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Trump, Putin e l’internazionale nera della destra d’Occidente

epa05686671 A journalist holds a poster with portraits of (L-R) Russian President Vladimir Putin, France's far-right National Front president Marine Le Pen, and US President-elect Donald Trump prior Putin's annual press conference in International Trade Center in Moscow, Russia, 23 December 2016. A total of 1,437 journalist from all regions of Russia are accredited at the press conference with many of them using various creative ways to attract the attention of the Russian leader and to ask their questions. EPA/YURI KOCHETKOV

Il Washington Post ha monitorato le prime settimane di presidenza Trump ed ha verificato che non è passato giorno in cui il presidente non abbia detto almeno una bugia clamorosa o distorto una notizia (133 in 34 giorni). Nazionalismo, populismo, bugie clamorose ed esagerazioni – che si tratti di immigrati, pericoli, tasse o Europa – sono il tratto caratterizzante di una parte crescente del dibattito politico in Occidente. Chi usa quei toni, quel modo di manipolare sembra avere un metodo simile – quello del discredito dei media e dell’utilizzo dei social media per fornire la propria versione della realtà. Con enormi differenze di ruolo, status e modo di esprimersi, queste figure sono il presidente americano, i leader dei partiti della destra xenofoba europea e il presidente russo Vladimir Putin. Costoro condividono una visione comune del futuro dell’Europa. Per Putin una scelta geopolitica, per Trump l’assenza di una geopolitica alla ricerca di risultati economici immediati e per i nazionalisti europei la volontà di tornare ciascuno all’interno dei propri sacri confini. Costoro hanno rapporti, si incensano, si usano, si ammirano. E stanno costruendo una forza politica planetaria. Niente di segreto, nessun piano oscuro, tutto alla luce del sole o quasi. Il lungo articolo che trovate qui sotto è un tentativo molto parziale di ricostruire qualche legame. Non è un’inchiesta ma un lavoro di ricerca di materiale in rete e fondi secondarie. Che pure messo tutto assieme segnala un lavorio reale. Partiamo da un tweet di qualche tempo fa, che mette in evidenza come i contatti siano costanti e su molti livelli. Partiamo da due eletti al Congresso degli Stati Uniti.

Dana Rohrabacher è un rappresentante repubblicano eletto in California. Steve King, stesso partito, è eletto in Iowa. Rohrabacher è un vecchio reaganiano, ha lavorato con il presidente icona conservatrice, scritto i suoi discorsi e lasciato lo staff presidenziale nel 1988 per farsi eleggere in Congresso. Ad aiutarlo nel fundraising fu Oliver North, che pochi anni prima era stato coinvolto nello scandalo Iran-Contra – programma segreto che prevedeva di vendere armi agli iraniani in cambio del rilascio di ostaggi americani, i soldi ricavati vennero usati per finanziare illegalmente i contras, guerriglia anti sandinista in Nicaragua. In anni precedenti Rohrabacher era entrato in Afghanistan durante l’invasione sovietica e aveva passato due mesi con i mujaheddin, forse partecipando come osservatore ai combattimenti. In gioventù era il prototipo perfetto del libertario, di quello strano intreccio, tutto americano, fatto di isolazionismo, libero mercato, costituzione delle origini e culto dell’individuo.

Negli anni 80 è diventato reaganiano e oggi, infine, è un trumpiano di ferro e filo-russo. Rohrabacher si è battuto in Congresso per far cancellare le sanzioni contro alcune figure dell’establishment russo legate all’affare Sergei Magnitsky, avvocato dipendente di una compagnia britannica di investimenti che aveva denunciato affari poco chiari e complotti contro il suo datore di lavoro per fare in modo che i suoi affari russi passassero nelle mani di figure vicine al Cremlino. Magnitsky venne arrestato, detenuto un anno senza processo e morì in cella poco prima del suo rilascio – con segni di violenze sul corpo. Dopo un viaggio a Mosca, Rohrabacher si è convinto dell’innocenza delle autorità russe in quell’affare e si è assegnato una missione: far capire al Congresso Usa che il “caso Magnitsky” è una montatura e che bisogna smetterla di colpire i russi con sanzioni legate a quell’episodio. Il rappresentante della California era un marginale del gruppo repubblicano, chissà che con la presidenza Trump non ritrovi un ruolo. Di lui si è persino parlato come possibile Segretario di Stato. Non è andata, ma le voci rimangono comunque un segnale indicativo.

Steve King ha una storia molto meno interessante: è semplicemente un rappresentante dell’ala più dura, conservatrice, rozza e di destra del suo partito. Ha votato contro il finanziamento della ricostruzione nel dopo Katrina, l’uragano che ha colpito New Orleans nel 2005 e ne ha distrutto i quartieri poveri (e neri). Nonostante venga dall’Iowa, che ai tempi della Guerra Civile combatté al fianco del Nord, nel suo ufficio in Congresso si può vedere in bella mostra una bandiera confederata del Sud. È contro qualsiasi diritto degli animali, contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso, contro ogni forma di immigrazione, detesta i musulmani e l’ex presidente Obama – che si dilettava a chiamare Hussein e definiva di fronte ai suoi elettori un «marxista di formazione musulmana».

Nel 2016 un intervento televisivo di King fece scalpore: mentre si parlava di un partito repubblicano tutto troppo bianco, lui intervenì dicendo: «Potete per favore elencare quali grandi avanzamenti della civiltà hanno prodotto gli altri sotto gruppi di cui parlate? (ndr neri, asiatici, latinos)». Si è poi corretto parlando di “superiorità della civiltà occidentale”, ma il King pensiero rimane quello: americani bianchi, europei bianchi, australiani e canadesi bianchi, sono parte di una civiltà superiore.
Tra le cose che King ama ritwittare dal suo account c’è Voice of Europe, una collezione di articoli sulla destra europea, sui danni fatti dagli immigrati e sulle No go zones, aree in cui le gang di immigrati dettano legge e la polizia ha paura a entrare. Se ne parla su molti siti di destra o russi (express.co.uk, DailyWire, Breibart, RT, Sputnik) esisterebbero in Svezia, specie nella zona di Malmoe, addirittura ne ha parlato Donald Trump durante un comizio, scatenando reazioni divertite e preoccupate (ne abbiamo parlato qui). Ovviamente si tratta di una colossale fakenews, derivata dal fatto che la polizia svedese ha indicato alcune zone difficili dal punto di vista socioeconomico e parte di una linea narrativa faziosa che racconta l’Europa (dove le no go zones sarebbero ovunque) sulla base si una propaganda di destra spinta e non apertamente dichiarata (ne parliamo qui).
L’esempio perfetto di un tipico tweet di Voice of Europe, per esempio, è questo: “Dopo 50 anni di tolleranza socialista l’Europa è un casino. Ci serve un approccio diverso: de-islamizzazione”.

Cosa hanno in comune questi due signori? Il tweet qui sotto, di cui parlavamo prima. Di recente hanno incontrato Marine Le Pen, alla quale augurano di diventare presidente – come si legge nel tweet qui sotto. Ma Marine sul suo account, si guarda bene dal dare notizia dell’incontro, che gli americani, tutto sommato, non sono ben visti dai nazionalisti francesi. Le Pen in questi giorni sta battendo il Sud ed è stata a Mentone dove ha proposto un accordo bilaterale Francia-Italia per bloccare l’immigrazione. E poi in Libano, solo per mostrare che lei non si copre la testa nemmeno davanti al Gran Mufti.

L’incontro con Le Pen è interessante perché ci dice, una volta di più come, tra la gente attorno a Trump, l’estrema destra europea e Mosca si stiano tessendo fili già da prima della vittoria del presidente a molti livelli. E di come, anche, tutti costoro utilizzino il web e i siti di notizie false o deformate come strumento di propaganda in maniera simile. Proviamo a ricostruire qualche legame e contatto, ricordando come i più occidentalisti, nel senso di legati ai valori occidentali e alle origini comuni, negli States siano quelli di alt-right e, in particolare, lo stratega della Casa Bianca Steve Bannon (qui un suo ritratto). Trump non ne è parte in senso stretto, non è ideologico, ma la sua Casa Bianca, lo abbiamo visto in diverse occasioni, a partire dall’ordine esecutivo anti-musulmani, è affidata in buona parte a figure di questa destra estrema. Non è un complotto e non c’è nulla di segreto. Si tratta di un disegno politico dai contorni non definiti e con alcuni nemici comuni: l’Islam, la laicizzazione della società, la sinistra degenerata.

Cominciamo con il primo ospite straniero di Trump incontrato tre volte tra le elezioni e l’insediamento: Nigel Farage, simbolo dell’anti europeismo militante britannico, figura che ha utilizzato notizie e dati falsi relativi al peso dell’immigrazione sul welfare nazionale e sull’NHS, il servizio sanitario di Sua Maestà. Con Farage c’è un legame stretto e c’è una comunanza di vedute sulle odiate élites politiche di Londra e Washington (e soprattutto Bruxelles, nel caso dell’inglese). C’è un elettorato simile e un messaggio fatto di iperboli, esagerazioni, distorsioni della realtà al servizio di una spinta radicale al cambiamento. Farage, tra l’estrema destra repubblicana si sente a casa. Qui sotto abbiamo Farage e King assieme al senatore del Mississippi Wicker, fiero avversario dell’aborto, difensore dei diritti dei portatori di armi anche in treno (c’è un emendamento a sua firma su questo) e unico senatore ad aver votato contro un testo nel quale c’è scritto che il cambiamento climatico è in atto e che l’uomo ha qualche responsabilità.

 

In questo altro tweet c’è l’augurio di successo elettorale da parte di King a Frauke Petry e Geert Wilders, incontrati, oltre che negli Usa, anche durante un viaggio in Europa. La frase usata – «Il suicidio culturale che si realizza attraverso la trasformazione demografica, va fermato» – esprime un concetto caro ai suprematisti bianchi. Tutti costoro sono passati per gli States e con tutti ci sono stati contatti (anche con Orban, spesso nominato da Trump). In Occidente, con certa gente, gli Usa non ha avuto a che fare se non in alcuni Paesi e in maniera coperta e attraverso le agenzie di spionaggio negli anni della Guerra fredda.

L’interesse principale della cerchia di Bannon, dopo quelli con Farage e i campioni della Brexit, sono quelli con il Front National di Marine Le Pen, il partito più forte e, a modo suo, moderno e organizzato della destra europea. Breitbart News, il cui capo di fatto resta lo stratega della Casa Bianca, ha annunciato di voler aprire un ufficio a Parigi, dopo quello di Londra, e dedica grande attenzione alle elezioni francesi. Sul sito c’è un video che si chiede: «Che Le Pen sia pronta a ripercorrere le orme di Trump?».
Dagli Stati Uniti, gli attivisti web del Front National riprendono la modalità di attivismo web di quelli di alt-right. Alcuni utilizzano persino Pepe the frog, personaggio disegnato nel 2005 dall’illustratore Matt Furie, utilizzato come meme sui social meno frequentati e utilizzati soprattutto da giovani e geek (4Chan, Reddit e così via) e divenuto di colpo un personaggio utilizzato da quelli di alt-right. L’hashtag #levraiMacron (il vero Macron) è una campagna di demolizione andata avanti per settimane, somiglia molto a quelle anti-Clinton e associa il candidato emergente alle banche, alla famiglia Rotschild (ha lavorato per loro), all’Islam. Molti tra coloro che rilanciano e veicolano la campagna hanno come foto del profilo Pepe the frog in varie fogge napoleoniche o lepeniste e seguono e rilanciano le figure chiave della destra americana, fuori o dentro l’amministrazione Trump. Inutile dire che molti ritraggono Macron con la barba da ebreo ortodosso e lo associano a Israele e, al contempo, come se nulla fosse, lo attaccano per le parole sulla colonizzazione pronunciate in Algeria.

Le Pen e il suo partito, a loro volta, sono sostenitori della dissoluzione dell’Unione europea (sebbene abbia abbassato i toni sull’euro nella speranza di vincere e non spaventare troppo), nemici dell’Islam e grandi amici della Russia putiniana.
Il Front ha una lunga frequentazione con Mosca: il padre di Marine, Jean Marie, fece la sua prima visita nel 1996 per sostenere il candidato di estrema destra Jirinovski e vagheggiava una “Unione boreale” dei bianchi cristiani, Marine il primo viaggio, ricevuta dal presidente della Duma, lo compie nel 2012 e, nel 2014, dopo che la Russia annette la Crimea, i viaggi di dirigenti del partito dell’estrema destra francese si fanno frequenti (13 tra 2014 e 2016). In questo periodo Marine Le Pen sostiene l’annessione e tutta la politica sull’Ucraina di Putin. Nei giorni scorsi, invece, ha spiegato che il dittatore Bashar al Assad è la garanzia migliore per il futuro della Siria. Nel frattempo il partito ha ottenuto prestiti da banche russe che hanno generato gran dibattito in Francia (al link l’inchiesta di MediaPart) – “perché nessun altro finanziava la campagna” è la spiegazione del Front.

Episodio minore, quasi curiosità: la 21enne Maria Katasonova (nella foto di apertura), attivista pro regime, candidata di destra alla Duma e fan di Donald Trump, che di lavoro fa l’assistente di un parlamentare nazionalista, bombarda i suoi 28mila follower su twitter con immagini e slogan pro-Marine 2017. Lei è una faccia esplicita della propaganda messa in piedi dalla macchina russa, poi c’è il lavorio nella semi oscurità. Ecco Katasonova con Marion Marechal Le Pen, ala destra del partito e nipote di Marine. Il tweet linka a un articolo nel quale si racconta delle preoccupazioni dei servizi francesi per le possibili interferenze russe nella campagna elettorale 2017. Preoccupazione espressa anche dal ministro degli Esteri francese in maniera ufficiale.

 

L’olandese Geert Wilders ha a sua volta fatto diversi tour negli Stati Uniti e durante l’ultimo è stato ospite di diversi congressmen: uno è il nostro King, gli altri due, nella foto durante la conferenza stampa tenuta dal leader del Pvv, sono il rappresentante del Texas Louie Gohmert, che sfidò da destra lo speaker della Camera Boehnert e perse e Scott Perry, veterano dell’Iraq eletto in Pannsylvania e sponsor di diverse leggi che puntano alla discriminazione dei neri utilizzando stratagemmi burocratici e della “castle law” nel suo Stato, una legge che estende all’infinito il concetto di legittima difesa. Durante la conferenza stampa Wilders ha parlato dell’incompatibilità tra Islam e democrazia: «Venite a vedere in Europa e ve ne renderete conto». I leader della destra, insomma, vengono usati per trasmettere a un pubblico americano – quello che frequenta canali imformativi di destra – un’idea distorta della situazione in Europa.

 

Andiamo avanti, ma, per non proseguire all’infinito, fermiamoci all’Italia passando per la Trump Tower a midtown Manhattan. Dove Marine Le Pen è stata avvistata durante il periodo della transizione tra la presidenza Obama e quella Trump. Con chi ha parlato? Non con Trump. Forse con qualcuno della sua cerchia ristretta, forse cercava fondi. Attenzione però, quando parliamo di legami e relazioni, non stiamo facendo l’operazione di quei media che assegnano a Soros il ruolo centrale di qualsiasi cosa succeda in Europa (e nei cortei contro Trump). Parliamo dello sviluppo di un sentire comune, di un’agenda comune e obbiettivi comuni. Tra questi c’è, innegabilmente la fine dell’Unione europea e la nascita dell’Europa delle Nazioni. Un’ipotesi che piace anche a Trump per ragioni legate alla sua idea di commercio internazionale e di ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Parlare con tanti Paesi relativamente piccoli, benché alleati e amici, è molto diverso rispetto all’ avere a che fare con un blocco a guida tradizionalmente franco-tedesca, non alleato “naturale” di Washington.

Chi ha amicizie ungheresi, per ragioni di origine, è Sebastian Gorka, analista di intelligence e militare, membro dello staff presidenziale per la sicurezza nazionale con il titolo di vice-assistente del presidente. Di origini ungherese, Gorka è nato e cresciuto in Gran Bretagna, ha vissuto in Ungheria dal 1992 al 2008 e dal 2012 è un cittadino naturalizzato americano. Gorka è uscito sui giornali per essere stato fotografato con una spilla del regime filo nazista degli anni della Seconda Guerra mondiale, che lui, spiega a BreibartNews indossa per ricordarsi da dove viene – «un Paese che ha vissuto le tragedie nazista e comunista». C’è però un’inchiesta che ha verificato suoi legami passati, negli anni in cui ha vissuto in Ungheria, con membri di gruppi di estrema destra e spesso anti-semiti che sono poi confluiti in Jobbik. La cosa non stupisca: Gorka è un sodale di Steve Bannon, ha scritto spesso su Breibart News ed ha scritto diversi articoli molto amati dalla gente di alt-right. Un buon canale con l’Ungheria di Orban.

Giorni fa, prima che il vicepresidente Pence, alla conferenza di Monaco, ribadisse la centralità dell’Alleanza atlantica (ma senza parlare di Europa), Steve Bannon incontrava l’ambasciatore tedesco negli Stati Uniti per spiegargli che la sua visione del mondo prevede la fine di quel blocco disfunzionale che ha il suo centro a Bruxelles e l’avvio di relazioni bilaterali.
La questione è importante per una ragione cruciale: quest’anno si vota in Francia, Olanda e Germania e gli Stati Uniti sembrano impegnati, sebbene in forma più moderata e timida della Russia, a sostenere i candidati dell’estrema destra che rispondono al credo sull’Europa delle Nazioni di Bannon – espresso tra l’altro in maniera inequivocabile durante una conferenza skype fatta durante un convegno in Vaticano nel 2014.

A proposito di Roma, Breibart News ha un suo corrispondente anche in Italia, si tratta di Steve Williams, ex prete, oggi professore in un collegio cattolico, consulente di Mel Gibson per il film sulla Passione di Cristo, sul set del quale ha conosciuto Bannon. Williams, meno estremo di Bannon, fa da tramite, a modo suo e in maniera non ufficiale, tra il Vaticano e lo stratega cattolico del presidente Trump (qui una interessante intervista di Viviana Mazza dal Corriere della Sera).
E sempre a proposito di Italia, quando è stata fotografata nel caffè della Trump Tower, Marine Le Pen era in compagnia di George “Guido” Lombardi, immobiliarista che vive al piano di sotto del presidente nella Trump Tower, amico di Berlusconi e Bossi, e che sostiene di essere stato il tramite tra il candidato e tutti i leader della destra che volevano incontrarlo. Lombardi avrebbe fatto il fixer e anche gestito operazioni di propaganda sui social non direttamente collegate alla campagna. Quanto ci sia di millantato credito e quanto di vero non lo sappiamo: la campagna Trump non ha mai risposto sul ruolo di Lombardi, ma lui ha parlato molto ai media americani e italiani. E nessuno lo ha smentito.
Lombardi dice anche di essere un membro della Lega. Cogliamo l’occasione per concludere quindi con Matteo Salvini, che è riuscito a scattarsi una foto con Trump ed è andato ai comizi del presidente. Anche Salvini fa gran tifo per Putin, Le Pen e il presidente Usa e da loro sta copiando, ricalcando passo passo le campagne dei suoi sodali. Eppure sembra essere portato meno in palmo di mano rispetto agli altri: forse perché più piccolo e meno determinante, forse perché in Italia c’è anche il Movimento 5 Stelle. Fatto sta che il buon Matteo si trova a dover scattare foto come quella qui sotto con i consoli americano e russo a Milano. Dell’incontro in Germania con i dirigenti dell’AfD tedesca, Geert Wiilders, Le Pen e gli austriaci non c’è nemmeno da dire. Quel che è interessante è quanti contatti ci siano e come, tutti, ma proprio tutti, tendano ad avere relazioni speciali con Mosca. Ma su questo si dovrebbe scrivere un altro articolo, altrettanto lungo: Com’è cambiato il mondo dopo il 1989.

Caro Femia, ti è tornato in bocca lo sparo per Giovanni Tizian

Un carabiniere mostra la carta d'identità di Vincenzo Femia arrestato dopo un appostamento di oltre un mese dai carabinieri del Comando provinciale di Torino, 11 marzo 2013.Sono stati i pizzini ai familiari e la spesa, che un suo fidato staffettista gli consegnava ogni giorno, a incastrare Vincenzo Femia. I carabinieri del Comando provinciale di Torino lo hanno arrestato dopo un appostamento di oltre un mese. ANSA/CARABINIERI - HO EDITORIAL USE ONLY

Ieri il tribunale di Bologna ha condannato a 26 anni e 10 mesi Nicola Femia, il boss che con il business del gioco d’azzardo ha impiantato pezzi di ‘ndrangheta in Emilia Romagna. Pene pesanti anche per i suoi figli, Rocco (15 anni, contro i 19 e sei mesi chiesti dall’accusa), e Guendalina (10 anni e tre mesi, la procura ne chiedeva 14), per il genero Giannalberto Campagna (12 anni e due mesi, a fronte di una richiesta di 15 anni). Nove anni a testa, inoltre, per Rosario Romeo e Guido Torello per concorso esterno in associazione mafiosa.

Nicola Femia tra le altre cose è anche quel vigliacco che disse senza sapere di essere intercettato che bisognava “sparare in bocca” a Giovanni Tizian, allora giornalista della Gazzetta di Modena, che raccontava con ostinazione e analisi come la mafia da quel parti si spargesse tutto intorno. Fu lì che anche Giovanni cadde in questa rete di paure, protezioni, minacce infilate dentro al cervello e contemporaneamente le invidie e le delazioni di qualche “onesto”.

Ora la condanna a Femia restituisce almeno il senso di giustizia. Non tornano indietro i giorni ingrigiti dai pensieri, dalle auto blindate e dalle scorte armate. Quelle no. Ma sono sicuro che a Giovanni ieri è scappato un sorriso disteso.

E a Femia lo sparo gli è tornato indietro nel modo migliore: con la giustizia.

Buon giovedì.

 

Se n’è andato Enzo Carella. L’outsider della canzone d’autore

Se n’è andato a Roma, nella sua città, Enzo Carella. Aveva 65 anni. Da mesi era ricoverato in terapia intensiva, da anni era accovacciato nell’ombra della grande canzone d’autore italiana.

La prima chitarra la prende in mano a 13 anni, gliel’hanno regalata i suoi genitori. Inizia a suonare da solo, prova a imparare scimmiottando gli artisti in voga a quei tempi. Adriano Celentano e Fabrizio De Andrè, ma anche i Beatles, gli Stones e Bob Dylan. Ma è quando incontra Jimi Hendrix, nel 1966, che resta folgorato da quel modo nuovo di suonare. Così, termina il Liceo Scientifico a Roma e si iscrive alla facoltà di Architettura, ma sa bene che alle porte ad attenderlo c’è la musica. Che musica? «Ho sempre fatto la musica che piaceva a me, magari sperando che il pubblico italiano si sarebbe evoluto», amava dire Carella.​

«Questo nome questo gesto questa cortesia, questo passo questo dire, questa tua mania». Con “Fosse Vero” Enzo Carella fa il suo ingresso nella musica italiana, nel 1976, e dà il via al sodalizio con Pasquale Panella. L’album, “Vocazione”, arriva un anno dopo, al suo interno c’è “Malamore”, singolo che lo rende popolare.

«Consideravano la mia musica come qualcosa avanti di dieci o vent’anni rispetto a quella in circolazione». Enzo sperimenta, liberamente. Canta a modo suo, suona a modo suo. Il precoce Carella in quegli italiani anni 70, se ne frega e gioca d’anticipo. Ne rimane folgorato Renzo Arbore, che spesso lo propone ad Alto gradimento. Alla fine dei Settanta, con tre album tra il 1977 e il 1981 (It e Rca, entrambe rigorosamente romane) tocca l’apice. E poi quel secondo posto a Sanremo, con “Barbara”, nel ’79. È all’apice, è fuori da ogni dubbio. Ma seguono anni di silenzio.

Cantautorato a tinte black e latine, e gli immancabili testi di Panella, così torna nel 2007 con “Ahoh Yé Nanà”. Ma non si fa nemmeno in tempo a dire “Bentornato Enzo” che il silenzio ripiomba sulla sua casa di Spinaceto, perfieria di Roma. Fino a quel 18 agosto del 2011, quando le pagine della cronaca lo sbattono in prima pagina perché lo hanno arrestato per “produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti”. Per quelle piante di marijuana coltivate sul balcone viene processato per direttissima e rilasciato la mattina dopo, era incensurato.

Mille e più cose stiamo dimenticando, lo sappiamo. In una delle sue ultime interviste – a Stanza 51 – alla domanda “Cosa si sente di dire oggi Enzo Carella ai suoi fans (che non saranno moltissimi ma sono senz’altro dei palati musicalmente fini)?” Rispose: «Come disse Carlo Verdone in uno dei suoi primi film, solo tre parole: “love love love”. CIAO!». Enzo Carella era così. Love.

 

Parigi

Amara

Veleno

Amnesty, l’orrore dei due mondi

Protests to Trump's Muslim Travel Ban (Photo by Mark Runnacles/Getty Images)

Esistono due mondi. Il “nostro”, quello sicuro, di chi a fine giornata, protetto dalle proprie mura domestiche, accende il telegiornale e scuote la testa. E il “loro”, quello di chi vive nella paura. Che ti crolli il tetto a causa di un missile; che una forza paramilitare ti entri in casa a fucili spianati – o fucili a spianata; che ti portino via un pezzo di famiglia che solo dopo anni, forse, smetterai di cercare; che ti arrestino per strada e inizi un inferno di torture per un motivo che non c’è; dell’acqua sotto quel gommone nella notte. In questo mondo, abitano milioni di persone. Per milioni di persone, il 2016 è stato un (altro) anno così. Di continua sofferenza e paura, perché governi e gruppi armati hanno compiuto violazioni dei diritti umani nei modi più diversi.

Ma è la paura del primo mondo a rendere ancora più pericoloso il secondo. È quello che emerge dal Rapporto annuale di Amnesty International 2016-2017, sottolinea come questa divisione sia amplificata dalla retorica dell’odio, del “noi contro di loro”. Una retorica disumanizzante, che appunto, divide il mondo in due: uno da proteggere, l’altro da tenere più lontano possibile. Abbandonandolo al proprio destino. E dunque, lasciando mano libera alla violenza e incoraggiando passi indietro nella difesa dei diritti umani. Il rapporto analizza la situazione dei diritti umani in 159 Paesi, puntando il dito su come l’agenda politica – e comunicativa – dell’Europa, degli Stati Uniti e di altri Paesi, rendano pericolosamente debole la risposta globale alle atrocità di massa. Di questi, ben 36 hanno – fra le altre cose – violato il diritto internazionale rimandando illegalmente rifugiati in Paesi dove i loro diritti umani erano in pericolo.

Yousif Ajaj 26, from Damascus, Syria living at the Softex refugee camp in an industrial area in the outskirts of Thessaloniki, Northern Greece, 13 July 2016.
‘ Every Day we die 100 times, the air is no good here, the food is not good, there is infection here. Even animals could not live here.’
‘I just want to find a safe place for my child to grow up in.’
The Softex refugee camp in Sindos, near Thessaloniki, 13 July 2016. The camp houses over 1800 people from Syria, Iraq, Afghanistan and Morocco including 500 children. The camp gives the feel of a prison and barbed wire divides its different sections. Conditions are dire and refugees often find snakes around their tents. People at the camp fear for their safety as violent fights break out every day and women live in fear of being assaulted.

Ne è esempio calzante la «manipolazione delle politiche identitarie allo scopo di ottenere consenso» operate da Donald Trump, che con la sua «la retorica al vetriolo incarna una tendenza globale verso politiche sempre più arrabbiate e divisive. In tutto il mondo, leader e politici hanno scommesso il loro futuro potere su un racconto di paura e discordia, addossando agli “altri” le colpe per le lamentele, reali o create ad arte, dell’elettorato». Facendo peggio, trasformando in azioni la sua propaganda, come i decreti per vietare l’ingresso a persone in fuga dalla persecuzione e dalla guerra, come nel caso della Siria.

Come lui, altri leader: «La fabbrica che produce divisione e paura ha assunto una forza pericolosa nelle questioni mondiali. Da Trump a Orbán, da Erdoğan a Duterte, sempre più politici che si definiscono anti-sistema stanno brandendo un’agenda deleteria che perseguita, usa come capri espiatori e disumanizza interi gruppi di persone», ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. Che, mette in guardia: «Le odierne politiche di demonizzazione spacciano vergognosamente la pericolosa idea che alcune persone siano meno umane di altre, privando in questo modo interi gruppi di persone della loro umanità. Così si rischia di dare via libera ai lati più oscuri della natura umana».

Contemporaneamente, denuncia Amnesty, «l’Australia ha inflitto di proposito sofferenze inaudite ai rifugiati intrappolati a Nauru e sull’isola di Manus, l’Unione europea ha firmato un accordo illegale e irresponsabile con la Turchia per rimandare indietro i rifugiati in un contesto insicuro e Messico e Usa hanno continuato a espellere persone dall’America centrale, dove la violenza ha raggiunto livelli estremi».

E ancora: «Aleppo, è stata ridotta in macerie dai bombardamenti aerei e dagli scontri per le strade, mentre proseguivano gli attacchi violenti e crudeli contro i civili nello Yemen. Dal peggioramento della difficile situazione dei rohingya nel Myanmar, fino alle uccisioni illegali di massa in Sud Sudan, dal brutale giro di vite sulle voci di dissenso in Turchia e Bahrein».

Per Amnesty le Nazioni Unite non sono state da meno: il fallimento degli stati che hanno partecipato al summit di settembre sulla crisi globale dei rifugiati e migranti: «Mentre i leader mondiali non sono riusciti a dimostrarsi all’altezza della sfida, 75.000 rifugiati rimanevano intrappolati nel deserto, in una terra di nessuno tra la Siria e la Giordania».


L’Italia e il reato di tortura

Per quanto riguarda noi, fra le varie cose di cui il nostro Paese dovrebbe vergognarsi, i rapporti con l’Egitto – la cui normalità, secondo l’organizzazione umanitaria, andrebbe ripristinata solo quando verrà ripristinata la verità sulla tortura e l’assassinio del giovane ricercatore italiano, Giulio Regeni.
Un tema, quello della tortura, che non si può continuare a ignorare. Amnesty International Italia ha inviato una lettera al ministro della Giustizia Andrea Orlando proprio riguardante la perdurante inesistenza di questo reato nel codice penale. Firmata insieme al senatore Luigi Manconi, a Patrizio Gonnella di Antigone e ad Antonio Gaudioso di Cittadinanza Attiva, ha lo scopo di sollecitare il Guardasigilli a promuovere un testo di legge efficace e degno di questo nome.
«Il governo – si legge nella lettera (leggi qui) – deve assumere un’iniziativa forte, finalizzata a introdurre davvero il reato di tortura con una definizione accettabile, e presentare a tal fine un emendamento al testo in discussione, e poi seguirne l’iter, promuovendo una rapida approvazione nell’attuale legislatura».

 

 

La sinistra tedesca: «Forse è l’ora della Grexit». E Varoufakis lancia la campagna #TheGreekFiles

epa05775166 Syrian refugee women sit on a pavement while their children play in front of the National Library in central Athens, Greece, 06 February 2017. Greek public debt is highly unsustainable, the International Monetary Fund said in a report, exclusively presented by ANA, and will be discussed during a board council meeting in Washington, USA later on 06 February. EPA/SIMELA PANTZARTZI

Sahra Wagenknecht, vice Presidente del partito della sinistra radicale tedesca, Die Linke, ha preso posizione in maniera netta sulla questione greca: «Alcuni elementi fanno pensare che l’economia greca possa riprendersi meglio fuori dall’Unione monetaria». Ma la decisione ultima a riguardo, «spetta al popolo greco». Lo riporta il quotidiano regionale Reinische Post.

Che dalla Germani arrivino voci in favore di una Grexit non è certo una novità. Che provengano da uno dei volti più in vista della Die Linke invece, è una notizia.

Nella Die Linke, Wagenkencht rappresenta l’ala radicale; quella che vedrebbe di cattivo occhio un’alleanza con la Spd di Martin Schulz dopo le elezioni. Parte della mancata sintonia, è dovuta proprio dalla divergenza sulle questioni europee ed internazionali. Oltre alla Grexit, l’area radicale della Die Linke predica lo scioglimento della Nato, o quantomeno, l’inclusione della Russia in qualsiasi ragionamento di politica estera e di sicurezza.

Wagenknecht ha anche accusato Wolfgand Schäuble, il Ministro delle finanze, di aver ingannato il popolo tedesco nel corso degli ultimi anni: «Schäuble sa, o almeno dovrebbe sapere, che la Grecia è uno Stato in bancarotta che riesce ad onorare i propri debiti soltanto attraverso la sottoscrizione di nuovi prestiti». Se c’è qualcosa che è stato salvato, nel quadro del bailout, «sono gli “hedgefond” e le banche», non certo Atene. I crediti elargiti dal governo e, conseguentemente, i soldi del contribuente tedesco, nonché europeo, sono «finiti in una fossa».

Intanto oggi, a Berlino, Angela Merkel ospiterà Chritine Lagarde, Direttore del Fondo monetario internazionale (Fmi), per cercare di sciogliere i nodi sulla questione greca che persistono tra Washington e Berlino. Il Fmi sostiene che per Atene sia impossibile sostenere un avanzo primario del 3,5 percento dal 2018 in poi. Conseguentemente, Lagarde spinge per una revisione degli obiettivi fiscali finalizzati a un avanzo del 1,5 percento. Ma Berlino rimane l’osso duro da convincere, soprattutto nell’anno delle elezioni federali. Potenzialmente, la partecipazione di Washington al piano di salvataggio potrebbe anche saltare. Soprattutto nel caso in cui non si dovesse trovare un accordo sui numeri. Da mesi ormai, il Fmi chiede lo stop delle misure di austerità per la Grecia.

Intanto, si è rifatto vivo anche Yanis Varoufakis, il quale, con il movimento Diem25 ha lanciato la campagna #TheGreekfiles. La campagna chiede a Mario Draghi, Presidente della Banca centrale europea (Bce), di rilasciare al pubblico alcuni documenti interni, redatti in occasione della chiusura delle banche greche del 2015, nel momento più acuto della crisi del debito ellenico.

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Referendum su voucher e appalti, parte la campagna della Cgil. Ma la data ancora non c’è

Questa mattina, 22 febbraio, la campagna referendaria della Cgil scalda i motori: i camper del “Comitato per il Sì” partono per attraversare il Paese e sostenere i due referendum, contro i voucher e per la piena responsabilità solidale negli appalti. La campagna “Libera il lavoro. Con 2 Sì Tutta un’altra Italia” parte, anche se una data certa per le consultazioni ancora non c’è, perché il governo non ha ancora provveduto a fissarla. «Si fissi la data del referendum», continuano a ripetere Susanna Camusso e i suoi. E le fanno eco i dirigenti di buona parte della sinistra. Ma le orecchie di Paolo Gentiloni, al momento, sono sorde all’appello.

Intanto, nello Stivale continuano ad aumentare disuguaglianze economiche e concentrazione della ricchezza. Crescono i poveri e i bassi salari e il ceto medio si fa sempre più fragile: lo dice il Rapporto sulla qualità dello sviluppo realizzato da Tecnè e dalla Fondazione Di Vittorio, l’Istituto nazionale della Cgil per la ricerca storica. È un Paese, l’Italia, dove il pessimismo vince sulla capacità di sognare e viene sempre più difficile credere al miglioramento delle proprie condizioni. Solo il 31% degli italiani pensa che la situazione economica del Paese migliorerà nel prossimo anno, nel 2015 era il 44% . E solo l’11% si aspetta che siano le proprie individuali condizioni a migliorare. Di fronte a una tale “depressione”, ha commentato Camusso, emerge «la necessità di cambiare rotta rispetto alle politiche economiche e sociali. Dare risposte partendo dai più deboli non solo è giusto ma è il meccanismo necessario per dare sicurezza a tutti, per dare fiducia».

Voucher e appalti. Cosa chiedono i referendum

Abolire i voucher. Per la Cgil sono spesso un modo per “mascherare” il lavoro nero, mentre per il governo favorirebbero l’emersione del lavoro nero. I buoni lavoro vengono acquistati – comodamente in tabaccheria – dal datore di lavoro e vengono poi consegnati al lavoratore che, per riscuoterli, aspetta spesso diverse settimane. Il taglio più piccolo vale 10 euro e, al netto delle tasse, corrisponde a un compenso netto di 7,5 euro. Il resto viene incassato dall’Inail e Inps, che in cambio forniscono una copertura contributiva e assicurativa. I voucher – che in ogni caso favoriscono l’aumento del precariato – sono stati introdotti per la prima nel 2003 e nel corso degli anni la possibilità di utilizzarli è stata molto ampliata. Già prima del Jobs Act del governo Renzi erano diffusi, ma con la riforma del Lavoro si è alzato il tetto massimo da 5 a 7mila euro netti in un anno. Ed è aumentato il ricorso ai voucher: del 32% nei primi dieci mesi del 2016 e del 67% nei primi dieci mesi del 2015. Le «leggere e poco rilevanti» modifiche ai voucher previste dal Job Act hanno in realtà riscritto la normativa, perciò abolendo alcuni articoli del Job Act è possibile cancellare lo strumento dei voucher, anche se di fatto è stato introdotto da un’altra legge più di dieci anni prima. 

E’ estremamente tecnico ma, allo stesso tempo, estremamente semplice, invece, il quesito sulla modifica alla responsabilità di committenti, appaltatori e sub-appaltatori nei confronti dei lavoratori impiegati negli appalti. Oggi, in caso di irregolarità nei pagamenti di stipendio e contributi, il dipendente di una società che ha ricevuto un appalto o un subappalto può rivalersi su chi ha commissionato l’appalto, ma solo se non è riuscito a ottenere quanto gli era dovuto da chi ha ricevuto l’appalto, cioè il suo datore di lavoro. Se il referendum dovesse passare quel lavoratore potrà decidere di chiedere direttamente il denaro che gli è dovuto al committente dell’appalto. Una modifica che, oltre che tutelare maggiormente i lavoratori, infonderebbe in chi affida un appalto una maggiore attenzione riguardo agli affidatari.

Un’occasione per dire No alle politiche del governo

Ricordate il voto del 4 dicembre? Il referendum per difendere la Costituzione dalla riforma Boschi-Renzi? Sembra passato un secolo da quel voto, ne sembrano passati due da quell’energia che rinvigoriva i vincitori. Perché, all’indomani di quella vittoria, in tanti hanno invocato il referendum di primavera della Cgil per esprimere un voto politico direttamente sulle politiche del governo, quelle del lavoro in particolare. Anche se poi la Consulta ne ha ammessi solo due su tre, quello sui voucher e quello sugli appalti, appunto, stoppando invece il cavallo di battaglia: il terzo quesito, quello sull’articolo 18. Ma rimane un «referendum sulla precarietà e sullo sfruttamento», come ci ha già spiegato il deputato Pippo Civati di Possibile, e come potete rileggere cliccando qui. «Non hanno ascoltato il nostro No. Sentiranno i nostri Sì», aveva annunciato Maurizio Landini già in dicembre dalle pagine di Left. Se solo il governo fissasse una data. Nell’attesa una parte della politica si mobilita, la parte sinistra. Domani, giovedì 23, nella sede romana della Cgil si terrà un incontro tra Maurizio Landini, Michele Emiliano, Pippo Civati, Anna Falcone, Paolo Ferrero, e Nicola Fratoianni. Qualunque sia la data, i referendum sociali sono almeno riusciti nell’impresa di metterli tutti intorno allo stesso tavolo.

Arlecchino, Pantalone, Colombina (e Emiliano lo scisso)

MICHELE EMILIANO

A Carnevale voglio travestirmi da Michele Emiliano. Voglio indossare una giacca bianca ma nera, continuando a ripetere a tutti che avrei preferito una camicia a scacchi ma alla fine il gilet è casa mia. Voglio fermare una persona a caso per strada, dirgli in faccia quello che penso, ovvero nulla, poi aspettare che si allontani per descriverlo agli amici come la causa di tutti i mali. Quando torna quell’altro smentisco la smentita, mi scindo abbastanza scisso e confermo la fiducia.

Se quella a cui assistiamo nel Pd è una scissione allora Michele Emiliano ne è il grumo: tutta retorica consistente, ha lanciato il guanto di sfida demolendo il suo partito per poi fingersi responsabile e tornare a cuccia. Lui, intanto, si sgola per spiegarci che “è la politica, bellezza” e che alla fine vuole “giocarsi la partita”. Aveva chiesto un congresso aperto, spostato in là nel tempo e un ripensamento sulle politiche degli ultimi anni; non ha ottenuto nulla di tutto questo e quindi eroicamente ha abbassato la testa come un bimbo sgridato e mandato a letto senza cena. Fantastico.

Eppure il polso del leader s’era già tastato durante l’assemblea nazionale di qualche giorno fa: un pirata via comunicato stampa pronto a diventare mozzo dal vivo e trovarobe al primo battito di ciglio di Renzi e i suoi. Si potrebbe chiamare “addomesticamento schizofrenico” ma forse, chissà perché, si potrebbe pensare che l’utile abbia vinto come sempre sul dilettevole.

«Farò una campagna contro Renzi durissima» ha dichiarato ieri, provando a sembrare stentoreo sotto uno flebile gorgoglio. E sicuramente Renzi avrà cominciato a tremare. Sicuro.

Vai, Michele: dopo Arlecchino e Pantalone la commedia dell’arte delle baruffe democratiche chiozzotte sforna all’improvviso la maschera del banfone, Emiliano lo scisso. Chissà come si divertono quest’anno i nostri bambini. O forse è più semplice di quel che sembra: Emiliano voleva sinceramente andare via ma a Roma non c’era un taxi libero. Nemmeno uno.

Buon mercoledì.

Una scissione con scissione. Cosa succede nel Pd

(S-D) Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza durante la presentazione del manifesto "Idee e proposte per cambiare l'Italia, la sinistra, il Partito Democratico" al Teatro Vittoria, Roma, 18 febbraio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

«Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza e i parlamentari della loro area non cambiano idea», così dice il lancio d’agenzia che, nel primo pomeriggio, conferma che la scissione nel Pd ci sarà, ma anche che sarà una scissione a metà, con Michele Emiliano che ha deciso di restare nel Pd e, come annuncia prendendo la parola, tentare la sfida a Matteo Renzi (con l’idea, se vincere è difficile, di diventare così il leader della minoranza). Bersani, Speranza e i parlamentari della loro area, dunque, «non parteciperanno alla direzione di oggi e al congresso del Pd, di cui non condividono le modalità». Che l’agenzia sia ben informata è confermato dal fatto che il lancio viene subito ripreso e socializzato da Chiara Geloni, già donna-comunicazione del Pd bersaniano: «Di fatto, a quanto si apprende, sono così fuori dal partito e dissentono dalla scelta di Michele Emiliano di sfidare Renzi alle primarie. È una scelta personale, sottolineano».



Una scissione con scissione, è dunque quella del Pd
. Anche se la distanza tra Bersani e Emiliano era già venuta fuori durante l’assemblea di domenica ed era anche prevedibile, essendo Emiliano un corpo abbastanza estraneo, comunque distante dalla storia che invece accomuna Bersani, i suoi e Enrico Rossi. Anche il presidente della regione Toscana, infatti, ha tenuto il punto. Esce, e va a vedere la crisi di giunta che i renziani già minacciano e che ha sicuramente avuto un peso nella scelta, invece, di Emiliano, anche lui governatore, in Puglia.

Aprendo la direzione del Pd, che darà vita alla commissione congressuale, Matteo Orfini si è comunque detto ancora fiducioso. Che anche Bersani, Speranza e Rossi possano rientrare è però ormai difficile, o almeno sarebbe comico. Anche perché Bersani, Speranza e Rossi sono quelli che più hanno posto questioni politiche – pur nella confusione, nella polvere della polemica sulle modalità del congresso, che è evidentemente parte della strategia per addossare la rottura a Renzi. Rossi vuole quasi un ritorno ai Ds (tant’è che l’associazione che ha promosso si chiama democratici e socialisti, Ds), Bersani sono mesi che teorizza la necessità di invertire la rotta rispetto a quella, di fiducia incondizionata nel mercato (perdonate l’estrema sintesi) seguita da Renzi; rispetto alla linea che Renzi, ora in partenza per un giro tra le aziende californiane, non ha mai detto, né fatto intendere, di voler abbandonare.

Malcolm X. 52 anni fa ammazzavano il «nero più arrabbiato d’America»

Black Muslim leader Malcolm X poses during an interview in New York on March 5, 1964. (AP Photo/Eddie Adams)

21 febbraio 1965, Malcolm X sta per tenere un discorso a Manhattan. Ma non fa neanche in tempo a cominciare. Tre uomini seduti in prima fila gli sparano addosso con fucili e pistole: lo raggiungono 16 proiettili, di cui tre mortali. Era rientrato in città da una settimana. E, dopo un tentato avvelenamento al Cairo, ad attenderlo a New York aveva trovato la sua casa incendiata da un attentato dinamitardo. Chi ha ucciso Malcolm X? Ancora oggi, 52 anni dopo, ci sono diverse ipotesi. Se tre membri della Nation of Islam furono arrestati come esecutori (Talmadge Hayer, Norman 3X Butler e Thomas 15X Johnson), ma chi sono i mandanti? Per qualcuno sono da ricercare tra i suoi stessi collaboratori – di recente, una delle figlie, Qubilah Shabazz, ha accusato l’attuale capo della Nazione dell’Islam, Louis Farrakhan, di essere il mandante di quell’assassinio -, per qualcun altro tra le divise dell’Fbi e per altri ancora nel mondo della malavita organizzata e del traffico di droga che sarebbe stata colpita dal lavoro di Malcolm X subendo un calo del giro di affari. Quello che resta, è l’immagina di un milione e mezzo di persone che sfilano ai suoi funerali, il 27 febbraio ad Harlem. Malcolm X – nato El-Hajj Malik El-Shabazz – avrà sempre 39 anni, il suo corpo è sepolto al Cimitero di Ferncliff, ad Hartsdale, New York.

Da malvivente a pensatore, da predicatore a rivoluzionario

Settimo di 11 figli, Malcolm è nato a Omaha, nel Nebraska, il 19 maggio di un 1925. figlio di un pastore battista, Earl Little, e di un’immigrata antillana, Louise Norton, che aveva lasciato Grenada con la sua famiglia quando l’isola era ancora parte dell’impero britannico. Lo spirito di liberazione Malcolm lo respira appena nato, entrambi i genitori infatti aderiscono all’Universal Negro Improvement Association, un movimento pan-africanista di liberazione dei neri che il giamaicano Marcus Garvey aveva fondato nel 1914. Sono i tempi del Ku Klux Klan, l’organizzazione che, fondata nel 1867 nel Tennessee viene messa fuorilegge nel 1869 ma rinasce in Georgia nel 1915. Ed è proprio al Ku Klux Klan che, nel 1931, viene attrobuito l’assassinio del padre di Malcolm. Senza Earl Little, con pochi soldi e la madre malata, la famiglia di Malcolm si comincia a sgretolare. Nel 1937 viene affidato ad alcuni amici, un anno dopo viene espulso da scuola per “cattiva condotta e comportamento anti-sociale”, un provvedimento che gli vale il trasferimento nella casa di correzione di Lansing, nello Stato del Michigan. Malcolm ha 15 anni quando, anche per sua madre si prepara un destino di reclusione. Louise, sempre più grave, viene rinchiusa in manicomio per decisione di giudice e assistenti sociali.

Boston, tra ghetto e galera

Lustra le scarpe dei passanti o serve ai tavoli di ristoranti e sui treni. All’inizio degli anni 40 Malcolm si stabilisce nel ghetto nero di Boston. Qui, entra a far parte di un’organizzazione di scommesse clandestine. Nel 1945 è ricercato dalla polizia che lo accusa di essere a capo di una banda di rapinatori, un anno dopo viene tratto in arresto durante una rapina e condannato a dieci anni. Ha inizio la sua conoscenza con il carcere: da quel febbraio del 1946 al luglio del 1952 Malcolm soggiorna in tre carceri del Massachussetts. In una di queste, tra le mura della colonia penale di Norfolk avviene la sua trasformazione, tra il 1948 e il 1951. Malcolm ha poco più di vent’anni. Studia, legge e fa proselitismo. È, infatti, entrato in contatto con la Nazione dell’Islam di Elijah Poole (che aveva già preso un nuovo nome, Elijah Muhammad), è stato suo fratello Reginalda metterlo in contatto. Predica il separatismo autosufficiente dei neri dai bianchi, denuncia il razzismo della religione cristiana, lotta contro droga, tabacco, alcol, cibi impuri e ogni vizio. In carcere sta diventando un’autorità, le autorità decidono di liberarlo.

Una X in memoria dell’Africa

Quello che va a vivere a Inkster, nel ghetto nero di Detroit, non è più solo Malcolm, ma Malcolm X. Malcolm decide di prendere una “X” accanto al suo nome, a perenne memoria della privazione del suo vero nome africano. Non è più un predicatore, e alle galere adesso si sono sostituite le fabbriche. Prima la catena di montaggio di un’industria automobilistica, poi passare la fabbrica di camion Gar Wood. Finché torna sulla costa orientale, e riprende a predicare per la Nazione dell’Islam. Con Malcolm X, l’organizzazione non si limita ad aprire e organizzare nuove moschee, ma diventa il gruppo politico-religioso di «musulmani di colore, separatisti e rigidamente organizzati». Gli anni 50 stanno per finire, Malcolm sposa Betty Shabazz, una compagna del suo movimento, e si stabilisce a New York. È il 1958.

L’evoluzione politica

È il momento di viaggiare. Europa, Medio Oriente, Africa. Malcolm X modella le sue idee che pian piano cominciano a prendere forma: vuole stringere l’intesa con i gruppi antisegregazionisti del Sud e nel resto del paese e capisce di dover internazionalizzare il “problema dei neri”. Per farlo è necessario stringere intese anche con i Paesi arabi, soprattutto con quelli africani, e con le ex colonie. Tra il 1963 e il 1964, decide di fondare “l’Organizzazione dell’Unità Afroamericana”. Le sue posizioni contro il governo degli Stati Uniti si fanno sempre più decise, tanto in politica estera quanto in quella interna. In quegli anni c’è un altro leader che si aggira per il mondo: Martin Luther King. Ma Malcolm X non ne condivide il pacifismo, la rottura arriva subito dopo la marcia su Washington, una delle più grandi manifestazioni per i diritti civili nella storia degli Stati Uniti (agosto 1963). «La farsa su Washington», la definì Malcolm X senza mezzi termini. Del resto, la sua ostilità nei confronti di King non fu mai un mistero, così come le sue critiche alle teorie della non-violenza che, sosteneva Malcolm X, facevano il gioco dell’oppressore istigando i neri a non reagire. Nel 1964 Malcolm X lascia la Nazione Islamica. Due anni prima era venuto a sapere che il leader dell’organizzazione, Elijah Muhammed, aveva diverse cause in corso con due sue segretarie che gli chiedevano di riconoscere i figli avuti da relazioni illegittime. Malcolm X si allontana e parte per un pellegrinaggio alla Mecca. Secondo alcuni biografi in quel viaggio in Arabia Saudita comincia a non considerare tutti i bianchi come dei nemici. Vede pregare insieme musulmani dalla pelle scura e chiara.

La rivoluzione anticoloniale

L’unità etnica e di condizione dei neri è il collante per gli oppressi di tutto il mondo. È questa la convinzione che matura nella testa e del core di Malcolm X: «Gli afro-americani non sono una minoranza degli oppressi dagli Stati Uniti, ma sono una parte minoritaria di tutti gli oppressi dal Colonialismo», dice durante uno dei suoi discorsi. Il suo è un discorso politico internazionalista che pianta le radici su su una certezza: il razzismo a cui sono sottoposti i neri americani è connaturato all’essenza stessa del capitalismo. «In passato pensavano al loro problema come una questione di diritti civili, il che la rendeva una questione nazionale, confinata alla giurisdizione degli Stati Uniti d’America, in cui i neri potevano solo cercare l’aiuto dei liberal-progressisti bianchi. Oggi i negri dell’emisfero occidentale si rendono conto che il loro è un problema di diritti umani, piuttosto che di diritti civili. E quel problema, nel contesto dei diritti umani, diventa una questione internazionale. Cessa di essere un problema negro, un problema americano, diventa un problema internazionale». Per Malcolm X la lotta anticapitalista internazionale è una lotta al razzismo. Perché il nemico che bombarda il Congo è lo stesso che arma i cittadini contro i negri ed è lo stesso che crea i ghetti e la povertà etnica. Ecco che la decolonizzazione ha una funzione strategica. Malcolm X legge Lenin e Marx, e capisce che la debolezza dei negri d’America è direttamente proporzionale al loro essere un ingranaggio della produttività americana. I Ghetti, per Malcolm X, non sono solo il frutto dell’ignoranza dei bianchi, ma richiami alla divisione del lavoro internazionale, che si replica sul contesto nazionale. Malcolm X, intravede i processi di etnicizzazione del lavoro, quelli che oggi noi vediamo alla luce del sole. Ed è nella rivoluzione anticoloniale che intravede la via d’uscita. Come Thomas Sankara, come Ernesto Guevara.

La sua eredità. I Black Panthers

La lotta politica di Malcolm X è un insegnamento essenziale per le black communities, oltre le marce per i diritti civili. A raccogliere la sua eredità Huey P. Newton, Bobby Seals ed Eldrige Cleaver: fondatori del Black Panthers Party. Un partito in cui il pensiero del leader si fonde alle teorie marxiste. Per quattro o cinque anni, il movimento infiamma le tutte le città d’America. Seguono la persecuzione e la repressione. L’Fbi recluta infiltrati e organizza un’operazione diretta da Edgar Hoover, capo dell’agenzia federale nonché uomo legato al Klan. I Panthers vengono sconfitti, ma il pensiero di Malcolm X è ancora un passaggio vitale nella storia americana. Molto più attuale di quanto non si possa pensare.