Sfidò il neoliberismo e per questo venne isolato e assassinato. La sua uccisione è rimasta senza colpevoli

Il 28 febbraio 1986 sembra un giorno come tanti, per Olof Palme. In agenda ha un’intervista, nel corso della quale sfodera un’energia che non si vedeva da tempo. Il suo secondo mandato, cominciato nel 1982, è infatti molto più tempestoso del primo (1969-1976), che ha catalizzato l’attenzione internazionale per la quantità e qualità delle riforme approvate e l’impegno a favore della pace e della giustizia globale.
Non che nelle fasi precedenti della sua inarrestabile carriera siano mancati attacchi, talvolta grevi: il suo tradimento di classe non gli sarà mai perdonato (un rampollo dell’alta borghesia che si schiera con il movimento operaio!); le durissime parole con cui condanna, da giovane ministro, la guerra del Vietnam sconcertano l’élite del paese; una serie di scandali offusca, durante il primo mandato, il suo rapporto con gli intellettuali e i giovani; la sconfitta elettorale del 1976, dopo quarantaquattro anni ininterrotti di governi socialdemocratici, è frutto anche della sua contestata scelta pro-nucleare.
Tuttavia quando torna al potere Palme ha di fronte una sfida molto più complessa: un nuovo ordine del mondo, il neoliberalismo. Per fronteggiare la crisi finanziaria lasciata in eredità dai governi di centrodestra, i socialdemocratici svedesi puntano sulla svalutazione per favorire le imprese – e i profitti – a scapito dei salari reali e della spesa pubblica. È la “terza via” del ministro delle finanze Kjell-Olof Feldt, che Palme asseconda nonostante l’opposizione del sindacato, nella speranza di riuscire a salvare il “modello svedese”.
Alla Confindustria però non basta: già a metà degli anni Settanta ha optato per lo scontro frontale con il movimento operaio, reo di aver oltrepassato il limite; anziché accontentarsi delle riforme del diritto del lavoro approvate dal governo Palme, la LO, il ramo sindacale del movimento socialdemocratico, presenta nel 1975 una proposta (nota come Piano Meidner) che prevede un graduale trasferimento della proprietà delle grandi aziende dai privati a fondi amministrati dai sindacati stessi. La Confindustria grida alla fine della democrazia qualora i fondi siano introdotti; contemporaneamente fa leva sull’isteria per gli avvistamenti, nelle acque territoriali svedesi, di U-boat sovietici, cui Palme non reagirebbe adeguatamente. Il leader socialdemocratico, da sempre anticomunista e ostile al Piano Meidner (tanto da neutralizzarne l’impatto), diventa così, nella propaganda imprenditoriale, il cavallo di Troia della sovietizzazione del paese.
Palmehat (l’odio per Palme) è una categoria a sé stante, nella storia politica europea. In un tempo in cui i social non sono neanche in mente dei, il primo ministro svedese finisce per essere il bersaglio di una campagna denigratoria e intimidatoria che spazia dagli adesivi con il suo volto al centro di un bersaglio appiccicati da borghesi “perbene” sul parabrezza dell’auto alle minacce vere e proprie di gruppi di estrema destra, che non risparmiano neppure la sua famiglia.
Circolano voci sulla sua intenzione di mollare, magari per un incarico prestigioso all’ONU. Le speculazioni vengono interrotte bruscamente dal proiettile che, la sera del 28 febbraio 1986, lo colpisce, a poca distanza dal quartier generale del suo partito. Palme e la moglie, dopo essere andati al cinema, senza scorta, con uno dei figli e la fidanzata, si dirigono verso la stazione della metro; un uomo, che li sta aspettando, si avvicina, grida “signor Palme” e poi spara a entrambi. Il primo ministro muore poco dopo. La Svezia è sotto shock. Comincia una saga giudiziaria probabilmente superiore a quella dell’omicidio di Kennedy, che si tradurrà in uno smacco insanabile per lo stato svedese. La polizia compie errori su errori, dai bossoli ritrovati solo il giorno dopo ai posti di blocco istituiti tardivamente. Nel frattempo, gruppi di agenti e membri dei servizi segreti brindano alla morte del primo ministro. Non stupisce quindi che una delle piste emerse negli oltre trent’anni di indagine sia quella riconducibile a circoli dell’apparato statale di estrema destra. A questa area politica appartiene il primo sospettato, i cui diritti costituzionali vengono tralasciati nella fretta di esibire un colpevole. Poi è la volta del PKK, sempre un ottimo capro espiatorio. Nel 1988 viene arrestato un tossicodipendente con precedenti per omicidio, Christer Pettersson; la vedova di Palme, Lisbet, lo riconosce ma dopo essere stata “indirizzata” dalla polizia. Sarà prosciolto in appello. Da lì in poi si susseguono commissioni di inchiesta e piste di ogni tipo: gli ustascia, le BR, la RAF, la CIA, il KGB, i trafficanti d’armi indiani, i razzisti sudafricani… fino a Stig Engström, che la sera dell’omicidio è al lavoro in una ditta vicinissima al luogo del delitto. Nel 2020 la Commissione d’inchiesta sull’omicidio dichiara concluso il suo lavoro: “non è possibile fare di più” [sic]; per dare un contentino all’opinione pubblica viene additato come principale sospetto Engström – morto da vent’anni. Non è finita. Nel dicembre 2025 un alto magistrato dichiara che non ci sono prove sufficienti per farne il probabile colpevole, alimentando così le pressioni per la riapertura dell’inchiesta.
Palme non ha avuto giustizia, né dalla legge né dal suo partito. Dagli anni Novanta in poi i socialdemocratici svedesi, anziché spendersi per una visione alternativa della società, hanno gettato alle ortiche tutto ciò per cui Palme si era battuto, pur tra compromessi e ambiguità. Il suo neutralismo attivo, teso a favorire il dialogo fra Est e Ovest e fra Nord e Sud, risulta oggi imbarazzante per un partito che, con Magdalena Andersson (leader dal 2021), ha avviato l’adesione alla Nato – impresa mai riuscita al centrodestra – sull’onda di una virulenta russofobia. Il suo impegno per il disarmo è dimenticato; Andersson, che si è fatta fotografare in tenuta da combattimento, sostiene incondizionatamente l’invio di armi all’Ucraina. Nell’oblio è caduta anche la “pace positiva” di Palme, ossia l’idea che la guerra può essere bandita solo se tutti i paesi godono di pari dignità e di una redistribuzione della ricchezza. Per quanto riguarda la politica interna, è imbarazzante lo zelo di Andersson, all’opposizione, nel dare ragione a Ulf Kristensson, il primo ministro conservatore, quando si tratta di inasprire le pene e rendere più restrittive le politiche migratorie. Su quest’ultimo punto, anzi, c’è da chiedersi se vi sia una differenza fra la leadership socialdemocratica e gli ex (?) nazisti Democratici di Svezia, fautori della remigrazione e del pugno di ferro contro la criminalità (sottinteso immigrata). La rincorsa alla destra si è spinta all’autocritica sull’uguaglianza di genere (fiore all’occhiello del primo governo Palme): “ci siamo concentrati sul femminismo senza capire quanto sia stata dura per i ragazzi [maschi]”.
L’omicidio del primo ministro svedese, propiziato – chiunque sia il colpevole – dalla campagna d’odio della borghesia, appare come una cartina di tornasole dell’indisponibilità del capitalismo ad accettare Allende come Palme, un progetto di socializzazione dell’economia così come un riformismo avanzato e nondimeno attento alle compatibilità di sistema. Una lezione di cui oggi, al tempo del definitivo divorzio fra capitalismo e democrazia, bisognerebbe prendere atto, se si vuole parlare seriamente di trasformazione sociale.

L’autrice: Monica Quirico, storica, è honorary research fellow presso l’Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma. La sua ricerca verte sulla storia e la politica svedese, spesso in prospettiva comparata con l’Italia

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