Jeremy Corbyn è di nuovo al centro delle polemiche. Ieri, 10 gennaio 207, il leader del partito laburista ha tenuto un discorso presso la città di Peterborough. L’intervento avrebbe dovuto segnare un chiaro cambio di passo nelle strategie del partito rispetto al tema della libera circolazione di cittadini Ue nel Regno Unito. Ma Corbyn, a quanto riporta The Independent, avrebbe “deluso” le aspettative di molti suoi colleghi. Perché?
Corbyn ha prima affermato che «il Labour non considera la libertà di circolazione dei cittadini europei come un principio inamovibile». Il leader originario di Chippenham ha poi però avvisato i media di non interpretare «in maniera scorretta le sue parole», considerando che «[la libera circolazione] non può, allo stesso tempo, essere del tutto esclusa» dagli scenari di negoziazione con l’Ue. Insomma, ancora una volta, secondo gran parte dell’opinione pubblica e dei media, Corbyn avrebbe dimostrato di non essere “né carne, né pesce”.
Secondo gli analisti politici invece, le ultime parole di Corbyn, implicherebbero in realtà che il leader del Labour voglia favorire l’accesso al Mercato unico europeo rispetto a una limitazione dei flussi migratori.
Con la sua posizione ambivalente, Corbyn avrebbe in ogni caso deluso l’area del partito che spinge per una posizione conservatrice sul tema migratorio. Nei giorni scorsi, più di un deputato laburista aveva infatti suggerito al leader di defilarsi dallo “status quo” e di assumere una posizione più intransigente rispetto ai flussi migratori.
Secondo i sondaggi, il Labour è indietro rispetto al partito Conservatore nelle intenzioni di voto degli elettori britannici. A riguardo, Len McCluske, il leader uscente del principale sindacato britannico, Unite, ha affermato che «Corbyn rinuncerebbe al proprio posto nel momento in cui dovesse rendersi conto dell’impossibilità di ottenere un successo» alle elezioni generali del 2020.
epa05710184 US President Barack Obama delivers his farewell address to the American people at McCormick Place in Chicago, Illinois, USA, 10 January 2017. Obama's eight year term as president of the USA ends on 20 January when President-elect Donald Trump takes the oath of office. EPA/KAMIL KRZACZYNSKI
Nel suo discorso di addio, da Chicago, la città che ama e che gli ha dato la carriera politica (e che lo ama di ricambio, a giudicare dalla folla), Barack Hussein Obama ha difeso ed è tornato a spiegare la sua idea di democrazia «un concetto radicale», la voglia di organizzarsi e agire, il bisogno di ascoltare gli altri. «Se siete stufi di litigare con gli sconosciuti su internet provate a parlarci di persona…se c’è qualcosa da aggiustare, allacciatevi le scarpe e organizzatevi, se non vi piacciono i vostri eletti, correte per le loro cariche».
In un momento in cui il funzionamento della democrazia liberale appare messo a rischio, l’ordine delle cose uscito dalla Seconda guerra mondiale non funzionare più, il 44esimo presidente degli Stati Uniti tiene la sua ultima discussione con i cittadini e fa una lezione di democrazia. «Quando diciamo che l’America è eccezionale, non sosteniamo che siamo privi di difetti, ma che abbiamo la capacità di cambiare. Il lavoro della democrazia è complicato e per ogni passo avanti, potremmo farne uno indietro». La colonna sonora è quella degli U2 che ne accompagnava l’ingresso di otto anni fa e la difesa del suo record, sonora: «Abbiamo fatto passi avanti, siamo usciti dalla recessione, abbiamo fatto pace con Cuba e reso costituzionale il matrimonio gay, fatto in modo che il programma nucleare iraniano senza sparare un colpo e garantito l’assicurazione sanitaria a 20 milioni di persone». E questa America migliore è grazie a voi. Retorica obamiana, certo, ma quella di un politico che vede messe a rischio le conquiste della sua presidenza, ma anche l’idea stessa della convivenza civile di un popolo diverso. Obama non smette di difendere il meccanismo democratico, nonostante stia per passare il testimone a un personaggio potenzialmente pericoloso. E mette in guardia: non è un autobomba a mettere a rischio la convivenza, ma è l’abbandono dei valori democratici. «Per questo ho abolito la tortura e respingo la discriminazione nei confronti dei musulmani» (inquadratura sulle famiglie Obama e Biden che si alzano in piedi a battere le mani e boato della sala).
«L’Isis ucciderà altre persone, ma non può vincere a meno che noi non tradiamo la costituzione e rivali come la Cina e la Russia non possono raggiungere la nostra influenza, a meno che noi non diventiamo un altro dei Paesi che maltrattano i loro vicini». Per questo tutti e ciascuno devono lavorare al rafforzamento delle istituzioni democratiche, «se la fiducia nelle istituzioni è bassa, dobbiamo incentivare l’etica». Le idee che Obama elenca (diritto di voto, partecipazione) sono tutte critiche indirette al partito repubblicano. Le uniche, assieme al tono, tutto, del discorso: c’è un pericolo e l’esercizio della cittadinanza è quello che rafforza le istituzioni perché il successo del «viaggio verso la libertà, non è garantito».
Il discorso di Obama dal canale della Casa Bianca (da 5.41)
«Abbiamo il futuro davanti, ma quel futuro lo costruiamo se rafforzeremo la democrazia…dobbiamo tutti ricordare che la democrazia ha come presupposto un fondamento di solidarietà». L’inizio del secolo, secondo il presidente uscente, ha messo alla prova la democrazia: «terrorismo e recessione, cambiamento demografico sono sfide che hanno messo a rischio il nostro stare assieme». Abbiamo fatto molto – e se c’è qualcuno che propone un piano sanitario che costi meno e copra la stessa gente del mio, sono pronto ad accettarlo, Obama sfida i repubblicani – ma abbiamo grandi sfide davanti. Il presidente ricorda che le diseguaglianze e l’automazione sono la prossima onda che distruggerà posti di lavoro. E per tutelare la democrazia di fronte a queste sfide quello che serve è «un nuovo contratto sociale, una nuova rete di protezione e un nuovo sistema fiscale che faccia pagare chi guadagna da questo nuovo sistema economico».
La seconda sfida è quella dell’eguaglianza tra le persone. «Alla mia elezione si è parlato dell’America post-razziale. Era un’idea irrealistica, la razza resta una forza divisiva». Si possono cambiare le leggi, i rapporti hanno fatto passi avanti, «ma a cambiare devono essere i cuori». I neri devono riconoscere ed essere empatici non solo con i rifugiati, i poveri, ma anche con il bianco di mezza età il cui mondo sta sparendo, e il bianco deve capire che le proteste nere chiedono solo un trattamento egualitario. E se parliamo di immigrati, dobbiamo ricordarci che «quel che si dice oggi lo abbiamo detto degli italiani, degli irlandesi, dei polacchi… che avrebbero distrutto l’America com’era… e invece siamo più forti e migliori». Capire queste cose non è facile: «Troppi di noi si sono chiusi nelle loro bolle, circondati da persone che la pensano come noi e non mettono in discussione, i media con un canale per ogni gusto, ci rendono così sicuri nelle nostre bolle che accettiamo ogni informazione che corrisponda alla nostra visione». Questa selezione sulla base di ciò che preferiamo – anche in politica – è un pericolo. Ma se scegliamo le cose solo sulla base di ciò che ci piace, non non andiamo da nessuna parte: prendiamo il cambiamento climatico. «Possiamo ragionare sulla maniera migliore di affrontarlo, ma negare il problema significa impedire alle future generazioni di discuterne e nega lo spirito di progresso che ha reso l’America forte».
Obama non è stato un presidente perfetto, ma ancora una volta, parlando con gli americani ha dato un esempio di dialogo con il Paese, di umanità e di assenza di rabbia. Quella che avrebbe potuto mostrare, qui e là, quando è stato insultato o quando le sue iniziative sono state bloccate dal partito avversario. Per Obama il funzionamento democratico è venuto prima e, dice, continuerà a lavorare per quello da cittadino (le speculazioni sul futuro sono di ogni ordine e tipo). Ora fate un bel respiro e pensate al signore che sta per prendere il suo posto, che da presidente insulta e risponde a ogni critica con battute. Il primo è stato – con tutti i difetti enormi, con Chelsea Manning ancora in carcere, Guantanamo che resta dov’è e con i droni usati sullo Yemen – un campione della partecipazione nonostante i suoi enormi limiti. Il secondo è un bulletto da bar. Good night and good luck.
Cyberspionaggio, due fratelli hacker e logge massoniche. Non poteva offrire spunti migliori l’operazione Eye Pyramid che ha portato all’arresto di Giulio Occhionero, ingegnere nucleare di 45 anni con la passione per l’hackeraggio, e sua sorella Francesca Maria Occhionero (49). I due che facevano base a Londra, al momento sono rinchiusi nel carcere romano di Regina Coeli e saranno interrogati oggi (mercoledì) per rendere conto della rete di cyberspinaggio che avevano allestito. Uomini di spicco della politica italiana e europea gli obiettivi dei fratelli Occhionero, tra le vittime del cyberspionaggio spiccano i nomi del presidente della Bce Mario Draghi, degli ex premier Matteo Renzi e Mario Monti, ma anche dell’ex governatore della Banca d’Italia Fabrizio Saccomani e dell’ex sindaco di Torino Piero Fassino.
L’accusa delle autorità italiane è quella di aver istituito «un centro di cyberspinonaggio per monitorare le istituzioni, il governo, esponenti di spicco della società e imprenditori» e di aver catalogato illegalmente per 5 anni «informazioni riguardanti lo stato di sicurezza» per creare dossier su politici, manager e banchieri, grazie a delle mail di phishing e ad un malware che permetteva a Occhionero di «ricevere regolarmente sul proprio personal computer tutti i dati carpiti dai computer delle vittime, inviandoli poi a un server». Secondo gli investigatori, Giulio Occhionero deteneva un grado elevato all’interno della loggia massonica del “Grande oriente” e stava lavorando all’istituzione di una nuova loggia.
Gli echi ricordano P2 e Licio Gelli e molte delle mail alle quali l’ingegnere inviava i dati rubati sono le stesse emerse nel 2011 all’interno del procedimento penale avviato a Napoli contro le P4. Nonostante questo le autorità sono convinte che il reale scopo dell’operazione di hackeraggio realizzata dai due fratelli Occhionero avesse lo scopo di raccogliere informazioni per venderle poi ad altre figure di spicco dell’establishment italiano interessate a conoscere quanto più possibile sui soggetti vittime del cyberattacco dei due hacker italiani.
Dice Giuliano Pisapia che i giornali che raccontano la sua incessante attività di rastrellamento tra i deputati di Sinistra Italiana e sindaci e eletti nei consigli regionali dicono il falso. Dice Pisapia che non sarà la stampella di nessuno e smentisce di volere candidare la Boldrini alle possibili primarie (che chiameranno del centrosinistra ma saranno solo del PD più Pisapia) che Renzi ha in mente per calcare la mano sul fingersi di sinistra applicando politiche di destra.
Pisapia smentisce e io smentisco la sua smentita. Per un motivo semplice: so, come sanno molti giornalisti e molti iscritti a Sel, che il “campo progressista” sta pensando a un nome e a un simbolo, che aspetta di sapere quale sarà la prossima legge elettorale per poi trovare la narrazione migliore e agire da stampella a Renzi fingendo di sfidarlo e so che coltiva il sogno recondito di riuscire a prendersi tutta Sinistra Italiana in un boccone solo sapendo che non ci riuscirà.
Pisapia smentisce di pensare a un partito e poi dice “il campo progressista lavorerà per avere primarie di centrosinistra contendibili e con un programma condiviso.” Pisapia smentisce di avere lanciato la Boldrini ma poi dichiara “ma come si può pensare che io possa lanciare in ipotetiche primarie del centrosinistra la terza carica dello Stato? Sarà lei a fare le sue scelte.” E quando dice “non intendo in nessun modo interferire sul congresso del Pd piuttosto che su quello di Sinistra Italiana” sa benissimo che il fatto di essere in campo ha già cambiato gli equilibri. È la politica, bellezza.
Che poi Pisapia diventi improvvisamente il maestro cerimoniere del realismo secondo cui (parole sue) “se non riusciamo a stare insieme vince Trump e trionfano i populisti” e quindi finirà ad essere la stampella di Renzi (se la prenda pure, ce ne faremo una ragione) è semplice tattica. Tattica politica che non ha nulla a che vedere con il senso di responsabilità che vorrebbe insegnarci: c’è chi ritiene potabile la visione renziana del Paese e chi no. E l’affannosa opera di camuffamento dei mille giorni di Renzi (che intanto il segretario del PD sta cominciando anche all’interno del partito) sarà la più moderna messinscena politica degli ultimi anni.
Meglio così. Chi ritiene potabile questo Pd alzi la mano e faccia la sua scelta. In fretta. E la sinistra poi la smetta con questa sindrome piddina e si metta a lavorare. C’è un Paese da ricostruire su uguaglianza, diritti e lavoro. “Temi che non si possono affrontare in modo ideologico” ci insegna Pisapia. E chissà cosa ne pensano gli stremati dal realismo del centrosinistra che è riuscito dove nemmeno la destra aveva osato.
Bambini presi di mira dalla pubblicità, bambini ostaggio dell’arrivismo di genitori che li usano come prolungamento di sé, come protesi, per non vedere i propri fallimenti e frustazioni. L’impressionante show biz che negli Usa ruota intorno ai più piccoli viaggia sui 25mila concorsi di bellezza ogni anno. Sfilano bambini incartati come caramelle luccicanti, truccati da grandi, agghindati in modo kitsch.
La fotografa Barbara Baiocchi documenta questo circo mediatico mettendosi dalla parte dei bambini, riuscendo a raccontare la loro curiosità, interesse per l’altro, la voglia di giocare nonostante tutto. Sguardi intensi e vivi di bambini spiccano ancor più negli scatti del fotografo Jean-Claude Chincheré. Un lampo di luce accende i volti di questi piccoli profughi, nonostante la paura, nonostante siano costretti a vivere in condizioni di estrema povertà in campi libanesi. Il giovane fotografo francese li racconta in drammatici scorci in bianco e nero, in mezzo a tende, copertoni e sassi, scovando inaspettati angoli di umanità e di poesia proprio grazie a questi bimbi siriani obbligati a crescere in zone recintate in cui manca tutto.
Da un lato, Oltreoceano, scaffali pieni di giocattoli, con bambine bionde e rotonde ridotte a posare come statuine. O peggio ancora costrette per compiacere i grandi ad assumere pose civettuole e atteggiamenti ammiccanti. Dall’altro, in Medio Oriente, la distruttività della guerra che si ripercuote su bambini innocenti. Sono gli Opposti non complementari che si confrontano negli spazi espositivi della Civica Galleria d’Arte Contemporanea “Filippo Scroppo” di Torre Pellice, in provincia di Torino. Fino al 7 febbraio, la mostra curata da Andrea Balzola invita a riflettere sull’infanzia negata, denunciando la violenza fisica e psichica che questi bambini subiscono, seppur in situazioni differenti e lontane. www.galleriascroppo.org
epa03365263 Saudi women walk after celebrating Eid al-Fitr prayers, in the courtyard of a mosque Prince Turki bin Abdul Aziz in Riyadh, Saudi Arabia, 19 August 2012. Eid-al Fitr marks the end of the fasting month of Ramadan. EPA/STR
«Dio, liberaci dagli uomini». È il ritornello di “Hwages” (Ossessioni), una canzone di Majed Al-Esa. L’inno alla ribellione delle donne sottomesse è scritto da un uomo, che si scaglia contro il suo genere, e cantato da un coro di donne. Il tutto in una delle nazioni più repressive verso le donne: l’Arabia Saudita. Velate di nero, come vuole la tradizione e impone la legge. Le donne guidano, giocano a basket, danzano sulle panchine del parco. Al Luna Park giocano a bowling e lanciano birilli con sopra le immagini di diversi uomini. C’è anche un doppio “cammeo” per Donald Trump, sovrapposto agli attori che interpretano il ruolo dei conservatori e mostrano un cappio come avvertimento. Ironico, dissacrante, irriverente. Il videoclip è uno schiaffone agli integralisti. E, pubblicato il 23 dicembre scorso, ha già abbondantemente superato le 4 milioni di visite.
Le polemiche sono già iniziate e sono feroci. «È un video blasfemo» denunciano gli integralisti, che sui social hanno inviato a Majed Al-Esa duri messaggi. Ma arrivano anche messaggi di apprezzamento: «Majed sta supportando la lotta di tutte le donne del mondo», scrive un utente arabo sul profilo twitter di Majed. «Ha rotto tutti gli stereotipi sulle donne col suo videoclip. Che vi piaccia o no, è da guardare» sottolinea invece un altro. E proprio questo pare essere l’intento di Majed: attirare l’attenzione sulla sua canzone per far capire che l’Islam non è repressione della donna.
L’Arabia Saudita è anche il Paese con il maggior numero di utenti twitter del mondo in proporzione alla popolazione. Non a caso, sul finire dell’estate 2016, è esplosa una campagna sui social media delle donne saudite: #StopEnslavingSaudiWomen (mettete fine alla schiavitù delle donne saudite). Si chiede la fine del sistema di guardianship, il sistema di tutela maschile previsto dalla legge saudita.
È lunga la lista dei divieti alle donne saudite. Senza il consenso di un uomo non possono guidare (pena 10 frustate) né viaggiare senza il permesso di un uomo (fino all’età di 45 anni), non possono sposarsi, lavorare, fare sport, accedere all’assistenza sanitaria, aprire un conto in banca, iniziare una causa in tribunale. In Arabia Saudita la donna è sottoposta – a vita – alla tutela dell’uomo: il guardiano può limitare le sue libertà e impedirle di emanciparsi ma non è tenuto a provvedere alle sue necessità.
La monarchia assoluta islamica retta da re Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd, nei primi mesi del 2016 una timida riforma l’ha avviata. Adesso è stata promulgata una legge che condanna la violenza domestica, anche se non prevede il reato di stupro nel caso in cui uomo e donna siano sposati. Anzi, incita alla riconciliazione familiare, facendo desistere la donna dal denunciare il marito, suo guardiano.
File - In this Monday, Nov. 14, 2016 file photo, Jared Kushner, son-in-law of of President-elect Donald Trump walks from Trump Tower, in New York. Kushner is taking steps to distance himself from his sprawling New York real estate business, in what is the clearest sign yet he is planning to take a position in his father-in-law's administration. Kushner, who is married to Trump's daughter Ivanka, must clear a series of hurdles before he takes any post in Washington. (ANSA/AP Photo/Carolyn Kaster, File) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]
L’ambiente legato alla famiglia Kennedy, da decenni al centro della vita politica americana, un tempo era denominato scherzosamente Camelot, la capitale del regno di re Artù. Uno sfarzoso centro di potere. Se nei prossimi anni dovessimo cercare un nome a quanto sta costruendo attorno a sè Donald Trump, probabilmente potremo chiamarlo Disneyworld: altrettanto sfarzoso visto da lontano, appiccicaticcio e pacchiano da vicino.
L’ultimo acquisto di Disneyworld è Jared Kushner, il 36enne genero del presidente eletto, che tra 10 giorni giurerà sul mall di Washington. Il marito della figlia Ivanka è una delle persone di cui Trump si fida davvero, costruttore miliardario anche lui, sarà consigliere del presidente per una vasta gamma di temi e svolgerà un ruolo cruciale in politica estera: in questi giorni ha incontrato il capo del Foreign Office britannico, Boris Johnson assieme a Steve Bannon, l’estremista di destra stratega di Trump. Kushner è anche uno che ha investito in insediamenti nei territori occupati da Israele, non proprio una figura neutrale in quel conflitto.
Kushner è un ebreo ortodosso, a 25 anni ha comprato il New York Observer, giornale che durante la campagna elettorale ha schierato in maniera truce contro Clinton (la più corrotta e ricca candidata di sempre), è entrato ad Harvard grazie a una donazione milionaria di suo padre, sopravvissuto all’Olocausto e fondatore dell’impresa che oggi guida Jared, passato al volante a soli 25 anni, ha trasferito il family business dal New Jersey a Manhattan. Come aveva fatto Donald Trump, sbarcando da Queens.
Jared diventa capo dell’impresa di famiglia così giovane è semplice: il padre Charles è stato condannato per frode fiscale e deve cedere il passo per ragioni legali. A promuovere il caso contro Kushner padre fu l’allora procuratore generale del New Jersey e oggi governatore dello Stato, Chris Christie, uno dei primi alleati pesanti di Trump, fatto fuori dall’amministrazione proprio su richiesta del neo-consigliere del presidente. Anche in questo, Jared è simile a Trump: vendicativo – i media sono pieni di storie simili legate ai suoi affari. E leale, come piace a Donald, che si è fatto guidare e sostenere dal genero in più di un’occasione durante la campagna elettorale: Kushner ha difeso la controversa scelta di Bannon, ripetuto in maniera ossessiva a Trump di fidarsi del suo istinto e non stare a sentire quel che gli alleati dei circoli repubblicani dicevano preoccupati. In campagna elettorale hanno avuto ragione Bannon, Kushner e la stratega Conway, anche lei destinata a un posto nell’amministrazione.
La nomina di Kusnher pone però un problema, l’ennesimo, di conflitto di interesse. Come Trump, il genero si occuperà di avere a che fare con capi di Stato e businessman con i quali ha potenziali interessi confliggenti con quelli del Paese che rappresenta – o più banalmente interesse a vedere favoriti i propri investimenti. Non solo: anni dopo che Kennedy nominò il fratello Bob al Dipartimento di Giustizia, il Congresso approvò una legge sul nepotismo. I democratici sostengono che il profilo di Jared sia esattamente ciò che quella legge bandisce dalle amministrazioni in carica. L’avvocato di Kushner, invece, annuncia che il genero si dimetterà da ogni incarico nelle sue imprese, che il lavoro da consiglere sarà a titolo gratutito e sostiene che la legge sul nepotismo non vada applicata in caso di staff della casa Bianca – ma solo per i posti nell’amministrazione. C’è il precedente di Hillary, nominata da Bill presidente della commissione che avrebbe dovuto lavorare alla riforma sanitaria. Non è proprio la stessa cosa.
Vedremo: in questi giorni cominciano anche le audizioni in Senato per la conferma dei ruoli cruciali dell’amministrazione Trump. Ci sono diversi segretari con problemi nel curriculm, il Segretario nominato alla Giustizia Sessions è un razzista patentato e quello al Tesoro ha gestito alcune operazioni speculative sulle quali i senatori democratici cercheranno di fare luce in diretta Tv. Che riescano davvero a mettere Trump in difficoltà con la guerriglia in Senato è difficile da credere: come ha sempre suggerito Kushner, Trump andrà avanti per la sua strada, infischiandosene delle regole non scritte della democrazia. Se e quando dovrà affrontare una crisi vera, cominceranno i problemi.
Intanto, la nomina di Jared è costata il posto a Ivanka, sua moglie. Anche lei è una della figure chiave del clan Trump, ma due parenti stretti su due sarebbe stato troppo. Persino per lui.
La combo, realizzata con due immagini di archivio, mostra Gianni Pittella (S) e Antonio Tajani.
ANSA
Secondo un’analisi dell’osservatorio Vote Watch di Bruxelles, Gianni Pittella e Antonio Tajani, rispettivamente candidati del gruppo dei Socialisti e democratici (S&D) e del Partito popolare europeo (Ppe) alla Presidenza del Parlamento europeo, si contenderanno il posto fino all’ultimo voto utile.
La proiezione è stata realizzata sulla base delle preferenze dei 749 eurodeputati riguardo a più di 4mila tematiche di policy. Secondo la stima di Vote Watch, Tajani precederebbe il collega Pittella di 11 voti.
Gianni Pittella riuscirebbe ad accaparrarsi il sostegno dei parlamentari del Gue/Ngl, dei Verdi e del suo gruppo parlamentare, oltre a circa due terzi dei voti dell’Alde, il gruppo liberale che ha appena detto no all’alleanza con Beppe Grillo in Europa. Ma Tajani vincerebbe comunque grazie al sostegno dei candidati euroscettici, oltre che di una parte del gruppo liberale.
La proiezione di Vote Watch assegna a Pittella anche i voti dei deputati del Movimento 5 Stelle, uno scenario affatto scontato in realtà. Senza i voti dei “pentastellati”, Pittella avrebbe vita difficile ad arrivare al successo.
Come spesso accade saranno i gruppi parlamentari marginali a fare da ago della bilancia. Degli 89 eurodeputati considerati “indecisi”, 49 sarebbero più vicini alle posizioni di Tajani.
In ogni caso, le proiezioni di VoteWatch non prendono in considerazione le negoziazioni in corso, ma rappresentano semplicemente una stima basata sulla tendenza di voto dei singoli deputati nel corso degli ultimi due anni e mezzo della legislatura.
Il voto per l’elezione del Presidente del Parlamento europeo è previsto per il 17 gennaio prossimo.
Una combo con immagini del leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo (d) e del capogruppo dell'Alde, Alleanza dei democratici e dei liberali per l'Europa, il belga Guy Verhofstadt. Roma, 9 gennaio 2017. ANSA
Niente, non li vogliono. Dopo il niet dei Verdi, il Movimento 5 stelle europeo deve incassare anche il no dell’Alde. Il motivo: troppa difformità di intenti. «Sono arrivato alla conclusione che non ci sono sufficienti garanzie di portare avanti un’agenda comune per riformare l’Europa», ha dichiarato il capogruppo, Guy Verhofstadt, aggiungendo che «non c’è abbastanza terreno comune per procedere con la richiesta del Movimento 5 Stelle di unirsi al gruppo Alde». Certo, questo il presidente del gruppo lo sapeva anche quando, il 4 gennaio, ha redatto i quattro punti dell’accordo. Ma l’opposizione dei componenti, francesi in primis, evidentemente hanno fatto cambiare idea a Verhofstadt. Che sentenzia: «Rimangono differenze fondamentali sulle questioni europee chiave».
Un’infografica sui numeri di Alde e Movimento 5 Stelle nel Parlamento europeo, con gli interessi condivisi e le posizioni divergenti. Roma, 9 dicembre 2017. ANSA/ CENTIMETRI
Non l’ha presa bene, Grillo, che sul blog pubblica un post dal titolo L’establishment contro il Movimento 5 stelle. «L’establishment – scrive – ha deciso di fermare l’ingresso del Movimento 5 Stelle nel terzo gruppo più grande del Parlamento europeo. Questa posizione ci avrebbe consentito di rendere molto più efficace la realizzazione del nostro programma. Tutte le forze possibili si sono mosse contro di noi. Abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima. Grazie a tutti coloro che ci hanno supportato e sono stati al nostro fianco. La delegazione del Movimento 5 Stelle in Parlamento europeo continuerà la sua attività per creare un gruppo politico autonomo per la prossima legislatura europea: il Ddm (Direct Democracy Movement)», conclude.
Ma certo, è un boccone amaro. La figuraccia, grossa e internazionale, è fatta e gridare al complotto non aiuta, anzi, peggiora. E anzi, è «è la toppa peggiore del buco», come scrive stamattina Giulio Cavalli nel suo buongiorno. Una pezza tenta di metterla anche Alessandro Di Battista, che ieri sera a Otto e mezzo parla del Movimento come «corpo estraneo», e citando Di Maio, giustifica: era un accordo tecnico, l’ideale per noi sarebbe un gruppo autonomo. Che però, non si può fare.
Ora, nonostante le rassicurazioni del politico belga, si apre un problema non da poco per i pentastellati europei. Certo, «nelle questioni degli interessi condivisi, come l’ambiente, la trasparenza e la democrazia diretta, il gruppo Alde ed il Movimento 5 Stelle continueranno a lavorare strettamente insieme», ha affermato Verhostadt. Ma se – come si presume – i Cinquestelle dovessero ricollocarsi nel gruppo dei non iscritti, il danno sarà notevole. Cosa che potrebbe far rivoltare contro il decisionismo del leader, una grossa fetta della base, già contraria al passaggio e titubante sulla votazione piovuta dall’alto senza preavviso. Sul blog, da ieri fioccano i commenti degli utenti, contro la figuraccia ma soprattutto alla ricerca di un responsabile. E c’è già chi chiede le dimissioni dell’europarlamentare David Borrelli, ritenuto il deus ex machina dell’operazione. Anche fra i parlamentari di peso, come trapela dal Fatto Quotidiano. Per lui, il fedelissimo della prima ora, fino a ieri co-presidente del gruppo Efdd, era stata messa sul piatto perfino la vicepresidenza dell’Alde e con la candidatura di Verhofstad alla presidenza del Parlamento europeo, chissà, anche qualcosa di più.
Adesso come reagiranno gli altri 16 eurodeputati, la maggior parte dei quali tenuta all’oscuro dei negoziati e soprattutto contraria al passaggio?