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Impacciatore ci racconta la sua Venere «piena zeppa di emozioni»

«Pronto, Sabrina?», «Ciao, eccomi, aspetta che mi compro un cioccolatino, poi chiacchieriamo… mi va di parlare di tante cose», risponde allegra l’attrice romana. «Parliamo, soprattutto, del tuo spettacolo – proseguo – : sei in tournée con Venere in pelliccia. Dopo Roma, adesso Torino». «Sì, e non dormo da alcuni giorni…Scherzo, ma è vero che sono molto emozionata!» chiosa, contagiandomi con la sua risata.

Al grande pubblico è arrivata con “Non è la Rai” anni fa. Trasmissione oramai cult che, tra polemiche e ovazioni, non solo invase il Colle Palatino, con orde di ragazzetti in processione ai centri Mediaset, ma fu un vero fenomeno di costume che segnò un cambiamento socio culturale (di sicuro in tv!). Tra gli stacchetti e i canti di un centinaio di poco più che adolescenti, anche Sabrina Impacciatore, che con le sue imitazioni mostrava già allora la stoffa di attrice. Formatasi presso l’Actors Studio di New York, è nei film “al bacio” di Gabriele Muccino che si fa notare, e poi in altre pellicole fortunate del nostro cinema, come ad esempio la partecipazione ne La Passione di Mel Gibson. Mentre è in scena con l’opera tratta dall’omonimo romanzo dell’austriaco Leopold von Sacher Masoch, per il riadattamento di Davide Ives, ha appena finito di girare, nell’ordine: la serie televisiva Immaturi, un film con Favino e Beppe Fiorello e il debutto alla regia, con un cortometraggio, di Claudio Santamaria. In attesa di altri ruoli da amare, dichiara con convinzione: «Da un po’ di tempo porti in giro questo personaggio: dopo Roma, Torino…», «Sì, qui a Torino è stato sempre sold out, sono contenta. Abbiamo girato l’Italia: dalla Lombardia alla Puglia, attraversando tutto lo stivale; abbiamo studiato le reazioni di tutta la nazione. È stato coinvolgente vedere le differenze culturali: in alcune regioni si sono scandalizzati, in altre esaltati addirittura con fischi da stadio di signore mature».

«E la tua Wanda/Venere com’è?»
. «Io ogni sera la evoco: la cerco e faccio in modo di essere un canale attraverso cui la manifesto. Sicuramente è piena di emozioni diversissime; cambia continuamente stato d’animo: partendo da una posizione di subordinazione psicologica, perché è un’attricetta ignorante, inizia a tessere un’implacabile tela per riuscire a ottenere il potere su quest’uomo, e non sappiamo se riuscirà a farlo. Poi diventa cinica, aggressiva, sgraziata e insopportabile, ce le ha tutte. Una Venere classica e pop, descritta sapientemente da Ives».

L’intervista integrale a Sabrina Impacciatore è su Left in edicola e qui in digitale

 

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Le battaglie culturali di Left. E un sogno: far incontrare sinistra e ricerca

26 ottobre 2014. Complesso Ex-Cartiera Latina, Roma. Festa di Left - Foto di Sergio Pricci

Fin dal primo numero uscito venerdì 17 febbraio del 2006, avendo al centro la rubrica “Trasformazione” dello psichiatra Massimo Fagioli e la sua teorizzazione scientifica, Left ha potuto affrontare con un pensiero nuovo i nodi centrali del dibattito politico-culturale. La teoria della nascita dello psichiatra dell’Analisi collettiva e la divulgazione scientifica alta che lui ha fatto per oltre dieci anni su queste pagine, con rigore medico e linguaggio poetico, ci hanno permesso di andare a fondo in molte questioni che riguardano la scienza, la bioetica, la filosofia e la cultura e che toccano la vita delle persone. Sapere, grazie alle sue rivoluzionarie scoperte, che il pensiero nasce dalla biologia e non da Dio, e che l’essere umano non nasce naturalmente perverso, segnato dal male, come vorrebbero cristianesimo e freudismo, né nasce robot come propongono i modelli meccanicistici delle neuroscienze e del cognitivismo, ci ha permesso di affrontare senza il peso di millenari tabù questioni che riguardano la nascita, la creatività, la sessualità, il rapporto uomo donna, il fine vita. Negli anni lo psichiatra Fagioli ha proposto su Left concetti radicalmente innovativi, come vitalità, possibilità di vita umana e di reazione alla luce a partire dalla 24esima settimana di gravidanza, come capacità di immaginare che compare alla nascita e molto altro.

Facendo così uscire la ricerca medico psichiatrica dai ristretti ambiti accademici, dai canali elitari, per farla arrivare nel vivere quotidiano, accendendo il dibattito pubblico. Avendo come solido punto di rifermento il suo pensiero nuovo sulla realtà umana ci siamo mossi con sicurezza nel dibattito sulla bioetica sull’aborto non rimanendo in silenzio di fronte al violento attacco all’identità delle donne che il centrodestra e i cattolici hanno sferrato in Italia con la legge 40/2004 e con proposte di revisione della 194 , con violente campagne anti abortiste che tornavano a additare le donne come assassine, fino al punto di inventare una fantomatica sindrome del boia, mentre esercitavano pressioni per bloccare la diffusione della Ru486 e la diffusione della contraccezione di emergenza.

Forti di queste conoscenze abbiamo lanciato campagne come quella per l’abolizione della legge 40, che equipara l’embrione a una persona e che, prima che fosse smantellata pezzo dopo pezzo nelle aule di tribunale, era piena di divieti anti scientifici e crudeli (come l’obbligo d’impianto di tutti e tre gli embrioni anche se malati). Una lotta cominciata già il 27 maggio 2005 con un convegno a Roma che vide la partecipazione di Fagioli, e fra molti altri, del ginecologo Carlo Flamigni, del medico e bioeticista Giovanni Berlinguer, della neonatologa Maria Gabriella Gatti e del magistrato Francesco Dall’Olio e che si sviluppò nell’ottobre 2008 in un incontro multidisciplinare all’università Roma Tre in cui, con la professoressa Gatti denunciammo l’uso strumentale ed ideologico dell’obiezione di coscienza, che già dieci anni fa impediva del tutto l’applicazione della legge 194 in molte Regioni, specie del Sud Italia.

Rifiutando di credere, cercando un’apertura mentale che manca ai giornali italiani mainstream, abbiamo cercato di “rubare” a Massimo Fagioli il suo profondo ateismo che si è tradotto in un atteggiamento vigile e di denuncia delle ingerenze del Vaticano nella politica italiana con coraggiose inchieste sui crimini della Chiesa, fin dal 2006, con articoli come Salvate il soldato Joseph e Fumo negli occhi in cui Federico Tulli denunciava, prima di altri, il silenzio complice sulla pedofilia del clero imposto ai vescovi dalla Santa Sede sotto la guida di Benedetto XVI.

Ma sopratutto la teoria fagioliana sulla realtà umana ci ha permesso di affrontare agghiaccianti casi di cronaca, dall’infanticidio di Cogne ai, purtroppo, ancora oggi numerosi casi di femminicidio, evitando le trappole di un linguaggio cronachistico che fa disinformazione e confonde parlando del tutto a sproposito di raptus e di delitto passionale. Così abbiamo potuto raccontare in termini scientifici, andando oltre la cronaca, stragi compiute da serial killer che spaventano l’opinione pubblica, proprio perché si tratta per lo più di delitti efferati, senza “movente”, cercando di stimolare un dibattito sulla «capacità di intendere e di volere». Dal 2007 con un forum in redazione in cui si confrontarono Fagioli e il criminologo Francesco Bruno e fino all’agghiacciante strage di Utoya. Intervistato da Ilaria Bonaccorsi, lo psichiatra dell’analisi collettiva parlò di schizofrenia, descrivendo una gravissima patologia che porta alla perdita di qualunque rapporto con la realtà umana, mentre il rapporto con le cose materiali resta lucidissimo. Il rapporto fra criminalità e malattia mentale è uno dei molti temi che Donatella Coccoli ha sviluppato con inchieste sugli Opg e sugli ex manicomi mettendo in luce il fallimento della legge 180 e di ogni intervento psichiatrico basato sulla negazione della malattia mentale.

E ancora, come accennavamo, centrali sono state le battaglie per la laicità dello Stato e per i diritti degli immigrati, culminate queste ultime in una serie di incontri al Teatro Eliseo di Roma a partire dal 2009, con interventi del sinologo Federico Masini e un ampio parterre di esponenti di sinistra, che rimettevano al centro del dibattito una parola chiave per la storia della sinistra: “uguaglianza”. Per la prima volta in termini concreti e scientificamente fondati, perché uguale per tutti gli esseri umani è la dinamica della nascita («L’uguaglianza non è quella delle giacchette grigie» di Mao, come ha dimostrato la storia).

Grazie alla rivoluzionaria scoperta di Fagioli, Left ha provato a mettere insieme uguaglianza e libertà, individuando in queste due parole le nuove e forti gambe della sinistra, come ha suggerito Elisabetta Amalfitano con articoli e un suo libro pubblicato da L’Asino d’oro. Ne sono nati innumerevoli dibattiti, in giro per l’Italia, cercando di far incontrare politica di sinistra e gli oltre 60 anni di ricerca di Fagioli sulla realtà umana. Quella auspicata rifondazione della sinistra che stava fallendo in politica, ha trovato spazio di sperimentazione su Left che, con l’editore Matteo Fago e un gruppo di economisti (Ernesto Longobardi, Anna Pettini ed Andrea Ventura), si è proposto come nuovo cantiere di una sinistra laica e non più legata a una lettura economicistica della realtà e rigidamente marxiana, ma su una visione della realtà umana più complessa, fatta non solo di bisogni primari, ma anche di esigenze più profonde di realizzazione di sé e in rapporto con gli altri. Non solo.

La scoperta della nascita umana, intesa come pensiero per immagini e non come parola e verbo (come hanno sempre detto religiosi e filosofi) ci ha portati a indagare la scissione e la violenza nascosta nel pensiero occidentale che si riconosce ancora nel Logos greco e che propone come modello sociale la polis: cioè un sistema educativo che usava la pederastia per forgiare giovani cittadini e che annullava completamente le donne.

Un’indagine che abbiamo condotto con interventi di psichiatri che fanno parte della redazione della rivista Il Sogno della Farfalla diretta da Andrea Masini e con interviste ad antichisti e filosofi, a cominciare da Eva Cantarella e Giacomo Marramao. Il pensiero nuovo e dirompente di Fagioli ha anche portato Left a interrogarsi sulla strana fascinazione che, su certa intellettualità di sinistra, ha esercitato il pensiero nazista di Heidegger (o meglio, “cattolico e nazista” per dirla con il titolo di un articolo di Fagioli), con contributi di filosofi da Livia Profeti a Emmanuel Faye, e psichiatri, da Annelore Homberg a Gianfranco De Simone. Così come costante è stato il lavoro per smascherare le basi heideggeriane dell’esistenzialismo, da Sartre a Binswanger, un pensiero basato sull’«essere per la morte» tanto che lo psichiatra svizzero procurò il veleno ad una sua paziente, Ellen West, perché potesse «compiere il proprio destino» suicidandosi.

Già nel 2006 il ritiro dalle librerie dei testi di Freud da parte di Bollati Boringhieri, come estremo tentativo di coprire il positivismo e l’incompetenza del padre della psicoanalisi che emergeva dalla nuova traduzione di Ranchetti, era stato un piccolo grande scoop di Left, con il contributo della germanista Cecilia Iannaco, poi ripreso da altre testate. Ancor più sanguinoso è stato lo scontro, con il cattolico Avvenire su questioni di bioetica e aborto e con Liberazione di Sansonetti, riguardo allo smascheramento di maestri del ’68 che firmarono il manifesto per legalizzare la pedofilia insieme a Sartre, De Beauvoir, Lang. E l’impostazione culturale che ne è derivata.

Ma spesso ci siamo trovati a polemizzare anche con il quotidiano La Repubblica, rifiutando l’ideologia che innerva molti editoriali di Eugenio Scalfari che si dice illuminista ma poi adora papa Bergoglio. Contestando la visione culturale proposta dal fondatore di Repubblica che freudianamente pensa che i bambini siano violenti e malvagi e che Spinoza possa essere la guida di una sinistra del XXI secolo, non vedendo la gabbia oppressiva del razionalismo spinoziano, il suo annullamento di ciò che è specificamente umano e femminile in nome di un dio astratto e onnipotente. Di tutto questo e di quanto, al contrario, possa essere vitale la riscoperta di pensatori eretici e «anticristiani», come Giordano Bruno, Fagioli ha spesso parlato e scritto stimolando il nostro dialogo con Marramao, Severino, Ciliberto, Viano e molti altri pensatori.

Accanto alla critica del logocentrismo particolarmente affascinanti e coinvolgenti sono state le ricerche sul linguaggio della poesia e sulla ricerca sull’arte, un filone carsico, quello della ricerca sulla creatività umana, che attraversa tutto il lavoro dello psichiatra Massimo Fagioli. «Anche se tanti, sempre, mi hanno detto che sono brutto e cattivo a rifiutare Freud, Heidegger, Binswanger, Foucault, Basaglia io continuo a dire che i maestri della vita e del sapere sono stati quelli che parlavano per immagini. E i nomi belli sono Shakespeare, Caravaggio, Picasso e anche Raffaello e Leonardo e tanti altri», scriveva su Left nel 2007.

Un capitolo a parte meriterebbe proprio il discorso sull’arte, alla luce della ricerca sul linguaggio delle immagini che Fagioli ha sempre proposto in approfondimenti teorici e nella prassi terapeutica con l’interpretazione dei sogni all’interno del setting durante i seminari di analisi collettiva. E proponendo ricerche sulle origini dell’arte rupestre, coinvolgendo antropologi, storici dell’arte e architetti, da Telmo Pievani a Ugo Tonietti,  e invitando noi giornalisti culturali a guardare con sguardo nuovo ai processi creativi e al fare artistico umano fin dalle sue prime manifestazioni. Un discorso che continueremo a sviluppare, grazie all’impegno dell’editore Matteo Fago, che coraggiosamente ha rilevato e rilanciato Left nel 2015. Consapevoli e profondamente riconoscenti dell’enorme ricchezza di idee che Massimo Fagioli ci ha lasciato, commossi per la bellezza che ha regalato anche a Left, rendendolo un settimanale unico nel panorama non solo italiano, anche ridisegnandone il volto con questa nuova, vitale testata rossa che accende la fantasia.

Sinistra. Tra Podemos e l’Italia c’è di mezzo la fraternidad

Fraternidad. Che significa abbandonare le strategie ipocrite dei partiti tradizionali, le alleanze al ribasso, e optare per rapporti umani veri e sinceri. Fraternità è l’ossessione dei podemisti. E dev’essere stato questo a ossigenare l’aria che abbiamo respirato al Palacio de Vistalegre, a Madrid, lo scorso weekend. Nonostante fosse un congresso di partito – un’assemblea, per la precisione, con diecimila partecipanti e senza delegati. Un’assemblea senza fischi, senza tensioni e senza mugugni quando a prendere la parola era l’esponente di un documento politico diverso dal proprio, di un’idea, di una posizione, di una provenienza diversa dalla propria. Ecco – è stato inevitabile constatare – qui c’è l’ossigeno che permette di respirare. Qui manca – o se proprio lo si vuol cercare con la lanterna è del tutto marginale – quel gas che brucia l’ossigeno della buona politica: vogliamo chiamarlo politicismo? Quel professionalizzarsi, far prevalere i bisogni politici, preferire i tatticismi alle idee, il cinismo al coraggio. O, ancora, mandarsele a dire, inviare messaggi subliminali ai nostri interlocutori politici (e chi se ne importa, poi, se non tutti riescono a capire). Ecco, questa no, non è fraternidad.

Anche della vittoria di Pablo Iglesias – un plebiscito – vi raccontiamo su questo numero di Left. Dei diecimila che rivestono di viola il palazzetto un tempo plaza de toros intonando Unidad!. E proviamo pure a raccontarvi chi sono i podemisti che abbiamo incontrato, scoprendo che di trasversale, in Podemos, ci sono la “classe sociale” di provenienza e l’età, ma non l’orientamento politico. Tutti quelli con cui abbiamo parlato si sono detti di sinistra: di izquierda real, per la precisione, che qui in Spagna è un modo per distinguersi dalla “finta sinistra”, per intenderci quella dei socialisti del Psoe.

«Temo di non meritare il paragone con Podemos. Non lo merito io e, temo, non ce lo meritiamo noi tutti. Ma ci stiamo lavorando. Non escludo, anzi, che potremo presto meritarci qualcosa di simile all’energia straordinaria che ho visto a Madrid». Ha detto così Nicola Fratoianni a Luca Sappino, a pochi giorni dal congresso fondativo di Sinistra italiana. Anche Fratoianni era sugli spalti di Vistalegre, e noi lo abbiamo intervistato sapendo che ad attenderlo in Italia c’erano gli immancabili venti di scissione (in un partito che non è ancora nato) e uno stucchevole dibattito a mezzo stampa sulle ragioni di un centrosinistra e sul rapporto con Renzi. Uno shock.

«Fare la sinistra senza chiamarla sinistra». Per questo tentativo intrapreso, il partito spagnolo si è aggiudicato l’etichetta di “populisti di sinistra”. Chiedersi come trasformare la realtà, invece di litigare per decidere come chiamarla. Cercare il modo per stare bene, e non quello di avere ragione. Questo abbiamo visto a Madrid. Abbiamo intravisto che, cominciando ad abbandonare quel maledetto politicismo, si può fare.

Il reportage da Madrid e l’intervista a Nicola Fratoianni su Left in edicola

 

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Alcune cose da sapere sullo stadio della Roma

Stadio della Roma, come sarà

Paolo Berdini dice che se lui non è più assessore all’urbanistica del Comune di Roma è anche perché lui, lo stadio della Roma, non l’avrebbe mai fatto, non così, non lì dove lo vogliono invece la squadra, la proprietà e i suoi soci in affari, a partire dal costruttore Parnasi.

Nel numero di Left in edicola da sabato 18 febbraio noi vi diciamo però che non è proprio così, e che Paolo Berdini non è più assessore della giunta Raggi perché ha pagato una figuraccia enorme, che rimane figuraccia anche se si immagina che tutto sia stato «un tranello», come dice lui, che si sia fidato di un giornalista che gli ha attribuito testualmente frasi che lui gli aveva chiesto di usare nella solita formula dell’anonimo malumore interno. Vi raccontiamo, su Left in edicola, invece, che la figuraccia di Berdini ha indebolito le ragioni del No, che pure c’erano, quelle che l’ex assessore stava cercando di portare avanti, finendo di spianare una strada che però – e qui ha ragione Berdini – era forse già spianata.

Su Left in edicola, e qui in digitale, si parla anche dello stadio della Roma

 

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Spianata proprio dal Movimento 5 stelle. Perché ad aver cambiato idea sullo stadio è stato proprio il Movimento, con una giravolta definitiva, con la sindaca Virginia Raggi che, quando a volere lo stadio era solo Marino e la sua maggioranza, depositava, assieme agli allora semplici consiglieri comunali d’opposizione, esposti in procura (che fine hanno fatto, gli abbiamo chiesto?) e oggi invece si accontenta di una rimodulazione del progetto, un taglio di cubature a cui (sostiene Caudo) non è escluso possa seguire un conseguente taglio delle opere pubbliche, che il privato realizza in cambio proprio delle generose cubature extra, che sono il triplo di quanto il piano regolatore prevederebbe per l’area dell’ex ippodromo di Tor di Valle. Opere pubbliche che mai erano state così tante, bisogna notare, in proporzione all’investimento speculativo e quindi sono la ragione per cui, se non si può o vuole fermare tutto, forse sarebbe meglio non toccare niente – e questo va riconosciuto al progetto concordato con la precedente giunta, anche partendo dal presupposto che l’area l’ha scelta il privato e che certo (come dice Berdini) lo stadio sarebbe stato meglio farlo in altro luogo, approfittandone per ricucire un territorio senza stravolgere il piano regolatore.

A far cambiare idea a sindaca e colleghi, peraltro, è stato proprio Beppe Grillo, come vi raccontiamo sempre in edicola con l’articolo di Ilaria Giupponi. Grillo ha infatti incontrato i vertici dell’As Roma già un paio di mesi fa, facendosi convincere dal dg Mauro Baldissoni. E via con la giravolta, pronti a sostenere le ragioni del business (che sono anche vere, alcune, e ve le raccontiamo), dicendo che i posti di lavoro, gli investimenti, le infrastrutture valgono bene (adesso) lo strappo al piano regolatore approvato solo pochi anni fa.

Per permettervi di prender parte al dibattito che impazza sui social – stadio sì, stadio no – vi raccontiamo però anche come funziona altrove, all’estero, e del perché se i nostri stadi negli anni 90 erano all’avanguardia, tempo dieci anni ed erano vecchissimi, schiantati dal modello inglese e poi, ad esempio, dagli stadi tedeschi o da quello (lo avete mai visto?) di Bilbao. Matteo Marchetti, portandovi a spasso per mezzo mondo, vi spiegherà che alla fine per avere stadi da top club (posto che si decida di volere top club) ci sono sostanzialmente due modi: il primo è quello della speculazione – che all’estero è spesso fatta sull’area dei vecchi impianti, abbandonati per il nuovo – e il secondo è quello dell’investimento pubblico, con impianti realizzati o ristrutturati, magari per un grande evento, e lasciati poi ai club.

Il caso della Roma è una speculazione, quindi, sì, lo è in maniera indiscutibile. Ma è un po’ diversa da quelle viste altrove, perché qui non c’è uno stadio di proprietà da monetizzare e però non si vogliono spendere soldi pubblici né mettere sul piatto (come invece suggerisce l’assessore di epoca Veltroniana, Morassut, e come sarebbe forse più logico, forzando non il piano regolatore ma altri vincoli architettonici) i vecchi impianti pubblici, l’Olimpico e il Flaminio. Non si può e comunque non ci sono i soldi, si dice, per dotarli di ciò che serve, tra metro e parcheggi. Ma si vuole «per la città» uno stadio nuovo. Lo si vuole: #Famostostadio. E si chiede di fare tutto al privato, che cerca altrove un equilibrio. Lo fa andando persino oltre quello che prevede la legge sugli stadi? Ne parliamo in edicola.

Un giorno senza immigrati: la protesta contro le espulsioni di Trump

epa05798163 People participate in a march and rally to show support for 'A Day Without Immigrants', in Washington, DC, USA, 16 February 2017. A Day Without Immigrants is a national one-day event in which businesses strike to show opposition to US President Donald J. Trump's immigration policies and to show solidarity to immigrant workers. EPA/MICHAEL REYNOLDS

Un giorno senza immigrati, un giorno senza servizi. L’ordine esecutivo anti-musulmani e la retorica sui “bad hombres”, gli uomini cattivi e messicani che rubano il lavoro a noi americani, di Donald Trump hanno toccato un nervo scoperto e generato una reazione delle comunità immigrate e non solo. Quello dei musulmani e degli immigrati che vivono, lavorano, faticano negli Stati Uniti – e quello di tanti altri cittadini americani. Ancora ieri, in una conferenza stampa che sembrava uscita da un film comico e horror allo stesso tempo, il presidente Usa, dopo aver attaccato a freddo i media, spiegato che si rivolge direttamente al popolo perché i giornali raccontano bugie, non aver parlato delle dimissioni di Michael Flynn e sostenuto di aver ereditato una situazione catastrofica, maltrattato un giornalista israeliano, fatto una battuta un po’ razzista a una giornalista afroamericana, Trump ha ribadito i concetti di pericolosità e concorrenza sleale da parte  degli immigrati e la storia del lavoro che abbandona gli States a frotte per emigrare in Messico e Cina. Non è vero, ma non importa. L’annuncio è quello di un nuovo ordine esecutivo, che magari stavolta faranno leggere anche a un avvocato, sulla chiusura delle frontiere.
Il passato recente, quello della settimana appena trascorsa, è quello di una serie di raid anti-clandestino che ha determinato l’espulsione di centinaia di persone, compresa quella di una madre, la cui storia ha occupato le prime pagine dei giornali. Guadalupe Garcia de Rayos era entrata negli States una ventina di anni fa, quando aveva 14 anni, era stata fermata nel 2008 per aver usato un social security number (l’equivalente del nostro codice fiscale, indispensabile per avere un lavoro), rilasciata e doveva fare controlli con le autorità per l’immigrazione una volta l’anno. Stavolta è stata espulsa, consegnata alle autorità messicane a Nogales. Le sue figlie sono rimaste negli Stati Uniti e lei è in un Messico che non conosce o quasi. Le persone come lei, a rischio, sono centinaia di migliaia.

 

 I video delle manifestazioni di ieri in diverse città

Ancora peggiore la storia del primo detenuto il cui status giuridico rientrava nell’ambito dell’ordine esecutivo di Obama sui Dreamers, 750mila giovani incensurati entrati negli Stati Uniti da bambini, che studiano, sono soldati o lavorano. Daniel Ramirez Medina ha 23 anni ed ha ottenuto lo status di residente legale nel 2014 dopo l’ordine esecutivo di Obama, status che gli è stato rinnovato nel 2016. Due giorni fa è stato prelevato da casa con l’accusa di essere membro di una gang criminale – cosa che gli farebbe perdere lo status. I suoi avvocati negano e dicono che al ragazzo sono state fatte pressioni perché si auto-denunciasse.

La reazione degli immigrati è decisa e organizzata. Negli Usa, ispanici (e asiatici) senza cittadinanza sono enormi e, tutto sommato, rappresentano una forza politica: sono spesso organizzati e tra comunità, sindacati, chiese, hanno luoghi di ritrovo e mobilitazione, e nelle grandi metropoli sono la colonna dell’industria dei servizi mal pagati. Senza di loro i ristoranti non cucinano, gli androni del grattacieli non si puliscono, i bambini piccoli non vengono accuditi. Tra l’altro, la forza lavoro irregolare si concentra al 60% in 20 metropoli, che senza quel lavoro rischierebbero di andare in tilt. Ma ci sono anche gli imprenditori, i commercianti. Sono molti.

Bene, molti tra questi, compresi diversi chef famosi e immigrati, ieri hanno cercato di fare capire al Paese come si vive senza immigrati. Cucine vuote, negozi chiusi e manifestazioni a Denver, Chicago, New York, Washington. Persino Eataly ha twittato: “siamo un’impresa immigrata, oggi ci saranno disservizi” (la foto del tweet del supermercato di Boston dice: siamo tutti importati, sotto una foto di prosciutto, olio e prodotti italiani. Al Davis Museum del Wellesley College in Massachusetts hanno invece eliminato tutte le opere d’arte prodotte da immigrati, sostituendole con un cartellino che spiega il perché. Nelle foto qui sotto una serie di manifestazioni e di negozi e cucine chiuse nelle grandi metropoli americane: senza immigrati niente cena fuori, niente panino a pranzo, niente panni piegati e asciugati nella lavanderia a gettoni, niente baby né dog sitter e, forse, niente braccianti nelle campagne (ma questo è più difficile, la parte che lavora nei campi è la meno tutelata e integrata in una comunità).

Presidenziali francesi, Le Pen in testa. E la sinistra? Sempre divisa

epa05766434 A composite images made of file pictures shows the candidates for the 2017 French presidential elections (L-R) Francois Fillon for the right-wing Les Republicains, Benoit Hamon for Socialist Party, Emmanuel Macron for En Marche! party, and Marine Le Pen for far-right Front National party. The first round of the 2017 French presidential election will be held on 23 April 2017. EPA/DSK

Giovedì 16 febbraio, il Centro di ricerca politologica di Science Po (Cevipof) ha reso noto i risultati di un’analisi commissionata dal quotidiano Le Monde, volta a intercettare le intenzioni di voto dei cittadini francesi.

Il primo dato significativo riguarda Francois Fillon. Il candidato del partito Le Républicains ha subito un forte contraccolpo dopo gli scandali finanziari: nell’arco di un mese ha perso il 6,5% di consensi. Il calo è estremamente forte nell’ambito dei simpatizzanti del proprio partito. Se il 76% di questi ultimi si dicevano ancora pronti a votare Fillon a gennaio, oggi la quota è scesa al 63%.

Nel frattempo, Marine Le Pen si è consolidata al primo posto con un netto 26%. A seguire Emmanuel Macron (23%), Francois Fillon (19%), Benoit Hammon (15%) e Jean Luc Mélenchon (12%).

L’analisi del Cevipof indica anche la “solidità” degli elettorati dei candidati, ovvero la percentuale di votanti francesi che si dicono “certi” di votare per il proprio candidato preferito. In questa particolare classifica, considerando i primi 5 candidati per numero di preferenze assolute, di cui sopra, Marine Le Pen è ancora in testa con uno strabiliante 74%, seguita da Fillon con il 61%.

Il dato interessante è che Emmanuel Macron precipita in ultima posizione, dietro ai due candidati della sinistra. Soltanto un terzo dei cittadini che hanno indicato l’ex ministro dell’Economia come prima scelta, sono anche convinti che seguiranno questa direzione fino in fondo. Tra i due candidati della sinistra, la spunta Mélenchon che, con un elettorato “fidelizzato” pari al 53%, è l’unico insieme a Fillon e Le Pen a superare quota 50%. Benoit Hamon può contare invece su una base “sicura” del 39%.

Al di là delle incertezze dell’elettorato francese, va notato che, sommati, i voti di Mélenchon e Hamon supererebbero addirittura le percentuali di Le Pen al primo turno. In altri termini, se ci fosse una convergenza tra il Partito socialista e la sinistra radicale, ci sarebbero concrete possibilità di schierare uno dei due finalisti al secondo turno.

E infatti, qualcosa si muove. Mercoledì 14 febbraio, 600 personalità dell’area comunista (“Parti communiste français”, Pcf) hanno firmato l’appello “Pcf: sortons de l’immobilisme” (“Pcf: fuori dall’immobilismo”) per far avvicinare Hamon e Mélenchon. E anche la base del Partito ecologista (“Europe Ecologie-Les Verts”) si è espressa nettamente a favore di un avvicinamento tra la propria formazione e i due candidati della sinistra. Basterà? Difficile. Mélenchon continua a proclamarsi unica scelta alternativa reale. E i punti di disaccordo, soprattutto sull’Europa, sono molti.

E mentre il gioco delle alleanze a sinistra continua imperterrito, il rapporto Cevipof “grida” un’altra verità che nessuno ha il coraggio di affrontare a pieno.  Se si osserva la composizioni degli elettorati dei partiti francesi, si constata la rottura definitiva degli schemi tradizionali di voto delle classi sociali lungo la dimensione sinistra-destra.

Per menzionare quella più significativa, tra gli operai, la destra radicale del Front National è il primo partito con il 25%, seguito da Macron (10%). Socialisti e sinistra radicale, raccoglierebbero invece, rispettivamente, soltanto 7 e 8 “colletti blu” su 100. Una magra consolazione: il 42% si dice “astensionista”.  Se poi si guarda soltanto agli operai che si dicono “certi” di andare a votare, lo scarto tra sinistra e destra diventa ancora più evidente. Il 44% voterebbe Marine Le Pen, rispetto a un 26% complessivo a favore dei candidati della sinistra.

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Perché Giordano Bruno è ancora un eroe della libertà di pensiero

Come ogni  anno, il 17 febbraio in Campo de’ Fiori a Roma, dalle ore 17, l’Associazione nazionale libero pensiero Giordano Bruno ricorda il filosofo che in questa piazza venne bruciato vivo il 17 febbraio del 1600 per ordine del tribunale della Santa Inquisizione, presieduto dal pontefice romano. Ne abbiamo parlato con la studiosa del pensiero Nolano, Maria Mantello, organizzatrice del convegno Nel nome di Giordano Bruno. Né dogmi Né padroni.

Giordano Bruno è stato uno dei più grandi filosofi, uno dei più coraggiosi e coerenti, non accettando di abiurare le proprie idee nemmeno di fronte al rogo. Qual è il nucleo forte del suo pensiero che parla ancora ai lettori di oggi?

La filosofia di Bruno si pone a livelli altissimi in quello che è il suo compito preciso: sco-prire, togliere il velo all’apparenza, capire come stanno le cose a «lume di ragione». Un furore eroico – come egli stesso lo definisce – che diviene procedura e metodo, che ha bisogno però di un’operazione preliminare: la liberazione della mente dall’abitudine di credere.

«Giordano Bruno anticristiano», come ha scritto Michele Ciliberto?

La polemica antifedeista di Bruno è centrale ed è rivolta come è logico che sia alla religione dominante, la cattolica, la “vorace lupa romana” come la definisce, che alla fine lo manderà al rogo. Ma Bruno si badi bene polemizza senza sconti con il cristianesimo tutto: l’impiagata irriformabile religione dell’ascolto e della soggezione che da Paolo di Tarso. L’autonomia dal confessionismo è un tema ancora di cogente attualità. E sulla strada della separazione tra leggi umane e leggi divine, tra Stato e Chiese, come oggi diciamo, certamente Giordano Bruno è un maestro di laicità. A lui interessa la costruzione di una società civile che leghi l’uomo all’uomo nella giustizia, che è costruzione umana attraverso leggi giuste. Ma non c’è giustizia senza uguaglianza, che non significa appiattimento, sostiene Bruno, ma pari opportunità, infatti -scrive- anche se non è «non è possibile che tutti abbiano una sorte; è possibile ch’a tutti sia ugualmente offerta»!

E il suo campo d’indagine è vastissimo

La filosofia di Bruno va dall’ontologia all’etica, dalla fisica alla cosmologia, dall’estetica alla politica, in un interconnessione straordinaria, dove il nucleo forte è proprio la liberazione dalla soggezione mentale ai confessionalismi che vorrebbero gli individui replicanti dei loro modelli precettistici che sarebbero prioritariamente iscritti in supposte idee di anime. Giordano Bruno questa catena di creazionismo la scioglie rimettendo al centro la «materia vita natura» che si auto produce (in natura niente si crea e niente si distrugge, come si dirà secoli dopo di lui). E di questa materia vita fa parte ogni essere umano storico biologico fisico che sottratto a finalismo e provvidenzialismo è il padrone della sua vita! Su questa base assume centralità la dignità umana di ciascun individuo. E in un’epoca in cui la misoginia era strutturale e le donne venivano arse vive come streghe, Bruno scrive pagine straordinarie dalla parte delle donne ribaltando gli schemi sessisti, per esempio nel De la causa principio et uno.

In Inghilterra il suo pensiero ebbe larga circolazione, tanto che si ipotizza Shakespeare ne avesse qualche conoscenza….

Bruno in Inghilterra si guadagnò la stima della stessa regina e si pensa che a corte potesse aver conosciuto anche Shakespeare, che dalla filosofia del Nolano è certamente influenzato. L’universo bruniano con un cielo infinito e la materia creatrice, è infatti più che un semplice sogno d’amore nell’ Antonio e Cleopatra del drammaturgo inglese. E ancora in un’altra sua operetta, Pene d’amore perdute, la concezione dell’autonomia dello Stato dal confessionalismo è chiara ripresa dello Spaccio della bestia trionfante di Giordano Bruno. Le opere di Bruno circolavano lui vivente in tutta Europa, nonostante fossero all’Indice. La Chiesa cattolica il 17 febbraio del 1600, mentre a Campo de’ fiori veniva arso viso il filosofo, sulla scalinata di San Pietro la stessa fine era riservata ai suoi libri. La Chiesa avrebbe voluto cancellare la memoria di Giordano Bruno.

La “fortuna” delle opere di Bruno è stata più “europea” che italiana, a causa dell’ombra lunga del Vaticano anche sulla scuola gentiliana?

Nel fermento laico del Risorgimento l’interesse sulla vicenda di Bruno si riaccese e le sue opere cominciano ad essere tradotte. Man mano che si compiva il processo dell’unità d’Italia, targhe in onore di Giordano Bruno e monumenti venivano edificati nelle diverse città italiane ad opera dei circoli bruniani che poi venivano unificati nell’Associazione Nazionale del libero Pensiero “Giordano Bruno” all’inizio del Novecento.
Attualmente Bruno è tradotto anche in cinese e giapponese, ma in Italia è ancora molto scomodo. Il suo pensiero si cerca di occultarlo, falsificarlo. l’ombra vaticana certamente pesa moltissimo, visto che circolano ancora manualetti dove addirittura Bruno viene liquidato come «filosofo panteista perito in un incendio!».

Oggi, dalle 17 si tiene l’incontro organizzato dall’Associazione nazionale libero pensiero Giordano Bruno. Insieme a lei ci saranno fra gli altri il regista Giuliano Montaldo e Ferdinando Imposimato. Gli interventi che taglio avranno?

Al convegno parlerò della rivoluzionaria filosofia di Giordano Bruno e della sua attualità  mentre il regista Giuliano Montaldo racconta come quel rogo continua ad ardere, come simbolo di libertà e giustizia. Affronteremo il tema centrale della filosofia bruniana della emancipazione umana individuale e sociale, in questa prospettiva Alvaro Belardinelli parla dell’importanza dell’educazione laica e antidogmatica e l’emancipazione dal bisogno, che poi è diritto al lavoro nella dignità del lavoro, come la nostra Costituzione comanda. Di questo in particolare parla Ferdinando Imposimato. A conclusione la voce è data a Giordano Bruno attraverso i recitativi di sui testi e di passi della sentenza di condanna al rogo a cura di Fabio Cavalli del Centro Studi Enrico Maria Salerno.

Per approfondire: www.periodicoliberopensiero.it

Il clima infuocato nel Pd spiegato da un incredibile fuorionda di Delrio

Graziano delrio fuorionda
Il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, al termine della Direzione del PD a Roma, 13 febbraio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

 

 

In edicola c’è l’intervista al Corriere con cui Matteo Renzi si mostra dialogante e continua a dire che la minoranza cerca solo un pretesto e che, nei fatti, ha paura di contarsi. Graziano Delrio, come altri esponenti dem, ha commentato l’intervista concentrandosi sulla mano tesa (più che sugli schiaffi che la stessa mano continua a dare). Dice Delrio: «L’appello di Renzi è molto importante: ha tolto ogni alibi a coloro che pensano che la scissione si possa fare su una settimana in più o in meno per il congresso. Se qualcuno ha deciso nessuno lo farà desistere, ma tutti sono indispensabili nel partito e adesso non ci sono più alibi». Online, però, arriva su tutti i giornali un fuorionda che racconta un’altra storia. L’audio è di prima dell’intervista, ovviamente, del 16 febbraio. Ma è decisamente favorevole alla versione di Bersani.

Graziano Delrio, pedina fondamentale del governo e del renzismo, ma da sempre renziano atipico, parla infatti con Michele Meta, presidente della commissione Trasporti della Camera, a margine di un convegno nella sede nazionale del Pd. «Barano o fanno sul serio?», chiede Meta a Delrio, riferendosi alla minoranza che minaccia scissione. «No fanno sul serio. Una parte ha già deciso» gli risponde il ministro, che però gira la conversazione sui renziani spiegando che una parte è persino contenta, perché pensa «che diminuiscono i posti da distribuire», e che quindi è meglio così. Ma non «capiscono un cazzo», aggiunge Delrio, «perché sarà una cosa come la rottura della diga in California, si forma una crepa e l’acqua dopo non la governi più».

Ma è il passaggio su Matteo Renzi, che è ancora più interessante. «Si adopera per contrastare sta roba, Matteo?», dice Meta. Delrio risponde: «Si è litigato di brutto perché non è che puoi trattare questa cosa qui come un passaggio normale. Cioè, tu devi far capire che piangi se si divide il Pd, non che te ne frega, chi se ne frega. Non ha fatto neanche una telefonata, su… come cazzo fai in una situazione del genere a non fare una telefonata?».

Già, come si fa? È questo, evidentemente, ciò che contesta la minoranza, il fatto che a Matteo Renzi non importi nulla dell’unità del partito, che non la ricerchi nei fatti ma solo per posa. «In direzione ho visto solo dita negli occhi», ha detto Bersani l’altro giorno, allundendo al fatto che le relazioni del segretario partano sempre con toni concilianti ma finiscano in realtà sempre con un guanto di sfida, così che tutto sembra solo un trucco retorico, per far passare gli altri come i soliti «rosiconi» che sanno di perdere e quindi portano via il pallone.

Che poi può esser anche vero. Renzi il congresso alla fine l’ha concesso, e difficile sarebbe giustificare una rottura sulla data, se così fosse, su un congresso da fare prima o dopo le elezioni amministrative, prima o dopo aver stabilito che il governo Gentiloni durerà fino alla fine della legislatura. Però esiste un tema di civile convivenza, che è anche politico. Perché si può anche decidere che i partiti debbano esser meno di parte di parte possibile e più larghi possibile (tant’è che, in caso di scissione, l’idea della minoranza è di rifare il Pd, praticamente, continuando nell’idea della convivenza con un’anima più moderata – cioè più moderata di quanto non siano già loro). Ma serve un alfabeto politico comune, serve una capacità di conciliazione che Renzi – come riconosce Delrio, non volendo – non ha. Il ragazzo – e l’ha dimostrato a palazzo Chigi – è un tipo divisivo. Che non solo quindi ha spostato a destra il partito ben oltre non l’avesse già portato la precedente dirigenza (che c’ha messo del suo, ma mai avrebbe abolito l’articolo 18, per dire, né tolto l’Imu a tutti), ma che con la sua ossessione contro «i caminetti» e, invece, per le direzioni-show in streaming ha realizzato un partito che è più chiuso, più di potere, meno ospitale.

La mano tesa di Renzi, che proprio tesa non è

Il segretario del PD Matteo Renzi al termine della direzione nazionale del partito a Roma, 13 febbraio 2017. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

«Michele è così, gli voglio bene anche per questo. Dieci giorni fa minacciava le carte bollate per fare il congresso, adesso chiede di rinviare. Però è simpatico». Michele è ovviamente Michele Emiliano. E a parlare è Matteo Renzi, con l’intervista che dovrebbe esser il passo richiesto dalla minoranza, la mano tesa che sostituisca «le dita negli occhi» che finora dice di aver esclusivamente visto Bersani.

Ma Matteo Renzi è sempre Matteo Renzi e quindi la mano tesa dà anche qualche schiaffetto (sempre con «affetto» e «un sorriso», renzianamente, si intende). «Stiamo facendo il congresso perché l’hanno chiesto loro» dice infatti Renzi al Corriere: «Io voglio evitare qualsiasi scissione. Se la minoranza mi dice: o congresso o scissione, io dico congresso. Ma se dopo che ho detto congresso loro dicono “comunque scissione”, il dubbio è che si voglia comunque rompere. Che tutto sia un pretesto».

E dunque: «Toglieremo tutti i pretesti, tutti gli alibi. Vogliono una fase programmatica durante il congresso? Bene. Ci stiamo. Martina, Fassino, Zingaretti, hanno lanciato proposte concrete. Vanno bene», continua Renzi, che però poi frena su un congresso troppo in là. Sempre, beninteso, perché lui vuole sostenere al meglio il governo: non è come sembra, che lui non vuole perder troppo tempo per non veder allontanarsi sempre più un ritorno a palazzo Chigi. Ma dirlo è l’occasione per un’altra stoccata. «Diamo tutti una mano all’Italia, diamo tutti una mano al governo. Gentiloni merita il nostro sostegno sempre, non “provvedimento per provvedimento” come sosteneva qualcuno fino a qualche giorno fa», dice, alludendo alle prime ore di vita del governo, quando Bersani in effetti quello diceva, mentre oggi chiede che si decida, prima di affrontare congresso e primarie, che il governo durerà fino alla scadenza naturale della legislatura. Incurante così, Bersani, di alimentare i dubbi di chi vede nella richiesta di rinvio il tentativo di rosolare Renzi, altrimenti imbattibile, spingere pezzi della maggioranza ad abbandonarlo e renderlo almeno un leader più incline alla concertazione (ricordandogli che Veltroni quando si dimise da segretario non si ricandidò).

Perché sono veramente convinti, Bersani, Emiliano, Rossi e Speranza, che il Pd sia altro rispetto al modello maggioritario e leaderistico di Renzi. Che questo non sia il compimento del modello del partito-primaria. Tant’è che in caso di scissione, portandosi appresso anche pezzi moderati, quello rifarebbero: non una cosa rossa ma un original Pd, un movimento ulivista che tenga tutto dentro, salvo Renzi.

Ops

Il padre del premier Matteo Renzi, Tiziano, passeggia vicino alla Galleria Colonna a Roma 23 Dicembre 2014. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Quindi l’indagine Consip, tra generali dei carabinieri indagati e Luca Lotti impegnato da settimane a minimizzare, alla fine arriva anche a Renzi per via indiretta attraverso l’avviso di garanzia al padre dell’ex premier. Un’inchiesta come tante altre, numerosissime, che in questi anni ormai ci hanno abituato a guardare di sbieco la politica con la diffidenza che si riserva alle professioni cadute in disgrazia nel sentire comune.

E così oggi riparte la grancassa della sarabanda del “così fan tutti” da una parte e della “fiducia nella magistratura” dall’altra in questo eterno balletto di strepiti gli uni contro gli altri. I renziani passeranno tutto il giorno a dirci che “però la Raggi è indagata lei e i suoi collaboratori, mica un parente” facendo finta di non sapere che la cricca fiorentina (al di là dei rilievi penali che eventualmente emergeranno) è stata a lungo una cosa sola mentre il M5S può continuare a percorrere la strada del “voi siete peggio”.

Un brutto spettacolo, comunque. È che a forza di giocare alla pornografia giudiziaria contro la sindaca di Roma (quando ci sarebbe così tanto da dire e discutere sulle responsabilità politiche) alla fine si è scesi nell’agone del fango e se ne accettano le conseguenze: le baruffe sull’onestà finiscono per trovare sempre qualcuno più puro che ti epura, del resto.

Allora sarebbe il caso, forse, di non cadere nell’euforia della vendetta (che boccone prezioso, il padre di un ex presidente del Consiglio) e ricordarsi che l’indagato numero uno rimane sempre lui, Matteo, per questioni meramente politiche: una sorta di concorso esterno alle politiche destrorse simulandosi centrosinistro e una visione di gestione del partito partito solidale solo con i proprio sodali, come avviene nei clan. Questo è il punto. Questo.

Buon venerdì.

(un pensiero solidale ai giornali che relegarono questa inchiesta ai box piccoli piccoli di cronaca ritenendola “una bufala” e alle alte cariche dello Stato che hanno espresso solidarietà agli indagati ritenendola una “cosa minima”. A forza di fake-news dappertutto si stanno consumando le peggiori figure di palta da parte dei benepensanti dirigenti e editorialisti del so-tutto-io. Bravi. Avanti così)