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“Tutto il male del mondo”. A un anno dalla morte di Giulio Regeni, una graphic novel tira le fila

È passato un anno da quando il giovane ricercatore è scomparso. Trovato morto solo il 3 febbraio su una strada che porta al Cairo, su cosa sia successo in quei giorni – e in quelli precedenti – c’è ancora il buio. Proprio per chiedere la verità sulla morte e sulle probabili torture subite da Giulio, un ragazzo che «faceva troppe domande», a Roma è in corso una manifestazione nazionale indetta da Amnesty International, che assieme ai genitori di Regeni si sta battendo senza sosta con le autorità italiano contro l’omertà del governo egiziano.

A Bologna invece, il sito di informazione a fumetti graphic-news.com ha pubblicato un reportage a fumetti che ne ricostruisce i passaggi. In Tutto il male del mondo, non manca niente. Il tratto delicato, spesso essenziale ma incisivo del modenese Marino Neri, come nella sintesi lapidaria e tuttavia poetica del torinese Pietro Scarnera, riportano la vicenda in tutta la sua brutalità senza tuttavia mai sfiorare lo splatter.

«A un anno dai fatti, ricostruiamo una vicenda tutt’altro che risolta», spiegano gli autori, Marino Neri e Pietro Scarnera. Sull’assassinio del 28enne friulano, avvenuto il giorno dell’anniversario della rivoluzione che pose fine al regime di Mubarak, si sa ancora troppo poco. Dall’ultimo messaggio, inviato alle 19:41 alla sua ragazza, passando per le bugie di Al-Sisi, fino alle torture di cui il corpo di Regeni portava chiara testimonianza.

Prima si è parlato di incidente stradale, poi di delitto passionale tra omosessuali, poi – immancabilmente – di droga. Mancava l’epilessia, di cui sarebbe morto u’altra vittima di torture, stavolta in Italia, Stefano Cucchi. In attesa della ricostruzione ufficiale, sono i corpi dei due ragazzi a parlare per loro, raccontandoci cos’hanno subito.

«In questo caso specifico – dice a Left Scarnera – l’idea era di raccontare una storia di torture senza mostrarle. I disegni di Marino (i cui lavori sono stati tradotti anche all’estero, ndr) hanno una grazia e una sensibilità che secondo noi si prestava molto bene a raccontare questa vicenda».

 

In generale, spiega, «quello che cerchiamo di fare è di andare al di là delle immagini che normalmente circolano sui media. Quindi in questo caso abbiamo raccontato la storia di Giulio Regeni, e dei cinque egiziani ingiustamente accusati e uccisi per la sua scomparsa, senza mai disegnarli, in effetti. L’idea era anche di evocare quanto quei corpi “pesino” e siano “ingombranti” per l’Egitto ma anche per l’Italia».

Perché «la storia di Giulio Regeni – ricordano i due disegnatori  – è anche quella di cinque egiziani ingiustamente accusati, e uccisi, per la sua scomparsa». Se la versione ufficiale è molto lontana dalla verità, ancora meno è nota quella riguardante altre vittime, la cui storia è scomparsa nel nulla.

Sono Ibrahim Farouq, Tariq Sa’ad e suo figlio, Salah Ali e Mustafa Bakr. I componenti della “gang criminale” che avrebbe ucciso Regeni, uccisi a loro volta. «L’idea della storia – racconta ancora il disegnatore torinese, che con il suo primo lavoro, Dairio di un addio (Comma 22, 2010), ha vinto il concorso Komikazen – nasce dall’incontro con la giornalista egiziana Basma Mostafa, che ha indagato sui cinque egiziani realizzando un video in cui intervistava i loro familiari. Sono storie molto simili, e dimostrano che la vicenda di Regeni non è un caso isolato, come del resto mostra anche il rapporto di Amnesty International. Per noi, chiedere verità per Giulio Regeni significa continuare a tenere alta l’attenzione sui diritti umani in generale».

E cosa succederà nelle strade del Cairo oggi, nel giorno di questo cupo solstizio politico, non lo sa nessuno.

È tornato Manu Chao. Buon ascolto, in free download

Dieci anni dopo il suo ultimo album in studio, “La Radiolina”, Manu Chao è tornato. José Manuel Arturo Tomás Chao Ortega. Figlio del giornalista spagnolo, Ramón Chao, e della basca Felisa Ortega, è nato a Parigi il 21 giugno del 1961. Lì, in Francia, avevano trovato rifugio i suoi genitori, in fuga dalla Spagna di Francisco Franco. Così, Manu Chao cresce tra Boulogne-Billancourt e Sèvres, periferia parigina, tra i rifugiati delle dittature sudamericane che trovano spesso ospitalità in casa dei suoi.

Manu Chao è stato la voce dei Mano Negra, il gruppo francese di ispirazione anarchica in bilico tra il punk dei Clash e i ritmi sudamericani. Con “Clandestino” ha conquistato il pubblico di tutto il mondo, vendendo più di 4 milioni di copie. Poi, col tempo, al rock dei Mano Negra è prevalsa la musica meticcia. Ma è rimasto indenne il sodalizio tra musica e politica. Manu Chao è indubbiamente un’icona del “popolo di Seattle”.

È nato a Parigi, sì. E ha origini spagnole, sì. Ma in molti non esitano a chiamarlo “il Bob Dylan latinoamericano”. Quando si è presentato nella più grade piazza latinoamericana, lo Zocalo, laddove il subcomandante Marcos ha terminato la sua marcia, erano 100mila i peruviani, boliviani, ecuadoriani e messicani arrivati per ascoltarlo. «Sono un campionatore umano. Assorbo tutto senza rendermene conto e poi tiro fuori le sonorità più diverse. Non so più dire da dove vengano di preciso, se dal Brasile, dal Venezuela o dal Senegal». Tutto questo troverete, ancora una volta, se ascolterete i nuovi brani.

 

Tre nuove canzoni: No solo en China hay futuro, Words of Truth, Moonlight Avenue, che inaugura il progetto Ti.po.ta messo in piedi insieme all’attrice greca Klelia Renesi. Le sue parole – come sempre un mix di in castigliano, galiziano, francese, arabo, portoghese, italiano, inglese e wolof – e il suo folk internazionalista sono in free download, cliccando qui. Buon ascolto.

 

 

La verità parallela di Trump porta 1984 in testa alle classifiche di vendita

Non tutti i mali vengono per nuocere: la presidenza Trump ha prodotto il successo editoriale di diversi libri di valore. Dopo che il neopresidente si è lasciato andare a dichiarazioni non corrette o indimostrabili e diversi membri del suo staff lo hanno ripreso e rilanciato, è successo che 1984, il romanzo distopico di  George Orwell stia vendendo come non succedeva proprio dal 1984. Al momento è primo nelle classifiche Amazon.

Pubblicato la prima volta nel 1949, il classico racconto di Orwell racconta di una società in cui i fatti sono distorti e soppressi e la storia viene riscritta. Il protagonista, Winston Smith, lavora al ministero della propaganda e di mestiere lavora alla riscrittura degli articoli di cronaca sui giornali per riportare la realtà ufficiale. Le foto mostrate dal portavoce della Casa Bianca, Spicer, che spiega che all’inaugurazione non c’è mai stata tanta gente, così come l’idea diffusa da Trump che «se non avessero votato milioni di immigrati illegali», lui avrebbe vinto il voto popolare, sembrano proprio un prodotto del Ministero della Verità, per il quale lavora Smith. La campagna Trump, tramite Kellyanne Comway ha parlato di «verità alternative».

 Orwell, ex socialista che aveva raccontato la dura vita dei minatori in “The road to Wigan pier”, per poi rimanere scioccato dalla realtà autoritaria della Germania nazista e dell’Unione sovietica stalinista, aveva scritto: 

«Il linguaggio politico, con opportune variazioni di questo o quel partito, è vero per tutti i partiti politici, dai conservatori agli anarchici – è progettato per rendere veritiere le bugie e far sembrare l’omicidio rispettabile, e per dare l’aspetto di solidità al vento.”

Un po’ un’esagerazione, certo, ma una nota interessante in un anno in cui i media si sono fatti abbindolare e utilizzare dalla capacità di Trump di diventare notizia anche quando non era il caso: i media, a volta urlando troppo, a volte normalizzando il messaggio o le figure controverse che stavano attorno al presidente (Steve Bannon, lo stratega di estrema destra è tra queste), hanno lavorato indirettamente per renderlo appetibile.

In generale, tra i programmi di controllo della NSA (non voluti da Trump), la manipolazione della realtà e la individuazione di nemici reali o fantomatici (i messicani), la distopia di Orwell non sembra più una fantasia.

Ma non c’è solo 1984, anche It can’t happen here, romanzo del 1936 di Sinclair Lewis descrive l’ascesa di Berzelius “Buzz” Windrip, che sconfigge Franklin Delano Roosevelt e viene eletto presidente degli Stati Uniti, dopo aver seminato la paura e promesso riforme economiche e sociali drastiche, e rassicurando il popolo su patriottismo e valori tradizionali. Suona familiare? Vendono molto anche Brave New World di Huxley e le  Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt.

Il Trailer di 1984 uscito nel 1984, su YouTube trovate anche due vecchi film degli anni ’50

L’Italia resta tra i Paesi più corrotti d’Europa (ma sta migliorando)

Transparency International ha pubblicato l’indice di percezione della corruzione 2016.

Restringendo il focus sui Paesi dell’Unione europea, l’Italia figura tra i tre Paesi “più corrotti” insieme alla Grecia e alla Bulgaria. A livello globale, su 176 Stati, l’Italia si colloca al 60esimo posto (la mappa nell’immagine qui sopra mostra la situazione globale: più azzurro, meno corruzione, più rosso più corruzione).

Sebbene la performance del Belpaese non sia brillante, va notato che, a livello di trend, l’Italia sta risalendo la china: il suo “score” è aumentato da un pallido 42 del 2012 a un 47 di quest’anno (il punteggio calcolato da Transparency International va da 0 a 100).

Transparency International sottolinea che nel 2016 ben due terzi dei Paesi ricadono al di sotto dei 50 punti. Il punteggio medio globale si attesta infatti a 43. E se l’Italia ha migliorato la sua prestazione assoluta, secondo l’organizzazione, nel mondo, «la maggior parte dei Paesi ha peggiorato il proprio score». Del resto è però un Paese europeo a guidare la classifica mondiale: la Danimarca, si attesta in cima alla graduatoria con 90 punti.

Al centro della riflessione tematica del rapporto di Transparency International si ritrova il legame fra livelli di corruzione e disuguaglianza: i due fenomeni «sono strettamente connessi» e creano terreno fertile «per lo scontento popolare». Conseguentemente, l’organizzazione sottolinea che sono i leader populisti a sfruttare questo quadro negativo: «Utilizzano il messaggio “corruzione-disuguaglianza” per alimentare il consenso, ma non hanno soluzioni reali».

In un’analisi di supporto al rapporto, Finn Heinrich mette a confronto l’indice di percezione della corruzione e l’indice di “esclusione sociale” (l’esclusione sociale è un concetto ampio che indica uno stato di deprivazione non prettamente economico, ma che include anche una dimensione sociale “di relazioni”, ndr.) dimostra che esiste una forte correlazione fra le due. In altri termini, i Paesi con un forte grado di percezione della corruzione sono quelli in cui l’esclusione sociale è più rilevante.

Sebbene la correlazione non indichi un rapporto di causa effetto, altre analisi statistiche dimostrano che i due fenomeni si alimentano a vicenda. Come riporta Heinrich, «la corruzione comporta una distribuzione ineguale del potere nelle società, la quale si traduce, a sua volta, in una distribuzione disuguale di ricchezza e pari opportunità».

Secondo Heinrich esistono poi due movimenti politici distinti che sfruttano il legame corruzione-diseguaglianza. Da una lato, ci sono i vari Trump di turno, dall’altro il movimento globale contro le disuguaglianze capitanato da organizzazione non governative e intellettuali come Thomas Piketty e Branko Milanovic. «Partiti anti-establishment falliscono miseramente il problema della corruzione, sebbene ne facciano un cavallo di battaglia», scrive Heinrich, prima di citare il caso del Movimento 5 Stelle a Roma come «un esempio» di scuola.

Ma esiste una via d’uscita? Sì, e la ricetta di si compone di 4 indicazioni chiave:

  • fermare il fenomeno delle porte girevoli fra business e politica;
  • evitare che leader corrotti possano nascondersi dietro a “immunità” politiche;
  • rafforzare i controlli su istituti di credito, rivenditori di beni di lusso, studi legali e imprese edili che favoriscono il riciclaggio di “denaro sporco”;
  • mettere fuori legge l’utilizzo di aziende fantoccio che servono a nascondere i veri referenti di attività economiche.

Ovviamente, come sottolinea Transparency International, sono azioni che non cadono dal cielo, ma «richiedono un investimento sostanziale a livello politico, capitanato da leader di governo in grado di affrontare i poteri forti».

 

 

Il giorno del solstizio politico

Un fermo immagine tratto dal video diffuso dalla tv di Stato egiziana mostra il ricercatore friulano Giulio Regeni parlare con il sindacalista-spia che lo denunciò alla Sicurezza. Le immagini, note fin dal mese scorso anche agli inquirenti italiani, mostrano Regeni resistere a richieste di denaro in nero fatte dal capo del sindacato degli ambulanti Mohamed Abdallah, pur prospettando la possibilità di concedere soldi attraverso procedure di finanziamento della sua ricerca accademica ANSA/ CARABINIERI ROS +++ UFFICIO STAMPA EDITORIAL USE ONLY -NO SALES NO ARCHIVE +++

Nessuno sa cosa succederà nelle strade del Cairo oggi, il 25 gennaio. Se qualcuno sfiderà i carri armati che nelle date delle ricorrenze di solito blindano piazza Tahrir, circondati da soldati a fucile puntato. Se qualcuno dipingerà qualche faccia di un ormai martire sul muro. Nessuno sa se, per l’anniversario di questa rab’ia, primavera scoppiata nel 2011, in cui scesero in piazza soprattutto i giovani, qualcuno riuscirà 6 anni dopo, ancora a urlare e chiedere come allora «pane, libertà, dignità e giustizia». È un solstizio politico sempre più cupo e tutti credono di no.
Qualcuno, questo 25 gennaio, sarà a Roma, a ricordare l’anniversario di una fine, di una morte, altrettanto giovane, come quell’inizio di rivolta della società civile. Qualcun altro sarà al Cairo: forse quasi nessuno per strada, per la quantità di divise che ci saranno in giro a perquisire, forse quasi tutti a casa. Altri ancora, migliaia, saranno in cella. Molti saranno nella prigione di Tora. Dalle descrizioni che si leggono nel dossier giallo Amnesty, Tora assomiglia più a una morgue per vivi che a un carcere. Qualcuno la chiama come si deve: “inferno”.

«Pensi di avere un prezzo? Possiamo ucciderti, metterti in una coperta, gettarti in un qualsiasi cassonetto e nessuno chiederà di te». È quello che è stato detto a uno dei detenuti da uno degli agenti della Nsa, l’ex Ssi, i servizi di sicurezza dello Stato di Mubarak. L’imperativo è quello di far confessare i reati mai commessi di affiliazione a gruppi islamici, all’Is o ai Fratelli Musulmani, per essere incriminati in seguito durante il processo. E se la tortura non funziona, si minaccia di far sparire, incriminare o uccidere famiglia, amici, parenti di chi si oppone. La situazione peggiorerà ancora, perché lo scorso novembre 596 membri del Parlamento hanno votato a favore di un ulteriore ampliamento del potere del mukhabarat, dei servizi di sicurezza. Il Cairo è una città serrata come le sue celle, con le ong chiuse, dove la legge sul mukhabarat è seconda solo ad un’altra legge: un nuovo regolamento che vieta i finanziamenti dall’estero, notizia già scolorita ma che ha reso le associazioni civili sempre più latitanti, assenti.

Il 25 gennaio del 2014 sessanta tra quelli che decisero di ricordare e celebrare l’anniversario di sawra, rivoluzione, pagarono questa decisione con la vita. Tre anni dopo, nel 2017, qualcuno ha gli occhi chiusi per non vedere, qualcun altro perché bendato, perché è questo che ti aspetta se sei un desaparecidos mediorientale nel Paese dei faraoni in divisa verde. Se sei tra i prigionieri invece sei tra gli ammanettati. Quasi tutti con i cavi elettrici attaccati al viso, al corpo, ai genitali. Ecco, qualcuno passerà il 25 gennaio così, sospeso per gli arti, con corde che lo tengono legato mentre pende dal soffitto di una cella in cui l’Egitto ha rinchiuso la sua gioventù migliore.

A gennaio 2016 le sparizioni forzate e la tortura come routine delle forze dell’ordine hanno battuto ogni record per “mutilare” la società civile, con svolte “senza precedenti” nella criminalizzazione dei membri delle ong per i diritti umani. Lo dice l’ultimo dispaccio di Human Right Watch, reso pubblico solo pochi giorni fa. Per «l’escalation di repressione» in atto in Egitto, per «l’assenza di risposte da parte della comunità internazionale» – che dovrebbe almeno riconoscere «che la situazione è degenerata ben oltre il livello di repressione che esisteva nel Paese prima del 2011» -, Joe Stork, della Hrw, chiede (come molti prima di lui hanno fatto, senza risultato) «un intervento coordinato, concertato» di tutti, prima che «la società civile egiziana finisca del tutto underground». Nascosta, sotterranea. O come si dovrebbe davvero leggere: sotto terra.

Sequestro, scomparsa, tortura, violenza, morte sono «le tattiche spietate e scioccanti a cui le autorità egiziane ricorrono per terrorizzare e ridurre al silenzio i dissidenti, i manifestanti. Le sparizioni forzate sono uno dei principali strumenti dello stato di polizia in Egitto. Chiunque osi prendere la parola è a rischio e il contrasto al terrorismo è usato come giustificazione per rapire, interrogare, torturare», spiega Philip Luther, direttore di Amnesty per le aree del Medio Oriente e Africa del Nord. Tutto questo ha reso l’Egitto secondo solo alla Cina per il numero di giornalisti in carcere, detenuti senza processo e condannati. È tutto noto, tutto già battuto e ribattuto, ma va riscritto perché un anniversario, se serve a qualcosa, serve a questo: a fare i conti col tempo che passa e le sue responsabilità amplificate dal calendario e dagli orologi.

Da un anno il 25 gennaio è anche un anniversario italiano, e non solo egiziano. Un anno fa, in quei giorni, una scheggia di quella primavera che sei anni prima stava destituendo Mubarak è finita in un brillante ricercatore friulano e nelle sue ossa rotte. Alexander Stille, sul Guardian, scrisse che il suo funerale «aveva trasformato una cittadina di meno di cinquemila abitanti in una specie di assemblea generale delle Nazioni Unite. Un omaggio alla vita breve, ma da cittadino del mondo, del ricercatore italiano». La storia di Giulio Regeni rimarrà ormai legata per sempre a quella degli egiziani, religiosi o laici, giovani o vecchi, che in questo momento sono ancora legati alla “griglia”. La griglia è una sbarra a cui vengono legati, per braccia e gambe, e fatti poi ruotare tenuti in equilibrio tra due sedie, i detenuti politici di al Sisi. Questa tortura, che era così diffusa sotto Mubarak, ha conosciuto nuovi picchi di utilizzo durante il suo governo.

Per spiegare cos’è veramente una prigione nel Paese delle piramidi, forse, vale ancora la battuta dell’ex agente della Cia Robert Baer, che ancor prima che le primavere arabe scoppiassero a sconvolgere vite, mappe, e geografie, aveva detto: «Se vuoi un interrogatorio serio, mandi il prigioniero in Giordania. Se vuoi che lo torturino, lo mandi in Siria. Se vuoi che il prigioniero scompaia e nessuno lo veda mai più, lo mandi in Egitto». E all’epoca, nel 2004, non si conoscevano ancora questi numeri: 1.250 sparizioni forzate nel 2015, che diventavano migliaia solo un anno dopo, nel 2016.

«Se vuoi un interrogatorio serio, mandi il prigioniero in Giordania. Se vuoi che lo torturino, lo mandi in Siria. Se vuoi che il prigioniero scompaia e nessuno lo veda mai più, lo mandi in Egitto».

«C’è una strada che il governo ha cercato di seguire, quella della fermezza e della richiesta di cooperazione. Ultimamente ho visto segnali molto utili dall’Egitto, spero che si sviluppino, la collaborazione tra la Procura di Roma e la Procura generale del Cairo ha prodotto dei risultati», ha dichiarato il premier Paolo Gentiloni un attimo prima che finisse il 2016. E a Roma lo scorso dicembre il procuratore generale del Cairo Ahmed Nabil Sadek non ha portato nuovi indizi, nuove prove sul caso Regeni. Ma ha definito Giulio un «portatore di pace» e 36 ore dopo se n’è andato. Sono parole che comunque smentiscono quella somma di epiloghi e depistaggi narrati da mille voci ingiuste, bugie numerate e spedite dal Cairo dal febbraio 2016 in poi: Giulio è stato prima una spia, poi un drogato, e poi vittima di una tragica fine di una storia omosessuale.

Dopo il ritrovamento del suo corpo il 3 febbraio ai bordi di un cavalcavia – un cadavere con cui si è giocato a tiro a segno, dove si è scritta più volte la lettera x – i passi avanti sono stati soprattutto grazie alle parole di due donne: la madre di Giulio e la sua legale, Alessandra Ballerini, ma non dello Stato italiano che ha smesso di esercitare pressione sull’Egitto. «Non lo stiamo premendo, anzi, l’obiettivo comune tra i due Paesi sembra quello di normalizzare i rapporti tramite una verità che non sia incredibile, come tutte quelle presentate finora, né che sia una verità scomoda, cioè una verità che riguardi solo poche mele marce nel cesto sano». Cioè che l’omicidio Regeni non sia «arrivato da un ordine superiore, da un deus ex machina. Una verità secondo cui alcuni membri delle forze dell’ordine possano aver agito autonomamente, senza responsabilità giudiziaria» spiega il portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury.

Forse il premier Gentiloni, allora ministro degli Esteri, si riferiva pochi giorni fa alle recenti dichiarazioni di Mohamed Abdallah, capo del sindacato degli ambulanti, che ha ribadito di recente in un’intervista di aver parlato di Giulio ai servizi segreti. Mohamed Abdallah e cioè l’uomo che Giulio aveva definito «una miseria umana» nei suoi diari. Ma le sue dichiarazioni erano note ormai da mesi e «la Procura è dovuta intervenire due volte negli ultimi 30 giorni per ribadire che non c’erano nuovi sviluppi nelle indagini, passi avanti significativi», rammenta Noury. La verità rimane sospesa. È sempre lì dove qualcuno l’ha nascosta e dove qualcuno sta continuando a cercarla. «Il caso di Giulio dovrebbe rimanere lì dove dovrebbe stare, in Egitto, non estrapolandolo dal contesto generale della violazione diffusa». Ma del dossier di Amnesty, continua ancora Noury, si può soprattutto dire che è stato “ignorato”. Il dossier chiede di fare pressione sull’Egitto e lo chiede a tutti gli Stati, «soprattutto a quelli che hanno legami diplomatici, commerciali o di altro tipo con l’Egitto». A incontrare Abdel Fattah al Sisi ultimamente è stato l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi, per presentare un piano di sviluppo del giacimento di Zohr e aree limitrofe, per un investimento che supera i due miliardi di dollari. Anche questo è un anniversario, perché nei giorni in cui spariva Giulio, un anno fa, nella stessa città si brindava alla scoperta e allo sfruttamento di uno dei più grandi giacimenti del Medio Oriente.

Un anno dopo quelle coincidenze, quei chilometri e quei giorni, da Roma al Cairo, il volto, il nome di Giulio Regeni si è spostato di molto, anche se il suo governo, il suo caso e le sue indagini non l’hanno fatto. Con una richiesta di verità che vuole essere definitiva, che si è allargata veloce, a cerchi concentrici tra le società civile italiana ed è arrivata un anno dopo fino a qui, a ricordarlo il 25 gennaio, quando quella egiziana, oggi, non può farlo.

Questo articolo lo trovate su Left in edicola dal 21 gennaio

 

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Muro col Messico e niente rifugiati: Trump sigilla l’America

epa05736333 View of posters reading 'Trump, we are not going to pay for a wall', 'Mexico is not an enemy of the United States', 'Not to massive deportations' hang on the border line of Mexicali in Mexico, and Calexico in the United States, in Mexicali, Mexico, 20 January 2017. Donald J. Trump was sworn in as the 45th President of the United States of America on 20 January 2017. EPA/JUAN BARACK

Ieri Bana al-Abed, la bambina che twittava da Aleppo, ha scritto a Trump per chiedere al nuovo presidente di fare qualcosa per i bambini siriani. «Io oggi sono fortunata abbastanza da andare a scuola in Turchia» ma molti, troppi, rimangono in condizioni drammatiche, scrive la piccola di sette anni. La sua missiva verrà rispedita al mittente. Oggi, infatti, sarà un grande giorno per la sicurezza nazionale, che tradotto vuol dire frontiere sigillate. Ieri era stata la volta della chiusura al commercio e dell’attacco all’ambiente.

Donald Trump sa che molte delle sue promesse sono difficili da realizzare e che per ottenere risorse dal Congresso dovrà negoziare con quello che in teoria è il suo partito. Però può sedersi a un tavolo ed emanare ordini che hanno a che vedere con i suoi impegni. E terrorizzare l’America che ci tiene all’ambiente, ai diritti, alla pace. Dopo che ieri il presidente ha firmato un ordine esecutivo per cercare di aggirare lo stop imposto dall’amministrazione Obama alla XL Keystone pipeline, l’oleodotto che dovrebbe trasportare il petrolio estratto da sabbie bituminose in Canada – da costruire rigorosamente con acciaio americano – oggi sarà il giorno della sicurezza. Anche a Standing Rock, la montagna sacra che la Nazione indiana ha protetto nei mesi scorsi, non dormiranno sonni tranquilli.

Già ieri in diverse città si sono svolte manifestazioni contro l’ipotesi di ripartire con quell’oleodotto: la stessa amministrazione Obama aveva imposto lo stop dopo mesi di disobbedienza civile e una grande manifestazione a Washington. Oggi toccherà alle organizzazioni ispaniche e umanitarie infuriarsi. Trump ha infatti annunciato un «grande giorno» in materia di sicurezza nazionale. Tra le cose ci sarà l’annuncio della costruzione del muro sul confine tra Stati Uniti e Messico.

Il nuovo presidente dovrebbe firmare diversi ordini esecutivi per quanto riguarda l’immigrazione e la sicurezza delle frontiere. Tra questi anche un aumento delle restrizioni agli ingressi di persone provenienti da sette Paesi del Medio Oriente e Africa, compresi Yemen, Siria e Iraq. Ovvero un limite agli ingressi di rifugiati. Trump ha anche minacciato ci mandare i federali a Chicago se non la si smette con i morti ammazzati in strada (una frecciata al sindaco democratico Rahm Emmanuel e a Obama)

La costruzione di un muro lungo 2000 miglia lungo il confine a spese del governo messicano è una delle proposte chiave della campagna elettorale presidenziale. Quella che ha fatto forse più discutere e che gli ha fatto guadagnare molti consensi iniziali nella destra della base del partito.

Trump ha annunciato anche che prenderà misure contro le cosiddette città santuario, ovvero quelle che hanno annunciato che non coopereranno con il governo federale sulla caccia all’immigrato illegale. Una mossa che potrebbe aprire dei contenziosi legali e una battaglia politica furiosa tra alcuni sindaci di città importanti (New York, San Francisco tra le prime) e le autorità federali.

Il presidente procede spedito con la sua agenda. Per adesso sono anche solo ordini che hanno una portata limitata. Ma il messaggio che manda è inequivocabile: si procede a ritmo spedito con tutte le promesse peggiori. E ciascuna sembra fatta per provocare una parte della società americana che non lo ha votato. L’espulsione dei migranti illegali, il muro, l’oleodotto sono attacchi ai diritti delle persone. L’idea di non fare entrare i rifugiati iracheni e siriani per ragioni di sicurezza è anche un messaggio di chiusura dell’America al mondo: non ci interessa quel che capita fuori, ci sono guerre che abbiamo cominciato – o Paesi che abbiamo detto per anni essere allo stremo – ma a noi interessa di più proteggerci da una eventuale minaccia terroristica. Così, con il terrorista, possono affogare e morire i milioni di siriani che vivono in campi sparsi per il mondo. Al Qaeda e l’Isis ringraziano.

Che triste la sinistra che scodinzola a Trump

epa05747101 US President Donald Trump displays one of five executive orders he signed related to the oil pipeline industry in the oval office of the White House in Washington, DC, USA, 24 January 2017. US President Trump on 24 January 2017 signed an executive order that allows the disputed Dakota Access and Keystone XL pipelines, under the precondition that US-American steel was used. Former president Obama's administration in 2015 halted the controversial Keystopne XL project. EPA/SHAWN THEW

Dunque, uno dei primi ordini esecutivi di Donald Trump da Presidente degli Stati Uniti ha bloccato i finanziamenti del governo federale alle organizzazioni non governative internazionali che praticano o informano sull’interruzione di gravidanza all’estero. Il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha detto che erano chiare le posizioni pro-life di Trump, fin dall’inizio della sua campagna elettorale. E ha pienamente ragione.

Poi ha attaccato duramente la stampa e sempre Spicer ha parlato della cerimonia di insediamento “più partecipata della storia degli Stati Uniti”. Falso, ovviamente. Quando gli hanno fatto notare la menzogna Kellyanne Conway, una dei principali consiglieri del presidente Donald Trump, ha detto che non sono bugie ma “fatti alternativi”.

Ha cancellato con un clic dal sito della Casa Bianca la lingua spagnola, i diritti LGBT, la riforma sanitaria e i provvedimenti contro i cambiamenti climatici.

Poi ha insistito sul muro ai confini con il Messico e con il protezionismo sfrenato che ci riporta a qualche secolo fa. Insomma, Trump sta facendo il Trump e fin qui tutto bene per i suoi sostenitori.

Il velo di tristezza scende quando, a sinistra, si finge di non vedere tutto questo e si scodinzola tutti eccitati per la nuova moda dell’uomo solo al comando. Fassina che confonde il TPP con il TTIP e twitta felice:

 

(tra l’altro il TTP non esiste, ma vabbè…). Altri che ringraziano comunque l’arrivo “di un uomo finalmente nuovo”. Qualcuno esulta per il “potere tornato al popolo”. Poi ci sono quelli che, grazie a Trump, hanno potuto sputare un po’ di misoginia.

La teoria del “male sconosciuto” sempre preferibile al “male conosciuto” (in questo caso era la Clinton) comincia a prendere piede anche qui. Cambiamento per il cambiamento: la politica come arma di sostituzione del presente fine a se stessa. Non è la caduta degli ideali, no, non solo: qui siamo al deterioramento anche solo delle idee (chiare). Del resto Putin è un mito, da queste parti, no?

E poi si lamentano di non avere voti, questi.

Buon mercoledì.

Reddito minimo garantito? Macché, quella italiana «è solo una legge sui poveri»

Un momento della manifestazione dei lavoratori precari 'La meglio Gioventu'' a Piazza Farnese, Roma, per protestare, tra l'altro, contro la riforma Fornero e rivendicare diritti, come quello al reddito minimo garantito, 16 giugno 2012. ANSA/FABIO CAMPANA

«Ma quale reddito minimo garantito, questa sarà una legge sui poveri. Stop. Assistenziale, senza alcuna promozione nei confronti delle scelte di vita e dell’autonomia. Il reddito minimo va pensato invece non solo come sostegno ma per rimettersi in carreggiata». Giuseppe Allegri, sociologo e esperto di reddito minimo garantito (è di Basic Income Italia) commenta così la futura legge tanto decantata dal Governo Renzi che adesso è in discussione in Commissione Lavoro al Senato e che forse ai primi di febbraio andrà in aula. Giuseppe Allegri partecipa domani a un incontro organizzato da Possibile (“Orizzonti minimi per un reddito minimo”, Centro eventi Roma, Via Alibert 5/a, ore 14) a cui prendono parte anche Giuseppe Civati e Enrico Giovannini, ex presidente dell’Istat e ex ministro del Welfare che sotto il governo Letta aveva proposto il Sia, sostegno per l’inclusione attiva, una misura universalistica, aperta anche agli immigrati e con una dote allora prevista di 7-8 miliardi.

L’Italia è rimasta sola in Europa a non avere un reddito minimo garantito. E questo avviene mentre l’altro Paese che ne era privo insieme a noi, la Grecia, sta provvedendo, e mentre in Francia le primarie del partito socialista si infiammano proprio sulla proposta del candidato più radicale e utopista Benoit Hamon, su un reddito universale per tutti.
«L’idea sarebbe quella di confrontarsi su una proposta pragmatica sul reddito minimo in Italia, considerando il fatto che in commissione Lavoro c’è un disegno di legge fermo da tanto tempo», dice Allegri. Il quale boccia nettamente questo testo. Il reddito di inclusione, il cosiddetto Rei, «non è che l’estensione di uno strumento tuttora esistente: la Carta acquisti sperimentale Sia- Sostegno per l’Inclusione Attiva – introdotta a partire dal 2013 nelle 12 città con più di 250 mila abitanti e dal settembre scorso estesa a tutto il Paese» scrive Allegri in un articolo pubblicato su Diritti globali. Cambiano i nomi «ma sempre lì siamo: l’estensione di una carta acquisti elettronica pre-pagata delle Poste italiane, nella quale rientrerà la social card di tremontiana memoria, per confluire nel reddito di inclusione che è l’estensione della Carta acquisti sperimentale Sia», continua Allegri nel suo articolo.

La nuova legge sui poveri, abbraccia pochi cittadini, rispetto al numero di coloro che sono in povertà assoluta: un milione e 400mila rispetto ai 4 milioni e mezzo in difficoltà estrema. Anche le modalità per poter accedere al fondo sono così “ridotte” che risulta ancora una volta evidente come si vada verso l’assistenza fine a se stessa. La fretta del governo per varare la legge, continua Allegri, è data anche dalla «spinta» verso il Reis (reddito di inclusione sociale) delle associazioni dell’Alleanza contro la povertà: 37 sigle tra cui Caritas, ma anche Cgil, Cisl e Uil (un loro appello è uscito il 29 dicembre). Mentre, va detto, una parte della sinistra e di altre associazioni, sta conducendo una battaglia per il reddito di dignità (Libera, Bin Italia, il Cilap a cui ha aderito anche Maurizio Landini).

Il problema è che sull’argomento, continua Allegri, l’opposizione non è molto attiva. Per esempio quando l’esponente di Basic Income insieme agli altri rappresentanti della rete per il reddito di dignità, sono andati all’audizione, «non c’era il senatore di Sel Benedetto Barozzino», mentre i due senatori M5s non si sono dimostrati molto sensibili rispetto al loro progetto. Eppure anche il M5s porta avanti la lotta per il reddito di cittadinanza. Siamo al decimo anno di crisi e l’Italia si limita alle briciole. Sul tappeto ci sono tante proposte di legge, comprese quelle del mondo delle associazioni, ma un tentativo di ampio respiro, magari seguendo esempi europei, sembra alquanto lontano. Vedremo se domani uscirà qualche idea un po’ più concreta dall’incontro di Possibile.

Monito di Grillo ai “suoi ragazzi”: guai ai parlamentari che parleranno liberamente. Il primo avvertimento a Fico

Il deputato M5s Roberto Fico al suo arrivo all'hotel Forum per incontrare il leader del Movimento Beppe Grillo, Roma, 16 dicembre 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Può esprimere un’opinione politica solo il capo politico, ovvero Beppe Grillo. Per gli altri, al gogna. Questo viene chiarito una volta per tutte oggi, dal post comparso all’una sul blog.
«I portavoce eletti del MoVimento 5 Stelle hanno un compito ben definito: dedicarsi al compimento del programma». Il quale, sarà deciso dagli iscritti: «Sono gli iscritti a dettare la linea politica del MoVimento», precisa: «I portavoce devono semplicemente attuarla.»

Che tradotto, significa: i parlamentari non devono pensare, solo obbedire a quanto compare sul blog. Eventualmente ratificato dagli iscritti. Perché le votazioni sul blog, infatti, ben lungi dall’essere delibere assembleari derivanti da un comune percorso decisionale, non fanno altro che accettare le due o tre possibili linee decise dallo staff.

Ergo, lo staff decide, gli eletti eseguono. Ma c’è di più: il post è una vera e propria minaccia.
«I responsabili della comunicazione del MoVimento 5 Stelle sono Ilaria Loquenzi, Rocco Casalino e Cristina Belotti, rispettivamente alla Camera, al Senato e in Parlamento Europeo, che si coordinano con Beppe Grillo e Davide Casaleggio», precisa. «Tutte le uscite comunicative dei portavoce (partecipazioni a eventi, interviste alla tv, interviste ai giornali, post sui social network riguardanti l’azione politica del MoVimento 5 Stelle e simili)», incluse quindi anche le pagine personali, ndr – «devono essere concordate assieme a loro».
Perché cosa succede se vi arrischiate a pensare con la vostra testa e magari ad avere un’opinione personale? «Si rischia di cadere nelle trappole giornalistiche», è il solito spauracchio, ma soprattutto e più importante: «si rischia di danneggiare l’immagine del MoVimento 5 Stelle con uscite goffe e maldestre». E voi lo sapete, no?, sembra alludere il post, cosa succede a chi danneggia il prodotto della Casaleggio associati? «Chi danneggia l’immagine del MoVimento 5 Stelle può incorrere nelle sanzioni definite dal Regolamento: richiami e sospensioni». E soprattutto, omessa, l’espulsione.

L’orizzontalità e i valori fondanti del movimento – libertà, uguaglianza, dignità, solo per citarne alcuni di quelli scritti nello statuto attuativo – evaporano in un attimo. Almeno quello depositato dal notaio al momento della fondazione della “Associazione Movimento 5 stelle” (e dunque l’unico con valore legame vincolante), che fra i suoi “obiettivi”, ha «la convivenza armoniosa tra gli uomini attraverso lo sviluppo del talento e delle capacità dell’individuo».

Non solo, sempre la “costituzione” del Movimento, riconosce proprio «nella Rete lo strumento di consultazione e partecipazione effettivamente democratico». E invece ecco anche qui la stretta. Se non posso impedire che i giornali scrivano liberamente, posso però impedire che i “miei rgazzi” parlino liberamente, è il sotto-testo.

La reazione del comico è dovuta all’audacia di uno dei membri dell’ormai dismesso direttorio, Roberto Fico. Che ha avuto, una volta di troppo, l’ardire di esprimere la propria opinione. L’ultima, meno di un mese fa rivolta all’arresto del braccio destro del sindaco Virginia Raggi, Raffaele Marra: «Una cosa grave, gravissima». Ieri, gli chiedono di Donald Trump e della possibile alleanza con Matteo Salvini. E lui, a domanda, risponde: «Dio ce ne scampi», ha esclamato. Andando in direzione ostinata e contraria al collega e pari di grado, almeno formalmente, Luigi Di Maio, che aveva twittato il suo personale – ed evidentemente dettato dallo staff – apertura al The Donald, invitandolo a braccia aperte a una cooperazione internazionale. E soprattutto alle dichiarazioni di Grillo su Trump e Putin, ai quali il leader guarda come esempi da seguire; gli “uomini forti” di cui un governo avrebbe bisogno.

Al di là delle questioni di politica nazionale e internazionale però, la questione è ben più profonda. E interna: l’innegabile (nonostante i tentativi) e sempre meno nascosta lotta intestina che si sta consumando nel Movimento in vista della candidatura di uno dei pentastellati come futuro premier.

Fico infatti, potrebbe essere un possibile sfidante dell’incoronato vicepresidente della Camera Di Maio. Candidatura che però potrebbe rischiare di far venire a galla la spaccatura esistente fra le due diverse anime Cinquestelle. Quella del Movimento delle origini, vicino alla base e ai primi meetup (Fico fondò quello partenopeo nel 2005) rappresentato dal Presidente della Commissione di vigilanza Rai – che nei suoi post non fa che ribadire che non esistono leader, e che il movimento va declinato al plurale – e quello invece maggiormente “aziendalista”, legato alla Casaleggio Associati, e alla linea dettata dall’alto, impersonato dal giovane Luigi, sempre più uomo immagine del Movimento.

Per chi conosce la grammatica del blog, tutto lascia supporre che potrebbe essere proprio la testa del quarantatreenne deputato napoletano, la prossima a saltare. E il post di oggi, sono il primo avvertimento di una trappola che ormai è scattata. Stabilire (o ribadire forzandole con lo spauracchio delle espulsioni) regole che prendono le mosse dall’agire dell’eletto in questione. Il cui agire è ristretto a tal punto, che è inevitabile che prima o poi faccia saltare una mina. Basti ricordare come venne gestita dal blog e da Beppe Grillo la lenta e inesorabile delegittimazione di “capitan Pizza”, finita con l’uscita dal Movimento del sindaco di Parma, Federico Pizzarotti.