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Referendum Jobs act, come deciderà domani la Corte costituzionale

Un immagine di San Pietro, durante la cerimonia per i sessanta anni di attività della Corte Costituzionale presso il palazzo della Consulta in piazza del Quirinale, Roma, 29 settembre 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

L’11 e il 24 gennaio gli occhi saranno puntati su di loro, i giudici della Corte Costituzionale. Dovranno esprimersi su due questioni che definire scottanti è un eufemismo. Davvero due patate bollenti per le 15 toghe di Palazzo della Consulta. «È chiaro che la Corte diventa lo snodo centrale in questo periodo», dice a Left Massimo Villone, costituzionalista e membro del Comitato anti Italicum. Il giurista lo definisce «un collo di bottiglia per l’intero sistema politico e le alte istituzioni». Mercoledì 11 gennaio è prevista la sentenza sull’ammissibilità dei quesiti referendari anti Jobs act proposti dalla Cgil, con tutte le conseguenze del caso, visto che si potrebbe sconfessare l’intera politica renziana (ma non solo) che ha sancito con le varie politiche a tutele crescenti la perdita dei diritti dei lavoratori.

E il 24 gennaio i giudici dovranno decidere sulle richieste presentate da cinque tribunali italiani sulla legittimità costituzionale dell’Italicum, la legge elettorale approvata a colpi di fiducia sotto il governo Renzi e, relativa, ricordiamo, solo alla Camera dei deputati, visto che la maggioranza dava ormai per fatta la riforma costituzionale che avrebbe abolito il Senato. Anche in questo caso il pronunciamento della Corte è decisivo per il dibattito in corso sulla legge elettorale che vede gli schieramenti tutti contrapposti. Il Movimento 5 stelle, per esempio, è dell’opinione di utilizzare la legge elettorale per come sarà delineata dalla sentenza della Consulta.

Intanto,  il 21 gennaio si terrà a Roma l’assemblea di tutti i comitati del No, che continuano a lavorare proprio in vista dei possibili referendum anti Jobs act. Sui vari progetti di legge elettorale, i costituzionalisti si dicono anche pronti a partecipare alle audizioni nelle Commissioni affari costituzionali, per poter dare il loro contributo.

Ma vediamo nei dettagli l’udienza dell’11 gennaio. La Camera di consiglio della Corte dovrà decidere l’ammissibilità delle richieste relative a tre referendum popolari abrogativi previsti dall’articolo 75 della Costituzione. Le richieste erano già state giudicate conformi a legge dall’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione con l’ordinanza del 9 dicembre 2016.

I quesiti referendari proposti dalla Cgil sono tre (testi completi qui): uno riguarda l’«Abrogazione disposizioni in materia di licenziamenti illegittimi» e va a colpire quella parte del Jobs act sulle tutele crescenti che aveva eliminato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma l’obiettivo è molto più complesso. «Il quesito non solo comporta l’abrogazione della più recente disciplina, ma attraverso il “ritaglio” produce anche una normativa di risulta che ricostruisce tutele per il lavoratore» aveva scritto qualche giorno fa il Massimo Villone su Il Manifesto. Gli altri due sono relativi all’«Abrogazione disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)» e all’«Abrogazione disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti». Sono entrambi molto semplici: nel primo caso si chiede di eliminare i buoni lavoro che da tutele per pensionati e studenti in lavori occasionali  sono stati estesi a molti altri settori produttivi, contribuendo anche a “mascherare” rapporti di lavoro continuativi e comunque alla mancata assunzione di responsabilità da parte di imprenditori che utilizzando i voucher, non regolarizzano i dipendenti.

Qui sotto il grafico di Openpolis che dedica uno speciale alla Corte Costituzionale.

Qual è il clima che si respira attorno alla decisione della Consulta? Il professor Villone non nasconde un certo pessimismo. Cita la memoria presentata dall’Avvocatura dello Stato che evidenzia “la manipolatività eccessiva” del quesito sull’art. 18, perché, spiega, «in realtà è un quesito che introduce delle garanzie là dove la legge le vuole eliminare», per esempio estendendo l’art.18 anche alle imprese con più di cinque dipendenti. Quindi questa lettura trasformerebbe «il referendum da abrogativo a propositivo». «Tuttavia è una lettura contestabile e contestata», continua Villone citando un articolo di Gaetano Azzariti sempre sul Manifesto che ricorda sentenze precedenti della Corte e addirittura una proprio su un referendum sull’art.18. «Nel 2003 fu ammesso, infatti, un referendum i cui effetti erano ben più «propositivi» di quelli attualmente attesi dall’abrogazione delle norme sottoposte al corpo elettorale (sentenza numero 41 del 2003)» scrive Azzariti. In quell’occasione il quesito aveva come obiettivo quello di estendere a tutti (anche alle imprese al di sotto dei quindici dipendenti) le tutele dell’art.18. «La Corte per ritenere oggi inammissibile il quesito dovrebbe smentire questo precedente. Non vedo ragioni per farlo», conclude Azzariti.

Ma se qualche rischio di inammissibilità c’è per il quesito sull’art.18, che ne sarà di quello che abroga i voucher, anche alla luce dei progetti di cambiamento annunciati dal governo? «La Corte valuta l’ammissibilità del quesito, ma poi l’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione dovrebbe valutare se il quesito vada applicato alla nuova normativa». Gli step sarebbero quindi due: il primo da parte della Corte che «non vedo perché non lo possa ritenere inammissibile», continua Villone, e poi l’Ufficio centrale che deve valutare se le risposte date dal governo sono sufficienti e quindi il referendum a quel punto verrebbe meno, oppure, al contrario, il referendum si trasferisce sulla nuova normativa.

«Il clima che si respira non lo vedo tanto bene. Mi sembra che ci sia complessivamente un tentativo di riduzione del danno, di stabilizzare, dopo il voto del 4 dicembre. Questa sorta di lettura riduttiva secondo me ha qualche sponsor anche dentro la Corte costituzionale. Non è immune come si tenta di far credere», sottolinea Villone.«Io temo che ci sia in corso un equilibrio che tende a dare una risposta in un senso che personalmente definisco conservatore, non aperto a quella innovazione suggerita per il cambiamento che era uscito dal risultato del 4 dicembre», conclude il professore emerito di Diritto costituzionale a Napoli.

Ma come decide la Corte costituzionale? Il report di Openpolis spiega cosa sia questo importante organo di garanzia. Quasi sempre maschile, va detto, visto che dal 1956 sono state solo 5 le donne a entrarvi, contro 105 uomini. In quanto organo di garanzia, i 15 membri vengono eletti da diverse istituzioni: 5 dalle supreme magistrature (tre dalla corte di Cassazione uno dal Consiglio di Stato e uno dalla Corte dei conti), 5 dal Parlamento e 5 dal Presidente della Repubblica. Il report di Openpolis esamina l’attività della Corte durante il 2015. La maggior parte delle sentenze (52,53%) è relativa ai giudizi in via incidentale, cioè la Corte giudica la costituzionalità delle leggi sia per il contenuto che per la forma. Il 43,84% riguarda invece i conflitti Stato-Regioni: quando si tratta di una legge si parla di giudizio in via principale, altrimenti di conflitto tra enti. Il 2,91% delle sentenze è relativo invece ai conflitti tra poteri dello Stato e correzioni di errori materiali, mentre lo 0,72% riguarda il giudizio di ammissibilità di referendum.

 

Openpolis prende in esame anche i giudizi precedenti al 2015. Ebbene, dal 2000 al 2015 la maggior parte dei giudizi sono stati quelli in via incidentale, cioè hanno riguardato la costituzionalità delle leggi. Con l’eccezione degli anni 2012 e 2013 quando le sentenze che avevano per oggetto conflitti nella legislazione tra Stato e Regioni hanno superato le altre. Negli ultimi anni, come hanno spesso sottolineato i costituzionalisti durante la campagna referendaria, i conflitti in materia di legislazione concorrente erano infatti notevolmente diminuiti.

Basterebbe chiedere scusa

Nella storia politica di un partito, di un movimento, di un leader politico si commettono errori. A volte sono errori che si riesce a non fare scorgere, quelli che ti capitano e subito ti guardi intorno furtivo per scoprire in quanti ti hanno visto, mentre altre volte capita che siano enormi, rumorosissimi e finiscano sulle prime pagine di tutti i giornali.

Beppe Grillo (o chi per lui, e sarebbe bello capire anche chi ha preso in origine questa decisione) ha sbagliato. Ha sbagliato sicuramente nei tempi, sicuramente nei modi e probabilmente anche nei fini. Chiedere una votazione al volo nel fine settimana sul cambio di gruppo di appartenenza al Parlamento Europeo è già un gesto “antipatico”, digeribile solo nel caso in cui la fretta fosse dettata dai tempi ristretti di un accordo già istruito e delineato. Il fatto che invece l’Alde alla fine abbia rifiutato il M5S trasforma il tutto in un pasticcio delirante, infantile e clamoroso.

Ma gli errori, si sa, capitano. E quando capitano basterebbe chiedere scusa. Semplicemente. E magari individuare i responsabili dell’errore, discutere sulle cause, forse addirittura pretendere risposte dai leader. Accusare l’establishment, come scritto sul blog di Grillo dopo il rifiuto, significa prendere i propri elettori per somari, è la toppa peggiore del buco. È la difesa da pifferaio magico, il gne gne da asilo. Peccato.

Buon martedì.

Zygmunt Bauman, il filosofo che coltivava il dialogo e l’utopia

È scomparso all’età di 92 anni il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman. Lo ricordiamo con le parole che ci ha generosamente regalato in occasione di un recente convegno a Trento:

«Come esseri umani continuiamo a sognare, viviamo proiettati verso il futuro, la spinta utopica ci caratterizza fin dalle origini dei Sapiens, ma non esistono ricette, mappe che indichino il percorso di realizzazione del sogno utopico che coltiviamo» dice Zygmunt Bauman che il primo febbraio 2016 a Trento è intervenuto sul tema del futuro dell’utopia, in un incontro promosso dalla casa editrice il Margine. «Senza dimenticare -avverte il filosofo polacco – che nella storia abbiamo visto non pochi progetti utopistici degenerare in distopia e totalitarismi».

E oggi? La costruzione di un’Europa più giusta e democratica pare sempre più utopica di fronte ai fili spinati di Orban e ai respingimenti anche da parte di Paesi con una lunga tradizione democratica come la Svezia? «Questa Europa ha molte difficoltà legate alla globalizzazione, alla mancanza di lavoro per i giovani e a molto altro. La forma Stato basata sul mito di un progresso illimitato mostra da tempo la corda. Mentre una profonda crisi di rappresentanza affligge le istituzioni democratiche» risponde Bauman che al tema ha dedicato il libro Stato di crisi, pubblicato l’anno scorso per Einaudi e scritto con il sociologo Carlo Bordoni.

«Il dramma è che le persone hanno perso fiducia nelle azioni collettive per costruire una società migliore. Nell’Europa liberista l’utopia è stata in certo modo “privatizzata”. È calata la fiducia nelle istituzioni e di fronte ai problemi sociali le persone si sono rinchiuse nel bunker delle questioni individuali e familiari, nel bisogno di sicurezza». Come invertire questa deriva? «Uscendo dal bunker andando verso gli altri, superando l’ignoranza che ci fa avere paura per lo straniero, per lo sconosciuto». In questo scenario globale, complesso ed eterogeneo, rimarca Bauman «bisogna rimettere al centro la dignità umana. Solo così più nascere una comunità che non alza muri contro profughi che scappano da guerre e povertà». Una comunità reale, beninteso, che per il teorico della modernità liquida non è quella virtuale della rete «per sua natura autoreferenziale ed illusoria, in quanto sviluppa un sogno di appartenenza che non si concretizza nelle relazioni».

Biografia 

Autore di numerosi saggi fra i quali ricordiamo Dentro la globalizzazione,  Consumo dunque sono ( nel 2017 esce in edizione economica per Laterza)il recentissimo Stranieri alle porte, da poco pubblicato in Italia (come la gran parte dei suoi lavori edito da Laterza), Zygmunt Bauman era nato a Poznań nel 1925 da una famiglia di origini ebraiche. Fuggì nella zona di occupazione sovietica dopo che la Polonia fu invasa dalle truppe tedesche nel 1939 all’inizio della seconda guerra mondiale. Diventato comunista si arruolò in una unità militare sovietica. Dopo la guerra, iniziò a studiare sociologia all’Università di Varsavia, con Stanislaw Ossowsky e Julian Hochfeld. Il primo lavoro importante fu la sua dissertazione  sul socialismo britannico, presentata alla  London School of Economics e pubblicata nel 1959.  Da posizioni vicine al marxismo-leninismo, attraverso la lettura dei Quaderni di  Antonio Gramsci e  delle opere di sociologia di Georg Simmel cominciò a elaborare una visione più personale. Erano gli anni  della destalinizzazione cominciata nel 1956.  L’antisemitismo che intossicava la Polonia intorno al ’68  lo spinse ad emigrare, avendo perso la sua cattedra all’Università di Varsavia.  Si trasferì in Israele per andare a insegnare all’Università di Tel Aviv per poi cominciare a insegnare sociologia all’Università di Leeds, dove dal 1971 al 1990 è stato professore. Scrivendo in inglese i suoi libri hanno avuto un’ampia circolazione fin dagli anni Settanta, negli anni Ottanta  si è dedicato allo studio del totalitarismo, indagando le radici del nazismo e della Shoah. Spesso presente in Italia, partecipando a numerosi festival, spesso è stato ospite del festivalfiilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo. Il 17 aprile 2015 Zygmunt Bauman ha ricevuto la laurea honoris causa in Lingue moderne, letterature e traduzione letteraria presso il complesso Ecotekne dell’Università del Salento e l’anno scorso ha partecipato a convegni a Pordenone e a Trento. E ancora lo scorso settembre ha partecipato all’edizione del Festivalfilosofia dedicata al tema dell’agonismo. Ecco un breve video della conferenza stampa precedente alla sua lectio magistralis:

Ecco i punti dell’accordo tra M5s e Alde: moneta unica e rafforzamento dell’Unione europea. Ed è datato 4 gennaio

Flags outside the European Parliament building Louise Weiss in Strasbourg - LOW

Porta la data del 4 gennaio, l’accordo siglato tra il Movimento 5 stelle e l’Alde. Eppure, è solo da oggi a mezzogiorno, che i Cinquestelle europei entreranno a far parte del gruppo liberal-democratico dell’Alliance. A sentenziarlo, una votazione on-line a sorpresa indetta ieri, che ha coinvolto oltre 40mila iscritti al portale. Dopo due giorni di intense discussioni soprattutto interne, che hanno visto gli europarlamentari grillini contrari e spiazzati dall’indizione della votazione, il 78,5% si è espresso a favore del passaggio.

Eppure, porta la data del 4 gennaio, l’accordo siglato tra il Movimento 5 stelle e l’Alliance. Ma quello che più sorprende, è l’impronta del testo: nettamente europeista, con la finalità di rinsaldare un’Unione che sia garante di libertà civili “opportunità senza confini” e soprattutto faccia da contrappeso ai poteri forti; con sistema in grado di reggere shock economici che dovrebbe girare, ebbene si, attorno alla moneta unica. Che ne sarà ora del referendum per l’uscita dall’Euro?

Ma questo pare non essere stata una preoccupazione del leader, che aveva già concordato l’alleanza prima della votazione. Non solo, stamattina alle 11, a votazione ancora aperta, l’incontro fra Grillo il capogruppo dell’Alde, Guy Verhofstadt. Quattro, i punti dell’accordo che vedrebbero convergere le due formazioni politiche, in realtà molto lontane fra loro. Primo fra tutti, trasparenza e democrazia diretta, due parole d’ordine dei pentastellati: rinnovamento dell’istituzione basato su una maggiore vicinanza ai cittadini e maggiore coinvolgimento di questi ultimi.

«Alde e M5s condividono i valori essenziali di libertà, eguaglianza e trasparenza. Entrambi vedono nell’individuo la struttura centrale della società, mentre promuovono un’economia aperta, la solidarietà e la coesione sociale come condizioni essenziali affinché chiunque possa esprimere appieno le proprie potenzialità. Entrambi vogliono rafforzare l’influenza del cittadino sulle decisioni che ne determinano la vita, anche attraverso il meccanismo della democrazia diretta e spingendo tutti alla partecipazione ed all’impegno politico. Ancor più importante è l’essere entrambi forze riformiste che intendono cambiare radicalmente il modo in cui l’Unione Europea oggi si trova ad operare», si legge nelle premesse. «L’Unione Europea deve porsi come contrappeso democratico alle forze dell’economia globalizzata».

Secondo punto, un sistema economico che possa attutire gli sbalzi e le crisi economiche all’interno dell’Unione, basato sulla “divisa unica”. E se il secondo pilastro stride con il Movimento 5 stelle, il terzo è in netta contrapposizione con le politiche dell’ex alleato xenofobo Nigel Farage: politiche condivise con maggiore cooperazione fra gli Stati, soprattutto in materia di immigrazione (politiche di asilo e accoglienza dei profughi). Da ultimo, mercato unico.

 

  1. Rinnovamento della democrazia europea
    Alde e M5S vogliono che si realizzi un’Unione più democratica e trasparente. Entrambi desiderano una Commissione Europea più piccola e efficiente, un Consiglio europeo riformato ed un Parlamento europeo più forte e posto sullo stesso livello del Consiglio. Entrambi ritengono che parte degli europarlamentari debbano essere eletti su base transnazionale, in quello che sarebbe un importante passo in direzione di una reale democrazia europea. Vogliamo anche la fine della inefficiente “grande coalizione” che troppo a lungo ha monopolizzato il potere e paralizzato l’Europa. La strada da seguire è quella dell’aumento del coinvolgimento diretto dei cittadini nei processi democratici e nell’aumento della trasparenza, rendendo pubblici per legge tutti i documenti e usando un linguaggio chiaro per comunicare in ogni tipo di legislazione così come nelle intese internazionali e negli accordi commerciali. C’è il bisogno di rendere le istituzioni più trasparenti e responsabili, e di dare ai cittadini una maggiore influenza diretta sulle linee politiche e sulla scelta della leadership politica, tanto nella cabina elettorale quanto per quanto riguarda gli altri mezzi di compartecipazione alla politica.
  2.  Riforma dell’Eurozona
    Nel corso dell’ultimo decennio la nostra divisa unica ha dimostrato di essere stabile e duttile di fronte a shock di natura esterna, ma non allo scopo di rafforzare la nostra economia e di raggiungere la convergenza tra le economie nazionali. L’euro non ha mantenuto le promesse, ed è il momento di ovviare ad alcuni dei suoi innegabili difetti. C’è bisogno di costruire attorno alla divisa unica un sistema che possa assorbire gli shock economici interni all’eurozona, e questo richiede una nuova governance che deve essere incastonata in strutture trasparenti e democratiche. C’è anche bisogno di una revisione riguardo il modo in cui i bilanci nazionali sono monitorati, e di introdurre un nuovo codice di convergenza che sia incentrato su riforme significative e assicuri la centralità del sostegno finanziario ai servizi pubblici, invece di intervenire parzialmente sulle cifre dei bilanci.

  3.  Diritti e libertà
    L’Unione Europea è prima di ogni altra cosa e soprattutto una comunità di valori. C’è bisogno di farne un avvocato globale delle libertà civili, dei diritti fondamentali e dello stato di diritto. L’Unione Europea ha il dovere di essere garante che i principi e i valori basilari contemplati nei Trattati Europei siano rispettati ovunque sul proprio territorio. Fiducia reciproca e valori condivisi sono la chiave delle politiche europee nei campi della cooperazione giudiziaria, delle politiche di asilo e di accoglienza dei profughi, dell’agenda digitale, dell’energia e della gestione comune dei confini esterni.
  4. Opportunità senza barriere
    Ugualmente l’Europa dovrà essere in grado di assicurare le nostre libertà con una maggiore protezione del mercato comune. Questo richiede un’ampia strategia che spazi dall’affrontare il dumping ai danni del mercato europeo all’eliminazione degli ostacoli al libero movimento dei privati cittadini. Il mercato unico deve essere il motore portante della promozione dei talenti, dell’innovazione, delle start-up, delle piccole e medie imprese cosi’ come delle multinazionali. Al tempo stesso un mercato unico senza confini interni richiede chiaramente che le questioni della solidarietà e della coesione sociale debbano essere affrontate come prioritarie.

Il testo originale è consultabile su medium.com, in calce a una lettera che cinque docenti universitari (Alberto Alemanno, Alessandro Fusacchia, Francesco Galtieri, Giuseppe Ragusa, Valerio Riavez, Alessio Terzi) hanno scritto a Verhofstadt, pregandolo di “non fare accordi con Beppe Grillo”.

Per i firmatari, il documento sarebbe la dimostrazione del paradosso della trasparenza che i due schieramenti professano. «Il documento riportato sotto, ancora confidenziale, mostra infatti come Beppe Grillo e lei non solo abbiate già concordato di unire le forze, ma anche su quale base», scrivono. «Crediamo che gli attivisti del M5S  – ai quali è stato detto di credere nella democrazia diretta del web - saranno felici di sapere che è stato loro chiesto di prendere una decisione democratica fake. Così come crediamo che tutti i liberali d’Europa che hanno guardato con simpatia alla sua candidatura a presidente del Parlamento europeo saranno felici di sapere che questo è il prezzo che lei sembra disposto a pagare”, si legge nella lettera.

Ma reazioni contrarie arrivano anche a livello internazionali. Sia i liberali estoni che quelli danesi si sono detti contrari all’entrata dell’M5s nel gruppo. «Essere fedeli ai nostri valori, è più importante della grandezza del gruppo», ha twittato l’ex ministro degli Esteri estone Taavi Roivas. A rendere pubblica la sua contrarietà, anche l’eurodeputata francese già stata l’eurodeputata francese Sylvie Goulard, che scrive: «Meglio 12 stelle che cinque». Domani l’Alde sarà chiamata a votare sull’adesione.

Iniziano anche le reazioni dal mondo pentastellato, con Luigi Di Maio in testa, che si tiene, affermando che si tratta semplicemente di una «scelta tecnica». «Vedrete le nostre scelte quando voteremo. Se l’adesione a un gruppo fosse per affinità politica, allora avremmo sbagliato gruppo», aggiunge. Mentre Manlio Di Stefano aveva messo le mani avanti già ieri:

E non mancano naturalmente i primi twitt di scherno:

 

Nell’Isola la mortalità infantile più bassa d’America. Qual è il segreto della Sanità cubana

Per il nono anno consecutivo, Cuba mantiene un tasso di mortalità infantile sotto la soglia del 5 per mille. Anzi, nel 2016, il tasso è diminuito ancora: dei 116.869 nati nell’Isola, sono 497 a perdere la vita entro il primo anno, 38 in meno del 2015, il che si traduce in un tasso di mortalità infantile del 4,3 per mille. Così Cuba si colloca tra i primi 20 Paesi del mondo e, insieme al Canada, è la prima regione delle Americhe. I dati sono stati resi noti dal ministero della Salute pubblica cubana. Dati che testimoniano una situazione molto stabile, ha sottolineato il ministro della Salute pubblica, il dottor Roberto Morales Ojeda. «Il progresso è frutto dell’attuazione delle Linee guida per la Politica economica e sociale del Partito e della Rivoluzione». Mentre l’Isola festeggia il 58esimo anniversario del trionfo della Revolución, dal Moncada si rivendica «un esempio di efficienza e sostenibilità, un risultato concreto».

Le risorse economiche sono scarse eppure i risultati sono, ancora una volta, eccellenti. Qual è il segreto del sistema sanitario cubano? Intanto, la sanità cubana si fonda sul principio per cui la salute è un diritto sociale inalienabile e tutti i cubani hanno diritto all’assistenza sanitaria completa senza distinzioni. I servizi sono finanziati quasi interamente con risorse pubbliche e regolati dal ministero della Salute che concentra e distribuisce le risorse. L’assistenza di primo livello dipende dai Municipi e copre circa l’80% dei problemi di salute della popolazione nei consultori dei medici, attraverso gli “infermieri di famiglia” e nei poliambulatori (che a Cuba si chiamano policlinici). I servizi di secondo livello, invece, coprono circa il 15% dei problemi di salute e quelli di terzo livello il 5% dei casi in ospedali specializzati o istituti di eccellenza.

La Sanità a Cuba assorbe circa l’8,7% del Pil e conta su una rete di circa 220 ospedali, 15 istituti di ricerca, 500 policlinici e una copertura a tappeto in tutta l’Isola del personale sanitario: circa 600mila lavoratori, il 9 per cento della popolazione in età lavorativa. A Cuba, nel 2009, si contano 6,7 medici e 9,5 infermieri ogni mille abitanti. Tutti i medici sono dipendenti del governo e guadagnano mediamente 20 dollari al mese, più alcuni benefit come la casa e generi di prima necessità. Molti tra i migliori medici cubani, poi, sono inviati dal governo a lavorare in altri Paesi dell’America Latina: il programma Barrio Adentro, a partire dal 2002, Cuba invia circa 18mila medici in Venezuela, in cambio di forniture di petrolio dal Venezuela di Chavez. Al 2008, circa 40mila medici cubani lavoravano in più di 70 Paesi esteri.

La ricostruzione della Salute tra embargo ed espatri. Dopo la Rivoluzione l’Isola perde la metà dei 6.000 medici presenti sull’isola che decidono di espatriare. A Cuba rimangono solo 16 professori di medicina, perciò il ministero della Salute avvia un programma di nazionalizzazione e regionalizzazione dei servizi sanitari: 50 nuovi ospedali rurali e 160 policlinici in aree urbane, più un programma di vaccinazione dei bambini e assunzione di nuovo personale. L’embargo Usa, poi, proibisce l’importazione di medicine e alimenti. Perciò negli anni 70 si decide di investire sulla prevenzione e monitoraggio ambientale: cliniche di comunità ed educazione alla salute. E ripetute campagne vaccinali, grazie alle quali per alcune malattie non si verificano casi da diversi anni: Poliomielite, 1962; Tetano neonatale; 1972; Difterite, 1979; Meningoencefalite post-parotidite, 1989; Sindrome rosolia congenita, 1989; Morbillo, 1993; Pertosse, 1994; Rosolia e parotite, 1995; Febbre Gialla, 2005. Negli anni 90 l’Isola comincia a raccogliere i frutti dei suoi piani con un’assistenza primaria che riesce a coprire il 95% delle famiglie cubane direttamente nel quartiere di residenza.

 

Il 78,5% della base grillina dice Sì all’alleanza con l’Alde. Il Movimento 5 stelle cambia pelle

Il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, a margine di una manifestazione a Bruxelles, 9 novembre 2016. ANSA/ SALVATORE LUSSU

I parlamentari del Movimento 5 stelle faranno parte dell’Alde (Alliance of Liberals and Democrats of Europe). A deciderlo, è stato il Movimento, attraverso il portale Rousseau. Hanno partecipato alla votazione 40.654 iscritti certificati. A votare per il passaggio, il 78,5% dei votanti (31.914 iscritti), mentre 6.444 hanno votato per la permanenza nell’EFDD e 2.296 per confluire nei non iscritti.

Le alternative consentite, come sempre, erano già decise dal capo politico: restare nel Effd (Europe of Freedom and Direct Democracy), anche se ormai dopo il Brexit, l’Ukip ha raggiunto il suo obiettivo politico, come scrive Grillo, o far parte dei Non iscritti – la lettera, qui sotto, a dire il vero segnala due cose: l’elogio della Brexit e nomina Trump, senza aggettivi, sottolineando come sia il leader Ukip che il futuro presidente Usa restino tra le figure che Grillo considera non avversari. Cosa che, però, avrebbe menomato la presenza grillina a Bruxelles, perché non far parte di un gruppo significa, in sostanza, non poter votare né partecipare ai lavori legislativi, né percepire fondi per il territorio.

In realtà, di possibilità ce ne sarebbero state, se non fosse che i Verdi europei, ad accogliere i pentastellati nostrani non ci pensavano per niente, mentre il Gue è escluso a priori.
«Per come funziona il parlamento europeo – spiega ancora a urne aperte Ignazio Corrao, eurodeputato siciliano – abbiamo la necessità di stare in un gruppo e queste sono le uniche opzioni possibili, dopo mesi di negoziazioni e dialoghi con tutti le delegazioni e gruppi con cui abbiamo avuto a che fare in questi anni. Quel che è emerso è che negli altri gruppi o ci sono già delegazioni italiane (Gue, Ppe, Ecr, Sd, Enf) oppure non c’è stata volontà di negoziare il nostro ingresso (Verdi) – ammette Corrao – mentre mancano i numeri, in termini di delegazioni e condivisione del progetto, per sviluppare un vero polo alternativo europeo a 5 stelle, che sarebbe stato il nostro obiettivo ideale».

E dunque, l’alleanza con i liberali-democratici, definiti da Farage «il gruppo più eurofanatico del Parlamento europeo». Ma è anche, come ricorda Corrao, «il gruppo politico dove hanno transitato nel passato sia i radicali di Pannella che l’IdV di Di Pietro, che per uno strano gioco del destino sono anche gli unici partiti che ho votato nella mia esperienza da elettore pre-M5S». E del quale fanno parte anche gli spagnoli di Ciudadanos.  L’Alde è una scelta ottimale? «No, ovviamente non lo è. Ho una considerazione di Verhofstadt non tanto diversa di quella che ho di Farage». Ma tant’è.

C’è chi invece aveva preso una posizione più diretta, inclusa dichiarazione di voto: «Io come eurodeputato del M5S non ne sapevo niente e come voi, attivisti e non, ho appreso la notizia, con sorpresa e sconcerto, questa mattina», scrive Marco Zanni su facebook ieri, 8 gennaio, giorno in cui dal cielo – dal blog – è piovuta l’indizione della votazione. «Il gruppo Efdd non si è sciolto e probabilmente potrà vivere fino alla fine di questa legislatura, nel 2019. Perciò da iscritto, contro il metodo utilizzato, che non ha nulla a che fare con democrazia diretta, e contro un gruppo come l’Alde che rappresenta il liberismo e l’eurismo più sfrenato, ho votato per la permanenza nel gruppo Efdd».

Stessa reazione dal riminese Marco Affronte, che certo non si può dire uomo di destra. Eppure:

Per gli stessi motivi, (europeista e favorevole al Ttip), il parlamentare Carlo Sibilia così come il senatore Nicola Morra, aveva espresso la sua ferma opposizione all’Alde: «Meglio soli che male accompagnati e un po’ ipocriti». Tralasciando però il fatto che, come lo stesso blog sottolineava, questo avrebbe significato «occupare una poltrona senza diritto di voto».

Tralasciando anche strategie politiche non indifferenti, che Grillo stesso enuncia sul blog: «L’Alde conta 68 eurodeputati e con la presenza del MoVimento 5 Stelle diventerebbe la terza forza politica al Parlamento europeo. Questo significa acquisire un peso specifico di notevole importanza nelle scelte che si prendono. Significa in molti casi rappresentare l’ago della bilancia: con il nostro voto potremo fare la differenza e incidere sul risultato di molte decisioni importanti per contrastare l’establishment europeo».

Ma è un’alleanza che scricchiola. Basti pensare a chi c’è alla guida dell’Alde: Guy Verhofstadt, definito “impresentabile” proprio da Grillo nel 2015 a causa di un presunto conflitto di interessi legato alla sua carica di direttore della società belga Exmar, e per l’accumulo di una serie di stipendi. Ma sta di fatto che proprio Verhofstadt ha annunciato la sua candidatura a futuro presidente del Parlamento Europeo.

Dietro a questa svolta europeista, ci sarebbe un altro europarlamentare, il fedelissimo di Casaleggio David Borrelli. Sarebbe lui il regista dell’operazione di “cambio casacca”, decisa a tavolino con Grìillo e Davide Casaleggio, oggi a Bruselles. Proprio lui, imprenditore informatico veneto di 46 anni, potrebbe essere il destinatario di una vicepresidenza dell’emiciclo internazionale.

E a proposito di strategie politiche, far parte di un gruppo meno estremo, potrebbe lasciar pensare a una mossa in vista delle prossime elezioni italiane.

Marine Le Pen punta all’elettorato della sinistra radicale

epa04558057 Marine Le Pen, leader of French Front National (FN) party, speaks during a press conference at the European Parliament in Strasbourg, France, 13 January 2015. She spoke about France and Europe facing the challenge of Islamist terrorism. EPA/PATRICK SEEGER

«La questione centrale è se vogliamo sottometterci all’Unione europea, all’austerità, alla distruzione del sistema di protezione sociale, a una politica monetaria deflazionaria come quella dettata dall’Europa». È il messaggio centrale che Marine Le Pen ha reso pubblico attraverso un’intervista rilasciata al LeParisien ieri, 8 gennaio 2017.

Marine Le Pen ha detto di non credere alla «frattura destra-sinistra», una divisione politica «artificiale che non rappresenta più nulla».

Vuol dire che non esiste più una competizione politica? No. Secondo Le Pen, bisogna scegliere tra il «nazionalismo» e il «post-nazionalismo» dei così detti «mondialisti». È in quest’ottica che Le Pen vuole differenziarsi dal candidato della destra gollista e istituzionale, Francois Fillon.

Ma a chi sta parlando Le Pen quando si esprime in questa modalità, “à la Podemos”? Al popolo della sinistra radicale, tanto che nell’intervista ribadisce a chiare lettere che tra i nazionalisti «ci sono evidentemente delle persone di destra e di sinistra».

Poi Le Pen critica la gestione del fenomeno migratorio e le spese dello Stato legate «al funzionamento dell’Unione europea»; eppure precisa che il problema non è la spesa pubblica in quanto tale, ma «come viene allocata». Si dice contraria a licenziamenti di massa del settore pubblico e suggerisce piuttosto un «ricollocamento in linea con le esigenze territoriali».

Sui contratti del lavoro, difende i «contratti di categoria e di settore», rispetto a quelli «aziendali», altrimenti si «creano le condizioni per una concorrenza sleale nel Paese».

Alla domanda su “quale sarebbe il suo primo viaggio all’estero”, Le Pen non ha dubbi: «Da Presidente della Repubblica, andrei a Bruxelles a negoziare il ritorno alla sovranità popolare per la Francia».

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Meryl Streep contro Trump ai Golden Globe. La traduzione del discorso

epa05706524 A handout photo made available by the Hollywood Foreign Press Association (HFPA) on 09 January 2017 shows Meryl Streep accepting the Cecil B. DeMille Lifetime Achievement Award during the 74th annual Golden Globe Awards ceremony at the Beverly Hilton Hotel in Beverly Hills, California, USA, 08 January 2017. EPA/HFPA / HANDOUT ATTENTION EDITORS: IMAGE MAY ONLY BE USED UNALTERED +++ MANDATORY CREDIT ++ HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES/NO ARCHIVES

Meryl Streep ha fatto notizia per il discorso di ringraziamento per il Golden Globe vinto per l’interpretazione di Florence Foster Jenkins, la miliardaria stonata che voleva cantare l’Opera. In una cerimonia – che annuncia un po’ chi saranno i vincitori degli Oscar – in cui La-la-la land, il musical del 31enne regista Damien Chazelle (Whiplash) ha fatto la parte del leone con 7 premi. Il discorso di Streep è stato l’unico momento “politico” della cerimonia e persino Jimmy Fallon, che nel suo show parla spesso di politica, ha evitato battute – salvo dire: «Questo uno dei pochi posti in cui ancora si rispetta il voto popolare», parlando dei Globe e scherzando sull’esito delle elezioni presidenziali.

Il discorso di Meryl Streep è piuttosto bello ed elegante, nel senso che non è un attacco diretto, ma il ricordo della pessima retorica anti stranieri e anti media di Trump in campagna elettorale e un attacco ai modi da bullo del presidente che entrerà in carica il 20 gennaio. L’attrice fa riferimento a un momento in cui Trump, durante un comizio, ha imitato un giornalista del New York Times con disabilità. Qui sotto il discorso tradotto, la reazione di Trump è stata, naturalmente, secca: «Si tratta di un ambiente di gente di sinistra che sosteneva Hillary Clinton. E io non ho mai preso in giro il giornalista, non sono nella mia testa e quindi non possono sapere cosa pensassi». I tweet sono più espliciti: «Meryl Streep è una delle attrici più sopravvalutate di Hollywood e una valletta di Hillary, non mi conosce ma mi attacca».

Resta il tema delle reazioni dirette e immediate di Trump via Twitter. In questi giorni il miliardario-presidente ha attaccato le agenzie di sicurezza nazionale, protestato per la diffusione di notizie riservate relative all’hackeraggio russo sulle elezioni (ma non detto praticamente nulla sulla cosa in sé), elogiato Rupert Murdoch, la cui FoxNews sarà una colonna della sua presidenza, attaccato NbcNews per aver tagliato parti dell’intervista alla manager della sua campagna Kellyanne Conway. Così facendo Trump riesce a essere sempre in Tv, come ha fatto in campagna elettorale, e a nutrire il suo pubblico, accentuando le divisioni e i timori nei suoi confronti tra coloro che non lo hanno votato. La stragrande maggioranza degli americani.

In fondo al discorso di Meryl Streep il video di Trump, a voi giudicare se lo stia prendendo in giro per il fatto che Serge F. Kovaleski, il giornalista del New York Times, non ha l’uso delle braccia o se, come ha detto il futuro presidente, la sua mimica esprima il servilismo del reporter stesso.

 


Il discorso di Meryl Streep ai Golden Globes

Grazie, Stampa estera, dovrò leggere perché ho perso la voce urlando questa sera e perso la testa in un momento dell’anno. Giusto per riprendere quel che ha detto Hugh Laurie: Voi (stampa estera) e tutti noi in questa sala apparteniamo ai segmenti più diffamati dalla società americana in questo momento. Pensate: Hollywood, gli stranieri e la stampa.

Ma chi siamo noi e che cosa è Hollywood? Siamo solo persone provenienti da altri luoghi. Sono nata e cresciuta e ho studiato nelle scuole pubbliche del New Jersey. Viola è nata nella cabina di un mezzadro in South Carolina ed è cresciuta a Central Falls, Rhode Island; Sarah Paulson è nata in Florida, allevata da una madre single a Brooklyn. Sarah Jessica Parker è una di sette o otto fratelli dell’Ohio. Amy Adams è nata a Vicenza, in Italia. E Natalie Portman è nata a Gerusalemme. Dove sono i loro certificati di nascita? E la bella Ruth Negga è nata ad Addis Abeba, in Etiopia, cresciuta a Londra – o forse in Irlanda ed è qui nominata per aver interpretato una ragazza proveniente da una piccola città della Virginia.

Ryan Gosling, come tutte le persone migliori, è canadese, e Dev Patel è nato in Kenya, cresciuto a Londra, e qui ha interpretato un indiano cresciuto in Tasmania. Hollywood è dunque infestata da stranieri e da gente che viene da fuori. E se li cacciassimo tutti a calci non ci rimarrebbe nulla da guardare se non il football e le arti marziali. Che non sono arti.

Mi hanno dato tre secondi per dire queste parole: il lavoro di un attore è quello di infilarsi nella vita delle persone diverse da noi, e far sentire come ci si sente. E nell’anno passato ci sono state molte, molte, molte prove di attore potenti in questo senso. Mozzafiato.

Ma ce n’è stata una quest’anno che mi ha stordito. Colpito al cuore. Non perché fosse particolarmente buona; non c’era niente di buono. Ma è stata efficace e ha fatto il suo dovere. Ha fatto ridere l’audience a cui era destinata. È stato il momento in cui la persona che chiedeva di sedersi sulla poltrona più rispettata nel nostro Paese ha imitato un giornalista disabile che superava per privilegi, potere e per capacità di reagire. Vedere quella scena mi ha spezzato il cuore e ancora non riesco a togliermela dalla testa. Perché non era un film. Era vita reale. E questo istinto di umiliare gli altri, quando è usato da qualcuno che ha una grande visibilità, da parte di qualcuno potente, si trasmette nella vita di tutti, perché dà un pò il permesso agli altri di fare la stesse cose. La mancanza di rispetto incoraggia altra mancanza di rispetto, la violenza incita alla violenza. E quando i potenti usano la loro posizione di prevaricare gli altri tutti noi perdiamo. O.K., andare avanti con lui.

E questo mi porta alla stampa. Abbiamo bisogno di una stampa capace di esercitare il controllo sui potenti, e farli rispondere per ogni gesto oltraggioso. È per questo che i nostri fondatori hanno inserito la libertà di stampa ed espressione nella Costituzione. Quindi chiedo alla facoltosa Stampa estera e a tutti i presenti di unirsi a me nel sostenere il Comitato per la protezione dei giornalisti, perché ne avremo bisogno nell’immediato futuro, ne avremo bisogno per salvaguardare la verità.

Ancora una cosa: una volta me ne stavo sul set a lamentarmi per qualcosa – del tipo che stavamo lavorando troppo o all’ora di cena o qualcosa di simile – e Tommy Lee Jones mi disse: «Non è un già un enorme privilegio, Meryl, solo essere un attrice?». In effetti è proprio così, e dobbiamo ricordarci a vicenda il privilegio e la responsabilità di questo mestiere. Dovremmo essere tutti orgogliosi del lavoro di Hollywood che si onora qui stasera.

Come la mia amica, la Principessa Leia, mi ha detto una volta, prendete il vostro cuore spezzato, e fatene arte.

Il video di trump che prende in giro Serge Kowaleski

In prima assoluta l’inedito David Bowie, The Last Five Years

David Bowie The last five years

Andrà in onda il 10 gennaio in prima nazionale David Bowie: The Last Five Years il docufilm prodotto dalla BBC. I fans di Bowie, anche quelli che pensano di sapere proprio tutto di lui e della sua discografia, troveranno pane per i loro denti. Ma anche chi non l’ha mai ascoltato molto potrebbe trovare spunti seducenti. Perché – racconta questo nuovo film di Francis Whately – negli ultimi cinque anni, zitto, zitto, standosene lontano dai riflettori, nonostante problemi di salute,  David Bowie ha realizzato un sogno, creare un’opera totale, non solo rock, non solo teatro, non solo video, non solo musical, ma un progetto che fonde tutti questi elementi in un dittico: l’album Blackstar (potente e drammatico sequel di The next day , 2013) uscito per il suo 69esimo compleanno l’8 gennaio 2016  e il musical Lazarus. 

The Last Five Years ci fa entrare nella fucina creativa di Bowie anche attraverso le  testimonianze di musicisti  (storici collaboratori e nuovi talenti che aveva scoperto più di recente) che hanno partecipato attivamente al lavoro. Ne emerge un ritratto sfaccettato e toccante del polistrumentista, cantante, compositore, attore e pittore David Bowie, come artista a tutto tondo, sfiorando anche  questioni più intime e personali.

A raccontare l’uomo e l’artista David Robert Jones (David Bowie all’anagrafe della musica) qui sono personaggi come Tony Oursler, protagonista della scena dell’arte contemporanea con cui Bowie ha realizzato il video della canzone Where are we now. Mentre Oursler parla scorrono immagini del backstage di quel video realizzato nel 2013 in cui, defilato e silenzioso, si scorge Bowie: indossa una maglietta con la scritta Song for Norway:  tenero messaggio di addio per Hermione, la ragazza dei suoi vent’anni,  per la quale scrisse Letter for Hermione. Contenuto nell’album The next day, anche Where are we now, del resto, è un brano carico di nostalgia. Rievoca  un periodo successivo, gli anni berlinesi (1976-79), quando stanco della vita da rockstar intossicata, Bowie si trasferì in Germania cominciando a comporre musica sperimentale. Seppur con alterne fortune, stava cercando una strada diversa, nuova, rispetto alla narratività dei suoi precedenti dischi che l’avevano portato al successo. Voleva tentare un nuovo modo di comporre rinunciando alle sue molteplici maschere e a personaggi provocatori come gli indimenticabili Ziggy Stardust (1972) e Aladdin Sane (1973) o come Major Tom di Space oddity (1969)  che aveva segnato i suoi esordi (l’album all’inizio fu un flop!) e che ritroviamo ora  a quasi cinquant’anni di distanza fra i protagonisti del musical Lazarus, che ha debuttato il 17 dicembre 2016 poco prima che Bowie morisse il 10 gennaio 2016.

Due mesi prima, il 19 novembre 2016, invece, era uscito il dirompente video del brano Blackstar che mostrava  David Bowie su un letto con la faccia bendata e dei bottoni al posto degli occhi. Un’immagine inquietante intorno alla quale si dipanava però una avvolgente mini sinfonia in dieci minuti. Un video che è diventato immediatamente virale facendo 16 milioni e mezzo di visualiazzazioni. Drammaticamente visionario, come se Bowie avesse intuito che il suo tempo era scaduto. Quando l’ha concepito – rivela il regista del videoclip Johan Renck nel docufilm The last five years – in realtà, non sapeva ancora che la sua malattia gli lasciava pochi mesi di vita.  In questo ultimo lavoro l’austronata Major Tom,  diretto alter ego di Bowie in Space Oddity e poi in Ashes to Ashes, si trova sotto una stella nera, in uno scenario spettrale. Appare tremante, come i ragazzi intorno a lui, ma quel sussulto si trasforma in una danza. Come scrive Francesco Donadio nell’edizione aggiornata del suo  David Bowie, Fantastic voyage (Arcana, volume che raccoglie tutti i testi commentati delle canzoni di Bowie) ciò a cui stiamo assistendo è un rito tribale e fantastico, un cerimoniale funebre di una civiltà pre cristiana. L’irriverente Bowie non ha perso lucidità e ironia e si  fa beffa delle religioni rivelate. Con in mano una sorta di breviario con una stella nera, si traveste da imbroglione messanico per lanciare strali alla religione cristiana. Non sarebbe la prima volta, basta ricordare Loving the alien The next day, suggerisce Donadoni. Qui il predicatore interpretato da Bowie nel video di Lazarus chiede crudelmente ai moribondi di convertirsi e di dargli passaporti, scarpe e antidolorifici.

David Bowie in Berlin 2002

Quella di Renck (regista anche della serie The Last Panthers) è una delle tante voci che innervano il racconto di The Last five years, che sarà trasmesso  da VH1 (noi l’abbiamo visto in anteprima sulla BBC). Accanto alle poche intense parole del produttore Tony Visconti,  della bassista Gail Ann Dorsey  e di altri musicisti  della band che lo ha accompagnato dal vivo negli anni Novanta fino al 2004 ( quando Bowie è stato costretto a interrompere il tour per un infarto), compaiono gli interventi non meno toccanti di chi l’aveva conosciuto direttamente solo in occasione di questi suoi ultimi lavori. Come il regista del musical Lazarus Ivo Van Hoe e lo scrittore irlandese Edna Walsh ,coautore della sceneggiatura. Colpisce in particolare per spontaneità e freschezza il racconto della compositrice jazz Maria Schneider  alla quale Bowie si era rivolto per dare una inaspettata svolta jazz alla sua musica. «Il Jazz era qualcosa che era sempre rimasto sotterraneo nella musica di David, io non ho fatto altro che aiutarlo a far emergere quest’aspetto» , racconta la pianista e compositrice con la quale il musicista inglese aveva cominciato a collaborare nel 2015 per Sue or a season of crime.
I molti volti di David Bowie, anche auto ironico story teller :


Ed è stata ancora lei, Maria Schneider,  a fargli conoscere  il sassofonista Donny McCaslin  che insieme ad altri musicisti newyorkesi ha suonato in Blackstar facendolo diventare  un album rock suonato da musicisti jazz d’avanguardia. In poco tempo fra loro si era creato un rapporto artistico e umano fortissimo durante la registrazione del disco e poi del musical ispirato al libro di fantascienza L’uomo che cadde sulla terra di  Walter Trevis, lo stesso portato sul grande scherno da Nicolas Roeg nel 1976 in cui lui interpretava l’alieno Thomas Jerome Newton. L’album Blackstar che è stato fra i più venduti del 2016 è un concept album pieno di soluzioni innovative.  «Non sono una star del cinema né una star del pop. Sono una stella nera», dicono alcuni versi.  Ed è difficile credere a ciò che Bowie stesso afferma in uno spezzone di intervista di anni addietro recuperato dal regista di The last five years: «Non sono un pensatore originale, piuttosto sono un sintetizzatore, che reagisce a ciò che ha intorno, che riflette la società». E se questo può essere vero per dischi come This is not America  e brani come  I’m afraid of americans o Valentine’s day  dove, raccontava il volto malato dell’America e l’agghiacciante fenomeno dei mass murders, Blackstar sembra piuttosto voler aprire un  nuovo capitolo della propria musica tratteggiando una seducente mitopoiesi.

PICCOLA BIBLIOGRAFIA, le ultime uscite e nuove edizioni di classici su David Bowie:

Non pare del tutto un caso che sull’opera di David Bowie siano stati spesi fiumi d’inchiostro. Con una gran messe di libri pubblicati anche in italiano. A comiciare dal nonumentale Bowie di Nicholas Pegg, ( autore teatrale e giornalista) pubblicato da Arcana nel 2002 ( e in successive edizioni), in cui sono passati in rassegna  album, canzoni, film  video e quant’altro.  Per  chi vuole approfondire gli anni del romantico Ziggy Stardust c’è il libro di Luca Scarlini Zuggy stardust, la vera natura dei sogni  (ADD) . E ancora: ne offre una lettura filosofica Pierpaolo Martino nel saggio La filosofia di David Bowie, (Mimesis). Un ritratto a più mani scritto da personaggi del cinema, della musica della letteratura – da Michael Cunnigham a Franco Battiato – si può leggere nel libro  Rebels, appena pubblicato da La Nave di Teseo. Ma più di tutti consigliamo David Bowie Sono l’uomo delle stelle (Il Saggiatore), uscito in nuova edizione quest’anno, è una raccolta di interviste a David Bowie, realizzate lungo un arco di tempo che va dal 1969 al 2003, anno in cui  il polistrumentista, cantante, attore, disegnatore, collezionista  e cultore d’arte David Bowie ha cominciato a pensare che poteva anche starsene in silenzio e parlare solo attraverso la propria musica. Tradotto da Cristian Caira è il libro che permette un confronto diretto  senza filtri o intenti apologetici o letture con una tesi preconcetta. Si osserva passo passo la maturazione e la sempre maggiore consapevolezza da parte di Bowie riguardo all’importanza  della ricerca, prendendosi anche dei rischi, osando strade nuove, fuori dalle formule rodate, con tutte le incertezze del caso. Ma emerge fortissima anche la sua auto ironia , la voglia di vivere, di condividere, di  osare, sfidando i propri limiti. Qualche esempio?

Per qualche anno sono  stato l’equivalente maschile della bionda svampita e cominciavo a temere che la gente non si sarebbe mai accorta della mia musica” ( 1969 al New Musical Express).

Assimilo le cose molto rapidamente. e sono sempre stato dell’idea che non appena un sistema o un metodo di lavoro si rivela efficace, è superato. e io sento l’esigenza di passare ad altro“.  (1977  Melody Maker)

 ” Non ho mai considerato i miei lavori fantascientifici. E non ho mai pensato il mio lavoro futuristico, anzi ho sempre pensato di essere una figura molto contemporanea, legata al presente. Il rock è sempre indietro di dieci anni rispetto alle altre arti, ne raccoglie le briciole. Voglio dire che non ho fatto altro che servirmi di una tecnica che Burroughs aveva introdotto in letteratura diverso tempo prima” (1978.  Melody Maker)

 “Non mi piaceva per niente il genere di popolarità che avevo ottenuto con la mia roba disco soul, non ero contento del successo di massa che avevo raggiunto. Il genere di successo a cui ambisco, e di cui ho bisogno, è quello artistico e creativo. Non sono interessato ai numeri, non mi servono. Io voglio la qualità, non una carriera nel rock ‘n ‘roll. per sentirmi soddisfatto ho bisogno di offrire qualcosa di valore e quando ho l’impressione di arrancare mi sento a disagio e voglio solo voltare pagina”. (ibidem)

“c’è un elemento irrazionale nell’animo umano? (ride) Sì, penso che in tutti i  miei dischi ci sia qualcosa di irrazionale e in ognuno di essi c’è una certa combinazione elementi sbagliati nel posto sbagliato al momento giusto”.

 “Penso di avere anche io una spinta interiore, ma non riesco a definirla…. viene e va, si perde e riappare, non è come un fiume che incontri quando cammini per un bosco. E quando scompare mi arrabbio ( Qui si fa distante). E dovrei esserne felice, perchè è il corso naturale delle cose, ma quando scompare, quando si asciuga, quello è il momento più frustrante di tutti (1980, New Musical Express)

Cosa ci ha insegnato, alla fine, David Bowie? La BBC ha provato a stilare una sorta di decalogo:

  1. Belive in yourself
  2. Think outside the box
  3. have a sense of adventure
  4. take risks
  5. steal furiously
  6. stay in controll
  7. be suvversive
  8. keep everyone guessing

ma forse non è che l’inizio….