ne avevo idea. Allora l’ho messa da parte e ho continuato a discutere. E la prima cosa che avevo intenzione di fare, quando sono tornata a casa, era di cercare la parola “femminista” nel dizionario.

Ora, andando velocemente avanti, arriviamo a qualche anno più tardi. Ho scritto un romanzo su un uomo che, tra le altre cose, picchia la moglie e la cui storia non finisce molto bene. Mentre stavo promuovendo il romanzo in Nigeria, un giornalista, un uomo gentile, ben intenzionato, mi ha detto che voleva darmi un consiglio. E, mi rivolgo ai nigeriani qui, sono sicura che abbiamo tutti familiarità con la velocità con cui le persone forniscono consigli non richiesti. Mi disse che la gente riteneva che il mio romanzo fosse femminista e il suo consiglio per me – e stava scuotendo la testa tristemente mentre parlava – era che non mi sarei mai dovuta definire una femminista, perché le femministe sono donne infelici che non riescono a trovare marito. Così ho deciso di definirmi una “femminista felice.” Poi una docente, una donna nigeriana, mi disse che il femminismo non era la nostra cultura, che il femminismo non era l’Africa e che mi definivo una femminista perché ero stata corrotta dai libri “occidentali.” E mi ha divertito, perché un sacco della mie prime letture erano decisamente non-femministe. Penso di aver letto ogni singolo romanzo rosa della Mills & Boon prima ancora di avere sedici anni. E ogni volta che provo a leggere quei libri chiamati “classici femministi”, mi annoio e faccio davvero fatica a finirli. Ma ad ogni modo, dal momento in cui il femminismo era non-africano, ho deciso che mi sarei definita una “felice femminista africana.” Ad un certo punto ero una felice femminista africana che non odiava gli uomini, che amava i lucidalabbra e che indossava i tacchi alti per se stessa, ma non per gli uomini. Naturalmente molte di quelle cose erano ironiche, ma la parola “femminista” ha un bagaglio così pesante, un bagaglio negativo. Odiate gli uomini, odiate i reggiseni, odiate la cultura africana, quel genere di cose.

Ora, eccovi una storia della mia infanzia. Quando ero alle elementari, la mia insegnante disse all’inizio del quadrimestre che avrebbe dato alla classe un test, e chi avrebbe realizzato il punteggio più alto sarebbe diventato capoclasse. Bene, essere capoclasse era una cosa importante. Se diventavi capoclasse, dovevi scrivere i nomi di chi faceva rumore, e già soltanto questo dava un grande potere. Ma la mia insegnante dava anche un bastone da tenere in mano mentre si camminava in giro e si controllava la classe da chi faceva rumore. Ecco, naturalmente non era permesso usare il bastone, ma era una prospettiva entusiasmante per la bambina di nove anni che ero. Volevo così tanto essere capoclasse, e ottenni il punteggio più alto nel test. Poi, con mia sorpresa, la mia insegnante disse che il capoclasse doveva essere un ragazzo. Si era dimenticata di fare prima questa precisazione perché riteneva fosse ovvio. Un ragazzo aveva avuto il secondo punteggio più alto nel test e lui sarebbe diventato capoclasse. La cosa ancora più interessante di questa faccenda è che il ragazzo aveva uno spirito dolce e gentile e non aveva alcun interesse nel pattugliare la classe con un bastone. Mentre io, ero piena di ambizioni per farlo. Ma ero femmina e lui era maschio, e così divenne il capoclasse. E non ho mai dimenticato quell’episodio.

Mi capita spesso di fare l’errore di pensare che se qualcosa che è ovvio per me, lo è altrettanto per chiunque altro. Ora, prendete il mio caro amico Louis , ad esempio. Louis è brillante uomo progressista, e facevamo delle conversazioni in cui mi diceva : “Io non so cosa intendi quando dici che le cose sono diverse o più difficili per le donne. Forse in passato, ma non adesso.” E non capivo come Louis non riuscisse a vedere qualcosa che sembrava così evidente. Poi una sera, a Lagos, Louis ed io siamo usciti fuori con degli amici. E per le persone qui che non hanno familiarità con Lagos, ci sono quei meravigliosi soggetti tipici di Lagos, una manciata di uomini energici che si ritrovano fuori dagli edifici e molto platealmente vi “aiutano” a parcheggiare la vostra auto. Ero rimasta colpita dalla particolare teatralità dell’uomo che ci aveva trovato un posto auto quella sera. E così, mentre ce ne stavamo andando, ho deciso di lasciargli una mancia. Ho aperto la mia borsa, ho messo la mano dentro la mia borsa, tirato fuori i soldi che avevo guadagnato facendo il mio lavoro, e li ho dati all’uomo. E lui, quest’uomo molto riconoscente e molto felice, ha preso i soldi da me, ha guardato Louis e ha detto: ” Grazie, signore! ” Louis mi ha guardato sorpreso e ha chiesto: “Perché mi ringrazia ? Non gli ho dato io i soldi”. Poi ho visto che Louis stava cominciando a rendersi conto. L’uomo credeva che, qualsiasi soldi avessi, in fin dei conti provenissero da Louis, perché Louis è un uomo.

Ora, gli uomini e le donne sono diversi. Abbiamo ormoni diversi, abbiamo diversi organi sessuali, abbiamo diverse abilità biologiche; le donne possono avere bambini, gli uomini non possono. Almeno, non ancora. Gli uomini hanno il testosterone, e sono in genere fisicamente più forti delle donne. Ci sono leggermente più donne che uomini nel mondo. Circa il 52% della popolazione mondiale è di sesso femminile. Ma la maggior parte delle posizioni di potere e prestigio sono occupate da uomini. La Premio Nobel per la Pace, recentemente scomparsa, Wangari Maathai, lo ha descritto in termini semplici e efficaci quando ha detto:

“Più alto si va, meno donne ci sono.”

Nelle recenti elezioni americane abbiamo sentito più volte della legge Lilly Ledbetter. E se andiamo oltre il bel nome allitterativo di questa legge, vedremmo che trattava di un uomo e una donna che fanno lo stesso lavoro, ugualmente qualificato e dove l’uomo viene pagato di più perché è un uomo. Così, in modo letterale, gli uomini governano il mondo. E questo aveva senso migliaia di anni fa. Perché gli esseri umani vivevano allora in un mondo in cui la forza fisica era l’attributo più importante per la sopravvivenza. La persona fisicamente più forte era la più adatta a comandare. E gli uomini in generale sono fisicamente più forti; naturalmente, ci sono molte eccezioni. Ma oggi viviamo in un mondo molto diverso. La persona con più probabilità di comandare non è la persona fisicamente più forte, è la persona più creativa , la persona più intelligente, la persona più innovativa, e non ci sono ormoni per questi attributi. Un uomo ha le stesse probabilità di una donna di essere intelligente, di essere creativo, di essere innovativo. Ci siamo evoluti, ma mi sembra che le nostre idee sul genere non si siano evolute.

Qualche settimana fa sono entrata nella hall di uno dei migliori alberghi nigeriani. Ho pensato di dire il nome dell’hotel, ma probabilmente non dovrei. E un guardiano all’ingresso mi ha fermato e mi ha rivolto delle domande irritanti. Poiché si suppone automaticamente che se una donna nigeriana cammina in un albergo da sola, allora è una prostituta. E, a proposito, perché questi hotel si concentrano sull’apparente offerta, piuttosto che sulla domanda, di prostitute? A Lagos, non posso andare da sola in molti bar rinomati e nei club. Semplicemente non ti lasciano entrare se sei una donna sola. Devi essere accompagnata da un uomo. Ogni volta che entro in un ristorante nigeriano con un uomo, il cameriere saluta l’uomo e ignora me. E qui qualche donna avrà detto: “Sì, anch’io l’ho pensato!” I camerieri sono prodotti di una società che ha insegnato loro che gli uomini sono più importanti rispetto alle donne. E so che i camerieri non intendono fare uno sgarbo, ma una cosa è saperlo razionalmente, e un’altra è sentirlo emotivamente. Ogni volta che mi ignorano, mi sento invisibile. Mi sento turbata. Voglio dire loro che sono tanto umana quanto un maschio, che sono altrettanto meritevole di riconoscimento. Queste sono piccole cose, ma a volte sono le piccole cose che pungono di più.

Non molto tempo fa ho scritto un articolo su cosa significa essere una giovane ragazza a Lagos e un conoscente mi ha detto: “Era così rabbioso.” Certo che era rabbioso. Io sono arrabbiata. Il genere, per come funziona oggi, è una grave ingiustizia. Noi tutti dovremmo essere arrabbiati. La rabbia ha una lunga storia nell’apportare un cambiamento positivo, ma oltre ad essere arrabbiata, io sono anche fiduciosa perché credo profondamente nella capacità degli esseri umani nel rinnovare se stessi per il meglio.

Il genere conta ovunque nel mondo, ma voglio concentrarmi sulla Nigeria e sull’Africa in generale, perché la conosco e perché è dove sta il mio cuore. E vorrei chiedere di cominciare adesso a fare sogni e progetti per un mondo diverso. Un mondo più giusto. Un mondo di uomini più felici e donne più felici, più onesti verso se stessi. Ed è così che bisogna iniziare. Dobbiamo crescere le nostre figlie in modo diverso. Dobbiamo crescere anche i nostri figli in modo diverso. Facciamo un pessimo lavoro con i ragazzi, nel modo in cui noi li alleviamo. Noi soffochiamo l’umanità dei ragazzi. Definiamo la virilità in modo molto limitato. La virilità diventa questa piccola gabbia rigida e noi mettiamo i ragazzi dentro la gabbia. Insegniamo ai ragazzi ad essere spaventati dalla paura. Insegniamo ai ragazzi ad essere spaventati dalla debolezza, dalla vulnerabilità. Noi gli insegniamo a mascherare la loro vera essenza, perché devono essere, come dicono in Nigeria, ” uomini duri!”.

Alle scuole superiori, se un ragazzo e una ragazza, entrambi adolescenti, entrambi con la stessa quantità di soldi, uscissero fuori, ci si aspetta che sia sempre il ragazzo a pagare, per dimostrare la sua virilità. E ancora ci chiediamo perché i ragazzi sono più propensi a rubare i soldi dai loro genitori. Che cosa accadrebbe se sia i ragazzi che le ragazze venissero educati a non collegare la virilità con i soldi? Cosa succederebbe se l’atteggiamento non fosse: “Il ragazzo deve pagare “, ma piuttosto: “Chi ha di più, dovrebbe pagare.” Ora, naturalmente a causa del vantaggio storico, sono quasi sempre gli uomini ad averne di più oggi. Ma se cominciamo a crescere i figli in modo diverso, allora in cinquant’anni, in un centinaio di anni, i ragazzi non sentiranno più la pressione di dover dimostrare questa virilità.

Ma la cosa di gran lunga peggiore che facciamo ai maschi, facendo intendere che devono essere duri, è che li lasciamo con degli ego molto fragili. Più un uomo sente di dover essere un “uomo duro”, più è debole il suo ego. E poi facciamo un lavoro anche peggior con le ragazze, perché le educhiamo a soddisfare i fragili ego degli uomini. Insegniamo alle ragazze come farsi da parte, come farsi più piccole. Diciamo alle ragazze, “Puoi avere ambizione, ma non troppa. Dovresti puntare ad avere successo, ma non troppo successo, altrimenti potresti minacciare l’uomo.” Se in una relazione con un uomo sei tu a portare il pane a casa, devi far finta che non sia così. Soprattutto in pubblico. Altrimenti lo stai castrando. Ma se mettessimo in discussione la premessa stessa? Perché il successo di una donna deve essere una minaccia per un uomo? Che cosa succede se decidiamo di sbarazzarci semplicemente di quella parola, e non credo ci sia una parola inglese che mi piaccia meno di “castrazione”.

Un conoscente nigeriano una volta mi ha chiesto se fossi preoccupata dal fatto che avrei potuto intimidire gli uomini. Non ero preoccupata affatto. Infatti non mi è mai accaduto di essere preoccupata perché un uomo che si lascia intimidire da me è esattamente il tipo di uomo che non mi suscita alcun interesse. Ciononostante, ero rimasta davvero colpita da questa cosa. Perché sono femmina, ci si aspetta che aspiri al matrimonio. Ci si aspetta che faccia le mie scelte di vita tenendo sempre a mente che il matrimonio è la cosa più importante. Ora, il matrimonio può essere una buona cosa. Può essere una fonte di gioia, di amore e di sostegno reciproco, ma perché dobbiamo insegnare alle ragazze ad aspirare al matrimonio e non insegniamo ai ragazzi la stessa cosa?

Conosco una donna che ha deciso di vendere la sua casa perché non voleva intimidire un uomo che avrebbe potuto sposarla. Conosco una donna non sposata in Nigeria che, quando va a dei convegni, indossa un anello nuziale. Perché, dice lei, vuole che tutti i partecipanti alla conferenza le portino rispetto. Conosco giovani donne che sono così pressate da parte della famiglia, degli amici , anche sul posto di lavoro, per il matrimonio, e che vengono spinte a fare delle scelte terribili. Una donna che a una certa età non è sposata, la nostra società ci insegna a vederla come se avesse avuto un profondo fallimento personale. E di un uomo, che dopo una certa età non è ancora sposato, pensiamo semplicemente che non si sia mosso per fare la sua scelta.

È facile per noi dire : “Oh, ma le donne possono semplicemente dire “no” a tutto questo.” Ma la realtà è molto più difficile e molto più complessa. Siamo tutti esseri sociali. Noi interiorizziamo le idee dalla nostra socializzazione. Anche il linguaggio che usiamo nel parlare di matrimonio e relazioni dimostra questo. Il linguaggio del matrimonio è spesso il linguaggio della proprietà, più che il linguaggio della collaborazione. Usiamo la parola “rispetto” per intendere qualcosa che le donne mostrano ad un uomo, ma che di frequente un uomo non mostra una donna.

Sia gli uomini che le donne in Nigeria diranno – e questa è un’espressione che mi diverte molto – “L’ho fatto per la pace del mio matrimonio ” Ecco, quando lo dicono gli uomini, di solito riguarda qualcosa che comunque non dovrebbero fare. A volte lo dicono ai loro amici, è qualcosa che dicono ai loro amici in modo affettuosamente esasperato. Capite, qualcosa che alla fine dimostri quanto siano virili, quanto voluti, quanto amati. “Oh , mia moglie ha detto che non posso andare al club ogni notte, così, per la pace del mio matrimonio, ci vado solo nei fine settimana. ” Ora, quando una donna dice: “L’ho fatto per la pace del mio matrimonio”, di solito si riferisce all’aver abbandonato un lavoro, un sogno, una carriera. Noi insegniamo alle ragazze che, nei rapporti , il compromesso è quello che fanno le donne. Cresciamo le ragazze per guardare alle altre come concorrenti, non per lavoro, o per degli obiettivi – che credo possa essere una buona cosa – ma per l’attenzione degli uomini. Insegniamo alle ragazze che non possono vivere la sessualità nel modo in cui lo fanno i ragazzi. Se abbiamo figli maschi, non ci interessa essere al corrente delle loro fidanzate. Ma dei fidanzati delle nostre figlie, Dio ce ne scampi! Ma naturalmente, quando arriva il momento giusto, ci aspettiamo che queste ragazze trovino l’uomo perfetto che diventi loro marito. Noi sorvegliamo le ragazze  Lodiamo le ragazze per la verginità, ma non lodiamo i ragazzi per la verginità. E mi ha fatto sempre pensare a come tutta questa storia dovesse funzionare, perché… Voglio dire, la perdita della verginità di solito è un processo che coinvolge due persone.

Recentemente una giovane donna ha subito una violenza di gruppo in un’università in Nigeria. E la reazione di molti giovani nigeriani, sia uomini che donne, era qualcosa sulla falsariga di questo : “Sì, lo stupro è sbagliato. Ma che cosa ci fa una ragazza in una stanza con quattro ragazzi? ” Ora, se possiamo dimenticare l’orribile disumanità di tale risposta, questi nigeriani sono portati a pensare alle donne come intrinsecamente colpevoli. E sono stati educati ad aspettarsi così poco dagli uomini che l’idea degli uomini come esseri selvaggi senza alcun controllo è in qualche modo accettabile. Insegniamo alle ragazze la vergogna. ” Chiudi le gambe”, “Copriti.” Le facciamo sentire come se nascere femmine le rendesse già colpevoli di qualcosa. E così, le ragazze crescono fino ad essere donne che non possono dire di avere desideri. Crescono per essere donne che si zittiscono da sole. Crescono per essere donne che non possono dire quello che realmente pensano. E crescono – e questa è la cosa peggiore che facciamo alle ragazze – crescono per essere delle donne che hanno trasformato il dover fingere in una forma d’arte.

Conosco una donna che odia il lavoro domestico. Semplicemente lo odia. Ma finge che le piaccia. Perché li è stato insegnato che per diventare “buona materia da matrimonio”, deve essere – per usare una parola nigeriana – molto “casalinga”. E poi si è sposata, e dopo un po’ la famiglia del marito ha cominciato a lamentarsi che fosse cambiata. In realtà, lei non era cambiata. Si era solo stancata di fingere.

Il problema con il genere è che prescrive come dovremmo essere, piuttosto che riconoscere come siamo.

Ora, immaginate quanto saremmo stati più felici, quanto più liberi di vivere le nostre vere individualità, se non avessimo avuto il peso delle aspettative di genere. Ragazzi e ragazze sono innegabilmente diversi, biologicamente . Ma la socializzazione esagera le differenze, e allora diventa un circolo che si alimenta da solo.

Prendete la cucina, per esempio. Oggi è più probabile che siano in generale le donne a fare i lavori di casa rispetto agli uomini, cucinando e pulendo. Ma perché è così? È forse perché le donne nascono con un gene della cucina? O perché nel corso degli anni la società le ha portate a vedere la cucina come il loro ruolo? A dire il vero, avrei risposto che forse le donne nascono con il gene della cucina, fino a quando mi sono ricordata che la maggior parte dei cuochi famosi nel mondo, ai quali diamo il vistoso titolo di “chef “, sono uomini.

Ho sempre avuto rispetto per mia nonna, che era una donna davvero brillante, e mi chiedo come sarebbe stata se avesse avuto le stesse opportunità degli uomini quando stava crescendo. Oggigiorno ci sono molte più opportunità per le donne rispetto ai tempi di mia nonna, grazie ai cambiamenti nella politica, ai cambiamenti nella legislazione, tutti quanti molto importanti. Ma ciò che conta ancora di più è il nostro atteggiamento, la nostra mentalità, ciò in cui crediamo e il valore che diamo al genere.

Cosa accadrebbe se, nell’educazione dei figli, ci concentrassimo sulle capacità, invece che sul genere? Che cosa accadrebbe se, nell’educazione dei figli, ci concentrassimo sull’interesse, invece che sul genere? Conosco una famiglia con un figlio e una figlia, entrambi brillanti a scuola, due bambini davvero meravigliosi e adorabili. Quando il ragazzo ha fame, i genitori dicono alla ragazza, “Va’ a preparare degli spaghetti Indomie per tuo fratello.” Ora, alla ragazza non piace particolarmente cucinare degli spaghetti Indomie, ma è una ragazza , e quindi lo deve fare. Che cosa sarebbe accaduto se​ i genitori, fin dall’inizio, avessero insegnato, sia al ragazzo che alla ragazza, a cucinare gli spaghetti? Cucinare, tra l’altro, è una capacità molto utile da possedere per un ragazzo. Non ho mai pensato che avesse senso lasciare una cosa così importante, la capacità di nutrire se stessi, nelle mani di altri.

Conosco una donna che ha la stessa laurea e lo stesso lavoro di suo marito. Quando tornano dal lavoro, lei fa la maggior parte dei lavori di casa, e penso sia così per molti matrimoni. Ma quello che mi ha colpito di loro è che ogni volta che il marito cambiava il pannolino del bambino, lei diceva “grazie” a lui. Ora, cosa accadrebbe se lei vedesse come perfettamente normale e naturale il fatto che lui debba, a tutti gli effetti, occuparsi di suo figlio?

Sto cercando di disimparare molte delle lezioni di genere che ho interiorizzato quando ero piccola. Ma a volte mi sento ancora molto vulnerabile di fronte alle aspettative di genere. La prima volta che ho tenuto un corso di scrittura in una facoltà specialistica, ero preoccupata. Non ero preoccupata per le cose che avrei insegnato, perché ero ben preparata e stavo andando ad insegnare quello che mi piaceva. Invece, ero preoccupata per quello che avrei indossato. Volevo essere presa sul serio. Dato che ero una femmina, pensavo di dover automaticamente dimostrare il mio valore. Ed avevo paura che, se fossi apparsa troppo femminile, non sarei stata presa sul serio. Volevo davvero mettere il mio lucidalabbra brillante e la mia gonna femminile, ma ho deciso di no. Invece, ho indossato un vestito molto serio, molto maschile e molto brutto. Perché la triste verità è che quando si tratta di apparenza, cominciamo col prendere gli uomini come standard, come la norma. Se un uomo si sta preparando per un incontro d’affari, non si preoccupa di apparire troppo virile, e quindi non essere preso seriamente.. Se una donna si sta preparando per un incontro d’affari, deve preoccuparsi dell’apparire troppo femminile, di quello che dice, e se verrà presa sul serio oppure no. Vorrei non aver indossato quel brutto vestito quella volta. A dirla tutta l’ho bandito dal mio armadio. Se avessi avuto la fiducia che ho ora, nell’essere me stessa, i miei studenti avrebbero beneficiato ancora di più del mio insegnamento, perché sarei stata molto più a mio agio, e più profondamente e sinceramente me stessa.

Ho scelto di non dovermi più scusare per il mio essere donna e per la mia femminilità. E voglio essere rispettata in tutta la mia femminilità, perché lo merito.

Il genere non è un argomento di facile discussione. Sia per gli uomini che per le donne, quando si parla di genere a volte si incontra una resistenza quasi immediata. Posso immaginare ci siano delle persone qui che stanno pensando: “Donne sincere con se stesse?” Alcuni tra gli uomini qui presenti potrebbero pensare, ” Ok , tutto questo è interessante, ma non la vedo così.” E questo fa parte del problema. Che molti uomini non pensino attivamente al genere o non notino il genere, è parte del problema di genere. Che molti uomini dicano, come il mio amico Louis , “Ma tutto va bene ora.” E che molti uomini non facciano nulla per cambiarlo. Se sei un uomo ed entri in un ristorante con una donna e il cameriere saluta solo te, ti viene in mente di chiedere al cameriere: “Perché non l’ha salutata? ”

Poiché il genere può essere un argomento molto scomodo da discutere, ci sono modi molto semplici per chiuderla, per chiudere la conversazione. Alcune persone tireranno fuori la biologia evolutiva e le scimmie, e come le femmine delle scimmie si inchinino davanti ai maschi e cose del genere. Ma il punto è che noi non siamo scimmie. Inoltre le scimmie vivono sugli alberi, mangiano lombrichi a colazione, ma noi non lo facciamo.

Alcune persone diranno, “Beh, anche i poveri uomini hanno dei momenti difficili. ” E questo è vero. Ma non è di questo che tratta la conversazione. Genere e classe sono forme diverse di oppressione. In effetti ho imparato un bel po’ di cose sui sistemi di oppressione e in che modo siano ciechi l’uno verso l’altro, parlando con uomini neri. Una volta stavo parlando del genere con un nero e mi ha detto: “Perché devi dire ‘la mia esperienza di donna’ ? Perché non può essere la tua esperienza ‘come essere umano ‘ ?” Bene, questo era lo stesso uomo che si riferiva spesso alla sua esperienza da nero.

Il genere conta. Uomini e donne sperimentano il mondo in modo diverso. Il genere influenza il modo in cui viviamo il mondo. Ma possiamo cambiare la situazione. Alcune persone diranno: “Oh, ma le donne hanno il potere reale, il “bottom power”. E per i non nigeriani , “bottom power” è un’espressione che suppongo significhi qualcosa per intendere una donna che usa la sua sessualità per ottenere favori dagli uomini. Ma il “bottom power” non è affatto un potere. “Bottom power” significa che una donna ha
semplicemente una buona base dove attingere, di tanto in tanto, al potere di qualcun altro. E poi, naturalmente, dobbiamo chiederci quando questo qualcun altro è di cattivo umore, o malato o impotente.

Alcune persone diranno che una donna subordinata a un uomo è la nostra cultura. Ma la cultura è in continua evoluzione. Ho due bellissimi nipoti gemelli di 15 anni che vivono a Lagos. Se fossero nati cento anni fa, sarebbero stati portati via e uccisi perché era la nostra cultura, era nella cultura Ibo uccidere i gemelli. Quindi, qual è il punto della cultura? Voglio dire, c’è l’elemento pittoresco – la danza, ad esempio – ma la cultura riguarda anche la conservazione e la continuità di un popolo. Nella mia famiglia, io sono la figlia più interessata alla storia di chi siamo nelle nostre tradizioni e alla conoscenza delle terre ancestrali. I miei fratelli non sono così interessati come me, però io non posso partecipare. Non posso andare ai loro incontri. Non posso avere voce in capitolo, perché sono femmina.

La cultura non crea un popolo. Il popolo crea una cultura.

Quindi, se è effettivamente vero che la piena umanità delle donne non è la nostra cultura, allora dobbiamo renderla la nostra cultura.

Penso molto spesso al mio caro amico Okuloma Mmaduewesi. Possano lui e gli altri che sono morti nell’incidente di Sosoliso continuare a riposare in pace. Egli sarà sempre ricordato da quelli di noi che lo amavano. E aveva ragione, quel giorno, molti anni fa, quando mi ha chiamata femminista. Io sono una femminista. E quando ho cercato la parola nel dizionario quel giorno, questo è quello che diceva:

femminista: una persona che crede nell’uguaglianza sociale, politica ed economica tra i sessi.

La mia bisnonna, dalle storie che ho sentito, era una femminista. Scappò dalla casa di un uomo che non voleva sposare e finì per sposare l’uomo che aveva scelto. Si rifiutava, protestava, alzava la voce, ogni volta che sentiva di essere privata dell’accesso, dello spazio, quel genere di cose. La mia bisnonna non conosceva quella parola, ” femminista. Ma non vuol dire che non lo fosse. Molti più di noi dovrebbero rivendicare quella parola.

La mia definizione di femminista è:

femminista è un uomo o una donna che dice: “Sì, c’è un problema di genere oggi come oggi, e dobbiamo risolverlo, dobbiamo fare meglio.”

Il miglior femminista che conosco è mio fratello Kene. Lui è anche un uomo gentile, bello e adorabile. Ed è molto virile.

Grazie.