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Io me ne frego che la solidarietà sia reato

Dunque è terribilmente fuori moda essere buoni. Insistono. Vorrebbero inculcarci che aiutare qualcuno significhi terribilmente togliere aiuto agli altri, in questa visione del mondo che funziona solo a sottrazione in cui siamo diventati tutti bravissimi nel simulare ciò che ci viene tolto piuttosto che occuparsi di quello che manca al mondo. Noi inclusi.

Sarà un anno, anche questo, in cui sarà terribilmente fuori moda essere buoni perché alla fine vi hanno convinto per davvero che l’essere solidali sia una contravvenzione all’occuparsi della sicurezza della vostra famiglia. Succede così: vi hanno detto che le vostre energie vanno usate tutte per i vostri famigliari più vicini senza sprecarle per gli altri. E voi ci avete creduto. Federalismo delle responsabilità: prima i miei parenti, poi i miei amici, poi gli italiani, poi gli stranieri. Avete in testa una classifica dei bisogni come se fosse una lista della spesa, avete una gerarchia dei disperati dettata dagli altri e comunque credete che sia farina del vostro sacco. E va tutto bene, per carità. Anzi, sembra tutto terribilmente giusto e normale finché non succederà un giorno di non essere più nella fila prioritaria e allora si griderà allo scandalo dell’ingiustizia.

L’uguaglianza è una cosa terribilmente seria, credetemi. C’è uguaglianza lì dove l’assistenza alle nostre fragilità non viene condizionata dalla razza, la geografia, il mestiere, il credo religioso o la parte politica. L’uguaglianza ha bisogno di un popolo incredibilmente vivace e cordialmente (nel senso letterale: di cuore) ricco.

In Francia c’è un contadino sotto processo per avere aiutato i disperati. Un reato nuovo: colpevole di avere seguito i propri istinti umani. Si chiama Cedric Herrou, è un contadino e ha portato 200 persone circa da Ventimiglia al di là del confine. Colpevole di aiuto. Reato di solidarietà. «Agisco illegalmente per salvaguardare i diritti dei minori. È nostro dovere alzarsi in piedi quando le cose vanno male. Per questo io continuerò», ha ribadito l’uomo.

In piedi. Ecco, in piedi. Sguardo dritto. E basta davvero questi patetici cattivi per moda.

Buon lunedì.

Al Reina non si è colpita la “Turchia laica”. Ma l’ambiguità di Erdogan

epa05694417 Workers install Turkish flags in front of the Reina night club following a gun attack at the popular night club in Istanbul close to the Bosphorus river, in Istanbul, Turkey, 01 January 2017. At least 39 people were killed and 65 others were wounded in the attack, local media reported. EPA/DENIZ TOPRAK

La pietà e il dolore per quelle vittime innocenti massacrate nella notte di Capodanno in una discoteca, non possono trasformare un “Gendarme” spietato in un alleato affidabile nella guerra al terrorismo jihadista. Le trentanove vittime del massacro rivendicato dall’Isis alla discoteca Reina di Istanbul non mondano il “Pinochet del Bosforo”, la secolo Recep Tayyp Erdogan. Erdogan ha giocato col fuoco jihadista, aprendo per anni le frontiere della Turchia, destinazione Siria, ai foreign fighters provenienti da mezzo mondo, anche dall’Europa, che hanno ingrossato le fila delle milizie jihadiste al servizio di al-Baghdadi. Dolore e pietà non possono far velo ad una realtà di fatto incontestabile: la Turchia di Erdogan è vittima delle giravolte del “Sultano di Ankara”.

A ragione annota Alberto Negri, firma di punta del Sole24ore: «La destabilizzazione è il risultato delle politiche dissennate di Erdogan: ha sostenuto per cinque anni i jihadisti per abbattere Assad in Siria e ora questi si sentono traditi. Erdogan ha fatto un patto con Russia e Iran che prevede la loro eliminazione in cambio della mano libera sulla sorte dei curdi». D’altro canto a denunciare con più veemenza il “doppio gioco” di Ankara in Siria era stato proprio colui che oggi è diventato il più stretto e dominante alleato della Turchia: Vladimir Putin. Putin – dopo l’abbattimento del jet russo lungo il confine siro-turco il 24 novembre 2015 da parte dell’aviazione di Ankara – ha accusato senza mezzi termini di essere socio d’affari del Daesh.

Si è detto e scritto che in quella affollata discoteca sul Bosforo, si è inteso colpire la Turchia laica. Non è così. Perché la “Turchia laica” oggi marcisce nelle galere del regime islamo-nazionalista di Erdogan. La “Turchia laica” è quella che si riconosce nelle battaglie di centinaia di giornalisti incarcerati. La “Turchia laica” sono le migliaia di docenti e rettori epurati, sono i parlamentari del partico curdo progressista incarcerati perché accusati di connivenza con il “terrorismo” di matrice curda.

II violento assalto del governo turco contro le città e i quartieri curdi, che include il coprifuoco giorno e notte, sta mettendo in pericolo la vita di 200mila persone – dice Amnesty international in un rapporto datato 21 gennaio 2016. Un anno dopo, la situazione è ulteriormente peggiorata. Erdogan non può essere considerato un “argine” al terrorismo jihadista, per una ragione fondamentale: perché quel terrorismo lo ha alimentato non solo in funzione anti-Assad ma anche per giustificare un intervento armato in Siria destinato a colpire le milizie curde che i tagliagole al soldo di al-Baghdadi li hanno combattuti per davvero.

Come a Kobane, la città martire siriana a pochi chilometri dal confine con la Turchia. Allora, è bene ricordarlo, Erdogan aveva schierato alla frontiera decine di carri armati, nessuno dei quali ha sparato un colpo contro i miliziani del Daesh. Il “Sultano di Ankara”, convergono analisti e studiosi dell’Islam radicale armato, ha usato l’Isis per terrorizzare la sua opposizione interna, compreso l’attacco bomba a un raduno curdo il 20 luglio 2015 (33 morti) e quello ad Ankara il 10 ottobre successivo durante una marcia della comunità curda: 100 morti.

La lotta al terrorismo, insomma, non può giustificare la rilegittimazione della sciagurata teoria del “male minore”, valsa per Ben Ali in Tunisia, Gheddafi in Libia, e prim’ancora Mubarak in Egitto (e oggi al-Sisi), Saddam Hussein in Iraq. Erdogan e il suo regime islamo-nazionalista (così come Assad in Siria), non sono la soluzione ma parte del problema. Denunciarne le persistenti ambiguità sul fronte siriano e nell’uso strumentale della “guerra ai jihadisti”, è il modo migliore per onorare le vittime del Reina.

Left è in edicola dal 7 gennaio con questa opinione e molto di più

 

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Così proseguono gli affari sull’acqua

una protesta del 2012 per il referendum tradito
Attivisti del coordinamento romano acqua pubblica protestano contro la proposta del governo Monti sul nuovo metodo tariffario del servizio idrico, Roma, 13 dicembre 2012. ANSA/ GUIDO MONTANI

Multiutilty a Nord, multinazionali a Sud, shopping in borsa e attacco alle fonti: l’assedio all’acqua pubblica si fa sempre più stretto con buona pace del referendum del 2011. «La mappa delle privatizzazioni va letta dentro i processi di finanziarizzazione – ricostruiamo su Left in edicola da sabato 7 gennaio, con Corrado Oddi, del Forum italiano dei movimenti per l’acqua – e negli ultimi cinque anni sono stati distribuiti più dividendi che utili: è l’economia del debito, che finisce in tariffa non tanto in nome degli investimenti ma quanto, soprattutto, della rendita». Su Left cerchiamo di capire come e perché il ricorso alle multiutility favorisca la deterritorializzazione, «con i Comuni», continua Oddi, «e quindi i cittadini, che non contano più nulla». Così la questione dell’acqua è sempre più una questione di democrazia.

La mappa degli affari, che vi restituiamo, copre tutta Italia. I processi in corso vedono la multiutility emiliana Hera espandersi in Triveneto, la milanese A2A arrivare fino a Cremona, i genovesi di Iren che tentano di mettere le mani anche sull’acqua di Torino. Ci sono le grandi manovre, poi, di Acea, tra Toscana, Umbria, Lazio e Campania, mentre a vario titolo i francesi di Suez e Veolia (che già è dentro la calabrese Sorical e per il 59,6% in Idrosicilia) agiscono con la multiutility capitolina nel Mezzogiorno insidiando Aqp, l’acquedotto pugliese, con il progetto di una megamultiutility del Sud.

Attraverso processi di acquisizione, aggregazione e fusione, i quattro colossi quotati in borsa – A2A, Iren, Hera e Acea – puntano a inglobare tutte le società di gestione dei servizi idrici, ambientali ed energetici
. Gestioni distrettuali ultraregionali, le ha chiamate, un anno fa il presidente dell’autorità nazionale Energia Elettrica-Gas-Servizi Idrici. Tutto ciò serve a espandere il margine operativo dilatando la platea dei clienti e controllando le sorgenti più ricche. E secondo l’attivista romana Simona Savini questo, in fondo, non sarebbe altro che «il programma renziano: non si parla più esplicitamente di privatizzazione ma di fusioni e aggregazioni. In questo momento, per esempio, qui a Roma il Campidoglio è immobile e chi fa politica sono i vertici di Acea».

Questo articolo, e tutti gli altri, li trovi su Left in edicola dal 7 gennaio 

 

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Al fianco della scrittrice Asli Erdogan

Asli Erdogan all'uscita della prigione Bakirkoy 29 dicembre 2016 Istanbul. An Istanbul court on December 29 ordered the release of one of Turkey's most celebrated novelists after over four months in jail on charges of terror propaganda, as the authorities detained a leading investigative journalist over his tweets. / AFP / OZAN KOSE (Photo credit should read OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

La scrittrice turca Asli Erdoğan, mentre scriviamo, è ancora sotto processo. È stata arrestata il 16 agosto 2016 per aver collaborato con il quotidiano Özgür Gündem accusato dal governo turco di fiancheggiare il Pkk. È stato chiesto l’ergastolo per Asli nonostante la legge sulla stampa dichiari che i consulenti esterni non sono responsabili giuridicamente per la linea e i contenuti del giornale. Con lei sono stati arrestati la linguista Necmiye Alpay e altri sette giornalisti ed editori del quotidiano filocurdo. Dopo essere stati rilasciati per qualche giorno a fine dicembre, rischiano ancora condanne pesanti. Per denunciare le gravi violazioni di diritti che Asli Erdogan ha subito, Tempo di libri ha organizzato una giornata in suo onore che si terrà a Milano il 12 gennaio, al Teatro Dal Verme, a cui parteciperanno, tra gli altri, la sociologa e attivista sociologa turca Pinar Selek, la scrittrice Chiara Valerio, Lirio Abbate, l’editore Roberto Keller e Giulia Ansaldo che di Asli Erdoğan ha tradotto Il Mandarino Meraviglioso (Keller, 2014). Romanzo visionario e potente che racconta una travolgente storia d’amore, ma anche la struggente malinconia di una giovane turca che vive a Basilea. «Anche nel cuore dell’Europa – dice la protagonista del romanzo – posso riconoscere da uno sguardo le donne del Medio Oriente. Mai guadagnata la nostra autostima, il nostro orgoglio è pieno di cicatrici quanto Rasputin»…

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Riace salva la sua utopia della normalità

«Sono Peppino Lavorato e siamo qui per chiedere a Mimmo Lucano di restare, di non dimettersi». Peppino Lavorato è un pezzo di antimafia in carne e ossa. Quando insieme a Peppe Valarioti ha dato inizio alla Rinascita di Rosarno, se lo è visto morire tra le braccia. Un omicidio politico e mafioso rimasto impunito, dal 1980. Oggi Peppino, con i suoi quasi 79 anni, è a Riace per difendere un’altra primavera, quella del sindaco Mimmo Lucano. «Le mafie forse hanno imparato una nuova strategia: non mi chiamano con le persone che contano, con gli amici degli amici, perché io non riconosco queste autorità. Non mi fanno intimidazioni, violenze eclatanti, perché sono consapevoli di rendermi più forte. Rimangono due possibilità: la mia vita o le diffamazioni e le denigrazioni», dice Lucano all’indomani dell’ennesimo tentativo di «gettare ombre su Riace».

Venerdì 30 dicembre, è una delle sere più fredde che si siano viste in Calabria. Fuori dal palazzo comunale, la piazzetta è gremita. Su uno striscione una frase del Che: “La mia casa continuerà a viaggiare su due gambe e i miei sogni non avranno frontiere”. Si sta per strada, perché poco dopo l’annuncio del sindaco la mediateca che avrebbe dovuto ospitare il consiglio comunale aperto è stata devastata: hanno distrutto servizi igienici e suppellettili, tagliato i tubi dell’acqua e allagato la grande sala per poi rovistare tra gli archivi e affondare i documenti sul pavimento. Ma il vento gelido, il mar Jonio in burrasca e le festività non hanno impedito a centinaia di persone di raggiungere Riace, e ai riacesi di raggiungere il palazzo del Comune. Stasera il consiglio comunale deve decidere se accettare o respingere le dimissioni del sindaco. E i consiglieri le respingono, persino quelli di opposizione.

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Gipi racconta “La terra dei figli”

Un segno, una linea continua indecifrabile. Nessuna concessione a chi sfoglia il libro, niente di più di quello che vivono i protagonisti stessi della storia. «Non volevo che il lettore sapesse più dei miei personaggi», ci dice Gipi, al secolo Gian Alfonso Pacinotti spiegandoci la decisione di abbandonare, per la sua ultima opera, voce narrante, acquerello ed elementi autobiografici, per costruire un racconto scarno ma al tempo stesso intenso, profondo, a tratti silenzioso.

La terra dei figli è l’inizio di una nuova fase creativa per il fumettista pisano? Questo gli abbiamo chiesto, per cominciare, sul numero di Left in edicola da sabato 7 gennaio. Gli abbiamo chiesto come è arrivato a questa virata nel suo modo di raccontare. E «sai», ci ha detto, «io ho sempre la sensazione di non decidere nulla quando lavoro. Mi piacerebbe, arrivato a 53 anni, pensare di avere il controllo su quello che faccio, ma mi sembra sempre che tutto succeda al di là della mia volontà. Magari poi la scopro dopo un anno e dico “Ah, ecco perché lavoravo in quel modo lì”. Ma sul momento è una roba che succede e basta».

«È la storia che comanda», ammette Gipi, «io sono sempre a prendere appunti e scrivere storie. Poi arriva il punto in cui una di esse si impone e diventa “la storia”, quella sulla quale lavorerò. E quando si impone arriva già con la sua forma grafica: l’impaginato, le scene, il modo in cui parlano i personaggi, il tipo di scrittura… È come se ad arrivare fosse un pacchetto sigillato: mi piacerebbe dare l’idea di essere quello che pianifica e pensa la struttura, ma non è così».

La terra dei figli
, la storia che si è imposta, è una storia post apocalittica, vi spiegherà poi Gipi sempre in edicola, con un ambientazione che prende ispirazione da una delle proiezioni di Gianroberto Casaleggio, uno dei video sulla democrazia del futuro, tutta internet e uno vale uno, «una roba da Philip Dick: mi lasciò basito pensare che qualcuno potesse seguire un’idea del genere». «Ci scherzo quando lo racconto», continua Gipi, «anche perché per me l’ambientazione è molto diversa dal senso della storia. Quello che vuoi raccontare è il cuore della storia, il senso profondo, poi come la vesti è tutto un altro discorso. E avrei potuto tranquillamente mettere i personaggi nella prateria con la mamma morta, la tomba e il padre coi figli. Oppure nello spazio o nel Medioevo».

L’intervista integrale a Gipi è, con gli altri articoli, sul numero di Left in edicola e online dal 7 gennaio 

 

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I Caschi Bianchi e l’ambiguità dell’informazione sulla Siria

( Ansa Epa / SIRIA PROTEZIONE CIVILE)

Se vi capitasse di cercare Eva Bartlett su YouTube scoprireste che c’è un video nel quale una «giornalista indipendente canadese smonta le verità occidentali sulla Siria». Di quel video in inglese esistono decine di post sul canale video e le visualizzazioni sono milioni. Quel video è stato postato più di una volta sulla pagina facebook di Left per commentare la nostra ultima copertina del 2016 dedicata ai Caschi Bianchi. Che ha generato polemiche, messaggi sdegnati e commenti insultanti. La domanda retorica di molti che commentavano era «Chi vi paga?», la risposta «Soros, la Cia». Dietro a questo sdegno l’idea che in Siria sia in corso una guerra anti-coloniale che vede Bashar al Assad, sostenuto da Vladimir Putin, l’Iran ed Hezbollah contro, nell’ordine: gli Stati Uniti, l’Occidente, al Qaeda, l’Isis.

Perché tante polemiche? Siamo davvero di fronte a uno scontro di civiltà tra i buoni (Assad e la Russia) e i cattivi? L’Occidente ha davvero cercato di scatenare la guerra civile siriana per poi allearsi con al Qaeda, come sembrano suggerire molti articoli che ignorano quanto capita, le denunce delle organizzazioni umanitarie di ogni ordine e grado? E chi combatte in Siria?

Su Left in edicola da sabato 7 gennaio proviamo a rispondere a queste domande. Sapendo che il conflitto siriano è un pantano, che responsabilità ne hanno tutti e che non c’è una verità unica. E che una vita salvata è una vita salvata – e per questo abbiamo dedicato una copertina ai Caschi Bianchi. Cercando un po’ abbiamo anche scoperto, non c’è voluto molto, che la il governo russo sta lavorando da anni per creare media, account social e materiale informativo in grado di influenzare l’opinione pubblica occidentale. Proprio come gli Usa hanno fatto negli anni della Guerra fredda. Ma con tecniche e abilità contemporanee.

Su Left è in edicola dal 7 gennaio l’articolo sulla Siria, i Caschi bianchi e l’informazione di guerra

 

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De Mauro, cosa ci siamo persi

“Serve un governo che metta al primo posto la scuola. Non solo in termini di danaro – il danaro alla fine conta poco – ma in termini di cura, di attenzione. E poi serve un gran lavoro degli insegnanti, che senza essere santi ed eroi come Mario Lodi o Don Milani, devono fare in modo che gli alunni più bravi servano da sostegno e indirizzo ai meno fortunati” (da un’intervista a Linkiesta, 2016)

«Non si è mai riuscita a riformare la scuola perché la classe politica, imprenditoriale ha sempre nutrito una diffidenza verso l’istruzione. Queste classi non amano la crescita del livello d’istruzione. Norvegia e Finlandia erano paesi poveri ma hanno puntato sull’istruzione a partire dalla bellezza degli edifici. Qui gli unici edifici di valore sono quelli di Reggio Emilia e Ferrara».  (da un’intervista a Panorama, 2016)

Purtroppo l’analfabetismo è oggettivamente un instrumentum regni, un mezzo eccellente per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni”. “l problema dunque, pur a diversi livelli di gravità, non è solo italiano. Anche dopo avere acquisito buoni, talora eccellenti livelli di literacy numeracy in età scolastica, in età adulta le intere popolazioni sono esposte al rischio della regressione verso livelli assai bassi di alfabetizzazione a causa di stili di vita che allontanano dalla pratica e dall’interesse per la lettura o la comprensione di cifre, tabelle, percentuali. Ci si chiude nel proprio particolare, si sopravvive più che vivere e le eventuali buone capacità giovanili progressivamente si atrofizzano e, se siamo in queste condizioni, rischiamo di diventare, come diceva Leonardo da Vinci, transiti di cibo più che di conoscenze, idee, sentimenti di partecipazione solidale”. (da un’intervista a La Voce di New York,

“Chiesi di lasciare dopo due anni l’assessorato perché mi ero reso conto che non era compatibile col continuare a studiare, prima e dopo del resto sono stato un cane sciolto, fuori dei partiti, anche se come altri ho sperato molto tra gli anni Settanta e Ottanta nel Partito Comunista Italiano. Al ministero dell’istruzione sono stato chiamato come persona che da molti anni si occupava di educazione linguistica e scuola e che si supponeva non fosse sgradito agli insegnanti che si erano vivacemente opposti al precedente ministro. Il mio ruolo? Bene che vada quello del grillo parlante.” (da un’intervista a L’Orientale, 2015)

“È del tutto ragionevole non avere più dubbi sul fatto che ci sia una correlazione stretta tra sviluppo dei livelli di istruzione e formazione e crescita del reddito. Anche se forse non abbiamo ancora abbastanza dati analitici come invece abbiamo per il quadro d’insieme. Basti pensare ai risultati dello studio sistematico (ora interamente in rete) condotto su 140 Paesi del mondo da Robert J. Barro e Jong-Wha Lee che, di cinque anni in cinque anni, tra il 1950 e il 2010, hanno analizzato l’andamento delle curve di crescita dell’istruzione, che è salita ovunque, raffrontandole alle curve di crescita dei redditi pro-capite e del Pil. I loro dati non lasciano dubbi: lo sviluppo economico dei Paesi è legato alla crescita dell’istruzione. La correlazione è così stretta da togliere ogni dubbio.” (da un’intervista a Il Mulino, 2012)