Home Blog Pagina 960

Storia del Pd, un partito senza identità

Torino, 27 giugno 2007. Walter Veltroni pronuncia il discorso del Lingotto
20070627-TORINO-POL-WALTER VELTRONI L'interevnto di Walter Veltroni. MATTEO BAZZI/ANSA

Una scenografia povera, nella più brutta e angusta sala del Lingotto, niente filmato, qualche fotografia da Atlante De Agostini sullo sfondo, una colonna sonora minima». Curzio Maltese su Repubblica racconta così il discorso del Lingotto del 27 giugno 2007. Il candidato segretario Walter Veltroni, un po’ pallido e provato, pronuncia a braccio, come al solito in modo impeccabile, le parole che scandiscono il programma del Pd, il nuovo partito che aspira a essere maggioritario, “il partito del nuovo millennio”, la forza che unisce l’Italia, che ridà speranza ai giovani, che colma le diseguaglianze ma che non nega il mercato. Un partito in cui vale il principio “una testa, un voto”, in cui non ci devono essere «i difetti della politica preesistente, con i gruppi e le correnti chiuse in conflitto». «Non si comincia un nuovo viaggio con un equipaggio dilaniato da vecchi rancori e preoccupato di gettare dalla nave chi ad essa si affaccia la prima volta», ammonisce Veltroni, come se presagisse già nubi oscure sul partito che unificava i Ds eredi del Partito comunista e la Margherita, l’ala sinistra della Democrazia cristiana.
Esattamente nove anni dopo Walter Veltroni è di nuovo candidato, ma alla presidenza della Lega calcio. Detto così, sembra quasi uno scherzo o un delirio, ma invece è la realtà. Comunque l’impegno nel calcio per l’ex sindaco di Roma – dimessosi nel 2009 da segretario Pd dopo soli 21 mesi – viene per ultimo: prima si era dedicato alla letteratura, al cinema e alla televisione. E la nave Pd? Sempre nove anni dopo – è del 16 febbraio 2008 il Manifesto dei valori approvato dalla Costituente del Pd – naviga a vista, dopo la botta del referendum del 4 dicembre. E in certi giorni assomiglia al Bounty con gli ammutinati che minacciano scissioni.  Che cosa è accaduto? Ma soprattutto che cosa è diventato il Partito democratico?

«Il partito adesso è decisamente in difficoltà perché son venute meno tutte le ipotesi che Renzi avrebbe voluto consolidare attraverso la riforma costituzionale in cui veniva enfatizzato il ruolo del leader», sottolinea il politologo Piero Ignazi. A questo punto, ridotta o sfumata l’ipotesi di cambiamento nel senso renziano, «quella parte del partito che ha seguito più o meno convintamente o coralmente l’impostazione di Matteo Renzi si trova spiazzata, così come lo stesso Renzi del resto», continua Ignazi. La sconfitta al referendum costituzionale, alla distanza, sembra incidere più di quanto non sembrasse al momento, quando il 40 per cento dei Sì veniva sbandierato come un risultato ad appannaggio del solo Pd. L’“implosione” nel partito invece comincia ad avanzare, con una forte impennata dopo la bocciatura da parte della Corte Costituzionale dell’Italicum, la “legge elettorale migliore del mondo”. Ma Renzi si è davvero occupato del partito? «Per nulla», risponde lapidario Ignazi. A tal punto che oggi il Pd secondo lo storico contemporaneo Giovanni De Luna «è una creatura anomala, cresciuta in maniera anomala e adesso che è cresciuta, lo è diventata ancora di più. Una coalizione di feudi tenuti insieme dal potere. Un partito si definisce attraverso un programma, un’identità. Questi non hanno una storia alle spalle: alle primarie del 2012 i candidati segretari citavano nel loro pantheon da Mandela a Papa Giovanni, senza alcuna radice con la tradizione della sinistra italiana.

Questa mancanza di un passato e di un profilo culturale unitario, fa sì che il Pd sia un coacervo di istanze, alcune sono anche positive, ma altre proprio non c’entrano. Credo che a sinistra non ci sia mai stato niente di simile al Pd di oggi» dice amareggiato De Luna. Il “coacervo” si manifestò nel novembre 2013: alle primarie per i segretari provinciali esplosero scandali su scandali a proposito di tessere gonfiate, iscritti fantasma e capibastone che dettavano legge nei territori. Non fu proprio un’immagine edificante. La ricorda un altro storico contemporaneo, Guido Crainz: «Per me quella è stata una fotografia indicativa del Partito democratico. Mentre per le primarie a segretario c’era stata una partecipazione di massa incredibile e un plebiscito per Renzi, quelle fanno molto riflettere». E dopo? «Una volta eletto segretario, Renzi dichiarò di voler cambiare la politica e il Pd, sapeva in modo chiaro che questo era necessario, ma non è stato fatto nulla». Per Crainz questa rinuncia «è stato il fallimento di Renzi, ancor prima della sconfitta alle amministrative del 2015 e del 2016».

L’incapacità di proporre una classe dirigente alternativa però non è solo responsabilità dell’ex premier. «È un fallimento che ha ereditato dal passato, questo è il punto – continua -. Renzi aveva avviato una inversione di tendenza ma il voler agire solo dal punto di vista del governo si è rivelata un’illusione di cambiare la realtà. Non si fa scuola di formazione con i comizi domenicali, è un processo di lungo periodo che significa capacità di amministrare, conoscenza delle regole del gioco». Questa incapacità di formazione della classe dirigente ancor prima della selezione attraversa tutto il Pd. Nel racconto dello storico compaiono alcuni episodi, dalla “non vittoria” di Bersani nel 2013, «frutto dei guasti precedenti» giù giù fino ad arrivare alla deriva dell’Ulivo la coalizione guidata da Romano Prodi che nel 1996 fece vincere il centrosinistra per la prima volta nella sua storia.

Durò solo due anni il governo del professore bolognese, affondato per un voto alla Camera dopo il ritiro dell’appoggio esterno di Rifondazione comunista. Poi presero le redini di Palazzo Chigi D’Alema e Amato. Ma nel marzo 1997 al castello di Gargonza, tra i boschi della Toscana, era andato in scena un incontro che potrebbe considerarsi il nucleo primordiale del Pd. E non andò proprio bene. Il tentativo era quello di allargare la coalizione alla società civile. “Dieci idee per l’Ulivo”, il tema del seminario, con la partecipazione di 10 ministri del governo Prodi, dei leader dell’Ulivo (mancavano solo gli esterni Bertinotti e Dini) e di uno stuolo di intellettuali come, tra gli altri, Luciano Berio, Elvira Sellerio, Paolo Flores d’Arcais, Luigi Nono e Umberto Eco. Quest’ultimo rimase molto colpito dall’atteggiamento di Massimo D’Alema. Lo ha ricordato lo stesso Eco su Alfabeta2 nel 2011, lo cita anche Crainz ne Il Paese reale (Donzelli, 2012). Di fronte alla prospettiva di un coinvolgimento della società civile, D’Alema rivendica il valore della politica “professionale”: «Noi non siamo la società civile contro i partiti. Noi siamo i partiti». E ancora: «L’idea che si possa eliminare la politica come ramo specialistico per restituirla tout court ai cittadini è un mito estremista che ha prodotto o dittature sanguinarie o Berlusconi». Per Eco l’uscita di D’Alema fu «la credenza che un appello alla società civile significasse un appello all’assemblearismo sessantottesco e quindi a una deriva extraparlamentare oppure a una forma di berlusconismo». Crainz nel suo saggio la interpreta come «una vera doccia fredda per chi aspirava a un rinnovamento profondo». La società civile allora – ed eravamo negli anni post Mani pulite – venne respinta da un arroccamento della politica, troppo miope di fronte alla realtà.

Fatto sta che poi il processo innescato nel centrosinistra rallenta, dopo la vittoria del centrodestra nel 2001. Prodi intanto vola alla Commissione Ue che introduce l’Euro, con tutte le conseguenze che ne seguirono.
Dieci anni dopo, nel 2007, dopo una vittoria risicata alle politiche del 2006 della nuova coalizione di centrosinistra, l’Unione, si rompe ogni indugio e inizia l’unificazione dei Ds e Margherita. Fu una scelta opportunistica? Una fusione a freddo? «Credo che sia stata una scelta molto opportunistica – risponde De Luna -. Quando decisero di mettersi insieme Margherita e Ds potevano scegliersi degli antenati, in quale ambito collocarsi. De Gasperi o Togliatti, per esempio, che rispondevano alle loro tradizioni. Ma invece hanno fatto il corto circuito, dicevano “noi siamo nati post, nessuno della nostra generazione sa chi siano quei due”. Non è una questione di lana caprina, scegliersi degli antenati significa definirsi un profilo identitario, rinunciare a scegliere significa accettare di essere un coacervo di spinte diverse e a volte contraddittorie», conclude De Luna. Anche per Crainz quella fusione risulta da «una somma dei partiti precedenti» con una prima fase in cui ognuno è molto guardingo nei confronti dell’altro al punto che prima della riunione comune gli ex Dc e gli ex Pci si ritrovavano ognuno per contro proprio.

Fatto il Pd bisognava fare i piddini, spiega Piero Ignazi. «Quello che caratterizza il Partito democratico non fu tanto una nascita improvvisata quanto una mancata volontà di trovare una identità». Forse anche il crollo del secondo governo Prodi e la sconfitta alle elezioni del 2008 determinarono una battuta d’arresto, ma nemmeno il 2011 con la grande stagione dei sindaci arancioni, i movimenti collettivi come Se non ora quando o i comitati per l’acqua pubblica riuscirono a innescare un movimento, una ricerca politica all’interno del partito democratico che rimase ancora una volta sordo alla società civile. Testimone entusiasta della vittoria di Giuliano Pisapia a Milano, Umberto Eco nel 2011 si augurava sempre su Alfabeta 2 che il tempo perduto da quel lontano 1997 fosse finalmente riannodato, altrimenti, scriveva, andranno sprecati i prossimi quindici anni… Poi venne il governo Monti e stare obtorto collo sotto lo stesso tetto con il centrodestra mentre si decidevano scelte inique come la legge Fornero o il pareggio in bilancio, ingessò il Partito democratico, spalancando le porte al trionfo del M5s del 2013 e, appunto, alla “non vittoria” di Bersani. Se i luoghi hanno un significato, nel giorno della chiusura della campagna elettorale a Roma, mentre Grillo parlava in una piazza San Giovanni affollatissima, Bersani si era rifugiato al teatro Ambra Jovinelli tra vecchi militanti e un Nanni Moretti che non era più quello dei girotondi quando incalzava D’Alema con il celebre “Di’ qualcosa di sinistra”.

Il resto è storia nota. Ma tornando alle origini, tra le parole chiave del Pd c’erano “libertà e dignità”. Di fronte alla politica economica del governo Renzi che ha cancellato l’articolo 18 e ha codificato il lavoro precario con il Jobs act, oppure di fronte alla Buona scuola che ha impoverito l’istruzione pubblica, che ne è di una forza di sinistra che dieci anni fa, in piena crisi economica, ci teneva a presentarsi attenta alle fasce più deboli? «Da allora il Pd ha perso molte cose, non sa bene dove andare – dice Ignazi -. È stato un po’ preda dell’idea che doveva dimostrare di essere un bravo partito riformatore e una specie di costola sinistra del mainstream liberale. Questo è stato veramente il disastro». Il politologo ricorda ancora oggi un video in cui il premier in maniche di camicia irrideva i sindacati. «Oggi si sta facendo una precipitosa marcia indietro – fa notare – sia con i voucher che con la scuola. Finalmente ci si rende conto che una forza di sinistra deve avere un dialogo anche se critico con i sindacati». “Ma abbiamo fatto le unioni civili”, è il mantra del Pd renziano. È vero, non c’era riuscito nessuno prima, nei due governi Prodi, per esempio. Ma dall’aver prodotto una norma che riconosce le coppie di fatto (anche per gli omosessuali) al passare tout court per paladini dei diritti civili, ce ne corre. Le molte leggi “incompiute” che giacciono in un cassetto ne sono una prova. Come quella sul testamento biologico che ancora arranca in aula ma in una forma depotenziata, oppure quella sulla cittadinanza italiana ai bambini stranieri nati nel nostro Paese. Era un cavallo di battaglia di Bersani nella campagna elettorale del 2013, quella dell’Italia bene comune. Nonostante interessi oltre un milione di minori, italiani a tutti gli effetti, è rimasta lettera morta, ferma al Senato. Il sospetto rimane lo stesso: concedere alcune libertà non ha preoccupato troppo il Pd, realizzare l’uguaglianza di tutti, Sì.

(la versione originale di questo articolo è stata pubblicata su Left n.6 dell’11 febbraio)

No go zones, attentati e terrorismo: da dove vengono le leggende di Trump sulla Svezia?

Le No go zones d’Europa sono la leggenda che viaggia sui siti della destra americana, una leggenda a cui ha fatto riferimento indiretto il presidente Donald Trump durante il comizio di sabato scorso in Florida. Che poi ci sia bisogno di comizi in pura modalità da campagna elettorale a un mese dall’insediamento, è un tema di cui sarebbe interessante discutere per cercare di prevedere cosa saranno questi quattro anni di presidenza – ammesso e non concesso che si arrivi alla fine.

Parlando a una piccola folla e sciorinando i terribili pericoli che occorre tenere alla larga, Donald Trump ha più o meno detto: «Guardate cosa succede a Bruxelles, a Parigi, guardate cosa è successo ieri in Svezia!».

Già, cosa era successo in Svezia? Nulla: l’ultima cosa che somigliasse a un attentato terroristico gli svedesi l’hanno vista quando un gruppo di estrema destra ha dato fuoco a una casa-asilo per rifugiati. A cosa faceva riferimento Trump, dunque? Semplice, a un programma Tv andato in onda la sera prima su Fox News, durante il quale Ami Horowitz aveva intervistato due poliziotti e una persona che gli spiegavano come l’apertura ai rifugiati da parte del governo svedese avesse prodotto un’ondata di nuova criminalità e stupri. La confusione su «cosa è successo in Svezia» è un segnale di confusione, è un messaggio che confonde terrorismo e criminalità comune in un unico calderone e, infine, è una bugia: tutti i dati statistici e di polizia svedesi indicano infatti come i livelli di criminalità siano sostanzialmente invariati (lieve aumento nell’ultimo anno, ma stessi livelli che, ad esempio, nel 2005, qui un articolo dallo svedese Aftonbladet che riporta tutte le statistiche).

Un modo come un altro, insomma, di manipolare la realtà, inventarla. Oppure, e questo sarebbe quasi più inquietante, un presidente che guarda programmi di cattiva cronaca in Tv e crede a quel che vede e non cerca di usare la discreta rete di intelligence a sua disposizione per raccogliere in informazioni. Un presidente che riceve lo stesso livello di cattiva qualità dell’informazione di una parte dei cittadini che lo hanno votato. Oppure, ancora, un presidente che parla di cose che i suoi elettori hanno visto in Tv e le rilancia, le rafforza. Anche sapendo che non sono vere.

Ma la leggenda della Svezia, viene da più lontano. Dalle no go zones, appunto. Queste sarebbero aree dove le gang di immigrati dettano legge, vige più o meno la sharia e la polizia o i cittadini normali hanno paura ad entrare. Se ne parla spesso su molti siti di destra o di emanazione russa (express.co.uk, DailyWire, Breibart, RT, sputnik). Queste aree esisterebbero in Svezia, specie nella zona di Malmoe e poi in Francia, Belgio, Germania e ovunque ci siano troppi immigrati musulmani. Una colossale fakenews, desunta dalla designazione da parte della polizia svedese di 55 zone difficili dal punto di vista socioeconomico, un filone di scrittura sull’Europa (dove le no go zones sarebbero ovunque) per questi siti che piegano la realtà a una propaganda di destra senza dichiararlo.

Da cosa nasce il mito? Da un rapporto della polizia svedese di qualche anno fa dove si legge:

«In Svezia, ci sono attualmente 55 aree geografiche in cui le reti criminali locali hanno un effetto negativo sulla comunità locale. Le aree sono distribuite in 22 città – quelle considerate socio-economicamente vulnerabili. L’impatto della criminalità sulle comunità locali sembra essere legato al contesto sociale della zona, piuttosto che da una volontà dei criminali di prendere il potere e il controllo della comunità. […] La situazione in queste zone ha reso difficile indagare il crimine in quei contesti. La polizia ha avuto difficoltà a lavorare in queste aree, tra le altre ragioni, perché durante gli arresti i veicoli vengono aggrediti dalla popolazione locale».

Ovvero, in Svezia ci sono quartieri dal contesto difficile dove la polizia ha difficoltà perché la popolazione locale spesso è solidale con la piccola criminalità. La causa sono i rifugiati siriani? Certamente e quei quartieri si espandono a macchia di leopardo, sono sempre di più e la situazione sta rendendo la situazione al limite. Fa un po’ ridere? Già, ma se googlaste “no go zones” vi trovereste di fronte a un elenco infinito di articoli che fanno riferimento a questi quartieri e alla guerra civile nella quale siamo immersi.

Non è una guerra vera, ma ad alimentarla ci sono il presidente Usa, la propaganda dell’Isis e, in questi giorni, anche i beoti che hanno deciso che Milano si trasforma in Africa per colpa di due palme. Che significa che la propaganda a colpi di notizie distorte ed esagerazioni, di semplificazione dei problemi, è arrivata anche qui. E che invece di proporre la loro ideologia, fascisti e xenofobi, alzano cortine di fumo e alimentano paure irrazionali. Una modalità della comunicazione, come tutti i contenuti del comizio di Trump, desunta direttamente dal modo di fare informazione di Breibart News, il portale di destra gestito da Steve Bannon fino a quando questi non è diventato lo stratega della Casa Bianca.

Non male la presa in giro generata dalla sparata di Trump che fa riferimento a un altro attentato mai avvenuto, quello di Bowling Green, che la stratega Kellyanne Comway ha menzionato a sua volta in televisione: «Dopo Bowling Green gli svedesi si strinsero a noi, oggi siamo al fianco della Svezia»

 

Labour, la Brexit diventa il terreno di scontro tra Corbyn e nostalgici della terza via

Sabato scorso, due settimane dopo il voto del Parlamento sull’articolo 50, Jeremy Corbyn  è tornato a parlare di Brexit. Il leader di Chippenham ha ribadito che il risultato del referendum va rispettato a tutti i costi. Insomma, la linea rimane chiara: per quanto si possa cercare di evitare una Brexit “dura”, non ci sarà nessuna giravolta.

Ma perché Corbyn è tornato a sottolineare la sua posizione? Il motivo è semplice e si traduce in un nome che evoca molti ricordi nella sinistra europea: Tony Blair. L’ex-Primo ministro britannico sta infatti usando la linea “eterodossa” del partito laburista sulla Brexit per tornare sul palcoscenico politico da protagonista.

Venerdì scorso, in occasione di un’apparizione da Bloomberg, a Londra, Blair non ha usato mezzi termini: «Un Labour “debilitato” come quello attuale è il facilitatore della Brexit». Impossibile non leggere una critica pesante alla leadership di Corbyn. Blair ha detto che intorno alla questione dell’uscita del Regno Unito dall’Ue, è necessario «costruire un nuovo movimento che attraversi tutti i partiti e che utilizzi nuove forme di comunicazione». Ma come si fa a ignorare il risultato del referendum? Secondo l’ex leader laburista «le persone hanno votato senza conoscere i termini esatti dell’uscita del Paese dall’Ue» e,  per questo motivo, «hanno diritto di cambiare idea a riguardo».

Insomma, il Labour britannico continua a muoversi in acque agitate. Le parole di Blair sono state accolte con entusiasmo dai liberali di Nick Clegg e Tim Farron, nonché da un gruppo di 47 deputati laburisti che si sono schierati contro l’articolo 50 nel voto di Westminster. La stessa leader del Partito nazionalista scozzese (Snp), Nicola Sturgeon ha reso noto di aver apprezzato «la qualità dell’analisi e gli argomenti di Blair».

Corbyn è quindi rimasto isolato? No. Se una parte dei Labour ammicca a Blair, la maggior parte del partito difende il proprio leader. In particolare, desta più di qualche perplessità la tempistica scelta da Blair per lanciare il proprio messaggio. Tra poco infatti, si voterà infatti nelle circoscrizioni di Stoke-on-Trent e a Copeland. Qui il Labour gareggia contro il Partito indipendentista britannico (Ukip). Molti analisti hanno quindi letto l’intervento pubblico di Blair come un tentativo di spallata definitiva alla leadership di Corbyn.

Leggi anche:

GermaniaDie WeltAndrea Nahles (Spd), Ministro del Lavoro, accusa la strategia politico-economica della Die Linke: «Sono rimasti fermi agli anni novanta»

FranciaLe Monde Si allontana la prospettiva di un’alleanza tra Partito socialista e sinistra radicale. Benoit Hamon: «Non correrò dietro a Jean-Luc Mélenchon»

Gli album e le foto più belle di Kurt Cobain e dei Nirvana a 50 anni dalla sua nascita

epa04132293 Musician Ewan Mackenna as Kurt Cobain performs during a press session about the show 'The 27 Club - Legends Never Die' at Admiralspalast in Berlin, Germany, 19 March 2014. The rock show about the music legend who died at the age of 27 will be at Admiralspalast from 18 to 23 March and afterwards it will travel to Hamburg and Zurich. EPA/JENS KALAENE

Oggi Kurt Cobain, tormentato leader dei Nirvana, avrebbe compiuto 50 anni. Lo ricordiamo con una gallery di foto e “cimeli” cari ai fan, dai dischi, a una delle chitarre del ragazzo di Seattle che cambiò il mondo della musica.

Durante l’Mtv Unplagged

 

Durante un concerto a Francoforte

 

 

 


Quei dubbi sulla morte di Kurt Cobain. Tra marketing promozionale e misteri irrisolti

 


 

 

 

La chitarra di Kurt


Le foto inedite dello Shooting dei Nirvana realizzato per l’album Nevermind

 


Non avete capito bene cosa è successo ieri nel Pd? Tranquilli, neanche loro

(S-D) Ettore Rosato, Michele Emiliano e Matteo Renzi all'hotel Parco dei Principi durante l'assemblea nazionale del Partito Democratico, Roma, 19 febbraio 2017. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Ci sono alcune cose chiare, nella giornata di ieri, dell’assemblea del Pd che ha visto Matteo Renzi formalizzare le dimissioni da segretario e aprirsi quindi la fase congressuale, e altre poco chiare.

Tra le cose chiare c’è che, ancora una volta, come in direzione, Matteo Renzi e i suoi non hanno voluto dare segnali distensivi. Forti di aver comunque «concesso» il congresso, l’atteggiamento è stato invece quello di chi chiede: «Cosa altro volete?». Per loro, evidentemente, non erano affatto scontate né necessarie le dimissioni di Renzi, dopo la batosta referendaria, e aver dato le dimissioni e avviato il congresso è già tanto. Non chiedetegli quindi di svelenire pure il clima: non fa per loro. Non si è anzi ritenuto opportuno neanche smentire le voci di possibili ripercussioni sulle giunte di Rossi e Emiliano, che governano rispettivamente la Toscana e la Puglia. Tant’è che Rossi oggi dice: «Se dovesse esserci una verifica mi presenterò in consiglio con un programma di fine legislatura e, se ci sarà una maggioranza, continuerò. Altrimenti qualcuno si assumerà la responsabilità di spaccare tutto».

Battutine, sfottò, gli immancabili «sorrisi» hanno accompagnato ogni singolo intervento di esponenti della minoranza. In particolare Michele Emiliano, che in assemblea ha fatto un intervento dai toni ben più morbidi di quello che avreste potuto sentire all’iniziativa di Enrico Rossi, giusto il giorno prima, ha avuto un trattamento speciale. Ma di Emiliano parleremo dopo, perché è una delle cose poco chiare. Sul clima riportiamo invece la posizione di Andrea Orlando che è uno di quelli che, anche a detta della minoranza, ha cercato (e sta cercando) di evitare la scissione, che avrebbe preferito che Renzi aprisse a «un momento più programmatico» che precedesse il congresso vero e proprio, e che probabilmente finirà con lo sfidare Renzi.

Con Giovanni Minoli, a Faccia a Faccia su La7, Orlando ha evocato un algoritmo, per spiegare il nodo – francamente incredibile – delle relazioni umane: «Mi hanno spiegato che su facebook l’algoritmo spinge i membri in delle bolle, dove si fanno parlare i simili con i simili. Bolle che poi spesso si rivolgono agli altri e li aggrediscono. Ecco: mi par che le correnti del Pd abbiano funzionato un po’ in questo modo». Ci pare calzi.



L’altra cosa chiara è che c’è un pezzo della minoranza dem che la scissione l’ha già fatta
. Anzi, c’è chi già sta organizzando i gruppi parlamentari (al solito la macchina organizzativa è in mano a Nico Stumpo), riflettendo sul rapporto con la “cosa progressista” di Pisapia (al momento più dialogante con Renzi) e pensa al nome del partito: si va da “Nuova sinistra” a “Diritti e lavoro”. I gruppi dovrebbero nascere mettendo insieme deputati e senatori bersaniani che lasceranno i gruppi del Pd e chi invece, con Arturo Scotto, lascerà il gruppo di Sinistra italiana, rischiando così, però, di trovarsi a dover votare la fiducia al governo Gentiloni (cosa già annunciata da Speranza e Rossi). Alla Camera il gruppo potrebbe così esser composto da una trentina di deputati (i più ottimisti contano fino a 38), mentre al Senato, dove da Sinistra italiana non dovrebbe arrivare nessuno, saranno in 12, massimo 15. Un po’ come Renzi che non ha voluto dare sponde, alcuni di questi hanno deciso da giorni che la scissione era cosa inevitabile, considerando chiusa la stagione maggioritaria. È però lo stesso comunicato firmato da Speranza, Rossi e Emiliano alla fine dell’assemblea che ci dice che la scissione, seppur certa, ha confini ancora incerti, tant’è che si dice solo che «è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima», non che la scissione è cosa fatta. E Michele Emiliano, ancora in dubbio, frena anche oggi. D’altronde, potremmo notare, se Enrico Rossi non fa altro che chiedere un ritorno alle radici socialiste, Emiliano è quello che di radici socialiste ne ha meno. Nonostante tutti e tre giurino di non voler fare una ridotta rossa ma un partito dallo spirito ulivista (come conferma la presenza di moderati come Francesco Boccia), quindi, Emiliano tiene ancora il piede in due staffe.



La terza cosa sicura è che nessuno vuole prendersi la responsabilità della rottura
. Gli uni dicono che è colpa di Renzi (preoccupati di passare per “sfascisti”), Renzi dice che è colpa degli altri (non potendo dire che, in fondo, è contento o che sa, almeno, che contenti sono molti dei suoi, liberandosi posti nelle liste). Nessuno si assume la responsabilità della scissione. E non lo fa soprattutto chi si prepara a lasciare la casa democratica, contribuendo peraltro ad alimentare l’impressione (in realtà non del tutto corretta) che tutto sia legato a una questione di burocrazia interna, tra date del congresso e l’esigenza, non riconosciuta da Renzi, di un’assemblea programmatica.

Sempre al Teatro Vittoria, all’iniziativa di Enrico Rossi, avreste invece potuto ascoltare un intervento di Roberto Speranza molto programmatico. Sul lavoro, sulla scuola, sull’ambiente le distanze con le politiche di Renzi sembrano profondissime (scriviamo “sembrano” perché c’è sempre il problema che quelle politiche, a parte la legge elettorale, Speranza&co le hanno votate tutte). È un peccato non puntare tutto su quello, anche se si capisce che la conferenza programmatica dovrebbe servire proprio per arrivare a questo risultato: rompere sui contenuti. Con un paradosso però: perché per ora, infatti, la minoranza scissionista ha chiesto (non ottenendolo) anche che il Pd blindasse il governo Gentiloni fino a fine legislatura. Ancora una volta immaginiamo che l’idea sia di spostare il più possibile a sinistra il governo Gentiloni (tipo sui voucher). Ma il risultato immediato è di passare per quelli che vogliono tenere in vita un governo di larghe intese, mentre Renzi tiene per sé il ruolo di quello che tiene il governo sulle spine.

Il talento di Kurt Cobain che oggi avrebbe compiuto cinquant’anni

Kurt Cobain

«Ridono di me perché sono diverso, io rido di loro perché sono tutti uguali», diceva Kurt Cobain che oggi avrebbe compiuto 50 anni. «Preferisco essere odiato per ciò che sono che essere amato per ciò che non sono», diceva il ragazzo di Seattle dell’infanzia difficile e che, proprio grazie alla psichiatria organicista americana, imparò da bambino a mettere a tacere l’angoscia ricorrendo alle sostanze. Trattato per lunghi anni  con il Ritalin, passò poi all’eroia per tenere a bada la depressione e i dolori lancinanti dell’ulcera.

E ancora: «Ridono di me perché sono diverso, io rido di loro perché sono tutti uguali», diceva rivendicando spazi di poesia e un modo di fare musica cercando di rimanere fedeli alla propria ispirazione, senza infingimenti.

Già qui c’è tutto il mondo di Kurt Cobain, voce sofferta e bellissima dei Nirvana nati lontanto dagli incanti della Grande Mela, nella quotidianità grigia di Seattle. In quella periferia musicale negli anni Novanta è nato il grunge, quel rock ruvido e strappato con cui  lui sapeva toccare corde profondissime.

Come in All apologies, che ha aperto mille domande. Sull’impatto che aveva avuto su di lui l’attenzione ossessiva dei media. Fu un messaggio per sua figlia Frances? Annunciava l’addio? Come è stato notato nella versione unplugged di quel brano, registrata nel novembre del 1993, pochi mesi prima del suicidio, la frase “all in all is all we are” diventò “all alone is all we are”.

Kurt Cobain che sentiva la pressione dello show biz, che viveva nel delirio angoscioso di aver tradito i propri fans, in realtà non era affatto una creatura dell’industria discografica. Aveva talento, ma era anche senza pelle, con tutto ciò che comporta in termini di dolore.  Era una voce solitaria come Jeff Buckley, colorata di rabbia e  struggente malinconia. Ma anche un chitarrista sensibile. «Aveva un tocco per il quale molti chitarristi ucciderebbero», ha detto di lui uno che se ne intende come Chuck Berry.

Non si contano gli omaggi. Da artisti visionari come Gus Van Sant che nel 2005 gli ha dedicato il cortometraggio Gli ultimi giorni di Kurt Cobain  Cronaca (immaginaria) degli ultimi giorni del musicista a e compositore morto suicida a soli 27 anni. E da musicisti sideralmente lontani, come Caetano Veloso  che ha creato la più “sbilenca”, trasversale e inaspettata delle registrazioni di Come as You Are dei Nirvana. Elevando al rango di classico la canzone che già Kurt Cobain aveva intuito essere una delle sue più riuscite. Basta ascoltarne l’intima e bruciante versione unplugged.

TUTTE LE VIGNETTE

Scusate, con permesso, vi siete persi un rivolo di fascismo

Leader of Italian "Lega Nord" (North League) party, Matteo Salvini, talks during his speech at the "Italia Sovrana" (Italy Sovereign) demonstration in Rome, Italy, 28 January 2017. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

«Ci vuole una pulizia di massa anche in Italia, via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve, perché ci sono interi pezzi d’Italia fuori controllo».

Se non avete letto durante il fine settimana questa frase mi tocca l’improbo compito di spiegarvi che appartiene a quel patetico segretario leghista, Matteo Salvini, che in crisi di attenzioni da parte della stampa (il compagnetto gradasso e sguaiato è simpatico per i primi dieci minuti poi diventa sempre universalmente molesto)  durante un evento per la campagna di tesseramento a Recco ha pensato bene di alzare i toni con uno slogan squisitamente fascista; un condensato di pulizia etnica, violenza e periodi neri per elemosinare un po’ di attenzione.

I quotidiani, da canto loro, non ne hanno scritto (tranne l’Avvenire) come se il salvinismo di Salvini debba essere una diarrea da aspettarsi e così la vomitevole frase è passata come se nulla fosse. Chissà come ha piagnucolato lui, il leader leghista, scoprendo che il suo patetico ruggito è ormai un belato buono per le reminiscenze di qualche nostalgico.

Il punto è che forse non dovremmo mai abituarci ai conati di fascismo in tutte le sue forme: dovremmo battere punto su punto ogni lurido occhiolino a quel passato buio senza concedere tregua a chi per un nugolo di voti è pronto a spararla sempre più grossa. Dovremmo avere tutti il pollice verde per l’ecologia antifascista di un Paese che nella sua storia ha già dimostrato di essere disposto a sbagliare. Insistere. Resistere, insomma.

Buon lunedì.

La libertà di Jane Austen

«La mia Jane Austen è ispirata alle eroine dei suoi romanzi. È una donna forte, intelligente, ironica e piena di talento. Non si vuole piegare alle regole pre imposte dalla società che relegava la donna ad una ruolo minore» racconta Manuela Santoni, autrice di Jane Austen, affascinante fumetto in uscita per i tipi di BeccoGiallo nel bicentenario della morte della scrittrice inglese, amatissima non solo dal pubblico più giovane. «Il resto è pura invenzione, mi sono calata un po’ nei suoi panni e ci ho messo qualcosa del mio carattere», rivela l’illustratrice che il 23 marzo parlerà di questa sua nuova creatura a Roma e poi ad aprile sarà ospite speciale a Tempo di Libri, la nuova fiera dell’editoria a Milano. Dalle raffinate pagine in bianco e nero di Jane Austen emerge il profilo di una giovane donna acuta e intelligente, che sa osservare, ma che non rinuncia a vivere da protagonista. Con poche linee nere l’autrice fa danzare davanti ai nostri occhi una Jane Austen curiosa e romantica, femminile, ma niente affatto passiva o rinunciataria. Che si tuffa nella trama della vita e dei rapporti, fidandosi del proprio “sentire”. Una giovane donna che ben conosce le regole sociali, che non si fa illusioni riguardo al proprio futuro vista la propria modesta estrazione sociale, ma che tuttavia è decisa a far prevalere le ragioni del cuore sul rispetto delle convenienze sociali». Assomigliando in questo, più che all’autrice di Ragione e sentimento che fece sempre una vita appartata, alla irresistibile Elizabeth Bennett di Orgoglio e pregiudizio che non esita a rifiutare la proposta di matrimonio del ricco e fascinoso signor Darcy, perché si mostra duro di cuore. Senza fermarsi a pensare nemmeno per un istante in termini di calcolo e convenienze. Come Elizabeth, la protagonista del fumetto, per quanto non sia una “contestatrice”, ha consapevolezza di sé, del proprio valore umano e di donna, e non si sente da meno rispetto a rivali danarose e con ottime conoscenze nei salotti nobili.
Ma basta voltare pagina ed eccoci di nuovo nel silenzioso mondo della scrittrice nata nel 1775, nel villaggio di Steventon. Un mondo di campagna che noi immaginiamo popolato di indimenticabili personaggi creati dalla sua viva fantasia.
Le tavole più belle sono quelle in cui Manuela Santoni ci fa vedere Jane Austen, finalmente sola, che si tuffa nella lettura, lasciandosi andare. Le donne che leggono sono pericolose, si sa. E più ancora quelle che scrivono. L’esigenza di scrivere è un’onda, è una irresistibile spinta interna, va bene qualunque mezzo di fortuna, anche un ramo caduto in mezzo al bosco può essere un tavolo all’occorrenza. Oppure si appoggia furtiva a quello di cucina. Le basta un angolino. È pronta a nascondere carta e calamaio se si affaccia qualcuno. La conquista di una «stanza tutta per sé», condizione di solitudine necessaria per creare, era ancora un miraggio, per lei. Benché fin da piccola fosse stata incoraggiata e i suoi racconti letti in salotto fossero stati un momento di festa per tutta la famiglia. Nell’Inghilterra vittoriana il giudizio su una donna che si fosse messa in testa di scrivere e di pubblicare era tombale. Nei suoi 42 anni di vita, Jane Austen si guardò bene dal pubblicare a proprio nome. Sarebbe stato uno scandalo. Anche in una famiglia lluminata che non aveva fatto studiare soltanto i figli maschi. Nonostante ciò i fratelli, da adulti, cercarono sempre di dissuaderla e la sorella Cassandra, quando Jane morì nel 1817, bruciò tutte le lettere più personali, quelle dalle quali con ogni probabilità potevamo sapere dei suoi amori, anche se solo sognati. Tanto che delle quasi tremila lettere che Jane potrebbe aver scritto alla sorella solo 160 sono arrivate fino a noi. In filigrana Jane Austen di BeccoGiallo lascia intuire un rapporto strettissimo ma anche vischioso fra loro. «Ho immaginato il rapporto fra Jane e Cassandra a partire dalle loro lettere. Entrambe non si sono sposate e questo ha fatto sì che il loro legame diventasse sempre stretto nel corso degli anni», racconta l’illustratrice, precisando: «Il fatto che la maggior parte dei documenti e le lettere di Jane siano andate perse, in realtà, è un bel mistero. Nel mio fumetto ne ho dato una spiegazione di fantasia, ma non sappiamo cosa la famiglia volesse davvero nascondere».

In tour.  Tempo di Libri, dal 19-23 aprile a Milano, dedica una sezione speciale alla scrittrice inglese. Ospite d’onore Manuela Santoni, autrice del fumetto Jane Austen, pubblicato da BeccoGiallo. Le tavole qui pubblicate sono tratte dal libro in uscita il 23 febbraio. L’autrice festeggia la pubblicazione alla libreria

Ne parliamo anche su Left in edicola

 

SOMMARIO ACQUISTA

Ma quale sesso senza coinvolgimenti, per i ragazzi l’amore conta

Giovani, disinibiti e poco informati. Ai media piace parecchio raccontare gli adolescenti spiandoli dal buco della serratura. Quando si parla di sesso e ragazzi sulle pagine dei giornali abbondano inchieste che raccontano la sessualità sfrenata degli adolescenti. Fra baby-squillo descritte come un fenomeno di massa e fantomatici “durex party” (dal nome della famosa marca di preservativi), i dati mostrano però una realtà che è ben diversa per la maggior parte degli adolescenti. Ne parliamo su Left in edicola.

Stando ai dati raccolti proprio da Durex in un report pubblicato nel 2012, infatti, la prima volta per i ragazzi italiani arriverebbe a 19,4 anni. Non cambia di molto la questione se si osservano i numeri forniti dal Censis in uno studio effettuato nel 2016 e pubblicato ad inizio febbraio di quest’anno. La maggior parte dei teenager infatti perderebbe la verginità fra i 18 e i 24 anni. Qualche caso precoce c’è (e fa più rumore di tutti gli altri) ma la norma è ben differente. Soprattutto, se qualcosa è progressivamente cambiato rispetto alle precedenti generazioni, è proprio il rapporto tra sessualità e sentimenti. Sì, perché, come mostrano i numeri, a differenza di un tempo il sesso si sperimenta per la prima volta all’interno di un legame affettivo.

Per capire quanto conti l’aspetto sentimentale per i teenager, basta guardare ai fenomeni editoriali per adolescenti del momento. Si tratta infatti per lo più di titoli che vengono inseriti nella categoria “young adult”, romanzi sentimentali dove i personaggi si trovano alle prese con l’amore e con il sesso. Uno di questi è Sex or Love? di Flavia Cocchi, 17 anni, comparso inizialmente su Wattpad, piattaforma digitale gratuita dedicata alla scrittura e alla lettura e utilizzata soprattutto dagli adolescenti, e in seguito pubblicato da Leggereditore. Il romanzo di Cocchi (che vi facciamo incontrare in edicola) su Wattpad conta ben 11 milioni e 400mila letture, mentre sono oltre 10mila i follower della giovane autrice, conosciuta sulla piattaforma con il nick leggimidentro00. Numeri che fanno di Flavia una voce in grado di restituirci uno spaccato del punto di vista degli adolescenti sul tema, e in particolare “delle” adolescenti. «Nel mio libro i due protagonisti scoprono che fra loro c’è attrazione e decidono di pensare al sesso come a qualcosa di scisso dai sentimenti» ci racconta «ma alla fine andare a letto insieme diventa un mezzo per capire che in realtà dei sentimenti ci sono, che non si tratta solo di una relazione fisica. Fra noi ragazzi queste sono storie abbastanza comuni. Si inizia così, senza sentimenti, ma poi si cerca di arrivare a un “lieto fine”».

L’approfondimento continua su Left in edicola

 

SOMMARIO ACQUISTA