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M5s, manifestazione contro lo Stadio. «Grillo? Chi è? Questa è una truffa»

Italian Five Stars Movement Beppe Grillo leaves Campidoglio Palace after the meeting with Rome mayor Virginia Raggi to discuss in particular the project for the new AS Roma Stadium in Tor di Valle area on which much controversy arose. ANSA/ ANGELO CARCONI

Nuova puntata della travagliata vicenda Stadio della Roma. La parola finale è nelle mani del sindaco pentastellato, certo: «Decide Raggi», ha sancito ieri Beppe Grillo, a Roma per discutere col primo cittadino proprio della questione. Ma l’autonomia di Virginia Raggi è costellata di vincoli. Non da ultimo, la lacerazione interna al partito del blog – nonostante, sempre ieri, Grillo ribadisse: «Il Movimento 5 stelle è compatto». Cerca di mediare e ricompattare, il garante: «non faremo una scelta tra un palazzinaro e un altro: sarà un altro tipo di scelta, di più non posso dirvi», ma, assicura, si tratterà di «scelte in sintonia con il Movimento». Una sintonia difficile da distinguere, attualmente, visto che il movimento è letteralmente spaccato in due, come dimostrano post come quelli della deputata Roberta Lombardi, avversaria dichiarata dell’operato di Raggi.

Non è andata benissimo la manifestazione anti-cemento di oggi degli attivisti M5s contro la loro stessa giunta. Si sono presentati in una cinquantina in piazza Madonna di Loreto (affianco al Campidoglio), cartelli  alla mano, per consegnare al primo cittadino le motivazioni del loro “no allo stadio”. Oltre alla lettera, un fac-simile della delibera che annullerebbe l’interesse pubblico dichiarato dalla giunta Marino. Il messaggio da recapitare è chiaro: «Cara Virginia, sulla vicenda stadio state prendendo una cantonata».


Non sono stati ricevuti – anche perché Virginia Raggi è impegnata, forse non per caso, a dare la sua solidarietà alla protesta dei tassisti romani. Questo però non scoraggia Francesco Sanvitto, coordinatore del Tavolo Urbanistica per il M5s capitolino, che si scaglia perfino contro il Garante del Movimento: «Grillo? Chi è?», attacca: «Quando va in una città che non conosce sarebbe interessante che si domandasse se esiste una base preparata e se esistono dei tavoli tecnici preparati. E invece siamo stati circondati da peracottari poco tecnici che non fanno neanche parte del movimento». E ancora: «Piuttosto ci dica chi è l’avvocato Lanzalone, che si occupa di diritto societario e fa parte di consigli di amministrazione di banche e va a trattare chissà cosa con il proprietario della società che deve fare lo stadio che per l’80% è una banca». E non pago, incalza: «Grillo non sa leggere tutte le carte del progetto come le so leggere io. Io valgo cento rispetto a Grillo, lui varrà più di me se dovessi fare uno spettacolo da qualche parte», ha dichiarato a ForzaRoma.info (la sezione giallorossa della Gazzetta dello Sport), e non ci va certo leggero: «Questa è una truffa, non ha altro nome».

Ma, come abbiamo scritto su Left in edicola questa settimana, Grillo ha già deciso tempo fa. E soprattutto, annullare la delibera ereditata con una contro-delibera costerebbe alla giunta – e ai romani – una causa multimilionaria. Ipotesi che a noi era stata smentita da tutte le parti coinvolte, perché “nessuno vuole arrivare a quello”, ma che col passare dei giorni sta diventando sempre più imponente. Testimonianza ne è la presenza dell’avvocato di Grillo (a cui fanno riferimento gli attivisti ribelli) appositamente calato da Genova Luca Lanzalone, a ogni tavolo tecnico. Un motivo questo che potrebbe valere ben più di tutti i valori ambientalisti. Proprio per questo, Raggi ha chiesto un parere all’Avvocatura capitolina.

Sul terreno di Tor di Valle, inoltre, è inoltre calata la scure della Sopraintendenza, che ha richiesto il vincolo per l’Ippodromo. Cosa che imporrebbe una rivisitazione del progetto, e una probabile ulteriore riduzione delle cubature facendo saltare le tre torri del Business Park – che dopo del 20 % quella ottenuta nell’ultima seduta plenaria, sarebbe difficile da far mandare giù al manager italo-americano James Pallotta e al costruttore Luca Parnasi. Anche se, per il Movimento, potrebbe essere una via di salvezza niente male: niente stadio, niente penale e soprattutto niente responsabilità.

In ogni caso domani, all’ennesima riunione con la società giallorossa e Parnasi, il Comune potrebbe presentarsi con una controproposta. Alla quale seguirebbe, con ogni probabilità, un nuovo slittamento della conferenza dei servizi (prevista per il 3 marzo) che dovrebbe sancire le sorti dell’operazione, e stavolta su richiesta dei proponenti.

Molto lontana l’era in cui a decidere erano gli attivisti M5s tramite votazione on-line. Non sarà una consultazione degli iscritti sulla piattaforma dedicata, stavolta, a dare il via libera, ma gli abitanti della zona. In che modo, è ancora tutto da studiare. Resta il fatto che si tratta di un coinvolgimento molto marginale e sicuramente ben lontano dalla democrazia partecipata. Della quale, per Sanvitto e gli altri attivisti, è rimasto poco: «Fin quando hanno fatto opposizione i tavoli di lavoro erano utili. Ora che sono diventati governo invece di usare i loro strumenti di persone particolarmente informate e capaci si sono circondati di mercenari opportunisti che non fanno parte del Movimento e che per di più sono anche ignoranti».

 

Adinolfi, Meloni & co. Col caso Spano e gli attacchi all’Unar, a rischio i fondi contro le discriminazioni

Il post sulla pagina Facebook di Filippo Roma, relativo all'inchiesta delle Iene sui fondi pubblici erogati dall'Unar, (Ufficio nazionale antirazzismo) ad associazioni per lo svolgimento di attività tra le quali, come scoperto dalla trasmissione, ci sarebbe anche un circolo che offriva il servizio di "dark room" ai suoi iscritti. Roma, 20 febbraio 2017. +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

Che sarebbe uscito il servizio delle Iene, Francesco Spano, lo sapeva o meglio lo temeva da qualche settimana. Ed era preoccupato perché sapeva che, con ogni probabilità, gli sarebbe costato il posto e che sarebbe stato soprattutto un colpo durissimo per lo stesso Unar, l’ufficio nazionale contro le discriminazioni che dirige. O meglio dirigeva.

L’Unar è un dipartimento di palazzo Chigi, ed è per questo che le Iene, raccogliendo una segnalazione – che Left sa esser arrivata dallo stesso mondo Lgbt, composto ovviamente da anime diverse e molte associazioni, di orientamento politico diverso tra loro e spesso in competizione – può titolare “Orge e prostituzione, e palazzo Chigi paga”.

Nel servizio si accusa l’Unar, che si occupa di tutte le discriminazioni, sia razziali che di genere e sessuali, di aver finanziato, o meglio finanziato un progetto, di un’associazione, la Anddos, di cui fanno parte anche alcuni circoli ricreativi, dallo spiccato profilo commerciale, nei quali oltre a organizzare serate hard si praticherebbe però prostituzione maschile (qui la replica dell’Anddos). Spano, poi, l’ormai ex direttore dell’Unar, sarebbe socio di questa associazione e – è il teorema – sarebbe dunque in conflitto di interesse per i 55mila euro assegnati per «la realizzazione di centri di ascolto e supporto contro la violenza omofobica».

Nel riportare la vicenda – che ha subito innescato una girandola di reazioni politiche – si può notare che Le Iene nel servizio indugiano molto sui dettagli piccanti, come loro solito, non risparmiando battutine omofobe, a commento delle immagini raccolte nelle dark room di alcuni locali o notando persino l’«appariscente cappottino arancione» di Spano. E si può notare che avere la tessera di un’associazione di quel tipo non dimostra affatto un conflitto di interessi, perché il modello di Anddos è simile a quello dell’Arci e a quelle reti di associazioni dove tutti quelli che entrano anche solo una volta in uno dei locali affiliati vengono registrati («Potrei aver fornito i miei dati per l’ingresso in un locale di tutt’altro tipo, ma associato a quel circuito», dice infatti Spano, che nel video è comunque evidentemente imbarazzato).

Il più crudo fatto però, che in alcuni circoli si pratichi la prostituzione e che questi circoli siano parte dell’associazione finanziata da palazzo Chigi, resta. E andrà verificato nel merito. A restare però è anche la sospensione dell’intero bando in questione, decisa da palazzo Chigi per reagire alla polemica. Una sospensione che colpisce molti progetti (un milione, in totale, i fondi assegnati), peraltro prevalentemente diretti all’integrazione di migranti, rom e sinti, e destinati a realtà come la Croce Rossa e la Comunità di Sant’Egidio.

Ed è qui che arriviamo agli attacchi politici. Perché a poco servono le parole e le dimissioni di Spano: «Mi sono dimesso, sì», dice al Corriere, «ma questa bufera che hanno creato è infondata, mi hanno messo in mezzo. La procedura seguita è trasparente, esiste una graduatoria. Inoltre era il primo bando e quei fondi non sono stati assegnati o spesi, ma tuttora in cassa». A poco servono perché il servizio delle Iene è ghiotto per Giorgia Meloni, che chiede la chiusura dell’Unar e che con l’Unar si era già scontrata, richiamata a maggior prudenza nell’uso propagandistico degli stereotipi sull’immigrazione. Ed è buono per Mario Adinolfi, per Gianni Alemanno, per Forza Italia. È buono per la Lega, e cade proprio in un momento in cui l’Unar, guidato da Spano, non certo esponente della sinistra radicale, stava promuovendo, l’incontro tra le cause del movimento Lgbt – e in particolare quelle delle persone transgender – con pezzi del mondo cattolico e della curia. Un peccato.

Maria Elena Boschi, titolare della delega alle Pari opportunità, ha però chiesto e ottenuto la testa di Spano. Ma l’Unar, tornato così senza guida (dopo che già l’anno scorso aveva girato a vuoto per mesi), rischia di dover restituire oltre venti milioni di euro di fondi europei, oltre lasciare in difficoltà chi contava sui fondi (tutti a consuntivo) del bando ora sospeso, fondi che dovrebbero esser spesi entro dicembre e che erano attesi, ad esempio, tra i progetti Lgbt, per aprire – ad aprile – a Bologna una residenza per persone trans, rifugiati che scappano da Paesi dove li attenderebbe morte certa.

“La pazza gioia” di Virzì e “Indivisibili” di De Angelis fanno il pieno di candidature ai David di Donatello

Il 27 marzo si terrà la serata di premiazione dei David di Donatello organizzata dalla Accademia del Cinema Italiano. In attesa di sapere i nomi dei vincitori ecco le candidature ai premi principali.

 

Edoardo De Angelis con Indivisibili e Paolo Virzì con La pazza gioia ottengono 17 candidature. Li segue il giovane Matteo Rovere con Veloce come il vento che avevamo intervistato qui in occasione dell’uscita del film. Per la miglior attrice protagonista candidate entrambe le attrici del film di Virzì, Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi. Nella categoria Miglior attore protagonista si sfidano Stefano Accorsi, Valerio Mastrandrea e Toni Servillo. Ecco le nomination complete per le principali categorie

Quest’anno coincidono le candidature per le categorie MIGLIOR FILM e MIGLIORE REGISTA

FAI BEI SOGNI
 regia di: Marco BELLOCCHIO

FIORE
 regia di: Claudio GIOVANNESI

INDIVISIBILI 
regia di: Edoardo DE ANGELIS

LA PAZZA GIOIA 
regia di: Paolo VIRZI’

VELOCE COME IL VENTO
 regia di: Matteo ROVERE


MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA

Daphne SCOCCIA
 per il film: Fiore



Angela e Marianna FONTANA
 per il film: Indivisibili

Valeria BRUNI TEDESCHI
 per il film: La pazza gioia

Micaela RAMAZZOTTI 
per il film: La pazza gioia

Matilda DE ANGELIS 
per il film: Veloce come il vento

MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA

Valerio MASTANDREA per il film: Fai bei sogni

Michele RIONDINO per il film: La ragazza del mondo

Sergio RUBINI per il film: La stoffa dei sogni

Toni SERVILLO per il film: Le confessioni

Stefano ACCORSI per il film: Veloce come il vento

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE

Claudio GIOVANNESI, Filippo GRAVINO, Antonella LATTANZIper il film: Fiore

Michele ASTORI, Pierfrancesco DILIBERTO, Marco MARTANIper il film: In guerra per amore

Nicola GUAGLIANONE, Barbara PETRONIO, Edoardo DE ANGELISper il film: Indivisibili

Francesca ARCHIBUGI, Paolo VIRZI’per il film: La pazza gioia

Roberto ANDÒ, Angelo PASQUINIper il film: Le confessioni

Filippo GRAVINO, Francesca MANIERI, Matteo ROVEREper il film: Veloce come il vento

MIGLIOR FILM DELL’UNIONE EUROPEA

Florence di Stephen FREARS (Lucky Red)

Io, Daniel Blake di Ken LOACH (Cinema)

Julieta di Pedro ALMODOVAR (Warner Bros. Entertainment Italia)

Sing Street di John CARNEY (BIM Distribuzione)

Truman – Un vero amico è per sempre di Cesc GAY (Satine Film Distribuzione)

MIGLIOR FILM STRANIERO

Animali notturni di Tom FORD (Universal Pictures)

Captain Fantastic di Matt ROSS (Good Films)

Lion di Garth DAVIS (Eagle Pictures)

Paterson di Jim JARMUSCH (Cinema)

Sully di Clint EASTWOOD (Warner Bros. Entertainment Italia)

 

Chi è Milo Yannupoulos. Il supercattivo di internet (gay e razzista) che piace a Trump

Lui dice di essere il più «fantastico super cattivo di internet», altri lo definiscono un razzista qualsiasi. Volendo storicizzare potremmo definirlo la versione web, contemporanea e provocatoria di Theo Van Gogh, il regista ucciso in Olanda nel 2004 dopo aver prodotto un film documentario sul trattamento delle donne nell’Islam. Certo è che negli ultimi due anni Milo Yannupoulos, 32enne nato in Grecia da padre greco e madre britannica e cresciuto in Gran Bretagna, si è distinto per la capacità di vendere il proprio brand: gay (issimo), razzistissimo, scorretto, britannico fino al midollo, nel look come nel modo di provocare. In rete Yannupoulos sbeffeggia, insulta, incita all’odio ma sempre con toni sarcastici, come se si trattasse di uno scherzo. Il suo canale YouTube ha 550mila follower. Negli anni se l’è presa con Leslie Jones, attrice nera del nuovo Ghostbusters, la cui pagina su Tumblr è stata presa di mira da insulti a sfondo razziale – la foto di un gorilla morto postata ripetutamente. La campagna contro l’attrice nera gli costò l’espulsione in forma definitiva dal social network a 140 caratteri. Nel frattempo però è cresciuto in popolarità su YouTube, autodefinendosi “Troll King” fino a quando il suo successo non lo ho portato ad essere ingaggiato dalla redazione di BreibartNews, sito gestito da Steve Bannon, oggi stratega della Casa Bianca.

Yannupoulos sbeffeggia le altre culture

La sua popolarità in rete comincia nel 2014 con il GamerGate, movimento d’opinione violento e aggressivo, fatto di insulti, attacchi personali e minacce contro le sviluppatrici di giochi donne. L’hashtag #GamerGate usato per la prima volta dall’attore Adam Baldwin, voce del videogioco Halo, è stato usato per denunciare la campagna di trollaggio contro la sviluppatrice Zoe Quinn, accusata (dall’ex compagno) di aver fatto sesso in cambio di buone recensioni per il suo videogioco, Depression Quest, un gioco che faceva immedesimare l’utente in una persona depressa. Il tema all’epoca era l’intrusione delle donne in un mondo chiuso ritenuto di prerogativa maschile, perché fatto di codici e dati. Finì con minacce di stupri e morte che attivarono anche le autorità federali e costrinsero diverse sviluppatrici a cambiare identità sul Web e addirittura abitazione.

Da giornalista su BreibartNews Yiannopoulos ha scritto articoli titolati «Il controllo delle nascite fa andare le donne fuori di testa e le rende brutte» e «Preferireste che vostro figlio avesse il cancro o il femminismo?». Posizioni provocatorie e di estrema destra dunque quelle portate avanti da questo giovane gay che negli ultimi giorni è finito nei guai. O meglio, ha ricevuto uno stop alle sue provocazioni dopo la diffusione di un’ultima intervista, dove Milo si è spinto davvero troppo oltre.

L’editore della sua autobiografia “Dangerous”, che ha già anticipato 200mila dollari per la sua pubblicazione, prevista per il giugno prossimo, ha annunciato che il libro non verrà stampato né commercializzato. E la Conservative Political Action Conference, l’appuntamento annuale dei conservatori più conservatori, ha cancellato la sua partecipazione tra gli speaker. Il motivo è semplice: una settimana fa è spuntata una audio intervista nella quale Yiannopoulos difende in forma velata la pedofilia come relazione nella quale «l’adulto aiuta il ragazzo a capire chi è». Apriti cielo: se gli insulti alle donne, ai neri, ai transgender, ai musulmani andavano bene ai conservatori, la pedofilia è peccato. Quanto al libro, è evidente che chi gli aveva fatto firmare un contratto non è preoccupato per i contenuti del libro – che aveva letto – ma delle ripercussioni: riviste avevano annunciato che non avrebbero più parlato dei libri di Schuster e Schuster e autori avevano stracciato i contratti.

Yiannopoulos è finito nel fango, costretto a scusarsi, spiegare che la sua era una battuta. Con un video sulla sua pagina facebook, ora rimosso, Milo dice di essere disgustato da quei crimini e dalle persone che li commettono. Ha quindi capito di aver fatto un passo troppo lungo, che la popolarità si paga. Questo è il terzo libro della star destrorsa del web che finisce al macero o non viene finito – uno su Gamergate e un secondo contro i “socipoatici della Silicon Valley” – ma, scrive lo stesso Yiannopoulos, «la cosa non mi fermerà» giura. Neppure gli scontri che gli hanno impedito di parlare a Berkeley, dove era stato invitato nei mesi scorsi, del resto lo hanno fermato. Sembra di capire che persino a BreibartNews ci siano dei giornalisti in rivolta contro il loro collega: se non lo cacciate ce ne andiamo, hanno detto diversi di loro alla proprietà. Vedremo cosa deciderà Steve Bannon.

Una della ragioni per cui si parla tanto di questo giovane guastatore della rete è perché è un fan della prima ora di Donald Trump, che nei suoi video e podcast chiama “Daddy”, papino. La ragione principale del suo amore per Trump, oltre alla guerra dichiarata all’Islam e ai messicani, è la fine del politically correct e la difesa della libertà di parola. In America questa è sacra, grazie al primo emendamento della Costituzione, ma Trump, con i suoi discorsi sopra le righe ha portato la scorrettezza sul podio più alto. Basta civiltà e buone maniere, ognuno dice quel che vuole e come vuole perché è giusto così. Una modalità che incoraggia ed esalta Milo. Nei mesi prima delle elezioni, Donald Trump junior, il figlio del presidente, aveva condiviso su instagram la foto qui sotto, un meme che scherza sulla frase pronunciata da Clinton sui sostenitori di Trump, dipinti come un basket of deplorables (Banda di miserabili). Nel meme vediamo Milo (a destra), Pepe the Frog,  simbolo involontario (è un fumetto adottato dalla destra ma che di destra non aveva nulla), e poi Trump e suo figlio, oltre al governatore del New Jersey Chris Christie. Ora, il fatto di condividere quella foto, per il figlio di un candidato presidente impegnato per altro nella campagna elettorale del padre, è una dimostrazione di gradire eccome il fatto di essere accostato alla destra estrema, agli ambienti di alt-right, che Bannon ha collegato al suo sito.

La relativa debacle di Yiannopoulos non sarà un problema per lui. Per ora il suo brand viaggia a gonfie vele e la sua scorrettezza piace a una parte di società americana giovane e infuriata contro i maledetti liberal e la diversità. Certo è che, con lui e tutti gli altri personaggi che Trump ha imbarcato, l’estrema destra e certi discorsi sono stati definitivamente sdoganati entrando a pieno titolo nel mainstream. In parallelo, come segnala il Southern Poverty Law Center, che ogni anno pubblica un rapporto sugli attacchi a sfondo razziale e i gruppi di estrema destra, cresce il numero di gruppi di destra attivi negli Stati Uniti. Il SPLC ha verificato che il numero di gruppi attivi nel 2016 è salito a 917 – da 892 nel 2015, 101 in meno del record del 2011, dopo l’esplosione del Tea Party, ma comunque un numero molto alto. L’SPLC ha anche condotto un’inchiesta tra 10mila professori per constatare che le relazioni tra gruppi e i toni e insulti a sfondo razziale e sessista sono in aumento nelle scuole d’America.

La mappa degli hate groups del SPLC (link sulla mappa)

 

Pedro Sánchez vuole rifondare la socialdemocrazia, insieme a Podemos?

epa05564419 Socialist Party (PSOE) general secretary Pedro Sanchez speaks during a press conference held at the party headquarter in Madrid, Spain, 30 September 2016. Up to 17 members of PSOE's board of directors resigned on 28 September 2016 to force current leader to resign after mixed-up feelings about the party's direction in the negotiations to form Government. The People's party (PP) won the 26 June second general elections but without the needed majority to form Government. The socialist party is divided between those who prefer a negotiation with the People's Party, or making easier PP's access to government, and those who prefer third elections before allowing current acting Prime Minister, Mariano Rajoy, lead the country. EPA/JAVIER LOPEZ

«Serve un’unità di azione» tra le forze politiche di sinistra e i sindacati. Il messaggio di Pedro Sánchez, ex Segretario generale del Partito socialista spagnolo (Psoe), è chiaro e strizza l’occhiolino a Podemos.

E non si tratta di una dichiarazione una tantum, ma del messaggio programmatico contenuto nel documento strategico di 33 pagine, “Per una nuova socialdemocrazia” (“Por una nueva socialdemocracia”), presentato lunedì, a Madrid, e di cui parla stamani El Pais.

Il documento diventa quindi l’opzione “di sinistra” all’interno del Psoe. Durante la presentazione del piano strategico, Sánchez ha richiamato anche altre parole che sono state usate molto durante l’Assemblea Vistalegre II, di Podemos. Tra tutte, spicca quella di “umiltà”, usata dal leader socialista lunedì: «Credo di sapere, con umiltà, ciò di cui ha bisogno il Psoe e la sinistra per incarnare di nuovo un’alternativa rispetto al governo popolare».

Sánchez ha anche detto che il Psoe deve tornare a rappresentare la sinistra nel Paese. Il che, in un certo senso, la dice lunga sul profilo del partito durante gli ultimi anni. «Il nostro avversario è il neoliberalismo e il conservatorismo, incarnati dal Partito popolare», ha aggiunto.

Oltre a Podemos, chi sono gli interlocutori che si immagina Sánchez? Soprattutto l’alleato “storico”, ovvero il sindacato dell’Unione generale dei lavoratori (Unión General de Trabajadores, Ugt).

Sánchez si era dapprima dimesso da Segretario del Psoe, dopo aver perso il sostegno della classe dirigente del suo partito. Successivamente, aveva anche lasciato il suo incarico da deputato, per non dover seguire l’indicazione del partito di “astenersi” rispetto all’investitura dell’ultimo governo Rajoy.

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E anche oggi la scissione la facciamo domani

Lex presidente del consiglio Matteo Renzi durante l'assemblea nazionale del Pd all'Hotel Parco dei Principi, Roma, 19 febbraio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

Giuro che mi ci sono messo di impegno. Ho fatto cose inimmaginabili come cercare contenuti politici nel balletto di Emiliano, ho anche sopportato tutto questo smemorato neo tifo per D’Alema, ho cercato le interviste degli scissionisti annotandomi le parole ufficiali insieme a quelle dette e a quelle scritte e provando a tradurre anche i retroscena ma continuo a non comprendere quale siano le inconciliabili visioni di Paese che sostengono l’uscita della minoranza dal PD.

Sia chiaro: non concordo in quasi nulla con le politiche di Renzi, non mi piace questa sua tiepida coda a forma di Gentiloni e credo che non ci sia nemmeno un’ombra di sinistra nel governo che fu dello scout paninaro e della sua accolita. Personalmente credo che ci sarebbero quintali di motivi per non concordare con lui ma da qui, da fuori, non mi pare di coglierne chiaramente uno che sia uno da questi eterni transfughi che non transfugano mai. Perché si rompe il Pd?

Il congresso, ad esempio. Ma davvero qualcuno crede che la leadership di Renzi sia contendibile nel contesto attuale? Dai, su, non scherziamo. E quindi? Qualcuno crede anche da sconfitto di poterne condizionare le politiche? Suvvia, no. E allora? C’è chi pensa di riversare nel PD, per il tesseramento buono per la conta congressuale, la “sinistra” per modificare gli equilibri del partito? Certo che no. E quindi? Cosa significa “un congresso veramente aperto” come chiede la minoranza? Che Renzi debba correre con un giro di penalità? Che la vittoria si decida con una lotteria alla Festa dell’Unità di Pocapaglia? Spiegatemi, vi prego.

Il programma, mi dicono. Ma non è il programma proprio il nucleo fondante di una candidatura alla segreteria? Posto che vinca Renzi come si può pensare di costringerlo a supportare politiche che non gli appartengono? Mistero. Nero.

E concretamente che “segnali di apertura” si stanno aspettando? Perché Emiliano, Bersani, Speranza o qualcuno di loro non sprecano un minuto per spiegare anche a noi qui fuori?

C’è una dichiarazione illuminante del senatore PD Giorgio Tonini che ieri ha scritto: «È dunque evidente e comprensibile che le modalità di selezione dei cento capilista siano al centro della contesa. La minoranza di sinistra del Pd considera infatti certa la rielezione di Matteo Renzi alla guida del partito e teme che la scelta, da parte del segretario, dei cento capilista premi in modo abnorme i suoi fedelissimi e lasci a loro, alla minoranza, solo le briciole. A quel punto, dicono in molti, tanto vale rischiare la scissione: se ci va male non ci andrà comunque peggio che se restassimo nel Pd, se invece ci andasse bene…»

Di sicuro c’è solo che anche oggi la scissione la facciamo domani.

Buon martedì.

Cosa recuperare (e sapere) del congresso di Sinistra Italiana. I video

Nicola Fratoianni al congresso nazionale fondativo di Sinistra Italiana, Rimini, 18 febbraio 2017. ANSA/ PASQUALE BOVE

Mentre a Roma andava in scena l’assemblea del Pd – quella della scissione che non è ancora scissione – a Rimini nasceva ufficialmente Sinistra italiana, che finora era un gruppo parlamentare e adesso è invece anche un partito con tanto di segretario, Nicola Fratoianni, uno statuto (che prevede ad esempio che una quota di risorse del partito sia destinata a progetti di mutualismo), un centro studi e – come avrete sicuramente letto – una sua prima scissione. Immancabile questa, con Arturo Scotto, Marco Furfaro e altri dirigenti, militanti e anche parlamentari, che vanno proprio incontro agli scissionisti del Pd (e un gruppo parlamentare, quindi, che voterà la fiducia al governo).

Sul numero di Left in edicola, con un’ampia intervista proprio a Fratoianni, raccontiamo le ragioni di Sinistra italiana. Presto vi racconteremo come, invece, Sinistra italiana dialogherà con Possibile di Civati, con DemA, il movimento del sindaco De Magistris, con gli stessi scissionisti del Pd, e con tutti gli altri rivoli della sinistra, visto che una delle cose uscita più volte a Rimini è che – come ovvio, nonostante la fine della stagione maggioritaria e il ritorno, ormai scontato, al proporzionale – Sinistra italiana potrebbe anche non avere il proprio simbolo sulla scheda. D’altronde già con noi Fratoianni ha evocato il modello di Podemos, che governa sia Madrid che Barcellona – le due “capitali” spagnole – in una coalizione civica di sinistra, non con una propria lista.

Qualcosa di simile, qui, si è fatto alle ultime Comunali di Bologna. È per questo che il primo intervento che vi segnaliamo da Rimini è quello di Federico Martelloni, che della lista Coalizione civica era il candidato sindaco.

Gli altri offrono una sintesi delle tre giornate di congresso (online c’è la registrazione integrale, se volete), tra la necessità di cronaca e la voglia di segnalarvi (con quello che al momento si trova online) alcuni tra i contenuti e i volti che più ci sono piaciuti. Come Claudia Pratelli, sociologa e sindacalista, che dice «è la prima volta che immagino un partito come uno spazio dove esercitare il mio impegno» e che parla, tra le altre cose, «dell’economia della promessa, che serve a estorcere lavoro gratuito» e dei voucher, «l’italianissima versione della gig economy, l’economia dei lavoretti, l’ennesima delle truffe».

C’è poi la giornalista ed ex sindaca di Molfetta Paola Natalicchio che chiede a «Pippo, a Luigi, a tutti: perché non facciamo una sinistra sola? Cosa ce lo impedisce? Come lo spiegheremo alle persone che non arrivano a fine mese, ai precari senza diritti, per cui chiediamo il reddito minimo garantito, ai giovani senza autonomia, ai disabili che chiedono inclusione, agli omosessuali, agli innovatori, ai migranti; come spiegheremo alla nostra comunità che non siamo in grado di fare una sinistra sola e metterla al servizio delle battaglie che non fa più nessuno? Io chiedo questo a Nicola Fratoianni, di lavorare all’unità della sinistra italiana e non solo di Sinistra Italiana, di prendere per mano tutta la nostra stanchezza».

C’è Giuseppe Civati che risponde anche a Natalicchio e dice, «per questo abbiamo bisogno di dire cosa facciamo noi». «Bisogna avere la stessa follia del M5s, che poi nella follia ha ecceduto e che per mille ragioni non ci ha convinto né ci convince, ma che nel 2013 ha lanciato una sfida su questioni di cui nessuno si faceva carico. Abbiamo la stessa forza e la stessa determinazione?». «L’Italia», dice, «ha bisogno di una sinistra con agenda politica propria. A noi serve un taccuino, preciso negli obiettivi e con i numeri a fianco di ogni voce. Sanders e Hamon che tutti citano non sono la sinistra radicale, sono la sinistra normale: la normale sinistra di chi vuole cambiare le cose, non mantenerle come sono, con falsi movimenti e trucchi da quattro soldi. Orgoglio, ci vuole. Non la nostalgia dei tempi che furono. Ci vuole l’idea di competere come se fossimo alla pari. Gli altri sono al 30% e noi sotto il 5? Chi l’ha detto che finirà così? Si azzererà tutto alle prossime elezioni, lo abbiamo capito, oppure no?».

Da ascoltare è poi l’«avvocata» Cathy La Torre, anche lei bolognese, come Martelloni, che dice: «Vorrei che tutte le nostre sedi si trasformassero in stanze del tempo, dei bisogni, dei sogni, del mutualismo. Qualcuno immagina un campo dei progressisti, io immagino un campo dei mutualismi, immagino di riempire le nostre sedi di banchi alimentari, raccolte vestiti, ludoteche, sportelli legali, attività ricreative per chi non può permettersi neanche un doposcuola. Immagino di illuminare il buio. Così si cambiano i termini del discorso».

E Marco Grimaldi che, venendo da Torino, dove è consigliere regionale, comincia il suo intervento sulle ricadute occupazionali dell’automazione, sui robot che fanno scomparire i posti di lavoro: «Operai? Non solo. La Banca d’Inghilterra ci dice che sarà il settore amministrativo a pagare il prezzo più alto».

Di vita indipendente parla invece Giacomo Di Foggia, in un intervento che si apre con un’interessante considerazione sulla Buona scuola, e su quanto da lontano arrivino i nostri problemi.

Applaudito è stato l’intervento di Luigi De Magistris, che parla dell’esperienza napoletana e di quello che può rappresentare, di cosa succede «quando i cittadini si prendono cura dei luoghi abbandonati», contro l’uso privatistico. E si chiede «perché gli altri sindaci non rispettano il referendum sull’acqua pubblica».

E infine, ovviamente, l’intervento conclusivo di Nicola Fratoianni che tra i vari spunti programmatici («la sinistra deve fare il suo mestiere, e di questi tempi non è poco») rilancia la sfida (già lanciata da Landini) dei due sì ai referendum sul lavoro e stuzzica i nuovi gruppi parlamentari, scissionisti di sinistra italiana e Pd, sulla fiducia al governo gentiloni: «Cosa faranno quando Minniti porterà in aula il suo piano sicurezza?».

Il commercio mondiale di armi? Va benone, grazie

epa05794379 Visitors at the Russian Sukhoi exhibition stall during the 'Aero India-2017' at the Yelahanka air base in Bangalore, India, 15 February 2017. Over 550 defense and aerospace firms, including 279 foreign companies from 30 countries took part in the 11th biennial event being held at the Yelahanka air force base. India is pursuing to scale up its military capabilities and aims to induct new warplanes, next-generation submarines, warships, helicopters, missiles, howitzers, air defense systems, assault weapons and night-vision gear. The event runs from 14 to 18 February 2017, showcasing military aircraft from leading manufacturers across the globe. EPA/JAGADEESH NV

Il volume dei trasferimenti internazionali di armi è cresciuto costantemente dal 2004 con un aumento dell’8,4 per cento tra il 2007-2011 e il 2012-2016, questo è quanto si legge nel rapporto pubblicato dal Sipri (qui la sintesi in italiano) l’International Peace Research Institute di Stoccolma, che confronta i due quinquenni. In particolare, i trasferimenti di armi nel quinquennio 2012-2016 hanno raggiunto il livello più alto dalla fine della Guerra fredda.

Il flusso di armi è aumentato in Asia, Oceania e Medio Oriente tra il 2007-11 e il 2012-16, mentre si registra un calo dei trasferimenti verso l’Europa, le Americhe e l’Africa. I cinque maggiori esportatori – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Germania –  insieme vendono al mondo il 74% del totale delle armi circolanti.

Il trend dei trasferimenti di armi tra 1950 e 2016 (dal 2000 c’è una crescita quasi costante)

Il boom più clamoroso si è avuto in Medio Oriente:

Negli ultimi 5 anni le importazioni nella regione sono quasi raddoppiate (+86%) rispetto ai 5 anni precedenti. L’Arabia Saudita è stato il secondo importatore mondiale di armi tra 2012 e ’16, con un incremento del 212% rispetto ai 5 anni precedenti. In Qatar l’aumento è del 245%. Anche se a tassi più bassi, la maggior parte degli altri Stati della regione ha comprato più armi che nel passato recente.I fornitori sono in primo luogo gli Stati Uniti e l’Europa.

Asia

Le importazioni in Asia e in Oceania sono aumentate del 7,7% e sono il 43% delle importazioni mondiali. L’India è il più grande importatore al mondo con il 13% del totale. Nel periodo preso in esame le importazioni indiane erano di gran lunga superiori a quelle dei rivali regionali Cina e Pakistan. Gran crescita anche per il Vietnam, economica in grande espansione. In generale, tutti i Paesi asiatici, crescendo, hanno ampliato i loro arsenali. La Cina è sempre più in grado di sostituire le importazioni di armi con prodotti autoctoni mentre l’India rimane dipendente dalla tecnologia straniera e si fornisce soprattutto da Russia, Stati Uniti, Europa, Israele e Corea del Sud. 

Chi esporta? 

Con una quota di un terzo delle esportazioni mondiali di armi, gli Stati Uniti rimane il primo esportatore di armi. L’export nel settore è aumentato del 21%. Quasi la metà delle esportazioni sono finite in Medio Oriente.

La Russia vende il 23% delle armi, soprattutto a India, Vietnam, Cina e Algeria.

La quota della Cina delle esportazioni è cresciuta dal  3,8% del periodo 2007-2011 al 6,2% del quinquennio preso in esame dal nuovo rapporto. Pechino è ormai stabilmente un fornitore di alto livello, come la Francia e la Germania che rappresentano rispettivamente il 6 e  il 5,6 per cento. Il tasso più basso continuo di francesi consegne di esportazione di armi potrebbe finire presto a causa di una serie di importanti contratti firmati negli ultimi cinque anni. La quota tedesca è calata in maniera costante, quella francese anche, ma risalirà nei prossimi anni grazie a una serie di contratti appena firmati.

E l’Italia?

Nel confronto tra i due quinquenni il dato sull’export italiano diminuisce leggermente. Ma in maniera molto relativa: diciamo che basta una commessa in più o in meno per far cambiare il dato generale. Negli ultimi 5 anni abbiamo esportato armi per 3,8 miliardi di dollari con picchi nello scorso anno e nel 2013 (3,9 miliardi nei 5 anni precedenti). I nostri migliori clienti sono stati Turchia, Emirati Arabi, Israele, Algeria e Pakistan. Tra gli altri anche Arabia Saudita, Egitto e molti Paesi europei. In generale, vale per noi come per tutti gli altri esportatori, la geopolitica e il ruolo regionale conta un pochino, ma i soldi contano molto e non hanno odore.

L’Italia dei cervelli in fuga che “puzza di naftalina”. L’esordio da solista di Giorgio Poi

Con i Vadoinmessico cantava “Archaeology of the Future”, ora, come solista Giorgio Poi, novarese di nascita ma romano d’adozione, quella stessa archeologia del futuro la infila nel suo disco d’esordio “Fa niente” appena uscito per Bombasischi/Universal (la stessa etichetta di Calcutta, fenomeno discografico del 2016). Trasferitosi a Londra appena ventenne e diplomatosi in chitarra jazz alla “Guildhall School Of Music And Drama”, aveva fondato i Vadoinmessico (riscuotendo un buon successo di pubblico e girando in tour per l’Europa e per gli States), soprattutto eravamo abituati a sentirlo cantare in inglese. Con “Fa niente” il cantautore sceglie di tornare alle origini, canta in italiano, ripesca sonorità, melodie e atmosfere dai ricordi e dai dischi che era solito ascoltare da bambino, guarda all’Italia e cerca di raccontarla come un amore che si guarda da lontano, con diffidenza e nostalgia allo stesso tempo. La cosa gli riesce piuttosto bene, non solo nel nuovo album, ma anche in interpretazioni come “Il mare d’inverno” cover del famoso brano di Loredana Bertè che è solito cantare durante i concerti.

Modugno diceva: «La lontananza, sai, è come il vento, spegne I fuochi piccoli, ma accende quelli grandi». La frase si adatta perfettamente a “Fa niente”, un disco che convince e che si insinua fra i pensieri con testi e ritornelli. Non stupitevi se già dopo il primo ascolto vi troverete a canticchiare per strada «Hai detto prendo tutto e vado via, con quello che puzza di naftalina», l’attacco di “Niente di Strano”, o “Acqua minerale” ripetendo: «La bocca si trasforma in un groviglio, se il filo del discorso è un rospo da ingoiare con l’acqua minerale». Ma l’esordio da solista di Giorgio Poi (nove brani che vanno dall’indie in stile Dente o Calcutta al cantautorato italiano anni ’70 e ’80 senza tralasciare una buona dose di romanticismo) non è solo terribilmente orecchiabile, ha anche il pregio di raccontare bene le malinconie e le ossessioni di una generazione giovane ma già impolverata e nostalgica.

Quella dei cervelli in fuga all’estero e quella dei bamboccioni rimasti nel Belpaese, gente che spesso si sente (proprio come Poi nel video di “Tubature”, secondo singolo estratto dall’album) parcheggiata lì tra il ciarpame di un negozio di antiquariato, intenta a mettersi a proprio agio strimpellando una chitarra e canticchiando una canzone che “puzza di naftalina”, per poi accorgersi che, dopo tutto, quell’odore “ci piace perché ci ricorda casa”.

«Ho trascorso in Italia tutta la prima parte della mia vita, fino ai vent’anni, e non m’è mai interessato capirla» racconta il cantautore.

«Vista dall’interno somigliava tanto a un ricettacolo di cose ovvie, a un contenitore per la normalità – continua Poi – una nebulosa di noia al di fuori della quale sorgevano le misteriose meraviglie estere. Così sono andato a vivere a Londra, dove proporzionalmente a un grande entusiasmo per quel che scoprivo lì, sentivo avanzare una specie di nostalgia, che nel tempo si trasformò in ammirazione idealizzata e totale per il mio Paese, per il suo cinema, il suo cibo, la sua musica e la sua lingua. Non perché necessariamente mi sembrasse migliore, ma perché era roba mia, la capivo in modo diverso, più radicale. Ascoltavo Vasco Rossi, Paolo Conte, Lucio Dalla, Piero Ciampi, cose che avevo sentito da bambino, ma a cui non ero mai tornato attivamente. Dopo alcuni anni quel sentimento non accennava a smorzarsi, ma anzi si acuiva, spingendomi verso quel “modo”, che un po’ mi apparteneva per diritto di nascita. Così ho iniziato a scrivere alcune canzoni in Italiano, una dopo l’altra, ed è uscito questo disco».

In Tour in tutta Italia dal 24 febbraio 2017

24 febbraio 2017 Pesaro / Circolo Mengaroni
25 febbraio 2017 Savignano sul Rubicone (FC) / Sidro Club
03 marzo 2017 Milano / Serraglio
04 marzo 2017 Bologna / Covo Club
11 marzo 2017 Marghera (VE) / Centro Sociale Rivolta
17 marzo 2017 Ceccano (FR) / Officine Utopia
18 marzo 2017 Montelupo Fiorentino (FI) / Indie is agio | Raduno Diesagiowave 3.0
23 marzo 2017 Firenze / Combo Firenze
24 marzo 2017 Roma / Quirinetta
25 marzo 2017 Torino / Officine Corsare
30 marzo 2017 Monopoli (BA) / Dirockato Monopoli Winter
31 marzo 2017 Taranto / Secret Show
01 aprile 2017 Napoli / Lanificio 25
22 aprile 2017 Tracks / Parma
23 aprile 2017 Genova / Supernova Festival Genova
25 aprile 2017 Padova / En Plein Air – Anfiteatro Del Venda

Ascolta “Fa niente” su Spotify