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Dal reality Tv “Il Collegio” ai collegi, quelli veri

In tv è arrivato Il Collegio, ne avrete sentito parlare. Addirittura tra i critici c’è chi lo candida già fra i format più riusciti dell’anno. Per chi non l’avesse visto: si tratta di un docu-reality in quattro puntante in onda su Rai Due che ha fatto il boom di ascolti (su per giù 2 milioni di spettatori a puntata), dove una classe di adolescenti di oggi, tutti smartphone, lacca, trucchi e videogiochi, è stata “rinchiusa” in un collegio degli anni 60 nel tentativo di ottenere la licenza media dei loro nonni. Su Left in edicola abbiamo deciso di dedicare un approfondimento al tema. Dal punto di vista televisivo, infatti, l’esperimento, nato dal format britannico «That’ll teach’em» di Channel Four, è molto interessante e mostra una luce in fondo al tunnel, capace forse di salvare la tv generalista. Un risultato per nulla scontato visto che oggi i competitors, agguerritissimi, del servizio pubblico sono tv on demand, Netflix e streaming online. L’arma segreta giocata dalla Rai per attirare di nuovo a sé pubblici di adulti e allo stesso tempo catturare l’attenzione dei più giovani, tendenzialmente più orientati all’internet tv, è la nostalgia capace di far sentire a casa i primi e di incuriosire i secondi. Scriviamo su Left: «L’appeal da Rai dei bei tempi andati si può ritrovare nella voce narrante di Giancarlo Magalli, familiare agli adulti, che, oltre a fare la telecronaca di quello che accade fra le mura de Il Collegio, racconta anche qualche spaccato di vita degli anni 60. Al docu-reality infatti si mescolano non di rado filmati d’archivio che raccontano l’Italia, il mondo della scuola e la televisione di quegli anni. Un espediente che ha il vantaggio duplice in primis di far ricordare ai genitori cose che per loro erano state molto famigliari (quale adulto di oggi non è stato minacciato di venire spedito in collegio?) anche se proprie della generazione precedente. E poi di avvicinare i ragazzi dell’era digitale a un mondo lontano, che forse non erano più nemmeno in grado di immaginare concretamente. È questo infatti il valore aggiunto de Il Collegio che ne fa un format di successo».
Ma i collegi non sono solo un pretesto nostalgico per dare vita a un buon prodotto di fiction, Donatella Coccoli, ha fatto un punto su come funzionano i collegi oggi e ha scoperto che esistono in tutto ancora 43 convitti con 7 “educandati” per le femmine e una popolazione complessiva di 32mila studenti. Non solo, è singolare che proprio all’interno di queste strutture, l’unica cosa che si voglia fare è guardare al futuro e scrollarsi di dosso quel passato. Un passato che, almeno a giudicare dalla legge in vigore che ne regola il funzionamento, è ben più lontano di quello raccontato dal docureality: «Il 1960, l’anno di ambientazione della serie televisiva, infatti, non è poi così tanto lontano, almeno dal punto di vista della normativa, dall’attuale sistema dei convitti nazionali. Le “istituzioni educative” del Ministero dell’Istruzione dipendono infatti da un regio decreto del 1 settembre 1925 firmato da Vittorio Emanuele III e, a parte le modifiche del decreto legislativo 297/1994, non è che sia cambiato granché dentro quelle mura» scrive Coccoli.

De Il Collegio e dei collegi (quelli veri) parliamo su Left in edicola dal 21 gennaio

 

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Da Lehman a Montepaschi quanto ci costano le banche

«Le prime banche che andranno in crisi le lasceranno colare a picco, senza muovere un dito: lo Stato ha bisogno di far vedere che non ci aiuta. Dirò di più, se posso permettermi: penso che sia nostro interesse che alcune banche chiudano. Daranno la sensazione che il caos è al culmine ma da domani sembrerà un ricordo».

Chissà se domani sembrerà un ricordo anche il nostro Montepaschi e il caos bancario di inizio 2017. Certo suonano anche per noi le parole di Bobbie Lehman all’indomani del giovedì nero del 1929, così come ricreate nella Lehman Trilogy di Stefano Massini (ultima regia di Luca Ronconi, tornata in scena a Roma a fine 2016 e al Piccolo di Milano in questo effervescente inizio d’anno bancario). Andrebbero fatte leggere nelle scuole, in un Paese che sta nazionalizzando la sua banca più antica caduta nella polvere e rischiando la sua stabilità sui conti sofferenti degli istituti di credito; che lamenta il proprio analfabetismo finanziario – insieme all’altro, quello funzionale indagato e denunciato dal compianto Tullio De Mauro – e si impegna a risarcire con risorse pubbliche investimenti privati sbagliati o inconsapevoli, decidendo implicitamente che le vittime delle banche che hanno bruciato i propri risparmi meritano più tutela delle vittime di una crisi aziendale che perdono il proprio posto di lavoro. E quelle parole andrebbero fatte leggere e commentare agli economisti, alle prese non solo con i fallimenti delle proprie profezie ma anche con quelli della propria capacità di parola: da anni ormai il teatro e il cinema (da Wall Street a La Grande Scommessa) ci spiegano le cose dell’economia meglio degli addetti ai lavori accademici. La diagnosi sulla scena della Lehman Trilogy è precisa e chirurgica: le prime banche facciamole fallire, dice il rampollo Lehman. Prosegue poi, cinicamente: non aiutiamoli, se ci chiedono prestiti. Alla fine della storia, Lehman Brothers sarà vittima dello stesso meccanismo: il 15 settembre del 2008, il suo fallimento sarà necessario perché poi si corra ai ripari, e parta il bail out (salvataggio) delle altre. «Nel ’29 noi non salvammo nessuna banca», ricorda il fantasma di Bobbie mentre nel quartier generale della banca d’affari, non più gestita dalla famiglia, va in scena l’ultimo atto. 

(…)

La grande recessione iniziata nel 2008 non ha prodotto un passaggio storico paragonabile a quello del New Deal, nei rapporti tra Stato e mercato. Qualcosa è successo, ma in modo differente tra le due sponde dell’Atlantico, con un interventismo pragmatico di Obama e una reazione hooveriana – il presidente Usa Hoover nella Grande depressione aiutò più la finanza che i disoccupati – della classe dirigente europea, con le politiche di austerità. (….)

Tutto questo sembrava che non ci riguardasse, fino al brusco risveglio cominciato in provincia, con quattro piccole banche ormai famose (Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di risparmio di Chieti e Cassa di risparmio di Ferrara) portate al fallimento – è di qualche giorno fa la notizia che quel che resta delle prime tre è sul mercato, e per loro è stata presentata un’offerta complessiva di un euro – e culminato con la nazionalizzazione del Monte dei Paschi di Siena. E qualcuno dice che siamo ancora all’inizio, altra polvere c’è sotto il tappeto tra le potenti popolari di provincia e i blasonati grandi gruppi, a partire da Unicredit. Cosa è successo? Come nel prototipo Lehman, si sono lasciate fallire alcune banche per salvarne altre? E come si è passati in pochi mesi dal vanto – generalizzato – di avere un sistema bancario solido, al caos attuale?

L’articolo completo su Lehman, banche e Monte dei Paschi lo trovate su Left in edicola dal 21 gennaio

 

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I comitati del No domani in assemblea. Anna Falcone: “Ancora al lavoro per la democrazia”

Anna Falcone, vice presidente del Comitato per il 'No' al referendum di Ottobre durante un' iniziativa organizzata a Napoli, 15 Giugno 2016. ANSA/CIRO FUSCO

Continuerà la straordinaria democrazia partecipativa dimostrata dal referendum del 4 dicembre? Lo sapremo domani. Sabato 21 gennaio è il ComitatoDay. L’assemblea nazionale dei rappresentanti degli oltre 700 comitati che sono nati in tutta Italia per dire No alla revisione costituzionale Renzi-Boschi, dovrà decidere se e come proseguire la battaglia sulla legge elettorale e se e come contribuire alla campagna referendaria dei Comitati del Sì per i referendum anti Jobs act promossi della Cgil. A Roma, vicino a San Giovanni (Spin Time Labs, via Statilia 15, ore 10-17), il movimento trasversale formatosi spontaneamente da costituzionalisti, giuristi, membri di associazioni e forze politiche in ordine sparso, dovrà lanciare una sfida per il futuro. Abbiamo intervistato l’avvocata Anna Falcone, vicepresidente del Comitato per il No e tra i giuristi più attivi durante i lunghi mesi della campagna referendaria.

Anna Falcone, domani è il giorno dell’assemblea nazionale del Comitato per il No. La vittoria del 4 dicembre è stata eclatante, anche se ormai è lontana. Ci sono all’orizzonte i referendum promossi dalla Cgil sui voucher e sugli appalti e il 24 gennaio l’udienza della Corte costituzionale sull’Italicum. In questo scenario, quali prospettive hanno i Comitati per il No?
Quella di continuare a vigilare sul rilancio della Costituzione come cuore del nostro ordinamento e perno per l’attuazione di una democrazia ancora incompiuta. Le prossime battaglie per i referendum sul lavoro e la legge elettorale saranno un ottimo banco di prova, ma non finisce lì: c’è la sfida della democrazia partecipativa, un modello opposto a quello del plebiscitarismo leaderistico che ha inquinato il panorama politico negli ultimi anni. Dobbiamo insistere per far affermare un modello democratico dove i partiti siano finalmente organizzati democraticamente e i cittadini siano coautori delle proposte politiche e amministrative, proponenti delle candidature alla cariche elettive pubbliche e valutatori finali della gestione della cosa pubblica. È un modello di reciproco coinvolgimento e responsabilizzazione, il Paese non può andare avanti affidandosi agli uomini della provvidenza o a classi dirigenti improvvisate, che brillano più per fedeltà al ‘capetto’ di turno che per trasparenza e capacità personali.

Quale contributo possono dare i Comitati per la legge elettorale, al di là della sentenza della Corte costituzionale?

Stiamo lavorando a una nostra proposta che sarà condivisa con i comitati territoriali e, al più presto, nel dibattito pubblico. Penso che poche leggi, come quella elettorale, debbano essere ampiamente condivise fra tutti i soggetti politici e fra i cittadini in primis, affinché possa rappresentarli al meglio e durare nel tempo, non solo lo spazio di una legislatura, per essere poi cambiata alla vigilia delle elezioni nella speranza di blindare il risultato a favore della maggioranza uscente: è una delle tante prassi antidemocratiche che bisogna cambiare.

I Comitati per il No non sono un partito politico, lei l’ha detto spesso. Durante la campagna referendaria però hanno raccolto anche tanti cittadini delusi dalla Sinistra. Potrebbero servire come “pungolo”? E come?

Possono senz’altro svolgere un ruolo importante per riaccendere la passione civile e il desiderio di partecipazione dei cittadini. Da questo punto di vista, la battaglia referendaria è stato l’inizio di un percorso che può andare avanti su tante altre sfide democratiche. Detto ciò, il nostro Comitato è composto da diverse sensibilità politiche e culturali che rimango autonome e libere nelle loro scelte politiche. Dalla Sinistra mi aspetto, però, che sappia cogliere il messaggio che è arrivato dalle urne il 4 dicembre: i cittadini partecipano se sanno di poter contare, altrimenti rifuggono da una democrazia ormai solo formalmente rappresentativa, ma sostanzialmente lontana dai bisogni e dalle priorità delle persone. Per questo occorre cambiare radicalmente il modo in cui i partiti si organizzano, elaborano le loro proposte politiche e fanno le loro scelte. È la fine di un’epoca caratterizzata dalle decisioni calate dall’alto, da leaders e classi dirigenti autonominate e autoreferenziali, da decisioni di pancia imposte per autoacclamazione, della politica degli slogan. Chi prima lo capirà, prima riuscirà a guadagnare spazi e credibilità politica fra i tanti italiani delusi e lontani dai partiti. In definitiva: o la politica attuale risponde con uno scatto di qualità, di uomini e idee, o è destinata ad essere superata e travolta.

Lei si è spesa molto durante la campagna referendaria, qual è il popolo che ha incontrato? Giovani, adulti, disoccupati, intellettuali? Che cosa le hanno dato i cittadini?

Molti, moltissimi giovani e tanti over 65. Manca buona parte della mia generazione e di chi dovrebbe essere la parte più attiva della società. È stato triste constatare come molti lavoratori o persone in cerca di occupazione avessero timore ad esporsi per paura di ‘bruciarsi’ opportunità di lavoro. Poi sono andati lo stesso alle urne e hanno votato NO, perché il voto referendario impedisce strette forme di controllo, ma questa è un’altra delle battaglie su cui impegnarsi: smarcare il mondo del lavoro dal monopolio di certa ‘mala politica’. È intollerabile che, soprattutto in un momento di tale crisi economica, si lavori solo se affiliati a una qualche ‘chiesa’ o ‘lobby’ di potere, a prezzo della propria libertà e dignità personale. Su questa e su tante altre battaglie di giustizia ed equità sociale, i cittadini ci hanno chiesto di continuare a impegnarci. Ho con loro un debito morale e umano, anche per la passione e la forza ideale che ci hanno trasmesso, che deve sarà onorato. È un mio impegno personale.

In questo periodo ci sono movimenti a sinistra: la costituzione di Sinistra italiana, Pisapia e il suo campo progressista… C’è spazio per una forza unitaria alla sinistra del Pd, tenendo conto del fatto che i 5 Stelle hanno ancora consenso?

Non credo che il consenso della Sinistra vada eroso dall’elettorato dei 5 Stelle, ma dalla maggioranza degli astensionisti che da tempo disertano le urne e i luoghi della politica. Non a caso, molti di loro si dichiarano orfani della sinistra che non c’è. Quanto a Sinistra italiana, credo che il prossimo congresso potrebbe essere un’ottima occasione per rilanciare e modernizzare la sua proposta politica, puntando su una strategia innovativa per i diritti e lo sviluppo del Paese: lavoro e reddito minimo, salute e prevenzione, istruzione pubblica, ricerca di base e di eccellenza, accesso alle nuove tecnologie, ambiente e sviluppo sostenibile, politiche di equità e giustizia sociale, a partire da una più equa fiscalità, nuova strategia europea, sovranità monetaria per l’euro ecc. Tanti di noi auspicherebbero una larga alleanza a sinistra, che scongiuri le coalizioni centro destra-centro sinistra, ma le alleanze vengono dopo la proposta politica e dipendono dalla coerenza fra i temi proposti dalle parti, dalla credibilità dei singoli soggetti politici e delle persone che li rappresentano. Pensare a un soggetto politico della Sinistra che nasca per essere la stampella di un Pd che – per come si presenta oggi – è più a destra di altri partiti conservatori, è politicamente miope e non affascina nessuno di quanti chiedo un netto cambiamento di rotta nel governo e per il Paese.
Da questo punto di vista, la maggiore responsabilità (o irresponsabilità) per la costruzione di una alleanza progressista pesa sul Pd, che continua a guardare altrove, non su altri.

Se la sentirebbe di dare una mano, in qualche modo, alla Sinistra? Anche con una eventuale candidatura?

Lo ripeto: sogno una democrazia in cui siano i cittadini a scegliere i propri candidati, non i singoli ad autocandidarsi. Credo sia una delle precondizioni essenziali per rifondare un rapporto di reale fiducia fra eletti ed elettori. Io continuerò comunque a condurre le battaglie per i diritti e la democrazia che condivido con tanti e che credo siano alla base della buona politica e dell’impegno civile di ognuno di noi. Il futuro ci indicherà i modi e gli strumenti migliori per raggiungere questi obiettivi.

L’inaugurazione di Trump in diretta video

Oggi Donald Trump giura come presidente, a leggere il giuramento sarà il capo della Corte Suprema, il giudice Roberts, che ha salvato la riforma sanitaria ma è molto conservatore. La cerimonia di giuramento inaugurale avrà inizio alle 11:30 (le 17.30 italiane) sul fronte occidentale del Campidoglio, poi Trump terrà il suo discorso -che i collaboratori giurano essere presidenziale.
La sfilata inaugurale seguirà la cerimonia di giuramento, prevista per inizio alle 9 italiane e attraverserà Pennsylvania Avenue fino alla Casa Bianca.

Dai ghiacci di Helsinki ai colori della primavera cinese

© MARTTI KAINULAINEN/AFP/Getty Images

 

 

16 gennaio 2017. Vanhankaupunginlahti, Helsinki. Vista aerea di una giostra incastrata nel ghiaccio

Bishkek, Kirghizistan. L’aereo cargo della ACT Airlines precipitato in una zona residenziale, almeno 32 persone, tra cui sei bambini, sono rimaste uccise.

 

Pechino, Cina. Lanterne rosse al parco Ditan per i festeggiamenti per il nuovo anno lunare cinese o Festa di Primavera, che cade il 28 gennaio e che quest’anno segnerà l’anno del Gallo. © EPA / PILIPEY ROMAN

17 gennaio 2017. Poligono militare Udaira, 140 km a nord di Kuwait. Un elicottero militare durante una esercitazione militare

Sana’a, Yemen. Donne combattenti yemenite che sostengono i ribelli sciiti Huthi, con armi usate per scopi cerimoniali, durante una manifestazione anti-saudita nella capitale

Bhaktapur, Nepal. Una donna nepalese vicino al suo rifugio di fortuna. © EPA / Hemanta SHRESTHA

La piramide Louvre Pyramid, Paris

Sarajevo, Bosnia-Erzegovina. © EPA / Fehim DEMIR

19 gennaio 2017. Penitenziario di Alcacuz vicino a Natal, Rio Grande, Brasile. Un’ala del carcere è stata data alle fiamme dai detenuti durante uno scontro tra bande scoppiato all’interno del carcere

Manas, a 30 km da Bishkek, Kyrgyzstan. © ANSA / IGOR Kovalenko

Gallery a cura di Monica di Brigida

Gorillaz, Arcade Fire e tutte le nuove altre canzoni anti-Trump

Il giorno dell’inaugurazione di Donald Trump e pochi mesi dopo la Brexit, i Gorillaz, il super gruppo a cartoni animati immaginato da Damon Albarn fanno uscire la loro ultima prova. Un video apocalittico e cupo dove le novità politiche dell’anno trovano una eco forte: «Andiamo a letto con la paura di corvi che mangiano i nostri frutti migliori, ho pensato che una buona idea sarebbe quella di costruire un muro». Lo stile è – e non è – quello dei Gorillaz che spaziano su una gamma tale di suoni e ritmi da rendere impossibile una definizione. La voce del pezzo è Benjamin Clementin, cresciuto a Londra, vita da homeless a Parigi cantando nel metrò e ora figura di punta della scena musicale internazionale, dotato di talento e delicatezza unici. E questo influenza certamente il sound di Hallelujah money.

«In questi tempi bui, tutti abbiamo bisogno di qualcuno a cui guardare…me», ha scritto il chitarrista cartone animato Murdoc in un comunicato stampa «Ecco perché vi sto dando questa nuova canzone dei Gorillaz, un lampo di verità in una notte buia. Ora andate a farvi fottere, che il nuovo album non si scrive da solo». Ovvero non c’è un album in arrivo ma la scelta di uscire con qualcosa in questi tempi.

I Gorillaz non sono i soli ad aver scritto, programmato, lavorato attorno al tema della svolta rappresentata da Trump al potere. Gli Arcade Fire escono in questi giorni con una collaborazione con la cantante gospel Mavis Staples con I gave you power: «Ti ho dato il potere, posso togliertelo». «Alla vigilia dell’inaugurazione è facile essere risucchiati dal divano e controllare il proprio news feed o guardare la CNN… siamo solo musicisti e l’unica cosa che abbiamo da offrire è la nostra musica» ha detto Win Butler.

Eccone altre, a cominciare dal video di Moby:

Qui This American Life, Sara Bareille e Leslie Odom Jr. che fa parte del cast di Hamilton, cantano un pezzo molto duro e nel video ci sono i sottotitoli del testo incorporati, non a caso.

Sono tornati anche i Franz Ferdinand, con Demagogue, che è un inno anti Trump.

Michael “Mike” George Dean, produttore (bianco) dei giganti dell’hip-hop, da Jay Z a Kayne West, ha invece messo assieme questo pezzo usando la celeberrima frase “acchiappale per la figa”


Altrettanto diretto l’hip-hop di FDT, Fuck Donald Trump
di YG con i rapper bianchi G-Eazy & Macklemore

Il processo Aemilia diventa graphic novel

Autoprodotto e autofinanziato. Arriva una nuovo lavoro della “Banda”, la rete di associazioni e antimafia dell’Emilia-Romagna. Dopo gli ultimi due Dossier sulle mafie in Emilia-Romagna,  Emilia Romagna cose nostre 2012-2014. Cronaca di un biennio di mafie in E.R. e Tra la via Aemilia e il West, storie di mafie, convivenze e malaffare in Emilia-Romagna (2016)la denuncia del gruppo di giornalisti e attivisti antimafia della penetrazione della criminalità organizzata nella regione rossa, arriva nelle scuole. E cambia linguaggio. Assumendo i tratti della matita della giovane “Gea”, fumettista modenese di 25 anni. Georgia Vecchione due anni fa partecipa a una delle instancabili e inarrestabili presentazioni di Gaetano Alessi e Massimo Manzoli – che da anni assieme a tanti altri attivisti (come i ragazzi dello Zuccherificio di Ravenna o il Gap di Rimini) battono a tappeto lo Stivale – sul processo Aemilia e ha l’intuizione: «Facciamone un fumetto, e portiamolo nelle scuole». E così è stato.

Per leggerlo e diffonderlo, clicca qui

«Questo fumetto nasce con l’intento di informare le giovani generazioni (attraverso una forma ed un linguaggio vicino agli adolescenti) su come le mafie riescano a radicarsi sempre più in Emilia Romagna», spiega la disegnatrice. «Mentre scrivo è in corso il processo Aemilia e molti ragazzi della mia età non conoscono nemmeno i meccanismi di base di cui fanno uso le organizzazioni criminali per raggiungere i propri scopi (o come si siano differenziati i loro interessi nel corso degli anni)». L’obiettivo: «L’Emilia Romagna, come l’Italia deve tornare ad essere una terra pulita e libera. Questo è un obiettivo che può essere raggiunto da noi giovani con tanti tipi di attività: iniziative d’informazione, testi, approfondimenti personali, canzoni, poesie, disegni».

Le tavole sono state stampate in oltre 3000 copie, e donate a tutti gli istituti scolastici che ne hanno fatto richiesta all’indirizzo mail [email protected].

Le pagine della graphic novel sul più grande processo per mafia al nord che si sta svolgendo a Reggio Emilia, vanno ad aggiungersi a un altro fumetto antimafia, pubblicato nel 2015 e diffuso sempre dalle associazioni  in oltre 20 istituti scolastici di tutta l’Emilia-Romagna.

Per leggerlo e diffonderlo, clicca qui

Ma a proposito di linguaggio, le associazioni si sono dotate di un sito che ha tutte le caratteristiche per diventare osservatorio nazionale sulle mafie: mafiesottocasa.com. On-line da poco, il portale offre un panorama quotidianamente aggiornato con notizie di mafia, affinché chiunque impari a leggere i segnali della sua presenza. Dai reati spia, a notizie sentinella: «Questo sito tiene monitorate le diverse modalità con cui le organizzazioni criminali si rendono visibili sul nostro territorio – spiegano gli organizzatori -. Una mappa costruita dal basso, a partire dalla lettura delle carte giudiziarie, dalla rassegna stampa, dalle vostre segnalazioni. Per unire i puntini e vedere la faccia delle mafie. Raccogliere i dati per seguire le tracce. E sapere dove si nascondono».

Oltre alla cartina, i dossier, le relazioni della Direzione nazionale antimafia, le indagini Eurispes e tanti altri documenti, ci sono anche delle infografiche che semplificano processi complicati e che spesso non sono facilissimi da seguire per chi non è avvezzo a seguire temi giudiziari. Tutti i documenti sono scaricabili gratuitamente sul sito, così come i fumetti.

Essendo autofinanziato e frutto del lavoro volontario di professionisti di diversi settori, è possibile sovvenzionarli. Ma soprattutto, curiosa novità del sito, c’è la possibilità di querelarli con un semplice click sul tasto “querelaci”. La provocazione lascia intendere la tranquillità di chi conosce i documenti che pubblica, così come lo slogan: «Se ci querelate, i danni che dovrete pagarci saranno interamente impiegati per il sostegno del sito».

Mafiesottocasa riunisce “una banda di folli”, come si auto-definiscono. Ma infondo «così erano stati etichettati nel tempo, tra gli altri, Placido Rizzotto, Pippo Fava, Boris Giuliano, Peppino Impastato, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone; così sono etichettati tutt’ora Gaetano Saffioti, Giulio Cavalli, Luigi Ciotti, Giovanni Tizian, Salvatore Borsellino e tutti gli altri a cui questo lavoro è dedicato».

 

Corbyn: si inizino le negoziazioni per la Brexit

epa05677467 Labour Party leader Jeremy Corbyn delivers a speech at a Labour 'Care for National Health Service (NHS)' Rally in Central London, Britain, 15 December 2016. EPA/WILL OLIVER

Jeremy Corbyn ha “suggerito” ai deputati del Partito laburista di votare a favore dell’attivazione dell’articolo 50, la clausola del Trattato di Lisbona che disciplina l’inizio ufficiale delle negoziazioni tra Ue e Regno Unito per l’uscita del Paese dall’Unione.

L’indicazione di Corbyn è arrivata pochi giorni dopo il discorso del Primo ministro britannico, Theresa May, la quale ha reso noto il piano del Governo per la Brexit.

Secondo fonti anonime citate dal The Guardian, più di 20 parlamentari del Labour non sarebbero però disposti a seguire il proprio leader.

In ogni caso, la necessità di far passare l’attivazione dell’articolo 50 per Westminster non è ancora stata confermata. La Corte suprema britannica si pronuncerà i in merito soltanto martedì prossimo. Ma alcuni ministri del Governo avrebbero già ammesso che la decisione della Corte è praticamente data per certa. Il risultato? May non potrà fare a meno dell’approvazione della clausola del Trattato di Lisbona da parte del Parlamento.

Su Skynews, Beth Rigby spiega che la formulazione del testo che sarà proposto al Parlamento sarà di particolare importanza, in quanto potrebbe, a seconda della complessità, permettere una serie di ammendamenti da parte dei deputati. Per questo motivo, Theresa May cercherà di presentare un testo il più succinto possibile.

La decisione di Corbyn risulta quindi abbastanza importante e segnala che il leader del Labour non vuole cedere a una parte del Partito che ritiene ancora viva la battaglia per rimanere nell’Ue.

Secondo Owen Jones, «Corbyn non ha scelta se non quella di favorire l’approvazione dell’articolo 50». Allo stesso tempo, l’editorialista del The Guardian sostiene che parte del Labour è “obbligata” a remare in direzione contraria e «opporsi» alla direttiva del leader. Perché?

Jones ha sottolineato che la maggioranza dei sostenitori del Partito ha votato per rimanere nell’Ue, mentre la maggior parte dei territori a tradizione laburista nel Paese ha appoggiato la Brexit. Conseguentemente è normale che il Partito sia spaccato sul tema: «Corbyn dovrebbe appoggiare l’attivazione dell’art.50 perché [questa scelta] rispetta la volontà popolare […] nel frattempo, altri deputati laburisti prenderanno una posizione diversa e voteranno contro l’attivazione della clausola». Nella sua analisi, Jones si è soffermato poi sulla reazione del Labour rispetto al discorso di May e, più in generale, rispetto al voto del giugno scorso: «[Riguardo alla Brexit], la strategia e visione della leadership del Labour non è stata chiara, considerando che si è contrapposta sia al campo del “remain” che del “leave”».

In realtà, il giorno dopo il discorso di May, Corbyn ha lanciato un messaggio video facebook accusando il Primo ministro di voler creare un’economia che funzioni regolarmente a detrimento dei lavoratori. In merito alle parole di Corbyn, Jones ha commentato polemicamente che la leadership del Labour «ripete “all’infinito” che l’economia, l’occupazione e il benessere dei cittadini dovrebbero rimanere la priorità nel corso delle negoziazioni». Un po’ come a dire: dopo le parole, servono i fatti e, soprattutto, una strategia di azione da contrapporre ai Tories.

Nel frattempo, anche Tim Farron, guida del Partito liberale, ha attaccato Corbyn, affermando che il leader di Chippenham si è «arreso nel momento in cui il Regno Unito si sta dirigendo verso un baratro […] Il Labour ha deciso che questo tema (la Brexit, ndr) è troppo difficile da affrontare da un punto di vista politico». Conseguentemente, la leadership del Partito cercherebbe di far finta di nulla e di aspettare semplicemente che il tema non sia più attuale. Eppure, i liberali hanno tutto da guadagnare dall’indecisione del Labour, visto che potrebbero diventare il principale Partito di riferimento per chi ha votato di restare nell’Ue.

Secondo la maggior parte dei analisti politici, anche la performance di Corbyn durante l’appuntamento settimanale del “Prime Minister Question time”, avrebbe mostrato una debolezza di fondo sul tema dell’Europa.

Martin Kettle ha commentato con estrema durezza che se c’è una formazione politica a non avere le idee chiare in materia di Brexit, questa non è più la destra, bensì il Labour. Qualche giorno prima, erano stati gli stessi deputati del Labour a richiedere una presa di posizione chiara sul Mercato unico europeo e sulla libera circolazione nell’Ue.

Voucher, come ti legalizzo la precarietà

ROME, ITALY - DECEMBER 22: Workmen climbers to work of the new congress center "La Nuvola" (The Cloud), at the EUR district, designed by architect Massimiliano Fuksas on December 22, 2015 in Rome, Italy. (Photo by Stefano Montesi/Corbis via Getty Images)

«La sentenza della Consulta non frena la corsa dei referendum contro il Jobs act e le sue conseguenze», scrive Maurizio Landini sul numero di Left in uscita il 21 gennaio. Anzi, aggiunge il segretario della Fiom, i due quesiti rimasti dopo la bocciatura di quello sull’art.18 rappresentano due capisaldi nella battaglia di quello che acutamente definisce «impoverimento culturale ed economico del lavoro». I due quesiti riguardano l’abrogazione dei voucher e il ripristino della responsabilità sugli appalti, due settori, dice Lorenzo Fassina, responsabile giuridico della Cgil, che hanno una continuità lampante tra di loro. Smontarli attraverso i referendum significa dare smantellare il Jobs act e le politiche del lavoro di questi ultimi anni.

Come analizza Davide Serafin i voucher sono in fin dei conti un bluff pericoloso. Avrebbero dovuto contrastare il lavoro nero, ma in realtà – cifre alla mano – non sono stati efficaci in questo senso, nonostante le dichiarazioni di Filippo Taddei, responsabile Economia e lavoro del Pd. Hanno avuto invece un effetto perverso, hanno cioè prodotto precarietà, sollevando le imprese da qualsiasi responsabilità nel garantire anche dei contratti a termine e contribuendo all’isolamento del lavoratore. Dipendenti a tagliando, con compensi che arrivano anche 12 mesi dopo l’attività svolta. E non è vero che all’estero accade la stessa cosa.

Lo spiega molto bene Marta Fana. « Il lavoro occasionale in Francia è gestito tramite gli chèque emploi service universel (Cesu), limitati esclusivamente alle prestazioni di lavoro a domicilio per un massimo di otto ore settimanali o quattro settimane consecutive. Il lavoratore occasionale è riconosciuto come lavoratore subordinato (salarié) a tutti gli effetti e non è un lavoratore senza vincolo di dipendenza come nel caso italiano. Soprattutto, al lavoratore sono riconosciuti tutti i diritti propri di un lavoratore subordinato», scrive l’economista. Ma anche il modello belga è diverso dal nostro.

 

Abbiamo chiesto poi ad alcuni esponenti della sinistra un parere sui referendum e su quanto possano incidere sui diritti dei lavoratori. Per Luigi de Magistris, «Il ricorso a questa forma di non contratto, dilagato grazie al ministro Poletti, è la prova della mancanza di una cultura dei diritti del ceto politico che ha assunto la guida del Paese. Il lavoro è il contratto sociale di una persona con la comunità di riferimento. Il lavoro va sì sostenuto, ma con provvedimenti che incentivino le aziende a non lasciare il Paese e incrementare le proprie piante organiche». Diseguaglianze e diritti negati ai lavoratori: per Giuseppe Civati «La campagna referendaria può servire a rovesciare uno schema che molti spacciano per “naturale” e invece è frutto di uno scivolamento progressivo (o, meglio, regressivo) che ci ha portato a indebolire prima pochi, poi molti e con loro l’intera società». Il problema dei voucher quindi non è affatto secondario o marginale, ma rappresenta anche la condizione sempre più fragile che sta assumendo il lavoro in Italia dove il governo Renzi ha pensato solo alla detassazione delle imprese senza favorire le politiche attive.
Anche Giorgio Airaudo pensa che il referendum sia un’occasione fondamentale. Quella sull’articolo 18 per il deputato di Sinistra italiana è una battaglia che ancora non è finita. Ma intanto sono importanti i quesiti sia  per l’abrogazione dei voucher che quello della responsabilità in solido di appaltatore e sub-appaltante: «farà da grimaldello per aprire una nuova stagione di lotta alla precarietà». Anche Claudio Riccio di Act sostiene che «Il referendum promosso dalla Cgil è una grande occasione di mobilitazione e lotta politica contro la precarietà e per i lavoratori più deboli e meno tutelati».

In effetti il lavoro che non c’è oppure è precario è il problema cruciale del Paese, come dimostra anche una ricerca sull’andamento del mercato del lavoro per la prima volta analizzato provincia per provincia curato dall’Osservatorio di Statistica dei consulenti del lavoro di cui Left pubblica i dati. È una mappa dell’Italia spezzata in due tronconi: il Nord dell’innovazione e dell’occupazione e il Sud dell’inattività e della mancanza di formazione.

Ecco i titoli degli articoli sui voucher e mercato del lavoro
Perché i voucher proprio non funzionano

di Davide Serafin

Due Sì contro la fabbrica della precarietà

di Tiziana Barillà

Smantelliamo il Jobs act per ridare dignità al lavoro

le opinioni di Maurizio Landini, Luigi de Magistris, Giuseppe Civati, Giorgio Airaudo e Claudio Riccio

I buoni lavoro in Belgio e in Francia

di Marta Fana

Geografia del lavoro spezzato

di Donatella Coccoli

Lo speciale di copertina su voucher e jobs act è in edicola su Left dal 21 gennaio

 

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“L’obbligo di dare lavoro e diritti”. Ottima idea

«Comunque in Italia non c’è ancora l’obbligo di dare lavoro». Mi ha detto così, stavamo discutendo di referendum e articolo 18. Di diritti e lavoro. E lui, bravo come me, onesto come me, in ospedale come me a trovare un amico grande, mi ha risposto così. E io l’ho tranquillizzato: «Sì certo, non c’è l’obbligo di dare lavoro». Poi non ho smesso di pensare a quella frase e a quello che gli deve sembrare il mio parlare.
Obbligarlo a dare lavoro. Imprenditore certo, bravo imprenditore, onesto sicuramente, buono persino. Ma che è di là. Rispetto a me, idealmente, quasi spazialmente. Garantire diritti vuol dire obbligarlo a dare lavoro. Mi dispiace e mi ammutolisco, deve sembrargli retorica di sinistra la mia. Il mondo gira in un altro modo, lui lo sa. Io no. Deve averlo pensato. Eppure questo schema “naturale” è uno scivolamento regressivo e non soltanto, come scriviamo su questo numero di Left. Ha a che fare con un’impostazione che ha “cancellato” l’umanità della vita e che parla sempre più di spesso di quella obbligatorietà indigesta: obbligo delle quote di migranti, obbligo delle tasse… un obbligo che cancella l’umano essere di molte cose giuste. E se diventeranno obbligatori persino i diritti, perché confusi con “l’obbligatorietà di dare lavoro”, lo scivolamento sarà sempre più pericoloso. Perché mai dovremmo obbligare qualcuno a riconoscere i diritti di altri? Riconoscere il diritto a un lavoro che abbia quel minimo di tutele che garantiscano una vita degna di essere vissuta a giovani e meno giovani, vuol dire obbligare? Siamo sicuri che lo “schema” che ci viene imposto sia poi così naturale? O è quanto di più sbagliato sia stato fatto in questi ultimi anni? Uno scontrino dal tabaccaio, un buono invece di uno stipendio, niente tutele, niente malattia, niente. Produci consuma crepa, abbiamo titolato qualche tempo fa. Prima di sapere di questi referendum in cui chiederanno a noi, proprio a noi, se i voucher ci piacciono, se li riteniamo uno strumento giusto e anche se non sia importante che un imprenditore stia attento a chi dà in appalto un lavoro. Ci chiederanno se questo “non” obbligo dei datori di lavoro a garantire lavoro e diritti sia giusto. Quelli a cui lo abbiamo chiesto ci hanno quasi supplicato di non fare l’errore di sottovalutare l’importanza di questi due quesiti, di quanto possano smontare comunque e ancora di più lo schema “naturale” del Jobs act di Renzi, quello che mette precarietà e ricattabilità al centro dello schema Futuro. Poi ci hanno chiesto di fare la battaglia insieme. E noi siamo qui.

Questo editoriale lo trovate su Left in edicola dal 21 gennaio

 

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