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I numeri del terremoto fra emergenza maltempo e nuove scosse

Gli uomini della protezione civile di Fiumicino in azione nelle frazioni isolate di Amatrice, 22 gennio 2017. ANSA/Protezione Civile Fiumicino - EDITORIAL USE ONLY

Maltempo e nuove scosse hanno messo in ginocchio, ancora una volta, il Centro Italia. Servono più finanziamenti per dare sostegno alle popolazioni colpite. Sul terremoto è stato rilasciato un dossier che Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera analizza nel dettaglio. Qui noi vi proponiamo qualche numero per capire in breve la portata dell’emergenza.

10 miliardi la cifra necessaria per affrontare le urgenze e procedere con la ricostruzione delle abitazioni distrutte dal sisma. Dopo il terremoto del 24 agosto i danni stimati erano di 7 miliardi e 56 milioni di euro. L’emergenza maltempo e le scosse delle scorse settimane hanno fatto aumentare le stime dei fondi necessari a oltre 10 miliardi.

13.523 sfollati 7.144 nelle Marche, 2.085 in Umbria, 597 nel Lazio, 3.697 in Abruzzo, ma il numero continua a salire.

40% di edifici inagibili secondo le verifiche e i sopralluoghi effettuati dalla Protezione civile

1500 posti disponibili nei container che verranno allestiti in dieci comuni

755 invece il numero delle casette già ordinate e promesse dal governo, il costo al metro quadro di ciascuna delle casette è di 1.075 euro

Sotto la mappa della sequenza sismica in Italia Centrale dal 24 agosto 2016 al 20 gennaio 2017 realizzata dall’Ingv. Negli ultimi giorni l’attività sismica è concentrata soprattutto nell’area a sud tra le province dell’Aquila e Rieti.

Podemos: continua lo scontro tra Iglesias e Errejòn

epa05676238 Spanish left party Podemos' leader, Pablo Iglesias (R), and party's parliamentary spokesman, Inigo Errejon, attend the plenary session of the Lower House of Spanish Parliament, Madrid, Spain, 15 December 2016. The Chamber will debate the public spending limit for 2017 National Budget, among others. EPA/ZIPI

In Spagna, continua lo scontro tra il leader di Podemos, Pablo Iglesias, e il “numero due”, nonché Segretario politico del partito, Íñigo Errejón.

In particolare, Errejón sarebbe riuscito a rallentare lo sforzo di Iglesias nel portare avanti un progetto di alleanza strategica tra Podemos e il partito di sinistra, Izquierda Unida (IU), guidato da Alberto Garzón. A riportare la notizia è Elsa Gracia de Blas per El Pais.

Errejón ha portato la “questione alleanze” all’ordine del giorno del dibattito interno, presentando il suo documento strategico e organizzativo per il partito, in vista del secondo congresso generale di febbraio.

La proposta di Errejòn è chiara: qualsiasi progetto di alleanza dovrebbe essere approvato dai due terzi della base del partito. Allo stesso tempo, il numero due di Podemos, ha introdotto proposte che limiterebbero il potere del leader di partito nell’interpellare autonomamente la base su questioni politiche strategiche.

In sintesi, ciò che Errejòn chiede è un coinvolgimento più importante degli organi collegiali di Podemos e un maggiore equilibrio interno dei vari poteri.

La proposta di Errejòn avrebbe già provocato reazioni da parte dell’ala di Iglesias. Secondo alcune fonti interne, la corrente del leader di Podemos starebbe integrando un proposta in linea con la richiesta del Segretario politico nel proprio documento strategico. Tra le misure previste: il consenso di una maggioranza qualificata della base e di una percentuale minima di circoli per approvare qualsiasi alleanza politica.

In ogni caso, la “questione alleanze” rappresenta soltanto uno dei tanti punti di scontro tra Iglesias ed Errejòn. Settimana scorsa. quest’ultimo aveva sollevato il problema dello squilibrio tra rappresentanza di uomini e donne nel partito e sottolineato alcuni tratti maschilisti della leadership di Podemos. Il Segretario politico ha accusato il linguaggio interno al partito, «fatto di vincitori e sconfitti», e rifiutato la logica del duello e del plebiscito.

Eppure, è stato proprio Iglesias, venerdì scorso, a richiamare all’unità il collega di sempre, auspicando che Podemos diventi una «coalizione di famiglie». Tra queste, secondo Iglesias, rientrano, senza alcun dubbio, anche IU e i vari movimenti delle “maree” che hanno animato la politica spagnola nel corso degli ultimi anni.

Il secondo congresso di Podemos è previsto per l’11 e 12 febbraio, a Madrid.

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«Non possiamo dire mai di no e metà del lavoro resta al nero». Com’è la vita del voucherista

Un' immagine di un voucher, Roma, 11 gennaio 2017. I voucher sono dei buoni lavoro erogati dall'Inps con cui il datore di lavoro puo' pagare alcuni tipi di prestazioni accessorie, cioe' che non sono riconducibili a contratti di lavoro in quanto svolte in modo saltuario. ANSA / ETTORE FERRARI

Il nuovo volto del precariato ha paura a raccontarsi. Quella dei “voucheristi” è una realtà ancora inesplorata: tutti ne parlano, ma pochi li conoscono di persona. Hanno bisogno estremo di lavorare e temono di essere estromessi dal giro perverso dei “buoni lavoro”. Andrea (il nome è di fantasia) ci ha messo un po’ di tempo prima di accettare di rispondere alle nostre domande. «Vi parlo della mia vicenda, ma niente registrazione e soprattutto nessun nome o riferimento all’azienda. Mi scusi, ma meglio sfruttato che disoccupato» dice. Andrea, che abita nella periferia del Napoletano, ha trentacinque anni, una moglie, un figlio piccolo e un lungo mutuo sulle spalle. Lavora come cameriere in un importante albergo di Napoli, apparentemente con gli stessi ritmi e mansioni dei suoi colleghi con contratti di subordinazione. Ma lui è pagato con i voucher e formalmente “imprenditore di se stesso”. «Non abbiamo alcuna tutela e se perdo il posto di lavoro non saprei come vivere».

Il suo datore di lavoro è proprietario di più strutture ricettive e utilizza i voucheristi a seconda delle esigenze del momento. «Ci fa girare come trottole, per riempire i buchi lavorativi e ci chiama quando serviamo. A volte veniamo avvisati anche la sera prima per la mattina dopo e dobbiamo essere sempre disponibili, altrimenti non veniamo più reclutati». Basta un no e sei fuori dal giro. Andrea parla al plurale: nelle sue condizioni ci sono altri precari. «Non so quanti colleghi vengono pagati con i voucher, non possiamo saperlo, ma con qualcuno di loro ho fatto amicizia e parliamo. Conosco altre persone che, addirittura, vengono utilizzate da datori di lavoro diversi, d’accordo tra loro, per coprire alcuni turni. Un modo perverso di solidarizzare tra imprenditori, sfruttando le necessità dei lavoratori, disposti a tutto pur di portare soldi a casa. E quando dico disposti a tutto mi riferisco a pratiche ancora più gravi».

Andrea rivela le modalità di pagamento. «Spesso i voucher non coprono effettivamente le ore di lavoro effettuate e veniamo pagati anche in nero. I buoni lavoro servono da copertura in caso di controlli». Il voucher è utilizzato come strumento di immersione. Con questo sistema è più facile frodare lo Stato rispetto al passato, pagando il lavoratore in parte con i buoni e in parte in nero. Di contro, nonostante alcuni i accorgimenti adottati dal governo lo scorso mese di ottobre, non esiste tracciabilità, per cui anche gli ispettori Inps hanno difficoltà a far emergere le irregolarità. «Non credo di esagerare dicendo che siamo schiavizzati. Pensi che se per stanchezza commettiamo un errore e procuriamo un danno economico i soldi ci vengono scalati dalla paga. Poche sere fa, nel portare l’immondizia all’ingresso dell’albergo, ho fatto cadere la busta sul tappeto sporcandolo in diversi punti. Sa cosa mi tocca?». Ad Andrea verrà sottratto il costo della lavanderia dai voucher e lui non potrà dire nulla, ingoierà il rospo come sempre, poiché a casa ci sono suo figlio e sua moglie.

Ai voucher è dedicata la copertina di Left in edicola dal 21 gennaio

 

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Benoît Hamon. L’ultimo socialista (di sinistra) di Francia

epa05742694 French former Education minister Benoit Hamon delivers a speech after the results of the first round of the party primaries in Paris, France, 22 January 2017. According to the latest reports Hamond placed first with 36,12 percent of votes.The second round will be on 29 January 2017. Seven candidates for France's left-wing parties compete to win the nomination for the 2017 presidential election. The primaries, organized by the Socialist party, will be held on 22 and 29 January. EPA/JEREMY LEMPIN

Il suo punto di forza è il reddito universale, il suo slogan è “Far battere il cuore della Francia”. E saranno lui e la sua gauche totale a sfidare l’ex premier Manuel Valls alle primarie socialiste francesi di domenica prossima – 29 gennaio –. Al primo turno di ieri, i quasi due milioni di francesi che hanno votato hanno scelto Benoît Hamon, che ha superato tutti, Valls incluso. Benoît Hamon, che è uno dei capi della “fronda” contro la maggioranza di governo Hollande-Valls e le politiche di austerità, è risultato primo con oltre il 35%, mentre Valls si è fermato al 31% , l’ex ministro dell’Economia Arnaud Montebourg al 19%.

“Facciamo respirare la democrazia con un nuovo modello di sviluppo”: ecologia e lotta alla povertà.
Nella corsa all’Eliseo si aprono spiragli a sinistra tra i socialisti francesi, in vista del 23 aprile 2017, quando si terrà il primo turno delle presidenziali. È allora che si terrà la sfida soprattutto con i due candidati della destra: François Fillon per i repubblicani e Marine le Pen per il Fronte Nazionale. Alla sua sinistra, invece, troverà il candidato della sinistra radicale Jean Luc Melenchon e, più al centro e con un profilo da innovatore e outsider l’ex ministro dell’Economia di Manuel Valls, Emmanuel Macron.

La verità è che per adesso i sondaggi assegnano ben poche speranze ad Hamon o a Valls: sono quarti o quinti nelle intenzioni di voto. È pur vero che se dovesse spuntarla lui al secondo turno delle primarie, sarebbe una faccia relativamente nuova per i socialisti e potrebbe rimescolare un po’ le carte. Nella sfida tra lui e Valls, il terzo arrivato Montebuorg ha dato indicazione ai suoi di votare per il candidato di sinistra.

Nei sondaggi per le elezioni la sfida al momento è a tre, con Le Pen in testa al primo turno ma perdente al secondo, sia da Macron che da Fillon. La novità delle ultime rilevazioni è che il candidato outsider batterebbe, oltre alla candidata del Front National, anche quello del centrodestra. Al momento però, Macron ha come ostacolo quello di arrivare al secondo turno.

Chi è Benoît Hamon
È nato a Saint-Renan ma è cresciuto a Dakar, dove i suoi genitori si erano trasferiti per motivi di lavoro. Figlio di un ingegnere e di una segretaria, dopo il divorzio dei suoi genitori, Hamon lascia il Senegal e torna in Bretagna. Scopre la politica a 19 anni ed entra nella sezione giovanile del Partito Socialista.

Assistente parlamentare e poi collaboratore di Lionel Jospin, nel 1997 si candida alle elezioni legislative, ma non viene eletto; non per questo lascia la politica e prosegue dietro le quinte, come consigliere dell’allora ministro Martine Aubry.

Nel 2004 entra al Parlamento europeo per la Francia orientale, un anno dopo – e per due anni – è segretario nazionale del Partito Socialista. Nel 2009 si ricandida alle europee, ma senza essere eletto.

La sua esperienza di governo è da ministro delegato all’Economia sociale e solidale di Jean-Marc Ayrault, tra il 2012 e il 2014, ma è anche ministro del primo governo Valls, dell’Educazione nazionale, dell’Insegnamento superiore e della Ricerca. Critico verso le politiche di austerità del governo, ne viene escluso nel rimpasto del secondo governo Valls nell’agosto 2015.

Se imparassimo la lezione di questo prodotto cardiaco interno

Per quattro giorni abbiamo patito insieme, abbiamo soffiato sulla stessa speranza, costruiamo una corale gratitudine per gli uomini dei soccorsi, concordiamo (letteralmente, ognuno con il proprio cuore) nella felicità dei salvati e nel dolore per le vittime.

Una porzione consistente di questo Paese, quindi, è capace di compassione, di patire insieme. Una lezione costosissima (la neve deve ancora dirci quante sono le vittime a Rigopiano) che ci racconta che il cuore di questo Paese pulsa ancora nonostante i falchi, gli sciacalli profeti del cattivismo e gli imbonitori della paura.

Ora, al di là dell’indagine delle responsabilità e della seria prevenzione e della preservazione del territorio, ci sarebbe anche un’altra sfida. Una sfida alta, forse anche così lontana da questi tempi di amori e disamori che durano meno di una legislatura e soprattutto distante da quest’era di proclami: ci sarebbe da decidere che questo prodotto interno cardiaco sia il capitale sociale da cui ripartire. Riconoscere che tenere accesa questa densa convergenza sociale anche senza lutti, sarebbe il compito della politica e dei suoi ideali.

Se imparassimo la lezione di tutta questa compassione, di questo prodotto cardiaco interno, saremmo un gran bel Paese.

Buon lunedì.

A Cona l’emergenza migranti è sempre un affare. Per pochi

Un momento delle operazioni conclusive nel centro di accoglienza di Conetta, frazione di Cona (Venezia), per il trasferimento di cento migranti in strutture analoghe in Emilia Romagna, 4 gennaio 2017. ANSA/ ANDREA MEROLA

Proprio mentre scade il bando per l’apertura di un nuovo centro di accoglienza, ancora più grande di quello di Cona, il sindaco di Piove di Sacco (Padova), Davide Gianella, ha consentito in deroga la sepoltura di Sandrine Bakayoko, individuando il luogo dove celebrare il funerale domenica 22 gennaio. Ma già sabato 15 gennaio più di 400 persone si sono date appuntamento sulle rive dell’Adige per porgere il loro saluto a Sandrine. «Per chiedere scusa a lei ma anche a noi stessi. Per non essere riusciti a evitare l’ennesima tragedia, per avere perso tempo utile, per non esserci battuti ancora di più contro questa di Cona, che come altre di questo tipo sparse per l’Italia non rappresentano accoglienza ma negazione dei diritti umani basilari», dice il regista padovano Andrea Segre, presente all’iniziativa. «Bisogna prendere esempio dalle esperienze che funzionano, di accoglienza diffusa, e copiare quelle. Non è difficile».

Sul lungo Adige molti cittadini sfilano insieme a chi continua a vivere dove è morta Sandrine. Non si capacitano di essere costretti a restare dove con le temperature sempre più rigide è sempre più difficile stare. E poi l’eterna attesa. «Molti di loro vengono sfruttati nei capannoni delle grandi aziende della logistica. A casa non ci tornano, perciò in attesa dei documenti e di una possibilità di costruirsi una vita diventano pedine dei nuovi schiavisti», spiega Gianni Boetto di Adl Cobas. Mentre parla è circondato dai lavoratori, molti di origine straniera. Tutti si scambiano abbracci e sostegno. Tra loro ci sono anche due esponenti del Pd: l’ex sindaco di Padova ed ex ministro Flavio Zanonato, ora europarlamentare, e il consigliere regionale Piero Ruzzante. «È numericamente errato parlare di invasione», vuole sottolineare Ruzzante. «E chi lo fa specula sulla pelle di gente che fugge da fame e guerra perché, dati alla mano, le presenze di profughi in regione diminuiscono». Veniamo interrotti dalle note lontane di una preghiera africana. È il momento in cui i fiori vengono lanciati nelle acque del fiume.

Ma questi sono anche i giorni della scadenza del bando del nuovo hub. E in gara, ancora una volta, troviamo l’ex Ecofficina ora Edeco, la cooperativa di Stefano Borile che parte con tutti i favori del pronostico. Nato democristiano per poi accasarsi a Forza Italia, Borile ha fatto parte di diversi consigli di amministrazione di aziende di servizi, partecipate e altri enti. Ma è con un esponente del Pd come socio, Paolo Mastellaro, che fa nascere la sua prima cooperativa.

Questo articolo, integrale, lo trovate su Left in edicola dal 21 gennaio

 

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Che incubo la gestione Minniti tutta sicurezza e gendarmi

I ministri Marco Minniti (Interno) e Angelino Alfano (Esteri) nel salone delle Feste del Quirinale per il giuramento, Roma, 12 dicembre 2016. ANSA/ETTORE FERRARI

Alla Farnesina si è insediata un’ombra di ministro: Angelino Alfano. La sua conoscenza del mondo è pari a zero e quando da titolare del Viminale ha dovuto fare i conti con questioni extranazionali ha provocato disastri (ricorderete, su tutti, il caso Shalabayeva). Dunque, meno appare e meglio è. Tuttavia, il fatto che a sostituirlo nella gestione dei dossier più caldi sia il neoministro degli Interni, qualche riflessione la impone. Il rischio, già in atto, è che vi sia una sorta di “securizzazione” delle relazioni internazionali, una riduzione di fatto di questioni cruciali come quella dei migranti a problema di ordine pubblico. E questo non può passare.

Non può passare l’idea del ministro degli Interni che dice «sicurezza sia una parola di sinistra» ma, soprattutto, non può passare per buono il fatto che il nostro Paese sia nuovamente alla ricerca, nel Mediterraneo – «centro del disordine globale» come dice l’attuale premier Gentiloni – di “gendarmi” a cui affidare il compito di contenere l’“invasione” di chi è in fuga da guerre, repressione, sfruttamento, della cui esistenza quei “gendarmi” sono i primi responsabili. Perché è questo che sta accadendo. Il caso libico è emblematico. E non solo perché l’Italia ha puntato, per la stabilità di un Paese dove a farla da padrone sono ancora milizie e tribù in armi, sul “cavallo” sbagliato, il più debole e meno riconosciuto, l’attuale premier Fayez al-Sarray. Lì l’Italia ha riproposto con il nuovo governo libico (che non controlla neanche la capitale, Tripoli) il “modello Gheddafi”, l’accordo sul controllo dei flussi migratori, sottoscritto a suo tempo dal raìs e dall’allora presidente Silvio Berlusconi. Quel modello si fondava sulla completa – e colpevole – assenza di ogni riferimento al rispetto dei diritti umani. Gheddafi doveva “contenere”, non importava come, l’arrivo sulle nostre coste di eritrei, somali, dei disperati che cercavano in Europa non il benessere consumista ma l’affermazione del primo fra i diritti: quello a vivere. Le carceri del Colonnello (come oggi quelle del siriano Assad) erano lager dove ogni forma di violenza su donne e uomini era pratica quotidiana. Ma non importava, e non importa. Come non importa che se il Mediterraneo si è trasformato nel “mare della morte” è anche perché i gendarmi cercati e finanziati dall’Europa erano i capi di regimi che non solo producevano le cause di questa fuga di massa, ma in molti casi ne traevano benefici facendo affari sul traffico degli esseri umani.

Questo e non altro è la “securizzazione” dell’emergenza migranti, che dovremmo contrastare e che fa il paio con la riproposizione “regionalizzata” dell’esperienza fallimentare dei Cie. Ed è gravissimo. Perché l’Europa delle frontiere blindate ha delegato all’Italia il compito di fare altri accordi “modello Gheddafi” con altri Paesi di origine o di transito di migranti. Questo insano “modello” dovrebbe essere bissato con alcuni tra i più brutali regimi che da decenni fanno scempio di legalità nel Vicino Oriente e in Nord Africa: in Eritrea, Nigeria, Niger, Sudan, Egitto. Ma questo è l’orizzonte angusto di un’Unione europea che, rimarca la direttrice delle campagne di Oxfam in Italia, Elisa Bacciotti, «confonde gli obiettivi della cooperazione allo sviluppo che ha come scopo l’aiuto alle persone costrette a lasciare la propria casa, con quelli della cooperazione di sicurezza, che invece serve a impedire a quelle stesse persone di entrare in Europa». «In altre parole – aggiunge Baccioti – l’Ue rischia di dare priorità al controllo delle frontiere e alla sicurezza piuttosto che alla salvezza di persone che si trovano in grave stato di bisogno». Ciò significherebbe utilizzare il costituito Fondo fiduciario per sradicare la povertà, costruire scuole, cliniche e non muri di filo spinato e checkpoint. Ma così non è.

L’articolo compare su Left in edicola dal 21 gennaio, dove trovate anche un punto sulla situazione in Libia

 

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«Rivendico la bellezza dell’andare contro». Donpasta intervista Mannarino

Mannarino – scrive Daniele De Michele, aka Donpasta, sul numero di Left in edicola dal 21 gennaio – ha fatto un’opera matura, da grande artista. Ma è anche come se avesse fatto il suo primo disco, fresco, grezzo, talvolta imperfetto. Entrambe le osservazioni, apparentemente antitetiche, mi sono balzate all’orecchio mentre ascoltavo con lui i brani del nuovo album, cucinando ciò che c’era, pasta con finocchi di campo sbollentati, lardo del Molise, lemongrass, zenzero e peperoncino del Vietnam.

Ormai può contare su un nocciolo duro di persone che lo segue talmente grande, di teatri e piazze che si riempiono, di gente che canta a squarciagola, che si permette di cercare, Mannarino, di rischiare, sbagliare e arricchirsi di nuovi suoni e parole, sfidando la regola aurea del mercato italiano che ti vuole destinato a omologarti il prima possibile per finire poi a Sanremo.

Va avanti e a ogni disco migliora e perfeziona qualcosa, senza perdere la sua qualità rara di saper raccontare un mondo semplice, rappresentandolo con onestà, in modo credibile, perché nei suoi testi osserva le cose con il buon senso che gli insegnò suo nonno di San Basilio, che se c’è da godersi la vita te la godi, se c’è da incazzarsi, t’incazzi.

«Come diceva Vinícius de Moraes – è dunque la prima domanda di una lunga e persino alta intervista – “una samba senza tristezza è come amare una donna solo per la sua bellezza”». «È per questo che la ami al punto da farla diventare il perno della tua musica?»

«Forse è il destino, ma il mio primo gruppo era formato da due musicisti brasiliani. La musica brasiliana fonde le armonie classiche e l’Africa nera. Poi con il tropicalismo hanno sfidato il regime, nascondendo le parole con melodie accattivanti. Se prima i miei idoli erano De Andrè e Tom Waits, da un po’ penso a Chico Buarque. E poi c’è la samba, la tristezza che balla, che ti fa alzare dal letto. Con questo disco avevo voglia di far ballare la tristezza».

E una volta che la samba è finita che resta? Quanto dura? Come resta in cuore? In Orfeo Negro il Carnevale fu l’inizio della fine.

«Tu non vai in euforia, perché piangi mentre balli. Deve essere una felicità piena e consapevole. Però me so’ rotto er cazzo d’esse triste, perché ci si perde a guardare solo le bruttezze, a essere perdente, a urlare incazzati. Ecco, rivendico la bellezza della rivolta, dell’andare contro. E ci vuole il coraggio della solitudine».

«Per le tue cannonate, Lei s’è messa l’armatura, E niente più la tocca, Ma è piena di paura». In “Rane” non ci vai leggero con gli uomini (o con te stesso). È un bel modo di scrivere una canzone d’amore, senza sdolcinature e senza pianti di coccodrillo.

«Le cannonate sono quelle che ha sparato il protagonista e la donna si è messa l’armatura. Sono secoli che la donna si deve proteggere dalle cannonate. Poi la soluzione per il personaggio è far l’amore in volo. Mi viene in mente l’immagine del film Brazil, di lui che si libera dal titano dittatoriale nei sogni facendo l’amore in volo. C’è la poetica che l’amore è salvifico, non in senso romantico, ma perché l’amore ti sveglia. Lui facendo l’amore nei sogni si libera, cambia».

(…)

L’intervista integrale a Mannarino è su Left in edicola dal 21 gennaio

 

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La (para)giurisprudenza del Movimento 5 stelle

M5S leader Beppe Grillo (L) with Davide Casaleggio during the demonstration staged by the anti-establishment Five-Star Movement (M5S) to support 'No' at in the 04 December Constitutional reform referendum, in Turin, Italy, 02 December 2016. The crucial referendum is considered by the government to end gridlock and make passing legislation cheaper by, among other things, turning the Senate into a leaner body made up of regional representatives with fewer lawmaking powers. It would also do away with the equal powers between the Upper and Lower Houses of parliament - an unusual system that has been blamed for decades of political gridlock. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Regolamenti, statuti e “non-statuti”, codici di comportamento, contratti. Un intero apparato (para)giuridico-amministrativo creato internamente dallo staff, dovrebbe garantire al Movimento 5 stelle un funzionamento autonomo e preservarli da voltagabbana, indagati e corrotti. E che invece, non fa che creare pretesti per atti di citazione.

Per tentare di arginare i dissidi che si fanno sempre più stridenti, infatti, di volta in volta, caso per caso, il blog pubblica aggiornamenti di norme e doveri che però, cambiando le regole del gioco in corsa, non fanno che sommare contraddizioni. Soprattutto con l’ordinamento giuridico, col quale questa giurisprudenza fai da te, inevitabilmente si scontra.

Dalla clausola dei 250mila euro fra eletto e Casaleggio Associati, al vincolo di mandato che è incostituzionale (e difatti, nello statuto attuativo depositato dal notaio, non c’è), passando per le votazioni online che non rispettano le norme del codice civile previste per le associazioni (quale, checché ne dica, il Movimento è), fino alle cause (vinte) dei grillini espulsi.

Una guida alla giurisprudenza 2.0 pentastellata, la trovate questa settimana in edicola su Left.

Questo articolo lo trovate su Left in edicola dal 21 gennaio

 

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