Delle discoteche forse possiamo fare a meno. Non ce ne vogliano i gestori. Ma delle scuole no. Il diritto allo studio e alla conoscenza è prioritario. La scuola è in debito con i ragazzi che, a causa della pandemia, si sono visti privati di un’offerta formativa ampia e articolata, pur essendosi cimentati con grande responsabilità e impegno con la didattica a distanza. Ma quel che è ancora più grave è che non tutti abbiano avuto accesso a questi strumenti, non avendo a casa sufficienti dispositivi e rete veloce. La scuola è aperta a tutti dice la Costituzione. Ma così non è stato. Il diritto alla formazione e alla conoscenza è stato negato a intere fasce di giovani. Il dramma della dispersione scolastica, che era già grave in Italia, durante la crisi sanitaria si è accentuato e ora è arrivato al 14 per cento. Un’enormità.

Già prima di marzo denunciavamo che oltre un milione di bambini in Italia versavano in povertà assoluta, condizione che si traduceva in povertà formativa. Durante il lockdown con la chiusura delle mense quei bambini non hanno neanche potuto fare una pasto proteico decente, come ha rilevato Chiara Saraceno che con più associazioni si occupa di lotta alle disuguaglianze nelle scuole. Il danno che questi ragazzi hanno subito è gigantesco. Non si può più attendere. Le aule devono riaprire il 14 settembre. La scuola non può essere il fanalino di coda della ripartenza. Non possiamo deludere e affossare un’intera generazione privandola del diritto all’istruzione, sarebbe un crimine. E un danno incalcolabile per il futuro del Paese.

Banchi con le rotelle o meno, la scuola deve riaprire in sicurezza, tutelando la salute di studenti, docenti, personale scolastico. Non possiamo non rispondere alle fiduciose richieste che arrivano dagli studenti. Diamo loro voce in questa storia di copertina mentre sui giornali mainstream si continua a parlare di loro senza ascoltarli, senza interpellarli, senza conoscerli, stigmatizzandone i comportamenti, talora, addirittura additandoli come untori, come scriteriati portatori di contagio in famiglia dopo notti di movida. Lo hanno fatto con anatemi degni di Savonarola autorevoli opinionisti. Al pari dei migranti i giovani sono stati guardati storto, sono diventati il nuovo capro espiatorio di un Paese conservatore che ha paura del vento delle idee nuove (vedi Fiori Nastro, D’orzi e Grimaldi su Left del 21 agosto), quando proprio dai giovani invece viene una sensibilità nuova, per esempio verso la salvaguardia dell’ambiente e la transizione ecologica; da loro viene la richiesta di ripensare l’economia, per una società più giusta e inclusiva, per città a dimensione umana.

Pensiamo ai Fridays for future ma anche ai giovani che fanno politica a scuola nelle rappresentanze studentesche e che, in vista del ritorno in classe, chiedono formazione, ma anche spazi di socialità dove poter fare assemblee in sicurezza. Da loro in primis, come leggerete in questo numero, viene la proposta di un radicale rinnovamento dell’insegnamento, gettando il cuore oltre l’ostacolo di questo dramma, per far sì che la crisi che stiamo attraversando sia un’occasione di sviluppo. È urgente invertire la rotta rispetto a decenni di definanziamento e depotenziamento della scuola che, invece, come propone il maestro Lorenzoni può diventare luogo di costruzione culturale e fucina di nuove idee.

La scuola che i ragazzi si aspettano il 14 settembre prevede distanziamento, igiene, ma anche una nuova didattica in relazione a nuovi spazi. Una scuola in cui ci sia un corpo docente numericamente rafforzato e preparato, in cui ci siano medici scolastici, più insegnanti di sostegno e sportelli psicologici per il benessere psico-fisico di tutti. Le idee non mancano. L’ex ministro Lorenzo Fioramonti in queste pagine lancia delle concrete proposte a partire da una nuovo modello di scuola di prossimità, fatta di classi piccole, in spazi disseminati nei quartieri e nei territori in modo da essere facilmente raggiungibili, senza auto. Certo per fare questa rivoluzione occorrono investimenti. Ci aspettiamo che i soldi del Recovery fund siano utilizzati in questa direzione. Che rilanciare la scuola e l’università sia un’esigenza fondamentale e prioritaria pare averlo chiaro questo governo. Il premier Conte se ne è assunto la responsabilità, anche convocando un vertice dei ministri per affrontare la questione.

Se le parole della ministra Azzolina sui sindacati additati come fronte della conservazione sanno di stantio evocando anni passati di pericolosa disintermediazione, ancor peggio suonano tuttavia le voci che si rincorrono riguardo ad un possibile rimpasto dopo le elezioni del 20 e 21 settembre: in pole position per sostituire Azzolina ci sarebbero le renziane Ascani e Boschi. Ma circola anche il nome dello psicoanalista Massimo Recalcati. Dalla padella alla brace, insomma. Il tentativo è riesumare la famigerata e contestata Buona scuola di Renzi. Sicuramente il presidente Conte ricorderà che quella riforma che prevedeva incarichi a chiamata, alternanza scuola lavoro e valutazione delle competenze (a scapito del senso critico e della conoscenza) costò a Renzi moltissimo in termini di consenso e ne preparò la dipartita da Palazzo Chigi. Il mondo della scuola è vitale, preparato ed esigente, non ammette passi indietro e controriforme.

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L'editoriale prosegue su Left del 28 agosto - 3 settembre 2020
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Delle discoteche forse possiamo fare a meno. Non ce ne vogliano i gestori. Ma delle scuole no. Il diritto allo studio e alla conoscenza è prioritario. La scuola è in debito con i ragazzi che, a causa della pandemia, si sono visti privati di un’offerta formativa ampia e articolata, pur essendosi cimentati con grande responsabilità e impegno con la didattica a distanza. Ma quel che è ancora più grave è che non tutti abbiano avuto accesso a questi strumenti, non avendo a casa sufficienti dispositivi e rete veloce. La scuola è aperta a tutti dice la Costituzione. Ma così non è stato. Il diritto alla formazione e alla conoscenza è stato negato a intere fasce di giovani. Il dramma della dispersione scolastica, che era già grave in Italia, durante la crisi sanitaria si è accentuato e ora è arrivato al 14 per cento. Un’enormità.

Già prima di marzo denunciavamo che oltre un milione di bambini in Italia versavano in povertà assoluta, condizione che si traduceva in povertà formativa. Durante il lockdown con la chiusura delle mense quei bambini non hanno neanche potuto fare una pasto proteico decente, come ha rilevato Chiara Saraceno che con più associazioni si occupa di lotta alle disuguaglianze nelle scuole. Il danno che questi ragazzi hanno subito è gigantesco. Non si può più attendere. Le aule devono riaprire il 14 settembre. La scuola non può essere il fanalino di coda della ripartenza. Non possiamo deludere e affossare un’intera generazione privandola del diritto all’istruzione, sarebbe un crimine. E un danno incalcolabile per il futuro del Paese.

Banchi con le rotelle o meno, la scuola deve riaprire in sicurezza, tutelando la salute di studenti, docenti, personale scolastico. Non possiamo non rispondere alle fiduciose richieste che arrivano dagli studenti. Diamo loro voce in questa storia di copertina mentre sui giornali mainstream si continua a parlare di loro senza ascoltarli, senza interpellarli, senza conoscerli, stigmatizzandone i comportamenti, talora, addirittura additandoli come untori, come scriteriati portatori di contagio in famiglia dopo notti di movida. Lo hanno fatto con anatemi degni di Savonarola autorevoli opinionisti. Al pari dei migranti i giovani sono stati guardati storto, sono diventati il nuovo capro espiatorio di un Paese conservatore che ha paura del vento delle idee nuove (vedi Fiori Nastro, D’orzi e Grimaldi su Left del 21 agosto), quando proprio dai giovani invece viene una sensibilità nuova, per esempio verso la salvaguardia dell’ambiente e la transizione ecologica; da loro viene la richiesta di ripensare l’economia, per una società più giusta e inclusiva, per città a dimensione umana.

Pensiamo ai Fridays for future ma anche ai giovani che fanno politica a scuola nelle rappresentanze studentesche e che, in vista del ritorno in classe, chiedono formazione, ma anche spazi di socialità dove poter fare assemblee in sicurezza. Da loro in primis, come leggerete in questo numero, viene la proposta di un radicale rinnovamento dell’insegnamento, gettando il cuore oltre l’ostacolo di questo dramma, per far sì che la crisi che stiamo attraversando sia un’occasione di sviluppo. È urgente invertire la rotta rispetto a decenni di definanziamento e depotenziamento della scuola che, invece, come propone il maestro Lorenzoni può diventare luogo di costruzione culturale e fucina di nuove idee.

La scuola che i ragazzi si aspettano il 14 settembre prevede distanziamento, igiene, ma anche una nuova didattica in relazione a nuovi spazi. Una scuola in cui ci sia un corpo docente numericamente rafforzato e preparato, in cui ci siano medici scolastici, più insegnanti di sostegno e sportelli psicologici per il benessere psico-fisico di tutti. Le idee non mancano. L’ex ministro Lorenzo Fioramonti in queste pagine lancia delle concrete proposte a partire da una nuovo modello di scuola di prossimità, fatta di classi piccole, in spazi disseminati nei quartieri e nei territori in modo da essere facilmente raggiungibili, senza auto. Certo per fare questa rivoluzione occorrono investimenti. Ci aspettiamo che i soldi del Recovery fund siano utilizzati in questa direzione. Che rilanciare la scuola e l’università sia un’esigenza fondamentale e prioritaria pare averlo chiaro questo governo. Il premier Conte se ne è assunto la responsabilità, anche convocando un vertice dei ministri per affrontare la questione.

Se le parole della ministra Azzolina sui sindacati additati come fronte della conservazione sanno di stantio evocando anni passati di pericolosa disintermediazione, ancor peggio suonano tuttavia le voci che si rincorrono riguardo ad un possibile rimpasto dopo le elezioni del 20 e 21 settembre: in pole position per sostituire Azzolina ci sarebbero le renziane Ascani e Boschi. Ma circola anche il nome dello psicoanalista Massimo Recalcati. Dalla padella alla brace, insomma. Il tentativo è riesumare la famigerata e contestata Buona scuola di Renzi. Sicuramente il presidente Conte ricorderà che quella riforma che prevedeva incarichi a chiamata, alternanza scuola lavoro e valutazione delle competenze (a scapito del senso critico e della conoscenza) costò a Renzi moltissimo in termini di consenso e ne preparò la dipartita da Palazzo Chigi. Il mondo della scuola è vitale, preparato ed esigente, non ammette passi indietro e controriforme.

L’editoriale prosegue su Left del 28 agosto – 3 settembre 2020

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SOMMARIO

Direttore responsabile di Left. Ho lavorato in giornali di diverso orientamento, da Liberazione a La Nazione, scrivendo di letteratura e arte. Nella redazione di Avvenimenti dal 2002 e dal 2006 a Left occupandomi di cultura e scienza, prima come caposervizio, poi come caporedattore.