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Perché la sinistra si divide sempre?

Un momento durante l'assemblea nazionale del Pd all'Hotel Parco dei Principi, Roma, 19 febbraio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

«Professoressa ma perché la sinistra si divide sempre?».

È una mattina come le altre e sono a scuola, la domanda me la pone uno dei miei alunni di quinta mentre sto spiegando la Rivoluzione russa e mostrando il variegato spettro di forze scese in campo contro lo Zar: i bolscevichi di Lenin, i menscevichi di Martov, i socialisti rivoluzionari, i cadetti…Non è la prima volta che un mio studente fa un’osservazione di questo tipo e quindi non mi coglie impreparata: ogni volta che in quarta studiamo la Rivoluzione francese o in quinta i socialismi alla fine dell’800 o più avanti ancora affrontiamo il 900 e le scissioni del Partito Socialista prima e poi quelle tra comunisti massimalisti e riformisti qualcuno dal fondo della classe alza la mano.

Già, perché tante divisioni?

La domanda non ammette indugi anche perché la storia poi ci insegna che di fronte a queste frammentazioni hanno sempre vinto l’uomo forte (Robespierre, Napoleone, Stalin…) e le forze di destra (i fascisti, i nazisti, i franchisti…). La domanda, inoltre, coglie assolutamente nel segno e mi dà l’occasione di parlare di attualità, visti gli ultimi sviluppi del congresso del Partito democratico e così ci ritroviamo a pensare ai grandi problemi che hanno contraddistinto la storia della sinistra in Europa fin dai suoi esordi.

Mentre cerco di rimettere insieme le idee per trovare una risposta plausibile e neanche troppo scontata e stupida mi strappa un sorriso il ricordo di Corrado Guzzanti quando, in un suo esilarante spettacolo del 2010, imitava Fausto Bertinotti che ideava una nuova strategia politica: la sparizione della sinistra per via di scissioni. «Negli ultimi tempi – diceva – gli animali di grossa taglia non fanno più paura, quindi bisogna attaccare il nemico per via di microorganismi: scindersi scindersi fino a sparire». Oggi lo sketch del comico romano appare di una lungimiranza disarmante e allora la risposta è d’obbligo perché ne va dell’identità della sinistra non solo in Italia, ma in Europa e nel mondo intero.

La storia della sinistra è sempre stata caratterizzata da una miriade di scissioni che non è sufficiente spiegare come frutto dell’esercizio della libertà di pensiero, non fosse altro che per via di tali divisioni la sinistra molte volte nella storia è stata sconfitta favorendo l’ascesa al potere di forza autoritarie e illiberali. Mentre parlo e spiego, organizzo il pensiero e mi viene in mente ancora il giornalista di Raitre Maurizio Mannoni che, durante una puntata di Linea Notte del 28 novembre 2014, pose la stessa domanda del mio studente all’ospite che aveva in studio: lo psichiatra Massimo Fagioli.

«Professore, le pongo una domanda che è sia politica che psicoanalitica: perché questa eterna tentazione di scissione nella sinistra?». Fagioli rispose con una battuta fulminante che mi colpì molto: «Ci sono sempre state le scissioni fin dalla Rivoluzione francese perché si è imposto l’ideale della libertà, che era solo una libertà dei mercati, che ha portato all’individualismo facendo fallire l’ideale dell’uguaglianza».

(…)

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L’insopportabile familismo perbenista italiano

Il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, all'inaugurazione dell'anno giudiziario della Corte dei Conti regionale, al Castel dell'Ovo, Napoli, 17 febbraio 2017. ANSA / CIRO FUSCO

Forse alla fine ce lo meritiamo uno come De Luca, che di fronte alla domanda sul presunto “scambio di favori” che vedrebbe suo figlio candidato alla Camera per le prossime elezioni politiche in cambio di un suo appoggio alla candidatura di Matteo Renzi come segretario del Pd risponde con un muso impietrito e muto come nelle peggiori fiction di camorra.

Forse ci meritiamo anche il fatto di avere avuto per più di mille giorni una squadra di governo che in gran parte stava tutta nel raggio di qualche decina di chilometri lì dove l’ex premier aveva fatto lo scout giusto per il gusto di rinfacciarcelo tutti i giorni insieme a don Milani.

In fondo siamo un Paese che sulle vicinanze si gioca gran parte delle dinamiche: se srotoliamo l’adolescenza della nostra classe dirigente ci ritroviamo dentro un nodo di amici magicamente trasformati in collaboratori e fiduciari.

Questi che parlano di meritocrazia (che è un feticcio falso come il cuoio in fibre plastiche) sono gli stessi che innalzano (anche se di nascosto, anche se simulando di non saperne) la fedeltà come elemento imprescindibile e non fa niente se le capacità sono inefficaci.

Un governo di “amici d’infanzia” e una squadra di sostenitori costruita sullo “scambio” è la fotografia degli uffici in cui avanzano i leccaculo, di dipartimenti che premiano i falsi cortesi, di aziende che falliscono passando ai figli, di consigli di amministrazioni che attraversano le ere senza cambiare mai i cognomi.

Si resiste alla povertà, è vero, ma anche al deserto etico. Di continuo.

Buon venerdì.

Con questo numero rivendichiamo l’unicità e originalità di una storia

Left è nato il 17 febbraio 2006 insieme alla rubrica di Massimo Fagioli. Per la prima volta oggi, dopo 11 anni e una settimana, usciamo senza la rubrica Trasformazione. Per questo motivo ho chiesto ai direttori e alla redazione un regalo. Per una settimana lasciamo perdere l’attualità. Facciamo un numero interamente dedicato a Fagioli, alla sua ricerca e a quella cosa straordinaria e incomprensibile chiamata Analisi collettiva. Perché glielo dobbiamo ma anche perché è la nostra storia.

Spesso ci è stato chiesto polemicamente: perché gli date quello spazio? Perché non gli toccate nemmeno una virgola di quello che scrive? Cosa c’entra Fagioli con la sinistra? Perché lo avete sempre difeso contro tutto e tutti? Le risposte sono tante. Ma quello che oggi mi sento di affermare con forza è che una delle caratteristiche uniche di Left è sempre stata la rubrica settimanale di Fagioli. Non esiste e non è mai esistita in nessun’altra rivista o giornale del mondo una cosa così particolare. È stato un segno distintivo, un’identità, sin dalla nostra nascita 11 anni e una settimana fa. Con questo numero vogliamo rivendicare l’unicità e originalità di questa storia.

Fagioli dopo la pubblicazione dei sui quattro libri che hanno fondato la Teoria della nascita, ha sviluppato il suo pensiero in oltre 550 articoli. Il suo linguaggio misterioso e poetico ci ha accompagnato, facendo ricerca sulla realtà psichica umana, per tutti questi anni, ogni settimana senza mai un’interruzione.

Una ricerca su un settimanale di attualità… una ricerca fatta in pubblico, alla luce del sole, che chiunque può leggere. Difficile certo, anzi difficilissima, ma mai incomprensibile. Chi voleva e chi vuole approfondire e capire, ha tutti gli strumenti per farlo. Un enorme patrimonio di conoscenze a disposizione di chi voglia sapere.

Lo ha sempre sostenuto Fagioli, la ricerca sulla realtà umana non è qualcosa che va chiuso in un ambiente accademico ed elitario. L’Analisi collettiva, il grande gruppo che ha tenuto per 41 anni, in cui si è svolto un rapporto di cura e di formazione, comprendeva sempre, fin dall’inizio, la ricerca. Anche quando era, soprattutto, cura della malattia mentale. La sua rubrica, così originale ed unica, come l’Analisi collettiva, sono state una proposizione di ricerca svolta in pubblico. I lettori del nostro giornale non sono specialisti di psichiatria. I partecipanti all’Analisi collettiva erano solo in piccola parte psichiatri e psicologi.

La mia idea è che sia l’Analisi collettiva che la rubrica Trasformazione sono state proposizioni politiche di sinistra. Di una sinistra che non rimane soltanto un ideale astratto o banalmente la buona amministrazione della cosa pubblica ma diventa realtà interna, quindi pensiero ed azione, di migliaia di persone.

La conoscenza della realtà psichica umana e la ricerca su di essa deve essere un patrimonio pubblico, di tutti e a tutti accessibile. Perché ogni essere umano vuole conoscere e sapere di se stesso e del suo rapporto con gli altri. Perché una sinistra vera non potrà mai esistere se non si comprende, fino in fondo, la realtà psichica degli esseri umani.

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«Ritirate le deleghe della Buona scuola, vanno contro i diritti dei più deboli». L’allarme di familiari e docenti

Una classe del liceo Newton di Roma, visto dal corridoio oggi 12 settembre 2011 a Roma. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

«Quella delega rischia di gettare a mare tutta l’istruzione per i disabili. E anche le altre non facilitano la loro vita, vanno ritirate tutte». Per lanciare questo allarme ai parlamentari oggi davanti a Montecitorio a partire dalle ore 15 fino alle 19 è in corso un presidio di centinaia di associazioni, la Rete dei 65 movimenti, provenienti da tutta Italia, che rappresentano oltre centomila cittadini, tra insegnanti, genitori di ragazzi disabili. Alla protesta hanno aderito anche tutti i sindacati, sia confederali che di base, oltre alle associazioni degli studenti e a partiti come Sinistra italiana.
La protesta non si ferma qui. Domani venerdì 24, al liceo Tasso di Roma si terrà un seminario di formazione per docenti sull’inclusione, parteciperanno tra gli altri il sottosegretario all’Istruzione Vito De Filippo e il giudice onorario della Cassazione Ferdinando Imposimato, sempre molto critico contro le violazioni dei principi costituzionali.

Ma perché questa ribellione collettiva? Non è bastata la legge 107, che ha causato non pochi problemi non solo nei contenuti, ma anche nell’organizzazione scolastica. Adesso arrivano 8 decreti attuativi relativi ad altrettanti temi cruciali per l’istruzione e che il 17 marzo diventeranno legge. Vanno a completare, per così dire, la Buona scuola. Allora, nel 2015, si disse che le deleghe erano troppe, che si lasciava carta bianca al Governo su troppi temi sensibili. Poi il tempo è passato, il Governo senza ascoltare nessuno è andato avanti ed ecco qua le 8 deleghe, targate Renzi-Giannini, con il via libera della ministra Fedeli, arrivata con il governo Gentiloni. La delega contestata è la 378 “Norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità”. In Commissione Istruzione e cultura di Camera e Senato si stanno tenendo le audizioni di associazioni, esperti, comitati, ma c’è poco tempo perché i parlamentari entrino dentro argomenti così complessi come quello dell’inclusione scolastica per i disabili oppure la formazione iniziale dei docenti o ancora la valutazione. È una delle critiche che fanno i sindacati: troppo poco tempo per cambiare qualcosa dei decreti attuativi.

Chi ha promosso la mobilitazione, ha individuato precisi punti che non vanno. Li elenca la professoressa Daniela Costabile, portavoce della Rete dei 65 movimenti che ha organizzato la protesta e che fa parte anche dei Partigiani della scuola, uno dei movimenti nati contro la Buona Scuola.
«Noi come rete siamo nati proprio per la delega disabilità, ma poiché i danni per i disabili vengono anche da tutte le altre deleghe, noi chiediamo il ritiro di tutti i decreti attuativi. Per questo motivo ha aderito alla nostra rete tutto il mondo della scuola. Questa è l’unica manifestazione contro i decreti», spiega.
La critica più forte è quella per cui le famiglie, con la delega sono tagliate fuori dal sistema dell’istruzione che nei casi di studenti disabili costituisce una rete complessa. Mentre prima della delega, grazie alla legge 104 del 1992 c’erano 41mila gruppi Glh, cioè gruppi di lavoro e studio che ogni dirigente creava nella propria scuola, formati da docenti di sostegno e curricolari, operatori sociali e familiari, adesso, tutto questo sistema viene spazzato via. La stessa legge 104 viene depotenziata e molti degli articoli della norma di 25 anni fa vengono cambiati. «Abbiamo scoperto dalla relazione tecnica – dice Costabile – che il Governo elimina tutti i gruppi che c’erano per ogni scuola, e al loro posto ha inserito dei Git, gruppi per l’inclusione territoriale, in cui ci sono 4 presidi e due docenti, i quali devono decidere le ore di sostegno da dare i ragazzi. Se prima con la legge 104 scattava automaticamente il docente di sostegno adesso non è più così. La 104 è stata depotenziata da questa delega». Trecento Git, uno per ogni ambito territoriale, la nuova geografia scolastica, ecco la novità della delega 378 che non va giù ai familiari.
«Dovranno decidere, senza conoscere i ragazzi, cercheranno di razionalizzare, ma c’è una sentenza, la n.80 del 2010 che dice che quando si tratta di ragazzi con disabilità, il pareggio di bilancio non c’entra nulla, bisogna dargli tutto quello che serve», continua la professoressa. Ma non è solo questo il punto contestato. Un altro riguarda la possibilità di aumentare il numero di alunni nelle classi in cui è presente uno studente disabile. Da 20 si passa a 22. Ma in quell’articolo 3 “Prestazioni e competenze”, c’è un passaggio che desta preoccupazioni. Laddove si parla della formazioni delle classi, si legge: «consentire, di norma, la presenza di non più di 22 alunni ove siano presenti studenti con disabilità certificata». «Questa norma è contestata da tutti – dice Daniela Costabile – anche da parte dell’osservatorio Miur per la disabilità, perché così sale il numero di alunni per classe». Inoltre, con la legge 104 bastavano 6 giorni per la certificazione del bambino all’inizio del suo percorso scolastico, adesso gli avvocati delle associazioni hanno calcolato che di giorni ne occorrono 60. «Quindi niente snellimento burocratico», sottolinea la portavoce della rete dei 65 movimenti. «La commissione medica è stata integrata da figure che non c’entrano nulla – continua – un terapista della riabilitazione, chissà, forse per vedere se un ragazzino è autonomo e può stare solo senza il sostegno… E poi c’è anche un medico dell’Inps, un ispettore che non risponde al ministero della salute, non vorrei che i ragazzini verranno trattati come falsi invalidi».

Altro articolo della delega che ha fatto sollevare tutti, familiari e insegnanti, è l’articolo 16 “continuità didatica”: «Per valorizzare le competenze professionali e garantire la piena attuazione del piano annuale di inclusione, il Dirigente scolastico propone ai docenti dell’organico dell’autonomia di svolgere anche attività di sostegno didattico, purché in possesso della specifica specializzazione».
Tradotto, significa che anche i docenti curricolari, se hanno una specifica specializzazione, sono chiamati a fare il docente di sostegno. «La prospettiva è che il preside faccia lavorare il docente sia sulla classe che sul ragazzino, quindi questo perde il docente di sostegno. È un tranello», sottolinea con amarezza Daniela Costabile.
In sintesi, il senso che emerge da questa delega è quello della razionalizzazione, del “fare cassa”. Ma  sostenere le ragioni del bilancio sulla pelle di chi è più debole non è possibile. D’altra parte anche la Corte Costituzionale, poche settimane fa ha sancito che il pareggio in bilancio non ha ragion d’essere rispetto ai diritti di chi ha una disabilità. Vedremo se il Parlamento recepirà l’allarme di migliaia di cittadini che partono da una situazione di svantaggio e che quindi devo essere tutelati ancora di più.

I Sioux bruciano il campo contro l’oleodotto in South Dakota. Che si farà anche con soldi italiani

epa05809559 A handout photo made available by the North Dakota Joint Information Center on 22 February 2017 shows an aerial view of the Oceti Sakowin camp, Morton County, North Dakota, USA, 19 February 2017. Authorities began the removal of protesters opposing the Dakota Access Pipeline (DAPL) from the camp on 22 February 2017, after the expiration of an evacuation deadline ordered by state and federal authorities. Protesters reportedly set some fires to destroy teepees and other abandoned dwellings as they left the camp during the eviction. The camp, located on federal land near the Standing Rock Sioux Reservation, was illegally set to protest the nearby Dakota Access Pipeline, media added. EPA/NORTH DAKOTA JOINT INFORMATION CENTER HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Il presidente Trump ha firmato l’ordine esecutivo pochi giorni fa e le multinazionali che hanno deciso di costruire l’oleodotto che dal Canada arriverà nelle raffinerie degli Stati Uniti passando per le terre sacre e le fonti di approvvigionamento di acqua dei Lakota Sioux hanno immediatamente ripreso la costruzione. Il campo che nei mesi passati ha raccolto fino a 10mila attivisti ambientalisti e nativi americani di tutte le tribù era quasi deserto ormai e le autorità locali avevano dato ordine di evacuarlo. I pochi che restavano hanno inscenato una protesta, fatto dei riti propiziatori e poi dato fuoco al campo. Alcuni sono stati arrestati. Difficile dire se questa storia finisca qui.
Tra le cose che sappiamo però è che le banche finanziano il progetto a prescindere dalle proteste dei nativi e degli ambientalisti. Tra queste c’è l’italiana Intesa Sanpaolo a cui Greenpeace Italia ha chiesto se intende proseguire nel finanziamento. L’olandese Amro ha infatti dichiarato che se la costruzione si farà senza l’assenso delle tribù locali, il suo finanziamento verrà meno.

«La domanda è doppiamente importante oggi, visto che la banca ha recentemente “confermato il suo impegno a seguire da vicino e con la massima attenzione i risvolti sociali e ambientali legati al finanziamento del Dakota Access Pipeline – in particolare il rispetto dei diritti umani – in coerenza con i principi espressi nel suo Codice Etico”, come si legge in un documento ufficiale», si legge nel comunicato di Greenpeace. (qui un articolo che segnala tutte le banche coinvolte nel progetto) Ambientalisti e tribù native hanno lanciato una campagna per disinvestire dalle banche che prestano soldi al progetto. È una modalità di azione che negli Usa ha spesso funzionato, proprio contro le multinazionali del petrolio.

Il video di presentazione della campagna contro le banche che investono nell’oleodotto

Come Macron cerca di riguadagnare terreno su Le Pen

epa05790704 Leader of France's far-right Front National political party and candidate for the 2017 French presidential elections Marine Le Pen visits the 'Promenade des Anglais' in Nice, France, 13 February 2017. EPA/SEBASTIEN NOGIER

Gli scenari delle elezioni Presidenziali francesi sono in costante evoluzione. Ieri, Emmanuel Macron ha ottenuto l’appoggio ufficiale di François Bayrou, sindaco di Pau e Presidente del “Mouvement Démocrate” (Modem), una forza politica centrista ed europeista.

Bayrou ha proposto a Macron di integrare nel programma elettorale alcuni temi-cavalli di battaglia del Modem. Tra questi, la promessa di una legge sul “conflitto di interessi”, ma anche un impegno a favore del pluralismo nel quadro politico francese.

Il candidato del movimento En Marche (“In Marcia”) ha prontamente accettato l’offerta di Bayrou. I due leader si dovrebbero incontrare proprio oggi per definire i dettagli e ufficializzare l’accordo.

Durante le primarie della destra repubblicana francese, Bayrou aveva appoggiato Juppé. Inoltre, durante le ultime settimane, aveva chiesto a Fillon di fare un passo indietro, in seguito agli scandali legati all’utilizzo, da parte di quest’ultimo, di soldi pubblici per assumere i propri famigliari.

Bayrou ha motivato così la sua scelta a favore di Macron: «Nel Paese, c’è un’urgenza di cambiamento. [Il mio], è un gesto per dare speranza alla Francia».

Il sostegno di Bayrou sposterà l’ago della bilancia a favore di Macron nello scontro con Marine Le Pen? Difficile dirlo. Ma è probabile che il gesto rappresenti un’ulteriore spallata nei confronti di Fillon, per il quale, a questo punto, sembra più difficile arrivare al secondo turno.

Dal canto suo, Marine Le Pen ha visitato Beirut. Cosa c’è dietro al viaggio del leader del Front National in Libano? Probabilmente la volontà di dimostrare una “credibilità internazionale”. Anche perché, negli stessi giorni, Emmanuel Macron è stato ospitato da Theresa May a Londra. Un chiaro segno, di quali siano le preferenze dell’élite politica europea.

Nel frattempo, il Presidente uscente, Francois Hollande, in visita presso gli stabilimenti di Alstom e General Electric di Belfort, ha cercato di difendere il bilancio della sua presidenza. Ma, soprattutto, ha alzato la voce contro il rischio del «protezionismo».

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Scindersi per allearsi

From left: PD (Democratic Party) rapresentatives Enrico Rossi, Pierluigi Bersani, Guglielmo Epifani and Massimo D'Alema during the meeting of PD minority at Vittoria teather in Rome,18 February 2017. The minority met to discuss a possible spin-off from PD (Democratic Party) in Rome. ANSA/GIUSEPPE LAMI

La rottura c’è e presto arriveranno anche i gruppi parlamentari, che forse si sperava fossero più numerosi ma che nasceranno comunque dall’unione tra scissionisti del Pd e scissionisti di Sinistra Italiana. Cominciano a capirsi meglio anche le ragioni politiche della rottura, che vanno oltre le ragioni congressuali su cui ovviamente Renzi schiaccia Bersani&co (che si fanno lì schiacciare, però, preoccupati di non passare loro per quelli che se ne vanno, e alla ricerca quindi di un pretesto formale).

Le ragioni politiche, in realtà, basterebbero da sole (Bersani e Rossi – ma anche Errani e Epifani – sono arrivati, forse in ritardo, a una critica radicale della globalizzazione, in sintesi, di cui considerano conclusa la spinta progressiva) e non ci sarebbe motivo di tirare in ballo – oggi – la natura leaderistica del Pd: che è un partito nato con le primarie e quindi lo si poteva mettere in conto, diciamo, l’arrivo di uno che, forte dell’investitura popolare, avrebbe fatto tutto da solo, chiamando «caminetti» quello che poi sarebbe una normale concertazione tra le diverse anime (che poteva esser più trasparente, ma quello è).

Le ragioni basterebbero, dunque, e anzi avrebbero richiesto di fare questo passo ben prima, come riconosce lo stesso Bersani, anche nella decisiva intervista rilasciata a Floris: «Quando dico alla mia famiglia che non sono più del Pd alcuni mi dicono “Era ora”», dice l’ex segretario.

Che però, confermando la rottura e annunciando che lui non rinnoverà la tessera, che non è interessato al congresso aperto da Renzi, dice anche qualcosa in più. «Mi sono convinto», dice Bersani, «che il Pd di Renzi non è in grado di incrociare quel pezzo di popolo di cui noi abbiamo assolutamente bisogno».

E capiamo così meglio cosa sarà il nuovo partito che sta nascendo, e che già sappiamo che, nelle intenzioni di chi lascia il Pd, non sarà un “cosa rossa”: «Non faremo una Cosa Rossa ma non sputeremo sul Rosso», dice Bersani, che pensa a una vocazione più ulivista, tenendo dentro i moderati.

Abbiamo però altri elementi, adesso, che troviamo nelle parole di Bersani. Tema: alleanze
. «Il Pd», continua infatti, «lo si può solo concepire come architrave di un centrosinistra plurale, il Pd nasce con questa ispirazione. Un partito da solo non può farcela, bisogna organizzare dei campi. Stiam parlando di un campo, non drammatizziamo, se non c’è il campo non basta il Pd. La domanda è: esiste o no un centrosinistra all’altezza di competere con la destra che cresce nel mondo?».

Bersani, quindi, spera in una coalizione e si organizza per esser la gamba sinistra, un po’ come vuole fare Pisapia. Curiosamente, usa anche la stessa parola: “Campo”
(e la speranza è quindi che ci si incontri, limitando la frammentazione). Toccherà vedere se la legge elettorale prevederà le alleanze pre elettorali, ma quella è l’idea (e altrimenti la si farà dopo, come proporzionale impone). Conferme ne troviamo diverse.

Nei suoi 13 consigli alla minoranza dem, agli scissionisti, ad esempio, Peppino Caldarola ne dà uno che, in questo caso, ci interessa. «La critica del Pd non deve diventare il tema principale del nuovo soggetto. Il nome “Renzi” va abolito. Non è né un nemico né un avversario, è il capo di un partito estraneo», scrive Caldarola, convinto però che «con questo partito bisognerà immaginare una alleanza politica per le prossime sfide elettorali. Trasformare il “guasto nell’aggiusto” dicono nella mia città di origine».

È quello che pensano Bersani&co (e forse quello che pensa Renzi, alla fine, ché altrimenti non sarebbe così contento). Anche Rossi l’ha detto nel mezzo di uno scontro con l’alfiere del Corriere Maria Teresa Meli: «Io sono uscito dal partito democratico perché Renzi è contento, e perché ci sono milioni di cittadini di sinistra che non si riconoscono nel Pd renziano. E siccome lui vuole restare a capo del Pd, noi lo salutiamo e gli diciamo: “confrontati con Emiliano, noi andiamo a fare una cosa di sinistra molto ampia e vediamo quanti voti prenderà. Quando sarà di nuovo a capo del Pd, poi, discuteremo».

Il ragionamento, ovviamente, fila. Persino Sinistra Italiana (che dal soggetto bersaniano sarebbe evidentemente stretta, soprattutto se non ci saranno le coalizioni) non esclude – ma loro solo dopo le elezioni – di incontrarsi col Pd, convinta di poter condizionare un futuro governo e spostarlo nella direzione opposta verso cui, ad esempio, l’ha (agevolmente) spinto Alfano negli ultimi tre esecutivi. La cosa bersaniana, però, non esclude alleanze anche prima: dipenderà dalla legge elettorale. Ma, allora, ci si potrebbe ovviamente chiedere perché non farne una solo a sinistra, con loro come margine destro.

L’obiezione di coscienza è una scappatoia anti storica

La notizia di un concorso per ginecologi non obiettori all’ospedale San Camillo di Roma ha fatto molto discutere, ottenendo in risposta una levata di scuda da parte della Cei, quando si tratta di una misura assolutamente necessaria, dal momento che la la legge 194 sull’interruzione di gravidanza rischia di essere del tutto disapplicata, nel Lazio come in molte altre Regioni dove – anche per motivi di convenienza – sette ginecologi su dieci si dichiarano obiettori. Con la conseguenza che i rari medici non obiettori fanno solo quello. Una misura ragionevole e del tutto commisuratata alla realtà però, ha fatto scalpore. E su questo c’è da riflettere. In primis perché sarebbe davvero una notizia se lo facessero tutti gli ospedali italiani. I bandi come quello del San Camillo andrebbero estesi a tutte le regioni, affinché nei reparti di ginecologia vi sia almeno di 50 per cento di personale non obiettore, come i Radicali italiano chiedono da tempo. Perché con tutta evidenza “La tutela dell’obiezione di coscienza prevista dalla 194 non può confliggere con il diritto ad accedere all’interruzione volontaria di gravidanza, sancito dalla stessa legge”. Le Regioni, infatti, devono garantire piena applicazione della legge mentre il ministero della Salut è chiamato a vigilare affinché ciò accada in tutta Italia. Cosa che non avviene oggi. Di fronte a questa drammatica evidenza di negazione del diritto delle donne a poter decidere sulla propria vita sessuale e riproduttiva molti giornali italiani preferiscono dare spazio e senza contraddittorio a ciò che dice la Chiesa, attraverso la Conferenza episcopale italiana (Cei).Che si permette di sentenziare: Il provvedimento preso dal San Camillo “snatura l’impianto della legge 194 che non aveva l’obiettivo di indurre all’aborto ma prevenirlo”. Così Don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei. Ancora una volta il Vaticano interviene a gamba tesa nelle questioni politiche e di piena applicazione della legge che riguardano lo Stato italiano. E una classe politica genuflessa come la maggior parte dei media italiana non solo considera tutto questo “normale”, ma fa proprio questo diktat oscurantista e anti storico. Chiudendo gli occhi di fronte alla realtà: sono 21mila le donne che si sono dovute spstare dalla propria Regione per abortire nel 2012, secondo l’Istat. L’interruzione di gravidanza continua ad essere osteggiata in Italia esponendo le donne a gravi rischi per la salute. E il ministro della Salute Lorenzin non può non tenerne conto.

Come abbiamo rilevato più volte, l’obiezione di coscienza in materia di aborto poteva frse avere senso nel 1978, quando entrò in vigore la legge sull’interruzione di gravidanza e tanti ginecologi erano già in ruolo. Quello che doveva essere un provvedimento transitorio per rispondere a quei medici che avevano scelto la specializzazione in ginecologia prima che l’impianto giuridico cambiasse, oggi è un ostacolo all’applicazione della legge stessa. Chi decide di specializzarsi in ginecologia sa che nell’esercizio pubblico della sua professione rientra anche la possibilità di fare interruzioni di gravidanza. Se questo confligge con un suo credo religioso, può intraprendere un’altra carriera, oppure può lavorare nel settore sanitario privato, dove gli aborti sono vietati. Ma a ben vedere c’è di più, perché lo Stato dovrebbe avallare un’idea anti scientifica che l’aborto sia un assassinio? La moderna neonatologia ha ampiamente dimostrato che il feto non ha alcuna possibilità di vita autonoma fuori dall’utero prima di 23/24 settimane di gravidanza. Solo alla nascita si sviluppa la vita psichica. Prima l’apparato cerebrale del feto è deconnesso e immaturo. La legge non può non tener conto dei progressi della scienza in uno Stato che si dica laico e moderno.
Dunque oggi dovrebbe rispondere eliminando dal testo della 194 l’articolo 9 che permette e regola l’obiezione di coscienza, di modo che gli stessi ginecologi obiettori, se antiabortisti per convinzione e non per mera opportunità, rifiutino da soli di intraprendere la carriera negli ospedali pubblici. Oppure deve legiferare per abbassare drasticamente le percentuali di obiettori-non obiettori negli ospedali, stabilendo ad esempio delle soglie minime di medici non obiettori nei reparti di ginecologia. Non ci sono altre strade.