Ciao carissimo Massimo
Massimo Fagioli è scomparso lunedì 13 febbraio. Domani 18 febbraio il saluto alle ore 10 in via Roma Libera 23, luogo in cui dal 1980 si tenevano i seminari di Analisi collettiva.
Mi sono sempre chiesto perché si piange. Sono due giorni che non faccio altro. Massimo Fagioli sono sicuro avrebbe avuto una risposta bella, delle sue. Straordinaria, come sempre. Non ho mai avuto occasione di chiederglielo perché avere a che fare con Massimo Fagioli era tutto fuorché piangere. Era una continua sfida al pensiero, all’intelligenza, all’emozione. A trovare dentro di sé parole e idee nuove che però non erano mai adeguate, mai abbastanza profonde come quelle che riusciva a trovare lui e a regalarti in cambio di niente. Voleva che tutti, senza distinzione, realizzassero un di più, un meglio. Il di più e il meglio era la realizzazione di nuova umanità. Una capacità di amare. Una capacità di sentire. Perché la sua guerra, per tutta la vita, è stata contro l’anaffettività, il non sentire. Aveva elaborato un pensiero nuovo che permette di comprendere la verità più profonda del pensiero umano, la sua origine, la sua fisiologia e la sua patologia. Qualcosa di mai esistito nella storia dell’uomo. Massimo Fagioli interpretava i sogni per curare la malattia mentale. E poi, quando la malattia scompariva, interpretava i sogni per fare ricerca. Ricerca sulla realtà mentale. L’interpretazione del sogno evidenziava il pensiero nascosto, la genialità del pensiero non cosciente che vedeva “oltre”. A volte, è vero, può essere capitato di piangere. Ma erano lacrime di realizzazione di un nuovo per una separazione dal passato.
Aver partecipato all’Analisi collettiva è stato un privilegio unico. È una storia che dovremo riuscire a raccontare. Non so come e non so quando. Fa parte dell’obbligo di essere esseri umani che lui ci ha fatto conoscere e realizzare. Il suo scopo è sempre stato la realizzazione dell’altro. Sempre. Il suo rapporto con l’altro essere umano puntava sempre a questo, ogni attimo della sua vita Massimo Fagioli ha pensato a questo.
Ho avuto il privilegio e l’onore di lavorare con lui per tanti anni. Anni bellissimi. Ogni volta erano invenzioni sempre nuove, con una fantasia e un amore per gli altri che non ho mai trovato in nessun altro. Una volta dissi in un’intervista che Massimo Fagioli era un genio. Lui fu felice di questa mia battuta. Per me è sempre stata l’unica verità possibile perché era la realtà. Aveva una mente che era una fonte inesauribile di idee e pensieri. Una bellezza unica. Irripetibile. Lavorando con lui ho avuto il privilegio di correggere l’articolo che inviava puntuale ogni settimana. Il sabato, verso le 13 mi chiamava, per dettarmi “i grassetti”, “i verdini”, “il sopratitolo”. Poi si parlava a volte di politica, a volte di cultura, a volte di fisica, a volte di Melania, mia figlia: “Dai un bacione alla pupa!” mi diceva. Ogni volta mi ringraziava. E io dicevo sempre “no, grazie a te!”.
Negli ultimi due mesi magari era solo un messaggio. Ma sempre puntualissimo. Mai una volta, nemmeno una, è mancato all’appuntamento. Ha continuato a scrivere. Sempre. L’ultima volta Massimo l’ho sentito domenica 5 febbraio. Pochi minuti, per correggere l’articolo, come sempre. Una virgola, una parola da sistemare, poche cose perché era sempre perfetto Mi ha detto “Melanina è felice!”. Aveva un rapporto più che speciale con i bambini. Unico. Marcella Fagioli lo ha raccontato nel dicembre del 2015: «Una storia, una ricerca, una teoria che rende l’infanzia felice».
Anche questa settimana troverete in fondo al giornale la rubrica di Massimo Fagioli. Con il suo disegno, le tre strisce colorate, la campanella verde e la sua foto. Ha scritto questo articolo pochi giorni fa. Abbiamo deciso di lasciarla là dove è sempre stata, come voleva lui. Diceva «È meglio che io stia in disparte. Io sono difficile, andate avanti voi, ora tocca a voi».
Oggi dedichiamo tanta parte del giornale a lui. È qualcosa che ci necessita da dentro, da quell’obbligo di essere esseri umani. Un riconoscimento necessario. Non so perché gli esseri umani piangano. So per certo che è una caratteristica solo umana. Forse è una memoria di quando sono nati, quando si realizza quella fusione silenziosa tra materia ed energia che fa il pensiero umano. Forse qualcosa di più e meglio lui lo avrebbe potuto dire con il suo magnifico linguaggio. Mi torna in mente il finale di Diavolo in corpo. Le lacrime che fanno un volto nuovo sul viso della protagonista femminile. La realizzazione di una donna. «Separarsi costringe ciascuno ad essere se stesso, a realizzare la propria identità, senza confusioni. A rischiare, a cercare sempre qualcosa di nuovo. Da soli. Senza protezioni». Ciao carissimo Massimo. Ci mancherai tanto, tantissimo. Ma sono certo che ce la faremo… anche stavolta, grazie a te.

L’editoriale è tratto dal numero di Left in edicola
«La parola è realizzazione»
L’intervista che vi riproponiamo, comparsa sul n. 41 di Left, del 24 ottobre 2015, è una delle ultime che il direttore, Ilaria Bonaccorsi, ha fatto a Massimo Fagioli, scomparso lunedì 13 febbraio.
Domani 18 febbraio il saluto alle ore 10 in via Roma Libera 23, luogo in cui dal 1980 si tenevano i seminari di Analisi collettiva.
L’appuntamento è per venerdì 30 ottobre (e poi di nuovo il 6 novembre), il luogo è l’aula magna dell’Università La Sapienza di Roma e il tema è la “Teoria della nascita e ricerca sulla realtà umana: 40 anni di Analisi collettiva”. A celebrare 40 anni di studio ed attività clinica del professor Fagioli ci pensano ben due dipartimenti del primo ateneo della Capitale (Neurologia e Psichiatria e Studi Orientali) che hanno chiamato a raccolta filosofi, economisti, antropologi, fisici e psichiatri per discuterne. Noi un bilancio di questi 40 anni di storia proviamo a farlo con il protagonista.
Professore, cos’è l’Analisi collettiva?
Questa domanda è impossibile! Se non vogliamo limitarci alla cronaca dei fatti e provare a fare un discorso serio, posso dire che non l’ho fatta io. È stata la gente ad arrivare e a chiedermi l’interpretazione dei sogni. Io ho solo risposto a questa domanda collettiva, di anonimi.
Più volte ha scritto che tutto è iniziato con una ragazza che le ha detto “Ho fatto un sogno”…
In verità c’è una premessa, io fui chiamato dall’università di Roma per fare una supervisione a giovani psichiatri. Fino a quando (dopo un’interruzione avvenuta il 4 novembre del 1975) l’11 interpretai la fantasia di sparizione e il gruppo di 15 psicanalisti se ne andò. Al loro posto ci fu un afflusso di decine e decine di persone, e il 13 gennaio del 1976 una ragazza dal fondo della sala, disse “io ho fatto un sogno”. Quella fu la grande svolta, perché io invece di dire “questo no, l’interpretazione dei sogni si fa nello studio privato…”, ho risposto. Questo è il cardine di tutta la storia dei 40 anni.
E perché non ha detto No alla ragazza?
Non lo so. Mi è venuto spontaneo, io oramai avevo rotto e denunciato l’imbecillità della teoria di Freud. Venivo da esperienze psichiatriche a Venezia, a Padova, in Svizzera con Binswanger, il primariato in una comunità terapeutica autosufficiente, il completamento di tutto il training analitico, e mi è venuto spontaneo rispondere in questa maniera. Ho detto Sì.
Quindi possiamo dire che il passaggio è stato da una supervisione per specialisti a un setting dove si fa cura, formazione e ricerca?
Certamente sì. L’orario non l’ho mai toccato, il luogo ho dovuto cambiarlo per ovvie ragioni: non ci si entrava più, la stanza era piccola, e il direttore aveva detto basta. Per cui nell’80 sono passato allo studio privato dove sto e lavoro tuttora. Questi sono i fatti, ma il significato è perché ho risposto Sì a quella ragazza. Penso sia stata una mia svolta personale, all’interno di una ricerca che era iniziata già nel ’57. Volevo capire come funzionava il discorso della mente e delle malattie della mente. Nessuno le conosceva, anzi nessuno aveva neanche pensato di andarsi a vedere cos’era la realtà mentale non cosciente. Quel terzo di vita in cui si dorme. Non si è mai scoperta la parola negazione confusa con il rifiuto. Al massimo c’erano le panzane alla Walt Disney, per cui “i sogni son desideri”.
E invece cosa sono i sogni e perché dovrebbero avere tutto questo peso?
I sogni sono trasformazione del pensiero cosciente in pensiero senza coscienza. Dal pensiero verbale al pensiero per immagini. Non c’è la parola, non c’è linguaggio articolato, il sogno è pensiero libero. Il linguaggio articolato in ogni modo è un linguaggio imparato mentre il sogno no, esprime spontaneamente qualcosa che viene da dentro. C’è la creazione di immagini, il problema è che, da Platone fino ad Heidegger, nessuno si è voluto rapportare con le immagini, ma soltanto con il linguaggio articolato. Ed invece io non ho avuto paura di questo mondo oscuro della notte e non mi sono rifugiato nella cretineria delle libere associazioni che non è scoperta dell’inconscio ma libero esercizio di memoria cosciente (perché questo ha fatto, in verità, Freud). Mentre l’immagine onirica non è mai ricordo cosciente che riproduce esattamente quello che è accaduto nella veglia, perché crea un’immagine nuova sotto stimolo di quello che si è pensato e vissuto nella veglia, però trasformandolo. È un linguaggio personale.
Lei ha sempre dichiarato che la storia dell’Analisi collettiva è una storia di sinistra. Mi spiega cosa c’entra una prassi di cura e ricerca con la sinistra?
Direi più di ricerca che cura, ci sarebbe da fare un discorso un po’ filosofico perché anche il politico cura. Il politico risolve guai della città e dei cittadini, deve far star bene i cittadini. Quello che conta per me è la teoria, non ci può essere sinistra se non si capisce che l’essere umano nasce nel rapporto uomo-natura. Questa è la verità umana, feto in rapporto con la luce. Nell’uomo alla nascita c’è una reazione della sostanza cerebrale alla luce, questa reazione è la pulsione di annullamento che è alla base della creatività umana.
Discorsi difficilissimi questi, io l’ho sentita dire più volte che la sinistra è capire “cosa fa stare bene le persone”, partendo dalla premessa che “gli 80 euro sono polpette avvelenate, da cui va tolto il veleno”… vuole spiegarci quale è il veleno?
La cecità sulla realtà umana, per cui la sinistra, anche storicamente con Marx e il comunismo, pensa all’uomo soltanto come corpo funzionante. Da Cuba alla Russia fino alla Cina, hanno sempre assicurato il benessere fisico, ma considerare la sola soddisfazione dei bisogni non è sufficiente, non siamo animali. Bisogna realizzare le esigenze.
“Realizzare le esigenze” fa star bene?
Sì. Chiaramente non si deve negare il benessere fisico, questo va mantenuto – e per assurdo lo ha fatto meglio il capitalismo con la tecnologia, poi certo distrugge, perché subentra il razzismo di far star bene solo quelli che pagano e di lasciar morire i poveri – ma occorre andare oltre, va scoperta la propria nascita, per poi trovare la propria identità. Io quello che dico alle migliaia di persone che sono venute all’Analisi collettiva: non mi interessa affatto la vostra felicità, mi interessa la vostra identità. Un’identità umana che superi la scissione storica tra coscienza e non coscienza che sarebbe soltanto animalità, cattiveria, peccato originale, male radicale, nulla ebraico.
Quindi esser di sinistra vuol dire eliminare questa scissione storica tra anima e corpo?
Sì. Essere di sinistra è rivolta, ricerca, emancipazione, liberazione. È rivoltarsi a questa crudeltà che considera, per esempio, che l’uomo nasce animale perché l’umanità deve essere data dal battesimo che risolve il peccato originale… che sono queste stupidaggini, questa repressione? La realtà umana è movimento. E il movimento è trasformazione.
Alla Sapienza si celebrano i suoi 40 anni di attività. È soddisfatto?
Non sono soddisfatto! (ride), perché la soddisfazione ha a che fare con i bisogni del corpo, qui la parola è realizzazione che è legata alle esigenze e quindi all’identità. Io ogni giorno mi gioco tutta l’identità con l’Analisi collettiva. Persino la salute fisica, perché se fallisco, se mi ammalo (e sarebbe normale alla mia veneranda età!), l’Analisi collettiva fallisce. Mi hanno messo con le spalle al muro.
Nei prossimi 40 anni che farà?
Mah… oramai sono prigioniero! Cerco di rubare le ore al tempo per scrivere, correggere, disegnare, fare i seminari, devo fare ancora tantissime cose.

L’intervista è tratta da numero di Left in edicola
Popolari europei: «Taglio del debito greco? Piuttosto salta il Fmi»

«Se il Fondo monetario internazionale insiste sul taglio del debito greco, allora è il caso che lasci la partita di Atene». Sono le parole nette di Manfred Weber, capogruppo dei Popolari al Parlamento europeo, pronunciate nel corso di una intervista con la Süddeutsche Zeitung.
Il messaggio che lancia Weber è importante nel contesto delle negoziazioni sul terzo piano di salvataggio greco. Finora infatti, il Ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, aveva del tutto escluso l’estromissione di Washington. Ma cosa significano concretamente le parole di Weber?
In estrema sintesi, vuol dire che la Germania non è disposta ad andare nelle direzione di un taglio del debito per Atene. A costo di far saltare il Fmi. «[Il taglio del debito] sarebbe un’ingiustizia nei confronti di altri Paesi Ue, come Spagna, Irlanda, Cipro e Portogallo», ha specificato Weber.
Il Fmi e l’Eurogruppo – leggi, Germania – sono in disaccordo netto su quali debbano essere i prossimi passi. Il primo giudica irrealistiche le pretese nei confronti dell’economia ellenica, previste dal piano di salvataggio firmato nel 2015. Conseguentemente, Washington propone il taglio del debito. Cosa politicamente impossibile per la classe politica conservatrice tedesca nell’anno delle elezioni federali.
Secondo la Süddeutsche Zeitung Weber sarebbe molto vicino a Merkel. In effetti si tratta del vice di Horst Seehofer, leader dell’Unione cristiano-sociale (Csu), l’alleato chiave di sempre dell’Unione cristiano-democratica (Cdu). La posizione chiara della destra tedesca solleva l’interrogativo di come Martin Schulz, e con lui il Partito socialdemocratico (Spd), si posizioneranno sul tema.
Leggi anche:
Regno Unito – The Guardian – La crescita del tasso di occupazione britannico nel 2016 si deve all’impiego degli immigrati
Ucraina – Die Welt – Il Minsitro dell’Interno ucraino, Arsen Awakow: «Se l’Europa ci lascia da soli, rischia una seconda crisi di rifugiati lungo il confine orientale
Rimpatrio forzato in Sudan, adesso scatta il ricorso alla Corte dei diritti dell’uomo

Com’è possibile che l’Italia stipuli un accordo con uno Stato che viola i diritti umani? E che rispedisca in questo Stato, ovvero il Sudan, una cinquantina di migranti scappati dalla guerra del Darfur? Ebbene, è possibile. Ed è quanto è accaduto il 24 agosto a Ventimiglia. Circa 50 giovani arrivati in Italia dopo aver attraversato il deserto e il mar Mediterraneo sono stati caricati in un pullman verso Torino e da qui un aereo li ha portati direttamente a Karthoum. Left lo ha raccontato questa estate (v.qui). Il rimpatrio forzato, ricordiamo, è stato possibile per via dell’accordo tra la Polizia italiana e quella sudanese siglato pochi giorni prima, il 3 agosto.
Nel corso di quella operazione sono state violate, secondo gli esperti di diritto internazionale talmente tante norme della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che bisognava davvero fare qualcosa. E infatti è arrivato il ricorso da presentare alla Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo. «Siamo andati in Sudan e con molta difficoltà siamo riusciti a incontrare alcuni di questi migranti che erano stati rimpatriati. Non è stato facile, siamo anche stati fermati dai servizi di sicurezza sudanesi, ma fortunatamente non è successo nulla», racconta Dario Belluccio. È uno degli avvocati dell’Asgi che ha seguito la vicenda. Tra il 19 e il 22 dicembre è andato in Sudan insieme con il collega Salvatore Fachile, supportati da Arci, Asgi, del Tavolo Asilo e dai parlamentari europei Cornelia Ernst, Marie-Christine Vergiat, Josu Juaristi e Joao Pimenta Lopes del gruppo parlamentare europeo Gue/Ngl. «Da soli come avvocati sarebbe stato impossibile per noi riuscire a incontrarli».
I legali non senza difficoltà sono riusciti a rintracciare alcuni dei migranti rimpatriati, «un lavoro durato parecchi mesi, grazie soprattutto alle indicazioni che ci avevano dato i loro compagni che per fortuna erano riusciti a rimanere in Italia». «La cosa interessante è che queste persone rimaste in Italia hanno ottenuto lo status di rifugiato politico», precisa Belluccio. Facile immaginare che sarebbe accaduto anche agli altri. Invece no, questi sono passati nel giro di poche ore dalla salvezza all’incubo di dover tornare nel Paese da cui si era fuggiti. Un Paese governato da un dittatore poi può essere considerato tra gli Stati cosiddetti sicuri dove far rientrare i migranti? Evidentemente, dice l’avvocato, no. Addirittura l’articolo 14 del Memorandum tra l’Italia e il Sudan prevede l’identificazione dei migranti direttamente nel Paese africano, nei casi di necessità e urgenza, senza specificare quali siano questi casi. L’identificazione, inoltre, è prevista sia a livello sovranazionale che interno, negli Stati membri dell’Ue. Sul Memorandum l’Asgi ha fatto un’analisi evidenziandonei i punti critici.
«Noi abbiamo denunciato diverse violazioni della Convenzione dei diritti dell’uomo, compresa l’espulsione collettiva», continua l’avvocato. Il ricorso viene presentato oggi alla sede della Fnsi dall’avvocato Salvatore Fachile dell’Asgi, da Filippo Miraglia dell’Arci e da altri esponenti del Tavolo Asilo. Le violazioni contestate sono quelle degli articoli 3, 4, 14, 13, della Convenzione dei diritti dell’uomo. «Queste persone non hanno avuto la possibilità concreta di avere accesso alla procedura d’asilo», conclude l’avvocato Belluccio.
L’Italia, ricordiamo, proprio di recente, a dicembre 2016, è stata condannata per un altro caso, questa volta per trattenimento illegittimo. E in passato altre sentenze sui respingimenti illegittimi. Anche il caso dei cinque cittadini sudanesi potrebbe allungare la lista delle operazioni illegittime che vengono compiute nei confronti dei migranti. Magari con accordi di cui il Parlamento non chiamato a decidere, ma scritti soltanto nelle stanze del governo
M5s contro M5s. Sullo stadio della Roma, la base contro il sindaco Raggi
Un traguardo sempre più travagliato, quello del 3 marzo, data in cui con la conferenza dei servizi, dovrebbe arrivare il via libera definitivo del Comune di Roma alla costruzione dello Stadio di James Pallotta e Luca Parnasi. Un sì che nelle scorse settimane è sembrato sempre più vicino, visti i tavoli sempre più ravvicinati fra le parti, al fine di trovare una soluzione a quelle cubature di troppo. Di troppo rispetto al piano regolatore, ma soprattutto di troppo per il Movimento 5 stelle, che all’ambientalismo e al no al consumo di suolo ha dedicato una delle sue 5 stelle.
Tant’è che e a ricordarlo alla sempre più esile giunta Raggi – dopo l’addio anche dell’assessore Paolo Berdini – ci pensa proprio la base romana, ormai in totale rivolta: martedì 21 febbraio alle ore 12 i grillini marceranno – di nuovo – sotto al Campidoglio, ma stavolta per protestare contro i loro di “portavoce” eletti. I quali, lamentano gli attivisti, la loro voce non la ascoltano più. “Non ci ascoltano più, non rispondono nemmeno al telefono”, lamentano. E quindi si organizzano, con tanto di pagina facebook e immancabile hashtag #VirginiaApriQuestaBusta.
“Cara Virginia,
sulla vicenda stadio state prendendo una cantonata!
Oltre a non seguire quanto è stabilito nel programma e quanto dichiarato in campagna elettorale e soprattutto il supporto tecnico del Tavolo Urbanistica, che ha evidenziato varie illegittimità nella procedura sin qui espletata dalla vecchia Giunta, state continuando nell’errore!”
Questa la premessa del post, il cui autore è Francesco Sanvitto, storico e noto attivista grillino e soprattutto architetto a capo del tavolo di urbanistica del M5S Roma che più volte aveva consegnato obiezioni e proposte alternative alla costruzione dell’impianto dell’As Roma. E contro il quale, i militanti sono disposti a guerreggiare. Fino in tribunale se serve. L’obiettivo di martedì è consegnare alla prima cittadina una proposta di contro-delibera che Left ha potuto visionare e che potrebbe annullare quella siglata dal predecessore Ignazio Marino (qui il documento).
Ieri il sindaco pentastellato ha provato ad arginare la marea che si sta alzando dalla base spiegando in un post sul blog che “essendo entrati in corsa, ci siamo trovati un iter già avanzato e quasi a conclusione che, in altre parole, significa: causa multimilionaria all’orizzonte che la società potrebbe intentare contro il Comune di Roma, per via degli atti amministrativi compiuti dalla giunta Marino”. Sicuramente vero, come abbiamo scritto nel numero di Left in edicola da sabato.
Ma è anche vero che, a quanto scrive il Messaggero, Virginia ha nel cassetto un parere legale chiesto dal M5s della Regione allo studio Imposimato secondo il quale il Business park (le torri) e le altre opere private non sarebbero incluse nella delibera, e dunque – quelle si – annullabili. Cosa che però, aggiungiamo noi, farebbe venir meno la sostenibilità economica dell’opera, ovvero, il vantaggio che il manager italo-americano e il costruttore romano avrebbero in cambio nel costruire le opere pubbliche.
Cosa risponderanno ora i veritici, tutti schierati per il si? Grillo, Di Maio e Di Battista chi preferiranno ascoltare, manager e costruttori o i loro militanti?
Veramente la scissione sarebbe sulla data del congresso?

«Hanno paura del congresso» accusa Matteo Renzi, che si atteggia a quello che proprio non capisce cosa abbia da protestare, adesso, ancora, la minoranza dem, con le sue varie anime, dopo che lui ha concesso il congresso che così insistentemente chiedevano.
Nella sua e-news, Renzi ricorda quando detto già nell’ultima direzione, quando ha risposto a Massimo D’Alema (che per primo ha detto: “O congresso o sarà scissione”) e agli «altri leader della minoranza». «Mi domando come sia possibile fare una scissione sulla data di convocazione del congresso e non sulle idee», continua dunque Renzi, provocatorio, «ma io non voglio dare alcun pretesto, davvero. Voglio togliere ogni alibi. E anche se il grido “congresso o scissione” sembra un ricatto morale, accettiamo di nuovo il congresso dicendoci: ragazzi, dobbiamo essere responsabili».
Sentire Bersani parlare di buon senso mentre minaccia scissioni dalla mattina alla sera è davvero pittoresco.
— Roberto Giachetti (@bobogiac) 14 febbraio 2017
Lui, insomma, dice di aver fatto il suo. E in effetti ha proposto un congresso, da tenere però presto, perché – sempre senza passare per quello che ha messo la data di scadenza a Gentiloni, cosa in realtà fatta – lui vuole che il Pd sia pronto quando, «presto o tardi, ma comunque entro un anno», si voterà. Vuole farlo prima dell’estate, Renzi, o al massimo a giugno, ed è questo che non piace alla minoranza. Che si mostra preoccupata per il governo, che, dicono, non sarebbe da partito responsabile mandare via in un momento così delicato, con lo spread che risale etc etc. L’accusa mossa a Renzi è quella di ricercare invece un plebiscito, preoccupato solo del proprio smalto e incurante del destino del Paese.
La minoranza PD preoccupata per il governo Gentiloni è quella che quando nacque disse “dovranno convincerci provvedimento per provvedimento”
— Francesco Costa (@francescocosta) 14 febbraio 2017
A Renzi però l’accusa scivola addosso, consapevole che, in effetti, sembra così che la minoranza si stia preparando alla scissione sulla data di un congresso. Non proprio il massimo. E non solo: a Renzi non dispiace neanche l’idea che risulti Bersani, alla fine, il difensore, ancora una volta, di un governo di larghe intese. Bersani, che pone sì il tema del calendario, ma che lo fa anche sempre (e di questo bisogna dargli atto, anche se può porsi il tema della credibilità) segnalando la necessità di un cambio radicale di segno politico – confermato invece da Renzi – abbandonando ogni residua fascinazione per una Terza via fuori tempo massimo. Dice Bersani (che la terza via, una globalizzazione governata da sinistra, l’ha applicata e predicata per anni, e non lo rinnega) che ora la fase economica è cambiata e bisognerebbe adeguare le risposte, con più protezione.
La vera notizia sulla scissione del PD, è che dopo 10 anni in cui viene annunciata ogni settimana non sia ancora avvenuta.
— Luca Sofri (@lucasofri) 15 febbraio 2017
A noi questa sì che sembra un motivo giusto per una scissione (e forse sarebbe stato il motivo per non farlo proprio il Pd), se non fosse che poi finora la minoranza ha votato tutto: non la legge elettorale, ma sì il jobs act, ad esempio, con l’abolizione dell’articolo 18 fatta proprio nel solco del mito delle briglie sciolte, non certo della protezione.
Ma insomma: la scissione ci sarà? Qui abbiamo imparato a dubitare. Ma intanto, è vero, viene paventata come mai prima, e così Roberto Speranza e Michele Emiliano, ben più dubbiosi di D’Alema e Bersani, ad esempio, saranno con Enrico Rossi al Teatro Vittoria di Roma, questo sabato mattina, pur confermando la presenza all’assemblea dem convocata da Renzi l’indomani. Aspettano una mossa dal segretario, dicono. Qualcosa che dimostri che il congresso sia un momento vero di discussione.
In realtà aspettano più una mossa di Franceschini e Orlando, aspettano che qualcuno scarichi Renzi riaprendo così una partita altrimenti chiusa in partenza, un congresso che non avrebbe senso giocarsi con la certezza di finire «asfaltati». Perché se già l’addio al maggioritario mette in crisi l’idea del partitone unico, la leadership renziana, incontrastata, rende impossibile – pensa soprattutto la minoranza, che comunque farebbe un nuovo partito largo, con moderati e cattolici – spostare a sinistra il partito. Ma se Renzi tornasse ad esser una delle tante anime del Pd, magari segretario ma costretto alla mediazione (sulle liste, sui programmi, sulla segreteria, su un manifesto delle idee, come propongono Orlando e Zingaretti), beh, allora…

Della crisi (per noi definitiva) del Pd parliamo anche su Left in edicola
Schiavo purché non inutile: la consuetudine del declino
Ieri mi è capitato di parlare con un amico. Quarantenne, una lunga storia d’amore fallita, un buon lavoro a tempo indeterminato perso nel giro di poche ore in un’azienda fallita anche se con gli antichi manager tutt’ora in ottima salute (nel campo dello sviluppo della pellicola, ormai diventata preistoria). E poi una serie di lavoretti che si immaginerebbero buoni per un adolescente e invece cadono tra capo e collo di un uomo fatto e finito. E con il dubbio persistente di essere, anche lui, un fallito.
Finita (male) la sua esperienza di coppia è tornato dai genitori. Suo padre e sua madre sono di quella generazione che crede che un disoccupato sia “uno con poca voglia”, appartengono a quel tempo in cui il lavoro era direttamente proporzionale alla voglia di spaccarsi la schiena e in cui le opportunità erano ovunque.
Lui, l’amico, ha passato l’ultimo anno a disperarsi fino a che è arrivato al punto di credere che anche la disperazione sia un costo troppo alto: siamo un Paese che progressivamente si riempie di persone che cercano la propria realizzazione minima provando a non avere costi. Mica guadagnare il giusto, no: costare niente.
Mi ha raccontato di avere trovato un lavoro a Civitavecchia, ultimamente. Qualche chilometro da casa. Prende 4 euro all’ora. Guadagna due chili di pasta all’ora. Mi dice che tra benzina, autostrada e un panino alla fine della giornata riesce a chiudere in pari: lavora senza guadagnare. Ma lavora, dice lui, e me lo dice con la soddisfazione di chi si sente un privilegiato. «Se stessi a casa sarebbe lo stesso ma almeno uscendo fuori casa tutti i giorni non possono dichiararmi sfaticato», mi ha detto. E io mi sono sbriciolato di fronte alla ferocia di chi pur non andando da nessuna parte ringrazia dio di sembrare comunque in movimento.
Chissà se si riesce a raccontare una cosa del genere. Se ci sono le parole per scriverla.
Buon giovedì.








