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L’eredità morale e civile di Welby. Il racconto del medico Mario Riccio

Mario Riccio, medico

Dieci anni fa se ne andava Piergiorgio Welby, dopo una lunga battaglia per essere staccato dalle macchine che lo tenevano in vita. Alla sua richiesta di aiuto rispose il medico anestesista Mario Riccio che oggi ricorda così quell’incontro con un uomo che coraggiosamente usava la propria malattia per una conquista di diritti di tutti.

«Al di là dell’aspetto pubblico, mediatico la vicenda indubbiamente ha segnato la mia vita. Non tanto per gli aspetti più pratici, perché in quelli nulla è cambiato. Ma mi rendo conto di essere stato testimone ed in parte attore – assieme ad altri ovviamente, per prima la moglie Mina – di una vicenda che ha cambiato il diritto, l’etica e la prospettiva politica su certi temi in questo Paese. Ogni volta che parlo di quella vicenda sento questa responsabilità, ma sopratutto sono convinto che Welby abbia lasciato una eredità morale a coloro che gli sono stati vicino. È importante che tale eredità – un bene assai prezioso – sia da ciascuno di noi amministrata con correttezza ed onestà intellettuale. Io mi sto impegnando a farlo».

Il 6 dicembre 2006 il tribunale di Roma giudicò inammissibile la richiesta dei legali di Welby di porre fine all’accanimento terapeutico, che cosa è cambiato da allora?

Paradossalmente la risposta corretta a quella domanda di Welby è arrivata – dopo dieci anni – con la sentenza sul caso Piludu di pochi mesi or sono. Il giudice tutelare di Cagliari ha ordinato all’ospedale di Cagliari che Piludu venisse sedato e staccato dal ventilatore artificiale come da lui richiesto, senza infingimenti e tentennamenti. Fosse arrivata quella stessa risposta a Piergiorgio Welby dieci anni or sono, il mio intervento “clandestino” non ci sarebbe mai stato. Oggi il nostro Paese sarebbe già più avanti sul piano della riflessione etica, la vicenda Englaro avrebbe avuto uno svolgimento più sereno e si parlerebbe di eutanasia/suicidio assistito come negli altri Paesi occidentali

Cosa pensa  della proposta sul testamento biologico approvata il 7 dicembre dalla Commissione affari sociali?

Ho avuto modo per adesso di dare solo una rapida lettura. Mi sembra che se nella forma siamo distanti dall’orribile ddl Calabrò, nella sostanza ci siano ancora molte criticità. Ad esempio ho letto l’espressione  «pianificazione condivisa delle terapie». Dove il «condivisa» si intende tra medico e paziente nell’ambito della tanto osannata “relazione di cura”. Ma se non c’è questa condivisione fra paziente e sanitario ( vedi appunto i casi Welby ed Englaro ) cosa si deve fare ? Il giudice di Cagliari nella sua sentenza non si è certo preoccupato di sapere se i medici dell’ospedale di Cagliari condividessero il volere di Piludu. Era del tutto indifferente al volere di Piludu e all’esercizio del suo diritto. Credo che sarà uno dei punti di scontro nel possibile dibattito parlamentare, ma credo che questa legislatura ancora una volta non produrrà alcunchè.

Il 14 dicembre la legge del Friuli che prevedeva l’istituzione di un registro per le dichiarazioni anticipate ha avuto lo stop della Consulta. Come valuta il fatto che la presidenza del Consiglio abbia impugnato quella legge producendo questi risultati?

Non conosco quella vicenda nei particolari e non posso pertanto esprimere un preciso giudizio nel merito. Ma da quello che ho letto però si evince che effettivamente la regione FVG sarebbe entrata nel merito dei contenuti delle direttive anticipate. Ora quella è materia sicuramente di competenza dello Stato e pertanto la “bocciatura” sembrerebbe un esito scontato. Forse se si fosse limitata a sostenere l’importanza che una direttiva anticipata del cittadino poteva essere semplicemente allegata al modello di cartella clinica regionale – incoraggiandone al contempo la pratica, come è successo in molti comuni italiani-non avrebbe avuto tale risposta e sarebbe stato un altro importante passo avanti. Forse la regione FVG è stata vittima di una certa incompetenza tecnica in materia. Sicuramente però il comportamento della presidenza del Consiglio – cioè Matteo Renzi- non depone per una particolare attenzione ai temi etici, nonostante quanto ci abbia voluto far credere in questi anni.

In Italia i medici che rispondono ai malati terminali rischiano il carcere. Da medico anestesista come vede la situazione? C’è bisogno di una legge sull’eutanasia?

La questione è complessa e meriterebbe una risposta molto articolata. Cerco di sintetizzare: oggi in Italia ogni malato ha già il diritto a rinunciare alle terapie, anche a quelle invasive, salvavita o a curarsi un tumore. Al contempo ha diritto anche alla sedazione palliativa continua, che può essere praticata anche al domicilio. Purtroppo tutto questo è sulla carta, ci sono molti ostacoli di varia natura per raggiungere l’obbiettivo. Sicuramente una discriminante è la posizione geografica nel Paese. Ad un nord discretamente avanzato in questo campo si contrappone un centro-sud poco attrezzato. Pensi soltanto alla scarsa diffusione degli hospice nel sud Italia. Spesso – è molto triste ammeterlo- solo le possibilità economiche fanno la differenza. Discorso differente è la questione della eutanasia/suicidio assistito. Anche se l’opinione pubblica è sicuramente favorevole, rimane un tabù per la classe politica. Non si capisce come mai vi sia questo insuperabile pregiudizio, anche se va notato che è un problema comune in molti altri Paesi occidentali.Io però credo – come per le unioni civili- che sarà proprio la comunità europea che alla fine ci chiederà di adeguarci – in un futuro spero non lontano – ad un nuovo paradigma etico che si sta facendo strada con forza nel mondo occidentale : la propria vita è un bene disponibile della persona.

Non solo Salento: il super gasdotto TAP non piace nemmeno in Grecia

Non c’è pace per il TAP. Sono cosa nota le annose diatribe che vedono da una parte le comunità e le istituzioni locali (tra cui la Regione Puglia) e dall’altra il governo. Nel Salento è fortissima l’opposizione contro il tratto finale del gasdotto che dovrebbe portare il gas dall’Azerbaigian e al contempo rovinare uno dei tratti più belli di costa adriatica. Ma Palazzo Chigi tira dritto e, in nome degli interessi energetici europei, continua a sostenere a spada tratta il progetto. I lavori, però, sono in apparente fase di stallo.

Ma il Consorzio TAP di problemi sembra averne anche in Grecia – val la pena ricordare che l’Albania è il terzo Paese attraversato dall’ultimo segmento del Corridoio Sud del Gas, come è denominato tutto il mega-serpentone di 3.500 chilometri che va da Baku a Melendugno. Inaugurati in pompa magna lo scorso maggio, alla presenza del Premier Alexis Tsipras, i lavori in terra ellenica sono sì iniziati, ma anche in questo caso incontrando una forte opposizione.

L’associazione dei contadini di Kavala ha scritto alla Banca europea per gli investimenti (BEI) per denunciare come le compensazioni per l’espropriazione delle loro terre siano a dir poco inadeguate. Che cosa c’entra la banca di sviluppo dell’UE per un progetto che viene descritto dai proponenti come “al 100% privato”. C’entra parecchio, perché la BEI potrebbe staccare un assegno di ben due miliardi di euro per agevolare la realizzazione del TAP. Un altro miliardo è in ballo per il TANAP, il tratto intermedio del Corridoio Sud del Gas interamente su territorio turco.

Tornando alla Grecia, salta agli occhi un’altra criticità già riscontrata in Salento: la mancata applicazione della direttiva Seveso – che impone a tutti i Paesi membri di identificare i siti a rischio. Non a caso questa mancata ottemperanza a una delle principali norme dell’UE sulla sicurezza è tra le principali preoccupazioni segnalate nei quattro ricorsi alla VIA sottoposti dall’associazione dei contadini della provincia di Kavala, dal comitato dei residenti della provincia di Serres, dalla città di Kavala e dalla cittadina di Doxato. Tutti in attesa di essere discussi al Consiglio di Stato. La pianura che il gasdotto dovrebbe attraversare è tra le più fertili in Europa, ricca di materiale organico e ad alto rischio di autocombustione. «Che cosa succederà ai contadini che lavorano la terra lungo il gasdotto, e a tutte le persone che abitano nelle numerose frazioni, se ci sarà una fuga di gas?» si chiede Themistoklis Kalpakidis, il presidente dell’associazione dei contadini, che abbiamo incontrato lo scorso ottobre. «Sono oltre duecento gli agricoltori e proprietari che hanno rifiutato di firmare i contratti con la Tap», ci ha riferito Kalpakidis. Durante le consultazioni sulla VIA avevano presentato delle alternative concrete, che prevedevano una rotta alternativa, e sono state scartate. «Nessuno ci ha informato sugli impatti reali che questo progetto avrà sulle nostre vite, e che secondo noi è incompatibile con il modello economico esistente» ha continuato l’attivista greco.

In agosto i contadini e il comitato cittadino che si oppone al progetto hanno denunciato l’entrata non autorizzata nei terreni di alcuni degli agricoltori che ancora non hanno firmato alcun contratto con la società, causando proteste in cui è dovuta intervenire la polizia. La società in questione, la JP Avax, avrebbe infatti iniziato a tagliare le colture di mais esistenti lungo il tracciato del gasdotto, la cui costruzione sarebbe ritardata proprio dalle contestazioni.

Intanto negli ultimi giorni ha fatto molto rumore, anche sui media internazionali, un rapporto della rete di Ong dell’Est Europa CEE Bankwatch che parla di imprese coinvolte in scandali e o in processi per associazione mafiosa. «Le banche europee possono assicurare che fino adesso è stata fatta un’adeguata due diligence delle aziende coinvolte?» si domanda Bankwatch. Usa giustamente il plurale perché oltre alla già citata BEI, per il Corridoio Sud del Gas starebbero per materializzarsi altri 1,5 miliardi di euro dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, mentre a breve la Banca mondiale e l’Asian Infrastructure Investment Bank potrebbero prestare rispettivamente 1,4 miliardi di dollari e 600 milioni di dollari a Turchia e Azerbaigian per il TANAP. Un mucchio di quattrini e soprattutto una forte garanzia politica per un’opera che dovrebbe costare intorno ai 45 miliardi di euro (tuttavia il condizionale è d’obbligo) e che dovrebbe essere completata entro il 2020. Ma visti i tanti problemi sul campo questa scadenza è quanto mai incerta.

Il problema non è il brutto parlare: è il brutto fare

Roberto Giachetti all'Assemblea nazionale del Pd, 18 dicembre 2016, a Roma. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

«Io credo che la politica stia vivendo uno dei momenti più bassi anche dal punto di vista del linguaggio oltre che dei comportamenti, e che questo non aiuti il Paese. Ormai la rissa è d’obbligo»: parole, opere e omissioni (tante omissioni) di Roberto Giachetti nella sua fase da “intellettuale responsabile” quando (era il 18 gennaio) si giocava il personaggio del “professorino” per brillare contro l’inesperienza del M5S in vista delle lezioni amministrative a Roma.

Curioso personaggio Giachetti: in tutte e competizioni politiche a cui ha partecipato s’è sempre detto di essere sicuro di vincere (Roma, referendum) e poi è stato il primo a volerci spiegare i motivi della sconfitta. Renziano doc ieri ha capito perfettamente quale dovesse essere la strategia: il capo in fase zen e gli sgherri in libera uscita per bastonare e lui, sgherro per professione e devozione, ha lasciato il segno con la sua frase rivolta a Roberto Speranza “hai la faccia come il culo”. Che, per carità, chi frequenta (o frequentava) le sezioni di partito sa bene che i modi della politica e dello scontro trascendano spesso ma agitare l’offesa volgare in assemblea nazionale (con l’attenzione della stampa tutta) è un vomitevole trumpismo di borgata: condannare il populismo degli altri ma tenerne sempre un po’ in tasca, alzare i toni fingendo che scappino e usare cucco cacca pupù per meritarsi un mezzo titolo e l’applauso.

Gli applausi, a proposito: alla frase di Giachetti si segnalano un Renzi fintamente contrito, Gentiloni imbarazzato e la Serracchiani che ride divertita. I bravi manzoniani sono diventati classe dirigente e non riescono a togliersi l’arroganza da predatori nemmeno per qualche minuto di seguito.

Ma l’assemblea del PD ha detto altro, al di là del colore: ha detto finalmente una volta per tutte che Renzi è molto interessato all’iniziativa di Pisapia (piantando finalmente la sua bandierina nel “campo progressista” degli ex arancioni e così, speriamo, togliendo anche qualsiasi dubbio di “qualcosa di diverso a sinistra”), ha detto che il Mattarellum va benissimo come legge elettorale (evidentemente è per questo che da anni cercano di cambiarla), ci hanno detto che Andreotti è stato assolto (olè), Delrio ha citato Pasolini con una frase che Pasolini non ha mai pronunciato, il segretario ha ammesso di avere sbagliato e per questo non si dimette da segretario e, nell’analisi della sconfitta, ancora una volta hanno chiarito che hanno perso anche se comunque avevano ragione.

Ha ragione Michele Emiliano che ieri sera scriveva, a direzione ormai conclusa: «In una giornata così triste che ho seguito per fortuna solo in tv, succede anche che l’intero gruppo dirigente, in diretta streaming, non trova altro di buono da fare che ridere della frase carica di odio e di disprezzo pronunziata da Giachetti all’indirizzo di Roberto Speranza. Oggi è sembrato a tutti che avesse ragione Churchill quando diceva che gli italiani perdono le guerre come partite di calcio e le partite di calcio come fossero guerre». 

E la citazione di Emiliano, quella sì, è corretta. Mica fatta a culo.

Buon lunedì.

 

Perché è tutto nelle mani di ex Dc e margheritini

(da sin.) L'ideatore della mostra, Francesco Rutelli, il ministro dei Beni e della Attivita' Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, e il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Paolo Gentiloni, durante l'anteprima della mostra 'Rinascere dalle distruzioni. Ebla. Mimrud. Palmira.', allestita nel Colosseo, 6 ottobre 2016 a Roma. ANSA/ CLAUDIO ONORATI

Quando Rutelli uscì dal Pd, perché da lui percepito come un soggetto ormai troppo sbilanciato a sinistra, non sospettava l’inversione di rotta radicale che ben presto avrebbe trasformato il Nazareno in un luogo adatto per il raduno dei vecchi esemplari del moderatismo (non solo) cattolico. Con un Rutelli allarmato sulle insostenibili derive neo-socialdemocratiche del Pd, erano schierati Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, Ermete Realacci, Roberto Giachetti e Filippo Sensi, l’uomo comunicazione di Renzi. Non seguirono però, come invece fece Linda Lanzillotta, il loro capo nella scissione che, del resto, si è sgonfiata subito, senza lasciare traccia alcuna. Rimasero nel partito, un po’ in solitudine e confidando in tempi migliori. Lo fecero senza prevedere il ribaltamento repentino che si è poi verificato. 

C’è un proverbio arabo che dice che, quando la carovana svolta, il cammello zoppo passa in testa. E così è accaduto per il Pd. Con la brusca giravolta, imposta dalla “non-vittoria” del 2013, a guidare la carovana sono passate proprio le antiche retrovie sopravvissute alla fuga. Da sparuti leader di contorno della vecchia corrente rutelliana data in ritirata, Renzi prima e Gentiloni dopo si sono tramutati in politici resuscitati, calati in un ruolo di prima grandezza. E se molti sono stati i transfughi moderati usciti con gran clamore dal Pd (tipo Ichino, con ragioni simili a quelle di Rutelli), molti, a questo punto, sono quelli rientrati, tornati a missione compiuta: l’azzoppamento elettorale del segretario, di Bersani. Una sorte analoga ha benedetto anche le carriere di sodali personali di Montezemolo, candidati alle elezioni in aperta polemica contro il Pd bersaniano, e poi chiamati, dal nuovo Pd, alla conduzione dell’Unità.

Se il Pd appare oggi come un grigio arcipelago a dominanza post-democristiana lo si deve anche all’abilità di manovra di Franceschini, capace di stare in maggioranza con tutti i segretari – naturalmente dopo essere stato protagonista di congiure o di esemplari esecuzioni di ciascuno dei capi andati alla rovina. Alla guida dei gruppi parlamentari di camera e senato ha piazzato due suoi colonnelli

L’articolo continua su Left in edicola dal 17 dicembre

 

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Dal cimitero di Aleppo all’attentato in Egitto. La settimana in foto

Appello di 13 ong: a rischio vita migliaia di migranti in Grecia.

10 dicembre 2016. Hitrino, Bulgaria. Una immagine aerea dell’incidente ferroviario in cui un treno cisterna è deragliato e il serbatoio di gas è esploso. Almeno cinque persone sono rimaste uccise e molti ferite. (Petar Petrov / Sky Pictures Bulgaria tramite AP)
10 dicembre 2016. Hitrino, Bulgaria. Un’ immagine aerea dell’incidente ferroviario in cui un treno cisterna è deragliato e il serbatoio di gas è esploso. Almeno cinque persone sono rimaste uccise e molti ferite. (Petar Petrov / Sky Pictures Bulgaria tramite AP)

10 Dicembre, 2016. Milano, Italia. A causa dell’elevato inquinamento atmosferico alcune città stanno limitndo l’uso dell’auto nel tentativo di limitare il livello delle polveri sottili. (AP Photo/ Luca Bruno)
Milano, Italia. A causa dell’elevato inquinamento atmosferico alcune città stanno limitando l’uso dell’auto nel tentativo di abbassare il livello delle polveri sottili presenti nell’aria. (AP Photo/ Luca Bruno)

10 Dicembre, 2016. Qayara, Iraq. Soldati francesi sparano verso posizioni dei militanti dello stato islamico da una base militare forze della coalizione. (AP Photo/ Manu Brabo)
Qayara, Iraq. Soldati francesi sparano contro le postazioni dei miliziani dello stato islamico da una base militare forze della coalizione. (AP Photo/ Manu Brabo)

10 dicembre 2016. Bucarest, Romania. Due donne di etnia Rom con indosso gli abiti tradizionali, il giorno prima delle elezioni parlamentari (ANSA EPA / ROBERT Ghement)
10 dicembre 2016. Bucarest, Romania. Due donne di etnia Rom con indosso gli abiti tradizionali, il giorno prima delle elezioni parlamentari (ANSA EPA / ROBERT Ghement)

11 dicembre 2016. Cairo, Egitto. Secondo i rapporti di Stato almeno 25 persone sono rimaste uccise e 35 ferite nell’attentato alla cattedrale copta di St. Paul nel quartiere Abbassia. (ANSA EPA / MOHAMED)
11 dicembre 2016. Cairo, Egitto. Secondo i rapporti di Stato almeno 25 persone sono rimaste uccise e 35 ferite nell’attentato alla cattedrale copta di St. Paul nel quartiere Abbassia. (ANSA EPA / MOHAMED)

11 dicembre, 2016. Naivasha, Kenya. Alcuni spettatori si riuniscono sulla scena di un incidente che ha visto coinvolta una nave cisterna che trasporta gas volatili e ha preso fuoco uccidendo decine di persone. (AP Photo/ Ben Curtis)
Naivasha, Kenya. Alcuni spettatori si riuniscono sulla scena di un incidente che ha visto coinvolta una nave cisterna che trasporta gas volatili e ha preso fuoco uccidendo decine di persone. (AP Photo/ Ben Curtis)

12 dicembre 2016. Le luci di Natale illuminano la Darsena dei Navigli di Milano, Italia. (AP Photo / Luca Bruno)
Le luci di Natale illuminano la Darsena dei Navigli di Milano, Italia. (AP Photo / Luca Bruno)

12 dicembre 2016. Campo rifugiati Khazer, Kurdistan iracheno, l'Iraq. (AP Photo/ Manu Brabo)
Campo rifugiati Khazer, Kurdistan iracheno, l’Iraq. (AP Photo/ Manu Brabo)

13 dicembre 2016. Aleppo, in Siria. Un cimitero nei quartieri di Bustan al-Qasr e Kalasa. Nell’ultimo mese più di 1.000 persone sono state uccise nella città siriana. (EPA / SANA Agency)
13 dicembre 2016. Aleppo,  Siria. Un cimitero nei quartieri di Bustan al-Qasr e Kalasa. Nell’ultimo mese più di 1.000 persone sono state uccise nella città siriana. (EPA / SANA Agency)

14 dicembre 2016. Persone lasciano il quartiere di al-Mashhad, nella parte in mano ai ribelli di Aleppo, in Siria durante uno dei cessate il fuoco. (ANSA / Stringer)
14 dicembre 2016. Persone lasciano il quartiere di al-Mashhad, nella parte in mano ai ribelli di Aleppo, in Siria durante uno dei cessate il fuoco. (ANSA / Stringer)

Stallattiti di ghiaccio sui rami di un albero di acero a Eugene, Oregon. (Brian Davies / The Register-Guard via AP)
Stallattiti di ghiaccio sui rami di un albero di acero a Eugene, Oregon. (Brian Davies / The Register-Guard via AP)

Appello di 13 ong: a rischio vita migliaia di migranti in Grecia. Un'immagine dei migranti e rifugiati intrappolati in Grecia e costretti a vivere in condizioni degradanti a causa dell'accordo Ue-Turchia, che rischiano la vita con l'arrivo dell'inverno e del freddo
Appello di 13 ong: a rischio vita migliaia di migranti in Grecia. Un’immagine dei migranti e rifugiati intrappolati in Grecia e costretti a vivere in condizioni degradanti a causa dell’accordo Ue-Turchia, che rischiano la vita con l’arrivo dell’inverno e del freddo

Nella terra dei draghi della resistenza

A street vendor cuts a pineapple in Hanoi, Vietnam, Thursday, Dec. 1, 2016. Vietnam's economy will see "moderate" growth of 6.2 percent this year, as private consumption and investment will slow down amid downside risks, both external and internal, according to the World Bank. Vietnam's economy expanded 6.68 percent last year, the highest in five years. (AP Photo/Tran Van Minh)

Conoscete la barzelletta di Proietti sul Cavaliere Nero? Vi rassicuro, non è della barzelletta che voglio parlarvi, ma ci ho pensato ascoltando la storia del Vietnam, che ho felicemente esplorato in lungo e largo grazie ad Asiatica Travel, che mi ha coraggiosamente scelto come narratore.

È una terra meravigliosa, fatta di gente dal grande sorriso, ma con una storia travagliata tanto le invasioni furono frequenti. Cosicché sin dalla notte dei tempi il Vietnam ha dovuto battagliare con popoli che ci tenevano a ogni costo a impossessarsi di quel luogo.
Prima arrivarono i mongoli, che erano forti e selvaggi. Ma furono cacciati via.
Chiariamoci, i vietnamiti sono persone di una calma e di una gentilezza disarmante. Un italiano mi diceva che se sono gentili, lo sono per davvero, altrimenti se non gli piaci non si mettono proprio a parlare con te, non ne vale la pena. Insomma, non pare ma i vietnamiti son guerrieri di quelli seri e i mongoli se ne accorsero sulla loro pelle.
Poi arrivarono i cinesi. Che patema per i vietnamiti. Non ce la fanno proprio ad andare d’accordo. Al punto che durante l’epoca comunista, preferirono allearsi con la Russia e non con la Cina, che sta proprio attaccata. Furono cacciati anche loro, anche se ci volle tanto, ma proprio tantissimo tempo. Ragion per cui il cibo, a partire dal riso nelle sue molteplici forme, per passare ai loro bigné soffiati, ha subito profonde e talvolta benefiche influenze dagli invasori.

Passiamo oltre. Un australiano di genitori beneventani mi fece un’osservazione che trovai geniale. La diceva con la semplicità dei classici viaggiatori australiani con zaino in spalla: «Se ti ritrovi nel traffico ad Hanoi, anche se è un casino, nessuno si incazza, nessuno ti insulta. Perché sono buddisti, sono rilassati, non come i cattolici che sono aggressivi».

Ed è così che arriviamo ai francesi. Anche i francesi ci stettero tanto… mica scemi. L’Indocina era strategicamente il luogo perfetto dove stare per controllare gli inglesi che erano nella penisola di fronte, in India. Che poi non si direbbe, ma proprio i francesi qui fecero un’occupazione con i cattolici. Dove c’era una pagoda buddista o un tempio… sdrang… via e si mette una chiesa. Neanche il Vaticano osò tanto ardire. Hanno bruciato pure l’università dei Mandarini di Hanoi. Da non credere come il più illuminato tra i popoli in politica estera si trasformi in mostro biforcuto. Significa che all’illuminismo, unica loro credenza, non è dato risolvere i più reconditi fantasmi del genere umano. Ma il discorso qui si farebbe lungo. Mi interessa sottolineare come proprio loro, santi protettori dei lumi della ragione, si affidarono ai cattolici come braccio armato.

Il racconto sul Vietnam continua su Left in edicola dal 17 dicembre

 

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Landini: «Non ascoltano il nostro No Sentiranno i nostri Sì»

Il nuovo governo guidato da Gentiloni lascia a casa il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini ma non quello del Lavoro Giuliano Poletti. Un minimo di autocritica sulla Buona scuola forse, ma le politiche del lavoro vanno bene così, anche per questo governo. Eppure, ci spiega il segretario della Fiom Cgil Maurizio Landini, uno dei motivi che hanno spinto la maggioranza degli italiani a votare No al referendum sulle riforma costituzionale è proprio la protesta contro le politiche sociali, economiche e del lavoro. Si potrebbe dire, in effetti, che questo sia stato il principale dei motivi, almeno per quel 70-80% di giovani che è andato alle urne per porre una X contro la Renzi-Boschi. Fin qui, è toccato soprattutto a Landini dire No, mentre il sindacato guidato da Susanna Camusso prendeva posizione quasi sussurrando. Tra poco, però, sarà l’intera Cgil la protagonista della prossima stagione referendaria. Per la prima volta in cent’anni di storia, infatti si è fatta promotrice di un referendum. E in primavera torneremo a votare per decidere se abrogare le ultime norme sul lavoro.

Jobs act, voucher, subappalti. Landini, il governo non mette in discussione le politiche sul lavoro…

Noi andiamo avanti con i referendum della Cgil per abrogare Jobs act e leggi sul lavoro. Loro invece hanno cambiato il presidente del Consiglio ma non hanno cambiato linea di governo. A maggior ragione – visto che non capiscono l’esito del voto del 4 dicembre, o fan finta di non capire – penso che serva un altro voto in cui si esprima direttamente un giudizio negativo sulle politiche sociali del governo. Evidentemente il voto di giovani e donne, di chi sta peggio e non ha accettato queste politiche non è bastato. Di fronte a questo è importante che la Cgil faccia una campagna forte e decisa, affinché si cancellino le leggi sbagliate fatte da questo governo. Sono convinto che ci siano tutte le condizioni per raggiungere il quorum e indicare che anche sulle politiche economiche, e non solo sulla Costituzione, questo governo non ha il consenso della maggioranza del Paese.

Quando inizierà la campagna referendaria?

Tra pochissimi giorni. Per noi, come Cgil, la campagna per far vincere il Sì e cancellare le leggi sbagliate è “l’impegno”. Una volta ottenuto il via libera dalla Consulta, il governo dovrà convocare il referendum. Del resto, lo scorso anno per quello sulle trivelle non ha avuto particolari problemi a convocarlo e fissarlo, credo che di fronte a milioni di firme che sono state raccolte sia necessario che i cittadini vengano messi nella condizione di potersi finalmente esprimere sulle leggi sbagliate del governo.

Il via libera della Cassazione è arrivato il 10 dicembre, ma se le Camere venissero sciolte prima di primavera il referendum potrebbe slittare al 2018…

L’articolo continua su Left in edicola dal 17 dicembre

 

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Se i nemici di sempre cominciano a fare l’amore

epaselect epa05455316 A view of a graffiti mural by Lithuanian artist Mindaugas Bonanu depicting US Republican presidential candidate Donald Trump (R) kissing Russian President Vladimir Putin on the wall of a barbacue restaurant Keule Ruke in Vilnius, Lithuania, 04 August 2016. EPA/VALDA KALNINA

MOSCA – La mattina del 9 novembre in certe stanze del potere di Mosca ci si sorrideva a vicenda. Non era mai successo prima nella storia di Usa e Urss, una storia dalla cronologia di pugni mortali e ricatti atomici scambiati su e giù per il mondo. Quella mattina di novembre alla Duma si applaudiva, per la prima volta, la vittoria di un candidato repubblicano alle elezioni americane. Indirizzato al neoeletto Donald Trump, sarebbe partito poco dopo quello stesso giorno un messaggio di congratulazioni direttamente dal piano più alto del Cremlino. Un telegramma, un pezzo di carta nell’era di twitter, un invito in previsione di una futura collaborazione. Una fusione a freddo tra potenze che – se avverrà – non ha precedenti con cui essere comparata. Una specie di operazione a cuore aperto su cui si interroga in questi giorni il mondo intero: che succede se i due diavoli, Russia e America, eterne nemiche, cominciano improvvisamente a fare l’amore?
Il telegramma lo spediva l’uomo che nella caricatura del Courrier International francese ha una croce al collo e un kalashnikov in mano, sotto il suo piede schiaccia un innocente bambi, mentre non si capisce se guarda di sbieco o fisso nei tuoi occhi. Su Newsweek è Terminator, poi un orso disegnato con la scritta “L’arma segreta di Putin”. Lui è “l’incendiario”, come viene chiamato su una delle tante copertine dedicategli dal tedesco Der Spigel, con la domanda: chi lo fermerà? Il russo è enorme, il presidente americano, la tedesca e l’inglese minuscoli. È stato anche il Kalte krieger, il “guerriero freddo” su una copertina del 2014, dove spiccava la bandiera gialloblu dell’ormai dimenticata guerra di Kiev. Le copertine del Time invece erano tutte rosse: una diceva “Guerra Fredda II, come l’Ovest perde il gioco pericoloso di Putin” e per titolo interno aveva “Delitto senza castigo”. Un’altra diceva: “La Russia vuole minare le elezioni americane, non ci cascate”. Su quel numero Putin sorrideva con la spilletta: I voted, quella che si dà agli elettori americani dopo la scelta. Le sue pupille sono a forma di caccia, in un ritratto su sfondo rosso, nero e blu di The Economist e in apertura una frase di Mitt Romney di quattro anni fa: “Il foe, nemico numero uno d’America è la Russia”. Lo chiamano Vlad the invader, e Ivan il sopportabile, che ironicamente si traduce bearable, quasi come quel bear in the wood di Regan. Oggi però il bosco è la steppa fitta e misteriosa del web e il bear, l’orso, è Fancy, come il nome del troll che è entrato nel server delle mail dei democratici, interferendo nei risultati delle elezioni americane, facendo vincere il capelli gialli, Putin wannabe, mestiere milionario e bancarottiere, Donal Trump.
Dunque siamo «passati dall’essere una gas station e potenza regionale» a un Paese che influenza le elezioni americane, ha detto il parlamentare Viaceslav Nikonov: «Noi seguiamo solo il detto cinese, siediti sulla riva e aspetta che passi il cadavere del tuo nemico». Il nemico sta passando ma prima di andarsene ha voluto indagare. È stato Obama stesso a ordinare un’indagine sull’interferenza russa nelle elezioni americane, prima che Trump si insedi il 20 gennaio prossimo alla Casa Bianca. «Sono gli stessi analisti che hanno detto che Saddam aveva armi di distruzioni di massa?» è stata la replica dello staff repubblicano, mentre quella in tv di Trump è stata «Non ci credo, è ridicolo, nessuno sa chi è stato, se la Russia, la Cina o un individuo da qualche camera da letto». Il commento della notizia in Russia è stato la notizia stessa, ma la maggior parte dei cittadini non ci ha fatto particolare attenzione.

L’articolo continua su Left in edicola dal 17 dicembre

 

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La rivoluzione dei padri: welfare, desideri e modelli tradizionali

Happy Young Father is Playing with his newborn baby girl at home, and kissing noses together. Vintage style color filter.

Dal primo gennaio 2017 i padri italiani avranno 2 giorni di congedo obbligatorio (pagato) alla nascita del figlio. E dal 2018 saranno 5 (di cui uno facoltativo). Dal 2019 il congedo di paternità obbligatorio sarà da rifinanziare, ma intanto non è più in via sperimentale. In Parlamento giace una proposta di legge che di giorni ne propone 15.
«Quello è un traguardo, ma così si comincia a costruire il senso comune che non è così esteso», dice la deputata Pd Titti Di Salvo prima firmataria dell’emendamento sul congedo approvato nella Finanziaria. Il congedo di paternità serve non solo al padre, ma anche alla donna, che così si sente più libera nella scelta della maternità. Serve soprattutto ai figli, che così crescono meglio. E serve a tutta la società perché le donne sono più libere di lavorare mentre gli uomini acquiscono una nuova sensibilità.

È questo il tema di cui ci occupiamo nel primo piano di Left in edicola da sabato 17 dicembre

Nel suo articolo Marco Quilici parla del “nuovo padre italiano” alla ricerca di un rapporto con i figli diverso dal passato. Questo corrisponde a un cambiamento affettivo, psicologico, cognitivo e comportamentale mai visto in millenni di storia dell’uomo. Ma la strada è piena di ostacoli. E c’è un dato che resta: siamo i fanalini di coda del congedo di paternità.

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La sociologa Chiara Saraceno, invece, che oltre a essere una firma di Left è anche autrice di “Mamme e papà, Gli esami non finiscono mai” (il Mulino, 2016) racconta come siano ancora le madri a ridurre il tempo lavorativo per i figli, mentre i padri riducono il tempo libero. Ma è limitativo pensare di incoraggiare i padri a occuparsi dei figli per arrivare alle pari opportunità. Qui è in gioco non solo un dovere ma un diritto.

Come cambia la paternità? Nel primo piano di Left in edicola dal 17 dicembre

 

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