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Civati: «Sarà un referendum sulla precarietà e sullo sfruttamento»

Pippo Civati durante il convegno per No al referendum al residence Ripetta, organizzato dalle fondazioni Magna Charta e Italianieuropei, Roma, 12 ottobre 2016. ANSA/ ANGELO CARCONI

All’indomani della vittoria del No, il 4 dicembre, in molti invocavano il referendum di primavera della Cgil per esprimere un voto politico direttamente sulle politiche del governo, quelle del lavoro in particolare. Ma la Consulta ne ha ammessi solo due su tre. L’ok è arrivato al quesito sui voucher e a quello sulla responsabilità di committenti, appaltatori e sub-appaltatori nei confronti dei lavoratori impiegati negli appalti. Lo stop dei giudici, invece, è per il terzo quesito, quello sull’articolo 18. Cosa cambia? Lo abbiamo chiesto a Pippo Civati, leader di Possibile.

Ieri la sentenza della Corte, la confusione è tanta. E adesso?
Ovviamente sarebbe stato meglio avere la possibilità di esprimere un giudizio su tutto il Jobs act, articolo 18 compreso. Anche per mantenere un filo rosso, una corda tesa, con il voto del 4 dicembre. Ma anche così, questa resta una grande occasione per consentire ai cittadini di esprimersi sulla loro vita, sulle loro condizioni di lavoro e di vita.

La partita non è menomata?
No. I due quesiti rimasti interrogano e sollecitano comunque il Parlamento a una retromarcia, perché portano comunque a una riflessione sulla natura del contratto a tutele crescenti. Oltre a invocare due Sì, saremo portati infatti a ragionare su cosa fare di diverso, a parlare di reddito. A elaborare una proposta.

Possiamo, dunque, parlare di un “referendum sulla precarietà”?
Certo. Ma anche sullo sfruttamento. È l’occasione per parlare di controllo e rispetto dei diritti nel mondo del lavoro. Ma lo vedi che già parlandone tu e io nascono mille considerazioni? Sono tante le questioni che emergono, dai modi di produzione alla responsabilità di chi fa impresa, dallo strumento del cottimo alla totale sindacabilità nei rapporti di lavoro. Dobbiamo insomma fare i conti con il fatto che c’è stata un’accelerazione, verso il basso, in tema di diritti. E che la cosa spiacevole è che ad accelerare sia stato quel centrosinistra che si era candidato per cambiare invece direzione.

Veniamo al quesito bocciato. Sentenza politica della Consulta, errore della Cgil o cosa?
Senza nessun intento polemico, davvero, non credo che i giudici costituzionali siano a disposizione delle correnti del Pd. Ma, ripeto, senza polemiche, credo che quel quesito fosse troppo “largo” e si è esposto così a una tensione che potevamo evitarci. Teneva dentro due riforme del lavoro ed estendeva a tutte le categorie l’articolo 18. Per non rischiare si poteva chiedere semplicemente: vuoi tu tornare a prima della Fornero? Sarebbe stato abbastanza. Poi, un voto favorevole, avrebbe portato a un ripensamento generale. Ma la mia è una considerazione, non una critica.

Sinistra italiana ha presentato una mozione in Aula – calendarizzata il 23 gennaio – per chiedere al governo di fissare subito una data per il referendum. Ma ha anche presentato in commissione Lavoro una proposta di legge per l’abolizione dei voucher, chiedono l’abolizione e non un «solo maquillage». Che ne dici?
Che hanno fatto bene. In attesa che succeda qualcosa tra le correnti del Pd, tra Franceschini e Renzi, il Parlamento deve reagire. La proposta di legge di Sinistra italiana credo rimarrà una “provocazione”, non credo che il governo abolirà i voucher, ma pone comunque il tema. È davvero sorprendente che le prime due forze politiche in Parlamento non siano disponibili a fare diventare la questione dei lavoratori centrale. Perciò è apprezzabile l’intervento di Sinistra italiana, così magari usciamo dal pensiero unico… Anzi no, scusa, di pensiero ce n’è poco, dall’interesse unico direi.

Scusa se ti chiedo del Pd. Ma la loro maggioranza terrà?
Se pensano di affrontare anche questa questione con l’arroganza rischiano tanto, perché il tema dei voucher è molto popolare. Quindi cercheranno di ridimensionare il referendum intervenendo sui voucher, ma facendolo segneranno comunque una vittoria della Cgil, riuscita così a mettere in discussione qualcosa che il Pd non avrebbe in realtà mai messo in discussione. Nella maggioranza, però, non è su questo che litigheranno. La rottura credo si consumerà su un altro punto, tra chi vuole arrivare alla fine della legislatura e chi vuole votare subito. Se Gentiloni vuol durare deve fare qualcosa, e per Renzi è esattamente il contrario. Il che vale sul lavoro, ma anche su scuola, povertà, legge elettorale.

E sull’altro fronte. Che farà la sinistra da qui a primavera?
Spero sinceramente che non ci si divida sulla “questione” del quesito. Vedo che Pisapia ha riaperto la “stagione del ghirigori”, ma questa dei voucher è una questione dirimente per la vita di chi lavora e per la cultura del lavoro che c’è dietro. Noi dobbiamo concentrarci su questo, sulle questioni serie, per uscire dall’incubo. E per farlo dobbiamo essere autonomi, dal Pd, l’ho ripetuto mille volte.

Quanto è concreto il rischio che si litighi, anche su questo, a sinistra?
Chi ha dubbi se li risolva, sennò siamo in un eterno congresso.

Eterno congresso di un partito che non c’è, tra l’altro.
Appunto. Con un programma condiviso sarebbe più semplice anche costruire una posizione politica. Alle persone interessa sapere cosa faremmo noi. Se scegli invece il “politicismo” come chiave di lettura della realtà, la gente vota qualcuno che governi, vota il Pd o i 5 stelle che peraltro, sul lavoro, rischiano di somigliarsi molto, perché sono trasversali e cercano il voto di tutti. Il consenso facile, senza una lettura di sistema. Ecco: noi dovremmo fare esattamente il contrario.

Per Emmanuel Macron «L’euro va riformato al più presto»

epa05709891 French politician Emmanuel Macron waits before delivering a speech on French-German relations and the future of the European Union at the Humboldt University in Berlin, Germany, 10 January 2017. Macron is an independent candidate for the upcoming French elections. EPA/OLIVER WEIKEN

L’ex Ministro dell’economia francese nonché candidato alle elezioni presidenziali, Emmanuel Macron, è intervenuto in un dibattito organizzato dall’università Humbold, a Berlino.

Come documentato dal Irish Times, Macron si è espresso in modo molto critico sull’euro: «Dobbiamo riconoscere che l’euro è incompleto e che potrebbe sopravvivere i prossimi dieci anni senza delle riforme fondamentali».

Inoltre, l’ex Ministro ha detto che la moneta unica «non ha dotato l’Europa di una sovranità utile a contrastare la forza del dollaro, tanto meno di uno strumento per favorire la convergenza tra Paesi membri».

Le critiche alla Germania, a quel punto, non sono state nemmeno troppo velate: «La mancata funzionalità dell’euro favorisce la Germania», ha ammesso il politico originario di Amiens, prima di aggiungere che «l’euro è come un marco tedesco “debole”».

Insomma, per Macron, «mantenere lo status quo, equivale a condannare la moneta comune a uno smantellamento nell’arco dei prossimi dieci anni».

Macron avrebbe anche proposto la creazione di un budget europeo per finanziare investimenti destinati alla crescita, oltre all’estensione di aiuti finanziari ai Paesi in difficoltà: non proprio parole ortodosse, soprattutto se pronunciate a Berlino.

Secondo gli ultimi sondaggi, Macron sarebbe in forte recupero rispetto a Francois Fillon e Marine Le Pen, con una forbice di voti dal 16 al 24 per cento.

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Conflitto di interessi e guerra ai media: la prima conferenza stampa di Trump

President-elect Donald Trump speaks during a news conference in the lobby of Trump Tower in New York, Wednesday, Jan. 11, 2017. (ANSA/AP Photo/Evan Vucci) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]

È stata una giornata complicata per la politica americana. Al Senato procedono tra le proteste le sedute per la conferma dei Segretari di Stato, dei Trasporti e alla Giustizia. Trump ha maltrattato i giornalisti durante una conferenza stampa e promesso che no, non farà nulla per risolvere il colossale conflitto di interessi che lo riguarda. Partiamo da qui e dalle reazioni al piano del presidente eletto che ha annunciato che non dismetterà nessuna delle sue partecipazioni nella corporation che porta il suo nome ma, semplicemente, passerà il controllo ai figli («E badate, non sono obbligato a farlo, ma loro non mi diranno mai nulla delle scelte che faranno»).

La reazione di Walter Shaub, direttore dell’ufficio etico incaricato di approvare questo tipo di operazioni è stata immediata e secca: «Si tratta di una soluzione non in linea con gli standard degli ultimi 40 anni ed è totalmente insoddisfacente». Shaub ha paragonato la scelta di Trump a quella del Segretario di Stato in pectore, Rex Tillerson, che si è completamente svincolato dalle sue proprietà alla Exxon ed ha rinunciato a milioni in bonus. Tillerson ha altri problemi – ad esempio è troppo amico di Putin e la cosa non piace affatto anche a una parte dei senatori repubblicani che lo stanno valutando – ma sul fronte etico si è comportato bene.
Non così il presidente eletto, i cui avvocati si sono anche rifiutati di mostrare i termini dell’accordo tra lo stesso Trump e se stesso: non solo non si scioglie il conflitto di interessi, ma bisogna anche fidarsi delle parole del suo avvocato. Diversi costituzionalisti autorevoli, anche repubblicani, hanno detto che la soluzione è inappropriata o «illegale».

Quel che però ha occupato lo spazio mediatico della giornata è la prima conferenza stampa di Trump da dopo le convention – esatto, non affrontava i giornalisti da sei mesi. Ancora una volta, il presidente eletto ha avuto la capacità di oscurare ogni altra notizia importante (ad esempio una serie di testimonianze molto autorevoli che sostengono che il Segretario alla Giustizia nominato sia un razzista). In sala c’erano decine di membri dello staff pronti ad applaudire gli insulti ai giornalisti. Il reporter CNN dice di essere stato minacciato di essere sbattuto fuori e persino FoxNews, il canale più conservatore e trash tra gli all news, ha criticato Trump: «Un presidente non delegittima un reporter mentre fa il suo lavoro», ha detto Sam Sheperd, uno degli anchorman di punta del canale.

Durante la conferenza stampa Trump ha detto:

  • Che il muro alla frontiera con il Messico si costrusice subito e che «in qualche forma i messicani lo pagheranno». (Il presidente messicano Pena Nieto ha risposto che se lo può dimenticare).
  • Ha ammesso che si, i russi hanno hackerato il quartier generale democratico e ribadito che è colpa loro e che lo fanno tanti altri, i cinesi in primis. (vero: ma i cinesi rubano segreti industriali, non provano a determinare il risultato delle elezioni)
  • Che il Congresso rimpiazzerà la riforma sanitaria di Obama in fretta (non ha dato dettagli su come, ma sarà un piano di cui gli americani «andranno fieri»):
  • Che CNN è un’organizzazione corrotta che diffonde fake news e che viviamo in qualcosa di simile alla Germania nazista – si è rifiutato di rispondere alle loro domande. (il caso qui è complesso, Cnn ha diffuso la notizia sul dossier con segreti almeno in parte falsi – prostitute, accordi, scambi di favori con Mosca. Il dossier è stato confezionato contro di lui da una ex spia britannica pagata da suoi avversari repubblicani, lui era stato informato della cosa e ora accusa le agenzie di sicurezza di averlo passato ai giornali, che accusa di averlo pubblicato. A prescindere dai contenuti e dalla possibilità che Trump sia ricattabile da Putin, l’apertura di un fronte ampio con stampa e agenzie dell’intelligence è un rischio enorme per il presidente. Che ancora una volta sembra non capire a che gioco sta giocando).

Trump continua a rappresentarsi come il nemico dei poteri forti, i media corrotti e parte dell’establishment, e a sostenere che il fact-checking o l’attenzione ai particolari, il legame tra parole e azioni, sia ininfluente. Nelle stesse ore in cui il presidente eletto teneva la sua conferenza stampa, in Senato si tenevano le audizioni per la conferma dei segretari. Tillerson, il Segretario di Stato designato è stato piuttosto duro con la Russia – non poteva fare altro – smentendo di fatto i toni di Trump. Può durare all’infinito questo gioco?

I momenti cruciali della conferenza stampa

 

Al via la commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. Tardiva e inefficace

La sede del Monte dei Paschi di Siena in via Manzoni, a Milano, dove si è riunito il cda della banca, 19 dicembre 2016. ANSA/MATTEO BAZZI

Mentre si attende che il ministero del Tesoro salvi Mps con una manciata (oltre 6) di miliardi freschi, è stata salutata con consenso ecumenico la notizia della commissione d’inchiesta parlamentare sul sistema bancario. Una trattativa segreta tra Pd e Forza Italia e, alla fine, è saltato fuori dal cilindro l’ok generale. «Ma rischia di essere inutile», dice Giulio Marcon deputato di Sinistra italiana e componente della Commissione Bilancio della Camera. Sì, è vero, la proposta di legge arriverà al Senato a fine mese, ma a che cosa servirà? È un po’ come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. «Si arriva alla mozione di istituire una commissione d’inchiesta con grande ritardo, eppure i problemi delle banche, e non solo del Monte dei Paschi, erano noti da tempo. Ora, essendo alla fine della legislatura, non so con quali tempi verrà fatta, ma sicuramente non ci sarà il tempo materiale per produrre dei risultati entro il termine di questa legislatura». Una commissione d’inchiesta su un tema così delicato e complesso – e con le sue ramificazioni tentacolari, nella classe politica – potrebbe richiedere infatti molto tempo. «È comunque un’occasione persa, perché si arriva tardi e con troppa lentezza. E poi c’è da evidenziare la genericità dei compiti di questa commissione. Dire che si deve occupare di tutto il sistema bancario significa fare un lavoro enorme, senza andare a vedere subito l’obiettivo e cioè analizzare i comportamenti di quelle banche che adesso sono sotto esame dell’opinione pubblica e della commissione europea». Marcon si riferisce a Mps, le due banche venete (Veneto banca e Popolare Vicenza) e le quattro oggetto del decreti salva banche del governo Renzi (CariFerrara, Etruria, Banca delle Marche e CariChieti). Sinistra Italiana ha presentato una mozione in cui si chiede proprio questo, che si restringa il campo di azione alle banche nell’occhio del ciclone con un lavoro più specifico.

Un altro aspetto della vicenda riguarda i debitori di Mps, cioè quei gruppi o imprenditori che avevano ricevuto dei prestiti nel corso degli anni e che non li hanno mai restituiti. Lo stesso presidente dell’Abi Antonio Patuelli aveva lanciato un appello perché almeno i nomi dei primi cento debitori si rendessero noti. Intanto i media hanno già pubblicato alcuni nomi di imprenditori, immobiliaristi, grandi gruppi industriali, cooperative che sono esposti dal punto di vista creditizio. È tutto da dimostrare in che termini, ma intanto la domanda è: c’è stato un atteggiamento un po’ troppo “leggero” da pare dei vertici bancari nel concedere i prestiti? Tra l’altro Mps con i suoi 27 miliardi di euro di crediti deteriorati (gli Npl, non performing loans) è solo la punta dell’iceberg. Nel 2016 secondo i dati della Banca d’Italia le sofferenze bancarie lorde sono aumentate: 199 miliardi di euro contro i 198 del 2015.


Come si è arrivati a questo punto? Giulio Marcon fa risalire tutto alla legge Amato del 1990 che sancì la privatizzazione degli istituti di credito. «Si voleva sottrarre il sistema bancario dalla influenza della politica, ma in realtà ci ritroviamo un sistema bancario privatizzato che continua ad essere un crogiuolo che vede dentro sia una parte del sistema industriale che una parte del sistema politico. Se l’inchiesta si farà, spero che si metta in evidenza quello che è sotto gli occhi di tutti, e cioè che nel caso di alcune banche, alcune operazioni – investimenti o acquisizioni che sono stati fatti, per esempio nel processo di allargamento – o sono sono state veicolate da una parte del sistema politico o comunque fortemente condizionato o con interessi evidenti, nel caso del Mps, da parte di potentati locali». Quindi la politica che si voleva far uscire dalla porta rientra dalla finestra. Ora, con la commissione d’inchiesta, sta alla stessa politica riuscire ad analizzare un “groviglio armonioso” – questa era la definizione sull’intreccio Mps-politica-Siena – in cui, appunto, la politica stessa c’è dentro fino al collo. Inutile dire che occorrerà davvero una visione “laica” e soprattutto oggettiva del problema.

La resistenza degli intellettuali turchi anti regime

Asli Erdogan

Mentre in Turchia il Parlamento sta mettendo mano alla revisione costituzionale in senso presidenzialista ( permettendo a Recep Tayyip Erdoğan di governare fino al 2029), la libertà di stampa e di espressione in Turchia è sempre più a richio. Sono sempre di più  i giornalisti accusati di reati di opinione  e spediti in carcere. Le organizzazioni per i diritti umani  e per la libertà di stampa ne contano più di 120. Intanto sono stati chiesti 10 anni di carcere per i giornalisti Erdem Gül e Can Dündar  (oggi costretto in esilio a Ginevra) per articoli sul traffico di armi tra Turchia e Siria.  Ma nonostante sia stata rilasciata dal carcere per qualche giorno a fine dicembre, è ancora sotto processo la scrittrice Aslı Erdoğan, arrestata nell’estate scorsa solo per aver collaborato al gionale filo curdo Özgür Gündem e rischia l’ergastolo. In suo sostegno Tempo di libri ha organizzato per il 12 gennaio a Milano un incontro, a cui Asli parteciperà da Istanbul collegandosi via skype. Insieme alla curatrice del programma generale di Tempo di Libri,  Chiara Valerio, sul palco del Teatro dal Verme dalle 18,30 ci saranno, fra molti altri, Pinar Selek, Lirio Abbate, Silvia Ballestra, Roberto Keller, Lea Nocera,  Marino Sinibaldi di Radio 3 e Giulia Ansaldo, autrice della bella traduzione del Mandarino meraviglioso di Aslı Erdoğan, pubblicata in Italia da Keller, che ci ha racconta così il suo incontro con la scrittrice turca:

Ho conosciuto Aslı Erdoğan come scrittrice quando ero studentessa all’Inalco di Parigi, grazie al mio professore di letteratura turca Timur Muhidine, nonché suo editore per la casa editrice Actes Sud in Francia. Ho letto prima alcuni suoi racconti, in particolare Tahta Kuşlar, (Uccelli di legno), inedito in Italia, che ha vinto numerosi premi in Turchia e all’estero. Il Mandarino meraviglioso è stato il primo romanzo che ho letto interamente in turco, e poi, grazie all’editore Keller che ha accolto la proposta, il primo libro che ho tradotto. Aslı di persona l’ho conosciuta più tardi, nel gennaio del 2015 in un café di Istanbul (nessuno di quelli descritti nel libro…) Nonstante i suoi libri fossero già stati tradotti in 16 lingue era entusiasta di ricevere la copia in italiano.

Come racconterebbe il  lavoro Aslı Erdoğan scrittrice ?

Il percorso di Aslı è molto particolare. Fisica di formazione, lavorava al CERN di Ginevra come ricercatrice in fisica nucleare già a venticinque anni, esperienza che riporta nel Mandarino. La scrittura le si è imposta in qualche modo, tanto che nel 1996, quando si trovava a Rio de Janeiro per un dottorato in fisica, dopo che aveva già pubblicato due romanzi e diversi racconti in Turchia, ha abbandonato la carriera accademica per dedicarsi interamente alla scrittura. Scrivere per Aslı, credo sia prima di tutto affermazione e necessità. Molte sono le frasi nei suoi scritti in cui scrivere è accompagnato da verbi servili come dovere e potere. Un dovere non solo sentito, per esprimersi individualmente, ma anche un dovere morale nei confronti dell’umanità. Scrivere per raccontare e per dovere di raccontare la realtà attraverso il filtro della propria esperienza.«Scrivere per me è l’unica forma di esistenza, e questa è di per sé una forma di resistenza. Ma una resistenza in cui sin dal principio ho accettato le sconfitte della scrittura…Per me la letteratura è far parlare le ferite.»

 Quale è stata la sua esperienza  nel tradurre Il mandarino meraviglioso?

Questo libro è stato oggetto della mia tesi in traduzione ed è diventato poi il mio primo vero lavoro di traduzione. E questo è stato un bene e un male. Bene perché l’ho tradotto con un approccio molto sensibile; è un libro duro, che racconta esperienze personali ma anche getta uno sguardo lucido sia sulla società turca, grazie alla distanza, che su quella europea, grazie alla scoperta. Io avevo ventotto anni -circa l’età che aveva Aslı quando l’ha scritto- e vivevo all’estero, in Europa, lontana dalla Turchia che già conoscevo… In un certo senso è stato un lavoro viscerale, e qui male; avevo meno strumenti e conoscenze sia della scrittura di Aslı che del lavoro di traduttrice in generale. Rileggendolo oggi mi chiedo se farei le stesse scelte, per certo so di essermi calata profondamente nella esperienza di questo libro.

Cosa ha avuto sue notizie dal carcere?

Nei mesi in cui è stata in carcere le notizie che ci giungevano dal suo avvocato o da brevi messaggi che lei riusciva a far circolare all’esterno, le testimonianze di personalità che erano state a visitarla sono riuscite a raccontare in parte la situazione. Aslı soffre di problemi di salute cronici che non ha la possibilità di seguire e curare adeguatamente in carcere. Oltre a questo i suoi contatti con l’esterno erano estremamente limitati. Tuttavia lei era al corrente della mobilitazione in suo sostegno da parte di scrittori, editori, giornalisti, librai, lettori, agenti letterari, amici, familiari … in Turchia e in Europa, e questo le ha dato sostegno e coraggio. Le Monde le ha dedicato la prima pagina il giorno della prima udienza del processo al quotidiano özgür gündem che si è tenuta il 29 dicembre e che vedeva lei e la linguista e traduttrice Necmiye Alpay accusate di terrorismo assieme a altre sette persone legate al giornale. La richiesta di scarcerazione da parte del procuratore per Aslı Erdoğan, Necmiye Alpay e Zana Kaya, caporedattore del giornale, è stata accettata,e Aslı si trova finalmente in libertà, pur se provvisoria, pur se con l’impedimento di lasciare il paese. Ci saranno altre fasi del processo, il direttore del giornale si trova ancora in carcere, e nessuno al momento è stato giudicato innocente. Per questo è importante continuare a parlarne e leggerne. Esiste anche una pagina facebook “Libertà per Aslı Erdoğan”, così come esiste in francese e in inglese, per promuovere le notizie e le iniziative che la riguardano.

 Gli intellettuali laici e non in linea con regime riescono a far sentire la propria voce ?

Parlare di ”intellettuali laici” in Turchia non rende bene il quadro di una società molto più complessa e composita che non si divide solo in sostenitori e oppositori; ci sono intellettuali islamici e laici poco intellettuali, religiosi che non appoggiano il governo e sostenitori non troppo devoti… Si può parlare del mondo dei media, del giornalismo e dell’accademia che ha subito e continua a subire censure e arresti per aver espresso pubblicamente opinioni sfavorevoli al governo, o per essere sospettato di appartenere a qualche organizzazione che lo contrasta. Tuttavia continuano a esserci molte voci, giornali, siti web e esperienze sociali e culturali che s’impegnano a trasmettere un’informazione e una visione critica del paese di oggi e una resistenza propositiva. Giornali chiusi che rinascono sotto un altro nome, parlamentari che inviano racconti dal carcere, consorzi che si occupano concretamente di sostegno alimentare alle famiglie più povere, mostre di giovani artisti siriani, associazioni di avvocati, festival di documentari indipendenti, staffette di scrittori a sostegno delle colleghe e dei colleghi arrestati… Credo siano queste le esperienze più esplicite e significative dei “non allineati”.

Quei malati per terra hanno un amichetto del cuore: la privatizzazione della sanità

Emilia Squillante, una delle infermiere che sabato notte hanno prestato soccorso ai pazienti adagiati sul pavimento del pronto soccorso dell'ospedale Santa Maria della Pietà di Nola, mostra la foto diffusa sui social che la ritrae durante l'intervento, 11 gennaio 2017. ANSA / CIRO FUSCO

L’inumana vicenda dell’ospedale di Nola e quella foto di ammalati appoggiati sul pavimento porta con sé alcuni effetti a breve termine e concorre a un disegno a largo raggio. Se dal punto di vista politico e amministrativo sono il presepe malato dell’annuncite del governatore campano De Luca, bravissimo a spargere veleno quanto inetto nel prendersi cura, dal punto di vista culturale e sociale sono il migliore spot pubblicitario per una turboprivatizzazione della sanità che ostinatamente continua ad essere la volontà nemmeno troppo nascosta di un corpo politico (di centrodestra e di centrocentrocentrosinistra in egual modo) incapace di contare i voti senza scambiarli con i soldi.

Una sanità pubblica inefficiente (ma vale per la scuola, per l’acqua e ha già funzionato perfettamente per i trasporti) è lo spot naturale per aprire le porte all’imprenditoria “brava e efficiente” come soluzione salvifica. Ogni malfunzionamento chirurgico e premeditato nel pubblico è un sabotaggio sistematico al socialismo e un’apertura al liberismo. Un mattoncino, una tacca, perché la gente infine si convinca.

Allo stesso modo la punizione dei medici senza mettere in discussione i mezzi e l’organizzazione non è solo il vigliacco scaricabarile di un presidente di regione più infantile delle macchiette che spernacchia ma è la temperatura di un centrosinistra che ha tradito, infangato e svuotato gli ideali di cui finge di essere portatore.

A occhio nudo fa meno impressione di un’abolizione dell’articolo 18 ma il disegno generale ha quello stesso odore. È sempre quella cosa lì: una classe dirigente che sogna di diventare il consiglio di amministrazione del Paese.

Buon giovedì.

È arrivata la sentenza (annunciata) sul referendum contro il Jobs act

Il presidente del consiglio Matteo Renzi (s) con il ministro del lavoro e politiche sociali Giuliano Poletti (d) durante la conferenza stampa a palazzo Chigi al termine del consiglio dei ministri, Roma 18 maggio 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Niente da fare: il quesito referendario proposto dalla Cgil che avrebbe reintrodotto l’art.18 e smontato il Jobs act, è stato giudicato inammissibile dalla Corte Costituzionale. È arrivata così, dopo due ore di camera di consiglio, una sentenza in realtà abbastanza annunciata. Tant’è – notano subito le agenzie – che la stessa Cgil (dove pure Camusso annuncia un possibile ricorso alla Corte europea) aveva già pronti i cartelloni con scritto “Due Sì per l’Italia”, per la prima conferenza stampa post sentenza.

Lo stesso professor Massimo Villone, parlando con noi di Left, aveva riconosciuto le ragioni di un un certo pessimismo e indicato l’appiglio tecnico che difficilmente i giudici, anche pressati dalla maggioranza di governo, si sarebbero lasciati sfuggire. Quello sul Jobs act, diceva Villone come altri, in realtà sarebbe potuto esser valutato come un quesito parzialmente propositivo, almeno nei suoi effetti, ripristinando tutele tolte dall’ultima riforma ma – «attraverso un’operazione di ritaglio» – estendendo, ad esempio, l’art.18 anche alle imprese con più di cinque dipendenti.

La Corte ha invece detto sì al quesito che abolisce i voucher e al terzo, su cui la Cgil ha raccolto le firme, sugli appalti. Procedura vorrebbe che ora il governo fissasse la data, in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno. Non è detto però che neanche questi si faranno, non entrambi, almeno.

Le reazioni alla sentenza sono infatti quelle prevedibili, con la destra e l’area di governo che brinda per lo scampato pericolo: ora bisogna solo evitare anche il quesito sui voucher, per cui dovrebbe arrivare apposito intervento legislativo a cui – come dice anche Beatrice Lorenzin, tra gli altri, commentando la sentenza – Poletti sta già lavorando e che dovrà esser poi valutato dalla Cassazione.

Il motivo per cui da sinistra si parla di una sentenza “politica” – oltre a alcuni precedenti, rievocati, ad esempio, dalla senatrice Loredana De Petris nel post qui sotto – è che molti esponenti della maggioranza brindano proprio per le conseguenze politiche della sentenza, che per Maurizio Sacconi, ad esempio, evita «un conflitto sociale e politico antistorico».

Per Maurizio Lupi, invece, scongiura un referendum che – se perso dal governo, come previsto dai più, «avrebbe riportato indietro la legislazione sul lavoro a un sistema rigido e senza flessibilità, con il risultato di ingessare ulteriormente il mercato del lavoro e lo sviluppo soprattutto delle piccole imprese». «Per fortuna le lancette non tornano indietro», dice poi Nicoletta Favero, senatrice dem e segretaria della commissione Lavoro.

Alde, Efd, Enf. Quanti sanno di che si parla? Cosa sono e a cosa servono i gruppi parlamentari europei

epa05110404 Guy Verhofstadt (R), leader of the ALDE Liberal group at the European Parliament, speaks with Jean-Claude Juncker (L), President of the European Commission, before the plenary session at the European Parliament in Strasbourg, France, 19 January 2016. EPA/PATRICK SEEGER

Alde, Efd, Gue, S&D, Ppe. Sigle che popolano le pagine dei giornali e i nostri canali social. Quando Beppe Grillo chiede di aderire all’Alde, per esempio, e la sua proposta viene rifiutata, in molti lo deridono (un fiume di sfottò ha invaso la rete), teorizzano complotti (“non ci vogliono perché ci temono”) o restano perplessi. Ma quanti, davvero, sanno cosa sono l’Alde o l’Efd?

Dal 17 al 19 gennaio, inoltre, si aprirà la sessione per l’elezione del presidente dell’Europarlamento, a Strasburgo. Dopo che Martin Schulz ha lasciato in anticipo la carica per candidarsi probabilmente alla guida del suo Paese, si rende necessario scegliere il successore. Quest’anno il nuovo neopresidente dovrà fare i conti con i delicati dossier in capo all’Europarlamento, in tema di migrazioni, lotta al terrorismo, battaglie contro l’evasione fiscale e tutela dei diritti dei consumatori.

La corsa alla presidenza. Sono tutti italiani i principali candidati alla guida dell’Assemblea di Strasburgo: il socialista Gianni Pittella (Pd), il popolare (ex deputato di Forza Italia) Antonio Tajani ed Eleonora Forenza della Sinistra europea. Da tempo, alla luce della loro peso politico e numerico, l’elezione del presidente è figlia di un accordo tra popolari e socialisti che li porta ad alternarsi alla presidenza. In nome di questo accordo, la carica toccherebbe dunque al popolare Tajani. Ma alla guida dell’esecutivo europeo, la Commissione, c’è già un popolare: Jean-Claude Juncker. Per questo, Gianni Pittella si candida mettendo in discussione il criterio dell’alternanza. Ed ecco un’altra occasione in cui incapperete nelle numerose sigle dei gruppi europarlamentari.

Il Parlamento Ue. I 751 deputati che siedono al Parlamento europeo rappresentano gli oltre 500 milioni di cittadini europei e vengono eletti nei 28 Stati che fanno parte dell’Unione e il loro numero è determinato dalla popolazione di ciascuno Stato membro (minimo 6, massimo 96). Si riuniscono a Strasburgo o a Bruxelles e non sono raggruppati per nazionalità, ma per affinità politica, perciò (tranne i 18 indipendenti che non sono iscritti ad alcun gruppo) si distribuiscono nei 9 gruppi politici europei.

PPE

È il gruppo più numeroso (e lo è dal 1999), con 217 deputati. Europeista e di centrodestra, il gruppo del Partito popolare europeo raccoglie le forze politiche che possiamo chiamare moderate, democristiane e conservatrici. Fondato nel 1976 da partiti cristiano-democratici, ispirati da De Gasperi, Adenauer e Schumann nel secondo dopoguerra, successivamente ha visto l’adesione anche di soggetti appartenenti all’area di centro-destra. Nella loro parte di emiciclo siedono, tra gli altri, la Cdu tedesca di Angela Merkel, Les Républicains (Lr) francesi, movimento fondato da Nicolas Sarkozy, il Pp spagnolo di Mariano Rajoy e Forza Italia.

S&D

Con 189 deputati, segue il gruppo dell’Alleanza progressista dei socialisti e democratici. Europeista e di centrosinistra, nasce nel 2009 su proposta di Dario Franceschini. Da quel momento il tedesco Martin Schulz, presidente del Partito socialista europeo, apre il gruppo, oltre che ai socialisti, ai progressisti e democratici: il cipriota Partito democratico, il lettone Partito dell’armonia nazionale e l’italiano Partito democratico (che, poi, nel 2014, confluito nel Pse).

ECR

Il gruppo dei Conservatori e riformisti europei, raggruppa i 74 deputati di partiti conservatori di destra e di centro-destra che si dichiarano euroscettici e antifederalisti, in quanto si oppongono al federalismo europeo. Creato il 22 giugno 2009, nasce sulla scia dell’associazione Movimento per la Riforma Europea, creata dai Conservatori britannici che non intendevano più restare nel gruppo del Partito popolare europeo. Si propone di difendere la sovranità dei singoli Stati contro il federalismo europeo, si dichiara per il rispetto del principio di sussidiarietà e a favore del libero mercato per una minore tassazione e minori ostacoli burocratici. Infine, si oppone all’immigrazione illegale ed esprime forti critiche all’euro-moneta e alla burocrazia europea. Da luglio 2014 è il terzo gruppo parlamentare, è cresciuto dopo l’ingresso di nuovi partiti greci, bulgari, tedeschi e slovacchi non presenti nel precedente Europarlamento. I partiti più influenti per numero sono il Partito conservatore britannico e l’Afd tedesco. Il 17 maggio 2015 l’eurodeputato di Forza Italia Raffaele Fitto lascia il gruppo Ppe e aderisce al gruppo conservatore.

ALDE

Il Gruppo dell’Alleanza dei liberali e democratici, con 68 deputati, è la somma di due partiti europei: l’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (Alde) e il Partito democratico europeo (Pde). Liberale e di centro, ne avrete letto in questi giorni per aver rifiutato l’ingresso al M5s italiano. Si fonda su un rigido decalogo, il loro Programma per l’Europa. Eccolo:
1. Promuovere la pace, attraverso un’Unione nella tradizione federalista.
2. Fare dell’Ue un attore globale, superando il divario tra la sua dimensione economica e politica.
3. Aprire e democratizzare l’Unione europea.
4. Garantire i diritti fondamentali di tutti i cittadini europei.
5. Promuovere l’istruzione a tutti i livelli.
6. Rafforzare la governance economica dopo l’introduzione dell’euro.
7. Eliminare le frodi e l’eccessiva burocrazia.
8. Fare dell’Europa il leader mondiale in materia di protezione ambientale.
9. Far sì che la globalizzazione funzioni per tutti.
10. Garantire appieno il riconoscimento e la valorizzazione del ruolo delle regioni europee.

GUE/NGL

Il Gruppo della Sinistra unitaria europea e della Sinistra verde nordica, conta 52 deputati uniti nella lotta all’austerità, per lo sviluppo economico sostenibile, per contenere la pericolosa ascesa dell’estrema destra e contrastare i negoziati Ue-Usa sul Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip). Con 26 donne e 26 uomini, è l’unico gruppo equilibrato sotto il profilo del genere. E ha una struttura confederale, cioè rispetta la diversità delle identità e delle opinioni dei deputati. È composto da due sottogruppi: il Partito della Sinistra Europea, socialista e comunista e l’Alleanza della Sinistra Verde Nordica, ecosocialisti del Nord Europa. Al suo interno troviamo Syriza, Podemos, Bloco de Esquerda, Front de Gauche, Linke, l’italiana L’Altra Europa con Tsipras e due indipendenti, l’irlandese Luke Ming Flanagan e l’italiana Barbara Spinelli.

Verdi/ALE

Il Gruppo Verde/Alleanza libera Europa, con 50 deputati, dal 1999 raggruppa il Partito Verde Europeo e l’Alleanza Libera Europea. Ambientalista, ecologista e regionalista, si colloca in un’area di centrosinistra e si differenzia dai verdi del Gue per l’ideologia liberal socialista.

EFD

Il Gruppo Europa della libertà e della democrazia diretta, con 44 deputati, ha come base comune la contrarietà al centralismo burocratico dell’Unione europea. Euroscettico e populista di destra, ha subito una fuoriscita importante in termini quantitativi nel 2014 quando, il secondo gruppo più numeroso, la Lega Nord, è passato al nuovo gruppo fondato da Marine Le Pen. La fuoriuscita della Lega dall’Efd, dopo l’accordo con il Front National era inevitabile: il capogruppo Nigel Farage era stato chiaro: è esclusa ogni alleanza con le forze di estrema destra come quella «antisemita» di Le Pen. Dentro l’Efd però, ancora guidato dall’Ukip di Farage (22 membri), resta il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo (17 membri) che ha tentato – invano – il passaggio ai liberali.

ENF. Il gruppo Europa delle nazioni e della libertà, con 39 deputati, è la creatura di Marine Le Pen. Euroscettico e di estrema destra, si compone dei fuoriusciti dall’Efd: il Front National (Fn), l’olandese Partito per la Libertà (Pvv) di Geert Wilders e la Lega Nord di Matteo Salvini. Più – chiamati per raggiungere la soglia di 25 europarlamentari provenienti da almeno 7 differenti nazioni (necessaria per formare un gruppo parlamentare) – il Partito della Libertà Austriaco (Fpö), il polacco Congresso della Nuova Destra (Knp) del belga Interesse Fiammingo (Vb) e di Janice Atkinson fuoriuscita dallo Ukip, con il loro arrivo l’alleanza diventa un gruppo parlamentare, nel 2015. Chiedono l’uscita di ogni Paese dall’euro e la revisione dei trattati sull’immigrazione.

 

Dopo la figuraccia sull’Alde, Grillo perde pezzi in Europa

Beppe Grillo e Nigel Farage (S) alla riunione del gruppo Efdd al Parlamento europeo di Strasburgo, trasmesso in diretta stream 01 luglio 2014. ANSA / WEB +++ EDITORIAL USE ONLY +++ NO SALES +++ NO TV +++

Marco Affronte, eurodeputato, divulgatore scientifico, lascia il Movimento 5 stelle, aderendo da indipendente al gruppo dei Verdi europei. Ne dà la notizia prima il verde Angelo Bonelli, tutto contento, e poi lo stesso Affronte, con una comunicazione molto formale. «A partire da oggi», scrive su facebook, «entro a far parte, come indipendente, del gruppo al Parlamento Europeo “Verdi – Alleanza Libera Europea”». «Resterò membro titolare delle Commissioni Pesca e Ambiente», continua Affronte, e «il Gruppo V-ALE conterà così su 51 parlamentari da 18 Paesi diversi». A seguire Affronte, a ruota, è poi però anche la collega Daniela Aiuto (anzi no, ci ha ripensato, dopo aver incassato il voto favorevole dei Verdi) e poi sull’uscio è anche Marco Zanni, che guarda però guarda più all’Enf di Le Pen e Salvini.

La questione dunque, è così tutto fuorché tecnica. E l’addio di Affronte è la prima conseguenza della più che maldestra gestione del passaggio, poi sfumato, del Movimento 5 stelle dal gruppo di Farage a quello dei liberali dell’Alde (quello che in Italia, per capirci, era rappresentato da Scelta Civica e Fare per fermare il declino del mitico Giannino), ma non solo. Anche se Affronte lascia in polemica su quel voto, tirando le conclusioni di quello che aveva scritto, sempre sui social, nel giorno della votazione online. È evidente che c’è qualcosa di più.

Siccome Affronte per primo aveva scritto che «un gruppo vale l’altro se si mantiene autonomia di voto», è probabile che la sua scelta sia dettata soprattutto dai forti attriti dentro il gruppo del Movimento 5 stelle che, secondo l’europarlamentare, sarebbe stato tenuto all’oscuro da tutta l’operazione Alde. Ma Affronte, per dire, sa benissimo che pezzi del gruppo hanno invece preparato il voto sul blog, come l’eurodeputato David Borrelli.

Ad Affronte, poi, potremmo far notare che non è certo la prima volta che il blog, convocando un voto lampo, realizza un disegno già scritto, il piano di Grillo o Casaleggio. Dobbiamo veramente elencare le espulsioni, il caso Pizzarotti, il codice sugli avvisi di garanzia? Ma Affronte queste cose le sa benissimo, lui che è riminese e da sempre considerato vicino al sindaco di Parma. Quella del cambio di gruppo, dunque, sembra più l’occasione buona che lui – da sempre attento ai temi ambientali – e gli altri che lo seguiranno, hanno preso al volo per andare nei Verdi, gruppo che aveva respinto al mittente qualsiasi ipotesi di ingresso in massa dei grillini, o altrove.

Con la mutazione del Movimento alcuni miti stanno crollando, questo è (e non sempre è un male, come nel caso degli avvisi di garanzia). Alcuni ne prendono atto con adii scommettiamo dolorosi (anche perché immancabile parte l’assedio sul web). Lo streaming, ad esempio: Raggi non si fa fare domande durante le conferenze stampa, figurarsi se trasmette online le riunioni con gli assessori – scelti peraltro senza alcuna pubblicità. Anche il cambio di Affronte&co, insomma, ci ricorda che in molti casi, dall’inizio, il Movimento aveva quanto meno abbondato in retorica. Compreso quando ha posto sulla testa dei suoi eletti una penale da 250mila euro in caso di cambio gruppo. Il vincolo di mandato non esiste.