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Cassazione e Ue: la giustizia smonta i decreti “illegali” del governo

Il governo Meloni ha provato a mettere un bavaglio ai giudici e un argine alle contestazioni sul fronte migranti. Non sta andando benissimo. Le brutte notizie continuano ad arrivare, puntuali, dalla giustizia italiana e da quella europea. La prima, devastante per la narrativa del governo, arriva dalla Cassazione, che smonta pezzo per pezzo la teoria dell’intoccabilità delle liste dei “Paesi sicuri”.  

“Non spetta ai giudici decidere se un Paese è sicuro”, è stata la linea della maggioranza. Eppure, con una sentenza che non lascia spazio a interpretazioni, la Suprema Corte chiarisce che il potere di verifica dei magistrati non può essere soffocato da decisioni governative. La nozione di “Paese sicuro” è giuridica, non politica: una distinzione che il governo ha cercato di manipolare per blindare le proprie scelte. La Cassazione, citando anche la Corte di giustizia dell’Unione europea, ribadisce che il giudice può e deve disapplicare un decreto che contrasti con i criteri europei.  

La seconda stangata arriva direttamente dalla Corte di giustizia Ue, che dichiara inefficace la sospensione unilaterale dell’Italia sui trasferimenti di richiedenti asilo previsti dal trattato di Dublino. La manovra, vestita di motivazioni tecniche, è stata smascherata per quello che è: una violazione delle regole comuni.  

Il governo continua a distinguersi per una non invidiabile capacità di scrivere leggi illegali. Vengono promesse, date in pasto ai loro elettori e irrimediabilmente poi si sfaldano. Un capolavoro. 

Buon venerdì. 

La censura di Meta stronca le voci palestinesi sui social media

frame di Arab48

Le politiche di censura adottate da Meta, conglomerato tecnologico proprietario di Facebook e Instagram, stanno generando un impatto profondo sui contenuti palestinesi condivisi sulle sue piattaforme. Questa situazione, già oggetto di numerose critiche in passato, ha raggiunto un nuovo livello di attenzione internazionale con l’ultimo rapporto pubblicato dal 7amleh – Arab Center for the Advancement of Social Media. Le testimonianze raccolte da questo centro di monitoraggio rivelano inquietanti di restrizioni, chiusure di account e calo di visibilità che colpiscono influencer, giornalisti e organi di stampa palestinesi, con gravi ripercussioni non solo a livello mediatico, ma anche sociale ed economico. Lo scopo è zittire le voci critiche, manipolare il dibattito pubblico e controllare il flusso di informazioni. Un disegno pericoloso che va ben oltre la semplice censura.

Dal mese di ottobre 2023, coincidente con l’intensificarsi del conflitto israelo-palestinese e l’offensiva israeliana su Gaza, Meta è stata accusata di intervenire in modo discriminatorio contro i contenuti palestinesi. La pratica più frequentemente segnalata è quella del cosiddetto “ban ombra”, una forma di censura meno evidente ma non meno efficace, che comporta una drastica riduzione del coinvolgimento del pubblico senza notifiche o spiegazioni ufficiali. Le conseguenze di queste politiche si riflettono nelle voci di chi le subisce: sono state raccolte venti testimonianze che raccontano di pagine chiuse improvvisamente, account sospesi o limitazioni inspiegabili che hanno danneggiato la capacità di comunicare e di fare informazione.

Tra le voci più significative, spicca quella di Yahya Alsayed, responsabile del gruppo comunitario Ask Jerusalem, che si occupa di fornire informazioni ai palestinesi residenti a Gerusalemme. La pagina del gruppo è stata sospesa per la prima volta nel 2021, durante il tentativo di sfratto di famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah, e da allora le restrizioni sono state una costante, influenzando negativamente il coinvolgimento e la capacità di raggiungere il pubblico. Anche dopo il ripristino dell’account, Alsayed ha denunciato il permanere di limitazioni che continuano a ostacolare il lavoro del gruppo.

Un’altra testimonianza arriva dalla redazione di Arabs48, organo di stampa che ha denunciato la cancellazione della propria pagina Facebook per ben due volte, senza alcun preavviso o spiegazione. Anche l’account Instagram risulta colpito da restrizioni che ne limitano la visibilità, con una drastica riduzione del pubblico raggiunto. Dima Kabaha, redattrice del giornale, ha espresso preoccupazione per il futuro della testata, sottolineando come questa situazione impedisca di svolgere un ruolo essenziale nell’informazione. Quando, come in questo caso, le piattaforme digitali rappresentano l’unico mezzo per raccontare la realtà, togliere la parola a chi vive in zone di guerra è come negare loro il diritto di esistere. La censura diventa una nuova forma di violenza, che silenzia le storie e le speranze di un intero popolo.

La situazione non è diversa per molti influencer, i quali hanno subito pesanti limitazioni che hanno compromesso la loro capacità di creare contenuti. Adnan Barq, uno dei volti più seguiti sui social palestinesi, ha raccontato di come il numero di visualizzazioni delle sue storie su Instagram sia passato da una media di 20.000-30.000 a poche migliaia dopo l’inizio della guerra. Il suo collega Ali Obeidat ha subito addirittura la cancellazione dei suoi account per ben 83 volte, perdendo ogni volta l’accesso alle sue piattaforme di comunicazione.

Ancora più allarmante è ciò che emerge da un’altra sezione del rapporto di 7amleh: mentre i contenuti palestinesi vengono limitati o censurati, si registra una diffusione massiva di post in ebraico che incitano all’odio contro i palestinesi. Sono stati contati oltre 15 milioni di post di questo tipo dall’ottobre 2023, svelando un’ingiustizia che rafforza le critiche mosse a Meta per le sue pratiche discriminatorie. Di fronte a questa situazione, Meta si è difesa sostenendo che alcune delle misure adottate, come il declassamento dei contenuti, sono temporanee e volte a ridurre i rischi durante il conflitto. Tuttavia, questa spiegazione non convince chi subisce le conseguenze delle politiche aziendali, accusate di violare i principi fondamentali della libertà di espressione.

Le ripercussioni di queste pratiche non si limitano alla sfera della comunicazione, ma si estendono anche alla sfera personale ed economica. Secondo 7amleh, molti giornalisti e influencer palestinesi stanno vivendo una crescente pressione emotiva e un clima di autocensura per timore di ulteriori restrizioni. Meta è chiamata a rispondere non solo alle critiche, ma anche alle richieste di riforma delle sue politiche. Jalal Abukhater, responsabile dell’advocacy presso 7amleh, ha dichiarato che le pratiche discriminatorie del gigante tecnologico costituiscono una violazione degli standard internazionali e ha sollecitato interventi urgenti per garantire che i palestinesi possano accedere alle piattaforme digitali senza subire repressioni o limitazioni ingiustificate.

Il ruolo delle piattaforme digitali in questa crisi è cruciale, soprattutto considerando le limitazioni imposte ai media internazionali che hanno reso difficile, se non impossibile, l’accesso alla Striscia di Gaza. I social media sono diventati non solo uno strumento di informazione, ma anche un mezzo per chiedere aiuto e mantenere i contatti con i propri cari in una situazione di isolamento estremo. La censura rischia di spegnere queste voci, aggravando ulteriormente la sensazione di abbandono e invisibilità di chi vive in una delle aree più martoriate del mondo.

La richiesta di una maggiore trasparenza e imparzialità nella gestione dei contenuti online non è più rinviabile. Meta si trova ora di fronte a una scelta fondamentale: ascoltare le richieste di chi chiede giustizia o rischiare di perdere la fiducia di milioni di utenti. La libertà di espressione, soprattutto in situazioni di conflitto, non può essere trattata come una questione secondaria o sacrificabile.

l’autore: Andrea Umbrello è direttore editoriale & Founder di Ultimavoce

in foto frame da Arabs48

Daniele Biacchessi: «Fronte zero è un giallo politico, un atto di denuncia»

Daniele Biacchessi, giornalista d’inchiesta, scrittore, attualmente direttore editoriale di Giornale Radio e responsabile della collana editoriale “Contastorie” della casaeditrice Jaca Book, aggiunge alla sua intensa produzione letteraria, teatrale e cinematografica il suo primo libro noir, dal titolo Fronte Zero (Delos Digital) scritto insieme a Edy Giraldi, scrittrice ed esperta di romanzi gialli. La lunga carriera di Biacchessi comincia quando, giovanissimo, indaga sullo scandalo Seveso e sulla fuoriuscita dalla fabbrica di diossina Icmesa che contaminò una vasta area di territori e le persone che vi abitavano. Continua con passione la sua attivitàdescrivendo personaggi dal forte impegno civile e morale nella lotta contro la mafia, come Peppino Impastato, Giovanni Falcone, Piero Borsellino, o contro il terrorismo anche per tenere viva la memoria di fatti destinati, per il trascorrere del tempo e le tante difficoltà a portare avanti le indagini, ad essere dimenticati come l’assassinio dei due diciottenni Iaio e Fausto, i cui veri nomi erano Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli, a Milano nel 1978, i cui mandanti sono rimasti sconosciuti oppure per tenere in vita la Resistenza e i troppi depistaggi che hanno impedito al nostro Paese di prendere consapevolezza degli anni della dittatura fascista. Il giornalista ha anche esplorato le dinamiche che negli Stati Uniti d’America hanno portato al movimento Black lives Matter, analizzandone le radici storiche ivi compresa la cultura di personaggi come Woody Guthrie, cantore della musica popolare. Libri importanti,
da consultare per comprendere le radici del mondo di oggi. Fronte zero è un breve, sorprendente libro la cui scrittura scorrevole suddivisa insintetici capitoli dai titoli bellissimi, come rapidi flash cinematografici, partendo da un passato che sembra ostinatamente che non voglia passare, rappresentato da unpiccolissimo gruppo di irriducibili brigatisti arriva alla situazione di oggi, in cui la violenza sembra ormai la strada sulla quale dobbiamo incamminarci e che tutti dovremmo accettare. In vista della presentazione del libro il 20 dicembre a Montefiascone abbiamo rivolto alcune domande all’autore.

Due coppie di fratelli progettano l’assassinio di un diplomatico americano apparendoci come irriducibili brigatisti. Biacchessi è un caso che il progetto solleciti qualche ricordo con il rapimento del generale James Lee Dozier, nel 1981, a Verona, che fu in effetti l’atto violento che segnò l’inizio della fine e il fallimento del Brigate Rosse?

No, non è un caso. Mi sono chiesto cosa potrebbe accadere se un gruppo di terroristi colpisse una alta autorità degli Stati Uniti in Italia? Gli investigatori italiani sarebbero liberi di indagare oppure gli apparati dello Stato americani sovrasterebbero la sovranità del nostro Paese? Nel caso Dozier si vide chiaramente che gli americani, nei fatti, diressero le operazioni e altri eseguirono la liberazione del generale: i Nocs, le teste di cuoio. Dozier era sottocapo di stato maggiore addetto alla logistica del Comando delle forze terrestri della Nato nell’Europa meridionale. Quindi un ruolo apicale. Ai responsabili del rapimento vennero inflitte torture pesantissime. La squadra di poliziotti si faceva chiamare “Quelli dell’Ave Maria”: il capo era chiamato professor De Tormentis, soprannome che gli aveva dato Umberto Improta, dirigente dell’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali) prendendo spunto dalla Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni. Il vero nome del professor De Tormentis venne svelato solo anni più tardi. Nel mio romanzo, quelli del “Fronte Zero” non hanno un’organizzazione che li copre, agiscono da soli. Non rapiscono, ma uccidono. Non chiedono riscatti. Ma i meccanismi del potere che si innestano dopo l’attentato sono quelli di un Paese a sovranità limitata, anzi controllata.

Le protagoniste al femminile, sia le donne del gruppo di brigatisti sia la moglie del diplomatico americano sembrano percepire la verità di quello che sta succedendo. Ce lo può spiegare?

I presagi. Le terroriste e la moglie dell’ambasciatore sentono che qualcosa è andato storto ben prima dello svolgimento dei fatti che le coinvolgono. Sono ovviamente punti di vista opposti, però simmetrici. Capiscono di essere rimaste imprigionate da un identico meccanismo di poteri più forti di loro.

Il poliziotto incaricato delle indagini si trova stretto dalle imposizioni dei Servizi americani mentre le cariche istituzionali, attente al compromesso, stanno bene attente a non urtare l’equilibrio dei rapporti internazionali. E’ possibile per il commissario Martini salvare la sua formazione riconducibile ai principi della Costituzione e all’esperienza di magistrati e colleghi coraggiosi da lui conosciuti?

Daniele Martini è un commissario all’antica, ligio al dovere, fedele alla Costituzione, che pensa con la propria testa. Non è uno dei soliti commissari guasconi e donnaioli che vengono proposti dal mercato del noir. E’ uno che crede in ideali impossibili da realizzare e viene sconfitto. In “Fronte Zero” non c’è uno Stato buono e onesto e un gruppo di macellai violenti e cattivi. Qui ci sono sfumature di grigi e di altri colori tra il bianco e nero. E’ un giallo politico, un atto di denuncia.

Il libro è un susseguirsi di fatti violenti che – come avviene nella realtà attuale- una volta avvenuti, vengono accettati come “normale realtà degli esseri umani”. Dove trovare il modo per reagire, rifiutare, ritrovare gli anticorpi verso una violenza di fronte alla quale sembra ci sia solo la possibilità di soccombere, come di fronte ad un attacco di una malattia pestilenziale nel Medioevo?

In Italia, il passato non passa mai perché non si sono comprese fino in fondo le origini da cui nasce la violenza politica. E’ l’unico paese europeo dove sono state eseguite contro civili stragi con matrice di destra eversiva sui treni, nelle banche, nelle piazze, nelle stazioni: piazza Fontana e Questura a Milano, piazza della Loggia a Brescia, treno Italicus, stazione di Bologna. E l’unico luogo in Europa dove decine di sigle riconducibili alla lotta armata di sinistra hanno eseguito 131 omicidi, oltre 2000 ferimenti contro magistrati, poliziotti, carabinieri, generali, guardie carcerarie, giornalisti, dirigenti di imprese, e politici come Aldo Moro. L’Italia è dunque un paese dove si sono sperimentate operazioni coperte, tentativi di colpi di Stato. Molte cose sono accadute perché non si sono comprese le ragioni della malapianta della violenza non solo quella dei terroristi che hanno creduto di cambiare lo stato delle cose con le armi, ma anche la violenza di uno Stato che poteva arrestarli, ma li ha lasciati fare fino poi a sopprimerli con ogni mezzo quando non erano più funzionali al sistema.

Quanto la paura del potere come possibilità di infettarsi ha allontanato generazioni di cittadini e cittadine nel prendere più attivamente parte alla vita politica? Ritiene sia stato un errore? La cultura come ricerca continua è politica?

Si, la cultura, la letteratura, l’arte nel senso più alto della sua potenza, restano le uniche vie possibili per il miglioramento umano e per l’elevazione collettiva dell’intera società. C’è ancora molto da fare. Ci vorrebbero meno giallisti civili, scrittori, attori,registi, giornalisti civili, e più panettieri civili, ingegneri, operai, impiegati, pensionati civili. Insomma ognuno dovrebbe mettere in campo un’inversione di rotta, un moto di ribellione e disobbedienza civile. Se le cose vanno in un certo modo è anche colpa nostra.

L’Intelligenza artificiale consente al commissario, attraverso l’analisi e il confronto letterale dei testi molto vecchi di brigatisti, di trovare il bandolo della matassa. Come se lei volesse evidenziare che anche la mancata evoluzione de linguaggio, che si trova a ripetere parole e rituali, sia essa stessa violenza?

I documenti di rivendicazione dei terroristi sanno di vecchio, obsoleto, il linguaggio scelto è burocratico. Devono giustificare un atto tremendo come la morte, allora al loro obiettivo calzano la maschera della sua funzione, così l’uomo che colpiscono diventa un magistrato, un poliziotto, un carabiniere, un giornalista, o come in questo caso un ambasciatore, senza la sua storia, la sua famiglia, i suoi pensieri, le speranze, le delusioni. Però qualcuno del “Fronte Zero” inizia a porsi il problema della disumanizzazione, anche se è ormai stritolato nel suo stesso nichilismo. Il libro è uno strumento per comprendere quelli che erroneamente chiamiamo con superficialità “anni di piombo”.

L’autrice: Già dirigente Rai, Sonia Marzetti  è coordinatrice del Gruppo Storia e collaboratrice di Left

In foto Il cupolone visto da Villa Pamphili. Foto di Notafly – self-made Own photo August 2007 Ricoh Caplio 5, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2861145

La resa degli ipocriti: quando la pace diventa una comoda scusa per il fallimento

«Io mi auguro che la pace si avvicini. Sono valutazioni della situazione militare sul terreno. Mi sembrava ovvio che l’Ucraina non avesse le forze per riconquistare la Crimea. Adesso l’importante è che la guerra finisca perché ci sono ancora conflitti in corso, abbiamo visto cos’è successo a Mosca, vediamo cosa succede nel Donbass, in territorio russo, in territorio ucraino. Noi lavoriamo per la pace, che sia una pace giusta, sapendo bene che la pace non può essere la resa dell’Ucraina, perché c’è stato un invasore e un Paese che è stato attaccato, però bisogna lavorare per la pace». 

Non sono le parole di un sinistro pacifista. A pronunciarle ieri è stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, membro della schiera che all’inizio del conflitto riteneva la guerra elemento risolutivo dell’invasione russa in Ucraina. La dichiarazione è la ricaduta locale di ciò che ha lasciato intendere, sempre ieri, Zelensky: per come stanno le cose il Donbass e la Crimea son definitivamente perdute. 

La svolta era fin troppo facile da prevedere. Che l’Ucraina avesse davvero la possibilità di vincere la guerra contando su un sostegno reale dell’Ue e dell’Occidente era la pillola indorata dei signori delle armi che delle vite ucraine – così come delle altre sparse nel mondo – hanno pochissimo interesse. 

La «guerra giusta», la «difesa della democrazia», il «ripristino della legalità internazionale» e gli altri altisonanti principi enunciati fin qui avevano un preciso scopo: adornare le fatture delle armi vendute e profumatamente pagate. Poi il resto – le vite e le speranze delle persone – possono essere sacrificate sull’altare di un’improvvisa voglia di pace.

Buon giovedì. 

Nella foto: il presidente ucraino Zelensky e la presidente della Commissione Ue Von der Leyen

Il Brasile fa i conti con il tentato golpe del 2022: arrestato il generale braccio destro di Bolsonaro

Il 14 dicembre 2024 è stato arrestato il generale Walter Souza Braga Netto, ex ministro della Difesa di Jair Bolsonaro, e da lui scelto come suo vice alle elezioni presidenziali del 2022. Secondo gli inquirenti, Braga Netto ha agito “con dolo” per ostacolare le indagini della Polícia Federal sul tentato golpe del 2022, del quale sarebbe stato la mente, assieme all’ex presidente. Nel mandato di arresto del generale, si legge che avrebbe tentato ad accedere alle informazioni raccolte dalla magistratura, grazie al collaboratore di giustizia, tenente-colonnello Mauro César Barbosa Cid. Braga Netto avrebbe esercitato pressione sul padre del collaboratore, anch’egli generale ed ex compagno di classe di Bolsonaro all’Accademia militare “Agulhas negras” negli anni Settanta, al fine di «controllare le informazioni fornite, alterare la realtà dei fatti accertati, oltre a consolidare l’allineamento delle versioni tra le parti indagate».
L’arresto dell’ex ministro della Difesa, avviene nell’ambito dell’Operação Contragolpe, lanciata il 19 novembre 2024, dalla Polícia Federal, con l’obiettivo di «smantellare la Centrale operativa» dell’organizzazione criminale composta, per la maggior parte, «da militari addestrati nelle Forze Speciali (Fe)», che si avvalevano di conoscenze tecniche e militari di alto livello per «pianificare, coordinare ed eseguire azioni illecite nei mesi di novembre e dicembre 2022».
Tali “azioni illecite” consistevano, in un primo momento, nell’ideazione e messa in atto di una campagna di discredito sulla sicurezza del sistema elettorale brasiliano. Orientati da militari, ora indagati, gli influencers più seguiti dall’elettorato di estrema destra, come l’argentino Fernando Cerimedo, considerato uno dei responsabili dell’espansione della destra in America Latina, nonché stratega digitale dell’attuale presidente dell’Argentina, Javier Milei, diffusero notizie false al fine di rendere poco credibile la vittoria del centrosinistra; successivamente, costatata la vittoria di Lula, l’obiettivo dell’organizzazione criminale, capeggiata da Bolsonaro e Braga Netto, cambiò: impedire l’insediamento di Lula, uccidendolo, assieme al vicepresidente Geraldo Alckmin.
Secondo il collaboratore di giustizia Mauro César Barbosa Cid, ex braccio destro di Bolsonaro, il cospicuo tesoretto per uccidere Lula, Alckmin, e il giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes, fu fornito direttamente al generale Braga Netto dagli imprenditori dell’agrobusiness (v. anche qui) che compongono tuttora la base elettorale di Bolsonaro. Odiato dalle destre, Moraes è stato spesso bersaglio degli attacchi di Elon Musk per aver condotto indagini sulle cosiddette “milizie digitali”, ovvero, la rete di influencers di estrema destra dedita a disseminare notizie false e campagne di odio contro gli oppositori e chiunque esprima idee progressiste.
Secondo quanto riportato nel rapporto di oltre 800 pagine, divulgato dalla Polícia Federal a fine novembre, un’organizzazione criminale composta da una quarantina di individui, tra militari, influencers di destra, politici, imprenditori e un sacerdote cattolico, pur di mantenere al potere l’ex presidente della Repubblica Jair Bolsonaro, pianificò il sovvertimento violento dello Stato democratico, attraverso un vero e proprio golpe. A tal fine, Braga Netto e Bolsonaro, sconfitti alle elezioni del 2022, idearono e misero in atto un piano di destabilizzazione politica e sociale, attraverso una serie di azioni violente, iniziate subito dopo la vittoria di Lula, come la fallita esplosione di un camion cisterne di carburante per aerei, nei pressi dell’aeroporto di Brasilia, la tentata invasione della sede della Polícia Federal, atti vandalici contro il sistema di trasmissione di energia elettrica del Paese, con l’abbattimento e danneggiamento di una ventina di torri, in diversi Stati, blocchi stradali indetti da camionisti pro Bolsonaro e, infine, la sedizione, con l’incitazione ad invadere e depredare i palazzi del governo e della Corte Suprema, nella capitale Brasilia, l’8 gennaio 2023. Dal rapporto, reso pubblico alla stampa, emerge che i sostenitori di Bolsonaro, rimasti per mesi accampati davanti alle caserme, ricevevano continue rassicurazioni sulla buona riuscita del golpe da parte di militari riconducibili a Braga Netto.
Dagli atti di indagine risulta che il capo di Stato maggiore della Marina sosteneva il golpe, mentre i comandanti dell’Aeronautica e dell’Esercito erano contrari. Questa situazione di contrapposizione ha portato al fallimento del piano golpista e, pertanto, alla soppressione del piano di eliminazione di Lula, Alckmin e Moraes. Alle pagine 13 e 215, si legge che per uccidere i primi due i militari avrebbero fatto uso di veleno, o elementi chimici non specificati (operazione soprannominata “Punhal verde e amarelo”). Per quanto riguarda il giudice Alexandre de Moraes, invece, i golpisti erano indecisi tra l’arresto, l’avvelenamento o l’uccisione con un attentato dinamitardo, che sarebbe dovuto avvenire il 15 dicembre 2022. La magistratura specifica che il piano si dovette arrestare «quando l’allora presidente della Repubblica, Jair Bolsonaro, non riuscì a ottenere l’appoggio del generale Freire Gomes e della maggioranza dell’Alto Comando dell’Esercito». A quel punto, ai sicari, militari appartenenti ad un reparto speciale delle Forze Armate intitolato “Kids pretos”, già posizionati nei pressi della residenza del giudice e della Corte Suprema, fu dato l’ordine di fare retromarcia. La riunione in cui fu presa la decisione di uccidere le massime cariche dello Stato e il giudice, avvenne nella casa del generale arrestato, Walter Souza Braga Netto. Copie del piano golpista, organizzato nei dettagli, furono stampate all’interno del Palácio do Planalto, la sede ufficiale della Presidenza della Repubblica, da un altro generale, Mário Fernandes, anch’egli arrestato, e portate ad una riunione presso il Palácio Alvorada, la residenza ufficiale del presidente, dove si trovava Bolsonaro. Altre copie sono state trovate nella sede del suo partito, il Partido Liberal (PL), che possiede il maggior numero di deputati e senatori eletti.
Dimesso dall’ospedale Sírio-Libanês di San Paolo, dove si trovava dallo scorso lunedì, a seguito di un ricovero d’urgenza per ridurre un ematoma cerebrale, Lula ha difeso la democrazia e il diritto alla presunzione di innocenza di Braga Netto. «Quello che non ho avuto io, voglio che lo abbiano loro», ha dichiarato, aggiungendo che, dimostrata la colpevolezza degli arrestati, la punizione sia “severa” essendo “inammissibile”, in una democrazia, che “militari di alto grado” pianifichino l’uccisione delle massime cariche dello Stato o di componenti della magistratura.

L’autrice: Esperta di diritto internazionale e scrittrice, Claudiléia Lemes Dias è autrice di vari libri, fra cui Le catene del Brasile (L’Asino d’oro edizioni)

Nella foto: Il ministro della difesa Braga Netto e il presidente Bolsonaro, 22 febbraio 2020 (Di Palácio do Planalto)

Senza nemici sono nulla

Cronaca di una giornata alla Camera dei deputati che tra qualche anno rileggeremo sorridendo amaro. 

Ieri Giorgia Meloni è intervenuta di fronte al Parlamento per le comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo. A differenza delle conferenze stampa – ormai sono un vago ricordo – la presidente del Consiglio è costretta alla tappa. Dovrebbe rispondere ma non ne ha il talento, quindi, al solito, lancia strali. 

In Aula ci sono pochissimi leghisti. L’esser sparuti nelle occasioni doverose è il loro modo di lanciare segnali politici agli alleati. Roba da bisticci tra bimbi. Il fedelissimo meloniano Giovanni Donzelli ci invita alla comprensione. «È martedì mattina», dice. E questo fa il paio con i ministri che vorrebbero l’aumento. Sputare sui lavoratori è un loro innato talento.

Meloni difende il suo progetto di deportazione in Albania. Come? Accusando l’opposizione di essere invidiosa dei risultati che sarebbero potuti arrivare. La strategia è contorta perfino nella frase che la descrive.

Meloni balbetta la difesa sugli aumenti ai suoi ministri tirando fuori Beppe Grillo e gli sperperi degli altri. Il suo vice, Matteo Salvini, è un tizio che ha rateizzato 49 milioni di euro di soldi pubblici in 80 anni. È l’impunità di cui si dice nella novella della pagliuzza e la trave nell’occhio. 

Poi Meloni finge di rispondere al Pd parlando di “macumbe” e di “vodoo”. Al suo fianco c’è un ministro, Valditara, ripreso persino da Mattarella per la querela facile contro Nicola Lagioia e l’autore di questo pezzo. 

Nessuna risposta, molti nemici. Onore pochissimo. 

Buon mercoledì. 

Un congresso per dare consigli al capo

In un clima di disinteresse generale il capogruppo al Senato della Lega Massimiliano Romeo è stato eletto segretario della Lega lombarda, in vista del congresso nazionale che Matteo Salvini ha faticosamente rimandato il più possibile. 

Nella sala di un hotel in zona San Siro il rito dimesso ha rilanciato le ormai antiche obiezioni verso il ministro dei Trasporti: la Lombardia dimenticata, il federalismo ormai stanco e soprattutto le cosiddette istanze del Nord che da queste parti sembrano archeologia politica, un amarcord dei tempi che furono. 

Dei tre candidati iniziali ne è arrivato solo uno alla meta. L’ex deputato Cristian Invernizzi, più vicino alla base tradizionalista del partito, si è ritirato definendo il congresso “una farsa” e lanciando strali contro Salvini. Luca Toccabili, deputato e coordinatore federale della Lega Giovani, considerato vicino al segretario federale Matteo Salvini, ha deciso di ritirarsi per “favorire l’unità del partito”. Così alla fine è rimasto un candidato unico, come Salvini auspicava, e il passaggio è stato indolore. 

L’elemento più interessante è però l’annuncio di un congresso nazionale che avrà solo carattere “programmatico”. Detta in parole semplici Salvini sta apparecchiando un’occasione senza possibilità di mettere in discussione la sua leadership che da quelle parti veleggia indisturbata da ormai 11 anni. 

Candidamente Salvini ammette che la democrazia nel suo partito si risolve in consigli al capo. Non male.

Buon martedì. 

Uno sguardo nuovo sul Pakistan

Il Pakistan è un Paese che è tornato alle cronache europee purtroppo solo in relazione ai gruppi fondamentalisti Isis K che hanno compiuto attentati in Afghanistan in competizione per la supremazia con i talebani. Ma il Pakistan è una nazione complessa, attraversata da molti fenomeni e che ci riguardano da vicino anche per quelli migratori, il libro di Francesco Valacchi ci aiuta ad approfondire. 

 A nord dell’India Storia e attualità politica del Pakistan offre un contributo prezioso alla letteratura divulgativa e accademica italiana su un Paese spesso percepito attraverso stereotipi o conoscenze frammentarie. Il libro di Francesco Valacchi offre un lavoro di grande approfondimento storico e analisi geopolitica, esplora in maniera critica ma equilibrata le complesse dinamiche politiche, sociali ed economiche che hanno plasmato il Pakistan dal 1947 a oggi. La premessa stessa del libro sottolinea l’importanza di colmare un vuoto nel panorama accademico italiano. Il Pakistan politico, nonostante la sua rilevanza e il peso della sua popolazione di oltre 200 milioni di abitanti, è spesso relegato a una visione marginale, ridotta a questioni di sicurezza o migrazione. In italiano si è scritto in ambito di Storia delle relazioni internazionali del Paese o in tema di sicurezza, ma non tanto in ambito squisitamente politico. Valacchi affronta il tema con un approccio multidisciplinare che coniuga storia, politica, sztoria delle relazioni e antropologia, rendendo il libro non solo informativo ma anche stimolante.

Il libro si articola in cinque capitoli principali, che delineano un percorso storico-politico ben costruito. Il primo capitolo, dedicato alle tre dittature militari che hanno segnato il Pakistan tra il 1947 e il 2008 e al primo governo post dittatura, è particolarmente efficace nel contestualizzare la centralità del potere militare nel paese. Valacchi evidenzia come l’eredità coloniale britannica, la frammentazione etnica e le rivalità con l’India abbiano contribuito a una struttura politica instabile, dove i governi civili faticavano e faticano a consolidarsi.

La narrazione prosegue con un’analisi del periodo successivo al 2013, dando spazio a figure politiche come Benazir Bhutto e Nawaz Sharif, fino ad arrivare al ruolo trasformativo del Pakistan Tehrik-e-Insaf (PTI). L’approfondimento dedicato ai partiti islamici, nel quarto capitolo, è un altro punto di forza del testo: Valacchi riesce a trattare un tema complesso con obiettività, mostrando come la religione sia stata spesso strumentalizzata per consolidare potere politico.
Ciò che rende il lavoro di Valacchi particolarmente apprezzabile è la sua capacità di fornire un ritratto sfaccettato del Pakistan, un paese in bilico tra tradizione e modernità, tra potere religioso e autoritarismo militare. L’autore non si limita a descrivere gli eventi, ma ne analizza le cause profonde, attingendo a un’ampia gamma di fonti: documenti archivistici, interviste con esperti locali e testi accademici. La sua esperienza diretta sul campo, in particolare nelle regioni del Punjab e della capitale, conferisce al libro un’autenticità rara.

Pur trattando una materia complessa, Valacchi adotta uno stile chiaro e coinvolgente. Intrecciando storie individuali e dinamiche globali. La narrazione è arricchita da mappe e dati statistici, che aiutano a contestualizzare gli eventi e a comprendere le dinamiche economiche e sociali che influenzano il Pakistan.
A Nord dell’India non è solo un libro per specialisti, ma un’opera che può interessare chiunque voglia comprendere meglio le dinamiche di una regione cruciale per gli equilibri internazionali. Valacchi riesce nell’intento di offrire una visione equilibrata e profonda del Pakistan, sfatando stereotipi e mettendo in luce le contraddizioni ma anche le potenzialità di questo Paese.
In un panorama editoriale dove il Pakistan è spesso trattato come una nota a margine, il libro di Francesco Valacchi emerge come un contributo fondamentale. Con rigore accademico e uno stile narrativo efficace, l’autore traccia un quadro esaustivo e avvincente della storia e dell’attualità politica del paese. A Nord dell’India è un’opera che non solo arricchisce la comprensione del Pakistan, ma invita il lettore a riflettere sul complesso rapporto tra politica, religione e modernità in un mondo sempre più interconnesso.

Foto Di Officer – United States Army:File:100919-A-0667M-113.jpg (PD-USGov-Military-Army)File:Khost children in 2010.jpg (PD-USGov-Military-Army)File:Boys from Spin Boldak in Afghanistan.jpg (PD-USGov-Military-Army)File:Afghan girls in Nangarhar.jpg (PD-USGov-Military-Army), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22679918

L’autore: Andrea Mugnai è insegnante

Poi, immagino, avrà pianto a casa

Poi, immagino, alla sera tornata a casa si sarà lasciata andare a un pianto a dirotto per essersi delusa di nuovo. Sono due anni che Giorgia Meloni si impone di essere capa di governo ma soprattutto statista. Si sforza di piacere ai salotti che contano, studia per addolcire l’irruenza che la assimila agli altri capi-macchietta del circo politico. Telefona, immagino, al suo armolinguista per correggerla quando esce dai gangheri.

Poi come ogni anno arriva Atreju e la sua inguaribile fobia di perdere presa sulla sua famiglia di Fratelli d’Italia butta via tutto il lavoro fatto. La Giorgia Meloni che piace da quelle parti è la sacerdotessa del revanscismo. Quelli la votano soprattutto per potersi togliere la soddisfazione della vendetta, per poter svelenire. Gli avversari politici sono nemici, gli elettori degli altri sono collaborazionisti del nemico e l’Italia è un trono tronfio per irridere dall’alto.

Così la presidente del Consiglio che sognava di essere uno dei maschi che la votano irrompe con un discorso politico contro Schlein, omosessuale, che «fa la battaglia partigiana sui carri allegorici del gay pride», contro Saviano «guru dell’antimafia», contro i magistrati «irragionevoli» perché non accarezzano i suoi istinti, perfino contro Romano Prodi che a 85 anni disturba ancora i suoi sogni.

Dodici mesi a coprire il livore con il fondotinta e poi basta l’odore della festa per sciogliere il trucco. Meloni si lascia andare con i suoi amici e il faticoso lavoro di mimo diventa inutile. Poi, immagino, alla sera tornata a casa si sarà lasciata andare a un pianto a dirotto per essersi delusa di nuovo.

Buon lunedì

 

Dallo Stato sociale allo Stato penale

Il 14 dicembre manifestazione nazionale a Roma contro il ddl sicurezza in discussione al Senato. Oltre 200 le adesioni alla Rete Nazionale No DDL Sicurezza – A Pieno Regime che ha promosso la manifestazione (ore 14 corteo da piazzale del Verano fino a piazza del Popolo). Sugli effetti del provvedimento, ecco l’articolo di Livio Pepino, uscito nel numero di Left/11/2024 Stato pericolante.  

Siamo di fronte all’ennesimo “pacchetto sicurezza”? Sì, anche. Ma non solo. C’è qualcosa di più. Se diventerà legge, infatti, questo provvedimento produrrà cambiamenti profondi sull’intero assetto istituzionale e nella stessa vita delle persone, di ciascuno di noi.

Manifestare diventerà un lusso o, meglio, un rischio.
Le manifestazioni, infatti, saranno oggetto di interventi repressivi tali da renderle impossibili o, comunque, da disincentivarle in modo massiccio. Manifestare implica, anzitutto, scendere in piazza. Ebbene, la previsione come reato del blocco stradale «realizzato con la mera interposizione del corpo» e la sua punizione con la reclusione da sei mesi a due anni «quando il fatto è commesso da più persone riunite» (cioè sempre, considerato che un blocco stradale o ferroviario fatto da una sola persona è poco più che un’ipotesi di scuola…) incide direttamente e immediatamente sulla possibilità di scendere in strada. Detto in parole povere, saranno criminalizzati, in caso di manifestazione spontanea e priva di preavviso (ovvero vietata dal questore), anche i dimostranti pacifici che stazionano in gruppo in strada, di fronte ai cancelli di una fabbrica o all’ingresso di una scuola. Sarà cioè punito il semplice assembramento (consentito solo con preavviso e in assenza di indicazioni contrarie dell’autorità di polizia). C’è, sul punto, una cosa che merita segnalare. Il blocco stradale è stato introdotto, con una descrizione onnicomprensiva, nel 1948, ma nel 1999 è stato depenalizzato e trasformato in semplice illecito amministrativo (pur punito con una sanzione pecuniaria non irrisoria). Quasi vent’anni dopo, con il primo decreto Salvini, è iniziato un percorso a ritroso: il blocco stradale è ridiventato reato ma si è previsto che restasse un illecito amministrativo nel caso di ostruzione stradale con la sola presenza fisica. L’attuale disegno di legge riporta alla situazione del 1948, aggravata dall’espressa previsione dell’idoneità ad integrare il reato dell’ostruzione stradale con il solo corpo. Ma non c’è solo la criminalizzazione del blocco stradale, con tutto quel che comporta. Un ulteriore insieme di norme attribuisce alle manifestazioni di piazza in quanto tali una connotazione negativa, prevedendo specifiche aggravanti per i reati di danneggiamento, resistenza o violenza a pubblico ufficiale e lesioni aggravate, se commessi al loro interno (arrivando al paradosso di prevedere una pena fino a vent’anni di reclusione per la resistenza o violenza a pubblico ufficiale commessa «al fine di impedire la realizzazione di un’opera pubblica o di un’infrastruttura strategica»: sic!). Queste previsioni ribaltano addirittura, in termini di maggior repressione, la disciplina del codice Rocco, il cui articolo 62 n. 3 prevedeva (e prevede, non essendo mai stato abrogato) come attenuante per qualunque tipo di reato «l’avere agito per suggestione di una folla in tumulto» (pur con il limite che «non si tratti di riunioni o assembramenti vietati dalla legge o dall’autorità»).

Anche la resistenza passiva diventerà un reato.
La cosa, già implicita nel blocco stradale realizzato con il solo corpo, è formalizzata in modo esplicito dal nuovo articolo 415 bis del codice penale, che introduce il delitto di rivolta in carcere (sanzionato, per chi si limita a partecipare, con la pena della reclusione da uno a cinque anni), consistente in «atti di violenza o minaccia o di resistenza all’esecuzione degli ordini impartiti», con l’esplicita precisazione che «costituiscono atti di resistenza anche le condotte di resistenza passiva che, avuto riguardo al numero delle persone coinvolte e al contesto in cui operano i pubblici ufficiali o gli incaricati di un pubblico servizio, impediscono il compimento degli atti dell’ufficio o del servizio necessari alla gestione dell’ordine e della sicurezza». In concreto, dunque, se sarà approvato il disegno di legge, incorreranno nel reato di “rivolta”, per esempio, i detenuti che, in gruppo (anche piccolo) e disattendendo gli ordini, rifiuteranno, per protesta, di rientrare in cella dall’aria, o di assumere il cibo, o di recarsi alle docce, impedendo così al personale penitenziario di chiudere le celle, di liberare la mensa etc. La previsione del delitto di resistenza passiva con riferimento a una categoria di soggetti (i detenuti) considerati devianti e marginali, oltre ad essere grave in sé, introduce nel sistema un precedente dotato di evidente capacità espansiva, che potrebbe ripetere la (triste) esperienza del Daspo, introdotto inizialmente (nell’ormai lontano 1989) per una categoria marginale come quella dei tifosi violenti e diventato negli anni uno strumento ordinario di governo del territorio. Togliamo il condizionale: accade già nello stesso disegno di legge che estende la disciplina, con una lieve riduzione di pena, a tutti i luoghi di accoglienza per migranti (e, dunque, non solo i Cpr, ma anche i Cara e gli hotspot).

Verrà pesantemente limitata la possibilità di azione dei movimenti attivi nei settori più delicati del conflitto sociale.
Tutto questo con interventi analoghi a quelli che negli ultimi anni hanno criminalizzato e frustrato nelle possibilità di azione le Ong impegnate nel salvataggio dei migranti in mare. Il riferimento è, in particolare, alla norma che estende il delitto di occupazione di immobili a chi, «fuori dei casi di concorso nel reato, si intromette o coopera nell’occupazione dell’immobile» e a quella che prevede un aggravamento della pena per il delitto di “istigazione a disobbedire alle leggi”«se il fatto è commesso a mezzo di scritti o comunicazioni diretti a persone detenute». L’attacco ai movimenti per la casa e quelli di sostegno alle persone detenute non potrebbe essere più diretto ed esplicito.

Il carcere scoppierà.
Questo sarà inevitabile in presenza di 14 nuovi reati e di altrettante nuove aggravanti, alcune delle quali di grande rilievo. E gli interventi repressivi sostituiranno sempre di più quelli sociali. Lo dimostra – quasi come un manifesto politico – l’introduzione nel codice penale di una norma (l’articolo 634 bis) in forza della quale «chiunque, mediante violenza o minaccia, occupa o detiene senza titolo un immobile destinato a domicilio altrui … è punito con la reclusione da due a sette anni», cioè esattamente la pena prevista per l’omicidio colposo commesso con violazione delle norme antinfortunistiche (sic!). Superfluo dire che già ora l’occupazione di case è un reato, punito con la reclusione fino a due anni e con una multa. Dunque la norma non è solo un presidio a tutela penale della proprietà privata (già ampiamente protetta); è, ancora di più, la sintesi della risposta istituzionale all’emergenza abitativa. A tale emergenza (50mila famiglie occupanti case popolari, 100mila sentenze di sfratto con richiesta di esecuzione e 40mila sentenze di sfratto emesse ogni anno) si risponde, infatti, non – come sarebbe lecito attendersi – con un “piano casa” ma con un surplus di repressione per chi cerca di risolvere il problema, sia pure indebitamente, occupando un’abitazione. Non potrebbe esserci dimostrazione più plastica, anche in termini simbolici, del passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale e del governo repressivo della povertà (a cui si aggiungono altri tasselli come il Daspo ferroviario, la trasformazione da obbligatorio in facoltativo del rinvio dell’esecuzione della pena per le condannate incinte o madri di un bambino inferiore all’anno, il divieto di vendita della Sim telefonica agli stranieri privi di permesso di soggiorno etc.).

Il rapporto tra le polizie e i cittadini sarà sempre più improntato al principio di autorità.
Si assisterà ad una definitiva chiusura della stagione (pur contraddittoria) in cui si è tentato un processo di democratizzazione (una stagione che ha visto passaggi importanti come l’introduzione della scriminante della reazione all’atto arbitrario del pubblico ufficiale, la dichiarazione di incostituzionalità della necessaria autorizzazione del ministro per procedere nei confronti di operatori della polizia per fatti compiuti in servizio e relativi all’uso delle armi o di un altro mezzo di coazione fisica, la sindacalizzazione e smilitarizzazione del corpo, l’abrogazione del delitto di oltraggio etc.). Questo percorso subirà ora, se sarà approvato il disegno di legge, una drastica inversione che ripristinerà, anche qui, una situazione simile a quella degli anni Cinquanta (un’epoca in cui – è bene ricordarlo – le politiche di ordine pubblico lasciarono sulle strade e nelle piazze del Paese oltre 100 morti: 157, tra il 1946 e il 1977, di cui 14 tra le forze di polizia e 143 tra i dimostranti). Ciò avverrà grazie alle disposizioni che prevedono, tra l’altro: la già ricordata tutela privilegiata degli operatori di polizia nel corso di manifestazioni; un’ulteriore tutela sul piano legale consistente nella possibilità di fruire, se indagati o imputati per fatti inerenti al servizio, dell’anticipazione da parte dello Stato di una somma di 10mila euro per ogni fase di giudizio per spese di difesa (con possibilità di rivalsa nel solo caso di accertata responsabilità a titolo di dolo); l’autorizzazione agli appartenenti alle varie forze di polizia a portare, senza licenza, un’arma diversa da quella di ordinanza quando non sono in servizio; una maggior libertà di azione indotta dalla possibilità di agire, nei confronti di associazioni terroristiche (ma anche qui con evidente potenzialità espansiva), non solo a mezzo di “infiltrati” ma anche a mezzo di “agenti provocatori” e dalla dotazione, per i servizi di ordine pubblico (e non solo), di dispositivi di videosorveglianza idonei a registrare l’attività operativa e il suo svolgimento» (e, dunque, una registrazione di immagini continua e non limitata ad episodi “critici”).
No. Non è solo l’ennesimo (pur grave) pacchetto sicurezza!

L’autore: Livio Pepino, magistrato fino al 2010, già segretario e presidente di Magistratura democratica e condirettore della rivista Questione Giustizia, dirige le Edizioni del gruppo Abele. Tra i suoi libri: Forti con i deboli (Rizzoli, 2012) e Come si reprime un movimento: il caso Tav (Intra Moenia, 2014).

Questo articolo è stato pubblicato nel numero di Left di novembre 2024 Stato pericolante, dedicato al “pacchetto sicurezza” del governo Meloni. Con interventi di giuristi, attivisti e parlamentari. Per leggere qui