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All’estero i voucheristi sono occasionali ma tutelati

Al lavoro precario e gratuito pare non esserci alternativa. In Italia, il processo di flessibilizzazione del mercato del lavoro è stato negli ultimi vent’anni caratterizzato da una forte aggressività, in grado di spogliare di qualsiasi diritto i lavoratori. Una dinamica non isolata nel panorama europeo, a partire dal grande compromesso tedesco delle riforme Harz, per continuare con le riforme spagnole e i contratti a zero ore del Regno Unito. L’alibi per ogni nuova riforma è il così fan tutti, poi usato come giustificazione perfetta per affermare l’ineluttabilità delle scelte politiche, e non economiche, alla base della svalutazione del lavoro. Un simile ragionamento è stato adottato anche riguardo la regolamentazione del lavoro accessorio, i voucher o buoni lavoro per intenderci. I casi francese e belga vengono spesso citati come simili al nostro sistema, ma la realtà, come ormai spesso avviene, risiede da tutt’altra parte.

Il lavoro occasionale, in Francia, è gestito tramite gli chèque emploi service universel (CESU) limitati esclusivamente alle prestazioni di lavoro a domicilio per un massimo di otto ore settimanali o quattro settimane consecutive. Il lavoratore occasionale è riconosciuto come lavoratore subordinato (salarié) a tutti gli effetti e non un lavoratore senza vincolo di dipendenza come nel caso italiano. Soprattutto, al lavoratore sono riconosciuti tutti i diritti propri di un lavoratore subordinato. A partire dalla remunerazione, che in nessun caso può essere inferiore al salario minimo (lo Smic) cioè 8,2 euro orari (circa 1400 euro mensili), fino al riconoscimento dei diritti quali la malattia, le ferie pagate, il cumulo per il diritto all’assegno di disoccupazione. Inoltre, le disposizioni contenute nel decreto sulla tracciabilità, erette dal governo italiano come strumento salvifico contro gli abusi, fanno intrinsecamente parte del dispositivo del CESU, il pezzo di un ingranaggio, niente di più. Accanto al CESU generico, esiste una variante assimilabile ai voucher corrisposti dalle aziende sotto forma di welfare aziendale per i propri dipendenti, il Cesu “prefinanziato”. In questo caso, il datore di lavoro compila in favore di un proprio dipendente il buono lavoro che quest’ultimo potrà poi utilizzare per retribuire a sua volta il lavoratore a domicilio. Rimangono tutti i diritti menzionati sopra e la retribuzione minima (lo Smic), che in ogni caso può essere integrata dall’utilizzatore con un Cesu generico. In breve, il diritto francese attribuisce anche ai lavoratori occasionali pieni diritti sociali e li equipara ai lavoratori subordinati, secondo un principio non più in voga in Italia: il lavoratore che, anche per brevissimi periodi, presta la sua forza lavoro a terzi che ne determinano le condizioni e tempi di lavoro, è un lavoratore subordinato, non un imprenditore di se stesso o un collaboratore.

Anche il modello belga, denominato titres-services appare ben distante da quello italiano, sebbene la sua introduzione segue la stessa idea del legislatore italiano: far emergere dal nero i lavoretti domestici. Innanzitutto, per la rigidità sui campi oggettivi di applicazione: i titres-servics sono utilizzabili esclusivamente per i servizi di pulizia e stiratura. Inoltre, il committente privato e il lavoratore non entrano in contatto diretto bensì tramite una agenzia convenzionata. Un sistema, quindi, che assomiglia più a un mix tra il lavoro in somministrazione italiano. Anche in questo caso, il lavoratore è un subordinato dell’agenzia o impresa con la quale stipula un “contrat de titres-service”, che può essere a tempo determinato o indeterminato. In ogni caso, il contratto a termine non può superare i tre mesi, pena l’automatica conversione a tempo indeterminato. Per quanto concerne il valore, ogni titolo costa all’utilizzatore, cioè il committente, 9 euro e può acquistarne un minimo di dieci e un massimo di 500 per ogni anno solare. A livello familiare, una coppia potrà acquistarne massimo di 1.000. Un’eccezione si applica alle famiglie monoparentali, alle persone disabili e ai genitori con figli disabili i quali possono acquistare fino a un massimo di 2.000 titolo per anno solare. La remunerazione oraria minima del lavoratore è 10,34 euro, superiore ai 9 euro pagati dal committente e al salario minimo (attualmente di 8,94 euro per ora lavorata). In particolare, la regione di appartenenza versa all’agenzia 22 euro, di cui 9 sono quelli versati dall’utilizzatore. Con questa somma, l’agenzia paga la retribuzione al lavoratore più tutti i costi sociali e previdenziali. Anche in questo caso i voucher nel sistema belga costituiscono un contratto subordinato di fatto, seppure gestito attraverso dei ticket per le prestazioni effettuate. Come per il caso francese, il lavoro occasionale è equiparato a quello subordinato in termini di diritti assistenziali come la disoccupazione, la malattia, le ferie ecc.
Poche affinità e molte divergenze tra il sistema dei voucher italiano e il lavoro pagato attraverso ticket in

Francia e Belgio. Soprattutto, sebbene la tendenza europea, ma non solo, alla precarizzazione del mercato del lavoro sembra ormai prassi egemonica, bisogna riconoscere che le categorie giuridiche utilizzate dai nostri vicini non hanno subito il fascino, tutto italiano, di escludere ad ogni costo il lavoro dal suo carattere di subordinazione solo perché svolto per un esiguo (in teoria) numero di ore. Come si diceva all’inizio, l’intenzione del legislatore italiano di ridurre il costo del lavoro per le imprese, o anche per i privati non imprenditori, è stata portata avanti con una dose massiccia di aggressività che ha in ultima istanza prodotto un segmento del mercato del lavoro spogliato di qualsiasi diritto presente e futuro. Una realtà ben lontana da chi, proponendo e poi approvando il Jobs Act, sosteneva di voler eliminare le discriminazioni interne al mercato del lavoro. La reale apartheid creata nel orso degli anni e avallata dal Jobs Act non può essere mascherata o sottratta a un principio di realtà, quello che quotidianamente sempre più lavoratori vivono.

L’eroina non basta più. Il regista di Trainspotting racconta le droghe di oggi

«Dopo la premiere ho messo su il vinile dei Pink Floyd, The Wall. Un album affascinante, uno dei migliori in assoluto». Inizia così la nostra intervista al regista Danny Boyle, che in questi giorni presenta T2 Trainspotting, sequel atteso per più di vent’anni, in cui al centro permangono gli effetti delle droghe e delle dipendenze, e le conseguenti evoluzioni delle stesse. «La ricerca del passato è diventata la dipendenza più forte per Renton e compagni», ci confida Boyle. E forse la citazione del vinile è un effetto di quella dipendenza, dello spasmodico bisogno di un ritorno a un passato idealizzato, in cui si è certi di vivere meglio rispetto al presente.
Trainspotting affrontava con cinismo e razionalità la questione dell’abuso delle sostanze stupefacenti, in particolare dell’eroina, nelle giovani generazioni. Come sono cambiate quelle dipendenze?
Si può intuire già dal trailer del film, in cui il celebre discorso del protagonista, Mark Renton, interpretato da Ewan McGregor, cambia rispetto a Trainspotting: stila un elenco delle nuove dipendenze moderne, diverse da quelle che potevamo avere negli anni 90.
Sì, «Scegliete facebook, twitter, instagram, e sperate che, da qualche parte, a qualcuno, freghi qualcosa», dice Renton, i tempi sono cambiati. Ma la dipendenza consumistica del 1996 era diversa, per esempio spappolarsi il cervello davanti ai quiz in tv ingozzandosi di schifezze…
In T2 Trainspotting il passaggio a nuove dipendenze è rilevante ed evidente, non solo nel discorso motivazionale del protagonista, è qualcosa che percepiamo senza neanche accorgercene. Ci sono scene in cui vediamo gente seduta al ristorante che si comporta esattamente come noi, che non schiodiamo gli occhi dal cellulare neanche quando attraversiamo la strada, dipendenti da tutte queste informazioni che viaggiano veloci, e di cui non riusciamo a fare a meno.
Nel film l’eroina e gli effetti devastanti dell’Aids lasciano il posto a twitter e facebook, ok. Però c’è la cocaina, Sick Boy (Jonny Lee Miller) se ne fa ambasciatore anche se non è più lo stesso. Adesso la sua attenzione è canalizzata sul porno e, salvo una ricaduta in nome dei “bei vecchi tempi”, la droga della sua adolescenza, l’eroina, lascia il posto alla polvere bianca. Cosa è cambiato?
Il primo film è incentrato sulla sfida che rappresenta l’adolescenza, sullo sbeffeggiare le scelte che la vita apparentemente impone, in contrasto con la ricerca del piacere e dell’evasione che invece la droga, specialmente l’eroina, comporta per i protagonisti. A distanza di vent’anni, nel pieno di un periodo che dovrebbe comportare consapevolezza e responsabilità, quel discorso assume un ruolo diverso.
Uno dei protagonisti, Mark, si è apparentemente disintossicato, ha «scelto la vita». È fuggito ad Amsterdam e sfoga le sue frustrazioni nella corsa. Mens sana in corpore sano. Ma davvero abbandona le dipendenze?
Il monologo di Mark in T2 segna un passaggio ancor più disperato dell’esistenza, di chi ha compreso quanto poco ha da offrire questo mondo sempre in bilico. Contano poco le intenzioni di voler vivere secondo le regole che la società impone. Il suo è un discorso disperato, pieno di frustrazione e pentimento.
Trainspotting ha ispirato un’intera generazione negli anni 90. Come pensa di parlare alle nuove generazioni?
I tempi sono cambiati, le droghe sono quasi marginali e sono molto poche in questo nuovo capitolo rispetto al precedente. In molti sostengono che una dipendenza, a volte più forte della droga stessa, sia sfuggire alle proprie responsabilità, evitando gli ostacoli che la vita ci mette davanti. In questo il film parla alle nuove generazioni, più frenetiche e stimolate delle precedenti, sottoposte a un bombardamento mediatico e social molto più frammentato e articolato, che offre vie di fuga infinitamente maggiori. I protagonisti sono invecchiati, non sono necessariamente maturati, e anche se sono diventati adulti sono costantemente alla ricerca di una dipendenza diversa per sfuggire ai loro oneri. Il passato in questo film, insieme ai social network, rappresenta la droga che i protagonisti ricercano con più forza.
Il vero scopo del film è dunque vedere come gli uomini siano, o non siano, cambiati nel tempo?
T2 è ovviamente collegato al primo film, che rappresentava l’incarnazione della spericolatezza e dell’incoscienza della giovinezza, in cui ti crogiolavi fregandotene degli altri e concentrandoti solo su te stesso. Anzi, spesso non ti interessava neanche di te stesso, altrimenti come potevi assumere tutte quelle droghe? Apparentemente niente ti preoccupava, e di sicuro lo scorrere del tempo non rientrava nei tuoi pensieri, perché il piacere era l’unico obiettivo. Un piacere che poteva essere sesso, violenza o droga.
Cos’è cambiato dunque?
Il tempo. Ti fa cambiare il modo in cui ti rapporti alla ricerca del piacere, soprattutto quando dovresti essere nel pieno della vita adulta, e della consapevolezza che, tecnicamente, dovrebbe dipenderne. Credo che gli uomini non siano bravi nel gestire questo aspetto della loro vita, i protagonisti del film sicuramente non lo sono, perché vogliono rivivere il loro passato, o vendicarsi di esso. Sono ossessionati dalla ricerca di quel piacere, quasi fosse una forma di dipendenza, quasi come fosse diventata la loro nuova droga al posto dell’eroina.
A segnare il passaggio personale poi ci sono i figli…
Certo, i protagonisti vivono il passare del tempo anche attraverso i loro figli, delusi dal loro comportamento e dalle loro azioni, così come le loro mogli o compagne. Sembrano bloccati in una bolla, si sforzano di andare avanti, di rispondere a logiche che la società gli impone, nonostante le abbiano ignorati durante l’adolescenza. Si sforzano di diventare adulti insomma, ma chi di loro ci riesce veramente? T2 fa riflettere su questo: fino a che punto le dipendenze bloccano l’evoluzione in adulti responsabili?
Chi sembra esserci riuscito, a diventare adulto, sembra proprio lei. Una brillante carriera, culminata con l’Oscar nel 2009 per The Millionaire. Com’è cambiato lei in questi vent’anni?
Sono felice, mi sento fortunato nel poter fare i film che voglio e nel poter prendere consapevolmente ogni decisione a riguardo. Come girare il sequel di un film così iconico, a distanza di vent’anni, e farlo a Edimburgo. Per il primo film, per questioni economiche, abbiamo girato principalmente a Glasgow con qualche puntatina a Edimburgo, per T2 invece abbiamo fatto il contrario. Il film è girato quasi interamente nella capitale scozzese. Tornarci è stato molto affascinante, la città è cambiata drasticamente, e quei cambiamenti sono evidenti in questo nuovo capitolo».
E poi avevate solo una stagione a disposizione. Vale a dire l’estate scozzese, che si sa, non dura esattamente come quella mediterranea.
Abbiamo ricevuto il supporto di tutta la popolazione. Trainspotting ha significato molto per gli scozzesi, entrando perfino nella Top 10 dei 100 film britannici più importanti di sempre, e non è cosa da poco. Sentire l’entusiasmo dei cittadini, che ci hanno aiutato nella realizzazione delle sequenze, soprattutto in esterna, è stato emozionante. Abbiamo una grande responsabilità nei loro confronti e nei confronti dei fan, spero di non deluderli.

Non resta che andare al cinema questo weekend. E tenere bene a mente le parole di Mark Renton: «Fate un respiro profondo. Siete dei tossici! Allora fatevi! Ma fatevi di qualcos’altro. Scegliete le persone che amate. Scegliete il futuro. Scegliete la vita».

Breve guida per orientarsi nella sinistra a sinistra del Pd

Da sinistra, Nicola Fratoianni, Maurizio Landini, e Pippo Civati, nel corso del convegno di Sinistra Italiana a Roma, 23 febbraio 2017. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Prossimamente su Left vi racconteremo del grande valzer delle alleanze, un ballo che si aprirà molto presto, al ritmo delle trattative sulla legge elettorale, e che vedrà al centro della pista Bersani e Pisapia, che faranno probabilmente coppia fissa, come Nicola Fratoianni e Pippo Civati. Ora che, dopo quella nel Pd, si è però consumata anche la scissione in Sinistra Italiana – con 17 parlamentari, tra cui Scotto e D’Attorre, salpati verso gli ex dem – utile è prima fare un punto, una breve guida per capire la sinistra a sinistra del Pd.

Cominciamo allora proprio dalla scissione di Arturo Scotto, per un momento candidato alla segreteria di Sinistra italiana (di cui era già capogruppo alla Camera) e ora guida di una pattuglia di parlamentari (la maggioranza del gruppo, in realtà) che daranno vita a un nuovo gruppo insieme ai bersaniani. «Con Speranza, Pisapia, con tutte le forze che puntano a unire i progressisti italiani, vogliamo dare vita a un percorso costituente», ha detto infatti Scotto in conferenza stampa: un percorso «che dia una ‘casa’ ai progressisti».

I deputati che vanno con Scotto e D’Attorre sono Francesco “Ciccio” Ferrara, Donatella Duranti, Arcangelo Sannicandro, Carlo Galli, Florian Kronblicher, Lara Ricciatti,Gianni Melilla, Vincenzo Folino, Giovanna Martelli, Franco Bordo, Claudio Fava, Marisa Nicchi, Michele Piras, Filiberto Zaratti e Stefano Quaranta. Sono tanti, più di quanti sperasse Nicola Fratoianni, che giusto domenica scorsa è stato eletto segretario della neonata Sinistra italiana (qui alcuni video del congresso), accusata da Scotto&co di esser destinata a una deriva minoritaria. Nel gruppo – ma fuori dal Parlamento – ci sono anche dirigenti come Marco Furfaro, Maria Pia Pizzolante (con la rete Tilt) e soprattutto Massimiliano Smeriglio, vicepresidente della regione Lazio, una vita in Rifondazione: non per nulla Smeriglio ha parlato dopo Michele Emiliano, Roberto Speranza e Enrico Rossi, all’iniziativa del Teatro Vittoria.

Fratoianni (e con lui Stefano Fassina, Vendola, Natalicchio e altri esponenti e fondatori di Si) respinge l’accusa degli ex e cerca di spiegare che prima di pensare al Pd (mentre nelle intenzioni sia di Pisapia che di Bersani c’è quella di mantenere un legame, magari proprio un’alleanza) sarebbe opportuno organizzare il campo della sinistra. Proprio per questo, rimasti solo in 14, alla Camera, i deputati di Sinistra Italiana dovrebbero unirsi ora con i civatiani e alcuni ex 5 stelle, tipo Artini, per ora nel misto. L’unione, peraltro, anticiperebbe quello che è un disegno buono anche per le prossime elezioni. Senza aver l’ambizione di fondare un unico partito, l’idea è quella di organizzare una galassia, un po’ sul modello Podemos, che – come vi abbiamo raccontato su Left del 18 febbraio – governa Barcellona e Madrid con una “coalizione sociale”, liste composte da diversi movimenti e partiti, compreso il partito di Iglesias, tutti autonomi, ma con programmi e processi decisionali condivisi e duraturi.

A sinistra del Pd, così, possiamo individuare per ora due aree. Quella più pronta all’alleanza (e che sosterrà il governo Gentiloni, pur – come dice Scotto – con l’idea di spostarne a sinistra la barra), e quella che alle elezioni vorrebbe andare con una posizione autonoma. Lì ci sono Sinistra Italiana e Possibile di Giuseppe Civati, che proprio questo week end, a Roma, ha organizzato una costituente delle idee, al centro congressi Roma Eventi, in via Alibert. «Tutto il materiale», è l’idea, «sarà messo a disposizione anche di altri soggetti associativi, sociali e politici interessati. Senza alcuna esclusività, senza alcuna proprietà, se non quella di tutti».

E se Civati sta ultimamente interpretando il ruolo di collante per l’area più radicale, stessa vocazione ha da tempo Rifondazione Comunista di Paolo Ferrero e Eleonora Forenza, europarlamentare (l’unica che ancora si vede di quelli eletti con la lista Tsipras: che fine ha fatto Barbara Spinelli?). Rifondazione farà il suo congresso a Spoleto dal 31 marzo al 2 aprile. Ferrero non sarà più segretario ma la linea resterà la stessa: nessuno si scioglie ma tutti si impegnano a cedere una quota di sovranità al soggetto unitario. Dentro cui dovrebbe esserci anche DemA, il movimento (dal nome velatamente autobiografico) di Luigi De Magistris. Prima prova, i referendum della Cgil.

Trump e Bannon ai conservatori: «Siamo in guerra, faremo la rivoluzione»

epa05812792 US President Donald Trump delivers a speech at the 44th Annual Conservative Political Action Conference (CPAC) at the Gaylord National Resort & Convention Center in National Harbor, Maryland, USA, 24 February 2017. EPA/Olivier Douliery / POOL

«Questo è un movimento, ce ne sono stati altri, ma questo è nuovo, speciale e così non ce n’è stato mai un altro. E questo movimento cambierà il partito repubblicano, che da ora sarà il partito del lavoratore americano. Milioni si sono raccolti durante le primarie e questo grazie a me. L’America tornerà grande più presto di quando pensate, servendo i cittadini e non i lobbisti e sebbene coopereremo con altri Paesi, non c’è una bandiera o una moneta mondiale, io rappresento il vostro Paese». A parlare è Donald Trump e il suo discorso alla conferenza del CPAC è un manifesto politico populista. Un popolo, un nemico (i media, i messicani cattivi, i Paesi che si fanno proteggere da noi), un capo, degli slogan facili e improbabili, uno spettacolo permanente che più che pensare a governare pensa a radicare il consenso.

Il circo Trump ha fatto una doppia tappa a Washington in questi giorni. C’era la Cpac, la conferenza annuale dei conservatori, un appuntamento in cui le figure nazionali del movimento anti tasse, anti aborto, dei falchi in politica estera si riuniscono, discutono, lanciano nuove figure nazionali. Una conferenza che è diventata progressivamente più di destra e improbabile, ma l’anno scorso, quando molti candidati conservatori correvano alle primarie contro di lui, Trump l’aveva evitata per evitare fischi. Non stavolta. Non lui e nemmeno Reince Priebus e Steve Bannon, le due figure più importanti dell’amministrazione, figure che fanno la politica e che vanno molto più d’accordo di come ci si sarebbe potuti aspettare: uno è l’ala destra della destra americana, l’altro era, in teoria, la figura rassicurante che il partito infilava nella squadra del presidente per tenere calme le acque. I discorsi di Trump e Bannon sono di quelli che meritano di essere riportati, parola per parola. Lasciano a bocca aperta, ma ricordano due cose: Trump sta mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale e non ha nessuna intenzione di moderarsi o normalizzarsi, la strategia la fa Bannon e una delle scelte è quella di fare guerra senza quartiere ai media.

I due sono andati assieme alla CPAC e Bannon ha fatto notizia – lo si vede poco in giro – per aver detto: «Se credete di aver visto un brutto momento, non è niente, questa è una guerra totale dei media contro di noi ed è destinata a peggiorare.

«Sono corporation globliste che si oppongono all’agenda nazionale economica di Donald Trump e se pensate che si arrenderanno senza combattere vi sbagliate. Ogni giorno sarà una battaglia e per questo sono fiero di Trump, che agli inviti alla moderazione risponde: ho promesso questo al popolo americano e non cambierò».

Anche Trump se la prende con i media all’inizio del suo discorso. Ribadendo il concetto dei dispensatori di fake news e aggiungendo: «Mi dicono c’è un sondaggio che non va. Chiedo, chi l’ha fatto? No, non li nominerò», poi aggiunge «Clinton News Network?» e poi elenca tutti i suoi nemici. Poi aggiunge: «Ci sono file enormi per venire qui, ma non ve lo diranno, lo dico perché non ve lo faranno sapere». Falso, i reporter hanno fotografato l’esterno, non c’erano file.

Nel complesso quello di Trump è un comizio uguale a quelli della campagna elettorale, ma persino più aggressivo, più populista e più di destra, «Siamo un Paese che mette e metterà i propri cittadini prima degli altri (grida del pubblico: U-S-A, U-S-A), per troppi anni abiamo mandato posti di lavoro altrove, difeso i confini di altri e non difeso i nostri (grida del pubblico: build the wall, build the wall)…siamo in anticipo sui tempi…Ma badate: cacceremo i cattivi (the baaaad ones), gli assassini, gli spacciatori. Abbiamo speso miliardi all’estero e le nostre infrastrutture sono un disastro. Attacca Bush e Obama per il Medio Oriente: se fossero andati al mare per 20 anni staremmo meglio».

Poi attacca i suoi predecessori: «Ho ereditato un disastro, un sistema sanitario catastrofico, una politica estera disastrosa. Quand’è l’ultima volta che abbiamo vinto? Abbiamo mai vinto? Vinceremo, vinceremo alla grande ragazzi!»

Poi riprende da capo l’elenco, ripartendo dal muro: «È finita l’era delle chiacchiere, è tempo di azione. Vi dico cosa stiamo facendo per mantenere fede alle promesse: stiamo lavorando a un grande, grande muro. Sto lavorando con il Dipartimento di Giustizia per fermare il crimine violento: sosterremo gli uomini e le donne che lavorano in polizia. Ci siamo ritirati dal TTP per proteggere gli interessi americani e faremo accordi bilaterali e se si comportano male li stracceremo. Cancelleremo Obamacare, abbiamo autorizzato la costruzione della Keystone pipeline e useremo acciaio americano perché quando ho chiesto “da dove viene l’acciaio” e mi hanno risposto da tutto il mondo ho detto No, se vogliono l’oleodotto lo fanno con l’acciaio americano».
Trump promette anche di eliminare le regole che impediscono alle miniere di estrarre carbone: «Rimetteremo i minatori al lavoro» ma anche «proteggeremo l’ambiente». Infine, riformeremo il sistema fiscale e taglieremo le tasse.

«E grazie a tutte queste cose che faremo i posti di lavoro stanno tornando a frotte e le multinazionali stanno assumendo, investendo. Nessuno ha mai fatto più di me».

I voucher rendono precario il lavoro stabile. Lo dimostra la lista Inps delle grandi che li usano

McDonald’s, Sisal, Manpower, Adecco, Chef Express, Juventus. Ecco chi sono i maggiori utilizzatori di voucher in Italia. Grandi gruppi nei settori del commercio, della ristorazione, dell’organizzazione di eventi culturali e sportivi. Si apprende da una lista che l’Inps ha consegnato alla Cgil, nero su bianco riporta i primi duecento utilizzatori di voucher. La lista fornita dall’Inps è coperta dalla legge sulla privacy. Ma, questa notte, il Manifesto ha pubblicato 15 nomi, le prime 15 aziende per utilizzo di voucher nel 2016, l’anno della tracciabilità in cui sono stati staccati circa 135 milioni di buoni: un +24% rispetto ai 115 del 2015.

Oltre ai 15 che leggete nell’immagina. Troviamo: Burger King, Rinascente, Bottega verde e ancopra squadre di calcio: Lazio, Fiorentina e Chievo Verona. Troviamo anche enti pubblici, come il Comune di Benevento, e, tante aziende nel mondo dell’organizzazione di eventi, che arruolano con buoni steward, hostess, addetti alla sicurezza, camerieri.

In testa la Best Union Company, società specializzata nella biglietteria e nell’organizzazione di eventi. Come la quinta per ordine, la Winch srl, che opera nel campo del security steward e welcoming.

Alcune delle società di lavoro interinale, poi, generano altre piccole ditte che “affittano” a loro volta lavoratori. Un esempio: Adecco Professional Solutions ha fornito una ventina di imbustatori di prosciutto alla Fratelli Beretta, nel periodo natalizio, in uno stabilimento di Varese, permettendo di applicare il meno costoso contratto del commercio.

Da tempo la Cgil insiste nel sostenere che una parte rilevante del lavoro prestato attraverso i voucher fa capo a grosse aziende e al pubblico. E che, quindi, i voucher sostituiscono lavoro stabile con precarietà. La lista consegnata dall’Inps Tito Boeri, adesso, è una buona prova per le tesi del sindacato di Camusso.

Dalla California a Giacarta. Il mondo tra manifestazioni e alluvioni

Manila. Foto di NOEL CELIS/AFP/Getty Images

Un ragazzo e il suo cane chiedono l’elemosina lungo una strada a Manila. Foto di NOEL CELIS/AFP/Getty Images

19 febbraio 2017. Puerto Anapra, Chihuahua. Veduta aerea della recinzione metallica tra il Messico (s) e Stati Uniti (d). Foto di YURI CORTEZ/AFP/Getty Images

Bambini palestinesi all’interno della loro casa nella città meridionale della Striscia di Gaza di Khan Yunis. Foto di SAID KHATIB/AFP/Getty Images

Lungo una strada di campagna, New Mexico. Foto di JIM WATSON/AFP/Getty Images

21 febbraio 2017. Conakry, capitale della Guinea. Numerose e violente proteste hanno scosso la città nelle ultime settimane. Proteste e scioperi degli insegnanti hanno causato la chiusura delle scuole per tre settimane. Secondo fonti governative sono almeno 6 i morti e 30 le persone rimaste ferite, compresi agenti della polizia. Foto di CELLOU BINANI/AFP/Getty Images

Shanghai, Cina. Un pescatore lungo il fiume Huangpu nei pressi della Centrale a carbone Wujing. Foto di JOHANNES EISELE/AFP/Getty Images

Giacarta, Indonesia. La città è stata colpita da diverse inondazioni seguite alle pioggie torrenziali. Foto di STR/AFP/Getty Images

Pyongyang, Corea. Un operaia trasporta secchi contenenti larve di baco da seta al Silk Mill Kim Jong Suk, la fabbrica che impiega circa 1.600 persone, e prende il nome dalla nonna dell’attuale leader della Corea del Nord, Kim Jong-un. Foto di ED JONES/AFP/Getty Images

22 febbraio 2017. San José, California. Piogge alluvionali hanno inondato i quartieri e molte persone sono state evacuate dalle loro case. Foto di NOAH BERGER/AFP/Getty Images

Eminonu, cuore del centro di Istanbul, Turchia. Foto di BULENT KILIC/AFP/Getty Images

Villaggio di al-Buseif, a sud di Mosul, Iraq. Forze di sicurezza irachene. Foto di AHMAD AL-RUBAYE/AFP/Getty Images

Cannon Ball, Dakota del Nord. Dopo mesi di occupazione, attivisti e manifestanti si preparano a lasciare il campo Standing Rock Sioux. Foto di Stephen Yang/Getty Images

23 febbraio 2017. San Paolo, Brasile. Scontri tra la polizia e gli abitanti della zona conosciuta come “Cracolandia”, dove l’abuso di droga e la violenza invadono i quartiere. Il governo ha introdotto operazioni di bonifica delle strade da parte della polizia per arrestare i consumatori di crack.
Foto di Victor Moriyama/Getty Images

Un venditore ambulante nel quartiere Eminonu in Istanbul. Foto di YASIN AKGUL/AFP/Getty Images

Un momento della carica della polizia antisommossa contro i manifestanti durante una delle proteste di studenti contro la brutalità della polizia, in seguito al presunto stupro di Theo a Parigi. Foto di LIONEL BONAVENTURE/AFP/Getty Images

Un uomo cammina con il suo cammello attraverso il deserto di Hameem, circa 170 chilometri a ovest del Golfo di Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti. Foto di KARIM SAHIB/AFP/Getty Images

Il Business del bailout. Chi guadagna dal salvataggio delle banche in Europa

La sede del Monte dei Paschi di Siena in via Manzoni, a Milano, dove si è riunito il cda della banca, 19 dicembre 2016. ANSA/MATTEO BAZZI

“The Bail Out Business” è il nome del nuovo rapporto pubblicato dal Transnational Institute (Tni) di Amsterdam, un’organizzazione non governativa che promuove politiche progressiste e democratiche per risolvere problemi di dimensione globale, attraverso attività di ricerca e analisi che mettano in contatto accademia, decisori politici e movimenti sociali.

La domanda al centro del rapporto è semplice, ma non banale: chi guadagna dai piani di salvataggio delle banche nell’Unione europea? Come ricordano gli autori, Sol Trumbo Vila e Matthijs Peters, tra il 2008 e il 2015, gli Stati membri dell’Unione europea, «hanno speso quasi 750 miliardi di euro in differenti programmi di salvataggio». Inoltre, 213 miliardi da attribuire al “contribuente europeo”, sarebbero «state persi definitivamente» nel corso di queste operazioni. L’ultimo caso noto, citato anche nel rapporto, è legato al salvataggio del Monte dei Paschi di Siena.

Innanzitutto, Vila e Peters sottolineano come il salvataggio delle banche nell’Ue sia stato spesso finanziato dall’emissione di nuovo debito pubblico. Quest’ultimo in molti casi ha raggiunto un peso insostenibile per Paesi come Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, forzando la richiesta di aiuto da parte degli stessi Stati alla così detta Troika.

Ma “The Bail Out of Business” pone l’accento su un altro costo, “nascosto”, delle operazioni di stabilizzazione finanziaria: quello legato ai servizi di consulenza commissionati a società private.

I risultati principali del rapporto indicano infatti che «istituzioni nazionali ed europee hanno speso centinaia di milioni di euro per ricevere “consigli” su “come” salvare le banche fallite». Chi sono stati (e sono tutt’ora) i fortunati consulenti coinvolti?

Vila e Peters spiegano che Ernest Young, Deloitte, KPMG e PWC, insieme a un gruppo di  società di consulenza minori, «costituiscono di fatto un “oligopolio”» . Queste multinazionali da un lato validano i conti degli istituti di credito e, dall’altro, designano i piani di salvataggio per il settore pubblico.

Ma è soprattutto nel merito delle attività svolte da queste “4 grandi sorelle” della consulenza mondiale, che l’accusa del Tni diventa pesante: «Le società a cui era stato chiesto [prima della crisi] di garantire a investitori e regolatori che le banche europee fossero stabili, continuano a esercitare un dominio di mercato; [ciò avviene] nonostante ci siano stati gravi fallimenti nella valutazione [da parte di queste società] dei rischi legati alle attività di credito del sistema bancario europeo».

Lungi dal rappresentare una mera analisi del passato, il rapporto sottolinea che ci si trova di fronte a un vero e proprio meccanismo consolidato che con tutta probabilità si ripeterebbe anche nel caso dovessero verificarsi nuovi salvataggi bancari. Per questo motivo, in un certo senso, è difficile separare ciò che è stato fatto male in passato, dai rischi futuri.

Ma qual è il meccanismo al centro del business dei bailout? Illustrandro quattro casi specifici, legati ai salvataggi di Bankia (Spagna), Eurobank (Grecia), ABN AMRO (Paesi Bassi), Royal Bank of Scotland (Scozia), Irish Bank Resolution Corporation (Irlanda), Vila e Peters spiegano che, le “4 grandi sorelle di cui sopra” si sono spartite sistematicamente sia gli audit dell’istituto prima del fallimento, nonché l’audit della stessa banca, una volta “risanata”, creando le condizioni per un evidente «conflitto di interessi».

Allo stesso tempo, un gruppo consolidato di società più piccole, come Lazard, Rothschild e Merril Lynch, si spartivano i servizi di consulenza legati al disegno dei piani di salvataggio pubblici, e che spesso si sono rivelati «di scarsa qualità».

Un caso esemplare? Quello del salvataggio della olandese ABN AMRO. Nell’ottobre del 2008, lo Stato spese circa 22 miliardi di euro nel quadro di un piano di bailout disegnato da Lazard. Nel novembre del 2015, 7 anni dopo il salvataggio, l’offerta pubblica iniziale (Ipo) valutava l’istituto a 16,7 miliardi di euro; lo Stato olandese ha successivamente proceduto alla ri-privatizzazione (ancora in corso), generando una «perdita pari a 5 miliardi per il contribuente olandese». Nel rapporto si specifica quindi che, nel 2008, al momento della consulenza svolta per il pubblico, Lazard avrebbe «omesso di indicare la presenza di debiti ingenti in pancia alla banca». Questi sarebbero dovuti essere sottratti al valore di acquisto. Al contrario, il pubblico, «a causa dell’omissione, ha dovuto iniettare altri 6 miliardi di euro per tenere in vita l’istituto». In tutto ciò, Lazard avrebbe «ricevuto 5 milioni di euro per tre giorni di lavoro».

Dopo la crisi, le istituzioni europee hanno preso misure per arginare il fenomeno, ma le attività di lobbying da parte delle società di audit e di consulenza, hanno di fatto indebolito la forza delle norme previste inizialmente. Nel 2012, fu la stessa Commissione europea a lamentarsi dell’eccessivo lobbying da parte delle multinazionali coinvolte. I regolamenti e le direttive finali prevedono dei meccanismi di rotazione obbligata per evitare che attività di auditing e consulenza siano svolte dalla stessa azienda. Ma, come sottolineato da Vilo e Peters, «lo sforzo delle istituzioni rischia di essere vano, a causa della natura oligopolistica del mercato».

Il rapporto conclude che «si deve affrontare la dipendenza da un mercato finanziario, dominato da società private […] nel settore dell’audit devono essere sviluppate alternative pubbliche che operino in parallelo agli oligopoli. La creazione di banche pubbliche può costituire un primo passo verso un rafforzamento della capacità delle istituzioni di gestire i problemi legati al settore bancario e di rispondere alle crisi finanziarie».

Ventisette anni fa moriva Sandro Pertini, le foto del presidente più popolare

Ventisette anni fa moriva Sandro Pertini, presidente tra il 1978 e il 1985, probabilmente il politico più popolare della storia repubblicana. Il primo socialista a occupare la presidenza della Camera e, poi, la massima carica istituzionale, l’ex partigiano enfatico e severo, è il presidente della strage di Bologna, del terremoto in Irpinia, della finale dei mondiali vinta sulla Germania al Santiago Bernabeu e del rapimento Moro. Ogni volta che l’Italia gioiva o era scossa per qualche motivo, Pertini usciva dal palazzo del Quirinale (dove non abitava) e andava in strada. Pertini è anche il presidente dell’incarico al socialista Craxi – che è comunque lo si rilegga oggi un passaggio storico per la storia del Dopoguerra – e il personaggio di Andrea Pazienza.

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Trump vuole più nucleare. Ma come stanno gli arsenali e cosa possono distruggere?

Parlando con la Reuters, il presidente Donald Trump ha spiegato che vuole gli Stati Uniti allarghino il loro arsenale nucleare. È la prima volta che parla dopo la campagna elettorale, quando invece aveva spiegato che tra le cose che faranno tornare l’America grande c’è anche la supremazia nucleare.
Trump ha detto che sarebbe «meraviglioso», se nessun Paese avesse un arsenale nucleare, ma che, visto che ce ne sono, gli Stati Uniti devono primeggiare e, invece, oggi  gli Stati Uniti hanno «accumulato un ritardo sulla capacità nucleare».

Una sparata come un’altra? Possibile: per allargare l’arsenale servono milioni di dollari, ricerca, investimenti. E comunque gli arsenali sono già colossali e in grado sia di funzionare da deterrente – il paradossale equilibrio nucleare degli anni della Guerra fredda – che per distruggere la vita sul pianeta Qui sotto una serie di grafici e dati sugli arsenali, la capacità nucleare, la storia dei test effettuati e la potenza delle bombe testate dalle varie potenze nucleari. Che al momento sono, per ordine di numero di testate: Russia, Stati Uniti, Francia, Cina, Gran Bretagna, Pakistan, India, Corea del Nord – e poi Israele, di cui non conosciamo l’entità degli arsenali nucleari.

Stima degli arsenali nucleari per Paese

 

La storia della corsa nucleare

(Bullettin of atomic scientists – in blu gli Usa, in rosso la Russia, le altre potenze nucleari hanno arsenali così piccoli che le strisce colorate quasi non si vedono)

Il numero di testate per utilizzo

(in marrone quelle per cui i trattati prevedono lo smantellamento, in giallo gli arsenali, con le righe le bombe schierate)

Quanto sono pericolose le bombe?

Qui un grafico inquietante: la bomba di Hiroshima, quella di Nagasaki e poi tutte quelle detonate nei test. Se Big Boy, la bomba Hiroshima, aveva una potenza di 15 kilotoni, pari a 15 quadratini rossi, Tzar Bomba, l’ordigno più potente mai testato, era pari a 50mila kilotoni. (la grafica è molto lunga, sotto altri contenuti)

 

Questo è quel che è successo con la bomba di Hiroshima, che paragonata a quelle di oggi è un petardo

Hiroshima: Ground Zero 1945 from ICP on Vimeo.

Una visualizzazione video della storia dei test nucleari

Trinity from Orbital Mechanics on Vimeo.

Lavoro, unità, diritto alla felicità. Così la sinistra discute senza litigare

Da sinistra Nicola Fratoianni, Maurizio Landini,Michele Emiliano, Pippo Civati, Paolo Ferrero e Paola Falcone nel corso del convegno organizzato tra gli altri da Sinistra Italiana nell'auditorium Cgil a Roma, 23 febbraio 2017. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Giovedì 23 febbraio, Roma. Nella Sala Fredda della Cgil, a due passi da piazza Vittorio, si tiene un incontro in cui si parla di politica. Di sinistra, in particolare. Non possiamo fare a meno di andare, dietro il tavolo – promette l’invito – troveremo a discutere Maurizio Landini e Anna Falcone, Pippo Civati e Nicola Fratoianni, Paolo Ferrero e persino Michele Emiliano. Incredibile, pensiamo, val da solo la camminata. E per via Borromeo, al numero 12, al nostro arrivo troviamo ammassate telecamere e fotografi. Ma capiamo subito che è Michele Emiliano a suscitare gran parte dell’interesse. «Verrà?», si chiedono in molti. Il candidato alla guida del Pd alla fine è arrivato. E nel Pd, alla fine, ci è rimasto: «L’Italia mi descrive come un uomo tentennante – dice tra il serio e il faceto poco dopo dentro la sala – ma vi sembrano troppe 24 o 48 ore per prendere una tale decisione?», chiede dopo aver preso posto tra Civati e Ferrero. I primissimi interventi degli organizzatori, i deputati Airaudo e Marcon e poi, gli interventi che – no – stavolta non sembrano dettati da un moto politicista, ma si attengono alle questioni sul tavolo: i referendum sociali di primavera della Cgil – il fatto che il governo continui a non fissare una data per il voto – e una Sinistra da ricostruire. Intanto Anna Falcone, con la sua sola presenza, ricorda che questo voto segue a una vittoria referendaria, quella del 4 dicembre. Sulla bocca di tutti risiede la parola Unità. Nella Sala Fredda, insomma, è stato rotto il ghiaccio. Ecco cosa è stato detto.

«Vedere questo tavolo è già una speranza per chi dal giorno dopo il 4 dicembre ha iniziato a temere per una sinistra capace solo di litigare», dice Anna Falcone. È l’unica donna tra i relatori, a lei è stato affidato il compito di aprire gli interventi e lo fa senza mezzi termini: «è cambiato lo scenario, e lo hanno deciso i cittadini che ci hanno dato una lezione: quando si fa una campagna con spirito unitario, con alti ideali e rifiutando “l’uomo solo al comando” come unica prospettiva possibile, possiamo lavorare insieme e vincere». Parla a nome dei 750 comitati sparsi in tutto il territorio nazionale e ce non si sono sciolti, perché aspettano adesso di vederla attuata la Costituzione che sono riusciti a difendere. E, citando Podemos, ai suoi interlocutori lancia una provocazione: «Quando i cittadini non trovano spazio nel dibattito politico se lo creano. Ma io vorrei vedere insieme l’esperienza dei partiti con la freschezza dei comitati». Parte da una frattura anche Maurizio Landini, che sottolinea il dato storico dei prossimi referendum: sono stati promossi direttamente da un sindacato, senza l’intermediazione di un partito. Segno dei temi, segno di scollamento. Ma anche segno di un’ambizione: La nostra è una battaglia di egemonia, se porteremo 26 milioni di persone a votare , e avremo il quorum, non saranno solo i dipendenti iscritti alla Cgil”. Poi, da buon sindacalista, avverte: «Non c’è sinistra possibile senza Unità sociale del lavoro». Non solo la politica è divisa, ma lo è la società stessa e ancor di più il mondo del lavoro: «Nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro – spiega il segretario Fiom – c’è paura, del proprio compagno di lavoro e dell’imprenditore. E non ci sono strutture e strumenti per difendersi. Perciò non basta cambiare le leggi, ma dobbiamo essere portatori di un cambiamento delle politiche economiche. È necessario ricostruire una connessione sentimentale».


Va dritto al sodo Paolo Ferrero: «C’è un obbligo di unità, non ideologico ma concreto», dice il segretario di Rifondazione. E, senza troppi giri di parole, propone d’emblée il metodo: non è necessario sciogliersi o chiedere lo scioglimento a qualcuno, ma basta una cessione di sovranità a un soggetto unitario. «Al netto del 10% delle cose su cui non siamo d’accordo, sul 90% possiamo costruire un processo di partecipazione. Per una sinistra che sia un fatto di massa e non di testimonianza», dice Ferrero che torna sul voto del 4 dicembre per far notare ai sui interlocutori che «non riusciamo a sedimentare le cose positive, rispetto a una sorta di sfiducia nei confronti del popolo italiana. Invece un popolo di sinistra c’è, ma ha difficoltà a esprimersi».
Un piccolo battibecco con Emiliano suscita qualche risata in sala – «Ti faccio i miei migliori auguri ma resto convinto che il Pd sia parte del problema e non la soluzione. Il Pd, e non solo Renzi» – poi gli cede la parola. La platea è tiepida quando dietro il microfono c’è Michele Emiliano, ma lui ci prova: «Stasera i media hanno fotografato un possibile centrosinistra, ma sappiamo che non è detto che si realizzi». Tra le incognite, soprattutto, c’è la sua vittoria alle primarie del Pd, scelta presa perché «si augura che il Pd sappia riprendere coscienza». E pone alla platea la domanda retorica: «È possibile che il maggior partito del centrosinistra sia ostaggio di una persona sola? La scissione avrebbe lasciato vivere un Pd snaturato, se invece il Pd divenisse oggetto di partecipazione popolare sono convinto che quello di cui parliamo qui diventerebbe realizzabile. È necessario sbloccare il centrosinistra, venire fuori dal guaio in cui noi stessi ci siamo cacciati. Vi chiedo aiuto per questo».


«Questa sera siamo tutti qui e stiamo bene». Pippo Civati tira su il morale un po’ a tutti. «Andiamo oltre la rappresentazione plastica della politica che viene riportata dai media e da noi stessi. Cominciamo a parlare di noi, a parlare bene di noi», dice serio. E rilancia: «Questo tavolo deve essere un luogo permanente – e ironicamente si rivolge all’unico dem in sala: Prendiamo anche Emiiano dai…» Sono da poco passate le otto della sera. Il passo successivo è già arrivato. Da venerdì a domenica, sempre a Roma, si svolgono i lavori della “Costituente delle idee” indetta dalla sua Possibile. Nicola Fratoianni, appena eletto segretario di Sinistra italiana, è il primo a raccogliere l’invito «per uscire dalla cappa del politicismo ed entrare nel merito delle questioni». A lui è affidato l’ultimo degli interventi, lui non manca di entrare nel merito e snocciola proposte su cui costruire la tanto chiamata in causa Unità, proposte che – certamente – uniscono. Intanto, assicura, ogni giorno, insieme al deputato Airaudo che gli siede accanto, continuerà a chiedere dai banchi della Camera una data per i referendum su voucher e appalti.