«Che cosa ti hanno fatto? Mamma e papà sono qua». Sono queste le parole di Paola Deffendi, mamma di Giulio Regeni il ricercatore italiano di 28 anni che il 3 febbraio 2016 è stato ucciso al Cairo, dopo aver visto il corpo del figlio martoriato, adagiato su una barella. E la sua immagine felice in una foto il giorno del suo compleanno, 10 giorni prima del suo assassinio, è oscurata da quella del suo volto “piccolo, piccolo” come è stato restituito dall’Egitto. «Io su quel viso, sempre solare, ho visto il male, tutto il male del mondo», dice la madre.
La storia del documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti, nelle sale cinematografiche il 2, 3 e 4 febbraio, è importante per la storia, la testimonianza, la verità processuale, ma anche per tutte quelle volte che non abbiamo saputo proteggere la democrazia e i figli della democrazia.
Nel film è forte il rapporto tra verità giudiziaria e diritti umani, ma il nostro Paese, così racconta l’opera di Manetti, ha latitato, lasciando soli, in numerose occasioni, l’avvocata dei diritti umani, Alessandra Ballerini, e la famiglia. Loro sì, mai in silenzio, mai in disparte, nel giusto per la difesa del diritto nonostante i depistaggi e i silenzi istituzionali. Ed è anche questo uno dei messaggi del documentario, vista la dinamica autoritaria dell’oggi, con le notizie allarmanti che giungono dagli Usa, mentre vediamo anche intorno a noi i tratti essenziali della democrazia costituzionale, erosi dal neoliberismo senza perimetro e picconati dall’autoritarismo.
Perché è in quelle immagini, in quei racconti di torture, in quella morte, in quella giovane vita spezzata che dobbiamo trovare il senso più profondo per difendere quello che abbiamo oggi e che non è mai scontato: la democrazia.
Il documentario ricostruisce, grazie al contributo della famiglia Regeni e dell’avvocata Ballerini, le tappe del sequestro, delle torture e dell’uccisione del ricercatore italiano. La narrazione si sviluppa attraverso il processo e le deposizioni dei testimoni a giudizio, dando voce ai protagonisti della vicenda e facendo emergere responsabilità, omissioni e verità negate. Per la prima volta sono i genitori di Giulio insieme all’avvocata, che li ha affiancati nel lungo percorso giudiziario che nel 2023, a otto anni dalla scomparsa di Giulio e portato a processo quattro agenti della National Security egiziana, a raccontare in prima persona questa vicenda. Un padre e una madre che, nella loro ricerca di verità, hanno sfidato il governo egiziano.
«Il 25 gennaio intorno alle 23.30 ho ricevuto un messaggio da un professore italiano al Cairo, Gennaro Gervaso, che mi segnala la sparizione di un suo amico e collaboratore Giulio Regeni», racconta Maurizio Massari, ex ambasciatore italiano al Cairo. Qualche giorno dopo anche i genitori vengono informati della sparizione. Viene però consigliato dalla Farnesina, di mantenere il silenzio, di attendere discretamente, di non rendere pubblica la notizia, anche se i genitori vengono invitati ad andare al Cairo. «Una procedura di sicurezza del Governo italiano, una modalità di azione. Ecco, noi abbiamo pensato che fosse uno standard dell’ambasciata», spiegano i genitori di Giulio.
Paola e Claudio Regeni arrivano il 30 gennaio a casa di Giulio. Nei giorni di permanenza al Cairo visitano la casa, i luoghi da lui frequentati. Incontrano la ministra dello Sviluppo economico Federica Guidi (lì Al Cairo per un incontro di Stato con il presidente Al Sisi) che li informa del ritrovamento del corpo, appena trovato. Il corpo ha segni di tortura evidenti, tagli, ematomi di colori diversi ovunque, dita delle mani fratturate, denti rotti, bruciature di sigarette dappertutto e segni fatti con oggetti contundenti sulla schiena. Ci sono lividi dovuti a calci e segni del trascinamento del corpo, ammanettamento di polsi e caviglie, le ferite provocate da un pettine chiodato passato sul cuoio cappelluto e sul viso e bastonate sotto i piedi che hanno causato fratture multiple. Giulio non è morto per le torture, anzi è stato lasciato in vita per lungo tempo, è morto per una torsione del collo. Il 31 gennaio si dà la notizia pubblica della sparizione. «Quello che è successo a Giulio – dice l’avvocata Alessandra Ballerini – non era mai capitato a nessun civile da dopo la guerra civile del 2011».
Inizia ad essere orchestrata una narrazione forviante, falsa e costruita ad hoc. «Giulio non era un giornalista, non è mai stato un attivista, tanto meno una spia, era semplicemente un ricercatore dell’Università di Cambridge, una delle Università più prestigiose al mondo», racconta la madre. Il perché Giulio era attenzionato dai servizi di sicurezza, perché era seguito, fotografato all’assemblea sindacale, il perché avevano perquisito casa sua, il perché lo avevano video-registrato, questo perché diventa un tormento. «Questo perché – racconta Ballerini – è una parte della tortura».
La risposta è semplice e sta in tutti i regimi autoritari: paranoici, dove la vita vale zero. I regimi funzionano così. E succede che i ministri mentono e lo fanno pubblicamente, accusano senza processo. Questo è quello che differenzia una democrazia da un regime autoritario. Non manca il solito cortocircuito causato dagli interessi economici. I più potenti quelli dell’Eni. Attore molto importante in Egitto, in quanto la società ha diritti per poter estrarre idrocarburi, gas, petrolio e ha scoperto il giacimento offshore di Zohr, considerato la più grande riserva di gas naturale del Mediterraneo. I rapporti tra Claudio Descalzi, ceo di Eni, e il presidente Al Sisi, non hanno bisogno di intermediari, sono diretti. Grazie a questo importante documento, oggi possiamo chiamare le cose con il loro nome, dare il giusto posto ai fatti, parlare di verità e dare la legittima memoria a Giulio. E anche per tutte le persone e i movimenti che credono nei diritti civili e nella democrazia e continuano a lottare e a difenderli. Il riscatto di Giulio è anche il loro riscatto.
Il film, scritto con Emanuele Cava e Matteo Billi, prodotto da Agnese Ricchi e Mario Mazzarotto per Ganesh Produzioni e da Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango, è da non perdere e si propone come un contributo fondamentale in attesa della sentenza attesa entro la fine del 2026. I quattro agenti della sicurezza nazionale egiziana accusati del rapimento, della tortura e dell’omicidio non sono mai stati formalmente informati della loro accusa. A causa della mancanza di collaborazione da parte delle autorità egiziane, la loro identificazione non ha potuto essere completata, ma il processo in Italia è ripreso a seguito di una decisione cruciale della Corte Costituzionale italiana nel settembre 2023, che ha stabilito la legittimità di un processo in assenza degli imputati (in contumacia) in casi come questo.






