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Per rispondere al riconteggio in Wisconsin, Trump parla di frodi colossali senza le quali avrei vinto il voto popolare. Non è vero, ma nell’era della post-truth non conta più molto

Nelle ultime settimane di campagna elettorale, lo staff del futuro presidente degli Stati Uniti aveva fatto in modo di cambiare la password del suo account twitter. E così l’account seguito da milioni per qualche giorno non aveva prodotto iperbole, insulti, mezze verità o enormi bugie. La campagna è finita, Trump è presidente e gestisce di nuovo il social da 140 caratteri. E si vede.

La notizia è nota: Jill Stein, candidata verde alle presidenziali ha decisi di raccogliere fondi per chiedere il riconteggio delle schede in alcuni Stati. La raccolta è stata un enorme successo, mai qualcuno non appartenente a uno dei due partiti maggiori aveva messo assieme tanti soldi (non suoi), e le operazioni di riconteggio sono state avviate in Wisconsin. Poi verranno Michigan e Pennsylvania (qui raccontiamo cosa potrebbe succedere e perché il recount ha senso). La campagna Clinton, si è associata alla richiesta, ufficialmente per verificare se non ci siano state influenze esterne sul sistema informatico di conteggio dei voti – leggi: hackeraggio da parte dei russi o di altri.

La reazione di Trump è stata quella che vedete qui sotto e recita: «Oltre ad aver vinto l’electoral college a valanga, avrei vinto anche il voto popolare se non contassimo i milioni di persone che hanno votato illegalmente».

Segue serie di tweet in cui si attacca Clinton «che mi ha concesso la vittoria», si ricorda l’indignazione della candidata quando a domanda sulla legittimità del risultato elettorale Trump rispose «Non so, ve lo dico dopo le elezioni». Infine, si sostiene che ci sono stati brogli elettorali in Virginia, California e New Hampshire, Stati vinti da Hillary.

Se da un lato colpisce il tono della risposta, meno presidenziale che mai, la cosa che più impressiona è il fare affermazioni palesemente false senza lo straccio di una prova, senza fornire un elemento, un esempio. Semplicemente: a milioni hanno votato illegalmente, ed è vero perché ve lo dico io.

Dopo il referendum sulla Brexit, si è spesso detto che siamo entrati in maniera definitiva nell’era della post-verità. Non contano i fatti, le cose che succedono, variamente interpretate a seconda del punto di vista politico – posso chiamare quello dei rifugiati siriani un’invasione islamica o un esodo drammatico, ma sto parlando di una cosa che succede. Conta ciò che si afferma e il modo in cui lo si fa. Così durante la campagna referendaria britannica si discuteva del peso eccessivo degli europei sul sistema sanitario nazionale, anche se i numeri erano clamorosamente falsi, e così oggi si discuterà dei milioni che hanno votato illegalmente. Post-verità (post-truth) del resto, per l’Oxford dictionary è la parola dell’anno.

Ora, la notizia sulle frodi non è inventata da Trump, ma solo ripresa. Il giro è il seguente: alcuni account twitter parlano di frode elettorale, InfoWars, sito di destra noto per riprendere teorie del complotto ci ha scritto un articolo, l’articolo è stato rilanciato 50mila volte sui social network, che facendo un calcolo a spanne significa che almeno 10 milioni di persone hanno visto il titolo sulla loro timeline di Facebook. E così la notizia è diventata vera. Come quella su Soros che finanzia le manifestazioni anti-Trump – ripresa anche da Huffington Post e Linkiesta, di cui avevamo parlato qui.

Il tema è enorme e il fatto che queste notizie vengano spesso riprese anche da media considerati credibili, magari confezionate per non fare troppa brutta figura, è un segnale del fatto che siamo appunto entrati in un’era di post-verità, nella quale è vero ciò che diventa vero per gruppi di persone attraverso dei canali non necessariamente autorevoli, non necessariamente verificati. Con effetti non indifferenti sulla politica, come abbiamo visto con la Brexit e con Trump. Che poi queste non verità si accomodino su dei sentimenti reali – la sofferenza della classe lavoratrice bianca americana, le paure per il mondo che cambia e la Old England che non c’è più – è un altro discorso.

Con la serie di tweet di Trump di ieri c’è un altro passaggio: perché non usciamo da un clima di campagna elettorale permanente nel quale gli avversari sono truffatori, banditi, poveracci perdenti; perché a usare questi toni è il presidente e non qualcuno che parla in suo sostegno (che non a caso si è portato alla Casa Bianca Steve Bannon, stratega e mago della manipolazione delll’informazione). I politici dicono spesso mezze bugie, esagerano, amplificano e solleticano le paure o le speranze delle persone. Anche quello è il loro mestiere: per fare delle cose bisogna farsi eleggere e, quindi, generare consenso. Trump non stiracchia, fa un uso sistematico di notizie clamorosamente false. Lo fa per coprire i suoi problemi, per sviare l’attenzione, per alimentare una base che non aspetta altro che credere alle sue esagerazioni. E per questo è un nuovo salto di qualità. I media, i padroni dei social media che tanto contribuiscono ad alimentare il fenomeno e soprattutto ciascuno di noi, che è anche un consumatore di notizie, dovrebbe farci i conti e imparare a verificare ciò che sente dire.

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