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Fuocoammare agli Oscar tra i documentari. I nomi e i numeri delle nomination 2017

La Academy of Motion Picture Arts & Sciences ha diramato gli elenchi dei nominati in corsa per l’oscar 2017. La la Land fa la parte del leone con 14 nomination, solo Titanic e All about Eve (Eva contro Eva) con Bette Davis avevano collezionato tanto – poi vinsero rispettivamente 11 e 6 Oscar, solo Ben Hur ne ha vinti altrettanti, seguito da Fronte del Porto.

Poi c’è Meryl Streep, più nominata di sempre (19 volte) che potrebbe vincere il quarto Oscar, fare un altro discorso contro Trump ed eguagliare il record di Katreen Hepburn. Dovrà vedersela con Emma Stone, Natalie Portman, Isabel Huppert e Ruth Negga. Gli attori più premiati di sempre le due che abbiamo appena nominato più Jack Nicholson (3 premi, 12 nomination), Bette Davis (2 oscar), Laurence Olivier (2 oscar alla carriera), Paul Newman, Spencer Tracy e, staccati, Marlon Brando e Paul Newman.

Tra i registi ci sono il giovane Dennis Villeneuve (La La Land) e il vecchio conservatore religioso Mel Gibson, non proprio colossi della regia (uno lo diventerà). Nella storia chi ha vinto più statuette dirigendo un film è John Ford (quattro, ma nonimato 5 volte), mentre il più nominato è William Wyler (11 nomination, tre statuette).
Tra i migliori documentari c’è l‘italiano Fuocoammare, mentre tra i documentari corti c’è White Helmets, che tante polemiche ha generato.

L’anno scorso era stato l’anno degli “Oscar so white” e per questo è possibile che a vincere qualcosa siano Viola Davis, che è già stata nominata più di una volta o Denzel Washington (che recitano entrambi in Fences, adattamento di una piece teatrale ambientata negli anni ’50). La notte deglo Oscar sarà, questo è assicurato, un momento in cui si parlerà di politica.


Di seguito i tweet dell’Academy che elencano i nominati per le categorie principali
(e qui la lista completa)

Gli ordini esecutivi di Trump, l’uomo forte che piace a Grillo e Salvini

epa05744781 US President Donald J. Trump signs the first of three Executive Orders in the Oval Office of the White House in Washington, DC, USA, 23 January 2017. They concerned the withdrawal of the United States from the Trans-Pacific Partnership (TPP), a US Government hiring freeze for all departments but the military, and "Mexico City" which bans federal funding of abortions overseas. Standing behind the President, from left to right: US Vice President Mike Pence; White House Chief of Staff Reince Preibus; Peter Navarro, Director of the National Trade Council; Jared Kushner, Senior Advisor to the President; Steven Miller, Senior Advisor to the President; unknown; and Steve Bannon, White House Chief Strategist. EPA/Ron Sachs / POOL

Le notizie non vengono mai sole. In quel che ha definito il primo giorno di presidenza (ufficialmente il quarto), Donald Trump ha firmato una serie di ordini esecutivi congelando le assunzioni nel pubblico impiego federale, cancellando i finanziamenti per le Ong che offrono anche l’aborto tra i servizi erogati, portando fuori gli Stati Uniti dalla Trans Pacific Partnership, il trattato commerciale fortemente voluto da Washington che crea una zona di libero scambio nel Pacifico. Misure che avranno effetti negativi sugli Stati Uniti, tutte. Della notizia falsa per cui il presidente eletto avrebbe «vinto il voto popolare nemmeno parliamo, se solo 5 milioni non avessero votato illegalmente», nemmeno parliamo. Non siamo nell’era della post-verità ma delle bugie clamorose.

Come mai? Ciascuna rientra nel disegno populista e di destra conservatrice di Trump. Il taglio delle assunzioni è un modo per dire: «Meno Stato». Peccato che il numero di impiegati federali sia più o meno lo stesso che ai tempi di Clinton, molto più basso che nell’epoca post-bellica e più basso degli anni del campione dello smantellamento del pubblico Ronald Reagan. Le assunzioni pubbliche hanno salvato l’economia dal collasso nel biennio 2009-2010 e poi il numero di impiegati è diminuito a causa dei tagli al bilancio federale voluti dai repubblicani in una serie di showdown con il presidente Obama sul tetto del deficit. Non c’è un’emergenza lavoro pubblico e congelando le assunzioni si rischia di non avere il personale per svolgere adeguatamente i servizi, se e quando fosse necessario.

Veniamo all’aborto. La scelta segnala come Trump sia ostaggio dell’ala religiosa e conservatrice del partito repubblicano. Una politica simile venne già messa in atto da George W. Bush (in quegli anni la prevenzione dell’Aids si faceva predicando l’astinenza) e produsse l’effetto contrario a quello voluto. Come mai? Perché le Ong che lavorano e offrono anche l’aborto sono le stesse che distribuiscono anticoncezionali e fanno educazione e prevenzione. Senza di loro in certi Paesi africani aumentano le gravidanze non volute e gli aborti praticati in condizioni non ottimali. Risultato finale: più aborti, più malattie sessualmente trasmissibili, aumento delle donne morte per parto. L’ordine esecutivo segnala tra l’altro la volontà di aprire un fronte “etico” che è proprio quello che ha portato milioni di donne a marciare nelle strade degli Stati Uniti lo scorso weekend. La preoccupazione è quella che questo sia solo il primo passo di un attacco ai diritti.

(Particolare sottolineato da molti in rete: l’ordine sull’aborto viene firmato in una stanza popolata da maschi bianchi, come mostra la foto qui sopra)

Infine il tema più controverso, quello dei trattati commerciali, una storica battaglia della sinistra divenuta bandiera della destra. Da un lato c’è la retorica isolazionista che sembra piacere molto anche in Italia ed Europa – gli elogi a Trump per il ritiro dal TTP fioccano – dall’altro c’è una mossa strategica che rischia di essere sbagliata. E infine c’è l’idea che Trump sia un campione dei lavoratori, perché punta a frenare l’emorragia di posti di lavoro che vengono trasferiti all’estero. Uscendo dal TTP, gli Stati Uniti fanno un piacere alla Cina, che si trova a essere il vero grande partner commerciale possibile per gli altri Paesi di Asia e Pacifico – Australia compresa. Il TTP sembrava pensato proprio per contenere la voracità dell’economia cinese. Tirandosi indietro, gli Usa di Trump danno un colpo basso ai loro alleati storici e fanno un favore a Pechino. Che al contempo indicano come il nemico numero uno. L’opposizione al TTP era forte tra i lavoratori e la sinistra (Bernie Sanders in testa) per ragioni che riguardano i comportamenti possibili delle multinazionali e l’abolizione delle regole. E non è Trump ad aver costruito le campagne contro quei trattati. Ritirandosi, però, il presidente Usa sceglie il protezionismo, che non equivale a più diritti per i lavoratori e non è affatto detto che sia una buona soluzione economica. Trump, tra l’altro, incontrando una serie di imprenditori ha parlato di dazi commerciali in entrata. Con il rischio di scatenare guerre commerciali con vecchi amici degli Usa (Europa, Giappone, ad esempio). Ora, i lavoratori americani guadagnano poco e spendono grazie al fatto di avere un’ampia offerta di merci a buon mercato.Importate. Senza quelle e una rivoluzione dell’organizzazione economica, le cose rischiano di peggiorare per il lavoratore medio. Infine, Trump finge di non sapere che il taglio dei posti di lavoro industriali, negli ultimi anni e molto di più in futuro, è prodotto dall’automazione e dall’introduzione dei robot. La sua preoccupazione, insomma, non sono le salvaguardie ambientali o i diritti dei lavoratori, ma la retorica patriottica.

Ma, abbiamo detto, le notizie non vengono mai sole. E allora ricordiamo nell’ordine che questa mattina Repubblica ci racconta di un sondaggio che indica come gli italiani vogliano un uomo forte. Che lo scorso weekend, mentre le donne marciavano su Washington, a Coblenza si teneva il raduno a porte chiuse della destra nazional-populista europea (Marine Le Pen, Geert Wilders, Matteo Salvini e Frauke Petry) che chiedono chiusura delle frontiere, ritorno della sovranità nazionale e meno immigrazione. Poi c’è Beppe Grillo: sul Journal de Dimanche ci ha spiegato che Trump è un moderato che ha detto alla Cina quel che doveva e che le imprese non andranno più in Messico. La Cina, il Messico (e la Romania, l’Albania e chissà chi altro in Europa) sono quindi i nemici del popolo. Non l’assenza di regole ambientali e di tutela dei diritti dei lavoratori nei trattati commerciali. E i leader che vogliamo sono forti – anche di questo parla Grillo e la copertina dell’account di Salvini è esplicita, oltre ai capi della destra europea e se stesso, ci sono infatti i ritratti di Trump e Putin. Il problema del Movimento 5 Stelle, meno di Salvini e della destra populista, è che le forze politiche, le idee, hanno un’ispirazione generale.

Facciamo un esempio sciocco: se qualcuno dice che “con Mussolini i treni arrivavano in orario” può darsi che dica una cosa vera. Il problema è che mentre alle stazioni erano tutti contenti e l’autarchia trionfava, l’Italia entrava in guerra, gli strumenti democratici venivano aboliti, gli oppositori finivano in galera, gli ebrei venivano mandati nei campi di sterminio. Per fare un elenco ridotto. Le politiche di un governo sono un po’ come un organismo: gli occhi, le orecchie, le mani e il fegato non lavorano ciascuno per conto proprio. Allo stesso modo l’animosità per il Messico e i suoi immigrati, il disprezzo per le donne e i loro diritti (volete la manicure gratis? ha twittato il figlio del consigliere per la sicurezza nazionale dopo la manifestazione), l’abolizione delle regole ambientali e le notizie false spacciate per vere fanno parte di un modo di concepire il governo e il proprio ruolo da parte di Trump e del suo staff ristretto. L’idea di mettere Prima l’America, America First è alla base di questa idea: nazionale, bianca Per tutte queste ragioni sarebbe più utile preoccuparsi del complesso delle cose che Trump sta facendo e non rallegrarsi del ritiro della firma da un trattato.

 

 

La Corte Suprema britannica: «Sulla Brexit voti il Parlamento». May e Corbyn in difficoltà

Britain's Prime Minister Theresa May holds a regional Cabinet meeting in Runcorn, England, Monday Jan. 23, 2017 as she launched her industrial strategy for post-Brexit Britain with a promise the Government will "step up" and take an active role in backing business (Stefan Rousseau//PA via AP)

Secondo la Corte suprema del Regno Unito, il Governo britannico non ha la l’autorità per procedere unilateralmente all’attivazione dell’articolo 50: ne consegue che il Parlamento dovrà esprimersi in merito e decretare l’effettiva uscita del Regno Unito dall’Unione europea.

La Corte suprema si è pronunciata in merito alle procedure legali previste per l’attivazione dell’articolo 50, la clausola del Trattato di Lisbona che disciplina l’uscita dei Paesi membri dall’Ue, questa mattina.

La sentenza rappresenta un colpo durissimo per il Primo ministro, Theresa May, che aveva fatto tutto il possibile per scongiurare una discussione e un voto parlamentare a Westminster.

Siobhan Fenton, su The Independent, riporta le motivazioni dei giudici della Corte suprema: «Il referendum detiene una grande rilevanza politica, ma l’atto parlamentare che ha autorizzato la consultazione popolare non ha definito gli scenari successivi al voto». Sono le parole di Lord Neuberger, il giudice della Corte che ha riportato al pubblico l’esito della riflessione giuridica.

I rappresentanti del Governo britannico che hanno difeso il ricorso dell’esecutivo di fronte alla Corte si sarebbero detti «delusi del risultato», ma avrebbero anche riconosciuto il significato profondo della sentenza: «I cittadini britannici sono fortunati a vivere in uno Stato di diritto, dove chiunque, anche il Governo, deve rispettare in primo luogo la legge».

Cosa accadrà ora? Il Governo dovrà portare in Parlamento un testo di legge che dovrà essere approvato dai deputati. Il primo dubbio riguarderà sicuramente la formulazione del testo stesso da far approvare al Parlamento.

In secondo luogo, si apriranno scenari politici sconosciuti: come voterà il Labour? Si spaccherà ancora di più ora che ha la possibilità di ribaltare l’esito referendario? Jeremy Corbyn ha da poco dato indicazione di votare a favore dell’uscita e quindi dell’attivazione dell’articolo 50. E il partito Conservatore è davvero unito dietro a Theresa May?

Insomma, la Brexit non è ancora scritta.

Europa – EuObserver – Il processo legislativo dell’Unione europea è al livello minimo di trasparenza

Europa – Le Monde Il candidato della destra francese, Francois Fillon, ha inontrato Angela Merkel per parlare di Europa crisi migratoria

“La sinistra ha senso se non coltiva l’autosufficienza”. Scotto si candida alla segreteria

Arturo Scotto durante l'incontro organizzato per presentare il nuovo gruppo parlamentare "Sinistra Italiana" al teatro Quirino, Roma, 7 novembre 2015. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

«Sinistra Italiana ha un senso se non coltiva la presunzione dell’autosufficienza, ma l’ambizione di una comune ricostruzione». La dice così, nero su bianco, Arturo Scotto, andando subito al nocciolo della questione, il rapporto col Pd, che tanto sta facendo discutere a sinistra. Lo scrive nel documento con cui si candida (o «mette a disposizione», come è più elegante dire) alla segreteria di Sinistra italiana, che dal 17 al 19 febbraio terrà a Rimini il suo congresso fondativo. Scotto, con ogni probabilità, si sfiderà con Nicola Fratoianni, ultimo coordinatore di Sel, il partito di Nichi Vendola che si è sciolto proprio per dar vita al nuovo, insieme a ex dem come Cofferati, Fassina e D’Attorre. In un clima, però, piuttosto acceso – avrete notato, anche distrattamente – anche per colpa di “disturbatori” come Giuliano Pisapia, che hanno fatto riesplodere la solita questione del rapporto con i dem.

Scotto, lei dice che nell’ultimo anno c’è stata una «rappresentazione grottesca» del vostro dibattito interno. Poi però nel documento con cui si candida scrive «Sinistra Italiana ha un senso se non coltiva la presunzione dell’autosufficienza, ma l’ambizione di una comune ricostruzione», e va subito al nodo delle alleanze. Ma è veramente quello il punto?

«Lo è insieme ad altri, ovviamente. Ma non perché si debba dire a priori se allearsi o no con il Pd. Lo è perché se è evidente che con Matteo Renzi non sarebbe possibile ricostruire alcunché, coltivare vocazioni pregiudizialmente quartopoliste è invece un errore politico. Un peccato».

Non mi pare siano in molti a dire “col Pd mai e poi mai”. Ho come la sensazione che sia tutto più una questione di posizionamento. Su Matteo Renzi siete d’accordo. Giusto?

«Il giudizio su Renzi, sul suo Pd, sul suo governo e sull’intera stagione politica ci unisce, senza dubbio. Infatti tutti insieme abbiamo fatto in questi anni un’opposizione netta, chiara e sempre sul merito. Forse, però, ci divide il giudizio sul dopo – se vogliamo parlare di alleanze e non dell’organizzazione del partito, della selezione delle classi dirigenti e degli altri temi di cui parleremo al congresso. Per me la sinistra che ci prova, quella che vuole provare a incidere, è quella che riapre le discussioni. Riapre le discussioni che è utile aprire, ovviamente, quelle che possono servire a rimettere al centro di un campo più largo i nostri temi».

Vendola dice che l’analisi e la proposta di Pisapia, con tutto il cascame sul nuovo Ulivo, sono superficiali, non tengono conto di cosa è diventato il Pd, di cosa è adesso. Non tiene conto dei voucher, del jobs act, della riforma costituzionale. Lei pensa che il Pd potrebbe, credibilmente, tornare indietro?

«Io, per cominciare, penso che, come peraltro dice Nichi, Giuliano non è un nemico. Poi però, ovviamente, neanche io condivido le sue posizioni su Matteo Renzi, perché mi pare impensabile ricostruire un centrosinistra nuovo con quello che è stato il suo killer. Invece, però, non penso affatto che il centrosinistra sia destinato a non riformarsi più. E così il Pd. Perché è vero che Renzi non l’ha portato la cicogna e che è figlio degli errori della sinistra progressista, il frutto di troppi anni di accondiscendenza verso una visione ottimistica della globalizzazione, ma è vero anche che in un momento in cui si mette in crisi proprio quella storia, vanno incoraggiate elaborazioni critiche – e autocritiche – come quelle che sta facendo la minoranza Pd. Non serve a molto indicarle come operazioni di maquillage».

«Fondiamo un partito nuovo e non l’ennesimo partito», ha scritto. Mi tocca far notare che Sinistra italiana forse non è l’ennesimo ma non è neanche l’unico né ultimo partito a sinistra. Anche sciolta Sel e unito ciò che ne resta a un po’ di ex Pd, rimane una certa abbondanza di sigle. Non si poteva fare di più, qualcosa di veramente nuovo?

«Si può sempre far meglio, ma io non ho mai pensato che bisognasse costruire una forza politica che unisse tutta la sinistra. Non è quello di cui abbiamo bisogno perché la risposta sarebbe tutta politicista. La sinistra va unita ma anche rinnovata. Noi vogliamo una sinistra popolare, larga, ma anche di governo – anche se in questo momento, ovviamente, convintamente all’opposizione. Riunire, come è successo in passato, per una strana ansia tutta elettorale, identità diverse ci condanna invece all’irrilevanza».

Quando però le elezioni si avvicineranno forse con alcune sigle un discorso converrà farlo. Non sono tutte vocate all’opposizione, no?

«A me sembrerebbe curioso che una forza che a febbraio fa il suo congresso fondativo, con un percorso partecipato, centinaia di delegati, migliaia di militanti, poi non si presenti alle elezioni. Curioso e sbagliato, perché non abbiamo certo bisogno di Arcobaleni bis. Non è questo che ci viene chiesto: ci si chiede invece di rimettere in moto un mondo – che dobbiamo sì allargare, e io mi metto a disposizione per questo – su alcuni temi. Ci si chiede, anche sostenendo i referendum della Cgil, di proporre con forza il reddito minimo garantito; ci si chiede di sostenere la necessità di una stagione di forti investimenti pubblici, la centralità della rivoluzione femminile, di una rivoluzione ecologica».

Investimenti pubblici, reddito, diritti civili. Insisto nel dire che con alcuni si fa fatica a cogliere distanze politiche. L’unica forse rilevante è quella sull’euro, che peraltro è tutta interna a Sinistra Italiana. Cosa pensa dell’emendamento di Fassina?

«Sono contento di poterne discutere ma non lo condivido. Zygmunt Bauman ha scritto che il mondo nel quale viviamo rischia di esser quello delle “retro utopie”, delle utopie del ritorno al passato, che poi sono spesso le utopie del recinto, dello stato nazione. È questo che mi preoccupa e convince, consapevole peraltro che un ritorno così lo gestirebbero le destre. Il nostro impegno, invece, partendo dalla stessa radicale critica, deve esser quello per una riforma dei trattati, facendo leva sulle crepe che si stanno aprendo nell’Europa della grande coalizione, che – anche con l’elezione del presidente dell’europarlamento – mostra la sua insostenibilità».

Non è tanto la post-verità, quanto la coglioneria (la risposta ce la dà Gramsci)

La foto campeggiava ruvida sulla bacheca della pagina facebook “Italiani compatti I” (ebbene sì, sono più d’una e I sta per ‘prima’) e rappresenta una patente con una didascalia da brividi:

«Mentre eravamo tutti distratti dalla tragedia del terremoto, proprio ieri il Senato ha approvato – con ben 303 voti a favore e solo 116 contrari – la modifica dell’articolo 126 ter del cod. della strada che prevede l’ottenimento della patente GRATIS (scritto così, maiuscolo, eh nda) per (minuscolo nda) TUTTI GLI IMMIGRATI (arieccolo il maiuscolo nda) che la richiedono, e con ben 30 punti iniziali anziché 20 come NOI »

e poi sotto il solito «SCRIVI BASTA E CONDIVIDI»

Accanto alla foto l’amministratore commenta a nome della pagina: “Adesso basta siamo stanchi di queste ingiustizie poi dobbiamo vederli ubriachi che fanno le stragi” e il solito invito a condividere.

Sotto il solito proliferare di beceri commenti razzisti. Un’orda di imbecilli pronta a farsi massa alla prima coglionata.

E fa niente che l’articolo 126 ter del Codice della Strada non esista. E fa niente che i voti dei senatori sarebbero 303+116 e quindi 419 quando in Senato sono 315 in tutto (più i Senatori a vita). Fa niente che la didascalia sia scritta con un analfabetismo degno di un discorso di Salvini in inglese. Tutti incazzosi, tutti pronti a indignarsi. Solo ieri pomeriggio erano 58.514 le persone che avevano condiviso sulle proprie bacheche. Un virus. Gente che non si informa perché intende le notizie (e la politica) solo come occasioni di vendetta: se sono funzionali alla bile vanno bene, vere o non vere.

Qui non è questione di post-verità ma di coglioneria. Gente che usa la propria tessera elettorale per affettare i nemici sull’onda di odio indotto.

Se ne conoscete qualcuno, se lo incrociate virtualmente o dal vivo fategli un piacere, leggetegli ciò che scriveva Antonio Gramsci ne “L’Ordine Nuovo” il 26 aprile del 1921:

“Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri.
Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato”

Ah, specificategli che è morto, Gramsci.

Buon martedì.

 

Adesso gli eroinomani di Trainspotting si danno al porno

T2 Trainspotting è stato presentato ad Edimburgo. «Fare tutto questo a Londra sarebbe stato più facile, ma era giusto farlo qui a Edimburgo perché le storie raccontate nel film appartengono a questo posto» ha spiegato il regista Danny Boyle. Il sequel, che uscirà nel Regno Unito il 27 gennaio, arriva a 21 anni dal primo film, tratto dal romanzo di Irvine Welsh dove si raccontavano le vicende di un gruppo di eroinomani, e si basa su “Porno” libro scritto sempre da Welsh. Nel cast, come nella prima pellicola, Ewan McGregor, Robert Carlyle, Jonny Lee Miller e Ewen Bremner. «Eravamo un po’ nervosi all’idea di fare il seguito di Trainspotting» ha dichiarato MacGregor alla prima mondiale del film «soprattutto perché dovevamo cercare di farlo senza danneggiare la reputazione della pellicola precedente o lasciando in bocca alla gente un sapore stantio». Qui il video con le interviste al cast realizzate dalla Bbc durante la première. Dove gli attori spiegano di essere soddisfatti del risultato.

Anche la critica anglosassone sembra apprezzare il sequel di Boyle, per il The Guardian, nonostante T2 non sia all’altezza del primo film, contiene la stessa energia e lo stesso pessimismo insubordinato del primo Trainspotting.
Ma cosa stanno facendo a 20 anni (nove nella finzione cinematografica) di distanza i protagonisti della pellicola? Mark Renton è uscito dall’eroina e ritorna a Edinburgo con un divorzio sulle spalle, mentre Spud si fa ancora, ma l’idea “per svoltare” questa volta non è più quella di puntare sulla droga, ma di mettere in piedi un business legato alla pornografia. Se siete curiosi di sapere di più questo il trailer ufficiale del sequel, rilasciato lo scorso novembre.

Qui invece, in attesa di vedere T2 nelle sale italiane il 23 febbraio, la colonna sonora del primo Trainspotting che a partire dalla hit Born Slippy .NUXX degli Underworld ha fatto, come la pellicola, la storia.

In attesa della sentenza Italicum, i Comitati vanno oltre: «Vogliamo una legge elettorale che garantisca la democrazia»

In attesa della sentenza della Corte Costituzionale di oggi sull’Italicum, una risposta intanto è già arrivata. Non dai partiti né dal Governo visto che anche il premier Gentiloni auspica, dopo la sentenza della Consulta, una legge elettorale per Camera e Senato «che non sia troppo disarmonica», facendo capire che l’iter sarà alquanto complicato. No, la risposta è arrivata dai circa 750 comitati per il No al referendum che si sono incontrati sabato scorso a Roma in un’affollatissima assemblea con centinaia e centinaia di persone che sono arrivate da Nord a Sud della penisola, dalla Svizzera alla Sicilia. Uno dei dei punti su cui tutti sono stati d’accordo è stato proprio quello sulla legge elettorale.

Una rete permanente

La rete dei Comitati non si scioglie, anzi, rimane permanente e va avanti, appunto promuovendo una campagna sulla legge elettorale. «Subito dopo la sentenza, lanceremo una petizione popolare per chiedere una legge elettorale coerente con la Costituzione che per noi si basa su un modello proporzionale», dice Domenico Gallo, che fa parte del Comitato. Vada come vada la sentenza, sia nel caso fosse “riduttiva”, quindi con una parziale abrogazione (il ballottaggio al secondo turno) oppure invece “totalizzante” con la bocciatura integrale dell’Italicum sul quale, ricordiamo, pendono i ricorsi di 5 Tribunali (Messina, Torino, Genova, Trieste e Genova), la rete dei comitati si muoverà in modo autonomo dai partiti, cercando di influenzare in qualche modo le loro scelte.

Autonomia dalla politica

L’autonomia dalla politica ma allo stesso tempo un’azione fortemente politica. Ecco lo scenario in cui si muove il rinnovato coordinamento che ovviamente dovrà cambiare nome (forse si chiamerà “Per la democrazia costituzionale”). Dopo la legge elettorale al secondo punto della strategia futura c’è la partecipazione attiva alla campagna referendaria sui due quesiti promossi dalla Cgil sui voucher e la responsabilità negli appalti.

Chi sono, in carne e ossa, i cittadini dei comitati?

Molti sono cittadini delusi dalla politica, e che si sono riavvicinati a una mobilitazione collettiva grazie alla revisione costituzionale Renzi-Boschi. «Non votavo da dieci anni, ero deluso da tutti i partiti» ha detto qualcuno per spiegare il suo entusiasmo. Altri sono militanti delle forze di sinistra, dissidenti Pd, l’Altra Europa per Tsipras, Rifondazione comunista, Possibile. Poi ci sono sindacalisti, tanti insegnanti che hanno contestato duramente la Buona scuola, i soci di Libertà e Giustizia con il vicepresidente Tomaso Montanari che nel suo intervento ha ricordato come durante la campagna referendaria si sia ricostruito un «luogo di dibattito pubblico».

Poi ci sono loro, i costituzionalisti e i giuristi, che hanno dato via al Comitato “padre” a cui si sono rivolti gli altri locali, «nati spontaneamente», ci tiene a sottolineare Gallo, in tutta Italia. «Abbiamo fornito il logo, il materiale, ma sono indipendenti», dice. All’assemblea di sabato c’erano quasi tutti: il presidente Alessandro Pace con una coccarda tricolore sulla giacca, l’avvocato Felice Besostri che ha coordinato il pool di legali contro l’Italicum, i costituzionalisti Gaetano Azzariti, Massimo Villone, Andrea Pertici, l’avvocato Pietro Adami dei Giuristi democratici, Luigi Ferrajoli, grande filosofo del diritto. Qualche politico si vedeva qua e là ma la percezione era proprio quella che fosse un “ospite”: Nicola Fratoianni, Paolo Ferrero, Giovanni Russo Spena, Pancho Pardi, Francesco Campanella.

Rispetto della  Costituzione ma non solo

Lidia Menapace, infaticabile nei suoi 92 anni, ha lanciato l’idea di ripartire dalla festa del 2 giugno, facendo veramente festa, a cominciare dalla tradizione gastronomica, perché no? Sandra Bonsanti si è raccomandata di lasciarla stare per un po’ la Costituzione. Martina Carpani rappresentante degli Studenti per il No, ha scatenato l’entusiasmo dell’assemblea parlando con passione dell’urgenza di una lotta per il lavoro e per il diritto allo studio per i giovani. «La nostra non può essere solo una difesa della Costituzione in senso formale» ha detto tra gli applausi, incitando a una futura mobilitazione contro il pareggio in bilancio sancito dall’art.81, votato, ricordiamo, sotto il governo Monti. «Diamo poi centralità ai territori, non devono essere solo i professori il punto di riferimento», ha concluso Martina.

Un fenomeno nuovo
Nonostante le molte teste grigie di chi ha partecipato all’assemblea di sabato, si può dire che siamo di fronte a una partecipazione nuova, diffusa, senza etichette politiche,  mai vista prima. Sì, anche il Movimento per l’acqua aveva destato molto entusiasmo e partecipazione portando alla vittoria dei referendum del 2011, ma poi i comitati sorti, anche in questo caso spontaneamente, si sono a poco a poco spenti, diluiti nella “controffensiva” dei governi. In questo caso la posta in gioco è diversa, non si tratta di un problema specifico come quello dell’acqua pubblica. Si tratta di far rispettare la tutela della Costituzione, vale a dire, lottare a 360 gradi su un’ampia gamma di diritti, potremmo dire. Che ora possono essere quelli della reale partecipazione alla vita democratica mediante una legge elettorale che garantisca non solo la governabilità ma anche e soprattutto la rappresentanza oppure quelli del lavoro contro la precarietà e lo sfruttamento.

Un movimento di volontari senza alcun ombrello di partito, radicato nei territori, proteiforme, ora paladino di un tema ora di un altro. Sempre pronto a mobilitarsi. Una sentinella che non vuole tornare a casa dopo la vittoria, anzi, è più che mai determinata a rimanere sul campo a vigilare. Ecco il regalo involontario – e inatteso –  dell’ex presidente del Consiglio: l’aumento della partecipazione democratica.

Qui il documento conclusivo dell’assemblea nazionale dei Comitati. 

Il femminismo è vivo e vegeto. Ecco le prove

epa05740097 People gather for the Women's March and rally to protest President Donald J. Trump the day after he was sworn in as the 45th President of the United States, in Washington, DC, USA, 21 January 2017. Protest rallies were held in over 30 countries around the world in solidarity with the Women's March on Washington in defense of press freedom, women's and human rights following the official inauguration of Donald J. Trump as the 45th President of the United States of America in Washington, DC, USA, on 20 January 2017. EPA/JUSTIN LANE

Il successo della Women’s march a Washington (oltre 500mila persone secondo la polizia) e nel mondo (circa 2 milioni di persone) sembra raccontarci che, a discapito di quello che l’elezione di Trump poteva far pensare, il femminismo e il progressismo non sono morti. Anzi, non hanno proprio nessuna intenzione di farsi ammazzare e ridurre al silenzio a giudicare dalle foto della manifestazione. Ecco una selezione della marcia a Washington, ma anche delle manifestazioni parallele che si sono svolte nelle maggiori città del mondo.

Straordinario riflettere su come alla marcia abbiano partecipato ben tre generazioni di donne, come mostrano le varie foto qui sotto e si racconta in questo video del New York Times

«C’era gioia nel raduno di Washington, perché molti erano grati gli uni agli altri per aver partecipato e essere così numerosi. E quelli che avevano trascorso un 20 gennaio nero, il 21 gennaio hanno sperimentato un senso di sollievo: di fronte ai problemi politici che si prospettano all’orizzonte (con la presidenza Trump), ci si può alleare e trovare amici pronti ad agire insieme» scrive E.J. Dionne Jr sul Whashington post in un articolo intitolato “Perché milioni di persone si sono riunite per dire ‘no’ a Trump”

Chi ha marciato il 21 gennaio ha sperimentato un senso di sollievo: di fronte ai problemi politici che si prospettano all’orizzonte con la presidenza Trump, ci si può alleare e agire insieme

Gli slogan della marcia

Io marcio perché

In un video le voci di chi ha deciso di partecipare e marciare contro Trump.

Non notizie false, ma “fatti alternativi”: benvenuti nell’era dell’informazione versione Trump

epa05740090 White House press secretary Sean Spicer delivers his first statement in the Brady press briefing room at the White House in Washington, DC, USA, 21 January 2017. EPA/SHAWN THEW

Non sono bugie clamorose, ma “alternative facts”, fatti alternativi. Così Kellyanne Comway, che all’inaugurazione era vestita come un soldato britannico del ‘700 e di mestiere fa la consigliere del presidente. Durante un’intervista piuttosto dura da affrontare di domenica mattina, il momento della politica nella Tv americana, Comway faceva riferimento alle prime due uscite pubbliche del presidente Trump e del suo portavoce Sean Spider. I fatti alternativi sono presto detti: durante la prima conferenza stampa Spider ha attaccato i media per aver sostenuto che alla marcia delle donne su Washington, così come al giuramento di Obama nel 2009 avesse partecipato più gente che alla cerimonia di inaugurazione. Due notizie clamorosamente false. A provarlo ci sono le foto, il numero di biglietti venduto dai sistemi di trasporto pubblico di Washington e da Amtrak, la società ferroviaria. E poi il buon senso e gli occhi di tutti coloro che c’erano.

«Sappiamo che c’erano 250mila persone sotto il palco e che era tutto pieno fino al monumento a Washington ne entrano altre 500mila, sappiamo che più persone hanno usato la metropolitana che non durante l’inaugurazione di Obama, sappiamo che questa è l’inaugurazione più partecipata di sempre. Punto». Questo è Spicer. Trump, parlando alla Cia, prima uscita pubblica da presidente, ha parlato di un milione e mezzo. Una serie di clamorose bugie messe in fila. Negli spazi descritti da Spicer entrano al massimo 400mila persone, lui parla di 700mila e il giorno in cui Obama ha giurato 200mila persone in più hanno comprato biglietti (nel 2009 erano erano 500mila in più) – e c’è da aggiungere che venerdì nella capitale hanno manifestato in decine di migliaia, cosa non accaduta nel 2009 e nel 2012.

Eppure il tono di Spicer è categorico: la realtà è un’altra e ve la diciamo noi. Gli altri sono nemici di Trump e, quindi, nemici del popolo – che il presidente rappresenta, finalmente e come non era mai capitato, alla Casa Bianca. Dopo il discorso inaugurale in cui si dipingeva un’America al collasso, siamo allo spin violento, nel video qui sotto leggete l’aggressività di Spicer, che in teoria dovrebbe facilitare, rendere fluido il lavoro di comunicazione di Trump. E invece va alla guerra. In sala stampa sembra che tutti avessero la bocca spalancata. La foto qui sotto è inequivocabile. Non basta? Spicer ha spiegato che è un effetto ottico perché «per la prima volta nella storia il prato era coperto da teloni e sono stati usati magnetometri (le macchine attraverso le quali si passa in aeroporto) all’ingresso». Falsa la prima: i prati erano già stati coperti in precedenti occasioni. Falsa la seconda: all’inaugurazione non sono stati usati magnetometri.

2009-2017, le due inaugurazioni

 

Su twitter un account umoristico denominato “Sean Spicer Facts” ha già 7500 follower spiega, tra mille altre battute che «Trump è il primo uomo ad aver camminato sulla luna. Punto».

 

Poi c’è il presidente che parlando al personale della Cia, si presenta spiegando che no, lui e l’agenzia di intelligence non hanno un problema – relativo alla Russia e a come la vicenda dell’hackeraggio è stata gestita – promette che grazie agli agenti lui vincerà tutte le guerre, ribadisce che gli Usa si sarebbero dovuti tenere il petrolio iracheno (e che chissà, magari un giorno). Ma soprattutto, Trump ricorda come sia in corso una guerra tra lui e i media: «Sono in guerra con i media, sono la gente più disonesta del mondo e hanno raccontato che sia in corso una guerra tra me e voi». In sala applausi, di circostanza o meno e anche grida e boati di sostegno. Peccato che questi, come già durante la conferenza stampa tenuta prima dell’inaugurazione, venissero da una parte dello staff che il presidente si era portato dietro. Dalla claque, insomma.

Da ultimo ha parlato il moderato della banda repubblicana che gestisce la comunicazione e il lavoro del presidente, l’ex capo del Republican National Commitee e oggi capo dello staff Reince Priebus, che ha detto: «I media stanno cercando di delegittimare questa presidenza, non li lasceremo fare».

L’idea dello staff di Trump, evidentemente quella di aggirare i media tradizionali e parlare direttamente con la base attraverso l’account twitter del presidente, le talk radio conservatrici, FoxNews e i siti conservatori. Un pubblico che ha votato Trump e che tende ad ascoltare e cercare notizie da un numero di fonti limitato: le indagini sul consumo di news indicano come il pubblico più conservatore differenzi meno il proprio consumo di notizie. Gli show più ascoltati delle talk radio conservatrici fanno una trentina di milioni di ascolti al giorno, tra un pubblico soprattutto over 50, maschio e bianco. Ovvero lo stesso che vota Trump e FoxNews è il canale all news più visto, con la trasmissione del prime time, l’O’Reilly Factor che da molti anni a questa parte è la cosa più vista – anche se i numeri sono tendenzialmente bassi rispetto a quelli dei grandi network: O’Reilly è seguito in media da 2,6 milioni di persone ed ha una media oraria di un milione e 600mila telespettatori. È questo l’ambiente chiuso nel quale è cresciuta l’onda del Tea Party nel 2010 e che ha contribuito ad eleggere il presidente outsider.

L’amministrazione entrata in carica in questi giorni, evidentemente ha scelto di continuare a nutrire questo pubblico e rompere con tutti i media che tendono a dare notizie. Apparendo come in contrasto costante con “il sistema” Trump segnala di non voler ampliare la propria base e di continuare a presentare a chi l’ha votato una realtà alternativa. Una scelta strategica pericolosa: Trump entra alla Casa Bianca come il presidente meno popolare di sempre e non prova ad ampliare la sua base o cercare consensi ma a continuare a rimarcare le differenze tra sé e Washington. Che si tratti dei politici, dell’amministrazione Obama, degli eletti del suo partito o dei media. La scelta ha pagato in termini elettorali, ma difficilmente contribuirà a rasserenare il clima o a unire un Paese mai così diviso politicamente.

Non è la prima volta che i presidenti dicono bugie: lo fece Nixon prima e durante il Watergate, lo fece Reagan parlando dello scandalo Iran-Contra e lo fece Clinton durante lo scandalo che coinvolgeva Monica Lewinsky. Come nota Maria Konnikova su Politico, quei presidenti erano nel mezzo di guai e scandali e mentivano per difendere la presidenza e la reputazione personale. Trump invece sembra essere un mentitore seriale e i suoi hanno deciso di muoversi come una falange e di non cercare nemmeno a frenarne gli istinti.