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“Matera 15/19”. Video-diario di viaggio di una città Capitale Europea della Cultura

È iniziata dal basso, dalle persone, dai cittadini e dalla quotidianità più semplice, la storia di “Matera 15/19”, documentario in quattro puntate per raccontare come Matera e la Basilicata si stiano preparando ad essere Capitale Europea della Cultura nel 2019. Il primo episodio verrà diffuso a gennaio 2017 e la realizzazione è stata resa possibile grazie a un crowfunding su eppela.com: le donazioni sono state talmente tante che oltre alla cifra per realizzare il film, sono stati raccolti anche 1500 euro da donare in favore delle popolazioni terremotate del centro Italia.
“Matera 15/19” si presenta dunque come un diario di bordo, un modo per raccontare e lasciare traccia degli sforzi e delle storie collettive e personali che a partire dal 2015 hanno animato e fino al 2019 animeranno la città e la Regione.

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Un diario di bordo, un modo per raccontare e lasciare traccia degli sforzi e delle storie collettive e personali che a partire dal 2015 hanno animato e fino al 2019 animeranno la città e la Regione.

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Un documentario che è anche un viaggio all’interno del quale i quattro episodi risultano indipendenti e allo stesso tempo interconnessi fra loro, pronti a confluire in un racconto omogeneo con l’ultima puntata.
Autori del primo episodio sono Fabrizio Nucci e Nicola Rovito affiancati per l’occasione dal co-autore e co-regista Alesandro Nucci vincitore nel 2008 del premio Ilaria Alpi. Qui in esclusiva per Left un estratto della prima puntata che potrete vedere a gennaio.

“Matera 15/19: Episodio I” è stato prodotto dalla Open Fields Productions e co-prodotto dalla lucana ArifaFilm, in collaborazione con Regione Basilicata, Lucana Film Commission e BCC Laurenzana e Nova Siri, con il patrocinio del Comune di Matera, del Comune di San Severino Lucano, dell’Università degli Studi della Basilicata e del Parco Nazionale del Pollino. Le musiche infine sono a cura del gruppo musicale TreesTakeLife.

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Foto © Pierpaolo Perri

Attentato a Berlino. Cosa sappiamo della strage al mercatino di Natale

The smashed window of the cabin of a truck which ran into a crowded Christmas market Monday evening killing several people Monday evening is seen in Berlin, Germany, Tuesday, Dec. 20, 2016.(AP Photo/Markus Schreiber)

Berlino, come Nizza, come Parigi, Madrid, Londra. Fino a ieri sera la Germania era stata risparmiata dall’ondata di attacchi terroristici che hanno colpito molte delle capitali europee dopo il 2001. E anche se il governo tedesco invita correttamente alla prudenza – il ministro degli Esteri De Mezieres ha detto: le parole che usiamo hanno un effetto psicologico, usiamole con cautela – le notizie che abbiamo indicano che di attentato terroristico si tratta.

Berlino è la città più multietnica e diversa di Germania, attaccare qui significa proprio fare un regalo alla destra xenofoba e colpire un simbolo di apertura e tolleranza. Attaccare un mercatino di Natale significa seminare il panico: in Germania sono 2500 in questi giorni e, come ha detto il capo del sindacato di polizia, pensare di proteggerli tutti è impossibile.

Police stand beside a truck which ran into a crowded Christmas market and killed several people in Berlin, Germany, Monday, Dec. 19, 2016. (AP Photo/Michael Sohn)
(AP Photo/Michael Sohn)

Cosa sappiamo

  • Dodici persone sono morte e 48 sono ricoverate in ospedale, alcune gravi, dopo che un camion si è lanciato contro la gente che affollava il tradizionale mercatino natalizio di Breitscheidplatz a Berlino.
  • Sul camion c’erano due persone, una è morta, l’altra è stata arrestata e viene interrogata. Le prime notizie dicono che si tratterebbe di un cittadino di origine (o di nazionalità) pakistana. Il morto, invece è un cittadino polacco e non era alla guida del camion.
  • La società polacca proprietaria del camion ha detto che il camion era in viaggio dall’Italia alla Polonia, che doveva scaricare qualcosa a Berlino e che il conducente, uno solo, non avrebbe mai fatto una cosa del genere (è il cugino del proprietario e lavorava per la ditta da 15 anni). È probabile che si tratti della persona morta.
  • Un sito polacco riferisce che la società ha raccontato come dalle 4 di ieri pomeriggio il camion non rispondesse più e che il sistema satellitare abbia segnalato che il camion fosse stato acceso e spento almeno tre volte senza muoversi. La deduzione è che qualcuno stesse cercando di capire come guidarlo.
  • Stamane all’alba la polizia ha compiuto un raid nell’areoporto dismesso di Templehof, che in questo periodo viene usato come asilo per rifugiati.
  • Il Dipartimento di Stato aveva da mesi lanciato un allerta terrorismo ai cittadini Usa, dicendo che c’erano notizie di un possibile attacco in Germania.

Welby, 10 anni dopo. Una lotta che porta nuove libertà

Marco Cappato

In Italia non solo l’eutanasia clandestina è pratica, purtroppo, assai diffusa e l’ipotesi di una legalizzazione appare assai lontana, ma manaca anche una  legge sul  testamento biologico. Affossa la famigerata proposta di legge Calabrò, il 7 dicembre scorso la Commissione affari sociali ha approvato un testo ed è almeno un primo passo. «La proposta di legge – spiega Marco Cappato –  prevede che «ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di una propria futura incapacità di autodeterminarsi può, attraverso disposizioni anticipate di trattamento “DAT”, esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte terapeutiche e a singoli trattamenti» e indicare un fiduciario che lo rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie. Al contrario del ddl Calabrò,che era una proposta di legge “contro” il testamento biologico – dice il tesoriere dell’associazione Luca Coscioni –  il nuovo testo include nutrizione e idratazione artificiali tra le terapie rinunciabili, e prevede che il medico sia tenuto al pieno rispetto delle DAT».

A  dieci anni dalla morte di Piergiorgio Welby  che ebbe il coraggio di trasformare la propria malattia in uno strumento per la conquista dei diritti di tutti l’Italia compie un piccolo passo avanti. Ma nel frattempo c’è stato anche un altro fatto importante.: la sentenza del tribunale di Cagliari che ha riconosciuto a Walter Piludu, scomparso il 3 novembre, il diritto che fu negato a Welby e a Nuvoli. Nel giorno in cui alla Camera dalle 14,30, viene ricordata la lotta politica di Welby, con un film e un convegno «Welby, 10 anni dopo. Una lotta che porta nuove libertà cui partecipa la presidente Laura Boldrini abbiamo chiesto a Cappato di raccontarci la storia di Piludu e la sua lotta sulla strada aperta da Piergiorgio.

«Walter Piludu è stato militante e dirigente comunista per tutta la vita, ex-Presidente della Provincia di Cagliari. Mi aveva invitato a casa sua due anni fa, quando fece un appello e si iscrisse all’associazione Luca Coscioni proseguendo con ostinazione a battersi per i diritti di tutti. Alla fine – ricorda il dirigente radicale –  ha trovato ascolto dalla magistratura. Piludu aveva dovuto comunicare alla Asl le proprie volontà con il solo movimento degli occhi e utilizzando la posta certificata, perché non era riuscito a trovare nemmeno un notaio disponibile ad autenticare la propria richiesta. Finalmente, la svolta storica: il distacco dal respiratore è avvenuto “con modalità tali da garantire un adeguato e dignitoso accudimento accompagnatorio della persona”, come ordinato dal giudice, cioè sotto adeguata sedazione. Proprio quello che era stato negato a Welby e a Giovanni Nuvoli. Walter Piludu aggiunge alla storia dei Luca, Piergiorgio, Beppino, Gilberto, Piera, Dominique, Max, Luigi e di tutti coloro che hanno lottato per la libertà di scegliere come terminare la propria vita. Si ricordano qui solo i nomi di coloro che ‘grazie’ alla sofferenza sono passati alle cronache nazionali e internazionali, perché sarebbe impossibile farli tutti i nomi di coloro per i quali la quotidianità è una prigione, un campo di battaglia – più ancora che contro la malattia, contro la burocrazia.

 Dieci anni fa se ne andava Piergiorgio Welby, il film di Livia Giunti e Francesco Andreotti  che viene proiettato oggi alla Camera come racconta la sua poliedrica personalità di artista e il suo impegno politico?

Chi ha stampata nella memoria quell’immagine fissa di Piergiorgio, che si rivolge al presidente della Repubblica dal proprio letto per chiedere l’eutanasia, potrebbe essere rimasto soltanto con l’idea di un malato terminale che vuole morire. Il film ci restituisce l’identità di una persona con una storia straordinaria, che negli anni ha potenziato la sensibilità, anche artistica, e l’insofferenza a qualsiasi forma di pietismo. Non è facile raccontare nei film l’arte pittorica, la fotografia, la poesia…Giunti e Andreotti ci sono riusciti senza retorica, con l’umiltà di un occhio attento e rispettoso, senza voler “creare” un personaggio a tutti i costi, ci fanno scoprire una personalità con la quale entrare in un’intimità che avvolge tutti i sensi. La politica del radicale Welby, del co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, ne esce come la logica conseguenza di un’urgenza personale di una libertà molto concreta, senza alcunché di ideologico.

Il presidente della Camera, Laura Boldrini, sarà presente all’iniziativa organizzata dall’Associazione Luca Coscioni per il 20 dicembre. Questo suo impegno  non nasce oggi.

È  nelle mani della presidente della Camera che consegnammo le 67.000 firme sulla nostra proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia, nel settembre 2013. Da allora, Boldrini non ha mai mancato di corrispondere ai nostri messaggi. Rivolgendosi al nostro congresso dell’Associazione Luca Coscioni, ci scrisse «la nostra attenzione è doverosa: per rispetto del dettato costituzionale e delle decine di migliaia di cittadini che, firmando, hanno espresso attiva partecipazione alla vita democratica». Oltre alla questione di metodo, si è comunque espressa sull’importanza del tema, pur non prendendo posizione direttamente. Va bene così, perché il vero ostacolo che abbiamo davanti è l’indifferenza del ceto politico, dunque il fatto stesso di attirare attenzione sul tema è un aiuto oggettivo a fare dei passi avanti.

Dopo aver aiutato Domique Velati, malata terminale di cancro, ad andare in Svizzera, quali ripercussioni ci sono state in termini di legge? Qual è il quadro dell’eutanasia clandestina in Italia?

Mi ero autodenunciato dai Carabinieri a Roma, ma non è stato aperto alcun procedimento. Con Mina Welby e Gustavo Fraticelli stiamo andando avanti ad aiutare altre persone, attraverso il sito www.soseutanasia.it. Finché l’Istat teneva questa statistica, si registravano un migliaio di suicidi di malati terminali l’anno. Ma un dato preciso sulla realtà dell’eutanasia clandestina non esiste. È un fenomeno largamente sconosciuto e quindi non governato, come sempre accade con i proibizionismo.

Sciacalli da tastiera: così la destra xenofoba reagisce all’attentato di Berlino

Police guard a Christmas market after a truck ran into the crowded Christmas market in Berliin Berlin, Germany, Monday, Dec. 19, 2016. (AP Photo/Michael Sohn)

Sono tutti leoni da tastiera, un po’ come i troll che capita di vedere su Facebook. E appena hanno qualcosa su cui gettarsi, ci si gettano. Mentre il governo tedesco invita alla cautela e per ore non ha neppure parlato di attentato terroristico, i vari leader dei partiti xenofobi parlavano. Sapevano già chi era stato e meditavano reazioni muscolari. Primo tra tutti Matteo Salvini, che reagiva all’attentato contro l’ambasciatore di Mosca ad Ankara e alla strage di Berlino con due tweet.

Non sappiamo se chi ha ucciso fosse un terrorista islamico, o meglio sappiamo che fosse musulmano, ma vista la tensione con la Russia e il nazionalismo turco, molto forte nelle gerarchie della sicurezza, non potevamo, ieri, dire che si trattasse di attentatore salafita o estremista islamico. La cosa, naturalmente, per Salvini non conta. Quanto alla reazione, Salvini ci spieghi qual è. Se vuole organizzare dei raid, lo dica in maniera esplicita. Così è troppo facile: soffiare sul fuoco e poi, quando succederà qualcosa, dire, “io non ho incitato all’odio”.

Stesso tono per Giorgia Meloni, che però almeno ha un che di spiritoso. Detesta così tanto la sinistra che deve per forza prendersela con i pacifisti. Sono quasi peggio dei terroristi.

L’AfD, il partito xenofobo tedesco si è affrettato a dire, prima che ci fosse la certezza che la strage al mercato di Natale berlinese fosse un attentato, che la colpa di tutto questo sono le politiche di apertura di Angela Merkel. «Questi sono morti di Merkel» è un tweet di Markus Pretzell. Bassa cucina elettorale. Buona notizia: la frase è stata rilanciata 1000 volte ma ha ottenuto 1800 risposte, moltissime che insultano Pretzell. Ovvero c’è più gente sui social disgustata dalla reazione che non fan.

Lo stesso argomento anti politica dell’accoglienza lo usa il leader dell’Ukip britannico, Nigel Farage, con il tweet qui sotto: «Terribile notizia, ma nessuna sorpresa. Questa è l’eredità che lascia Merkel».

Diversa la reazione del Front national francese. Che siccome prova davvero a eleggere marine Le Pen presidente mantiene un profilo più serio. Marine, poi, è in vacanza elettorale nella Guyana francese, difficile avere il polso della situazione. Per ora segnaliamo due tweet di cordoglio, uno di Marine e uno di Marion (con versione anche in tedesco) e quello più politico dello stratega Florian Philippot: «Fino a quando rifiuteremo le frontiere nazionali? E fino a quando questa accoglienza irresponsabile agli immigrati?».

Il tema è per tutti lo stesso. E a nessuno viene in mente che commandos terroristici possono passare le frontiere in mille modi, che quelli dell’11 settembre non erano immigrati e che gli attentati, ad esmepio di Parigi, sono stati commessi da persone nate in Europa che nessuna legge può spedire in Paesi dove non sono nati e non hanno vissuto. La verità è che queste cose, i leader della destra xenofoba le sanno benissimo. Ma non è con la razionalità che si nutrono le paure della gente, le stesse paure che generano consensi per i loro partiti.

E a volte ci perdiamo ad occuparci di loro, piuttosto che della storia

Ieri sera ho pensato che per il mio buongiorno avrei voluto scrivere di come mi sono sentito confortato leggendo molti esponenti anche del PD chiedere le dimissioni di Poletti. Un ministro che ha devastato il mondo del lavoro, che ha massimizzato la precarizzazione, che finge di credere a dati sulle sue riforme che vengono puntualmente smentiti e in più che si vanta di disinteressarsi della sfiducia e disperazione dei giovani del suo Paese mi sembra davvero troppo, mi son detto. Roba da inchiodargli Giachetti sullo zerbino di casa a imprecare giorno e notte, almeno.

Poi mi sono detto che forse era il caso di avvisare che Salvini ha iniziato la sua annuale crociata in difesa dei presepi prendendosela con una dirigente scolastica di una scuola in provincia di Brescia e pubblicando il suo numero di telefono per sfamare la bava dei suoi seguaci. Avevo già pronto il finale: ognuno s’imbarca nelle battaglie che gli spettano: Salvini nei presepi, appunto.

Oppure Di Maio e Marra. E Roma. E tutto il resto.

Oppure Sala, l’auto sospeso per finta.

Poi mi è capitato di vedere altre immagini di Aleppo. E Aleppo e la Siria mi pietrificano.

Poi ci sono stati gli spari a Andrey Karlov, l’ambasciatore russo ucciso ad Ankara mentre l’assassino urlava che quell’omicidio fosse parte del “conto per la Siria”.

Poi c’è stato il camion sulla folla a Berlino. Ancora una volta un camion che falcia persone, questa volte intente a passeggiare nel mezzo di un mercatino natalizio.

E mi sono detto che a volte il mondo è tutto così veloce e così tragico che mi viene il dubbio, non so se viene anche a voi, di vivere un tempo che si fa fatica a stargli dietro. E mi chiedo: ma chissà che anch’io poi mi stia perdendo nelle cose meno importanti. Chissà se alla fine anche noi siamo incapaci di vedere il senso generale di una realtà che ci arriva tutta schegge e indignazione, tutta slogan e dosi d’orrore. E mi è venuta una sensazione, come una specie di nausea: attraversiamo dolorose svolte epocali con una classe dirigente provinciale e gretta. E a volte ci perdiamo ad occuparci di loro, piuttosto che della storia.

Buon martedì.

Cosa sappiamo dell’uccisione dell’ambasciatore russo ad Ankara

An unnamed gunman gestures after shooting the Russian Ambassador to Turkey, Andrei Karlov, at a photo gallery in Ankara, Turkey, Monday, Dec. 19, 2016. The Russian foreign ministry spokeswoman said he was hospitalized with a gunshot wound. (AP Photo/Burhan Ozbilici)

Un poliziotto turco in servizio ha ucciso questa sera ad Ankara l’ambasciatore russo Andrey Gennadyevich Karlov. Il diplomatico partecipava all’inaugurazione di una mostra sponsorizzata dall’ambasciata e stava parlando quando l’uomo si è avvicinato e ha sparato gridando «Ricordate della Siria, ricordatevi di Aleppo. Se moriamo noi, morite anche voi». L’uomo è stato identificato: si tratta si Mert Altintas, membro delle forze speciali della polizia di Ankara.

La morte dell’ambasciatore, definita un atto terroristico da Mosca rischia di far saltare il riavvicinamento tra Ankara e Mosca sulla Siria – e non solo. Le due potenze hanno mediato tra le parti la resa di Aleppo e nelle ultime settimane avevano ricominciato a parlare dopo che diversi episodi avevano reso le relazioni difficilissime – la Turchia è schierata con i ribelli siriani e ne ha fatti passare a migliaia dalla sua frontiera. La miccia per il precipitare delle relazioni è stato l’abbattimento di un jet dell’aviazione russa da parte di un caccia turco sui cieli della Siria. Un accordo di riconciliazione è stato firmato all’inizio del 2016, Erdogan ha posto le sue scuse ai familiari e le cose stavano lentamente migliorando.

l'uomo che ha ucciso l'ambasciatore russo ad Ankara
(AP Photo/Burhan Ozbilici)

I ministri degli esteri della Russia, la Turchia e Iran hanno in programma di incontrarsi domani per discutere di Siria. La speranza è che lo facciano comunque.Gli Stati Uniti si sono affrettati a fare le condoglianze per la morte di Karlov: «Condanniamo questo atto di violenza, qualunque sia la sua fonte» ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato John Kirby in un comunicato.

Aggiornamento 20 dicembre 2016

Il presidente russo Vladimir Putin e quello turco Recep Tayyip Erdogan si sono sentiti al telefono a seguito dell’attentato concordando nel definire l’attentato: «un atto provocatorio». Il concetto è stato ribadito ulteriormente in un video messaggio di Erdogan dove ha aggiunto che chi vuole minare i rapporti fra Russia e Turchia «non ci riuscirà».

Anche Vladimir Putin in un messaggio televisivo ha dichiarato che: «Indubbiamente si tratta di una provocazione che mira a disturbare e scardinare il processo di normalizzazione dei rapporti fra i due Paesi e di pace in Siria».

Un gruppo di investigatori russi arriverà a breve in Turchia per indagare sull’assassinio di Dmitry Peskov.

Il collegio elettorale vota Trump, cinque cose da sapere sul perché sarà una presidenza imbarazzante

Oggi Donald Trump diventa ufficialmente presidente. I 538 eletti nell’electoral college che stanno votando per il nuovo presidente. Nelle ultime settimane si è molto parlato di come i grandi elettori potrebbero evitare di scegliere TheDonald e votare un altro candidato. Tre gli argomenti a favore di questa ipotesi: nel conto dei voti assoluti Hillary Clinton ha preso 2 milioni e 800mila preferenze in più del vincitore – Gore ne prese 500mila più di Bush; le notizie di un intervento russo nel tentativo di influenzare il voto degli americani sono entrate nel dibattito politico come argomento presidenziale e bipartisan – ne ha parlato Obama, ne parlano i senatori moderati repubblicani; in queste settimane Trump ha mostrato enormi limiti di preparazione e mille conflitti di interesse sono venuti a galla.

Per questo campagna hanno raccolto decine di migliaia di firme, i singoli grandi elettori sono stati contattati e alcuni hanno persino lanciato campagne per fare in modo che l’elezione ufficiale di Trump non avvenga. Ebbene? Ebbene niente. Come è abbastanza ovvio, e anche a causa di leggi di alcuni Stati che impediscono al grande elettore di non seguire il vincolo di mandato, quelli che cambieranno voto si conteranno sulle dita di una mano. O forse due. È comunque una pessima partenza per la presidenza Trump. Non è l’unica. Ecco alcune cose da sapere e ricordare ora che Trump diventa presidente. Tutte cose capitate dopo la sue elezione.

Il gradimento del presidente eletto

Dopo il voto, normalmente, il presidente eletto fa un salto in avanti nei sondaggi relativi al gradimento. Così è capitato anche a Trump. Qui sotto il grafico Gallup che segnala due cose: un piccolo salto c’è stato, questo si è bloccato. Pessimo segnale per due ragioni: normalmente nella fase in cui il presidente eletto costruisce il proprio staff il gradimento continua a crescere, per poi prendere a calare quando il presidente subentra alla Casa Bianca e comincia a lavorare; il 42% è molto, ma molto basso per qualcuno che ha appena vinto le elezioni.ykmz06nenuychcr9tarisq

Gli ultimi tre presidenti erano molto più in alto: nel 2008, Obama, a metà dicembre aveva il 75% di gradimento, nel 1992 Clinton aveva il 67% e nel 2000, Bush, che pure era stato eletto tra le polemiche, aveva il 65%. Trump entra alla Casa Bianca son il 58% di pareri negativi.

I conflitti di interesse

Per mesi il presidente eletto ha annunciato che avrebbe risolto i potenziali conflitti di interesse tra la sua attività di businessman e la presidenza  passando la gestione dei suoi business ai figli. Non a un blind trust e neppure vendendo le sue società. Problema: i figli e il genero sono ampiamente coinvolti nelle sue attività politiche. Sia Ivanka che suo marito Jared Kushner stanno prendendo parte alla selezione degli uomini e delle donne dell’amministrazione e sembrano voler occupare un ruolo ufficiale nei prossimi quattro anni. Sarà per questo che la prevista e annunciata conferenza stampa sulla gestione del conflitto di interessi è stata rimandata a data da destinarsi. Ma quali sono i conflitti di interesse? Cominciamo con le cose piccole. In queste settimane Trump ha tenuto incontri in diversi luoghi di sua proprietà, ovunque campeggia la scritta TRUMP e gli alberghi e i resort hanno ottenuto enorme pubblicità gratuita. Il suo hotel appena aperto a Washington ha offerto prezzi speciali alle delegazioni straniere. 

Basterebbe così. Già, ma la Deutsche Bank o gli affari nelle Filippine sono più controversi. E sono solo due esempi. Trump ha un debito di 364 milioni con la banca, che a sua volta è indagata per il ruolo nella crisi finanziaria del 2008 e rischia di venire sottoposta a una multa da 14 miliardi di dollari. Ora, il presidente miliardario potrebbe decidere di scambiare una cosa per l’altra. O qualcosa di simile. Quanto alla Trump Tower di Century City, appena inaugurata nelle Filippine, il partner d’affari legale del presidente è stato nominato inviato speciale del governo di Manila negli Stati Uniti. Ci sarà un legame tra le due cose?

La cyber guerra e i rapporti con la Russia

Il conflitto di interessi più clamoroso, di questi tempi, è quello che coinvolge Rex Tillerson, ex amministratore delegato di ExxonMobil. Il prossimo Segretario di Stato vanta un lungo rapporto con Vladimir Putin, è fondatore di una compagnia petrolifera russo-americana con sede alla Bahamas e nel 2013 è stato insignito dell’Ordine di amicizia della Russia e si è opposto alle sanzioni – che danneggiano pesantemente la ExxonMobil. In questo contesto, le notizie confermate da Cia ed Fbi sul tentativo di Mosca di condizionare il voto americano, sono un problema. Quando i risultati dell’inchiesta del Senato e di quella della Casa Bianca di Obama verranno diffusi Trump, che in campagna elettorale ha elogiato Putin e promesso di rasserenare il clima con la Russia, che ha scelto diversi amici di Mosca nella sua amministrazione, si troverà in grande imbarazzo. La relazione con Putin è già stata oggetto dell’ultima comparsata di Alec Baldwin/Trump al Saturday Night Life (qui sotto)

L’account Twitter e la guerra con i media

Nei giorni scorsi Vanity Fair ha giudicato il Trump Grill, il bar ristorante alla Trump Tower come il peggior ristorante d’America. La risposta? Affidata a twitter: Visti i pessimi numeri di Vanity Fair, crollano…hanno grandi problemi, il direttore Graydon Carter non ha talento”. Poco presidenziale, sebbene siano i modi che hanno pagato.

Gli stessi usati per parlare di MSNBC, CNN e dell’imitazione a se stesso. I due tweet qui sotto parlano di quanto sia pessima la sua imitazione fatta da Baldwin (un trionfo di critica) e di come la copertura del suo lavoro da parte dei due canali all news sia “di parte, pessima” e così via.Il problema di questi toni? Che hanno funzionato ottimamente in campagna elettorale ma che sono imbarazzanti per un presidente. Ma il punto potrebbe non essere quello, chi se ne frega del politically correct e delle istituzioni, si potrbbe pensare. Il problema è che, come dicevamo all’inizio, Trump è gradito da una minoranza ristretta degli americani. Partire picchiando duro chiunque non sia d’accordo con te (o attaccare un piccolo sindacalista metalmeccanico, o la Boeing che costruisce l’Air Force One) è una pessima idea per guadagnare consensi. Altro aspetto è l’assenza di interazione: solo interviste uno a uno, niente conferenze stampa. Mai. In confronto Hillary Clinton era trasparente.

Le nomine improbabili

I nomi improbabili sono tanti, ne abbiamo già parlato. Vale solo la pena di segnalare, per ricordare come e quanto la futura amministrazione sarà figlia dell’ala più destra e conservatrice del partito repubblicano, due aspetti minori.Il capo dell’Agenzia di protezione dell’ambiente Scott Pruitt, è stato procuratore dell’Oklahoma e come tale ha fatto causa al governo federale che cerca di imporre limiti alle emissioni. L’altro è Rick Perry, futuro Segretario dell’Energia, che nel 2012, quando correva per le primarie repubblicane, una gaffe che gli costò la carriera politica: durante un dibattito promise di abolire tre agenzie federali, ma una non se la ricordava. Tra queste c’era però quella che oggi viene chiamato a guidare. Imbarazzante. Nel complesso, i rappresentanti di Big Oil, ovvero i giganti petroliferi che in teoria sono in ritirata e sono l’economia di ieri e non quella di domani, sono rappresentati come non mai in questa amministrazione. Dal Segretario di Stato in giù.

Il tedesco Gregor Gysi è il nuovo presidente della Sinistra europea

Sabato 17 dicembre, Gregor Gysi, è stato eletto Presidente della Sinistra europea. Figura di primo piano della Die Linke, il deputato tedesco, originario della Berlino dell’Est, succede così al francese Pierre Laurent, attuale Segretario del Partito comunista francese (Pcf) che resta alla vicepresidenza insieme all’italiano Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, Maite Mola (Pce Spagna) e Margarita Mileva (BL, Bulgaria).

Gysi è stato eletto con il 67,6 per cento dei voti del congresso di Sinistra europea e rappresenta l’ala di Die Linke che non è disposta a mettere in questione l’integrità dell’Unione europea e la moneta unica.

Sinistra europea rappresenta la federazione paneuropea dei partiti che si collocano a sinistra dell’area socialdemocratica e raccoglie, sotto al proprio ombrello, più partiti di quelli che fanno parte del gruppo parlamentare europeo, Gue/Ngl.

Gysi ha ora il difficile compito di trovare una sintesi, a livello continentale, tra forze nazionali di sinistra che spingono per una rottura con l’euro e non. Durante il congresso che ha sancito l’incarico di Gysi, era presente anche Alexis Tsipras.

L’elezione di un politico tedesco alla guida della federazione ha sicuramente un alto valore simbolico e sottolinea quanto la Germania sia il vero baricentro della politica europea.

Gysi sarà anche in lista per le elezioni politiche tedesche che si  terranno a settembre 2017.

Secondo Der Tagespiegel, in vista del voto, il neo-eletto Presidente si sta spendendo per una potenziale alleanza tra la Die Linke, il Partito socialdemocratico (Spd) e i Verdi.

Da leggere:

Regno Unito – Die Zeit – Altro che depressione economica: dopo la Brexit, lo Uk continua a crescere. Secondo molti economisti il 2017 sarà un anno positivo

EuropaEkathimerini –  Il Ministro della giustizia irlandese, Frances Fitzgerald, promette solidarietà alla Grecia e critica la riattivazione delle procedure di Dublino per i Paesi di frontiera

Crisi costituzionale in Polonia: così Legge e Giustizia cambia le regole

Proteste a Varsavia
epa05681286 People take part in a demonstration in the defense of democracy organised by the Club of the Polish newspaper 'Gazeta Polska' in front of the Presidential Palace in Warsaw, 18 December 2016. The 'Gazeta Polska' organised demonstration, which is organised after a continous 3-day protest against the government, is a support action for the current government in Poland. EPA/JAKUB KAMINSKI POLAND OUT

In Polonia è in corso un durissimo braccio di ferro tra il governo populista di Legge e Giustizia e le opposizioni, che accusano la maggioranza di attentare agli equilibri costituzionali. L’ultima occasione, che ha generato proteste nella capitale a Varsavia per tre giorni consecutivi, sono i piani del governo per limitare l’accesso in Parlamento ai giornalisti.

I manifestanti si sono riuniti di nuovo domenica davanti al palazzo che ospita l’Assemblea elettiva dove i deputati dell’opposizione sono in sit-in da venerdì scorso. Sabato la manifestazione era stata dispersa con i lacrimogeni dalla polizia. Il precedente immediato riguarda la scelta di votare la legge di bilancio in un’aula minore del Parlamento mentre le opposizioni cercavano di impedirne il passaggio bloccando i lavori. Il presidente del parlamento ha quindi convocato l’assemblea in un’aula diversa, sostenuto che il quorum di 237 deputati era presente e fatto votare il bilancio per alzata di mano. Intanto la polizia bloccava l’accesso ai parlamentari dell’opposizione. Anche i giornalisti sono preoccupati per le scelte governative e una loro delegazione si è incontrata con il presidente del Parlamento senza ottenere risultati.

epa05678996 Governing party Law and Justice (PiS) parliamentarians during the session of Polish parliament at the Column Hall of the Sejm, as opposition parties parliamentarians occupy the the podium in the plennary hall in Sejm, in Warsaw, Poland, 16 December 2016. Journalists, opposition politicians and Committee for the Defense of Democracy gathered to protest against plan to curb media access to the Sejm. The rules proposed by the Sejm Speaker Marek Kuchcinski limit the number of journalists allowed in the Sejm building. The rules are due to take effect in 2017. PAP/TOMASZ GZELL POLAND OUT EPA/Tomasz Gzell POLAND OUT
I parlamentari di Legge e Giustizia votano la legge di bilancio mentre la polizia blocca le entrate EPA/Tomasz Gzell

Il presidente polacco Andrzej Duda – espresso dalla maggioranza – si è offerto di mediare e ha incontrato le opposizioni – ma il capogruppo della Camera di Legge e Giustizia ha definito le proteste «ridicole».
La crisi politica e istituzionale in Polonia sembra essere arrivata a un nuovo salto di qualità. Nei mesi scorsi avevamo avuto la protesta in nero delle donne contro la cancellazione del limitato diritto all’aborto (protesta vittoriosa: il governo ha ritirato la legge), l’occupazione dei media di Stato, la nomina di giudici amici alla corte costituzionale e una purga di dirigenti nelle imprese di proprietà pubblica. Non solo leggi sbagliate ma un lavoro alla trasformazione del sistema istituzionale e democratico polacco. La commissione europea, con un atto senza precedenti nella sua timida storia (quando non si tratta di bilanci), ha aperto una procedura di infrazione delle regole contro il Paese e in un’intervista con Politico.eu Lech Walesa, l’ex leader di Solidarnosc, il sindacato che guidò le proteste che portarono alla caduta del regime di Jaruzelski, chiede all’Ue che minacci la Polonia di espulsione se il partito guidato da Jarosław Kaczyński non smetterà di modificare le regole della democrazia a proprio piacimento. Anche Donald Tusk, leader della centrista Piattaforma civica e premier fino al 2014 e attuale presidente del Consiglio europeo, ha chiesto al governo di rispettare la costituzione.

epa05678468 Opposition party Nowoczesna leader Ryszard Petru (C) with other parliamentarians hold a card ''#Free Media in Sejm' during a protest at the plenary session in Sejm, the lower house of the Polish parliament in Warsaw, Poland, 16 December 2016. Friday was announced 'A day without politicians by a group of Polish media due to planned changes in Sejm media regulations. Journalist and opposition politicians protest against planned further restrictions of access to the Sejm for reporters. The rules proposed by the Sejm Speaker Marek Kuchcinski limit the number of journalists allowed in the Sejm building. Contacts between media and parliamentarians will be only available in a media centre outside the main Sejm building. The rules are due to take effect in 2017. EPA/MARCIN OBARA POLAND OUT POLAND OUT
Media liberi: i parlamentari dell’opposizione protestano in Parlamento EPA/MARCIN OBARA

Il problema per Walesa e per l’opposizione è che Legge e Giustizia resta molto popolare nonostante le leggi che limitano la libertà e le entrate a gamba tesa su alcuni temi etico-morali – oltre al tentativo di restringere il diritto all’aborto ci sono stati interventi per limitare l’insegnamento dell’evoluzionismo e smettere di parlare di cambiamento climatico e di introdurre più ore di lezione di “storia della patria”. Sono poi stati introdotte limitazioni alla fecondazione in vitro e nelle scuole si insegna che l’uso del preservativo aumenta il rischio di cancro. Così Legge e Giustizia ripaga la sua base conservatrice. Aprendo continui scontri con l’Europa, il partito ripaga chi vede in Bruxelles il nemico. Infine, forse la mossa più populista e più importante, il governo ha abbassato l’età pensionabile (60 per le donne e 65 per gli uomini) e aumentato i trasferimenti alle famiglie numerose. Un disastro per la casse dello Stato, una politica di welfare conservatrice, ma comunque popolare.

Il presidente della corte costituzionale ha parlato di transizione verso l’autocrazia. Ma il suo mandato scade in questi giorni.